Myanmar Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/myanmar/ un blog di approfondimento culturale Fri, 31 May 2013 13:50:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Myanmar Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/myanmar/ 32 32 Cronache dall’Asia 2 https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia-2/ https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia-2/#comments Fri, 31 May 2013 13:50:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14514 Le foto sono di Thomas Nadal Poletto. Qui la prima puntata.

Cronache dall’Asia - Ricomporre il prisma di buddhisti, musulmani e occidentali

Neanche l'altezza tiene lontani gli insetti e quassù al settimo piano non mancano formiche rosse né zanzare e questa sera è apparso un piccolo insetto nero, blatta-grillo, piccola blatta saltellante. Sotto l'influsso buddhista ho cercato di buttarlo fuori dalla mia stanza, ma al quarto o quinto tentativo fallito mi sono decisa a schiacciarlo con l'infradito in dotazione con la stanza.

"I miei amici birmani non hanno speso una sola parola di dispiacere per i tredici bambini morti bruciati nella moschea la scorsa settimana, ma sarebbero indignati a vedermi schiacciare una zanzara sul tavolo", mi è stato riferito qualche afoso pomeriggio fa.

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Le foto sono di Thomas Nadal Poletto. Qui la prima puntata.

Cronache dall’Asia – Ricomporre il prisma di buddhisti, musulmani e occidentali

Neanche l’altezza tiene lontani gli insetti e quassù al settimo piano non mancano formiche rosse né zanzare e questa sera è apparso un piccolo insetto nero, blatta-grillo, piccola blatta saltellante. Sotto l’influsso buddhista ho cercato di buttarlo fuori dalla mia stanza, ma al quarto o quinto tentativo fallito mi sono decisa a schiacciarlo con l’infradito in dotazione con la stanza.

“I miei amici birmani non hanno speso una sola parola di dispiacere per i tredici bambini morti bruciati nella moschea la scorsa settimana, ma sarebbero indignati a vedermi schiacciare una zanzara sul tavolo”, mi è stato riferito qualche afoso pomeriggio fa.

Per affrontare questo discorso serve una breve premessa.

Questa nazione chiamata oggi Myanmar (ufficialmente Republic of the Union of Myanmar) è un’invenzione del colonialismo britannico. In tre guerre a metà dell’Ottocento, l’impero britannico ha annesso una serie di territori su cui vivevano popolazioni diverse governate da diverse amministrazioni. Quando si è trattato di negoziare l’indipendenza nel 1947, il generale birmano Aung San ha messo d’accordo i diversi gruppi etnici siglando il Panglong Agreement e unendo tutti i territori in una sola nazione indipendente, chiamata Union of Burma.

Burma (il nome dato a questi territori dall’impero coloniale britannico), Birmania (la traduzione italiana) e Myanmar (il nome dato al paese dalla giunta militare) sono tre parole che fanno riferimento al gruppo etnico Bamar. Questo gruppo costituisce il 68% della popolazione, è per la maggioranza buddhista e si ritiene l’anima del paese. La giunta che ha detenuto il potere per cinquant’anni ha sempre cercato il vantaggio dell’élite Bamar.

A voler essere corretti, bisogna stare molto attenti a usare l’aggettivo birmano, perché in molti casi è improprio.

969 NLD Stickers

Parlare di birmani per tutta la popolazione del Myanmar è sbagliato. Quando si parla di burmese o birmani ci si riferisce ai Bamar, mentre gli Shan, i Chin, i Kachin, i Rakhine, i Kayah, i Kayin e i Mon preferiscono essere chiamati con il nome del loro gruppo etnico ed essere considerati cittadini del Myanmar, non birmani.

Girava voce tra i birmani, che durante il Thingyan, o Festa dell’Acqua, o Capodanno birmano, i musulmani avrebbero sostituito dell’acido all’acqua con cui normalmente ci si innaffia in questi giorni di festa.

A giugno del 2012 si sono verificati numerosi atti di violenza contro i Rohingya, un popolo stateless che vive sul territorio del Myanmar al confine con il Bangladesh. Sono generalmente identificati come musulmani e discendenti di immigrati dal Bangladesh. Durante gli scontri, sono morte molte persone (650 secondo la Burmese Rohingya Organisation UK e 78 secondo le autorità del Myanmar) e decine di migliaia sono dovute fuggire dalle loro case, spesso rase al suolo o bruciate, e dal loro lavoro.

