racconti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/racconti/ un blog di approfondimento culturale Tue, 10 Dec 2024 17:05:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg racconti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/racconti/ 32 32 Giacomo Casanova, cocainomane – un racconto di Giovanni di Benedetto https://minimaetmoralia.it/racconti/giacomo-casanova-cocainomane-un-racconto-di-giovanni-di-benedetto/ https://minimaetmoralia.it/racconti/giacomo-casanova-cocainomane-un-racconto-di-giovanni-di-benedetto/#respond Tue, 10 Dec 2024 17:04:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54581 di Giovanni di Benedetto (Venezia, 1725 – Duchov, 1798) Ho sognato che Giacomo Casanova veniva a bussare alla mia porta al numero 9 di rue de Paradis. Era vecchio, grigio, le rughe incise agli angoli della bocca, lì dove i suoi sorrisi avevano un tempo archiviato l’amore. La sua parrucca era spettinata. Non si riusciva […]

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di Giovanni di Benedetto

(Venezia, 1725 – Duchov, 1798)

Ho sognato che Giacomo Casanova veniva a bussare alla mia porta al numero 9 di rue de Paradis. Era vecchio, grigio, le rughe incise agli angoli della bocca, lì dove i suoi sorrisi avevano un tempo archiviato l’amore. La sua parrucca era spettinata. Non si riusciva a capire se fosse appena uscito da un bordello o dal letto di un’aristocratica dalmata, o se fosse scappato dai sotterranei delle prigioni del Palazzo Ducale di Venezia. I suoi occhi erano come quelli dipinti sulle maschere di cartapesta dei carnevali, un artificio barocco, un esercizio di mimesi.
Era ancora sull’uscio quando, all’improvviso, mi diede del buffone mentre cercava di rimettere in ordine la sua parrucca che ormai non riusciva più a nascondere lo stato avanzato della calvizie. Poi tirò fuori dalla tasca della sua redingote una scatolina d’avorio con uno specchietto. Casanova mi guardava e continuava a mormorare che ero un buffone. Poi prese una fialetta di polvere bianca che versò sullo specchio. Tappò una narice e sniffò. Ripeté l’operazione una seconda volta e poi ancora una terza, prima di entrare nel mio appartamento e chiudere la porta. Estrasse da una tasca un astuccio di cuoio di Firenze da cui tirò fuori del tabacco e accese una pipa di legno dalla forma di un grosso fallo. Cominciò a fumare. Del suo viso, nascosto dietro una spessa coltre di fumo, si intravedevano appena le pupille dilatate, cristallizzate dall’osservazione metodica della mia libreria.
«Tutto questo», mi disse, «tutta questa polvere che puzza di merda, che puzza di morte, non è altro che un’imitazione degradante della vita, una conversazione effimera tra le mie palle e il mio culo, è il mercato nel tempio, è l’impotenza, è la peste, è teatro». Diceva tutto questo con una prosodia molto lenta, quasi come se stesse recitando un salmo. I silenzi tra ogni parola erano interrotti dal crepitio del tabacco. «Dimmi, non sei stanco», mi chiese guardandomi con i suoi occhi di carnevale. «Non sei stanco di tutta questa simulazione dell’amore? Guardami, buffone, ti dico». Alzai gli occhi e mi immersi nei suoi, nel suo sguardo incompiuto di cartapesta.
Si sedette sulla mia poltrona e mi chiese da bere. Allungò le gambe sul tavolino e mi porse lo specchietto con una striscia di cocaina prima di dirmi di sedermi accanto a lui. Sniffai una prima dose. Poi fu il turno di Casanova. E continuammo così, a turno, senza dire niente, per lunghi minuti. Sentivo il cuore battere sempre più forte. Sentivo una grossa erezione crescere tra le gambe e un forte desiderio di masturbarmi davanti a lui, davanti Casanova. «Avanti», mi disse, «fallo e confessami tutti i tuoi peccati, figlio mio». Allora mi inginocchiai davanti Casanova come per pregare il Dio Onnipotente: aprii la cerniera dei pantaloni e cominciai a far scivolare il mio sesso duro tra le dita. Casanova, intanto, fumava la pipa senza curarsi di me. Cominciai a masturbarmi più forte: si poteva sentire il rumore della pelle che copriva e scopriva la punta del mio cazzo, e mi misi così a confessare tutti i miei peccati. Dissi novantasette volte la parola “io”, venticinque volte la parola “infedele” e tre volte la parola “amore”, quarantotto volte la parola “poesia” e cinquanta volte la parola “letteratura”. Le parole “menzogna” e “verità” furono pronunciate rispettivamente quindici e undici volte. Le parole “nulla” e “morte” risuonarono per tre volte. La parola “vita” fu usata sette volte, “meraviglioso” dieci, “talento” una soltanto, “deserto” tre volte. “Napoli” fu pronunciata una volta, così come “Purgatorio”, “Clémence”, “droga”, “disperazione” e “convulsione”. Seguirono le parole “sesso”, “Dio”, “felicità”, “infelicità”, “distanza”, “ingoiare”, “suicidio”, “fallimento”, “alcol”, “passato” e “presente”. La parola “futuro” non fu mai pronunciata.
Non avevo ancora finito di elencare i miei peccati quando Casanova portò le mani al viso per strapparsi i suoi occhi di cartapesta invitandomi a guardare all’interno. Mi avvicinai e vidi una tela di carne. Poi sentii una voce senza capire da dove venisse. Corsi nella sua direzione con la sensazione di non riuscire mai ad avvicinarmi veramente. Poi sentii di nuovo la voce risuonare e vidi la tela di carne aprirsi in una, poi due, poi tre crepe che diventavano bocche umane. La tela si aprì su più di mille bocche femminili che, mentre si contorcevano, cercavano di dirmi qualcosa. Ne vidi una che somigliava a quella di mia madre e questa, riuscivo a sentirla, e quello che sentivo era la parola “colpevole”. Allora mi misi a piangere, e più piangevo, più riconoscevo le bocche impresse sulla tela di carne, quelle di tutte le donne che avevo scopato e quelle delle tre che avevo amato. Erano aureolate dalla luce del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e tutte ripetevano in questo coro di carne la parola “colpevole” all’unisono. Cercai di trovare l’uscita ma non c’era. Allora mi sdraiai e mi misi in posizione fetale. E all’improvviso, ero nell’utero di mia madre. Nacqui di nuovo e ripetei tutta la mia vita, esattamente uguale alla prima volta. Tutto ritornava identico, gli amori, le sofferenze, le gioie, le disperazioni, gli orgasmi, le ebbrezze, le perdite, le infedeltà, le lacrime, i sorrisi, i tribunali, le nascite, i ritorni, le deviazioni, le partenze. Rivissi mille volte ancora tutta la mia vita, fino al giorno in cui, mentre rivivevo per l’ennesima volta l’addio di Clémence, capii che ero all’inferno.

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Giovanni di Benedetto è scrittore e traduttore. Ha pubblicato racconti e articoli su Nazione Indiana, Atelier Poesia, Zone Critique e altre riviste.
