Michelangelo Frammartino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michelangelo-frammartino/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Sep 2015 09:31:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michelangelo Frammartino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michelangelo-frammartino/ 32 32 Il dossier della felicità. Parte II https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-dossier-della-felicita-parte-ii/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-dossier-della-felicita-parte-ii/#comments Sun, 20 Sep 2015 07:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28498 di Alessandro Raveggi

Sparire in Messico senza sparire sul serio

In Messico l’arte della fuga è una delle specialità degli italiani: fuggire dall’inedia, dall’IRPEF, dalle partite iva, dalle notizie sui giornali locali, da una celebrazione del passato che non riserva alcuna promessa del futuro, e mimetizzarsi nella polvere, sotto l’ombra di una piramide azteca, sparire in una selva più o meno reale, meglio con una strada imboccante il mare caraibico. “Se un giorno mi cercherete, non mi troverete qui” dice il Buñuel citato dal mio secondo intervistato, Diego Barboni, esperto di cinema e docente tra i più apprezzati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Eppure Buñuel qui c’è rimasto quasi mezzo secolo e da questo trampolino surreale ha raggiunto la fama internazionale.

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(foto di Sergio Lipari)

Pubblichiamo la seconda puntata (qui la prima parte) del reportage sul concetto di felicità degli italiani nel Messico contemporaneo, realizzato grazie ad una borsa d’eccellenza del Governo messicano e alla Secretaria de Relaciones Exteriores, che ha permesso all’autore un progetto di arte pubblica letteraria sviluppato a Città del Messico ad agosto del 2015.

di Alessandro Raveggi

Sparire in Messico senza sparire sul serio

In Messico l’arte della fuga è una delle specialità degli italiani: fuggire dall’inedia, dall’IRPEF, dalle partite iva, dalle notizie sui giornali locali, da una celebrazione del passato che non riserva alcuna promessa del futuro, e mimetizzarsi nella polvere, sotto l’ombra di una piramide azteca, sparire in una selva più o meno reale, meglio con una strada imboccante il mare caraibico. “Se un giorno mi cercherete, non mi troverete qui” dice il Buñuel citato dal mio secondo intervistato, Diego Barboni, esperto di cinema e docente tra i più apprezzati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Eppure Buñuel qui c’è rimasto quasi mezzo secolo e da questo trampolino surreale ha raggiunto la fama internazionale.

Parlare poi di sparizione, vedendo le notizie e l’innumerevole numerazione dei cadaveri nascosti, sotterrati, fatti sparire, non può che produrre un gran stridore in testa: il termine sparizione in un paese di desaparecidos politici suona cinico, relegato ad un escapismo a buon mercato e sfacciato: “Vado in Messico, provo il peyote, due sorsi di mezcal col baco, una puntatina a San Cristobal, le rovine del Chiapas, questo e quello, e sto a posto, con la mia sparizione!”, quante volte l’abbiamo idealmente sentito mormorare da quelli che all’aeroporto se ne ritornano poi a Roma a Milano con le catenelle variopinte al collo e il contraffatto artigianato maya…

Questo non è certo il caso di Diego, che incontro in un altro dei luoghi di riferimento della comunità italiana: la spartana pizzeria Amore Divino, gestita da un’affabile napoletano, nella Avenida Miguel Ángel De Quevedo, nel quartiere, a sud della città, di Coyoacán. Il quartiere è una delle case base di punta degli emigranti nostrani, vuoi perché è presente lo storico Istituto Italiano in via Francisco Sosa, meravigliosa villa coloniale e refugium peccatorum di molti esuli che arrivano qui e si mettono anche solo per puro caso a fare i docenti di italiano. Vuoi anche per la relativa tranquillità con cui vi si vive, a Coyoacán, che ricorda in grande qualche isola felice e lussuriosa di palme e giardini in provincia che ancora sopravvive alla guerra civile tra narcos, esercito e autodefensas (cittadini che imbracciano le armi per difendersi dal fuoco incrociato dei primi due), oppure resistente ad un altro nemico assai feroce: la povertà estrema ed endemica di certe zone, spesso montagnose, acciottolate, usurate dall’ingiustizia.