Alla fine dello scorso mese di marzo a Meiktila, nel centro del paese, ci sono stati nuovi atti di violenza in cui hanno perso la vita circa 40 musulmani e migliaia hanno perso casa e lavoro. Reuters ha riportato che un monaco buddhista è stato aggredito mentre viaggiava in motorino e bruciato vivo da cinque musulmani. Le violenze si sono diffuse in altre città e sono state fermate grazie all’istituzione della legge marziale e del coprifuoco. Negli stessi giorni a Yangon è andata a fuoco una moschea che ospitava numerosi bambini. 13 sono morti tra le fiamme.

Dal punto di vista di molti birmani *, i musulmani in Myanmar non sono rispettosi delle regole che vigono nel paese che li ospita. Alcuni di loro sono di etnia Cinese Hui, altri sono Indiani e Pakistani, altri ancora sono Rohingya e infine ci sono i birmani musulmani, convertiti tra il IX e il XIV secolo dalla stessa ondata di commercianti Indiani e Arabi che ha diffuso l’Islam nel sud della Thailandia e in Malesia.

Molti birmani buddhisti sono allarmati (e alcuni lo sono sinceramente) perché credono che i musulmani abbiano in progetto di rovesciare la millenaria storia buddhista del loro popolo per trasformare il Myanmar in un paese musulmano.

Durante gli anni della dittatura, la giunta è ricorsa più e più volte alla provocazione di scontri interni al paese per giustificare la propria durezza e mantenere il potere. La popolazione musulmana, insieme ad altre, ha subito queste azioni. Azioni che, oltre alla distruzione, hanno diffuso forti pregiudizi, sempre pronti a essere sfruttati in caso di bisogno.

Ciò che i birmani buddhisti proprio sembrano non percepire è che, salvo i più sfortunati e stateless Rohingya, questi musulmani che temono sono cittadini del Myanmar come loro. Sembra insomma che l’ala conservatrice della giunta sia riuscita a mantenere, anche in tempi di auspicata democrazia, quello scontro tra genti che ha permesso loro di agire indisturbatamente e avidamente con le vite e risorse di queste terre.

Dal punto di vista di Patrick, Kachin, attivista per i diritti umani, la questione religiosa non è rilevante in Myanmar e se la situazione è più volte degenerata è a causa del mancato intervento delle forze dell’ordine. La ragione per cui la polizia è rimasta a guardare è che in questo paese non si rispettano le leggi che dovrebbero regolamentare la vita pubblica. L’attenzione internazionale sollevata dai fatti di violenza rischia di esasperare il conflitto, altrimenti non ritenuto cruciale. Ciò che deve essere affrontato e risolto è il nodo delle etnie: l’unica soluzione perché il Myanmar si trasformi gradualmente e pacificamente in un paese democratico è che venga organizzato come uno stato federale (previsto dal Panglong Agreement voluto da Aung San).

Dal punto di vista di Maung Zarni, illustre esule, attivista ed esperto birmano (attualmente insegna alla London School of Economics), in Myanmar stiamo assistendo all’azione congiunta di un movimento neo-nazista buddhista e dei militari birmani, “un’istituzione neo-fascista quando si tratta di questioni di ‘razza’ e religione”.

In effetti, a partire dagli scontri nel Rakhine State, l’odio e la frustrazione di molti birmani buddhisti si sono raccolti sempre più intorno al movimento 969 (fondato nel 2001). Questi tre numeri sono ricavati da alcuni fondamentali precetti buddhisti e, utilizzati per spargere propaganda anti-islam, costituiscono una pesantissima macchia nell’immagine pacifica e pacifista della religione buddhista.

Il leader di questo movimento è U Wira Thu, un monaco che viene chiamato “il monaco combattente” o “il Bin Laden buddhista” (sembra essere stato lui il primo ad assegnarsi questo nome).

Nel 2003 U Wira Thu è stato condannato a venticinque anni di prigione per aver istigato, nella sua città natale, le violenze in cui hanno perso la vita dieci musulmani. Nel 2009, grazie ad un’amnistia è tornato libero e ha iniziato a produrre e distribuire video in DVD e utilizzare i social media per diffondere le sue idee razziste.

