Monti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/monti/ un blog di approfondimento culturale Tue, 18 Feb 2014 15:18:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Monti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/monti/ 32 32 Intervista a Fabio Fazio https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/#comments Tue, 18 Feb 2014 14:50:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18598 Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l'autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

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Fabio-Fazio

Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l’autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

A venticinque anni eri un vecchio…

No, però avevo un’altra misura, i capelli, tutta un’altra roba… No, è vero che sin da bambino son sempre stato più grande dell’età che avevo. Un po’ perché non mi è mai piaciuto l’essere ragazzino perché l’ho sempre pensato una perdita di tempo, un po’ perché non lo sono stato, nel senso che comunque avendo iniziato a lavorare a diciannove anni… La prima volta che ho messo piede in tv, in RAI, non avevo diciannove anni ancora. Era Pronto Raffaella, con la Carrà. E un po’ perché la vita… i miei genitori lavoravano tutti e due, io avevo un fratello piccolo…

Dove sei cresciuto?

A Savona. E quindi facevo quasi più da padre che da fratello, allora la situazione era quella, di molte famiglie, cioè il più grande si occupava del più piccolo. Aveva sei anni in meno di me. Quindi questo senso di responsabilità che deriva da un’educazione dei miei genitori, il senso del dovere, legalitario, di tutto… il lavoro, la scuola come unica possibilità di promozione sociale…

I tuoi che facevano?

I miei gli impiegati dello stato tutti e due, ma di quelli che però per andare in ufficio essendo impiegati dello stato si vestivano benissimo… cioè la camicia doveva essere stirata, con la cravatta, perché eri un funzionario dello stato… c’è quell’idea lì che mi ha accompagnato tutta la vita.

Questo leggendario concorso Rai enorme tu come ci sei arrivato, come ti è venuto in mente di farlo?, conoscevi qualcuno, chi te l’ha detto?

Stiamo parlando per l’appunto di un’epoca diversa, per niente appassionante tra l’altro… Io passavo il tempo libero in una radio privata, a Savona, ti ricordo che avevo sedici anni, siamo negli anni 80-81, e facevo le imitazioni che mi venivano piuttosto bene. Lì alla radio cercavano volontari figuranti: il tema era “chi è che ha voglia di sprecare due pomeriggi della propria vita, anziché andare con le ragazzine, a stare là… a mettere i dischi”? E sono entrato. La Rai faceva degli annunci serali con le annunciatrici in cui diceva che c’era questo concorso… in televisione… perché la risposta alla nascita e alla crescita delle tv commerciali, cioè di Fininvest in quel momento, la risposta della Rai era “Va bene loro prendono le nostre star e noi ne costruiamo delle altre”, quindi mentre andavano via tutti quanti la Rai fece un gigantesco concorso nazionale, importante, annunciato per televisione, quindi con le annunciatrici. E non era un concorso pubblico ad assunzione, era un provino. Sino a quel momento erano loro che venivano a cercare i talenti tra virgolette nei cabaret… infatti ciò non aveva mai riguardato la provincia, la provincia è sempre stata abbastanza esclusa, oppure quando tu andavi a Roma o a Milano a fare cabaret da qualche parte speravi che il funzionario. Io invece mi son trovato privilegiato a sentire banalmente questo annuncio televisivo e ho aspettato il giorno del diciottesimo compleanno per scrivere.

In quali studi si teneva? Viale Mazzini?

Prima fu regionale a Genova e poi chi passava il regionale veniva chiamato a Roma. Facevo l’ultimo anno di liceo, non ti posso dir nemmeno con una speranza minima, diciamo che era proprio fuori dalla mia possibilità nel senso che non c’ho mai pensato per un minuto e fu quello che mi fece vincere perché io andai con una nonchalance assoluta, la mia cosa vera fu “vorrei tanto vedere gli studi della Rai”, mi accompagnò mio padre, andai esclusivamente per questo, per vedere com’erano fatti gli studi, con la curiosità tecnologica, museale…

Qual è la cosa che ti ha impressionato?

Be’, alcuni che vedevo in televisione che avevo rivisto lì, mi ricordo che molti erano abbronzati, che davano l’idea di benessere, e poi naturalmente quello che si fa quando si va in televisione, le telecamere più grandi, gli studi che sembrano più piccoli, tutto l’aspetto tecnico, mi resi conto dell’inadeguatezza del maglione che avevo quel giorno quando ormai era tardi. A provinare c’erano due persone: uno si chiamava Bruno Voglino e l’altro si chiamava Guido Sacerdote. Guido Sacerdote fu quello che dagli anni Cinquanta, con la nascita della televisione, insieme ad Antonello Falqui trasportò il varietà dal teatro in televisione. Cioè forse per quindici anni tutti i programmi di varietà di RaiUno, nonché unica rete, erano firmati Falqui-Sacerdote quindi erano una potenza assoluta. E Bruno Voglino, che io chiamo ancora oggi mamma, la Rai per punirlo lo mandò a fare questo provino perché era considerato uno di sinistra, uno poco affidabile, ma che è quello che ha inventato tutti i più grandi varietà moderni, da Tilt alla Smorfia, il più grande talent scout che la Rai abbia avuto. In quegli anni era considerato uno poco affidabile, poi bisogna aspettare la rete di Guglielmi… ha fatto con me tutti i Quelli che il calcio quindi fino al 2000…

Un’immagine per definire quel periodo?

Io la cosa che mi ricordo subito dopo la telefonata per andare dalla Carrà, mia madre che mi porta in centro a cercare il vestito, nel negozio più bello, e naturalmente il vestito era bruttissimo, sbagliatissimo. Tante volte ho detto nella vita a Voglino: “Guarda io devo ringraziarti perché se da me oggi venisse uno com’ero io allora, io non lo prenderei mai! Mai!” E lui mi disse “Ma io ti ho preso perché tu eri bravo ma non bravissimo e io ho detto Se uno a 18 anni è bravo e non bravissimo non può che migliorare” e ho capito che quella è una grande lezione.

Quando parlavi con Walter Zenga, che conduceva Forza Italia, seconda metà degli anni Ottanta, facevi le stesse cose che poi hai fatto a Quelli che il calcio cioè qualcun altro dice le cose e tu ripeti molto la cosa che l’altro sta dicendo…

Controscena. L’idea della controscena in quel programmino aveva la forza che io prendevo in giro Zenga. Lui era portiere della nazionale, eh… Era l’88… quindi in realtà era una cosa mai tentata prima. Tieni conto che a Quelli che il calcio una grande rivoluzione fu pretendere che tutti noi dicessimo per quale squadra facevamo il tifo perché i giornalisti della Rai non dicevano. Si può chiamare gioco una cosa per cui uno non ha nemmeno la possibilità di dire per cosa tifa? Allora non è un gioco, è una guerra! Se gioco dev’essere gioco sia, quindi quell’idea ludica di Forza Italia ce la siamo riportata identica come modo a Quelli che il calcio. Poi in realtà la controscena o la spalla, per dirla meglio… In realtà un po’ c’è una timidezza di fondo che credo non sia mai superata e che quindi spinge sempre a mettere in relazione gli altri. Non ho mai fatto un monologo. Da imitatore mi paravo dietro le voci altrui. A Quelli che il calcio, io facevo dire una frase a uno, cercavo di connettere le cose…

Come eri passato dall’imitazione alla conduzione?

Quando tu eri bambino facevo un programma per ragazzi su RaiTre che si chiamava L’Orecchiocchio e poi Jeans su RaiTre il pomeriggio. Avevo vent’anni, ventuno, ed era il proto Mtv, per cui facevamo video musicali. Facevo 150-200 puntate l’anno in diretta. Vuol dire che intanto io per sei sette mesi l’anno stavo a Roma, a parte il sabato e la domenica che tornavo a casa…

A studiare…

Un po’ a studiare e un po’… avevo la fidanzata, quella che poi è mia moglie. Avevo ventiquattroanni, stavo in un residence che si chiamava Aurelia Antica…

E da lì andavi in Prati?

No, magari: andavo alla Nomentana…

Alla Dear? Dall’Aurelia Antica?

Guarda lascia stare, con la Diane… L’autore Pietro Galeotti voleva stare sull’Aurelia Antica per motivi sentimentali suoi, quindi alla fine abbiamo acconsentito tutti… Passavo molte ore in macchina, infatti quando mi dicevano usciamo rispondevo no!

Dicevamo della controscena.

È un sano parassitismo perché comunque sai secondo me si nasce o in un modo o nell’altro, ci sono i protagonisti e quelli che guardano, che se vuoi rasentano anche lo sfigato un po’, però… Io non son mai stato protagonista nel mio gruppo di amici, da ragazzo, mai. Ho sempre avuto la tendenza a osservare da fuori le cose.

Ci son stati momenti in cui ti sei detto “non posso andare avanti, non ho argomenti, non so che altri fare”?

Ma guarda, il senso di inadeguatezza c’è sempre, nel senso che quando hai la coscienza del privilegio che ti è capitato nella vita, cioè comunque di essere in un luogo dove, seppur non in prima persona, tu decidi cosa altre persone devono ascoltare quella sera… Io la vivo con molta responsabilità, devo dirti, questa cosa, però per quanto sia consapevole e responsabile cioè nel senso che io non ho mai usato la televisione per il mio potere personale, cioè non ho mai usato la televisione per accrescere il mio ruolo, il mio potere…

Però mi devi spiegare in che modo si potrebbe usare la televisione per accrescere il proprio potere.

Scegli un libro brutto anziché bello ma decidi che vuoi far uscire quel libro anziché no, fai un dispetto a qualcun altro, lo fai… Pensa se uno decidesse di rispondere in televisione ai giornali… Pensa che potenza. Puoi fare qualunque cosa: è una cosa che fanno in molti per altro. Se io ti fermo per strada e ti imbarazzo con la telecamera tu ti perdi comunque: un signore che stava indifeso camminando io ti vengo addosso con una telecamera o due, ti massacro comunque. Volendo uno può far qualunque cosa. Tu vai in televisione e decidi che passa un disco anziché no, un libro anziché no, un ospite anziché no. In base a quale ragionamento lo puoi fare?

(Poi passiamo alla pars construens, il lavoro dell’intervistatore.)

Il tema dell’intervista è entrare in relazione. Purtroppo spesso c’è pochissimo tempo. Noi due stiamo insieme qui un’ora a pranzo – io spesso con gli ospiti devo cercare di capire in quattro e quattr’otto prima di andare in scena perché magari l’ospite che non ho mai visto in vita arriva dieci minuti prima.

Ma hai momenti in cui senti “adesso questa intervista sta andando male” perché lui o lei non si sta…

Non perché lui o lei – ma perché mentre fai l’intervista one shot non hai la possibilità di tagliare, perché se uno potesse fare un’ora e poi tagli è fatta, è ovvio no? Quando tu hai venti minuti, o diciannove, o ventuno, è come suonare più che parlare: è come se tu avessi una pausa musicale in una jam session, si sente immediatamente. Diciamo che molte volte uno non è particolarmente lucido quella sera, che ne so può capitare di non essere in forma, diciamo che l’esperienza… lì si va col pilota automatico però può capitare… Comunque Che tempo che fa è la cosa che ho sempre desiderato fare e in realtà mi corrisponde più di qualunque altro… perché mi permette di occuparmi di cose che mi piacciono, libri che magari non avrei letto e che leggo…

Che tempo che fa è una trasmissione pedagogica. C’è un’espressione che usiamo con degli amici: tu sei un “Prete del Laicismo”.

La televisione ha involontariamente in sé questo potere affermativo, per il fatto solo che è lì quella cosa evidentemente merita di essere vista o ascoltata. Tieni conto che oggi non è più tanto così, in realtà: questo è un retaggio che ha la mia generazione. Perché la televisione quando ero piccolo io era il luogo dell’eccellenza. Se andava a dirlo lui è perché era lui che doveva essere lì, perché è il migliore in quella cosa… Poi non è detto che fosse vero, ma è quella che è stata percepita per tutta la televisione in bianco e nero e una parte della televisione a colori… Se vuoi con la funzione laica c’è una corrispondenza… Insomma ti obbligava a vestirti bene, quasi per guardarla, perché c’era comunque l’atteggiamento nei confronti della televisione: bisogna aspettare il telecomando per essere stravaccati, proprio un problema tecnico, quasi…

Quindi tu conservi l’assenza del telecomando nel tuo DNA…

Per forza: conservo lo stupore del fatto che qualcosa di lontano arrivi a casa tua vicino… Lo dicevo ad un mio amico ieri… un ricordo preistorico che vale non per il ricordo ma per il significato, il valore semantico… I televisori di quand’ero bimbo avevano una cosa che si chiamava alimentatore, sotto: c’era un carrello con sopra il grande televisore, sotto nella parte bassa del carrello c’era una roba che si chiamava alimentatore per cui tu – si diceva “scaldare le valvole del televisore”, tu dovevi dire “fra un quarto d’ora c’è il telegiornale, andiamo ad accenderlo!”

“Metti sul fuoco la televisione”.

Bravissimo, quindi quell’attesa… quella cosa lì ti dà il significato di come hai percepito quell’oggetto. Oggi io ho un figlio di 8 anni e una figlia di 4 che sanno che io lavoro in televisione naturalmente, ma non sanno cos’è la televisione, la fruizione è talmente personale… Se vuoi si può anche analizzare il fatto che gran parte della televisione oggi sia spudoratamente identica al privato, è come se si fosse persa la dimensione sociale o pubblica… Tu puoi andare a raccontare in televisione le cose più intime, più personali… Io non lo farei mai, perché io cosa vuol dire quella cosa lì: e non solo accade questa cosa ma la cosa che emenda il fatto che accada è che tu puoi ascoltare stasera, possiamo ascoltare insieme la confessione che ne so di un marito che dice alla moglie che era già sposato quattro volte, che aveva cento figli o disconoscere il figlio in diretta e noi rimaniamo stupitissimi ma noi stessi domani mattina non lo riconosciamo per strada perché la memoria… è talmente routine questa cosa… Se vuoi è un ragionamento più vecchio, più borghese, ma insomma non esiste dire in pubblico una cosa privata: io ho questa distinzione assoluta, in questo senso un cambio epocale, bisogna aspettare un bambino di oggi per sapere cosa sarà e se sarà la televisione fra vent’anni…

Questo tipo di televisione che fai si presta ad essere usato sia come Bignami, sia come canone della cultura contemporanea sia come appunto obiettivo da colpire…

Io credo che ci sia una malintesa idea di modernità e di forza che si esercita con l’essere volutamente scorretti, aggressivi o scortesi. In realtà ti dicevo prima… ci sono molti blog di persone incapaci che per il fatto solo di aggredire qualcuno noto ottengono il richiamo sull’ansa piuttosto che su un’altra agenzia o su un sito qualunque e questo costruisce la loro carriera. Però, per esempio, ora tu mi stai facendo un’intervista e stai facendo delle domande gentili e credo non reticenti, ma sei gentile, no? Se la stessa cosa la facessi in televisione la faresti uguale e io ti garantisco che farei anche io la stessa identica cosa e ti sentiresti dire che probabilmente avresti dovuto dirgli, “Come mai non l’hai attaccato?”, e se ci pensi basta sfogliare online i giornali e tu vedrai quante volte comunque i sostantivi che esprimono aggressività sono usati comunque come spia, come specchietto per le allodole, “se non c’è la polemica non leggo l’articolo”, sono stupidaggini colossali, è sempre tutto fatto per un tempo così veloce che non ha più la voglia dell’analisi, della lettura, dell’approfondimento ma è soltanto tutto molto percettivo…

Due cose: la celebre frase di Moretti che ti prende in giro quando gli fai i complimenti per il film e ti risponde: “Ma tu dici a tutti che è la tua cosa preferita”. E poi: mentre intervistavi Castellitto l’altra sera e lui diceva “è stata soprattutto un’esperienza di vita” io mi son detto “Ma come fa a non scoppiare a ridere?”…

Lui diceva che è stata un’esperienza di vita andare in Iugoslavia a girare il film, no? Be’, probabilmente per lui lo è stata veramente…

Però tu sei il tipo che nasce come imitatore, comico…

Però io quel film lì l’ho visto e quindi tu puoi dire che t’è piaciuto o non t’è piaciuto ma che quella cosa lì venisse fuori non c’è dubbio, eh. Io ho girato nel novantacinque un film in Africa, un documentario; quando son tornato io per due anni ma per due anni veri non solo non ho parlato d’altro, ma se vedevo l’acqua aperta in un bar gli chiedevo la cortesia di chiuderla, ho rotto le balle a mezzo mondo nel quartiere. Quindi il fatto che il regista dica del proprio film è stato un’esperienza di vita uno può ridurre o dire così, però ci stava. Nanni invece disse quella cosa anche molto allegra dal mio punto di vista ma credo che lui la disse semplicemente per eccesso di confidenza, nel senso che sai che il suo autore, sceneggiatore, Francesco Piccolo, è uno degli autori miei, quindi molto banalmente è una cosa detta… Se tu mi dici “Ammazza come sei invecchiato, sei pelato” se poi la dici lì diventa “Ah, gliel’ha cantata!”, capito?