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Cenerone – un racconto di Filippo Rigli https://minimaetmoralia.it/altro/cenerone-un-racconto-di-filippo-rigli/ https://minimaetmoralia.it/altro/cenerone-un-racconto-di-filippo-rigli/#respond Wed, 25 Sep 2024 22:38:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54234   di Filippo Rigli   La chiamata arrivò mentre ero sul letto, lessi il suo nome sul display con la coda dell’occhio. Non le diedi la soddisfazione di rispondere, tanto sapevo che chiamava per il mare, si prendeva il disturbo, lei che non chiamava mai e nemmeno rispondeva, ma le occasioni sapeva coglierle al volo. […]

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di Filippo Rigli

 

La chiamata arrivò mentre ero sul letto, lessi il suo nome sul display con la coda dell’occhio. Non le diedi la soddisfazione di rispondere, tanto sapevo che chiamava per il mare, si prendeva il disturbo, lei che non chiamava mai e nemmeno rispondeva, ma le occasioni sapeva coglierle al volo. Lasciai passare una mezz’ora e richiamai, rispose subito, non lo faceva mai, non con me almeno, aveva da organizzarsi oppure pensava avessi cambiato programmi. Ciao, disse, ti pensavo. Se, come no, mi dissi, ciao risposi, allora, che vuoi fare, ce li facciamo un paio di giorni di mare. Disse che le andava eccome, anzi, che la macchina la prendeva lei, visto che la ospitavo. Come no, pensai, così puoi piantarmi in asso se mi faccio troppo insistente, lo conosco il tuo gioco, bellezza. Lo conoscevo eccome, le ero morto dietro per quasi un anno, e lo schema era sempre quello, uscivamo e ci sbronzavamo e finivamo a letto, poi prendeva le distanze e litigavamo e tornava ai suoi innumerevoli giri, e io me ne stavo in disparte a soffrire in silenzio fino a che non si faceva sentire di nuovo, se e quando le capitava di non avere nulla di meglio tra le mani. Poi l’amore, se quello era, mi era morto in petto, e ora non stavo più al suo gioco, o al limite giocavo pure io. Perché tagliare i ponti, mi dicevo, se potevo ancora riuscire a farle aprire le gambe, ogni tanto. Le dissi che andava bene, e che poteva passare a prendermi, giusto il tempo di fare la borsa. La casa era un centocinquanta chilometri in direzione della costa, una multiproprietà di mia madre e dei miei zii, d’estate l’affittavano, ma avevamo ancora una settimana o due per poterne approfittare. Con lei alla guida del suo scassone ci avremmo messo una vita, ma mi toccava portare pazienza. Scesi giù con la borsa fatta ad aspettarla, c’era un bel sole di inizio estate, si stava bene. Accesi una sigaretta sperando non facesse troppo ritardo. Non c’era vento e la cenere calava giù dura e compatta, e mi venne da sorridere, perché mi ricordai di un gioco che facevamo da ragazzini, uno dei tanti. Narrava la leggenda che se un nobile cavaliere fosse riuscito a fumare la sigaretta fino al filtro, ma senza far cadere neppure un granello di cenere, il Papa sarebbe morto, sul colpo o al limite di lì a poco. Neanche il segreto delle sue stanze lo avrebbe salvato. Era mica un’impresa facile, ma noi cavalieri del Graal della vecchia banda ci provavamo lo stesso, e senza mai riuscirci, fino a che lo Stregone Polacco non morì di vecchiaia nel suo baldacchino dorato. Era un incantesimo potente, e noi lo chiamavamo il Cenerone. Non avevo altro da fare e dopo il polacco era arrivato un altro stregone, e allora dopo tutti quegli anni ritentai. Cenerone, invocai, arridi al nobile cavaliere che tenta l’impresa. Non feci in tempo a dirlo che un colpo di brezza spazzò via la cenere che era quasi a metà sigaretta, ma vaffanculo, dissi, stregone del cazzo. Buttai la cicca proprio mentre la sua macchina si affacciava sul vialetto, in una puntualità straniante, sorridendomi dal finestrino con gli occhi azzurri brillanti e facendomi ciao con la mano. Ci rivedremo ancora, stregone, pensai mentre salivo in macchina. Buttai la borsa sul sedile posteriore, mi abbracciò e mi baciò, ma guarda quanto sei presa bene, pensai, meglio così, un paio di bevute e ti farai stendere. Partimmo al volo, e mi spiegò che non avremmo fatto l’autostrada, ma tagliato per strade normali per poi percorrere l’ultimo tratto in superstrada, si era studiata il percorso, mi disse indicando lo stradario sul cruscotto. Ci avremmo messo anche più di quello che contavo, ma non le dissi niente. Sapevo che le premeva di non pagare il casello, visto che io non avrei cacciato una lira. Era su di giri e non la smise mai di parlare, nemmeno quando misi la musica per non sentirla. Parlava e parlava, di suo fratello che era tornato dal militare con un esaurimento nervoso, dei suoi amici che non conoscevo o che detestavo, del corso di decorazione del vetro che aveva iniziato e di cui non mi poteva fregare di meno. A dirla tutta non me ne fregava niente di quasi ogni cosa le uscisse di bocca, e questo anche quando ero pazzo di lei, mi sembravano altro che storielle insulse sulla sua vita che lei riteneva magari non a torto interessante. Io non avevo una vita interessante e non mi era mai importato niente di averne una, ero un uomo semplice, come la canzone dei Lynerd Skinyrd che avevo messo nello stereo e che stava suonando malinconica. Io canticchiavo e guardavo il panorama e annusavo dal finestrino l’aria che cominciava a sapere di mare, ogni tanto annuivo e ripetevo qualche sua parola per farle credere che la stessi ascoltando. A un certo punto si interruppe e sorrise, non te ne frega proprio niente, vero, disse, di tutto quello che dico, a te interessa una cosa sola, per questo mi hai portata al mare. Sorrisi anch’io, veramente mi stai portando tu, risposi. Lei si fece una bella risata, e sapevo bene che non le importava niente se l’ascoltassi o meno, le interessava solo il mare, e scroccare un paio di giorni a un povero coglione a cui forse, per pietà o giù di lì, si sarebbe concessa. Il vento si portò via la sua risata e io continuai a canticchiare. Ti va se usciamo da questa superstrada, è noiosa, mi chiese. Ci eravamo entrati da neanche mezz’ora. Come ti pare, risposi. Di lì a poco svoltò e uscimmo, e nel giro di dieci minuti ci eravamo già persi. Cominciava a farsi stanca e nervosa, fermiamoci a un bar le dissi, ci prendiamo un caffè. Va bene, fece senza voltarsi, e notai che aveva gli occhi lucidi. Stai tranquilla le dissi, il mare non scappa, sta là da quando ero bambino. Sorrise e accostò al primo bar, sedemmo al tavolino e prendemmo acqua e caffè, fumammo in silenzio, a un certo punto le presi la mano e lei se la lasciò prendere. Pagai il conto da bravo maschilista tossico e ripartimmo e la strada ci ritrovò, e in breve arrivammo alla casa, la piccola casa bianca con intorno la siepe verde, e trovai le chiavi dietro la cassetta delle lettere ed entrammo. Mentre si guardava intorno la cinsi da dietro e la voltai e feci per baciarla e lei si ritrasse con gli occhi bassi, io le girai con dolcezza il mento verso di me e si lasciò baciare. Ceniamo fuori, sei stanca, le dissi dopo il bacio, no, rispose, voglio cucinare, mi rilassa. A me andava bene, cucinava da Dio. Disse che c’era da fare un po’ di spesa, ma che prima doveva fare