I mimetizzati del Chiapas e i tradizionalisti dell’Inter

Con Diego Barboni, ordinata una focaccia che, arrivata, inspiegabilmente reca una grande spalmata di burro e aglio sopra, è da subito mia intenzione allargare l’obiettivo, e parlare di cinema: uno spazio al buio dove idealmente le facce degli italiani e quelle dei messicani si confondono nella smerigliatura dei riflessi dei film. E se i film sono italiani, un luogo dove si scontrano speranze e pregiudizi del pubblico variegato: le speranze degli italiani residenti di vedere certe migliorie e respiri nelle scene proiettate dall’Italia contemporanea – spesso disilluse – e i pregiudizi dei messicani, sognanti un’Italia che fu, del Boom, svelta, goduta e stereotipata, da commedia all’italiana viaggiata in Vespa o con la faccia immersa in un piatto vivace di spaghetti al pomodoro fumante (situazione ben diversa dall’attuale, da landa atrofizzata, nelle parole del mio precedente intervistato.) Fuori dalla sala oscura, il Messico risulta però il vero mondo svelto, di speranze e di sorprese inattese per i miei intervistati, dove magari non si vince proprio alla lotteria, ma spesso si è cercati dal lavoro più che essere disperatamente alla ricerca: è successo anche a Diego, un altro dei “folgorati” dal Messico, acchiappato dallo spirito sciamanico di questa nazione, piuttosto che arrivato con un trasferimento progettato. “Sono atterrato qui oramai quasi dieci anni fa, da turista, aperto però a scovare qualche opportunità. Al terzo giorno, ho trovato lavoro, per puro caso, in un liceo privato. Un’amica mi segnala che cercano. Venerdì mi fanno il colloquio, lunedì inizio a lavorare. Per questo sono rimasto!” e aggiunge, sorridendo, che in Italia, nel quartiere periferico di Roma da dove proviene, era “uno studente perennemente senza un soldo, sempre in bolletta”. Vado avanti nello scandaglio, vedendomi davanti i tanti amici di Diego che sicuramente, altrettanto squattrinati, hanno intrapreso il sentiero dell’emigrazione: “E gli italiani qui che hai incontrato? Come sono?”, gli chiedo. “Ho conosciuto vari tipi di italiani”, mi risponde, subito nell’intento di creare una sorta di classificazione per me utile. “Quelli che vengono per sparire, per mimetizzarsi. E quelli che potremmo dire i tradizionalisti, che hanno molta nostalgia di casa, che si ritrovano fra di loro. A dire il vero quasi tutti gli italiani qui hanno nostalgia”, conclude senza far trasparire però melancolia.

Mescoliamo così le nostre esperienze e idee: la categoria del mimetizzato spesso coincide con chi se ne va a fare volontariato, cooperazione, in Chiapas, o nel Nord, sulle montagne, con chi si sveste completamente dell’italianità alla ricerca di un Messico autentico, frugale, semplice e generoso da aiutare – non necessariamente con chi si perde nel deserto allucinato alla ricerca del proprio animale guida. La categoria del tradizionalista è quella di chi la domenica si mette su la propria maglia dell’Inter, del Milan, della Juve e, forzando la realtà, si ritrova a vedere le partite della Serie A sul satellite, magari alle 8 della domenica, cappuccio e cornetto, come in una mattina italiana acciuffata in ritardo. In Messico la categoria lavorativa di italiani forse più frequente è poi non tanto quella dei ristoratori quanto quella dei professori d’italiano, che arrivano con un buon bagaglio di cultura ma spesso pochissima esperienza di docenza, e si trasformano in ambasciatori di usi e costumi, non solo grammaticali, del Bel Paese, coadiuvati da un Qui Italia o un Espresso o un Italiano, Pronti Via!.

Ci sono però ovviamente anche italiani più silenziosi: sono gli imprenditori, venuti per fare affari, agevolati dai frequenti accordi governativi. Ritroverò nelle parole dei miei intervistati qualche disappunto verso alcuni di questi imprenditori: la percezione è che si facciano affari sulla pelle dei messicani, che si applichi un imperialismo colonialista a discapito delle popolazioni abbindolate, o costrette dalla promessa di un benefattore italiano. Il silenzio di quest’ultimi assume un tocco di malizia, di furberia etnocentrica. Basterebbe andare a ricercare gli stipendi da fame dei camerieri di certi hotel e ristoranti italiani del Pacifico o del Mar Caraibico… Ti risponderebbero però, loro gli imprenditori italiani, che si adeguano agli standard del posto, dove un operaio specializzato guadagna ad andar bene 400 euro. Cosa dovrebbero fare? Proporre gli stipendi degli italiani? Rivendicare l’aumento dei salari, del costo del lavoro? La questione si fa spinosa, ma anche ci riguarda: per Diego è quasi inevitabile “essere visti come europei e quindi in qualche modo far parte di una sorta di classe sociale più privilegiata”, in un gioco di sguardi prospettico promosso dai messicani stessi, “e che lavorando spesso nell’ambito culturale si enfatizza.” Ancora distorsioni del Messico: lavorare nell’ambito culturale è un privilegio, una merce vantaggiosa di scambio. Se sei italiano, poi, sei operatore culturale tuo malgrado, un libro ambulante, uno scrigno di prelibatezze e fama gloriosa ab urbe condita.