Una delle poche cose che ho imparato, la parola che ti ho detto all’inizio, responsabilità. Io mi son sempre detto che in venti minuti d’incontro con una persona che non è di solito un mio amico – gli amici sono rarissimi, delle migliaia di persone che incontri, forse io ho meno di dieci amici – io mi son sempre chiesto “che diritto ho di fargli male?” e non ho mai trovato una risposta, cioè che diritto hai di far male a qualcuno che non conosci (o che conosci, è uguale). Un conto è chiedere una cosa, qualunque cosa, anche la più scortese – però stai parlando di una persona, quella persona lì ha una vita che avrà un lato chiaro, uno scuro, dei problemi, cioè io son sempre in questo senso portato a capire il perché uno è in un certo modo, ma io non riuscirei mai a essere volutamente aggressivo nei confronti di qualcuno per essere aggressivo, soprattutto in televisione…

Nella vita se tu devi dire anche al tuo più caro amico Sei uno stronzo non è che vai lì e gli dici sei uno stronzo, probabilmente è la fine di un ragionamento che ti porta a parlare molto e ad avere un grado di confidenza serio per poter dire una cosa grave. Quando questa cosa accade in televisione e anche la cosa più importante viene comunque interrotta dalla pubblicità secondo me c’è una forma che prevale talmente tanto sulla sostanza che non si può che rimanere ad un livello…

Di cortesia…

Io l’altro giorno ho intervistato Grossman, questo libro secondo me meraviglioso [Caduto fuori dal tempo, Mondadori], un libro che si legge in tre ore, io c’ho impiegato tre settimane perché è un libro illeggibile da chi è padre, un libro che parla solo della morte dei figli. Il mio unico problema era non pronunciare il nome di suo figlio. Perché ho detto se io fossi in questa situazione potrei permettere a uno che conosco, ma poco, di pronunciare quel nome? Io no: è sacra quella roba lì. E uno può dire “Come mai non gli hai chiesto come ti sei sentito il giorno che è morto tuo figlio”. È molto più difficile non fare una cosa spesso che farla, eh. Però ti ripeto questa è una cosa che si impara un po’ per carattere, un po’ per educazione e un po’ per esperienza di lavoro, non è detto che sia la cosa giusta, ci sono altri che fanno un’altra cosa però non è che uno può farlo per far piacere a… Però la cosa impressionante è che la maggior parte delle domande sono su questa stravaganza mia che è quella di essere buonista, cioè di non essere aggressivo.

Io posso aver intervistato Bertolucci, mi chiedono “Perché non gli hai detto che quella cosa faceva schifo?” La fruizione della televisione, in particolare del talk, secondo me, non è mai rispetto al contenuto quindi rispetto a quello che hai visto o sentito durante quella conversazione, ma è Come mai non sei stato aggressivo, come se l’unico canone che desse in qualche modo… come mai non c’è stata la polemica… cioè uno può dire la più grande notizia del mondo, può dire fra vent’anni non c’è più acqua nel pianeta, niente… Se uno insulta durante la stessa intervista Marchionne quella roba lì diventa titolo. Questa cosa qua implica una generazione evidentemente cresciuta in un certo modo, che non avrebbe mai fatto la generazione precedente! Biagi quando mi raccontava di sé mi diceva “ricordati che le parole fanno male” sempre mi ha detto lui, sino all’ultimo… mi diceva “Guarda che noi possiamo fare molto male con le parole”…

A proposito di maestri: qual è il tuo canone di classici della televisione anche contemporanea voglio dire…

Guarda, chi mi è capitato in sorte perché certamente come ti dicevo a parte le persone che ti ho nominato prima – Sacerdote, Voglino – certamente Enrico Vaime col quale io ho fattoventicinque anni di radio tutti i sabati, una conversazione che si chiama Black Out che c’è ancora, c’è Neri Marcorè al posto mio. Ho fatto proprio all’inizio, dopo il provino la prima cosa che mi hanno fatto fare è stata la radio.

E subito con Vaime?

Sì c’era Vaime e Luciano Salce. Quindi la cosa che ancora mi vengono i brividi quando ci penso è che io avevo diciannove anni e avevo davanti due persone che formano proprio il gusto, non c’è un’altra parola… Qualunque cosa dicevano… erano cattivissimi, di un cinismo meraviglioso. Ma ho capito ma le regole, che cosa fa ridere, che cosa non fa ridere, che cosa si può dire, che cosa non si può dire, non perché sia vietato ma perché il buon gusto te lo vieta, è esattamente come se dovessi imparare a scrivere.

Ma se dovessi dirmi delle cose che hai imparato da lui, da Vaime e da Salce?

L’equilibrio, il gusto… Delle regole che tu non sai neanche spiegare ma che senti che quella cosa lì non si può dire, cioè certe cose non si possono dire… È molto difficile riuscire a raccontarle nella vita, è per questo che ho definito eccellente il libro di Grossman… Le cose più difficili come sai, da scrittore, sono i grandi dolori e le grandi gioie, che se ci pensi poi sono anche due campi in cui io in televisione riesco molto difficilmente ad entrare, invadere: grandi gioie, grandi dolori, molta attenzione, che poi è l’aspetto più privato delle persone quindi è un territorio difficile… Quindi sicuramente loro e poi di mio aggiungo Renzo Arbore perché è per me la televisione, è proprio l’aspetto più gioioso, ludico che potessi immaginare, l’inarrivabile. Poi però lo sai che son stato vicino di casa di Mike Bongiorno per tanti anni? La vita è strana. La persona che più ho frequentato dal punto di vista televisivo è stata Mike perché a un certo punto la mia vita, negli anni non dico recenti ma facevo Quelli che il calcio e subito dopo anche… forse già facevo Che tempo che fa… Vabbè a un certo punto affitto casa di Mike nell’appartamento sotto casa di Mike e quindi per alcuni anni son stato suo inquilino nonché vicino di casa. Mi son capitate sempre cose stravaganti nella vita, alla fine questo mestiere consente incroci…

E da lui cosa hai preso umanamente? Lui era incosciente o era diverso?

Lui era perfetto. Mi ricordo una volta una telefonata, mi ha chiamato e mi ha detto, prima di cena, “Volevo dirti una cosa: siamo molto fortunati perché hanno aperto un supermercato nella nostra via!” Dico “Ma tu quando mai sei andato al supermercato?” “Mai. Ma semmai mi servisse di andare al supermercato adesso ce l’abbiamo sotto casa, è molto comodo!” Quindi per dirti, era un tipo strano, molto preciso, in questo senso eravamo molto simili, molto maniacale e anche io… poi vabbè lui…

Che tempo che fa è del 2002. Per fare il talk show moderno, voglio dire, che modelli…

Io ho sempre detto che David Letterman è una grande fonte di ispirazione ma non tanto per la scrivania, ma perché secondo me lui, almeno rispetto a me… cioè quello che io ho rubato non era tanto l’ironia, che non ho uguale, ma il gusto della conversazione nel senso che rispetto a noi lui nelle interviste poteva anche parlare e basta. Non è che lui a Obama fa le domande. Cioè se io facessi la stessa cosa a Monti io sarei morto il giorno dopo. Lui è capace di dirti: “Presidente i suoi capelli sono molto imbiancati, che shampoo usa?” e parlano per cinque minuti dello shampoo dopo di che dice “Sua moglie è a casa, la sta guardando? Vuole dire qualcosa? Sì grazie arrivederci!” Cioè questa cosa qua che secondo me è altissima non perché ci sia reticenza ma proprio perché sprechi… È un lusso clamoroso, da noi è subito reticenza. Da noi tu guarda veramente anche i titoli di giornale, le locandine: è solo nera, strage, arrestato. Le persone normali, grazie a dio, non passano il tempo a essere inquisite ma magari hai più piacere con un amico di parlare del libro che hai letto, del film che hai visto, la vacanza che hai fatto, la donna che ti piace cioè milioni di argomenti che sono quelli che fanno la vita e che invece sono considerati sempre inopportuni perché non sufficientemente…

Io invece quando ho cominciato il programma ho detto l’esatto contrario: mi piacerebbe moltissimo fare conversazione e ogni tanto con alcuni ospiti ci si riesce, non è facile ma ci si riesce. Tu guardati l’ultima intervista che Letterman ha fatto a Obama, lui è un elettore dichiaratamente democratico, per Obama, tu ascolta l’intervista quella che fece a Carla Bruni, mi ricordo che io la guardai perché avrei avuto Carla Bruni qualche settimana dopo, e parlavano esclusivamente dei cappelli della regina Elisabetta, lui le mostrava i cappelli. Ma se l’avessi fatto io e non avessi chiesto di Battisti… Capito? Ma non perché io non mi renda conto che quella cosa fosse importante ma perché personalmente mi divertirebbe enormemente di più…

(Non c’è una pausa. La televisione è tutto, se n’è parlato fino a un finale abbastanza lirico.)

Ma sai se ti dovessi dire la cosa più fortunata del mio mestiere è che per motivi abbastanza casuale, tu citavi Quelli che il calcio che ho fatto per 8 anni, adesso questi son 10, son tanti, la cosa più straordinaria che mi sia capitata è che io ho continuato ad avere il tempo del calendario scolastico, cioè i programmi che ho fatto erano programmi stagionali e quindi ho sempre avuto il calendario scolastico… e la cosa che con grande civetteria mi piace molto notare è che quando penso a me io torno indietro immediatamente al giorno in cui ho cominciato con la televisione: nel senso che per me è come se fosse una parentesi che un giorno si chiude e torno dov’ero.

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Scritture primarie https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/ https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/#comments Sat, 07 Dec 2013 15:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16924 Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull'Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

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Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

Il libro di Cuperlo, d’altronde, è il più vecchio non solo perché è uscito quattro anni prima, perché parte dal remoto 1921, perché è stato scritto dal più vecchio fra i tre candidati (Cuperlo ha 14 anni più di Renzi e Civati). È il più vecchio perché Cuperlo scrive senza guizzi, mettendo in fila capitoli troppo lunghi per spiegare efficacemente e troppo piatti per raccontare appassionatamente. E anche perché ha un opacissimo titolo dialettale (Cuperlo è di Trieste), che oltretutto rimanda alla fiducia riposta da alcuni vecchi militanti nello statuto del Pci: “xe inutile far polemica col partito… gavemo un Statuto no? E te sa perché el se ciama Statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta zercar!”. Come dire: il nome è cambiato, ma il partito è sempre quello (dall’88 al ’90 Cuperlo è stato segretario nazionale della Fgci, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani). Inutile cercare tanto in giro: fidatevi del partito e tutto si risolverà. Non sarà un caso che nei titoli dei capitoli ci si riferisca spesso a un noi che è da identificare proprio col Pd: “La crisi e Noi”, “Il Nord, la Destra e Noi”, “La Sicurezza, la Destra e Noi”.

Ancora oggi, d’altra parte, Cuperlo è l’unico dei tre ad aver inserito il nome del partito nel proprio slogan: “Bello e democratico. Il tuo Pd per il paese di tutti”. (Paese, tra l’altro, è definizione dalemiana: Un paese normale, s’intitolava il libro pubblicato da Mondadori – già di proprietà berlusconiana – nel 1995. E soprattutto lo slogan ricorda un tormentone canoro di qualche tempo fa: la sovrapposizione fra democratico impossibile va considerata un lapsus?). Per i due candidati ‘giovani’, invece, il noi è sempre riferito a qualcosa di più ristretto – il gruppo di lavoro, i collaboratori, la cerchia dei sodali – o a qualcosa di molto più largo: la generazione a cui si appartiene, le persone stufe di come vanno le cose; nel caso del sindaco Renzi anche al noi municipale di Firenze.

De bello democratico

Civati e Renzi parlano soprattutto in prima persona. Entrambi amano citare un pantheon pop fatto di cantanti, registi, attori (Civati un po’ di meno); entrambi amano la frase a effetto, il gioco di parole (Renzi un po’ di più): tutte conseguenze del comune imprinting generazionale. Ma le differenze non sono soltanto di misura.

In Civati il gioco di parole è quasi sempre allusivo, basato sul ricalco di quella che si suppone un’enciclopedia in comune col lettore (o elettore). Dal marxiano – marxista sarebbe davvero troppo – Uno spettro (non) si aggira per l’Italia che apre Il manifesto del partito dei giovani (2011) al cinematografico Giovani, carini e soprattutto disoccupati, dal latineggiante De rottamatione fino ai vari L’abbiamo fatta Grosse Senza Sel e senza ma. Nei suoi testi, didascalicamente scanditi da brevi paragrafi, Civati nomina Ugolino e Anchise, parla di crowdsourcing e del Compagno Excel, cita ironicamente Cicerone (Quo usque tandem?), con l’idea di raggiungere un pubblico che condivide la sua stessa cultura: laureati, insegnanti, il nuovo precariato intellettuale. Per questo può permettersi di riportare molti dati statistici, di chiamare in causa scrittori coetanei come Lagioia, Raimo, Parrella; può parlare, senza dilungarsi in spiegazioni, di Erasmus o di startup.

Renzi invece non si limita, come Civati, a citare Vecchioni o Gino Paoli. Fa sua l’intuizione di Tiziano Scarpa per cui ormai “è la cultura pop che fonda la nostra identità nazionale”, e (senza probabilmente averla mai letta) la trasforma in una modalità di scrittura totalizzante: in quell’immaginario ambienta tutta la sua narrazione. Le auctoritates evocate nelle epigrafi di Fuori! (2011) sono Clint Eastwood, Jose Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina; tanto che, quando si vedono spuntare Baden Powell e Calamandrei, viene in mente la jovanottiana “grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” (non è lui, d’altronde, il più grande politico dopo il big bang?). In altri suoi libri s’incontrano Balotelli e Guardiola, “il derby di personalismi”, “il catenaccio di una sinistra rassegnata”, come a ribadire che Renzi – più che con la Fgci – ha una certa dimestichezza con la Figc (la Federazione Italiana Giuoco Calcio).

La banale bellezza

Rispetto a Civati, Renzi non spiega: racconta. Per questo allunga i capitoli e accorcia le frasi; e non si limita a un tono affabile, ma satura la sua scrittura di segnali discorsivi: marche di (finto) parlato che diventano, tramite l’iterazione, una specie di marchio di fabbrica: “Ok, lo so: la maggioranza dei miei colleghi politici dice che tutto va male”; “Intendiamoci, bisogna anche saper sorriderci sopra”, “Fortunatamente o sfortunamente, sia chiaro”. I suoi aggettivi preferiti sono semplice banale, perché la sua sfida (altra parola chiave) è “la rivoluzione del buon senso”, che deve riuscire a convincere anche gente come suo nonno e sua zia (entrambi protagonisti di aneddoti). Infatti i suoi giochi di parole non richiedono un particolare sostrato culturale: “contro tromboni e trombati”, “sa di fuffa e forse perfino di muffa», «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto” (“c’è un problema di vocali”, commenta lo stesso Renzi: come quelle che si compravano alla Ruota della fortuna?).