Maung Zarni paragona la propaganda 969 a quella della Germania nazista perché diffonde la falsa suggestione che il buddhismo sia vittima di una congiura e contribuisce a diffondere un nazionalismo culturale ed economico esclusivamente buddhista e bamar.

 

Dal punto di vista di Soe Myint, capo redattore di Mizzima (testata fondata a New Delhi da tre esuli attivisti nel movimento pro-democrazia del 1988), condannare una fazione o un’altra non è la soluzione al problema e bisogna rimanere solidi nel puntare al vero obiettivo di questa fase di transizione, ovvero la riconciliazione nazionale (ovvero l’accordo tra le etnie). Non si devono accusare gli integralisti religiosi, né la polizia per non essere intervenuta a difendere i propri cittadini attaccati da altri cittadini, né Aung San Suu Kyi per essere rimasta in silenzio per settimane dopo i fatti di Meiktila.

Soe Myint aggiunge anche che la comunità internazionale dovrebbe intervenire per aiutare ad affrontare queste sfide (da sempre presenti in Myanmar), ma non dovrebbe invece chiedere alla gente del Myanmar di seguire quelli che vengono chiamati “standard universali” (sottintendendo, da un punto di vista occidentale).

Moschea Bogyoke Aung San

Dal mio punto di vista, credo che l’unico sforzo utile da parte mia sia quello di provare a individuare le diverse facce che compongono il prisma del conflitto birmano (e mi concedo l’utilizzo dell’aggettivo birmano, dato che i Bamar sono coinvolti -a mia conoscenza- in ogni conflitto).

Nel tentativo di penetrare una cultura estranea, come una di quelle presenti nel sud-est asiatico, mi trovo spesso sbalordita in una contraddizione: nei primi tempi sento la matrice comune umana come il legame più inequivocabile e forte, tra me e gli altri, ma più passa il tempo e più mi ambiento, più sono esterrefatta e scopro di essere culturalmente distante nelle pulsioni, nelle prospettive, nei desideri, nelle elaborazioni, nelle prospettive, nel quotidiano, nelle priorità.

Questo mio costante ondeggiare tra familiarità e assurdità mi porta alla mente uno scambio di commenti bruciante tra alcuni viaggiatori a Bangkok. Da una parte una coppia di cinquantenni, per la prima volta in Asia, raccontava al gruppo (che si era riunito nell’attesa di un autobus) di vedere davanti ai propri occhi un altro mondo, dove tutto girava in maniera diversa e aliena. Difficilissimo orientarsi. Dall’altra, una ventenne descriveva invece un mondo, almeno apparentemente, molto simile al nostro occidentale, con differenze nei dettagli, non nella struttura, da cogliere nel tempo e grazie all’osservazione.

Quello che talvolta travolge gli occidentali di passaggio, qua nel sud-est asiatico, è la scoperta che le persone che vivono qui vivono veramente la loro vita. Hanno vite umane, vite spese, vite che si dispiegano dalla mattina alla sera e oltre, nonostante la passata dittatura, la povertà, l’assenza di cultura.

“Vivo a Yangon da ormai diversi anni e nonostante consideri questa la mia casa, mi ritrovo a confrontarmi continuamente con ragionamenti e comportamenti che non riesco tuttora ad accettare, perché espressione di una realtà impregnata di contraddizioni e apparentemente priva di logica”.

Anche questa testimonianza (ulteriore faccia del prisma) di una persona sinceramente attenta e dedita all’esplorazione e al confronto, mi pare aiuti a definire l’incontro vitale che scaturisce tra luoghi, storie e culture del mondo distanti. “Ciò che sconvolge è scoprire che nonostante la passata dittatura, la povertà, l’assenza di cultura, gli orari di lavoro massacranti e i problemi di vita quotidiani condivisi, le persone conducano la propria vita come se niente fosse e, piuttosto che porsi domande sulla propria esistenza, trovano il tempo e la forza per alimentare e dare seguito a pregiudizi e rivendicazioni contro chi vive esattamente la stessa ‘misera e precaria’ realtà”.

* Mi riferisco alle opinioni che ho raccolto personalmente da persone birmane a Yangon e da blog e giornali in inglese di autori birmani.

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Cronache dall’Asia https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia/#comments Fri, 03 May 2013 06:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14185 (Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)

Cronache dall'Asia - Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant'anni di dittatura

Ogni tanto, più volte al giorno, un'esplosione di suono tramortisce l'aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.