una doccia. Non la mollai e la mordicchiai sul collo, lei chiuse gli occhi e gemette ma poi si divincolò con un passo di danza, intendo una doccia da sola, disse, e filò in bagno. Io sospirai e accesi il vecchio portatile e misi su un po’ di rock classico, e mi buttai sul divano. Pensai non sarebbe stato male castigarla là sopra, ma poi mi dissi che sua maestà avrebbe preteso il letto. Distesi le gambe e accesi una sigaretta, la luce filtrava dalle persiane e mi illuminava, e allora seppi con certezza che il sole baciava i cavalieri e tentai un altro Cenerone. Mentre la carta si faceva cenere fui preso dai ricordi e mi ritrovai al bar, tanti anni prima, sempre a inizio estate, felice per la scuola appena finita. Davanti a una birra e con lo zaino buttato a terra, sotto il gazebo, celebravo la libertà riconquistata cercando di uccidere lo stregone. Andavo liscio, poi un vocione roco mi fece riscuotere, smetti di ammazzare il papa, mi fece mio babbo alle spalle. Mi aveva visto arrivare al bar e tentare il mio incantesimo e mi aveva teso un’imboscata. La cenere mi cadde e lo stregone fu salvo, io e il vecchio scoppiammo entrambi a ridere, mi voltai e lo abbracciai, scemo, mi disse, te e i tuoi ceneroni. A ricordare del babbo mi venne da ridere, e come se mi avesse ancora preso alle spalle la cenere mi cadde di nuovo. Mi girai di scatto per vedere se davvero non fosse là dietro, mi sarebbe piaciuto vederlo, abbracciarlo, come da ragazzino. Ma il vecchio non c’era, e non sarebbe tornato. Lei tronò dal bagno avvolta in un asciugamano coi capelli bagnati, gocciolante come fosse uscita da una conchiglia. Mi sorrise e rimasi inebetito a guardarla, era bella che faceva male. La sigaretta mi bruciò le dita, la buttai e imprecai, lei rise e andò in camera e sedette sul letto e si massaggiò i capelli con un secondo asciugamano, mentre io la guardavo dalla soglia. Si alzò e mi di fece incontro, hai un asciugacapelli, mi chiese, feci no con la testa, io non lo adoperavo, fece spallucce, andiamo un po’ al mare prima di fare la spesa, chiese abbassando la voce di un tono, va bene, risposi, e deglutii. Si sfilò l’asciugamano e me lo tirò in faccia ridendo. Lo buttai e la presi per i capelli bagnati e me la tirai contro e la baciai con violenza. Lei rispose ma poi mi spinse via, fammi preparare disse, magari dopo, tanto c’è tempo. Rimasi a guardarla mettere il bikini e un vestito leggero, con un’erezione dolorosa che mi premeva contro i jeans, poi uscimmo e andammo al mare. Sulla spiaggia tolse il vestito in un colpo solo, con mano esperta, e me lo buttò accanto. Io ero seduto sulla rena con su gli occhiali da sole. Tu non fai neanche il bagno, disse leggermente scazzata. Non ho portato neanche il costume, risposi senza voltarmi, mentre la sbirciavo con la coda dell’occhio, nascosto dietro le lenti scure. Sei proprio il peggio, disse mentre si avviava verso il mare catalizzando l’attenzione delle poche persone che passeggiavano. Forse si chiedevano come avesse fatto uno come me a rimorchiare una così, ma io non lo sapevo, e non sapevo neanche se l’avevo davvero rimorchiata. La guardai bagnarsi piano e tuffarsi e nuotare, e mentre fumavo una sigaretta dietro l’altra mi montò in corpo un rancore sordo mischiato senza ghiaccio col desiderio che spingeva da dentro i pantaloni. Per tentare il Cenerone c’era troppo vento, e allora fumavo e basta, e il vento si portava verso il mare i pensieri e i ricordi, e non mi riusciva di afferrarli. Sentii il telefono vibrare nella sua borsa e detti una sbirciata, era il suo ex, un cuoco calabrese che aveva conosciuto come insegnante di cucina, un barbuto scuro con un po’ di pancia, mi avevano raccontato, un vero artista dei fornelli, probabilmente l’uomo perfetto per lei, mi pareva, chissà perché si erano mollati. La borsa smise di vibrare e tornai alle giravolte dei miei pensieri al vento, fino a che lei non uscì dall’acqua e tornò verso di me, con la pelle un poco scottata dal sole, i capezzoli induriti nel costume dal freddo del mare. Sentii una fitta di dolore al basso ventre, pensai che per fortuna i jeans nascondevano la mia erezione, lei mi sorrise e prese ad asciugarsi lentamente. Ti hanno chiamata, le dissi, ah, fece lei, e finì di asciugarsi e mise il vestito e prese il telefono e richiamò. Ciao, ti pensavo, la sentii dire mentre si allontanava. Stronza, dissi a bassa voce, e sputai nella sabbia e coprii lo sputo con la scarpa. Dopo un po’ tornò verso di me, che continuavo a guardare il mare. Beh, disse, che c’è, niente, mentii senza voltarmi. Fece spallucce, andiamo a fare la spesa, se non vuoi continuare a prendere il sole vestito, disse. Mi alzai e ci avviammo verso la macchina, lei camminava davanti a me e canticchiava, canta, canta, pensavo io, mentre lei mi ancheggiava davanti nel vestito appiccicato alla pelle ancora umida e io le guardavo il culo. In macchina accese lo stereo, ti piace questo pezzo, mi chiese, no, risposi, e non parlammo più fino al supermercato. A vederla industriarsi per riempire il carrello che spingevo mi veniva da sorridere, e a vedere sorridere me sorrideva pure lei, la pianti di prendermi per culo, sbottò ridendo a un certo punto, guarda che io non ho aperto bocca, risposi. Mi abbracciò, meno male che ti sei rilassato, disse, in spiaggia pareva avessi un bastone nel culo. Era davanti il bastone, a furia di guardarti, le sussurrai in un orecchio. Lei arrossì e mi spinse, sei proprio un porco, disse, e allora perché mi pratichi, dissi io. Lei non rispose e si mise a scegliere il vino. A casa si mise ai fornelli, io misi su un po’ di blues e mi assopii sul divano. Sognai i miei amici, la nostra prima vacanza al mare, tanti anni prima, nell’altra costa, quella delle discoteche e della droga e della movida, e nel sogno i miei amici erano giovani come sempre nei sogni, perché in quella terra non si invecchiava e non si moriva, non si soffriva, laggiù. Buongiorno principino, mi disse quando mi svegliai, borbottavi nel sonno, che sognavi. Che vuoi che mi ricordi biascicai, dai, disse, apparecchia, è quasi pronto, se no mi tocca metterti la testa nella pentola. Mi tirai su e andai in bagno a lavarmi la faccia, nello specchio mi vidi improvvisamente invecchiato e mi prese una fitta di tristezza, cercai di non pensarci e tornai in cucina. C’era un buon odore di pesce. La cinsi da dietro per i fianchi, lei chiuse gli occhi e tirò indietro la testa, una cascata di capelli biondi mi coprì la faccia. Scostai i capelli e la baciai sul collo, lei gemette, apparecchia, sussurrò. La mollai e apparecchiai con la testa ancora pesante, ancora sospeso tra i due mondi, intrappolato in quello peggiore. Sedetti, apri il vino, ordinò la cuoca, obbedii e versai due bicchieri. Lei ne prese uno e lo alzò, alla nostra, disse. Salute, dissi, e vuotammo i bicchieri. Aveva preparato una specie di stufato di pesce, ci aveva condito delle mezze maniche e aveva lasciato il resto come piatto forte. Era la fine del mondo, aveva fatto un buon affare, a farsi sbattere dal cuoco. Mangiavamo e scherzavamo, e io di colpo ebbi un’epifania. Dopo quella gita al mare avrei smesso di vederla, decisi, dignità, schiena