Il fatto è che la rivoluzione di Renzi (Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, 2012) consiste soprattutto in questa banalizzazione (“Dante era un ganzo … Detta male: gli garbava di vivere”), in questa semplificazione sempre attenta a “non buttarla in politica”. Il suo stil novo più che uno stile è una elasticissima postura. Riflette la sua immagine fluida, cangiante: dal giubbotto alla Fonzie con cui si presentò dalla De Filippi alla tenuta da maratoneta della domenica, dalle maniche arrotolate alla fascia tricolore. Immagine ben diversa da quello di Pippo Civati, che Paolo Virzì descrive come “lo studente che primeggia a scuola e che però passa volentieri i compiti ai compagni più somari … metà Bob Kennedy, metà Stefano Accorsi”.

Renzi non cerca, come Civati, la geometria numerica delle 10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito (2012) o dei 101 punti per cambiare (la cifra vuole alludere ai franchi tiratori contro Prodi, ma finisce col ricordare la carica dei piccoli dalmata). Al “futuro interiore” di Civati, Renzi preferisce il presente assoluto di Adesso!; all’introspezione centripeta per cui “il Pd deve aprire le porte e le finestre, senza temere infiltrati”, l’estroversa vocazione del Fuori!; alla negazione che – come insegnano i cognitivisti – rischia sempre di affermare (Non mi adeguo! vorrebbe richiamare l’Indignatevi! di Hessel, ma evoca pericolosamente il “non capisco, ma mi adeguo” di Quelli della notte), Renzi risponde con la rimozione: Oltre la rottamazione (titolo che peraltro conferma l’ispirazione di Adesso!: l’album di Claudio Baglioni che seguì La vita è adesso s’intitolava proprio Oltre).

Entrambi, Renzi e Civati, hanno scelto d’inserire nel loro slogan il cambiamento. Ma Civati rimane prigioniero del paradosso tautologico (“Le cose cambiano, cambiandole”) e di un logicismo un po’ logorroico: la mozione congressuale che porta questo titolo è lunga ben 70 pagine. Mentre Renzi sceglie un “L’Italia cambia verso”, declinato in un documento di sole 18 pagine. Slogan forse poco felice in sé (“vien subito in mente un’Italia che prima magari grugniva, e adesso che fa? squittisce?”, ha commentato Annamaria Testa), che però acquista forza grazie alla soluzione grafica di contrapporre specularmente una parola negativa e una positiva, scrivendo la prima da destra verso sinistra: “paura / coraggio”, “burocrazia / semplicità”, “il cavaliere / gli italiani” (dunque il primo va a sinistra, gli altri a destra).

Appare così evidente, una volta per tutte, il passaggio di Renzi dall’ideologia (“sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo”) all’ideografia. Nel vestiario, nel vocabolario, nella scelta dei testimonial, tutta la sua comunicazione procede accostando simboli diversi, secondo una logica prettamente narrativa, cioè (come ci ha insegnato Matte Blanco) onirica: in cui si può tranquillamente violare il principio d’identità e non contraddizione. Molto meglio e molto più di qualunque discorso argomentativo, questa comunicazione iconica riesce nell’intento di trasmettere emozioni a un pubblico il più vasto possibile. E poi, se rivoluzione vuol dire etimologicamente capovolgimento, cosa c’è di più rivoluzionario che scrivere i contrari al contrario? Basta col “perdere bene”: ora l’imperativo (l’infinito, a dire il vero) è “vincere”.

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Amore & Whatsapp https://minimaetmoralia.it/societa/whatsapp/ https://minimaetmoralia.it/societa/whatsapp/#comments Fri, 06 Dec 2013 06:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16887 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d'esordio Addio, Monti, dal nome dell'omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, si produce qui in una barthesiana disamina di Whatsapp. Questo pezzo è uscito su Studio.

Aggiorna! A breve arriverà whatsapp 3.0, nuova versione del più grande generatore di ansie contemporaneo (con nuove importanti funzioni come l’invio di immagini multiple, e tre diversi tipi di abbonamenti) mentre dei giorni scorsi è il dato “storico” del superamento del datato sms, con relativo crollo di fatturati telefonici, ma soprattutto prospettive di crolli nervosi diffusi.

Con whatsapp infatti è ovvio che tutta una serie di comportamenti ossessivi sta diventando palese soprattutto nel Discorso Amoroso: l’infame sistema acutizza soprattutto dinamiche tendenzialmente patologiche tra Soggetto Chiamante (SC) e Oggetto Desiderato (OD).

Azzardando una lettura barthesiana* e strutturalista del Discorso Amoroso su whatsapp e cominciando dall’avvertenza necessaria («Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere  non mi faranno mai amare da chi io amo») e dalla messa in guardia sugli abusi di Emoji: («L’innamorato è dunque artista e il suo mondo è effettivamente un mondo alla rovescia, poiché ogni immagine vi ha la sua propria fine – niente al di là dell’immagine»), naturalmente non sfugge che centrale è il topos dell’assenza – («L’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione nasce una sorta di presente insostenibile»). È un’assenza defatigante, peraltro: sempre Barthes: «L’assenza si protrae e bisogna che io la sopporti. Io devo perciò manipolarla: trasformare la distorsione del tempo in un movimento di va e vieni, produrre del ritmo. L’assenza diventa una pratica attiva, un affacendamento che mi impedisce di fare altro».

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, si produce qui in una barthesiana disamina di Whatsapp. Questo pezzo è uscito su Studio.

Aggiorna! A breve arriverà whatsapp 3.0, nuova versione del più grande generatore di ansie contemporaneo (con nuove importanti funzioni come l’invio di immagini multiple, e tre diversi tipi di abbonamenti) mentre dei giorni scorsi è il dato “storico” del superamento del datato sms, con relativo crollo di fatturati telefonici, ma soprattutto prospettive di crolli nervosi diffusi.

Con whatsapp infatti è ovvio che tutta una serie di comportamenti ossessivi sta diventando palese soprattutto nel Discorso Amoroso: l’infame sistema acutizza soprattutto dinamiche tendenzialmente patologiche tra Soggetto Chiamante (SC) e Oggetto Desiderato (OD).

Azzardando una lettura barthesiana* e strutturalista del Discorso Amoroso su whatsapp e cominciando dall’avvertenza necessaria («Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere  non mi faranno mai amare da chi io amo») e dalla messa in guardia sugli abusi di Emoji: («L’innamorato è dunque artista e il suo mondo è effettivamente un mondo alla rovescia, poiché ogni immagine vi ha la sua propria fine – niente al di là dell’immagine»), naturalmente non sfugge che centrale è il topos dell’assenza – («L’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione nasce una sorta di presente insostenibile»). È un’assenza defatigante, peraltro: sempre Barthes: «L’assenza si protrae e bisogna che io la sopporti. Io devo perciò manipolarla: trasformare la distorsione del tempo in un movimento di va e vieni, produrre del ritmo. L’assenza diventa una pratica attiva, un affacendamento che mi impedisce di fare altro».

Quest’affacendamento ruota soprattutto intorno allo status online, che genera due tipi di angoscia (quando «il soggetto amoroso si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono, di un improvviso cambiamento»): angoscia  passiva – trovare il proprio interlocutore online in orari improbabili (cosa ci facevi online alle 4 di mattina?; continuare a controllare a che ora l’Altro si collega; oppure quando l’OD appare online ma non risponde dopo aver ricevuto il messaggio del SC che risulterà letto (doppia V di spuntatura, su cui si ritornerà in seguito), dunque starà parlando con qualcun altro. Chi mai? (siamo all’Inconoscibile: «Io sono prigioniero di una contraddizione: da una parte credo di conoscere l’altro meglio di chiunque, e glielo dichiaro trionfalmente; dall’altra, sono spesso colpito da questa evidenza: l’altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai»).

La mancanza di risposta certificata dallo status online in risposta (muta) a un messaggio del SC è particolarmente dolorosa se arriva dopo una dichiarazione impegnativa – «all’io-ti-amo vengono date risposte mondane di diverso genere: “io no”, “non ci credo”, “perché dirlo?”, ecc. Ma il vero respingimento è: “non c’è risposta”: io vengo annullato in modo più sicuro se sono respinto non solo come soggetto domandante, ma anche come soggetto parlante (…). Non c’è risposta, dice la madre, per mezzo di Françoise, al giovane narratore proustiano, che quindi si identifica con la fille respinta dal portinaio del suo amante: la Madre non è proibita, ma preclusa, e io impazzisco».

C’è poi un terzo caso di angoscia attiva, in cui il SC, in modo patetico, decide di segnalare la sua presenza, scegliendo di palesarsi in maniera improbabile all’OD apparendo online, questa volta lui, a ore improbabili. Il SC sta in casa tutto il giorno, non esce la sera perché depresso: mette la sveglia alle 4 di mattina, per simulare vita notturna e apparire online nel caso (altamente irrealistico) che l’OD controlli il di lui status – e siamo alla Catastrofe: «Crisi violenta durante la quale il soggetto, sentendo la situazione amorosa come un vicolo cieco, una trappola da cui non potrà mai più uscire, si vede destinato a una totale distruzione di sé». Spesso quest’ultima strategia porta poi il SC non solo ad alcun risultato, ma a uno stato di alterazione che si protrarrà fino alla mattina inoltrata con l’incapacità di riprendere sonno, umor nero e scarse performance lavorative.

Naturalmente seguendo questo climax si valutano anche le scelte più estreme: cambiare le impostazioni togliendo la funzione “data e ora dell’ultima volta online”. In questo modo, gli altri e soprattutto l’OD non vedranno più quando il SC si è connesso l’ultima volta. Però da una parte questa scelta non risolve completamente il problema – si vedrà comunque quando il SC è online; dall’altra, è una decisione vagamente masochista perché il SC non vedrà più lo status dell’OD. E siamo all’Ascesi: «Sia che si senta colpevole nei confronti dell’essere amato, sia che voglia impressionarlo mostrandogli la sua infelicità, il soggetto amoroso abbozza una condotta ascetica di autopunizione». È una scelta che va valutata con cura anche perché (vedi Assenza), ci possono volere almeno 24 ore perché l’opzione si attivi e altrettanto per ripristinarla (cosa assai frequente così come il Rimpianto – «provando a immaginarsi morto, il soggetto amoroso vede la vita dell’essere amato continuare come se niente fosse».

C’è poi l’opzione definitiva, quella del blocco o dell’Esilio («decidendo di rinunziare allo stato amoroso, il soggetto si vede con tristezza esiliato dal proprio Immaginario»). Da valutare con attenzione. Un po’ perché nell’improbabile caso che l’OD forse perché annoiato o forse perché rinsavito scelga di inviare al SC dei messaggi, potrebbe non accorgersi del blocco – sul suo telefono comparirà solo la singola spuntatura all’ultimo messaggio e l’ultimo accesso del SC; e il giorno in cui il SC deciderà di sbloccarlo, i suoi messaggi saranno andati persi definitivamente nell’etere, come una stella morta. È tutto finito, dunque: «Nel lutto reale, è la prova di realtà a mostrarmi che l’oggetto amato ha cessato di esistere. Nel lutto amoroso, l’oggetto non è né morto né lontano. Sono io a decidere che la sua immagine deve morire. Per tutto il tempo che durerà questo strano lutto, dovrò portare il peso di due infelicità fra loro contrarie: soffrire per il fatto che l’altro sia presente (e che continui, suo malgrado, a farmi del male) e affliggermi per il fatto che egli sia morto».

E sarà un caso poi che whatsapp, intesa come società, coerentemente con la sua funzione di macchina celibe e ammazza-relazioni, rifiuti il corteggiamento di concorrenti-pretendenti come Google e Facebook che la vorrebbero fortemente. Vuole rimanere sola.

*Tutte le citazioni sono tratte da Frammenti di un discorso amoroso, edizione Einaudi 2001, traduzione di Renzo Guidieri.

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E mentre in televisione si consumavano ore di discussione su concetti astratti, come la #crisidigoverno… qualche giorno fa https://minimaetmoralia.it/interventi/crisi-e-lavoro/ https://minimaetmoralia.it/interventi/crisi-e-lavoro/#comments Wed, 09 Oct 2013 09:54:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15746 di Olga Mascolo

Ogni giorno è una delusione in più per noi trentenni something che restiamo. Si parla dei cervelli in fuga, ma non nel modo in cui bisognerebbe: cosmetica pompata della notizia.

Se ne stanno andando tutti, cervelli e controcervelli.

Gli italiani se ne sono sempre andati dall’Italia, da che mondo è mondo. Mia sorella è partita una decina di anni fa: fu l’Erasmus. Nel suo caso si trattava di un vero e proprio esempio di cervello in fuga, ma per amore, che si è trasformato in poco tempo in esempio di donna in carriera. Ora è uno dei 200 cervelli promettenti della Shell. Donna o non donna.

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cicchitto_sallusti

di Olga Mascolo

 

“Tu lo sai bene come la penso, io ho scritto un libro sulla strumentalizzazione politica dei processi”

“Guarda che stiamo facendo un favore alla sinistra”

Cicchitto a Sallusti, Ballarò 1-10-2013

Ogni giorno è una delusione in più per noi trentenni something che restiamo. Si parla dei cervelli in fuga, ma non nel modo in cui bisognerebbe: cosmetica pompata della notizia.

Se ne stanno andando tutti, cervelli e controcervelli.

Gli italiani se ne sono sempre andati dall’Italia, da che mondo è mondo. Mia sorella è partita una decina di anni fa: fu l’Erasmus. Nel suo caso si trattava di un vero e proprio esempio di cervello in fuga, ma per amore, che si è trasformato in poco tempo in esempio di donna in carriera. Ora è uno dei 200 cervelli promettenti della Shell. Donna o non donna.

Di questi tempi invece, andarsene non è quasi più una scelta, è un atto dovuto nei confronti della propria intelligenza, del tempo speso sui libri, del diritto a un forse. Di fughe amorose ce ne sono poche: anzi, è più comune che gli amori finiscano a causa delle nuove distanze. Se ne va chi sa l’inglese o chi non lo sa, chi non ha una famiglia che lo mantenga a vita, chi ha voglia di mettersi in gioco per ricevere una risposta rapida. Molto spesso alzando il dito medio, ma ancor più spesso portandosi dietro poca roba: chi se ne va non sbatte la porta. A voi altri la bega dell’eterna campagna elettorale, le discussioni eterne su #B, sui salvataggi di Alitalia, i talk show, ecc.

Di recente sono stata a Londra, città in cui ho vissuto per un po’. Londra è piena di italiani, mai come prima, di tutte le età. Uno dopo l’altro vedo i miei coetanei andarsene dall’Italia per trasferirsi nella swinging (o altrove). Ed è giusto così. Hanno studiato anni, si sono laureati a pieni voti, non hanno voglia di sentirsi giovani e precari a vita. Anzi, hanno voglia di fare una delle cose più belle che esista al mondo: godersi la giovinezza adulta con soldi, con un minimo almeno, senza chiedere ai vetusti ma e pa.

L’enciclopedia dell’abbandono del suolo italico è cominciata, per me, col mio ex fidanzato. Laureato in legge, 110 e lode, a Torino. Tipo brillante. Master a Bruxelles. Finisce il master e resta a Bruxelles. La pratica di avvocato in Italia è pagata 500-600 euro al mese. A Bruxelles, pratica o non pratica, se fai il lavoro di avvocato ti meriti lo stipendio di un avvocato agli inizi, ossia 2700 euro al mese.