Elio Germano e Los olvidados

“Parlami ora del tuo lavoro di esperto di cinema italiano”, stringo di più l’inquadratura, “cosa noti nei messicani che vengono al tuo cineforum? So ad esempio che tu non proponi di certo classici, ma spesso film indipendenti, o di giovani registi sconosciuti qui. Le loro reazioni?”. Per inciso, bisogna dire che Diego, e lo uso a biglietto da visita della sua competenza, mi consigliò ad esempio una volta uno dei miei registi preferiti, Michelangelo Frammartino. Il suo meraviglioso Le quattro volte fu un gran consiglio di quest’italiano che parla spagnolo con un accento che pare quasi cubano (sorprese alchemiche del romanesco che si mescola con un’altra lingua). Ma Frammartino non è certo il genere di regista che i messicani si aspettano ad un cineforum: “mi interessa lasciarmi alle spalle gli stereotipi del cinema italiano: la commedia all’italiana, i grandi classici, i registi famosi in tutto il mondo, La dolce vita…”, chiarisce Diego, “e non è sempre facile”. “Mi piace stupire chi viene al cineforum”, continua, “con grandi capolavori ma eterodossi come ad esempio Profondo rosso, che all’inizio lasciò perplesso qualcuno del pubblico e poi, a fine visione, ottenne larghissimo consenso e entusiasmo”. Che l’horror italiano sia un genere ancora poco digeribile all’estero, è chiaro: l’Italia non è certo una tetra location sanguinolenta, nella testa degli stranieri che hanno bisogno di essere compiaciuti nel loro escapismo (all’italiana). Ma è questo riferimento all’orrore che mi richiama alla mente in realtà l’altro orrore, l’orrore messicano. Dario Argento avrebbe forse potuto girare quella scena che mi ha tormentato per giorni: la faccia scarnificata di uno studente che esattamente un anno fa durante gli scontri notori tra studenti e polizia nello stato di Guerrero, venne ridotto ad uno scheletro squillante di muscoli facciali e sangue rappreso in bella vista.

Come sarà, di contro, l’orrore italiano? Ci mancherà pure il sangue come ultimo principio vitale? Un’eterna morte per avvelenamento, per asfissia? Corpi maciullati dal peso di una colonna augustea, teste stritolate dalla precarietà, un gran film di paranoia e ossessione personale, sarebbe? Meglio chiedere all’esperto: “Se fossi un cineasta, raccontami come sarebbe il tuo ideale film sull’Italia e sul Messico. O meglio: che tipo di film sarebbe l’Italia? Che tipo il Messico?” La risposta è stentorea: “L’Italia mi pare sempre più una commedia senza battute. Senza troppe risate. Di stile realistico, che tratta i problemi dei trentenni italiani. Il Messico…”, e qui quel realismo che Diego pare prediligere si riflette anche nel suo sguardo obiettivo ma sincero sul paese che ha scelto come casa, “il Messico è una tragedia senza battute. Anche se potremmo citare El Infierno di Luis Estrada, un film del 2010 che propone uno sguardo grottesco che ride degli orrori del narcotraffico”. Continua poi a parlare, e all’improvviso appare dal nulla Elio Germano. L’Elio Germano del film La nostra vita di Daniele Luchetti, uscito sempre nel 2010 al di là dell’Oceano. Diego mi confessa che il film non è in realtà un grandissimo film, ma che lo sceglierebbe a rappresentare l’Italia di oggi nei suoi difetti, ossessioni, cancrene: “il regista ha scelto di ambientare il film in questo edificio, costruito da immigrati che lavorano al nero, un luogo in eterna costruzione. Mi ricorda non solo lo stato attuale dell’Italia, ma anche l’edificio de Los olvidados di Buñuel, che staglia dietro la scena del crimine”.