dritta, passare oltre, niente più giochini, mai più, mi dissi, mentre la guardavo masticare e sorridermi. Riusciva quasi a tenermi testa nel bere. Finito di mangiare eravamo alticci, ci eravamo steccati una bottiglia di bianco a testa, e ci eravamo fatti un sacco di risate. Mentre lavavamo i piatti ci baciammo più volte, lei era calda e sapeva di sale, ci cambiammo i vestiti guardandoci negli occhi, e pensai di buttarla sul letto ma decisi di aspettare, per metter sul piatto ancora più alcol e più voglia. Uscimmo abbracciati e ridenti, e a vederci potevamo davvero sembrare una coppia, una bella coppia di fidanzati felici. C’era ancora luce e passeggiammo per il corso, prendemmo due gelati e sedemmo su un muretto a mangiarli, lei leccava il suo e mi guardava maliziosa, io progettavo un’apocalisse erotica da classico del porno. Finito il gelato andammo sulla terrazza a guardare il tramonto fiammeggiante e arancione, in silenzio, abbracciati e rapiti. Passata l’enfasi rimanemmo ancora un po’ là seduti, e io le raccontai di quando ero bambino e venivo coi miei in quella casa, e del pranzo di ferragosto con gli zii e i nonni ancora vivi, in un ristorante di pesce che era proprio là davanti alla terrazza ma che ormai era chiuso da anni, e lei pareva ascoltarmi davvero, presa dalla mia stessa nostalgia, ma se anche fingeva come l’attrice consumata che era a me andava bene lo stesso. Quando finii di rievocare lei mi sorrise e mi carezzò il volto, e io la carezzai a mia volta, scostandole una ciocca di capelli da dietro l’orecchio. Scendemmo alla spiaggia e lei tolse i sandali e io le scarpe e camminammo a piedi nudi sul bagnasciuga nella luce calante fino al limite del paese, dove avevano issato un palo da vedetta con sopra un bagnino di cartapesta. Davanti al palo c’era un chioschetto ancora aperto, e dietro la sua luce violenta niente altro che mare e sabbia e più che il limite del paese sembrava la fine delle terre emerse. Un vecchio barista coi capelli bianchi ci fece cenno di avvicinarci e sedemmo su due sgabelli al piccolo bancone di legno. Avevo una strana sensazione e me ne pentii quasi subito. Il barista del chiosco alla fine del mondo era un vecchio venezuelano omosessuale e lei ne fu subito entusiasta e si trascinarono a vicenda in un mare di chiacchiere su quanto fosse bello il Sudamerica, che lei manco a dirlo aveva girato in lungo e in largo. Io invece non ci ero mai stato e il culto del viaggio mi faceva accapponare la pelle, e sebbene mi piacesse sentirla parlare in spagnolo rimasi in silenzio a bere i cicchetti di rum che il vecchio ci offriva, sempre più sbronzo e intristito, senza neppure riuscire a estraniarmi dalle loro ciarle e dalle loro risate. Guardavo il cielo fondersi col mare all’orizzonte e diventare dello stesso colore del rum nel mio bicchiere, e pure lo stridio dei gabbiani in lontananza mi pareva meglio di tutto quel mare di stronzate. Quando finalmente il vecchio ne ebbe abbastanza e decise di chiudere il chiosco il mio umore era nero e fondo come il mare che avevo davanti. Abbracciò il vecchio, e quello mi fece l’occhiolino e ammiccò a lei che era di spalle. Avrei voluto prenderlo a schiaffi, ma mi limitai a un sorriso di circostanza. Camminavamo verso casa, io davanti e lei dietro, mi raggiunse e mi abbracciò, lo so che ti sei annoiato, disse, grazie per averci sopportato. Mi voltai e sorrisi e lei mi baciò, e io le infilai le mani sotto il vestito e lei gemette e mi lasciò fare, andiamo a casa, disse, ma prima facciamoci un altro bicchiere. Aveva ancora sete, oppure voleva arrivare al coma etilico per venire a letto con me, ma mi andava bene in tutti e due i casi. Eravamo davanti a una piazzetta con poca luce virata seppia, e nel mezzo c’era un pub con l’insegna illuminata e qualche tavolino fuori, poca gente seduta, probabilmente tutti del posto. Tipo là, disse indicandolo, e si avviò trascinandomi per la mano. Entrammo seguiti dallo sguardo degli astanti, una bionda ubriaca in abito corto faceva sempre il suo effetto. Un bicchiere della staffa per andare a letto, proclamò appena fummo dentro. Si voltarono tutti a guardarci e a ridere, per poco non le fecero un applauso, Cristo, pensai, se non si esibisce non è contenta, e io non potevo fare altro che lasciarla esibire, doveva appena aver vinto il primo premio come più sbronza della serata. Ci appoggiammo al bancone come se stesse per cadere. Il barista la squadrò da capo a piedi, un tipo belloccio, con la mascella squadrata e i capelli lunghi fermati in una coda. Lei se lo mangiò con gli occhi, e io capii che stava per andare tutto a puttane. Il locale era quasi vuoto, ma lei si piazzò su uno sgabello, per garantirsi una visuale ottimale, pensai. Sedetti anch’io e mi feci spillare una birra, e ordinai solo per me, ma lei non se ne accorse neppure, era già impegnata in una conversazione fiume costellata di risatine col barista. Io rimasi zitto a bere al bancone, e la rabbia mi montava dentro fino bruciarmi le tempie, come la lava di un vulcano. Dopo un po’ di quella farsa il barista uscì fuori a fumare e lei le chiese se potava accompagnarlo, e le andò dietro senza nemmeno aspettare una risposta e senza degnarmi di uno sguardo. Ora le spacco la faccia, pensai, ma rimasi impietrito sullo sgabello senza neppure riuscire ad alzare il bicchiere, come se un serpente mi avesse paralizzato col veleno. Respirai forte e cercai di fare il vuoto, e se non mi riuscì perlomeno ci andai vicino, e il vuoto portava consiglio. Sapevo cosa fare. Aspettai che rientrassero e vuotai il bicchiere con un sorso, mi pulii la bocca con la manica e mi alzai. Lei mi guardò e io guardai l’orologio, io vado a casa, le dissi, e chiudo la porta. Mi fissava come se avesse interrogato un oracolo, senza sapere cosa pensare. Uscii dal locale e mi incamminai. Alla fine della piazza il vuoto si riempì di nuovo di rabbia e mi voltai, anche se non volevo. La vidi parlare col barista fuori dal pub e armeggiare col cellulare, mi voltai ancora e ripresi a camminare verso casa a passi pesanti e lenti. Ero sudato e avevo lo schifo in bocca, per l’alcol e il fumo e il disgusto, sputai di lato in un cespuglio, ma lo schifo rimase, era una roba dura a morire. Accesi una sigaretta per coprirlo e sentii alle spalle lo scalpiccio dei suoi sandali. Mi chiamò con la voce rotta dalla sbornia e forse da un accenno di pianto isterico, ma non risposi e non mi fermai. Mi superò e mi si piantò davanti, la faccia rossa e inferocita e i pugni stretti, fui costretto a fermarmi. Che cazzo fai, sbraitò, guarda che non puoi mica permetterti di fare il geloso, che cazzo ti credi di essere, il mio fidanzato. La dribblai e proseguii senza rispondere, ma che Dio me ne scampi pensai, con la sua faccia sbalordita impressa nelle retine. Mi venne dietro, e sentivo la sua rabbia bruciare come la vampata di un incendio. Arrivai a casa e aprii la porta, lei mi fu addosso e la tenne ferma con la mano per paura che la chiudessi fuori, mi venne da ridere, ma mi trattenni, povera idiota, pensai. Mi buttai sul divano, ero sfinito, chiusi gli occhi. Lei girava per la cucina che pareva ammattita, in preda