Ma adesso, di questi tempi, le cose si fanno più gravi: se ne stanno andando anche coloro che hanno sempre contribuito alla res publica. Se ne vanno quelli della mia età che al liceo (o superiori, whatever) stavano in un partito, che poi a un certo punto si sono candidati alle comunali o cose, quelli che facevano politica. Se ne vanno gli “attivi”: quelli che leggono i giornali, gli editoriali, che si sparano qualcuno dei talk show di moda, che un po’ twittano o che comunque discutono. Insomma, se ne vanno quegli intellettuali che attivamente hanno sempre chiacchierato, blaterato, di quel blablabla dialettico necessario a.

Se ne vanno perché non c’è lavoro. Se ne vanno perché in Italia è tutta una delusione. Per molti, moltissimi di loro in prima istanza c’è stata una delusione politica: Forza Italia, PDL ecc. C’è tutta una destra giovane e illuminata, di miei coetanei, che fatica a trovare collocazione. Io al liceo stavo a sinistra. Per noi non c’è mai stata delusione, ma masochismo. E sbalordimento. E non c’è delusione se c’è masochismo. E sbalordimento.

Adesso queste divisioni non esistono più. Non esiste il “stai facendo un favore alla sinistra” di Cicchitto. Esistono problemi strutturali, e le collocazioni politiche sono lussi, lussi nutriti  dai populismi europei. L’esempio che ha fatto traboccare il mio vaso: Francesco, mio compagno di classe al liceo. Francesco ha aperto una startup di software in Italia. Si è indebitato, i lavori sono andati lenti, non ce l’ha fatta più. Si è trasferito a Londra, dove per aprire una società ci vogliono 10 £. Sempre a Londra ti apri una p. iva e ci paghi le tasse se ci guadagni (devo dire che l’unico cerotto intelligente del governo Monti è stato la p. Iva tariffa superyoung, che, connessa al mio tesserino da giornalista, mi consente di pagare ZERO tasse. Zero tasse su avvisi di fattura, comunque).

Io e Francesco ci siamo visti in un pub di Notting Hill, e abbiamo parlato un po’ di cose varie così come si faceva quando eravamo giovanissimi: lui è un liberista che come in tanti si è affidato al PDL della prima ora (e quindi a Forza Italia), per poi virare su Giannino e per poi. Tra noi ci sono sempre state discussioni, ma da molto tempo io non brucio la sella del suo motorino, e lui non mi scaglia lo spigolo del banco contro la mia cellulite. Io non gli dico “stronzo” e lui non mi dice “terrona”.

Ora non solo lui mi ha offerto i drink e non siamo più in due partiti diversi, ma la pensiamo molto spesso allo stesso modo. Spinti unicamente dal buon senso. È un peccato che non ci offendiamo più. È un peccato essere d’accordo.

Gli chiedevo se avesse letto tale editoriale o sentito altra cosa. La sua risposta è stata “no, non seguo più le cose italiane. Arrivo a casa stanco e non ne ho voglia”.

Non vedo molta prospettiva per questo Paese. Senza nemmeno dilungarsi su quello che va, o su quello che non va a colpi di sigle iva imu service tax robin hood yourmothafucker. Basti questo a un livello culturale: giovani che non ce la fanno più (non ce la fanno più), mettono da parte questa loro coscienza civica autarchica – che non si sa bene dove si siano procurati – e se ne vanno. Perché, ok masochismo, ma a tutto c’è un limite.

Ma ancora di più deve bastare il motivo strutturale, semplice come bere l’acqua: non c’è lavoro. Non è la crisi della politica, la crisi dei supermercati, la crisi degli stabilimenti balneari. La crisi delle meches versus sciatush. La crisi del verso a gradino sconfitto dall’elenco. La crisi delle canzoni di Vasco Brondi. La crisi di governo. Non.c’è.lavoro. Detto come se fossi una nera in una sit com americana. Muovo il dito indice e dico: hey man, lemme tellya: N.O.N. C.È.L.A.V.O.R.O.

La disoccupazione è tale che bisogna farsi raccomandare per fare il guardarobiere in un locale notturno. “so il francese e l’inglese, posso parlare con gli erasmus” (mi spiace: c’è già una con cui faccio cose che mi ha chiesto di poter fare la guardarobiera, e sa lo spagnolo).

Corollario antropologico amoroso riproduttivo

Senza contare un aspetto pratico. I giovani se ne vanno tutti e noi femmine usciamo coi gli almenoquarantacinquennialCIALIS – e va bene eh, c’è una vasta bibliografia fino al Medioevo che ci autorizza, e autorizza le milf a farsi i giovinetti. La gerontofilia può anche essere una passione. Non posso dirlo della pedofilia perché non sta bene (ma metti, dai, metti sopra i 18). Sicché, due sono le facce della stessa medaglia. Quando esco a Londra e porto fuori un mio amico italiano, state pur certi che è un tipo carino, intelligente e ACialitico. E le mie amiche straniere si fanno un’idea fastidiosamente TROPPO positiva dell’italiano medio.

L’altro aspetto è che visto che anche noi trentenni abbiamo bisogno di giovinezza, fissiamo appuntamenti telefonici con i ventitreenni, i quali sicuramente ci smerderanno con considerazioni di un cinismo senza pari che i vecchi se le vedono col binocolo, ma che ci danno nuove speranze per le nuove generazioni di figli che non avremo. Non so come, ma loro ce la faranno. Sia nell’estinzione, sia nelle quantità minime.

L’IMU

Come se non bastasse, a Ballarò (8 ottobre) ancora si parlava della seconda rata dell’IMU. E pagaTELA ‘sta rata. Usiamo quei soldi per finanziare le piccolo-medie imprese che collassano, per tagli al cuneo fiscale, per creare lavoro, per incentivare i consumi. (Usiamoli per salvare Alitalia!!! Scherzo…)

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Mr Tod’s e il Colosseo https://minimaetmoralia.it/arte/diego-della-valle-colosseo/ https://minimaetmoralia.it/arte/diego-della-valle-colosseo/#comments Wed, 07 Aug 2013 06:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15202 Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, autore del pamphlet Le pietre e il popolo, uscito ieri sul Fatto quotidiano.

Diego Della Valle va annoverato tra i padri della Patria o è un furbetto che vuole fare le scarpe al Colosseo?

La risposta è nel contratto di sponsorizzazione firmato nel gennaio 2011 tra il padrone delle Tod's e l'allora commissario dell'archeologia di Roma, Roberto Cecchi. Come è noto, in quell'occasione Della Valle si impegnò a donare 25 milioni di euro (deducibili fiscalmente) per finanziare il restauro dell'Anfiteatro.

In cambio di cosa? La Tod's dichiara che costituirà l'Associazione Amici del Colosseo: non, come il nome indicherebbe, una libera riunione di cittadini capace di autodeterminarsi attraverso il voto, ma una fondazione controllata da Della Valle. E quasi tutti i benefici riservati allo sponsor vengono girati da Tod's a questa fondazione.

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dellavalletods

Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, autore del pamphlet Le pietre e il popolo, uscito ieri sul Fatto quotidiano.

Diego Della Valle va annoverato tra i padri della Patria o è un furbetto che vuole fare le scarpe al Colosseo?

La risposta è nel contratto di sponsorizzazione firmato nel gennaio 2011 tra il padrone delle Tod’s e l’allora commissario dell’archeologia di Roma, Roberto Cecchi. Come è noto, in quell’occasione Della Valle si impegnò a donare 25 milioni di euro (deducibili fiscalmente) per finanziare il restauro dell’Anfiteatro.

In cambio di cosa? La Tod’s dichiara che costituirà l’Associazione Amici del Colosseo: non, come il nome indicherebbe, una libera riunione di cittadini capace di autodeterminarsi attraverso il voto, ma una fondazione controllata da Della Valle. E quasi tutti i benefici riservati allo sponsor vengono girati da Tod’s a questa fondazione.

E i benefici non sono da poco: «realizzare in esclusiva un logo raffigurante il Colosseo»; «gestire in esclusiva l’attività di comunicazione relativa agli interventi di restauro e pubblicizzare l’attività di restauro del Colosseo»; «realizzare, direttamente o tramite Tod’s, un “Centro” nelle vicinanze del Colosseo per l’accoglienza dei sostenitori dell’Associazione». Tutto questo, per quindici anni dalla costituzione della fondazione stessa. Non è finita: per due anni dalla fine dei lavori la Tod’s potrà utilizzare il logo con il Colosseo abbinato al proprio; stampare il proprio marchio sul retro dei biglietti d’ingresso e sulla recinzione del cantiere; «pubblicizzare in abbinamento a propri prodotti e/o marchi l’erogazione del proprio contributo».

Non c’è bisogno di spiegare perché tutto questo metta in allarme chi ancora crede nella funzione costituzionale del patrimonio artistico: cioè nella sua alterità rispetto al mercato, nel suo legame con la conoscenza, nella sua dimensione egualitaria. In nessun paese occidentale si potrebbe trasformare in un logo l’immagine di uno dei monumenti simbolo del paese stesso (per secoli il Colosseo è stato al posto della corona civica sulla testa delle allegorie dell’Italia), né concedere un monopolio pluriennale sulla comunicazione di una ricerca scientifica (qual è, comunque lo si paghi, il restauro del Colosseo). E costruire ex novo un edificio, per quanto provvisorio, nell’area vincolatissima dei Fori è una bestemmia inaudita.

Ma Diego Della Valle appare in perfetta buona fede. Quando mi ha chiamato per protestare contro le mie critiche, ho capito che davvero non si capacita che qualcuno storca la bocca di fronte a tutto ciò. E la buona fede emerge anche dal contratto stesso. Se quelli che avete appena letto sono i diritti che gli sono stati offerti, Della Valle ha infatti  voluto scrivere che non ne approfitterà appieno: per esempio «Tod’s non abbinerà l’immagine del Colosseo ai suoi prodotti», e cederà il retro dei biglietti ad associazioni umanitarie.

In qualche modo, Della Valle si rende dunque conto che sarebbe sbagliato usare commercialmente un simbolo dell’identità culturale italiana, ciò che pure uno Stato alla frutta gli ha consentito di fare: non è Della Valle ad essere invadente, è lo Stato che non esiste più.

Non c’è molto da stupirsi, perché la controparte pubblica del contratto fu Roberto Cecchi (già direttore generale dei Beni artistici, e poi sottosegretario ai Beni culturali di Monti): che è sotto processo alla Corte dei Conti per il danno erariale causato dall’acquisto del crocifisso implausibilmente attribuito a Michelangelo. E il pdl Francesco Giro (ex sottosegretario ai Beni culturali della brillante fase Bondi-Galan) vorrebbe che l’Associazione Amici del Colosseo fosse presieduta da Andrea Carandini: il noto archeologo che, dopo aver restaurato il castello di famiglia con 288.973 euro pubblici, lo apre ai cittadini per ben due ore al mese (comodamente: il primo lunedì, dalle 9 alle 11). Insomma, non proprio una costellazione di strenui difensori dell’interesse pubblico.

Ma il problema è generale. Per dirla con le parole di Don Raffaé di Fabrizio De André: «Lo Stato che fa? / Si costerna, si indigna, si impegna / e poi getta la spugna / con gran dignità». Anche il seguito è illuminante, e ben si applica al Ministero per i Beni culturali: «mi scervello, e mi asciugo la fronte / per fortuna c’è chi mi risponde». Ecco, è opinione diffusa che all’abdicazione dello Stato non ci sia rimedio se non la taumaturgica apertura a «chi risponde» (naturalmente per interesse), cioè i privati: oggi tocca ai beni culturali, domani sarà la volta di sanità e scuola.

Anche all’interno del governo Letta la partita è proprio questa. La sottosegretaria ai Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni ha dichiarato che trova esemplare l’operazione Tod’s-Colosseo, e sta cercando di imporre in ogni modo l’ingresso dei privati nella gestione del patrimonio. E siccome il ministro Massimo Bray prova invece a tener fede alla Costituzione su cui ha giurato, il conflitto è feroce. Nell’ultimo Consiglio dei ministri è stato il ministro della Difesa Mario Mauro a cercare di far passare la privatizzazione del patrimonio artistico, dicendo che questa è la linea del suo partito, Scelta Civica (nelle cui liste è stata eletta la Borletti Buitoni, dopo un’oblazione di ben 710.000 euro).

Ma siamo proprio sicuri che la scelta sia tra la Tod’s e la rovina del nostro patrimonio? Non è così. Innanzitutto è prioritario incrementare il bilancio dei Beni culturali (siamo ormai a un miserrimo miliardo l’anno: contro i 26 di spese militari, cui si aggiungono i 13 per i bombardieri F35). Infine, anche volendo far partecipare i privati, c’è modo e modo di farlo. Sul web è facile scaricare un altro contratto di sponsorizzazione, quello che dal 2004 regola le donazioni ad Ercolano del miliardario americano David W. Packard. Se si vuol spiegare la differenza tra sponsor e mecenate, basta confrontare articolo per articolo questo contratto con quello Tod’s.

Packard chiede solo che il logo della sua fondazione benefica compaia nelle pubblicazioni scientifiche della Soprintendenza, e che a Ercolano venga apposta una targa di «dimensioni concordate con la Soprintendenza». Una bella differenza, no? Ma Packard è americano, e chi legga anche solo qualche pagina – per dire – di Tony Judt o di Joseph Stiglitz  sa che in America si è superata da qualche decennio l’ideologia privatistica reaganiana cui sono fermi gli apostoli italiani della religione del privato.

In conclusione, Della Valle non è un furbetto, ma neanche un padre della Patria. Perché la Patria si è suicidata.

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Il voto e i figli di Grillo https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/#comments Fri, 22 Mar 2013 16:21:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13704 (Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito 'radicato', sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc... Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

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(Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva.

Come si veste Grillo

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente.

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

Bersani e la paranoia

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

Comunicare o essere?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…”).

Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno.

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ora?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau.

“I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È sempre una questione di padri e figli

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

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L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/ https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/#comments Tue, 05 Mar 2013 07:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13391 Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade di Girolamo De Michele Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i […]

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Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade

di Girolamo De Michele

Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo.

Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.

Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere. A partire dalla constatazione che i no alle politiche europee, alle agende dettate dalle banche, alla carota dell’austerity dietro la minaccia del bastone ellenico sono espressione di un rifiuto reattivo, non critico, da parte dell’elettorato. E la scelta del mezzo – il successo del M5S – ha tratti di forte inquietudine: non saprei dire se mi inquieta più Grillo, o il consenso che gli deriva da tanti nostri, non solo ex, compagni di strada, ma certo non sorrido. Cerco di comprendere, ma proprio per questo non posso essere estraneo alla tristezza delle passioni che vedo diffondersi sotto forma di indignazione e odio. Detesto ripetermi, ma l’avevo già detto dopo il 15 ottobre 2011: Winter is coming. Perché oltre ad Atene e Sparta, c’è Tebe: e a Tebe c’è la peste.

Dell’ingovernabilità

L’ingovernabilità, dicono molti compagni, è il dato più positivo di queste elezioni. Sarà: curioso che proprio mentre vado a scrivere queste note, giunga notizia che «l’alta finanza promuove il Movimento Cinque Stelle: Jim O’Neil, il ‘guru’ di Goldman Sachs che ha inventato l’acronimo ‘Bric’, dice di trovare “entusiasmante” l’esito elettorale italiano. Il Paese, spiega, ha “bisogno di cambiare qualcosa di importante” e forse il risultato del movimento di Grillo è il “segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo”». In attesa dell’endorsment di Tony Soprano, questa dichiarazione è un segnale rilevante – ma facciamo un passo indietro.

Chi dice che “crisi” e “ingovernabilità” siano dei valori in sé? Non certo il pensiero della critica dell’economia politica, che sa riconoscere nella crisi non un evento che accade al capitale, ma la natura strutturale del capitale stesso: il capitale non va in crisi, il capitale – anche e soprattutto quello finanziario, ci diciamo da Crisi dell’economia globale, “il nostro Operai e Stato” disse qualcuno – è crisi. E nella crisi si trova bene, se la crisi non è l’esito di cicli di lotte destrutturanti e disarticolarizzanti: dell’autovalorizzazione di soggettività antagoniste.