Siamo all'apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l'aria si muove in abbondanti ventate di calore.

Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall'ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.

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(Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)

Cronache dall’Asia – Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant’anni di dittatura

Ogni tanto, più volte al giorno, un’esplosione di suono tramortisce l’aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.

Siamo all’apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l’aria si muove in abbondanti ventate di calore.

Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall’ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.

Le strade sono bollenti perché invase di automobili. Nel 2012 si è aperto il mercato all’importazione di auto dall’estero, con possibilità di scegliere tra più brand a prezzi finalmente accessibili (molto più alti che da noi, ma molto più bassi rispetto a quelli in vigore durante la dittatura). Le strade non sono pronte ad accogliere così tanti automobilisti ed è un ingorgo continuo. Si suona il clacson all’impazzata, per esasperazione o per divertimento, non è chiaro. C’è dell’irrazionalità per il nostro osservare occidentale. Un taxista ha appena suonato il clacson in una strada risparmiata dal traffico e un metro dopo si è fermato per far scendere due donne davanti a un ospedale. A chi si rivolgeva con il suo clacson? Riparte all’impazzata, incurante del ragazzo che stava attraversando e che deve saltare in avanti per non essere investito.

In downtown, la zona più a sud della città, la più movimentata, multietnica e dissestata, è pieno zeppo di nuovissimi negozi di elettronica. Come in tutte le città asiatiche, anche Yangon si caratterizza per strade mono-merce, contro ogni logica concorrenziale in vigore da noi: hai bisogno di un timbro? Vai alla trentaduesima Strada, troverai circa quindici negozi che vendono gli stessi timbri. Hai bisogno di un produttore di audiovisivi? Vai alla trentacinquesima Strada e troverai una decina di case di produzione una di fianco all’altra. L’elettronica però ha violato ogni regola e si trova semplicemente dappertutto: in vendita cellulari, smartphone, computer, tablet, cover per cellulari, auricolari e tutti gli accessori che fino a un anno fa nessuno conosceva o immaginava, a meno che avesse avuto il privilegio di viaggiare. I marciapiedi sono occupati da scatoloni espositivi di lavatrici, frigoriferi, impianti hi-fi, condizionatori. Lo sfogo, innescato da decenni di consumismo e progresso tecnologico negati, si dichiara nell’occupazione dello spazio: auto, merci, suoni pervadono l’ambiente.

Siamo in Myanmar, una nazione del sud-est asiatico tra il Bangladesh, l’India, la Cina, il Laos e la Thailandia. Myanmar è una parola nata scritta, una parola rimasta letteraria fino al 1989, anno in cui è diventata colloquiale quando la giunta militare birmana ha deciso di adottarla per rinominare la Socialist Republic of the Union of Burma.

Due anni fa la giunta si è dissolta in altra forma. Questa metamorfosi ha spalancato le porte agli investitori stranieri e adesso il potere militare esercita la sua autorità in modo meno coercitivo, in particolare riguardo certi aspetti sensibili per l’opinione pubblica internazionale (occidentale).

Da circa un anno si parla di democratizzazione del paese, grazie a una serie di riforme intraprese dal Presidente U Thein Sein (ex generale), il rilascio di molti prigionieri politici e l’ingresso del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi in Parlamento. Cos’è successo nelle vite delle persone?

Di questa apertura si può osservare il suo aspetto visibile nelle strade, nei negozi, nelle facciate delle case, nei gesti delle persone. Sugli autobus con il pavimento in legno e la strada che scorre sotto tra le assi squillano i telefoni e i ragazzi giocano a Angry Birds o  controllano Facebook.

Ma c’è un cambiamento in atto o no? Cosa sono questi cellulari infilati nel longyi insieme ai rotolini di banconote usurate? Sono il riscatto dopo tanta privazione, sono un mezzo di emancipazione, come intaccano la vita?