alla furia alimentata da tutto quello che aveva bevuto, bianca e rossa come una bandiera, mi urlava insulti e io la lasciai urlare anche se mi sarebbe piaciuto zittirla con uno schiaffone. Ma che cazzo sei venuta a fare, le dissi quando rimase senza fiato, potevi dormire dal barista, se preferivi. Parve sul punto di esplodere, fece per dire qualcosa ma invece sgranò gli occhi e si tappò la bocca e filò al bagno. La sentii vomitare come una betoniera, stupida troia alcolizzata, pensai a voce alta. Mi alzai a fatica e mi affacciai alla porta del bagno, era china sulla tazza in preda a conati dolorosi, si torceva come un’indemoniata. Pensai di ficcarle la faccia nel vomito come ai cani, ma sapevo che non sarebbe servito a niente. Finì di vomitare e rimase china sul cesso, semi incosciente, con l’aria di chi avrebbe potuto passarci la notte. La tirai su e le legai i capelli col laccetto che teneva al polso, stronzo, disse con voce di tomba, le sciacquai la bocca e la portai in camera e la stesi sul letto di fianco, grazie, mormorò, e si addormentò all’istante. Ma crepa, risposi, ma non mi sentì. In realtà non speravo morisse soffocata nel mio letto, sarebbero state grane infinite e quella stronza non meritava una fine da leggenda del rock. Ne avevo abbastanza e decisi di uscire a fare due passi. La città era scura e deserta, dormivano tutti beati prima della prossima invasione di turisti chiassosi che avrebbero dovuto sorbirsi, perché di quello campavano. Io per allora sarei stato già lontano. Respiravo l’aria fresca per purificarmi, e arrivai alla terrazza e scesi alla spiaggia e sedetti a guardare il mare, nero sotto la luna. Le onde mormoravano e pensai di fare un bagno, ma il mare era scuro e io ero troppo sbronzo, e neppure io meritavo una fine da leggenda del rock. Ogni tanto passava qualche coppia di ragazzi abbracciati e mi guardavano straniti, come se fossi un killer solitario in attesa di una vittima, ma io non rispondevo agli sguardi e loro passavano oltre. Presi qualche sassolino, li scelsi più piatti e levigati possibile, e cercai di farli rimbalzare sul pelo dell’acqua come quando ero bambino e proprio come allora riuscii solo a farli colare a picco. La storia della mia vita, mi dicevo. Avevo la testa pesante di sonno e di alcol, ero indolenzito da capo a piedi, mi sentivo instupidito e come schiacciato sotto una pressa. Pensai fosse ora di tornare a casa e provare a dormire, e di certo mi sarei accontentato del divano, che di dividere il letto con lei mi era passata la voglia. Ma prima del riposo del guerriero decisi che dovevo tentare ancora l’ultimo assalto, pagare pegno al mito e alla storia, e allora presi una delle ultime sigarette stropicciate per tentare l’ultimo disperato Cenerone. Invocai il Dio della giovinezza e gli spiriti degli eroi caduti in battaglia e raddrizzai bene la sigaretta e l’accesi con la mano a cupola, una brezza lieve si portò via la prima boccata di fumo, la stessa brezza che lasciava poche speranze all’impresa, ma le cause perse erano le sole degne degli antichi cavalieri, mi dissi. Solo nella notte fui di nuovo preso dai ricordi, e mi venne in mente una scampagnata di tanti anni prima, sulla montagna che sovrastava la valle, il nostro monte sacro, sotto la grande croce di tubi di ferro. Avevamo passato la notte davanti a un falò, fumando una canna dietro l’altra e passandoci bottiglie di vino e cantando canzoni, fino a che non eravamo caduti uno dopo l’altro addormentati davanti alle braci e alla cenere. Ci svegliarono il sole a picco dell’alba senza riparo dei monti e i cori di chiesa e le chitarre di una congrega di boy scout, che avevano pensato bene di celebrare una messa all’aperto a pochi metri da dove eravamo accucciati. Noi ci eravamo tirati su a sedere e li guardavamo bestemmiando tra i denti, con gli occhi appiccicati dal sonno e la testa ancora in bomba per i postumi. Il mio amico Enzo mi dette di gomito, ammazziamogli il papa, mi disse. Accesi una sigaretta e tentai l’incantesimo, ma come al solito la sorte non ci arrise e il vento se lo portò, e non ci rimase altro che sorbirci la messa. Pensavo alle nostre facce sconvolte davanti ai boyscout e mi veniva da ridere, e distratto dai ricordi non mi ero accorto che la sigaretta era quasi finita e la cenere era intatta. Mi intirizzii e per poco non la feci cadere, allora era così che funzionava, pensai, perdevi anni a cercare di fare qualcosa e ti riusciva solo quando avevi smesso di crederci, o quasi, e avevi perso tutti quelli che ci credevano insieme a te. Ma io ci credevo ancora, e mi portai la sigaretta alla bocca con delicatezza da orologiaio e aspirai piano l’ultimo tiro e la carta bruciò e arrivo al filtro. Il Graal era lì, tra le mie dita, dopo che schiere di cavaliere nobili e forti erano caduti nella cerca, trovato da un reduce stanco, quasi per caso, senza più nessuno accanto a celebrare la vittoria. Durò appena qualche secondo, e poi il vento di nuovo se lo riprese. Ma era successo, Dio mi era testimone, lo stregone stava per cadere. Mi alzai in piedi dolente come un sacco d’ossa, ma non me fregava niente, buttai la cicca, avevo il miracolo, non mi serviva la reliquia. Mi trascinai verso casa come un penitente azzoppato, con il bisogno lancinante di buttarmi sul letto e mettere un muro di incoscienza tra me e la tempesta degli eventi. Entrai con passo felpato come un ladro nella mia stessa casa, regnava una penombra tranquilla. Andai nel bagno che ancora puzzava di vomito e mi feci una lunga pisciata con la testa poggiata alla parete, poi mi affacciai alla camera da letto. Lei dormiva vestita, con su gli occhiali e un solo sandalo, i capelli sciolti, stesa come morta, russava piano. Mi chiesi cosa sognasse e perché avesse messo gli occhiali, forse per scrivere al suo ex, o al barista. Le sedetti accanto, ciao, disse, ancora immersa nel sonno. Ho ucciso il papa, le sussurrai nell’orecchio. Cosa, rispose senza capire. Il papa, pensai, lo stregone, l’oppressore, quello che si faceva portare su un baldacchino sulle spalle degli uomini, uomini ingenui come tutti i credenti, ma un cavaliere aveva fatto giustizia. Le tolsi gli occhiali e le carezzai il viso, le feci scivolare le mani sul collo, strinsi piano, lei mugolò. Le piaceva, alla stronza depravata, lo sapevo. Mi chinai e la baciai sul collo, lo leccai, lei continuò a gemere. Mi era venuto duro, la baciai sulla bocca e lei rispose, sapeva ancora di vomito e la cosa aumentò la mia eccitazione, forse ero un depravato anch’io, pensai. Le infilai la mano sotto il vestito e la toccai e lei si bagnò, le sfilai il tanga e abbassai la bocca fino al suo sesso e presi a leccarla piano, poi via via sempre più forte. Lei si torceva di piacere, mi agguantò i capelli e me li tirò, mi fece male, ma continuai a leccarla. Mi tirai su e mi sbottonai i pantaloni e la penetrai con colpi violenti, tenendole le mani sul collo. Venne quasi subito, con un orgasmo violento che la fece scuotere e aprì le porte del mio. Mentre ancora godeva mi sfilai e le schizzai addosso, la inondai di seme sulla faccia, sui capelli, sul vestito, poi le crollai a fianco, sfinito. Lei si alzò