Non sarò certo io a negare che le lotte siano assenti: ma proprio per la professione di realismo (di empirismo critico) non riesco a vedere questi tratti presenti nell’attuale ingovernabilità.

Posto che di ingovernabilità si debba parlare. È poi vero che l’ingovernabilità parlamentare sia un cuneo nei processi di governance sovranazionale? Io credo si debba paventare, piuttosto, il rischio che l’attuale stallo parlamentare, che prelude a governi con maggioranze variabili e risicate, sia assai gradito al governo delle banche e della finanza. In prima battuta, non ci sono i numeri e la forza parlamentare (posto che ci sia la volontà politica) per modificare quanto tra Berlusconi e Monti (tagli alla scuola, riforma-Brunetta dell’amministrazione, collegato lavoro di Sacconi, blocco dei contratti pubblici, inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, legge di revisione di spesa). Giusto per dare un’idea di cosa succede, il governo dimissionario in un paio di giorni ha bloccato la progressione stipendiale nel pubblico impiego per un altro anno, e decretato la fine dell’emergenza umanitaria per i profughi del nord-Africa (che hanno ricevuto 500€ e sono stati gettati fuori dagli alloggi, in pieno inverno): un comportamento che non sorprende, e che allude al modo in cui i processi di governance  sono sempre più spesso concretizzati con atti amministrativi con valore di legge, e conseguente svuotamento delle costituzioni formali.

La governance finanziaria, quella che viene evocata come “la minaccia dei mercati” sotto cui cadrebbe l’Italia in caso di elezioni anticipate, non ha alcuna ragione per mancare di continuare ad esercitare non la minaccia, ma i fatti concreti già adesso, proseguendo la linea di appropriazione della ricchezza sociale sotto forma di aumento dei tassi, allargamento dello spread, inflazione reale, ecc., mentre l’effetto performativo dei dati quantitativi sull’economia – taci, lo spread ti ascolta! – si estende alla stessa possibilità di esercitare il diritto di voto, subordinato al consenso dei “mercati”: mentre il ruolo di fatto di “guardiano della Costituzione” (nel senso schmittiano dell’espressione) del presidente della repubblica cresce bypartisan. Insomma, per dirla col tenente Nicholas Holden (Tony Curtis) di Operation Petticoat, nel torbido si pesca meglio, almeno per la finanza mondiale che mal sopporta le stolide strategie di Draghi e Monti, bacchettati sulle dita come alunni poco capaci dal severo maestro O’Neil.

Ovvio (ma non banale) che questo scenario alluda a una strategia di lotte che mettano al centro il lavoro vivo (come ci ricorda Benedetto Vecchi) e la precarizzazione dell’esistente (come sottolineano Morini e Fumagalli) e pongano bilancio e fiscal compact al centro dei propri interessi. Ma questo, al momento, ancora non si dà. Il vecchio muore, ma il nuovo, pour cause, ancora non si vede.

Chi rappresenta chi?

Come dicono nell’intervista al “manifesto” del 1 marzo i Wu Ming (che hanno dato vita sul proprio blog a un imprescindibile dibattito), «i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune». Di conseguenza, il voto a Grillo «personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci».

La crisi della rappresentanza politica si è concretizzata nel voto al M5S, che ha fatto proprio nelle piazze lo slogan dei movimenti “Non ci rappresenta nessuno”. Cosa significa questo slogan urlato davanti a un miliardario guidato dal proprietario milionario di un’agenzia pubblicitaria (anche queste sono soggettività)? Quell’enunciato dei movimenti allude a un’azione costituente che salti la mediazione della rappresentanza; lo stesso enunciato viene ora decontestualizzato, ricontestualizzato e risemioticizzato: “non ci rappresenta nessuno di voi perché adesso ci rappresenta LUI”. E il “lui” in questione enuncia una prassi politica nella quale la dimensione costituente è titillata, solleticata, masturbata, mai concretamente praticata: la democrazia digitale è possibile solo se e quando il Grillo ex machina clicca sull’interruttore o inserisce la password.

In altri termini, la crisi della rappresentanza ha luogo all’interno delle forme stesse della rappresentanza, e ne assume le aberrazioni peggiori, ancorché classiche: leaderismo, delega, prevalenza dell’individuo sui contenuti. Grillo porta al massimo grado di efficienza e performatività questi aspetti, ma non è certo il primo, né l’unico, a cercare di giovarsene. Qui non mi interessa ritornare sulle peculiarità di questa crisi nelle forme peculiari del campo della destra: mi interessa interrogarmi sul perché i movimenti abbiano la tendenza a farsi invischiare in questi terreni.

Se facciamo mente locale al clima che si respirava all’inizio dell’estate 2011 – referendum su nucleare e beni comuni, piazze tematiche, rivoluzioni arancioni in diversi grandi comuni – possiamo accorgerci di quante occasioni siano state sprecate. Uno dopo l’altro, dall’ipotesi di una Syriza dall’alto scaturita da accordi di vertice tra un piatto di strascinate con le cime di rape,  un’amatriciana e una sarda in saor; ai movimenti arancioni; alla parabola di ALBA fino al décalage di “cambiare si può”; per finire nella farsa di Rivoluzione Civile: non c’è apparato di cattura dei movimenti che non abbia palesato, nella breve durata consentita a queste operazioni di politica politicante, la momentanea capacità di arrestare il movimento e fermare l’azione costituente riportandola sul terreno della rappresentanza.

Guardiamo quella che poteva essere una campagna elettorale messa fuori quadra dal proseguire delle lotte: imbavagliati, in stand by o in attesa di vedere quel che succede, o mobilitati nelle piazze dello Tsunami Tour, nessuno dei movimenti (scuola, precari della logistica, Ilva, beni comuni) ha rotto la tregua elettorale – salvo, come sempre, i mai troppo lodati valsusini, che hanno con esemplare correttezza politica deciso di far sentire la propria voce a prescindere dal riorientamento tattico del proprio voto, imponendo la propria il/legalità su quella delle truppe d’occupazione: dimostrando di aver assimilato nel proprio bios cos’è la “società dei governati”.

E allora diventa lecita la domanda: perché i movimenti, salvo rare eccezioni, hanno questa dannata predisposizione a farsi captare? La risposta non ce l’ho: ma la domanda l’ho ben chiara. Perché fino a quando non si rompe nella prassi il circolo della rappresentanza, ogni rottura al suo interno equivarrà a un nuovo soggetto decisore, in nome di una politica improntata sulla diade amico/nemico piuttosto che sulla potenza costituente del comune.

The Grasshopper Lies Heavy

Com’è noto ai cultori di Dick, The Grasshopper Lies Heavy è il titolo del libro misterioso al centro del capolavoro dell’utopia negativa del grande Philiph K. La svastica sul sole, o L’uomo nell’alto castello. La traduzione italiana (La cavalletta attacca) non è fedele, e non consente di cogliere quello che oggi si palesa a noi come un inquietante gioco di parole (colto dal blogger Franco Senia). La sua traduzione più corretta potrebbe essere Il grillo si trascina pesantemente: si tratta di un passo del Qohelet, XII, 5 («Also from the high places they will fear, and terrors on the road, and the almond tree will blossom, and the grasshopper will drag itself along», recita una traduzione inglese). Ma quell’insetto che si trascina con pesantezza, alludendo all’età senile, può anche avere un diverso significato, se si considera la polisemia del verbo to lie: il Grillo mente pesantemente.

In che senso questo Grillo mente?

Un primo esempio lo abbiamo già visto: l’appropriazione della parola d’ordine “non ci rappresenta nessuno”.

Un secondo esempio è l’appropriazione di un’altra parola d’ordine: quella del “reddito di cittadinanza”. Quale che sia la prospettiva (in una chiave diversa dalla nostra, ma con la quale si può interloquire, penso a quella giuridica di Rodotà) , il reddito minimo di cittadinanza è sempre stato pensato all’interno di un cambiamento strutturale e radicale dell’esistente, non di una riforma dello Stato sociale: non è mai pensabile come un sussidio, men che meno legato alla dimensione dello scambio tra lavoro e salario (questo ci ricordano i compagni di San Precario).
Qui interviene Grillo, in tre step: dapprima propone un Sussidio di disoccupazione garantito (programma M5S, pag. 1); in un secondo momento, verificato il consenso che ha conquistato nel campo della sinistra, si appropria di una dell’enunciazione “reddito di esistenza” sganciandola dal suo riferimento materiale e risemiotizzandola, con un effetto retorico attestato da quanti oggi dicono: “ma è quello che chiedevamo noi!”; infine, aggancia questa enunciazione a un nuovo riferimento materiale: abolizione degli stipendi dei pubblici dipendenti. Il che significa taglio degli stipendi pubblici del 30-60% (con buona pace di chi impreca al paragone Mussolini-Grillo, è quello che fece Mussolini: taglio del 22% dei salari per conseguire la “quota 90″, e ulteriore taglio del 20% con la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore):

«Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza» (Gli italiani non votano mai a caso, “Il blog di Beppe grillo”, 26 febbraio).

Qui non contano i dati sparati a casaccio (gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese): conta l’effetto performativo, che mira a riprendere il frame delle due società (hai!, professor Asor Rosa: giungeremo mai al fondo dei danni provocati da quelle tue poche pagine del ’77?): garantiti contro non garantiti, vecchi contro giovani, conservatori dello status quo contro costruttori di una nuova Italia sulle macerie.

E rieccole, le macerie: metafora preferita dai leghisti nei primi anni Novanta, sono l’incarnazione stessa della decontestualizzazione e risemiotizzazione come metodo. Anche quando le cita un miliardario che ha fretta di rimuoverle per ricostruire, perché ha bisogno di un parcheggio per il Suv o di un molo per lo yatch. Possiamo dire che questa dinamica sia la natura stessa del M5S; lo sottolinea bene il nostro attuale editoriale:

«Una parte qualitativamente consistente è formata da giovani ma non giovanissimi, tra i 25 e i 40 anni, perlopiù rappresentativi di un ceto medio ormai declassato o in via di impoverimento, che non trovano una corrispondenza tra titolo di studio e posizione occupata dentro il mercato del lavoro. Sono i precari di prima generazione, di cui esprimono alcune delle caratteristiche principali (dal rifiuto delle forme di rappresentanza tradizionali all’utilizzo innovativo della comunicazione). […] Il dato politico è che si tratta in buona misura della composizione che nella vicina Spagna ha fatto le acampadas. […] Però nel ciclo dei movimenti “occupy” vi è una corretta individuazione del carattere strutturale della corruzione, in quanto consustanziale al capitalismo finanziario e al divenire rendita del profitto. […] Dentro il M5S e più complessivamente nelle tendenze giustizialiste la corruzione viene invece ridotta alla moralità dei comportamenti individuali: la via d’uscita alla crisi della rappresentanza è identificata nella supposta incorruttibilità di un soggetto astratto, l’opinione pubblica. Al tempo del web 2.0, essa viene a coincidere con un ceto medio divorato dall’angoscia del presente e dall’ansia per il futuro. In assenza di prospettive di ricomposizione, il rancore diventa la sua passione dominante. Il M5S si configura così, tra le altre cose, come una sorta di spazio di espressione di un ceto medio che tenta disperatamente di difendersi dai processi di declassamento e da una proletarizzazione ormai compiuta».

In altri termini, il M5S si appropria delle potenzialità del  precariato cognitivo, e le reindirizza in chiave messianica, o rancorosa e reattiva: vedi l’uso del tema dell’insolvenza declinato in chiave individualistica (rapporto unilaterale Italia-creditori), anti-europea (referendum per l’uscita dall’euro), nostalgica (ritorno alla lira) e vagamente bucolica (decrescita). Ne esalta il potenziale costituente, ma solo per catturarlo e depotenziarlo. Non da oggi, in tutta evidenza: una delle ragioni (una ragione, non la ragione) per cui non c’è in Italia non dico un movimento Occupy, ma neanche una Syriza “dal basso”, è la connessione tra l’incapacità dei movimenti di uscire davvero dal circuito della rappresentazione, e la potenza comunicativa di questo nuovo soggetto politico in grado di catturarne le aspettative e riterritorializzarle su terreni che non fuoriescono dallo stato di cose esistente: in fondo, ciò che Grillo vuole è far funzionare “bene” questo Stato e questo stato di cose, non sovvertirlo.

Lo stesso mito del popolo della rete, costitutivo dell’identità che i grillini si danno, rimanda a quella dimensione dell’anima bella e della differenza pura: «numerosi sono i pericoli di richiamarsi a differenze pure, liberate dall’identico, divenute indipendenti dal negativo. Il pericolo più grande è di cadere nelle rappresentazioni dell’anima bella ove, lungi da lotte sanguinose, non convivono che differenze conciliabili e armonizzabili», scrive Deleuze in apertura di Differenza e ripetizione.

Nondimeno, quella del M5S è una dimensione reattiva, rancorosa, triste: l’indignazione, e talvolta l’odio, che sobilla, private dalla dimensione costituente e riterritorializzate sul terreno del grande Altro (o forse del Modello dell’Io) che, nascosto dietro lo schermo opaco, illumina questo o quel piccolo oggetto designandoli come degni di essere liberamente e autonomamente odiati o desiderati da parte di soggettività, sono passioni passive, che esprimono non la libertà, e nemmeno un processo di liberazione, ma uno stato di servitù della mente. Quella servitù inconsapevole, molto vicina al microfascismo di cui parlava Foucault, che alberga in chi crede che fare politica e rimboccarsi le maniche significhi aprire una pagina facebook, o scaricarsi sull’i-phone gli skeetch di Crozza: esisteva prima di Grillo, e rimarrà dopo. Ma il grillismo la rilancia e la potenzia.

Stupisce (o forse no) che taluni poco fini analisti politici (absit invidia verbo) dicano oggi che «Grillo è riuscito a fare quello che non siamo riusciti a fare noi»: quello che Grillo ha fatto noi non siamo riusciti a farlo perché quello che volevamo, e non siamo riusciti a fare finora, era cosa ben diversa da quella che Grillo ha fatto e fa. Realizzare nel concreto delle lotte, sul terreno del lavoro vivo, della precarizzazione, dell’ambiente e del diritto alla vita e alla salute, su quello dei commons e del comune significa – non può significare altro che – confliggere non solo, ma anche con i disegni di Grillo, creando nel concreto le condizioni perché le contraddizioni, i non detti, le ambiguità e le esplicite inclinazioni reazionarie esplodano. Impedire la saldatura della imprenditorialità ex-leghista, del ceto medio in cerca di ricollocazione politica, con il precariato, cognitivo e non, che costituisce il corpo di questo movimento, di dimensioni spropositatamente ridotte rispetto al suo elettorato – dunque desideroso di nuove inclusioni e ibridazioni.

E che il pope Gapon, una volta di più, s’impicchi!

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Considerazioni sparse sulle elezioni appena consumate https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/ https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/#respond Thu, 28 Feb 2013 15:31:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13281 In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D'Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D'Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

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In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D’Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D’Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

Ebbene a novembre sembrava di aver trovato una strada, con le primarie e la coalizione Italia Bene Comune, che potesse riaprire questa prospettiva. Una strada in salita, che chiedeva al centrosinistra di cambiare se stesso, di dare segnali di discontinuità nel personale politico oltre che nelle pratiche e nelle proposte. In parte questo è successo con le primarie, ma non senza ambiguità. Continuo a pensare che sia stata l’unica proposta politica realmente in campo. Il resto giocava contro: per salvarsi, per condizionare o per impedire. Un paese pieno di macerie dove il centrosinistra ha cercato di far prevalere una proposta di ricostruzione, ma non è stato fino in fondo capace di suscitare la speranza e di parlare al desiderio di star meglio dei singoli.

