Una sezione corposa del nuovo numero della Rivista del Cinematografo è dedicata a una nuova ondata di registi cinematografici. Da Roberto Minervini a Rick Ostermann, a Amat Escalante, a Michelangelo Frammartino, e così via. La sezione è curata da Marina Sanna. Molte le firme coinvolte. Questo il mio contributo.

Se è ancora vero il principio secondo cui un sistema efficace per scardinare la contemporaneità è avere il coraggio di essere inattuali, esiste una nuova generazione di registi che, con molto coraggio, pochi soldi e sensibilità non comune, sta raccontando la nostra epoca aprendosi la pista su territori preclusi al cinema mainstream. Così come qualche stagione fa – in pieno revival postmoderno – nella letteratura statunitense arrivò Cormac McCarthy a sparigliare i giochi, usando in modo completamente nuovo una lingua di conio antico, allo stesso modo alcuni giovani maestri della macchina da presa, quasi sempre nati dopo il 1970 come Roberto Minervini, Andrea Pallaoro, Rick Ostermann, stanno scoprendo pieghe e chiaroscuri del XXI secolo altrimenti inesplorati.

I casi di Minervini e Pallaoro sono per l’Italia abbastanza emblematici. Nati e cresciuti nel nostro paese (il primo a Monte Urano in provincia di Ascoli, il secondo a Trento), a un certo punto sono andati a lavorare all’estero. Entrambi negli Stati Uniti. Entrambi – salutarmente lontani da Roma – senza aver avuto il tempo di lasciarsi contagiare dai peggiori tic (espressivi dopo e antropologici prima, l’una cosa la conseguenza dell’altra) del nostro sistema produttivo. Entrambi infine, per raccontare le loro storie, hanno evitato le metropoli.

Roberto Minervini, che vive a Houston, ha completato l’anno scorso una trilogia texana (The Passage, Low Tide, e l’ultimo Stop the Pounding Heart) che ha ottenuto consensi tra gli osservatori più attenti. In Stop the Pounding Heart, dopo essersi immerso per due mesi nella vita di una famiglia di allevatori texani, montando scene di vita reale in chiave drammaturgica, ha raccontato la storia di Sara, una ragazza cresciuta secondo i precetti della cristianità più radicale (e reazionaria), la cui vita inizia a perdere equilibrio quando incontra Colby, un coetaneo della stessa comunità che cavalca tori nei tornei di paese. Provincia rurale, povertà, senso di colpa, Bibbia mandata a memoria e porto d’armi come diritto inalienabile. Tutto questo – che potrebbe sembrare l’armamentario per un film o un romanzo della prima metà del Novecento – viene indagato con un linguaggio (basti pensare al crossover tra documentario e fiction) che all’epoca di Furore o Splendore nell’erba sarebbe stato inimmaginabile.

In modo analogo l’esordio di Andrea Pallaoro, Medeas, si inoltra nel cuore degli Stati Uniti usando come nume tutelare addirittura il mito euripideo. Ancora una famiglia numerosa. Ancora la provincia. Ancora una storia in cui – utilizzando schemi classici come quello di tradimento e morte – ci si guarda alle spalle con mezzi nuovi per fare un decisivo passo avanti.

Soltanto in apparenza su altri piani si muove Wolfskinder, l’esordio del regista tedesco Rick Ostermann. Siamo nel 1945. La Germania distrutta dalla guerra è un paese allo sbando tra le cui campagne si aggirano i “cuccioli di lupo”, i bambini abbandonati a se stessi, ridotti allo stato brado, la cui prima scommessa con il tempo che gli è toccato in sorte riguarda la cruda sopravvivenza. Nel film seguiamo il viaggio di due fratellini che, dal villaggio prussiano dove la loro mamma è morta, cercano di raggiungere la Lituania, incontrano per la strada insidie e pericoli di ogni tipo, oltre ad altri orfani che, esattamente come loro, cercano una possibile salvezza vagando allo sbando tra stagni, foreste e campi incolti. Quello che potrebbe sembrare un film storico, o al massimo d’avventura, affonda le proprie gambe in tempi cronologici addirittura opposti. Il primo è il passato, non per forza relativo alla II guerra mondiale bensì quello mitico e remoto (e crudele) della tradizione da cui attinsero i fratelli Grimm per le loro fiabe. Il secondo è il tempo presente, la lunga stagione di una crisi nella quale se da una parte rischia di svanire l’adolescenza come l’avevamo conosciuta nella seconda metà del XX secolo (rischia cioè di essere molto più breve, stranamente imparentata con tempi più remoti, quando si passava dall’infanzia all’età adulta attraverso un rito di passaggio), dall’altra il concetto di sopravvivenza (seppure su parametri e con scenari assai diversi) torna purtroppo d’attualità. Non è un caso, per esempio, che l’unico libro che uno dei due fratellini di Wolfskinder si porta dietro nel suo viaggio (mai citato apertamente) sia di Darwin.

Del resto, sulla trasformazione (e i nuovi aspetti) dell’adolescenza, con una sincronia impressionante da un continente all’altro, sono stati realizzati di recente in Sud America film come Pelo Malo di Mariana Rondón o A los ojos del messicano Michel Franco, già vincitore a Cannes di Un Certain Regard col precedente Apres Lucia.

E non era forse un film sulla sopravvivenza e l’attraversamento della linea d’ombra (tema vecchio in un contesto – anche poetico – nuovo) il pluriacclamato Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin?

Se il nuovo secolo ci ha sorpresi a marciare a passo di gambero su molte questioni (sociali, politiche, economiche) che ci eravamo illusi di aver archiviato per sempre, una nuova generazione di registi – anziché lanciarsi in avanti a perdifiato, rischiando di essere schiava del proprio tempo – si è dotata di strumenti per guardarsi alle spalle con occhi nuovi. Per evitare che l’essenziale vada perso, e così restituircelo.

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Autore

nicolalagioia@alice.it

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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