inferocita, ma che cazzo fai deficiente, urlò, non avevi il preservativo, bastardo. Corse verso il bagno imprecando, sentii scorrere l’acqua. Respirai l’aria stantia della stanza che sapeva di sudore e di sesso e mi alzai e mi abbottonai i pantaloni e aprii un po’ la finestra, uscii dalla camera e andai a sedermi sul divano e accesi una sigaretta, in attesa della bufera. Uscì dal bagno sul piede di guerra, mandava lampi dagli occhi, e sconvolta e appena chiavata e incazzata nera era ancora più bella, pensai. Mi venne ancora duro, le porsi il pacchetto per offrirle una sigaretta, sei uno splendore, le dissi. Tu invece sei un pezzo di merda, e ficcatela nel culo la tua sigaretta, mi urlò. Come ti pare, risposi, e posai il pacchetto sul divano. Non puoi prendermi senza protezioni mentre sono ancora mezza addormentata, urlò, testa di cazzo, io non sono una troia, imbecille. Io non risposi. Lei sgranò gli occhi e mise le mani sui capelli, miserabile, sibilò, non ci arrivi a capire che questa tecnicamente è violenza e potrei mandarti in galera. Ah sì, risposi, non ti ho sentito dire di no. Bastardo sfigato pezzo di merda, ma quanto te la credi, con te ci vengo per beneficenza, urlò. Sbadigliai, dimmi qualcosa che non so, risposi. Pensai che gli occhi le cadessero dalle orbite, dovetti trattenere una risata, non ci riuscii. Ora mi picchia, pensai, mi tira qualcosa, ma per fortuna non aveva niente a portata di mano, perché dalla faccia sarebbe stata capace di accoltellarmi. Le donava davvero, tutta quella rabbia. Ce l’ho ancora duro, le dissi, ti va di fartene un’altra. Non rispose, si girò e filò in camera, la sentivo imprecare a cantilena, meschino, sfigato, pezzente, diceva la canzone, poi uscì con un cambio d’abito e il trolley. Io me ne vado, disse, a tornare ti arrangi. Le sorrisi. E per inciso, disse, con me hai chiuso. Sono il cuore spezzato di Jack, risposi. Sapevo che citare Fight Club la mandava in bestia, diceva che era un film maschilista, e allora lo facevo apposta. Si tuffò verso la porta e armeggiò qualche secondo con la serratura, ma dove cazzo vai, le dissi, non fare l’isterica, non metterti al volante, sei ancora zuppa d’alcol. Non rispose, forse neanche mi sentì, uscì lasciando la porta aperta, sentii il rumore dei sandali sul selciato, sbattere la portiera, partire la macchina a tutto gas. Almeno chiudi la porta quando te ne vai, stronza, dissi. Mi alzai e mi affacciai sulla soglia, la luce mi ferì gli occhi, chiusi la porta e tornai nella mia penombra. Pensai di cercare un telegiornale per vedere se parlavano della morte del papa, ma decisi di dare tempo al tempo, detti una riassettata al bagno col disinfettante, mi spogliai e mi buttai sul letto. Mi pareva di aver passato dodici ore in miniera, sentii che arrivava il mal di testa e sperai di addormentarmi prima che mi colpisse come un maglio. Di lì a poco mi avrebbero svegliato le campane a morto di ogni chiesa del paese, ne ero sicuro. Chiusi gli occhi e sprofondai. Mi svegliai in un lago di sudore il primo pomeriggio, ancora indolenzito, la testa pesante. Bevvi un’intera bottiglia d’acqua di frigo e feci una lunga doccia gelata per lavare via il malessere e l’ombra di malumore che la stronza mi aveva lasciato. Ne uscii abbastanza rinfrancato e mi feci un caffè con la vecchia moka, accesi la televisione per sentire la notizia della morte del papa, ma non la trovai e la spensi. Che cazzo, pensai mentre bevevo il caffè, presi il telefono e chiamai Enzo. Ciao bello, disse il suo vocione arrochito, allora, l’hai chiavata quella bella fica. Sì, risposi, poi ti racconto, ma volevo dirti che ho fatto un Cenerone, te lo ricordi. Enzo tossì e ridacchiò, sì, disse, come no, lo sapevo che eri te il prescelto disse, vedrai che schianta, lo stregone. Ci vediamo domani al bar, dissi, lo salutai e riappesi. Sedetti e rimuginai sul da farsi, se tentare il ritorno oppure farmi un altro giorno di mare, tutto solo e beato, ora che quella nube tossica bionda si era dissolta. Decisi che tanto valeva rimanere, farsi un bel giorno di solitudine e ricordi e riflessione. Finii il caffè e uscii a comprare le sigarette e un costume da bagno da poco, tornai a prendere il vecchio telo da mare dei miei e andai in spiaggia. Sapevo che mi sarei scottato, ma non avevo creme solari e non me ne sarei procurate. Lei voleva darmi le sue, falle mettere ai tuoi amici froci le avevo risposto, si era stizzita. Fanculo pensai, mi spogliai e mi tuffai in tutto quel freddo e quel blu, il mio primo bagno da un secolo, una specie di nuovo battesimo. Nuotai e nuotai senza trovare la voglia di uscire da quella distesa celeste, e lo feci solo quando fui stanco morto e le mani mi diventarono grinzose come quelle di un vecchio. Mi asciugai e tornai a casa prima che il sole mi polverizzasse, mi buttai sul divano e mi lasciai cullare dal torpore, senza fare niente, senza pensare a niente, ad aspettare che il sole tramontasse e il caldo che mi aveva avvolto mollasse un poco la presa. Quando mi accorsi che il cielo avviava a imbrunire mi alzai e mi feci una doccia per lavarmi il salmastro di dosso, misi su una bella camicia blu scuro ed uscii. Camminai fino a un ristorante di pesce che avevo adocchiato, volevo portarci lei, ma lei se l’era filata e io non avrei rinunciato alla mia cena, tutti soldi risparmiati, pensavo. Dentro c’erano solo coppiette e famigliole coi bambini, chiesi se avevano posto per uno e mi fecero sedere. Ordinai spaghetti allo scoglio e frittura mista con patatine, e quando il cameriere mi chiese se volessi un calice di vino gli dissi di portarmi una bottiglia. Assaporai ogni boccone e finii la bottiglia senza problemi, e dato che non mi sentivo neanche un po’ brillo mi feci portare caffè e grappa. Pagai e mi fermai fuori a fumare, e il cameriere che mi aveva servito venne a farsi una sigaretta anche lui. In vacanza tutto solo, mi chiese. Non sono in vacanza, sono in missione, risposi. Lui sorrise come se fosse stata una battuta. Finii la sigaretta e lo salutai, poi attraversai la piazza come il cattivo di un film western, puntando direttamente il pub della sera prima. Entrai e sedetti al bancone, il barista belloccio mi riconobbe e fece un sorrisetto. Una birra, grazie, gli dissi. Non c’è stasera la tua amica, mi chiese mentre me la spillava. Aveva ancora in faccia quella specie di ghigno. Presi la birra e bevvi un sorso, è dovuta rientrare, gli dissi, suo fratello si è suicidato. Ah, disse, e non mi rivolse più la parola fino a che non finii la birra, mi alzai ed uscii senza salutare. Tornai a casa, cercai sul televideo la notizia che aspettavo ma non ce n’era proprio traccia. Trovai un vecchio film horror e mi misi a guardarlo fino a che non mi prese sonno. Mi svegliai in preda alla frenesia, non avevo idea degli orari dei treni e rischiavo di rimanere a marcire tutto il giorno nella stazioncina del paese. Feci in fretta la borsa e uscii senza lavarmi, tanto mi aspettavano almeno tre ore in un treno lurido, chiusi la porta e salutai con un bacio la casa che non avrei rivisto per almeno un anno, o forse di più. Andai alla fermata degli autobus, tanto andavano tutti verso il centro, e