So bene che il problema è profondo e riguarda il modo in cui il neoliberismo e il ventennio berlusconiano ha ridisegnato l’Italia e gli italiani.

Del resto abbiamo potuto misurare nel risultato la forza della rivolta fiscale di Berlusconi, che ancora parla a tanti che sopravvivono grazie all’illegalità o ad un’economia sommersa. Ma proprio per questo bisognava essere più coraggiosi. Dire chiaramente cosa voleva fare il centrosinistra e come voleva essere. Proposte sociali e riforma della politica e dei partiti. Abbandonare il chiacchericcio di tanta stampa e televisione, incapace di parlare del merito, sempre solo attenta ai tatticismi e ai dialoghi tra gruppi dirigenti dei partiti.

Italia Bene comune è andata in campagna elettorale con il freno a mano tirato. Lo stesso nome della coalizione, che alludeva ad un cambio di paradigma, ad un mettere al primo posto i beni comuni, è stato subito archiviato. Ho visto solo manifesti del Pd, mai di coalizione, con lo slogan Italia giusta. Bello, ma antico. Troppo antico per intere generazioni fuori dal patto sociale, le generazioni perse, come le ha definite lo stesso Monti. Quelle nate dopo il trentennio dell’espansione del welfare e dei diritti in Europa (1945/75).

Il 37 % di disoccupazione giovanile è prima di tutto un problema democratico, di cittadinanza impossibile. A questo deve aggiungersi l’impoverimento delle famiglie, la precarietà diffusa, l’emigrazione intellettuale.

C’è un pezzo di società che non ha nulla da perdere e individua nella politica che ha conosciuto in questi anni la ragione del suo malessere. E non mi sento di dargli completamente torto.

Abbiamo detto più volte che bisognava cambiare anche il centrosinistra.

Una parte del paese era in rivolta, e il centrosinistra, nelle nostre diverse componenti, non è riuscito ad intercettare questa rabbia. Ha ragione Franco Cassano (Unità 27 febbraio) bisogna avere sincera curiosità per questa rabbia diffusa. Si può discutere se il M5S abbia effettivamente impedito all’Italia di avere movimenti come Occupy o come il “15 de Mayo” ( vedi Perchè “tifiamo rivolta” nel movimento 5 stelle) perchè il grillismo ha inglobato quelle potenzialità in un discorso ambiguo. Oppure sottolineare le permanenze culturali con la seconda repubblica, come fa Ida Dominijanni sul suo blog, e leggere la trasmigazione della demogogia antipolitica dalla televisione alla rete con un altro leader attore, “contrapposto nei contenuti ma continuatore nelle forme” .

Rimane il fatto che un’onda ha travolto una politica autoreferenziale, di cui anche il centrosinsitra (tutto) spesso fa parte. In questa onda ci sono cose molto diverse, alcune molto pericolose, ma c’è anche la materialità della crisi, nominata, e alcune buone pratiche civiche. Questa Italia va davvero guardata e attraversata. In questi anni lo ha fatto solo un po’ di buona arte contemporanea, di letteratura, teatro e cinema italiani.

Per questo penso che l’ultima cosa che ci serva è il governissimo. Meglio capire se sono possibili alleanze inedite e cercare di sperimentare poche e buone riforme; corruzione, costi della politica e conflitto d’interessi non sarebbero piccola cosa per questo Paese.

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Portate una manganellata ai vostri bambini https://minimaetmoralia.it/societa/portate-una-manganellata-ai-vostri-bambini/ https://minimaetmoralia.it/societa/portate-una-manganellata-ai-vostri-bambini/#comments Tue, 20 Nov 2012 09:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11410 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine: Il Fatto Quotidiano.)

Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev'essersi andato a rivedere il famoso filmato dell'11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio '68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l'emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l'ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all'inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine: Il Fatto Quotidiano.)

Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev’essersi andato a rivedere il famoso filmato dell’11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio ’68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l’emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l’ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all’inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso.

Quando, all’ora di cena, hanno cominciato a girare su internet le immagini degli studenti italiani picchiati alle spalle o la foto del tredicenne spagnolo con la testa sanguinante, si è messo seduto e ha atteso neanche troppo perché arrivasse un’agenzia con la dichiarazione di qualcuno che tirava in ballo, a dare un senso al pestaggio pan-europeo, la stracitata poesia anche questa del ’68: l’editoriale in versi su Nuovi Argomenti in cui Pasolini provava a definire anche i poliziotti come proletari e vittime della storia (un testo che dev’essere ormai fornito automaticamente alle forze dell’ordine quando si mettono in tenuta anti-sommossa).

Insomma la scuola si rinnova, dice Profumo; la nuova Europa ce lo chiede, ribadisce ogni giorno Monti. Eppure, mentre i decenni volano, il mondo si fa global, i social network la fanno da padrone, qualcosa non cambia. Le botte della polizia.

Quella delle botte, dei pestaggi in piazza, delle manifestazioni finite in massacro è un’unica grande tradizione italiana che lega la rivolta di Bronte soppressa da Bixio nel 1860, gli spari che Bava Beccaris elargì alla folla affamata dalla carestia del 1898, la strage di Portella della Ginestra nel 1947, il massacro di Reggio Emilia autorizzato da Tambroni nel 1960, le strade insanguinate da Valle Giulia in poi negli anni 70, e la macelleria messicana di Genova 2001. È molto bello che finalmente questa tradizione si festeggi oggi lanciando mortaretti dalle finestre dei ministeri.

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Il nostro bisogno di utopia https://minimaetmoralia.it/societa/il-nostro-bisogno-di-utopia/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-nostro-bisogno-di-utopia/#respond Tue, 16 Oct 2012 11:54:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9828 Pubblichiamo un pezzo di Giorgio Fontana uscito su Orwell. (Immagine: Robert and Shana ParkeHarrison.)

di Giorgio Fontana

Nell'ultimo anno, usciti dal caos teatrale del governo Berlusconi e quantomeno fino alle ultime urla di Beppe Grillo, abbiamo visto nascere una critica serrata al populismo, nel nome di una maggiore sobrietà. E questo è senz'altro condivisibile. Il rischio però è di spazzare via anche la necessità di un utopismo sano e ragionevole: la scelta non può ridursi all'imbonimento (o alla menzogna) da un lato, e alla piatta obbedienza al "reale" dall'altro.

Pensate solo a locuzioni come "ce lo chiede l'Europa" o "le esigenze dei mercati": nel giro di qualche mese sono diventate dispositivi per disinnescare un'intera fetta di riflessione pubblica. Il canone di sobrietà imposto dal governo Monti, in un certo senso, è stato anche un comodo alibi per evitare qualunque discorso di carattere anche vagamente utopico o rivolto a immaginare un futuro più in là di quello prossimo tanto da appiattirsi sulla salvaguardia del solo presente. Conta l'oggi, al limite il domani, mai il dopodomani: vedi anche alla voce “generazione perduta”. E se per Monti questo è lo scopo del suo mandato, è terribile vedere come tale deserto si sia esteso ovunque (a sinistra in particolare).

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Pubblichiamo un pezzo di Giorgio Fontana uscito su Orwell. (Immagine: Robert and Shana ParkeHarrison.)

di Giorgio Fontana

Nell’ultimo anno, usciti dal caos teatrale del governo Berlusconi e quantomeno fino alle ultime urla di Beppe Grillo, abbiamo visto nascere una critica serrata al populismo, nel nome di una maggiore sobrietà. E questo è senz’altro condivisibile. Il rischio però è di spazzare via anche la necessità di un utopismo sano e ragionevole: la scelta non può ridursi all’imbonimento (o alla menzogna) da un lato, e alla piatta obbedienza al “reale” dall’altro.

Pensate solo a locuzioni come “ce lo chiede l’Europa” o “le esigenze dei mercati”: nel giro di qualche mese sono diventate dispositivi per disinnescare un’intera fetta di riflessione pubblica. Il canone di sobrietà imposto dal governo Monti, in un certo senso, è stato anche un comodo alibi per evitare qualunque discorso di carattere anche vagamente utopico o rivolto a immaginare un futuro più in là di quello prossimo tanto da appiattirsi sulla salvaguardia del solo presente. Conta l’oggi, al limite il domani, mai il dopodomani: vedi anche alla voce “generazione perduta”. E se per Monti questo è lo scopo del suo mandato, è terribile vedere come tale deserto si sia esteso ovunque (a sinistra in particolare).

Viene allora da domandarsi perché questo cinismo e insieme, perché non siamo in grado di ridare spazio a forme di immaginazione più ampie, persino più ardite. Utopiche, appunto.

Certo, il tema si presenta subito spinoso: come disegnare un’utopia politica al giorno d’oggi, senza passatismi da sessantottini e senza sclerotizzarla in un diktat? Basta qualche pagina di Isaiah Berlin per capire quanto siano necessarie delle cautele di fronte alla ricerca di un ideale che costringa gli uomini “a indossare le belle uniformi imposte da ideologie accettate dogmaticamente”, la cui conseguenza è quasi sempre l’orrore. Berlin ci mette in guardia contro la staticità delle utopie: una perfezione decisa a priori e verso cui tendere senza esitazioni: per raggiungerla, è lecito ogni mezzo. Questo genere di utopismo, intessuto di un’ispirazione platonica molto forte, oggi appare abbastanza folle quantomeno in Occidente. (Ma che dire dei regimi mediorientali? E che dire degli anni di piombo?).

Una via d’uscita possibile, e la stiamo osservando da tempo, è quella di abbandonare del tutto il pensiero utopico. Un semplice e grigio realismo: magari non saremo animati da spiriti grandiosi, ma quantomeno non produrremo più Stalin e terrorismo. (Popper, un feroce anti-utopista, argomentava più o meno in questo modo: sostenendo che la sola forma di progresso stia in un riformismo “a spizzico”).

Ma c’è una terza via. Una sorta di utopismo debole, emerso dal bagno purificatore del pensiero critico: un utopismo disposto al dialogo e alla revisione, il cui ideale è modificabile strada facendo. Non “una sfera celestiale, cristallina”, come dice Berlin, in cui sono contenute delle risposte immutabili, bensì un progetto dinamico e variabile, che non crede di avere in mano la risposta a ogni domanda ma tenta di concretizzare, passo dopo passo e aprendosi al fallibilismo, un disegno più ampio e coerente un disegno ambizioso, che non si limiti a risolvere il qui e ora ma consegni al mondo qualcosa di più.

Insomma: il progressismo non dovrebbe renderci ciechi, e la luce sinistra di certe utopie è un’eredità solida del Novecento. Ma è anche vero il contrario: qualunque discorso autenticamente di sinistra quanto ci manca, quanto ci manca! dovrebbe essere intriso di un sano spirito utopico che animi eviti di rassegnarsi alla schiavitù del reale, senza sperare di eliminare tutte le ombre con la luce della perfezione. (L’unico modo per eliminare le ombre è distruggere ogni cosa). Creare insomma un orizzonte con un contenuto preciso niente formule vuote o punti di vaghi manifesti, bensì esempi concreti e descrittivi: la forza di un modello, come le isole felici del Rinascimento, resta ancora immutato.

L’obiezione, arrivati a questo punto, è semplice: tante belle parole, ma ora sono davvero i mercati a comandare le cose, e non possiamo farci niente. L’utopista sogna ad occhi aperti e non considera le enormi difficoltà del qui e ora, o le brutali limitazioni dei fatti: è un illuso.

Ma è un’obiezione fallace. L’utopista consapevole non sottovaluta gli ostacoli né dorme in attesa che qualcuno gli regali lo stato dei suoi sogni: semplicemente, possiede un ideale che lo preserva dall’astuzia, dal machiavellismo, dalle forme di opportunismo che la nostra storia repubblicana conosce alla perfezione. Per tutto questo c’è sempre qualche “fatto” pronto a giustificare ogni azione: c’è sempre un potere più alto davanti cui lavarsi le mani, sia esso l’Europa o la crisi dei mercati: sempre un altare dove sacrificare i deboli.

Di fronte tale tendenza, un utopista come Nicola Chiaromonte pensatore quanto mai necessario, al giorno d’oggi reagì rivendicando l’importanza del possibile. Di ciò che sogniamo senza perderci in chimere: “Il “possibile” fa parte del reale”, scrive in un saggio raccolto nel volume Le verità inutili. “Si può sempre opporre il “possibile” a ciò che l’uomo politico ha, per via d’astuzia e di violenza, compiuto. Né il Terrore né il colpo di stato bolscevico erano inevitabili. Sono accaduti.”

Allargare il campo di ciò che possiamo fare dei nostri modi di interpretare, comprendere e immaginare concretamente il bene comune, la repubblica dove vorremmo vivere è un compito fondamentale. Siate realisti, chiedete il possibile.

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(Pro)Fumo negli occhi https://minimaetmoralia.it/interventi/profumo-negli-occhi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/profumo-negli-occhi/#comments Mon, 24 Sep 2012 09:17:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9579 Ospitiamo un intervento di Elisabetta Marino, insegnante di Palermo, uscito su La tecnica della scuola.

di Elisabetta Marino

Non c’è Governo che abbia perso l’occasione di intervenire sulla scuola pubblica, considerata, insieme alla sanità, il bacino naturale a cui attingere risorse in tempi di crisi economica: la disinvoltura con cui viene realizzata quest’operazione dà la misura della scarsa considerazione in cui è tenuta l’istruzione in Italia. Il disegno è chiaro ormai da tempo: smantellare la scuola pubblica con tutti i mezzi possibili, avendo l’accortezza di dissimulare questa intenzione con proclami demagogici che, in tempi di disinformazione e assopimento dello spirito critico, incontrano l’adesione fiduciosa dei più.

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Ospitiamo un intervento di Elisabetta Marino, insegnante di Palermo, uscito su La tecnica della scuola.

di Elisabetta Marino

Non c’è Governo che abbia perso l’occasione di intervenire sulla scuola pubblica, considerata, insieme alla sanità, il bacino naturale a cui attingere risorse in tempi di crisi economica: la disinvoltura con cui viene realizzata quest’operazione dà la misura della scarsa considerazione in cui è tenuta l’istruzione in Italia. Il disegno è chiaro ormai da tempo: smantellare la scuola pubblica con tutti i mezzi possibili, avendo l’accortezza di dissimulare questa intenzione con proclami demagogici che, in tempi di disinformazione e assopimento dello spirito critico, incontrano l’adesione fiduciosa dei più.

Questo l’obiettivo della riforma Gelmini, che ha operato tagli chirurgici alle risorse umane e materiali della scuola pubblica, impoverito l’offerta formativa, radicalizzato il processo di aziendalizzazione della scuola avviato già da tempo.

Inutile aspettarsi dal ministro Profumo un segnale di discontinuità: certo, per la sua storia personale, il “tecnico” Profumo risulta più credibile del “politico” Gelmini nelle vesti di ministro (chi non lo sarebbe?). E poi fa parte del governo dei “professori”, i “saggi” “unti” dal pater patriae Napolitano per salvare l’Italia da sicura rovina. Agitando lo spettro della crisi, Monti e i suoi sono riusciti a fare accettare alle fasce più deboli della popolazione una progressiva perdita di diritti e di garanzie: noi cittadini, declassati a sudditi, dovremmo accettare qualunque provvedimento, anche il più iniquo, come male necessario per evitare un male più grande.

La scuola non poteva essere esclusa da quest’opera di “risanamento”: il ministro Profumo ha agito in continuità con il suo predecessore, mantenendo l’impianto della riforma e le sue conseguenze in termini di tagli, precarizzazione del lavoro, impoverimento dell’offerta formativa, negazione dei diritti degli studenti e dei lavoratori.

Ma perché limitarsi ad essere ricordato come epigono della Gelmini? Perché non osare là dove non si era spinta neppure lei (o chi per lei)? Perché non passare alla storia come il ministro che ha “selezionato” e “svecchiato” la classe docente?