Arriva quindi un autentico espresso Lavazza, e chiediamo il conto. “Come è il tuo Io messicano rispetto all’italiano? E, domanda terribile: come descriveresti la tua felicità?” gli chiedo, e ritornano le discrepanze tra un nuovo Eldorado e una terra desolata mediterranea: “Il Diego di Roma era uno studente squattrinato. Il Diego del DF può tornare a Roma spesso in viaggio, perché ha i soldi per permetterselo. La felicità qui è questo: fare qualcosa che mi piace ed essere apprezzato.” Un punto che ritorna è questa sensazione che la Madre Patria ti abbia sbeffeggiato per lungo tempo, che le qualità e il valore personale non siano apprezzati. A volte scoppia il vero e proprio odio, lo riconosce il mio intervistato, a fronte di questo rifiuto costante, ma questa insormontabile distanza di 10.000 km forse serve a qualcosa: “quando vivevo in Italia”, confessa Diego, “non amavo l’Italia, non amavo il cinema, la musica, la cultura italiana, niente in pratica che fosse un prodotto culturale italiano”, con una marcata sottolineatura esterofila. “Ora ho molta nostalgia e mi interesso di più di quello che si produce in Italia. Da lontano risulta più facile apprezzare. Ed esiste, lo posso dire, anche una mia felicità italiana: è qualcosa di familiare, la prossimità dei miei cari, e la vivo dalla lontananza”. Una formula terribile, quella di Diego, che potrebbe essere estesa: per vedere bene qualcosa, bisogna distanziarcene. Per vedere bene il proprio paese, sentirne il bisogno, viverlo, bisogna andarsene. Troveremo mai, noi italiani, la formula inversa, il segreto di un’approssimazione felice alle nostre cose quotidiane? Una nuova chiave comune dello stare a casa? L’interruttore che ci faccia uscire da una camera oscura poco gratificante?                                                             (2 – continua)

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Guardarsi alle spalle con occhi nuovi – motivi ricorrenti in una nuova generazione di registi https://minimaetmoralia.it/cinema/guardarsi-alle-spalle-con-occhi-nuovi-motivi-ricorrenti-in-una-nuova-generazione-di-registi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/guardarsi-alle-spalle-con-occhi-nuovi-motivi-ricorrenti-in-una-nuova-generazione-di-registi/#comments Sat, 22 Mar 2014 16:07:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19465 Una sezione corposa del nuovo numero della Rivista del Cinematografo è dedicata a una nuova ondata di registi cinematografici. Da Roberto Minervini a Rick Ostermann, a Amat Escalante, a Michelangelo Frammartino, e così via. La sezione è curata da Marina Sanna. Molte le firme coinvolte. Questo il mio contributo. Se è ancora vero il principio secondo […]

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Una sezione corposa del nuovo numero della Rivista del Cinematografo è dedicata a una nuova ondata di registi cinematografici. Da Roberto Minervini a Rick Ostermann, a Amat Escalante, a Michelangelo Frammartino, e così via. La sezione è curata da Marina Sanna. Molte le firme coinvolte. Questo il mio contributo.

Se è ancora vero il principio secondo cui un sistema efficace per scardinare la contemporaneità è avere il coraggio di essere inattuali, esiste una nuova generazione di registi che, con molto coraggio, pochi soldi e sensibilità non comune, sta raccontando la nostra epoca aprendosi la pista su territori preclusi al cinema mainstream. Così come qualche stagione fa – in pieno revival postmoderno – nella letteratura statunitense arrivò Cormac McCarthy a sparigliare i giochi, usando in modo completamente nuovo una lingua di conio antico, allo stesso modo alcuni giovani maestri della macchina da presa, quasi sempre nati dopo il 1970 come Roberto Minervini, Andrea Pallaoro, Rick Ostermann, stanno scoprendo pieghe e chiaroscuri del XXI secolo altrimenti inesplorati.

I casi di Minervini e Pallaoro sono per l’Italia abbastanza emblematici. Nati e cresciuti nel nostro paese (il primo a Monte Urano in provincia di Ascoli, il secondo a Trento), a un certo punto sono andati a lavorare all’estero. Entrambi negli Stati Uniti. Entrambi – salutarmente lontani da Roma – senza aver avuto il tempo di lasciarsi contagiare dai peggiori tic (espressivi dopo e antropologici prima, l’una cosa la conseguenza dell’altra) del nostro sistema produttivo. Entrambi infine, per raccontare le loro storie, hanno evitato le metropoli.

Roberto Minervini, che vive a Houston, ha completato l’anno scorso una trilogia texana (The Passage, Low Tide, e l’ultimo Stop the Pounding Heart) che ha ottenuto consensi tra gli osservatori più attenti. In Stop the Pounding Heart, dopo essersi immerso per due mesi nella vita di una famiglia di allevatori texani, montando scene di vita reale in chiave drammaturgica, ha raccontato la storia di Sara, una ragazza cresciuta secondo i precetti della cristianità più radicale (e reazionaria), la cui vita inizia a perdere equilibrio quando incontra Colby, un coetaneo della stessa comunità che cavalca tori nei tornei di paese. Provincia rurale, povertà, senso di colpa, Bibbia mandata a memoria e porto d’armi come diritto inalienabile. Tutto questo – che potrebbe sembrare l’armamentario per un film o un romanzo della prima metà del Novecento – viene indagato con un linguaggio (basti pensare al crossover tra documentario e fiction) che all’epoca di Furore o Splendore nell’erba sarebbe stato inimmaginabile.