salii sul primo che passava. Era quasi vuoto e c’era l’aria condizionata, un passaggio di gran lusso, ma sapevo che lo avrei scontato per contrappasso sul treno. La stazione era calcinata da un solleone secolare e quasi deserta, a parte un branco di punkabbestia accampati sul binario. Se ci fosse stata lei ci avrebbe di sicuro attaccato bottone, antropologicamente interessanti avrebbe detto, e altre cazzate pseudo sociali. Ma lei non c’era, e quindi erano solo dei barboni. Andai allo sportello a fare il biglietto. Mancava poco più di un’ora al mio treno, mi dissi che poteva andare peggio, mi infilai nel baretto adiacente alla sala d’aspetto e mi feci la mia dose di caffeina seduto al tavolino. Detti una scorsa ai giornali, lo stregone non era ancora morto, la mia fede vacillò per un attimo, no, mi dissi, doveva essere agonizzante nelle sue stanze circondato da medici e tirapiedi, e tenevano la notizia segreta, non c’era altra spiegazione. Uscii sul binario a fumare, uno dei lerci si staccò dal capannello e mi venne incontro, mi chiese qualche spicciolo senza neanche sforzarsi di sorridere. Gli dissi che non ne avevo, e allora mi chiese una sigaretta, gli dissi che ne avevo poche e dovevo farmele bastare per un lungo viaggio. Non gli avrei dato niente nemmeno se fossi stato miliardario, a quel marcio. Mi guardò male come se mi avesse letto nel pensiero e tornò dai suoi. Ebbi una sensazione di pericolo, gli presi le misure a occhio, era bello grosso e viveva per strada, era di certo un osso duro, al contrario di me, senza contare i suoi sei o sette compari. Pensai che se ci fosse stato Enzo gli avrebbe rotto il naso con una testata al primo sguardo, lui era uno tosto, faceva risse in continuazione, io volevo solo prendere il treno, tornare a casa. Lo vidi parlottare coi suoi amici e indicarmi e ammiccare, buttai la cicca e tornai nel bar, già mi vedevo i titoli giornali, massacrato in stazione per una sigaretta. Quelli passavano davanti alle porte a vetri del bar, mi guardavano e ridevano. Ero prigioniero, mi toccò di non uscire più fino a che non annunciarono il treno. Per fortuna era sul binario là davanti, e appena aprirono le porte ci salii al volo, abbastanza sicuro che quei balordi non mi avessero visto. Aspettai che l’altoparlante annunciasse la partenza e abbassai il finestrino e mi affacciai. Oh, ragazzi, feci ai luridi sventolando il pacchetto, dai che ve la lascio, qualche sigaretta. Vennero verso di me mentre il treno partiva, gli lanciai pacchetto e li guardai trovarci il misto di cenere e cicche con cui lo avevo riempito appena salito sul treno. Li vidi sbracciare mentre si facevano sempre più lontani, ma il vento copriva i loro insulti, e gli mostrai il medio. Tirai le tende e presi il lettore e misi le cuffie, e mi feci cullare dalla musica e dal rollio delle rotaie, con gli occhi chiusi, mentre il treno mi portava a casa, o almeno nei dintorni. Mi ritrovai nel salone di un castello, in cotta di maglia e con la spada al fianco. I miei amici, in cotta di maglia anche loro, erano seduti davanti a me a una grande tavola bianca e rotonda. C’erano tutti, anche quelli morti, anche quelli che avevano messo su famiglia e erano murati vivi in casa da anni, quelli che per un litigio banale erano spariti e non si erano fatti più vedere in preda al rancore. Seduto nel mezzo c’era un re in abiti dorati, coi capelli lunghi e la barba bianca e la corona in testa, e non mi pareva di averlo mai visto, però mi pareva anche il babbo, non ero sicuro, perché era un poco in penombra. Dietro il re c’era un drappo bianco legato con una corda alto fino al soffitto. Il re si alzò in piedi e sguainò la spada e me la puntò contro, è lui il prescelto, tuonò, lui ha trovato il Graal. Mi guardai la mano, nella mia destra c’era una coppa d’argento. I miei amici esultarono e sguainarono anche loro le spade e le levarono al cielo. Il re riportò il silenzio con un gesto, ora lo stregone morirà, proclamò. Tirò la corda che pendeva dal drappo e quello cadde per terra, rivelando un grande arazzo decorato. Ricamato sopra c’era lei, bella e bionda, in paramenti da papessa. Bevi dalla coppa, ordinò il re. Mi portai la coppa alla bocca e bevvi, sputai e tossii, era piena di cenere. Mi svegliai tossendo sul serio, ero sudato fradicio, il vento sbatteva la tenda, guardai l’orologio, nel giro di cinque minuti sarei arrivato. Scesi nella stazione deserta e andai sotto il loggiato ad aspettare l’autobus. Il bar era aperto anche se in giro non c’era un cane, si crepava dal caldo, bevvi un bicchiere d’acqua e presi un altro caffè, feci il biglietto e uscii fuori a fumare nell’ombra impotente. Non potevi farci niente contro il caldo, era un dio maligno, potevi solo aspettare che settembre lo lavasse via con uno scroscio di pioggia, ma quel tempo era di là da venire. Arrivò l’autobus e ci salii e attraversai un ponte e arrivai al paese e scesi in un’altra autostazione deserta e camminai nella luce abbacinante fino a un’altra piazza assolata, la mia, finalmente. Enzo abitava nel palazzo sopra al bar e come sempre era alla finestra a fumare, di vedetta. Lo salutai di lontano e lui mi fischiò di rimando. Entrai nel bar e crollai sulla sedia, schiantato dalla fatica, dal viaggio, dalla cerca, salutai la barista e ordinai ancora un altro caffè, ti cercava il tuo amico, mi disse, era preoccupato. L’ho visto, ora scende, risposi, chissà che voleva, mi chiesi, per scrupolo guardai il telefono e c’erano quattro chiamate perse, tutte sue. Mi voltai e era davanti alla porta, mi alzai e la aprii e stavo per dirgli che lo avevo sognato vestito da cavaliere ma lui sgranò gli occhi e entrò e mi abbracciò senza dire una parola. Mi strinse fino a farmi male, oh, che ti piglia, gli dissi, che sei già sbronzo di pomeriggio. Si staccò e mi fissò, brutto scemo, accidenti a te e tenere il telefono muto, stai bene, disse, mi hai fatto morire di paura. Ma che cazzo dici, gli dissi, ero al mare, paura di cosa. Lui si passò la mano sulla faccia, te non sai un cazzo, disse, mettiti a sedere. Aveva la fronte leggermente sudata. Sedetti, sedette anche lui. Dimmi di che parli, gli dissi. Quella tipa, insomma la tua amica, disse, e si bloccò. Prese il giornale e me lo passò. Ha fatto un incidente in macchina, poco fuori dal casello, ieri notte, disse, e abbassò lo sguardo. Non risposi, presi il giornale e andai alla cronaca locale. C’era la sua foto, era proprio lei, terribile incidente, diceva il titolo, camion, lamiere ambulanza, morta una ragazza. Inutile la corsa dei mezzi di soccorso all’ospedale. Niente da fare, morta, amen, cenere alla cenere. Chiusi il giornale e non dissi nulla. Enzo si alzò di scatto, e dagli da bere, no, disse alla barista che ci guardava a bocca aperta. Quella prese la bottiglia dell’acqua, Enzo la fermò, ho detto da bere, gli disse. Lei versò una grappa, il mio amico me la passò, la buttai giù d’un fiato. Mi alzai, mi girò la testa, mi appoggiai al bancone, feci cenno alla barista di farmene un’altra. Me la versò, presi il bicchiere, la mano mi tremava leggermente. Senza sapere di preciso perché nel silenzio mi venne da ridere, e dovetti trattenermi.