La sfida è allettante perché cavalca due concetti ad alto potenziale propagandistico e demagogico: da una parte sembra soddisfare la sete di “merito” dell’opinione pubblica, che per il resto pare rassegnata ad avere governanti mediocri (e per la sua colpevole rassegnazione dimostra di meritarli!); dall’altra riprende il mito del “giovanilismo”, invocato periodicamente e pretestuosamente dai governi più reazionari che, al grido di “largo ai giovani!”, mettono in atto politiche di segno opposto e stroncano le prospettive di inserimento dei più giovani nel mondo del lavoro, mortificando i loro percorsi di studio e le loro intelligenze.

Quale la formula magica che, secondo il ministro, combinerebbe “giovinezza” e “merito”? Il concorso a cattedra! Un ritorno al passato che non convince per vari motivi, una scelta propagandistica, disonesta negli intenti e nelle strategie di comunicazione usate per dissimulare gli stessi.

La prima, evidente anomalia riguarda i destinatari del concorso: non i giovani laureati, non ancora in possesso di abilitazione, ma i vecchi laureati, in gran parte abilitati tramite Siss. Il gruppo, in realtà, è eterogeneo, perché comprende anche coloro che hanno acquisito l’abilitazione tramite altri canali, in virtù del servizio prestato, nonché i laureati fino al 2001-2002 non ancora in possesso di abilitazione. (Riconosco la partigianeria del distinguo ma, concedetemelo, aver fatto la Siss è un’esperienza che lascia il segno!) Tutti, comunque, accomunati dalla mancanza del requisito anagrafico: non c’è nessun “giovane” tra i candidati al concorso dell’era Profumo. E per “giovane” si intende nessuno sotto i trent’anni. Sì, perché l’esser giovani in questo strano Paese ha parametri variabili, che dipendono dall’ambito, dall’opportunità del momento, dagli interessi in gioco.

Nella fascia di età compresa fra i trenta e i quarant’anni si è “troppo” giovani per pretendere la stabilità del posto fisso, che i colleghi più anziani, dandoci degli sprovveduti e dei pretenziosi, ci rammentano continuamente di aver conquistato dopo una lunga gavetta (sic!); si è “ancora” giovani per dirsi stanchi e rassegnati dopo appena sette (dieci, quindici) anni di precariato; si è giovani e intemperanti quando si osa contraddire un dirigente scolastico; si è giovani e inaffidabili quando ci si reca presso una banca per tentare di ottenere un mutuo. Insomma, la generazione di “mezzo” è giovane quando rivendica il riconoscimento di un percorso, quando avverte come irraggiungibile la meta della stabilità, quando esprime un pensiero divergente, quando aspira ad un minimo di progettualità.

Gli stessi soggetti diventano “vecchi” al confronto con i neolaureati, al punto che nel parlare di svecchiamento della scuola i referenti in negativo sono proprio i “precari storici”. E poco importa che siano serviti finora come bacino di reclutamento per occupare cattedre destinate a rimanere eternamente vacanti per convenienza economica, ma anche per quel disegno politico, ormai fin troppo chiaro, che mira alla precarizzazione del lavoro in ogni campo: i lavoratori sono destinati ad una precarietà ontologica, una condizione irreversibile, da interiorizzare e da accettare come dogma di fede.

Quanto sia pretestuoso, demagogico e in malafede il motivo del merito lo dimostra il fatto che, e qui è d’obbligo il distinguo, chi si è abilitato tramite Siss ha dimostrato di possedere gli stessi requisiti di merito che ora vengono messi in discussione: lo ha fatto superando le prove (scritte e orali) di accesso alla Scuola di specializzazione, sostenendo una ventina di esami in itinere e un esame finale (anch’esso scritto e orale) con valore concorsuale.

Che le parole in questo strano Paese abbiano perso il loro significato?

In realtà, sembrano avere acquistato una polisemia preoccupante, che non è il segno di una naturale evoluzione della lingua, ma è il risultato di una subdola manipolazione, di un uso strumentale e mistificatorio delle parole, di un perverso corto circuito che ha fatto saltare il rapporto tra significanti e significati: in Italia si può affermare impunemente di bandire un concorso dopo 13 anni di vuoto (?) quando, nel frattempo, gli aspiranti insegnanti conseguivano l’abilitazione al termine di un percorso biennale, coronato da un Esame di Stato con valore concorsuale; si può affermare di voler svecchiare la scuola precludendo l’accesso al concorso ai neolaureati e, contraddizione somma, innalzando l’età pensionabile, con il risultato di allungare l’agonia lavorativa di docenti ormai stanchi e demotivati.

Manipolare le parole significa mistificare la realtà. In quest’operazione il governo Monti non è secondo al governo Berlusconi, da cui si distingue solo per una parvenza di serietà e di rigore. Questa volta gli organi di informazione che si sono guadagnati la fama di essere contro il regime berlusconiano conducono una campagna smaccatamente filogovernativa: gli articoli che hanno annunciato il concorso su La Repubblica, Il Corriere della Sera e altri quotidiani sono stati scritti con superficialità, partigianeria, malafede, cognizione scarsa o nulla della situazione della scuola pubblica, nessun rispetto né attenzione per le ragioni di chi protesta. La campagna di disinformazione ha sortito i suoi effetti: chi è esterno al mondo della scuola (e non solo…!) crede alla favola dell’opportunità e stigmatizza i presunti beneficiari del concorso come ingrati.

Il concorso a cattedra è una truffa di Stato! È uno degli innumerevoli esempi della relatività del concetto di regola in Italia: le regole hanno una durata pari a quelle dei governi che le hanno volute o degli interessi che le hanno determinate. Scadute queste condizioni e subentrati nuovi interessi, le regole cambiano, e poco importa se a ciò consegue la negazione di diritti precedentemente acquisiti.

Due cose in questo momento mi riempiono di indignazione. Innanzitutto la deduzione ovvia e offensiva che si può trarre dalla dichiarazione di intenti del ministro: se il concorso porterà (verbo al futuro) in cattedra i giovani e meritevoli, la generazione a cui appartengo non ha, evidentemente, nessuno di questi requisiti. Stiamo invecchiando, è vero, anagraficamente e nella fiducia di vederci riconosciuto ciò che ci siamo guadagnati con anni di studio e di lavoro. Invecchiamo nelle graduatorie ad esaurimento (ormai il significato di questa espressione è inequivocabile!), intenti a collezionare punti che corrispondono ad anni di servizio e di vita. Restiamo lì, bloccati, ma non per nostro demerito!

L’altra cosa che mi fa provare un misto di rabbia e di amarezza è la remissiva accettazione del concorso da parte di molti colleghi che, appena appresa la notizia, l’hanno metabolizzata senza battere ciglio e, all’approssimarsi della pubblicazione del decreto, sono pronti ad alimentare la speculazione dei corsi di preparazione alle prove concorsuali. Certo, ognuno ha il suo modo di reagire ad una notizia che travolge un equilibrio di per sé instabile. Ma ciò che mi fa riflettere è la mancanza di una vocazione “politica” negli insegnanti: siamo “monadi”, non riusciamo a sentirci “corpo docente”, non crediamo nella forza che deriva dall’unione. Noi, gli educatori, siamo delusi e disillusi…

Le iniziative promosse in questi giorni a Palermo per manifestare il dissenso a questo concorso non hanno la pretesa di far cambiare idea ad un ministro che rifiuta ogni confronto. L’obiettivo è quello di fare informazione, di ristabilite la verità, di creare un movimento di opinione che, partendo dal concorso, faccia emergere le contraddizioni della politica scolastica perseguita negli ultimi anni a livello nazionale e locale. Io credo che manifestare il proprio dissenso sia un dovere: lo dobbiamo a noi, alla serietà del nostro percorso, alla passione e alla competenza con cui abbiamo lavorato in questi anni.

La protesta è una forma di rispetto per le nostre professionalità umiliate da questa iniziativa inutile e pretestuosa! È inaccettabile che un’intera generazione sia considerata come il capro espiatorio da sacrificare sull’altare di un merito solo presunto, che sia strumentalizzata e additata come incompetente e restia alla selezione!

La protesta è un atto di amore per la scuola pubblica, che deve essere messa davvero al centro della crescita di questo Paese! Il concorso non è la soluzione ai mali della scuola: non sarà sottoponendo ad un’ennesima selezione migliaia di docenti “precari loro malgrado” che si risolveranno problemi ormai annosi: lo svuotamento delle graduatorie non potrà prescindere dal riconoscimento degli anni di servizio prestati (rimanendo quest’ultimo il criterio più equo per l’immissione in ruolo); si dovrà fare un passo indietro sui tagli criminali dell’era Gelmini, sulle classi-pollaio, sulla diminuzione del monte ore; si dovrà avere il buonsenso di investire sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici anziché sugli ultimi gioielli della tecnologia!

Merito, giovani e tecnologia fanno parte di una narrazione mitologica che non contempla le contraddizioni della scuola italiana e che esclude deliberatamente le inadempienze e le responsabilità della classe politica: sono solo (Pro)fumo negli occhi!

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Generazione perduta? https://minimaetmoralia.it/societa/generazione-perduta/ https://minimaetmoralia.it/societa/generazione-perduta/#comments Sun, 23 Sep 2012 06:02:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9572 Questo pezzo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico

Quando il presidente del consiglio Mario Monti – durante un’intervista a “Sette”, poi al meeting di Cl – ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi ai trenta-quarantenni che l’Italia avrebbe definitivamente mancato (un paradosso: venire maltrattati dal Paese salvato dal proprio sacrificio equivarrebbe a uscire dal solco della Storia), ho pensato che la psicanalisi di gruppo in cui abbiamo da tempo coinvolto i nostri recalcitranti padri stesse arrivando al punto.

Mai un leader politico aveva manifestato pubblicamente un tale odio per se stesso e la propria fascia anagrafica. “Atti mancati”: così li definiva Freud. Affinché però il processo di riemersione sia completo, sono ancora necessari un paio di passaggi.

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Questo pezzo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico

Quando il presidente del consiglio Mario Monti – durante un’intervista a “Sette”, poi al meeting di Cl – ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi ai trenta-quarantenni che l’Italia avrebbe definitivamente mancato (un paradosso: venire maltrattati dal Paese salvato dal proprio sacrificio equivarrebbe a uscire dal solco della Storia), ho pensato che la psicanalisi di gruppo in cui abbiamo da tempo coinvolto i nostri recalcitranti padri stesse arrivando al punto.

Mai un leader politico aveva manifestato pubblicamente un tale odio per se stesso e la propria fascia anagrafica. “Atti mancati”: così li definiva Freud. Affinché però il processo di riemersione sia completo, sono ancora necessari un paio di passaggi.

Nessun lettore della Bibbia dimentica lo sgomento di Davide davanti a Natan quando rivela: “Tu sei quell’uomo”. Definire “perduta” qualcosa che non soltanto è davanti ai tuoi occhi, ma è destinata a sopravviverti, è un assurdo tentativo di negarne l’esistenza ignoto solo a chi ha bisogno di esperirlo. A nessuno piace rispecchiarsi nelle proprie colpe. In questo caso il bisogno nasce dal fatto che alcuni milioni di italiani sono – agli occhi di chi li ha preceduti – la prova del proprio fallimento.

Ridurre l’Altro a ciò che rivela di noi stessi è tuttavia un ulteriore segno di egoismo, da cui vorrei salvare non solo Monti ma un’intera mentalità. Si potrà cominciare col dire che l’Italia sarebbe crollata molte volte su se stessa se un paio di generazioni non se ne fossero preso carico negli ultimi dieci anni.

Cosa ne sarebbe stato della scuola, dell’università, del mondo della cultura e della comunicazione, della sanità se tanti ventenni, trentenni e ora anche quarantenni, a volte più qualificati dei loro padri, non avessero lottato tra le fiamme impedendone il crollo, in condizioni di pericolo che i padri stessi negavano per l’insensata vergogna di non sperimentarle, col paradosso che questi ultimi svolgevano contemporaneamente il ruolo del piromane e di chi tiene sotto chiave gli estintori?

Ecco allora che la nostra generazione un ruolo storico fondamentale l’ha fino ad ora svolto. Come si fa a definirla perduta? Attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso.

Il figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali che, divenuto ministro, conia il termine “bamboccioni”. Il direttore generale della Luiss che consiglia al proprio figlio di abbandonare l’Italia delle vecchie oligarchie senza porsi il problema di farne parte e poi, non contento, scrive un libro in cui invoca a beneficio di se stesso un quarto d’ora supplementare di protagonismo per riparare al danno fatto.  Il barone universitario comunista che non si pone il problema di far lavorare gratis gli assistenti… In questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori, e non solo un ipertrofico senso di responsabilità ci ha sconsigliato di assassinare i padri, ma anche la gelosia identitaria: assomigliare alla generazione dei Freda e dei Morucci non ci piaceva.

E tuttavia siamo anche infantili, servili, isterici, invidiosi, frustrati, in attesa del primo compratore, costantemente tentati dal “si salvi chi può” dell’8 settembre infinito in cui viviamo. Come potrebbe essere altrimenti? In Linea d’ombra, capolavoro di Joseph Conrad e adeguamento modernista al rito di passaggio, a un giovane ufficiale viene affidato per la prima volta il comando di una nave. Guadagnare il mare aperto, combattendo con le febbri tropicali e poi con la bonaccia, è la missione che il giovane deve portare a termine per ritrovarsi adulto alla fine del romanzo.

Domanda: cosa accadrebbe se al posto di Conrad ci fosse un demiurgo malvagio il quale, da una parte non offrisse al giovane ufficiale il comando della nave, e dall’altra gli rimproverasse di non essere abbastanza adulto? È esattamente l’impasse in cui ci troviamo. E il rischio che corriamo è quello di crederci migliori del demiurgo per il fatto di subire l’ingiustizia.

Gli sfruttati, gli emarginati, i calpestati e gli incompresi devono essere davvero tali (cioè migliori) nella coscienza del mondo futuro, mai ai propri stessi occhi. È questo il pericolo da evitare. Crederci migliori è esattamente la trappola caduti nella quale ci sentiremmo legittimati a fare di quell’infantilismo, servilismo, invidia e opportunismo latenti le armi con cui mandare avanti il secondo tempo della nostra vita. Allora sì, saremmo perduti.

L’uscita guidata da questo labirinto non esiste. Chiamando ancora in causa la letteratura, basti per ora lucidare come lampade due potenti enigmi: al protagonista di Linea d’ombra viene offerto il timone della nave dopo che il vecchio comandante è morto pazzo; Conrad scrisse il romanzo nel 1917, dedicandolo al figlio Boris perso tra i fumi del primo conflitto mondiale, nel ventre di balena in cui altre forze (Altre?) lo avevano depositato.

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Il Grande Alibi e le simmetriche ipocrisie https://minimaetmoralia.it/lavoro/il-grande-alibi-e-le-simmetriche-ipocrisie/ https://minimaetmoralia.it/lavoro/il-grande-alibi-e-le-simmetriche-ipocrisie/#comments Thu, 03 May 2012 13:10:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7712 Pubblichiamo un articolo di Sergio Bologna che anticipa i temi che si affronteranno durante l'Assemblea Nazionale dei Lavoratori Indipendenti sabato 5 maggio a Roma. 

di Sergio Bologna

È finito il tempo in cui tutta la crisi del paese si poteva addossare alle responsabilità della Lega e del Cavaliere. È finito il Grande Alibi con il quale certi partiti e grandi organi di stampa hanno vissuto, o vegetato, coprendo le loro responsabilità storiche con le immagini marionettistiche o truci di Bossi e Berlusconi. Adesso stanno lì, mezzi nudi, e la loro pochezza è sempre più visibile. Cercano di fare un po’ lo stesso giochetto con il governo Monti, ci provano, ma è più difficile, lo hanno voluto loro, lo ha confezionato il Presidente. Come si può sconfessare una cultura, propria di quella generazione di ex comunisti, che ha sempre visto il nemico a sinistra e considerato alla stregua dell’eversione le espressioni di autonomia di pensiero che si fanno rappresentanza? La discussione, le modalità, gli esiti del confronto sul mercato del lavoro hanno portato in superficie il peggio della cultura politica italiana ed è a questa cultura, non altro, che va ricondotto lo stato miserevole in cui si trovano oggi milioni di persone tra i 20 e i 40 anni, se hanno la sfortuna di vivere del loro lavoro.