In modo analogo l’esordio di Andrea Pallaoro, Medeas, si inoltra nel cuore degli Stati Uniti usando come nume tutelare addirittura il mito euripideo. Ancora una famiglia numerosa. Ancora la provincia. Ancora una storia in cui – utilizzando schemi classici come quello di tradimento e morte – ci si guarda alle spalle con mezzi nuovi per fare un decisivo passo avanti.

Soltanto in apparenza su altri piani si muove Wolfskinder, l’esordio del regista tedesco Rick Ostermann. Siamo nel 1945. La Germania distrutta dalla guerra è un paese allo sbando tra le cui campagne si aggirano i “cuccioli di lupo”, i bambini abbandonati a se stessi, ridotti allo stato brado, la cui prima scommessa con il tempo che gli è toccato in sorte riguarda la cruda sopravvivenza. Nel film seguiamo il viaggio di due fratellini che, dal villaggio prussiano dove la loro mamma è morta, cercano di raggiungere la Lituania, incontrano per la strada insidie e pericoli di ogni tipo, oltre ad altri orfani che, esattamente come loro, cercano una possibile salvezza vagando allo sbando tra stagni, foreste e campi incolti. Quello che potrebbe sembrare un film storico, o al massimo d’avventura, affonda le proprie gambe in tempi cronologici addirittura opposti. Il primo è il passato, non per forza relativo alla II guerra mondiale bensì quello mitico e remoto (e crudele) della tradizione da cui attinsero i fratelli Grimm per le loro fiabe. Il secondo è il tempo presente, la lunga stagione di una crisi nella quale se da una parte rischia di svanire l’adolescenza come l’avevamo conosciuta nella seconda metà del XX secolo (rischia cioè di essere molto più breve, stranamente imparentata con tempi più remoti, quando si passava dall’infanzia all’età adulta attraverso un rito di passaggio), dall’altra il concetto di sopravvivenza (seppure su parametri e con scenari assai diversi) torna purtroppo d’attualità. Non è un caso, per esempio, che l’unico libro che uno dei due fratellini di Wolfskinder si porta dietro nel suo viaggio (mai citato apertamente) sia di Darwin.

Del resto, sulla trasformazione (e i nuovi aspetti) dell’adolescenza, con una sincronia impressionante da un continente all’altro, sono stati realizzati di recente in Sud America film come Pelo Malo di Mariana Rondón o A los ojos del messicano Michel Franco, già vincitore a Cannes di Un Certain Regard col precedente Apres Lucia.

E non era forse un film sulla sopravvivenza e l’attraversamento della linea d’ombra (tema vecchio in un contesto – anche poetico – nuovo) il pluriacclamato Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin?

Se il nuovo secolo ci ha sorpresi a marciare a passo di gambero su molte questioni (sociali, politiche, economiche) che ci eravamo illusi di aver archiviato per sempre, una nuova generazione di registi – anziché lanciarsi in avanti a perdifiato, rischiando di essere schiava del proprio tempo – si è dotata di strumenti per guardarsi alle spalle con occhi nuovi. Per evitare che l’essenziale vada perso, e così restituircelo.

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Bellas Mariposas https://minimaetmoralia.it/cinema/bellas-mariposas-salvatore-mereu/ https://minimaetmoralia.it/cinema/bellas-mariposas-salvatore-mereu/#comments Thu, 09 May 2013 06:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14271 A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall'omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all'Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell'accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall'11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all'Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

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A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all’Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell’accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall’11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all’Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

Tutto questo per dire che l’Italia dell’apparato culturale (distribuzione, grossi media tradizionali e altre stelle morenti) continua a brillare per la capacità di separare il grano dal loglio scambiando l’uno per l’altro e indirizzando il grande pubblico bovinamente meritevole del disastro in atto verso la melma bipartisan. Se non è Pieraccioni è quella puttanata gonfia di retorica che è stato quest’anno il Concertone del primo maggio.

Tutto questo per spiegare soprattutto come un film premiato ai festival (Venezia, Rotterdam, Bif&st), capace di staccarsi a colpo d’occhio dalla mediocrità audiovisiva cui solo il cinismo o l’amore riflesso di botteghino porta a legare a “cinema” quell'”italiano” che dovrebbe smentire il sostantivo (mentre un nuovo cinema italiano di grossa qualità esiste miracolosamente a dispetto dei mezzi di cui dispone), tratto degnamente dal romanzo di uno scrittore che dovrebbe far bene al nostro orgoglio e che invece il goyano sonno di redattori e capostruttura (il “discorso sulla cultura”) si accontenta di relegare nella categoria “di culto”, per esistere e essere visto (questo bel film che vi sto consigliando) prevede necessariamente il sacrificio fisico del suo autore o qualcosa di simile. E infatti Salvatore Mereu Bellas Mariposas se l’è prodotto praticamente da solo (Rai Cinema è arrivata in un secondo tempo), e, sempre da solo, lo sta portando adesso in giro con una sorta di artigianale e massacrante distribuzione porta a porta di cui si sta cercando di dare qui testimonianza.