Secondo una giovane artista 25enne a cui ho fatto queste domande, il cellulare ha cambiato il 30%, anzi no, il 20% della sua vita. Non un granché e non sa o non vuole scendere in dettagli. Sì, è più facile contattarsi adesso. Ma se quindi dopo un anno di cellulare non c’è nulla da raccontare su questa rivoluzione tecnologica e relazionale, perché vengono spesi l’equivalente di tre (minimo) stipendi di un funzionario statale medio per avere il set di sim e telefono? Questa orgogliosa e coraggiosa ragazza, che ha deciso di vivere d’arte in un paese in cui non esistono l’ora di educazione artistica a scuola, né spazi espositivi, né un mercato dell’arte, mi racconta di come questa società sia profondamente divisa tra ricchi e poveri, di quanto sia ingiusta. Senza battere ciglio mi racconta di aver speso, un anno fa, 240.000 Kyats (circa 240 euro) per il suo cellulare. Un impiegato in un ufficio pubblico qui guadagna 60.000 Kyats al mese (circa 60 euro). Questi numeri non tornano e mi ricordo di aver letto in un articolo il timore che con la corsa alle nuove tecnologie inizi una più che florida stagione per gli usurai.

La rete GSM è stata introdotta in Myanmar alla fine degli anni ’90 e al tempo le sim venivano vendute a 3300 USD. Per molti anni possedere un telefono con sim era una forma di investimento, così come possedere un’auto: questi beni, inarrivabili per la maggior parte della popolazione, potevano essere affittati a chi ne avesse bisogno per brevi periodi, ad esempio stranieri o businessmen.

Nel 2012, i prezzi sono scesi a più riprese diversificando l’offerta. Le sim più economiche, da 200.000 Kyats (circa 200 euro), hanno una copertura di rete meno affidabile, in modo da mantenere comunque sim, creando così forte competizione tra gli acquirenti e mantenendo i prezzi a livelli esorbitanti.

Nonostante si parli di cifre al di sopra della portata di qualsiasi birmano medio, ogni volta si è andati in overbooking e molti sono rimasti esclusi dalla svendita. Per la fine di aprile di quest’anno sono state annunciate le prime sim a basso costo, sembra ne verranno vendute 350.000 a 1.500 Kyats (circa 1,50 euro). Fino a pochi mesi fa, domandando a un birmano se considerasse meglio comprare una sim da 200.000 Kyats o una sim da 1.500 Kyats, la risposta sarebbe stata: “preferisco la più costosa”, vittima dell’immaginario di status symbol costruito intorno alla sim per un decennio. Grazie all’incremento di informazioni in circolo sembra però che finalmente si sia diffusa l’idea che la sim non ha valore su nessun mercato estero ed è tempo anche in Myanmar di svalutarne la tecnologia.

Con questo calo dei prezzi in corso, non vale quindi più la pena investire su un cellualre. Con l’apertura dei confini agli investitori stranieri (attratti dall’esenzione dal pagamento delle tasse per cinque anni, oltre che dal bassissimo costo della manodopera e da un mercato tutto da fare e controllare), vale invece la pena investire in terreni e case. I ricchi birmani vanno oggi alla ricerca di vecchie case monofamiliari nei quartieri centrali della città: le case vengono sopravvalutate (i prezzi sono incrementati fino al 300%) perché al loro posto sorgeranno condomini con una ventina (o più) di appartamenti e uffici. La trasformazione è evidente, i cantieri sono numerosi in centro e i nuovi condo svettano tra le vecchie abitazioni.

I palazzi del centro di Yangon, nell’insieme un ibrido di stili delle diverse influenze straniere (inglesi, indiane, cinesi), hanno il fascino della vita e del tempo nelle loro forme, nei segni d’usura, nelle finestre irregolari. Dalle facciate bianche, ocra e turchesi spuntano i davanzali, ricchi di piante e panni stesi, teatro di momenti familiari all’ombra degli alberi che salgono dalla strada. Sembra che i cittadini di Yangon siano combattuti tra il desiderio di accedere a case più moderne e igieniche e la volontà di mantenere l’eredità architettonica del centro storico della città. Un gruppo di architetti ha fondato il Yangon Heritage Trust, il cui obiettivo è di sviluppare un piano urbanistico armonioso. Ma i nuovi condo sono già lì e offrono la sensazione di poter voltare pagina, di poter accedere finalmente al futuro, di abbandonare la fatiscenza degli anni di isolamento e raggiungere il resto del mondo. Sono già lì o in costruzione, dotati di maxi-schermi pronti ad accogliere, con i primi inquilini, spot pubblicitari di qualsiasi tenore (spicca in questi giorni il cartellone gigante di un water su uno dei principali svincoli di downtown).

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