A un quarto d’ora dall’inizio della sorprendente Palma d’oro di quest’anno, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del quarantenne regista indipendente thailandese Apichatpong Weerasethakul – sorprendente visti gli ultimi premiati agli altri festival internazionali sempre più piegati alle scelte dell’intrattenimento e del mercato – ci si rende conto di non trovarsi semplicemente di fronte a un film d’autore, ma a una complessa opera che si presta al gioco di numerose letture, lasciando comunque lo spazio a un’esperienza estetica assoluta e verticale.

Il film è costruito intorno a pochi concetti semplici e profondi allo stesso tempo: il rapporto vivo con il passato che ognuno di noi registra nel quotidiano; di conseguenza l’ossessione per la morte e il dialogo con i morti; la relazione col naturale, sia piante che animali, a sparizione nell’idea dominante di sviluppo; il legame con la storia e le sue trasformazioni in peggio. Il fatto è che Weerasethakul ci racconta queste dialettiche in un modo totalmente anti-narrativo, anzi mescolando i linguaggi tecnici (dal documentario al realismo passando per gli effetti speciali del magico) con scene oniriche di grande suggestione, quadri affascinanti e vividi sulla natura – stupende le immagini di notte nella foresta – e sotto-storie archetipiche.
A un quarto d’ora dall’inizio ci sono zio Boonmee, il protagonista, sua cognata e il nipote intorno a un tavolo, dopo cena, nella casa immersa nella foresta del nordest della Thailandia, dove Boonmee stesso, apicultore e coltivatore, ha deciso di passare gli ultimi giorni della sua vita afflitto da una grave insufficienza renale. A quel tavolo si materializza non solo il fantasma della moglie morta di Boonmee, che incomincia a parlare con lui e con la sorella, ma anche suo figlio, scomparso nella foresta quattro anni dopo la morte della madre, nelle sembianze, però, di un uomo-scimmia con gli occhi rosso fluorescente. I fantasmi non solo sono segni della morte imminente, ma sono anche la testimonianza che il passato ha il suo fondamento nel qui-e-ora e che la morte è solo un territorio di passaggio per una reincarnazione: “il paradiso è sopravvalutato” spiega il fantasma della moglie a Boonmee per convincerlo della caratteristica presente e terrena della memoria e il figlio-scimmia, che è scomparso perché ha inseguito e si è accoppiato con una scimmia-fantasma, diventato una sorta di demone dell’irrequietezza, lo mette in guardia dalle bestie della foresta.
I piani tra magia e realtà sono talmente confusi che Weerasethakul si permette un colpo di scena alla Sherazade includendo una breve fiaba di una principessa sfigurata che si accoppia con un pesce-gatto in una polla d’acqua, per riavere la bellezza perduta. L’inclusione della fiaba, la storia nella storia, ha l’effetto di aumentare l’effetto ipnotico e onirico del film, e si pone come piccolo paradigma del rapporto profondo e spirituale, addirittura erotico, che viene suggerito nei confronti dell’elemento naturale.
Da un certo punto di vista Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è il fratello asiatico di Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, un’altra sorpresa di quest’anno, per alcune coincidenze come la trasmigrazione delle anime tra corpi, animali e materie, ma mentre Frammartino è didascalico e ortodosso nel suo ritorno alla materia, lo stadio minerale nella visione del mondo di Pitagora, Weerasethakul è radicale nel coniugare una memoria di passato a una visione negativa di futuro. Il finale del film, infatti, è molto pessimista perché Boonmee non può più ricordarsi la nascita nella caverna-utero, nella quale va a morire, ma ha una chiara visione di futuro rappresentata dalle fotografie fisse dei soldati giovanissimi del regime thailandese che portano al guinzaglio la scimmia-fantasma, che hanno cioè messo in cattività, represso la loro ricchezza culturale, che hanno schiacciato tanti comunisti quanti insetti. Tra tanta spiritualità, a dire il vero, questo film offre anche un specchio molto utile sull’attualità di un paese, la Thailandia, che non conosciamo e di cui sappiamo poco. Alla morte di Boonmee non ci sono vie di fuga nel futuro per la cognata e per il nipote, tra l’altro deluso da un’esperienza monastica, costretti a rimanere alienati come spettri davanti alla televisione o assordati in un grottesco locale notturno.
Ma buona parte degli aspetti del film valgono anche per noi, spettatori occidentali, e per riflettere su come abbiamo barattato con entusiasmo e con leggerezza le radici della nostra cultura, il nostro spirituale, per un idea di futuro tremendamente attuale e sempre più disumana, sempre più simile a un inferno.

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nicolavilla@minimaetmoralia.it

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent'anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell'Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell'Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L'indice.

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