D’accordo morire per un verso. Ma per l’idiozia dei burocrati e dei quadri?

luciano-curreli

Bene, ma di che parla questo film?

È la storia di una ragazzina di 11 anni (Cate) che vive nel periferico quartiere cagliaritano Sant’Elia, prigioniera e neanche troppo di una famiglia che una cattiva traduzione dell’americano definirebbe “disfunzionale” mentre è sotto sotto-proletaria (sorella prostituta, fratello tossico, padre debosciato eccetera) e dunque fondamentalmente in grado di muoversi su e giù per un mondo che ai rottami e al materiale di risulta alterna spazi di libertà. Le avventure di Cate, della sua amichetta Luna e degli strampalati degradati crollanti disfatti ma in qualche modo indistruttibili (come Molloy e Malone, o i personaggi di Cinico tv) abitanti del quartiere. C’è disincanto (sentire e vedere una bambina di 11 anni che parla di pompini in modo disinvolto può mettere un filo di disagio) ma anche una più grande innocenza che lo fagocita (Cate è illibata e tale è decisa a restare con un candore che anziché disfarsi si moltiplica quando sua sorella torna a casa dopo aver battuto tutta la notte e le due si incontrano).

È un film che si è preso il lusso di essere girato in ordine cronologico (“perché le piccole attrici potessero crescere col film, giorno per giorno”, dice Mereu) e questo per paradosso dà forza a una struttura narrativa che, al contrario, dopo il montaggio di cronologico ha ben poco: vediamo quasi sempre prima ciò che accade dopo e viceversa. C’è una certa commedia all’italiana, c’è la lezione alleggerita di Ciprì e Maresco, c’è il tentativo (riuscito, con qualche sbavatura) di recuperare una certa ariosità da nouvelle vague metropolitana (le scene su e giù per la città) e soprattutto – nei momenti migliori del film – la felicità dei personaggi (la rottura del riflesso pavloviano che al disagio fa seguire l’immaginario da psicofarmaco con gravi musiche di sottofondo) non diventa favola. Se una qualche lezione etica si può trarre è: dal momento che il mondo è finito, perché lasciarsi abbattere dall’inutile che tanto bene abbiamo utilizzato per rovinarci la vita?

Se non la si vuole trarre, meglio.

Qualche giorno fa, con Christian Raimo, sono stato invitato a Urbino al primo Festival del Giornalismo Culturale Italiano. Nei nostri interventi abbiamo stigmatizzato l’anticipazionismo e l’ufficiostampizzazione (copyright C.R.) che porta i media a considerare non più censibile tutto ciò che è uscito oltre una certa data. I media in questo modo riflettono l’agenda degli uffici stampa ma escludono la possibilità che si rifletta su ciò che di buono capita sotto o anche a distanza di tiro. L’insana tempestività uccide la salvifica inattualità. Una volta avevano l’inconveniente di informare i fatti e non sui fatti (CB), ora hanno perso questo sotto-tipo di autorialità e si limitano a seguire la logica del lemming. Ma la cultura non è lo sport o la politica. Quanto più un libro o un film sono interessanti o addirittura belli, tanto più avrà senso pesarne gli effetti a distanza di tempo. (Qui intanto trovate un riassunto del discorso fatto da Raimo che in queste cose è più bravo di me; durante il festival, per spiegare perché il giornalismo culturale italiano ha l’orchite ha fatto l’ormai nota performance in stile Subterranean Homesick Blues, ma nella indisponibilità telematica di questa esibizione, eccolo invece qui in versione più pacata RaiEducational).