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Pubblichiamo un articolo di Sergio Bologna che anticipa i temi che si affronteranno durante l’Assemblea Nazionale dei Lavoratori Indipendenti sabato 5 maggio a Roma. 

di Sergio Bologna

È finito il tempo in cui tutta la crisi del paese si poteva addossare alle responsabilità della Lega e del Cavaliere. È finito il Grande Alibi con il quale certi partiti e grandi organi di stampa hanno vissuto, o vegetato, coprendo le loro responsabilità storiche con le immagini marionettistiche o truci di Bossi e Berlusconi. Adesso stanno lì, mezzi nudi, e la loro pochezza è sempre più visibile. Cercano di fare un po’ lo stesso giochetto con il governo Monti, ci provano, ma è più difficile, lo hanno voluto loro, lo ha confezionato il Presidente. Come si può sconfessare una cultura, propria di quella generazione di ex comunisti, che ha sempre visto il nemico a sinistra e considerato alla stregua dell’eversione le espressioni di autonomia di pensiero che si fanno rappresentanza? La discussione, le modalità, gli esiti del confronto sul mercato del lavoro hanno portato in superficie il peggio della cultura politica italiana ed è a questa cultura, non altro, che va ricondotto lo stato miserevole in cui si trovano oggi milioni di persone tra i 20 e i 40 anni, se hanno la sfortuna di vivere del loro lavoro.

Era il luglio 1993 quando sindacati e Confindustria firmarono l’accordo che avrebbe negli anni successivi dato il via libera alla flessibilità della forza lavoro e al contenimento dei salari. Un anno prima il patrimonio pubblico nell’industria e nelle banche era stato messo all’asta, non al miglior offerente ma al più raccomandato. Doveva essere, quell’accordo, l’inizio di un processo di consolidamento dell’impresa italiana, di maggiore capitalizzazione, avremmo dovuto avere imprese più robuste e con maggiori risorse da investire in tecnologia e risorse umane. Abbiamo avuto imprese più piccole e “ditte individuali” che qualcuno si ostina a chiamare “imprese”. Le aziende con meno di 15 dipendenti sono diventate una maggioranza schiacciante, è cominciata nei fatti l’abrogazione dell’art. 18.

Il Paese è arrivato alla scadenza della crisi 2001/2002 con un apparato produttivo già svuotato da delocalizzazioni, indebolito dalla concorrenza dei Paesi a basso costo, dall’allargamento dell’Unione Europea e da una generazione di imprenditori restìa a investire in Italia. Eppure il nostro capitalismo poteva contare su lavori flessibili, forza lavoro scolarizzata e salari tenuti bassi non solo dall’abolizione della scala mobile ma da sindacati che definire “ragionevoli” è un eufemismo. Anche la conflittualità era vicina allo zero nel settore privato. Cosa gli impediva di rispettare il patto del luglio 1993? Quali migliori condizioni per rafforzarsi e investire in Italia? Ma non era finita, anzi, il peggio doveva venire. Lungo tutto il primo decennio del nuovo Millennio una buona parte del capitale italiano si è sottratto alla responsabilità di reinvestire i profitti (unico ruolo sociale che gli è riconosciuto). Padroni che per primi non hanno creduto nelle loro imprese, gente che ha succhiato risorse a precari, interinali, stagisti, ma non le ha rimesse nell’azienda, le ha immobilizzate nel cemento o le ha regalate alla finanza internazionale. Ora, che questa gente abbia la faccia tosta di dire che se in Italia non s’investe la colpa è dell’art. 18 dimostra come l’arroganza del potere, prima e dopo Berlusconi, non abbia limiti. La posizione di Confindustria sull’art. 18 copre il peggio del capitale industrial-finanziario italiano. Copre i grandi delocalizzatori, quelli che hanno smesso di fare gli industriali e vivono di concessioni autostradali, i devastatori del territorio, quelli che s’ingrassano sul barile di petrolio a 100 dollari, i vampiri degli appalti pubblici. Copre chi fa impresa truffando il fisco, violando le norme sul lavoro e la sicurezza, le leggi a protezione dell’ambiente, chi sfrutta i fornitori e li porta alla disperazione e al suicidio. Sono questi che dicono di non poter assumere giovani perché c’è l’art. 18.

L’imprenditoria migliore, quella che in questi due decenni ha continuato a investire, a tentare di innovare, quella che tratta i dipendenti da esseri umani, che paga i fornitori, anzi li aiuta a crescere, quella che paga le tasse sui profitti, quella che lavora di cervello e di astuzia e non di lobbysmo, quella imprenditoria – e per fortuna ce n’è ancora – non viene a piangere sull’art. 18 ma mette l’accento su tutte le cose impresentabili del sistema Italia, dalle vessazioni della burocrazia, al funzionamento della giustizia, dalle clientele all’università dei baroni, dai trasporti merce solo su camion alle banche che prestano soldi a palazzinari falliti e li negano a giovani che hanno una buona idea. Perché questa imprenditoria non ha alzato la voce? Perché non ha delegittimato i vertici confindustriali, scompaginando le carte della trattativa sulla riforma del lavoro? Perché non ha urlato che l’art. 18 non è un problema? Forse perché l’Italia è il Paese delle virtù private e delle viltà pubbliche.

Avrebbe dovuto parlare il Partito Democratico, ma avrebbe dovuto dire il vero sul comportamento del grande capitale italiano degli ultimi vent’anni. Meglio tacere, meglio nascondersi dietro la CGIL. Avrebbe dovuto, prendendo le parti dell’imprenditoria migliore, formulare un’idea di sviluppo della nostra economia. Ma non ce l’ha, capisce solo di grandi infrastrutture, di grandi opere, ci sono dietro gli interessi delle grandi cooperative di costruzione che poi sanno chi ringraziare. Meglio tacere e nascondersi dietro la CGIL.

Milioni di persone, tra i 20 e i 40 anni, si trovano oggi in una situazione di precarietà, d’incertezza, d’impossibilità a progettare il futuro pur facendo parte della forza lavoro attiva. In questo c’è anche una diretta, seppur parziale, responsabilità di CGIL, CISL e UIL. Da quando la parola “precario” è entrata nel loro lessico hanno mai fatto qualcosa di sostanziale per cambiare le cose? E quando hanno preso in considerazione il problema, hanno prospettato forse soluzioni innovative? Hanno sempre riportato tutto dentro il quadro, lo schema, i parametri del lavoro dipendente, perseguendo su questa strada anche quando tecnicamente non poteva funzionare. L’importante era imporre una tipologia di status che garantisse la loro titolarità contrattuale. La prova ce l’abbiamo sotto gli occhi: la soluzione che la riforma del lavoro prospetta per eliminare le cosiddette “finte partite Iva” è una soluzione tecnicamente inapplicabile, come ha spiegato una presa di posizione dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, è una soluzione che oltretutto mette a rischio il posto di lavoro di queste persone. Ma viene ostinatamente perseguita dai sindacati e difesa in Parlamento dal PD.

Si trattasse solo di questo, riguarderebbe al massimo il 10% delle Partite Iva esistenti. Ma si è voluto fare di più e peggio. Non sapendo come eliminare il 90% delle Partite Iva restanti, hanno pensato bene di dire: “Rendiamo più gravosi i loro oneri contributivi alla Gestione Separata INPS – che ha già buoni 8 miliardi di attivo – così pigliamo due piccioni con una fava: ne eliminiamo una buona parte che non ce la farà più a lavorare e con quelli che restano facciamo cassa per coprire i costi degli esodi, ci togliamo dai piedi un po’ di autonomi inaffidabili politicamente e salviamo la classe operaia che è il baluardo della democrazia”. Volendo, si potrebbe obbiettare che in tutti i Paesi la componente operaia è ben presente e certe volte maggioritaria – vedi Lega Nord – nei movimenti razzisti e populisti, i rednecks americani sono tutti proletari bianchi. Ma evitiamo queste sottigliezze, andiamo al centro della questione: l’art. 18.

Nel 1990 l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori tutelava la grande maggioranza del lavoro dipendente nel privato. Oggi, 22 anni dopo, tutela una minoranza del lavoro dipendente e non riguarda l’esercito di almeno 4 milioni di persone tra i 20 e i 40 anni perlopiù, impantanati nei contratti a termine, nel precariato insomma. In questo lasso di tempo l’art. 18 è stato abolito nei fatti da una politica industriale e da una politica del lavoro che ha visto promotori ex comunisti ed ex democristiani (leggi Treu), consenzienti i sindacati, preoccupati non di salvaguardare il lavoro del futuro ma la loro posizione istituzionale, consociativa. E allora, cari amici del PD, cari amici di CGIL, CISL e UIL, se per un ventennio non avete saputo impedire che uscisse sempre più gente dal perimetro dell’art. 18, se per un ventennio avete tollerato la diffusione del precariato e di tutte quelle forme non tutelate dall’art. 18, non è pura ipocrisia oggi irrigidirsi sull’art. 18, non è di una miopia sconfortante riportare tutto dentro lo schema del lavoro dipendente di stampo fordista? Non era questa l’occasione per prendere atto che il lavoro è cambiato, per fare il primo passo verso una flexsecurity? Non era giunto il momento di inventarsi qualcosa per consentire la sostenibilità del precariato oltre la sua abolizione con improbabili “stabilizzazioni”? Un precariato che diventa sempre più “intrinseco al settore economico di attività”. Che cosa vuol dire? Che aumentano nell’economia e nell’occupazione le attività “temporanee”, con la diffusione dell’entertainment, dei media, della cosiddetta economia dell’evento, la fieristica, la convegnistica, i festival, attività che aprono e chiudono, dove il lavoro sarà sempre “a termine”, dove 1 su 100 è dipendente, dove per forza devi avere la Partita Iva o fare l’occasionale.

C’è un aspetto che riguarda il lavoro dipendente, un aspetto su cui di solito si tace. Il bla bla bla sul lavoro precario ha finito per gettare un cono d’ombra su un tema ancora più scottante, forse. Quanto guadagna oggi chi lavora da dipendente? Se è fisso in media non guadagna tanto da mantenere una famiglia, siamo sui 1.200 euro al mese. Se è precario nella maggioranza dei casi non guadagna tanto da mantenersi da solo, siamo sui 500, 800 euro al mese per un lavoro qualificato, che richiede una laurea e che ti tiene in ufficio otto, nove, anche dieci ore al giorno. Si parla di stabilizzazione, si parla di contratto unico, ma perché nessuno parla dei working poor? Si parla di disoccupati, ma perché nessuno parla degli occupati che stanno certe volte peggio dei cassaintegrati? Perché chi lavora per far rispettare i suoi diritti deve sempre ricorrere alla magistratura? Perché tutto viene riportato nell’ambito di ragionamenti giuridici e si evita accuratamente di fare dei ragionamenti economici? Ci dovranno pur essere un qualche giorno soluzioni negoziali diverse da quelle che hanno caratterizzato il lavoro fordista, altrimenti, se accettiamo che non è possibile difendere con l’arma del negoziato, della trattativa sindacale, una forza lavoro dispersa e frammentata, dobbiamo per forza ricorrere a degli argini legislativi per fermare il degrado delle sue condizioni ed uno di questi è il salario minimo garantito. Ma ai sindacati non piace perché sottrae loro potere contrattuale. E allora si crea un mito attorno al contratto di lavoro a tempo indeterminato. Quelli che stanno peggio, gli extracomunitari soci e dipendenti delle cooperative di lavoro, giovani delle cooperative sociali, sono tutti assunti a tempo indeterminato, peccato che le cooperative nascono e muoiono, e il nuovo caporalato che le ha messe in piedi se ne scappa con i contributi, con l’ultimo mese di paga, con la liquidazione. Ma a chi venite a raccontare che il contratto a tempo indeterminato è sinonimo di garanzia del posto di lavoro? Ai gonzi oppure a chi non ha idea di come sia combinato il lavoro oggi.

Le professioni, meglio sarebbe dire il lavoro intellettuale svolto in forma indipendente – con Partita Iva, con una microimpresa dove il titolare è tutto, con studi associati – sono un universo distinto tra coloro che hanno un Ordine e coloro che ne sono privi, tra coloro che sono obbligati a versare i contributi alla Gestione Separata INPS e coloro che usufruiscono di una cassa previdenziale privata (si dovrebbe fare una riflessione su come vengono gestite queste casse e di come certe volte hanno buttato al vento i soldi di chi le ha rimpinguate per anni). Ci sono una ventina di Ordini professionali ma più di duecentocinquanta, censite dal CNEL, Associazioni professionali non ordinistiche. Chiedete a un giovane medico, a un giovane avvocato, a un giovane architetto a cosa serve il suo Ordine, come lo protegge sul mercato, ti guarderà come per dire: “mi stai pigliando in giro?” Gli Ordini sono nati per tutelare il cliente. La stragrande maggioranza delle Associazioni non ordinistiche, malgrado questo, aspira ad avere un Ordine, un riconoscimento pubblico. È una questione di status. Il mercato, se non appartieni a certe professioni antiche, se ne infischia dei tuoi blasoni e poco per volta anche delle tue competenze. Ma loro insistono, vogliono essere una professione riconosciuta, forse per sentirsi più su nella scala sociale, forse per avere una cassa privata da gestire, forse per essere ammessi ai “tavoli” delle cosiddette parti sociali. E su queste richieste PD e CGIL ci sentono.

Tutto quello che riporta ad un tradizionale ordine delle cose, tutto quello che riproduce il quadro del lavoro del Novecento, tutto quello che riporta al passato, va bene. Osar guardare al futuro sembra una bestemmia. C’è qualche Associazione professionale, rara avis, che del riconoscimento dello Stato non sa che farsene, se ne infischia di codici etici e di tariffe minime, sa che il mercato è spietato, guarda al sodo e si ribella ad un aumento dei contributi sociali, cerca di spiegare che versare il 33% del reddito lordo all’INPS, per avere prestazioni miserabili o per non averne (si pensi alle malattie domiciliari per esempio), significa per molti dover rinunciare a lavorare. Cercano di spiegare tante cose che non funzionano o sono incongruenti nell’attuale sistema di welfare – ma le loro parole non sono gradite, forse perché ragionano con la propria testa e mantengono ferma la loro autonomia di rappresentanza. Ed è questo che non viene accettato, pare incredibile, ma è solo questo.

Un accenno soltanto agli ammortizzatori sociali. Né per gli autonomi né per i precari è previsto un ammortizzatore sociale in più, un qualcosa che possa essere interpretato come uno spiraglio verso la flexsecurity. Esce intatta dalla riforma la Cassa Integrazione, le cui richieste sono schizzate a 100 milioni di ore in poche settimane. Non la tocca nessuno perché è una forma di finanziamento all’impresa, non per altro. Si potrebbe almeno condizionarne l’erogazione ad un impegno dell’azienda a non delocalizzare. Invece diamo soldi a chi ha già la valigie pronte per andare in Brasile, in Russia, in Tunisia. In Germania si è fatto di tutto per rendere flessibile la forza lavoro e portare le retribuzioni a livelli ancora peggiori dei nostri, ma almeno si è detto alle aziende, Standort Deutschland e moltissime sono tornate indietro dai paesi a basso costo del lavoro dove s’erano rifugiate. È anche questa una politica industriale, minima ma lo è. Lo scontro sull’art. 18 non è una politica per lo sviluppo, è una scena di simmetriche ipocrisie.

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