Che c’entra tutto ciò con Bellas Mariposas? Siccome quando vedo o leggo qualcosa di interessante cerco di farne parlare in giro – giacché ci siete, in libreria sfogliate qualche pagina dell’ultimo romanzo di Giordano Tedoldi e vedete se fa per voi – dopo aver visto (quasi casualmente) il film di Mereu, mi sono attaccato al telefono e ho chiamato un po’ di giornalisti per sensibilizzarli alla causa. Tranne in un caso virtuoso in cui sono arrivato tardi io (Il Venerdì, disposto a parlarne ma già in chiusura numero), alla sollecitazione (“scrivete o fate scrivere un pezzo”) seguiva puntualmente lacrimevole richiesta di gancio.  “Sì, ma il gancio dove sarebbe?” Mi si chiedeva dunque (a me!) che il film uscisse ufficialmente in tutta Italia per renderlo giornalisticamente appetibile (“ma il problema”, spiegavo io, “è proprio questo. È magari anche denunciare un sistema assurdo per cui il prossimo Checco Zalone – con il rispetto dovuto al concittadino (Capurso, non Bari) nonché dei grossi critici cinematografici e cantautori che pure lo amano – uscirà in circa mille copie mentre altri film, in certi casi addirittura più interessanti, vedranno il proprio spazio vitale annullato”), che vincesse qualche premio (“ma l’ha già vinto! Anche a livello internazionale. Ora esce addirittura in Belgio!”), che ai suoi attori toccasse la sorte di quelli di Poltergeist (questo il redattore di turno, esasperato e poi annoiato dal sottoscritto, messo alle strette da angoscianti sillogismi, iniziava a comunicarmelo telepaticamente), che Sergio Atzeni risorgesse in veste di angelo sterminatore per far piovere folgore e lava bollente su un sistema tanto orrendo da costringere chi ci lavora (la maggior parte di quei redattori ama sinceramente il buon cinema, scriverebbe e parlerebbe tutta la vita di Pietrangeli e Tsukamoto ma si vede costretto a eseguire gli ordini di filiera) ad agire contro se stesso.

Forse, mi sono detto – lo dico dall’interno, collaborando con molti quotidiani e periodici da edicola, ricevendone sostentamento – un mondo sta finendo. A fronte di una bellezza che non muore (in Italia si continuano miracolosamente a fare bei film, a scrivere bei libri, a fare un teatro talmente apprezzato all’estero da diventare l’estero il suo principale committente: vedi i Motus a New York o Romeo Castellucci acclamato in tutta Europa), è invece in procinto di crollare su se stesso il sistema che dovrebbe darne notizia e rilievo e, calvinianamente, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Quel mondo lì, sta forse inabissandosi per sempre ed io, in fondo (pure a fronte dei soldi che ci perderò) ne sono contento. Un pezzo come quello che sto scrivendo adesso, in quel mondo lì, non sarebbe ad esempio concepibile.

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Non conosco infine Salvatore Mereu. Non so nemmeno che faccia abbia. Avevo letto tempo fa una recensione molto positiva di Goffredo Fofi. Mi sono imbattuto in un pezzo molto bello su Le parole e le cose, pezzo che ero anche riuscito a leggere in radio a Pagina3. È passato del tempo. Di Mereu e del suo film mi ero quasi dimenticato. Fino a quando, una decina di giorni fa, un’amica mi ha detto che lo facevano solo per due giorni al Sacher di Roma. Così, al volo, ci sono andato. Leggendo i titoli di coda mi sono accorto che la sceneggiatura l’ha scritta Maurizio Braucci. Braucci è anche lo sceneggiatore di Gomorra e de L’Intervallo mi dicevo uscendo dal cinema e unendo i fili…

Che cosa voglio dire? Che di film italiani notevoli negli ultimi anni ne ho visti parecchi. Film i cui autori, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto essere imposti all’attenzione generale. Penso a In memoria di me di Saverio Costanzo, a L’Intervallo di Leonardo Di Costanzo, a Corpo celeste di Alice Rohrwacher (qui su minima&moralia stroncato da Christian Raimo, che però in quel caso a mio parere prese un abbaglio), a La bocca del lupo di Pietro Marcello, a Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, a L’uomo che verrà di Giorgio Diritti o (spingendoci un po’ indietro) a veri e propri capolavori in grado a mio parere di rivaleggiare coi vecchi Ferreri e Pasolini quale il Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco.

Poi, su questi film si può non essere magari d’accordo. Io e Raimo non lo siamo ad esempio su quello della Rohrwacher. Magari qualche lettore andrà a vedere Bellas Mariposas e ne resterà deluso. Benissimo. La cosa che trovo insopportabile è che si prenda invece per campo di discussione condiviso uno in cui il problema dell’estetica sia un optional.

Piccolo avviso. A proposito di questo spazio, se il cielo ci assiste, arriveranno presto importanti novità. Non stiamo lavorando – stiamo passando letteralmente notti insonni per provare a darvi uno spazio di discussione fatto sempre meglio. Anche qui: seguiranno (si spera) post.

Buona visione.

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Il paradiso è sopravvalutato https://minimaetmoralia.it/cinema/il-paradiso-e-sopravvalutato/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-paradiso-e-sopravvalutato/#comments Wed, 03 Nov 2010 08:16:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3159 di Nicola Villa

A un quarto d’ora dall’inizio della sorprendente Palma d’oro di quest’anno, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del quarantenne regista indipendente thailandese Apichatpong Weerasethakul – sorprendente visti gli ultimi premiati agli altri festival internazionali sempre più piegati alle scelte dell’intrattenimento e del mercato – ci si rende conto di non trovarsi semplicemente di fronte a un film d’autore, ma a una complessa opera

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A un quarto d’ora dall’inizio della sorprendente Palma d’oro di quest’anno, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del quarantenne regista indipendente thailandese Apichatpong Weerasethakul – sorprendente visti gli ultimi premiati agli altri festival internazionali sempre più piegati alle scelte dell’intrattenimento e del mercato – ci si rende conto di non trovarsi semplicemente di fronte a un film d’autore, ma a una complessa opera che si presta al gioco di numerose letture, lasciando comunque lo spazio a un’esperienza estetica assoluta e verticale.

Il film è costruito intorno a pochi concetti semplici e profondi allo stesso tempo: il rapporto vivo con il passato che ognuno di noi registra nel quotidiano; di conseguenza l’ossessione per la morte e il dialogo con i morti; la relazione col naturale, sia piante che animali, a sparizione nell’idea dominante di sviluppo; il legame con la storia e le sue trasformazioni in peggio. Il fatto è che Weerasethakul ci racconta queste dialettiche in un modo totalmente anti-narrativo, anzi mescolando i linguaggi tecnici (dal documentario al realismo passando per gli effetti speciali del magico) con scene oniriche di grande suggestione, quadri affascinanti e vividi sulla natura – stupende le immagini di notte nella foresta – e sotto-storie archetipiche.
A un quarto d’ora dall’inizio ci sono zio Boonmee, il protagonista, sua cognata e il nipote intorno a un tavolo, dopo cena, nella casa immersa nella foresta del nordest della Thailandia, dove Boonmee stesso, apicultore e coltivatore, ha deciso di passare gli ultimi giorni della sua vita afflitto da una grave insufficienza renale. A quel tavolo si materializza non solo il fantasma della moglie morta di Boonmee, che incomincia a parlare con lui e con la sorella, ma anche suo figlio, scomparso nella foresta quattro anni dopo la morte della madre, nelle sembianze, però, di un uomo-scimmia con gli occhi rosso fluorescente. I fantasmi non solo sono segni della morte imminente, ma sono anche la testimonianza che il passato ha il suo fondamento nel qui-e-ora e che la morte è solo un territorio di passaggio per una reincarnazione: “il paradiso è sopravvalutato” spiega il fantasma della moglie a Boonmee per convincerlo della caratteristica presente e terrena della memoria e il figlio-scimmia, che è scomparso perché ha inseguito e si è accoppiato con una scimmia-fantasma, diventato una sorta di demone dell’irrequietezza, lo mette in guardia dalle bestie della foresta.
I piani tra magia e realtà sono talmente confusi che Weerasethakul si permette un colpo di scena alla Sherazade includendo una breve fiaba di una principessa sfigurata che si accoppia con un pesce-gatto in una polla d’acqua, per riavere la bellezza perduta. L’inclusione della fiaba, la storia nella storia, ha l’effetto di aumentare l’effetto ipnotico e onirico del film, e si pone come piccolo paradigma del rapporto profondo e spirituale, addirittura erotico, che viene suggerito nei confronti dell’elemento naturale.
Da un certo punto di vista Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è il fratello asiatico di Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, un’altra sorpresa di quest’anno, per alcune coincidenze come la trasmigrazione delle anime tra corpi, animali e materie, ma mentre Frammartino è didascalico e ortodosso nel suo ritorno alla materia, lo stadio minerale nella visione del mondo di Pitagora, Weerasethakul è radicale nel coniugare una memoria di passato a una visione negativa di futuro. Il finale del film, infatti, è molto pessimista perché Boonmee non può più ricordarsi la nascita nella caverna-utero, nella quale va a morire, ma ha una chiara visione di futuro rappresentata dalle fotografie fisse dei soldati giovanissimi del regime thailandese che portano al guinzaglio la scimmia-fantasma, che hanno cioè messo in cattività, represso la loro ricchezza culturale, che hanno schiacciato tanti comunisti quanti insetti. Tra tanta spiritualità, a dire il vero, questo film offre anche un specchio molto utile sull’attualità di un paese, la Thailandia, che non conosciamo e di cui sappiamo poco. Alla morte di Boonmee non ci sono vie di fuga nel futuro per la cognata e per il nipote, tra l’altro deluso da un’esperienza monastica, costretti a rimanere alienati come spettri davanti alla televisione o assordati in un grottesco locale notturno.
Ma buona parte degli aspetti del film valgono anche per noi, spettatori occidentali, e per riflettere su come abbiamo barattato con entusiasmo e con leggerezza le radici della nostra cultura, il nostro spirituale, per un idea di futuro tremendamente attuale e sempre più disumana, sempre più simile a un inferno.

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