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Filippo Rigli (1979), ha pubblicato racconti per le riviste “Stanza 251”, “Flanerì”, “La tela nera”, “L’Indiscreto”, “Il Lavoro Culturale”, “Eccetera”, “L’Irrequieto” e “La Città dei Lettori”, oltre che per il “Corriere della sera”. È tra gli autori del racconto Alba di piombo e del romanzo In territorio nemico (minimum fax 2013) nell’ambito del progetto Scrittura Industriale Collettiva. Un suo racconto figura nell’antologia La scia nera (TEA 2019).

 

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“Una sacerdotessa delle storie”: su Alice Munro https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-sacerdotessa-delle-storie-su-alice-munro/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-sacerdotessa-delle-storie-su-alice-munro/#respond Sun, 19 May 2024 10:37:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53754 Pare che fosse alta. Io l’ho sempre immaginata piccola, invece, di quella statura raccolta come certi fiori di campo in un bouquet. Invece era alta. Era immensa, Alice Munro. Una sacerdotessa delle storie, sapeva tessere la complessità del sentire umano attraverso certe parole spoglie in cui riversava tutto il suo altissimo sguardo.

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Pare che fosse alta. Io l’ho sempre immaginata piccola, invece, di quella statura raccolta come certi fiori di campo in un bouquet. Invece era alta. Era immensa, Alice Munro. Una sacerdotessa delle storie, sapeva tessere la complessità del sentire umano attraverso certe parole spoglie in cui riversava tutto il suo altissimo sguardo. Intelligente, acuto, sarcastico e vivo; libero, soprattutto, il suo sguardo sorvolava l’impalcatura di ogni suo racconto non solo come quello di una precisa architetta della forma e della struttura – i suoi piani temporali intrecciati, le sue piccole storie lunghe decenni, i salti in avanti dentro una frase, quelli indietro nel percorso cognitivo di un personaggio. Ma la libertà del suo pensiero prima umano, e narrativo poi, l’ha sempre proiettata nell’osso dell’esistenza: dentro, sempre più dentro a ogni singola frase, come in ogni singolo muscolo, tendine e respiro dei suoi personaggi, gente che il lettore, alla fine, si ritrovava accanto. Questa libertà di postura, che le permetteva di raccogliere lo spettro emotivo, psicologico e sociale dei suoi personaggi sin nelle sfumature più nascoste, e segrete, si rivela come una confidenza nel cuore di ogni sua storia senza cautele, sfacciata e sincera, restituendoci qualcosa di noi senza pietà, anzi, con la pietà degli amici. Non compassionevole, ma crudissima e dolorosa. Altre volte morbida e spaesata.
Cresciuta nella cittadina di Wingham in Ontario, Munro nasce da una famiglia modesta di agricoltori e, per un certo periodo, di allevatori di visoni. Fiera, con una frenesia emancipatoria distante dal provincialismo di periferia, eppure completamente recettiva nei confronti dei luoghi e delle persone che la circondavano, grazie a una borsa di studio nel 1949 frequenta l’Università dell’Ontario (che non terminò) e in quel periodo pubblica i primi racconti. Nel frattempo lavora come cameriera, impiegata in biblioteca e raccoglitrice di tabacco. Si trasferisce nella Columbia Britannica, mentre dal primo matrimonio nascono quattro figlie (motivo, dichiarò in un’intervista, per cui riusciva a scrivere solo racconti). Dopo il divorzio ritorna in Ontario dove ottiene una writer in residence presso l’Università dell’Ontario. Dalla fine degli anni sessanta fino al 2013, quando smetterà di scrivere, i suoi racconti raccolgono onorificenze e i più prestigiosi premi letterari. Con un Meridiano Mondadori e quindici libri pubblicati da Einaudi, le sue opere sono quasi tutte tradotte da Susanna Basso. Voce connessa così intimamente con quella di Munro, tanto da restituircene il timbro materico, la sua impronta vocale così spolpata sintatticamente, così innervata nel tessuto grammaticale da definire il movimento stesso dell’intero racconto. Fraseggi a volte impetuosi e tortuosi, senza regolarità e con brusche virate; giri di frase altre volte più dolci e suadenti; imprevedibili come caro le era il racconto imprevedibile della vita. Le sue storie sono scatole dentro scatole, in cui lascia che il lettore guardi dentro solo per poco, per poi, d’improvviso, sfilare via il cartone e lasciarlo faccia a faccia con la storia, di fronte alle loro rispettive nudità.

Come successe con Carver, con Mansfield, con O’Connor, anche il suo nome è strettamente legato alla forma del racconto, un abito perfetto per le sue storie così dentellate e cangianti, come se per raccontare l’universo immaginifico e percettivo di cui era composta la sua caratura umana, e la sua raffinatezza di scrittrice, avesse bisogno di più occasioni; di spazio ne aveva bisogno tanto, dal respiro ipnotico e in apnea, da immergere per verticalità sino alle profondità più tese e occulte che proprio il racconto permette di disvelare. Uno spazio necessario per l’immaginazione, più che per la scrittura, che resta sempre al servizio di una storia precisa e focalizzata. Alice Munro è sempre entrata nelle sue storie a piedi nudi e non sempre puliti, le erode fin quando non sente lo scricchiolio sotto la pelle, e allora le lascia andare, in eredità al lettore che ne faccia quel che vuole; è questo il dono più grande di una scrittrice altissima: investire di quella libertà di cui è portatrice, noi che siamo dall’altra parte, rendendoci non partecipi ma complici di ciò che accade perché ciò che accade è la vita, e quindi siamo noi, e allora non siamo più al di là ma al di qua della pagina stessa. Nella sua ultima raccolta ‘Uscirne vivi’ c’è un segmento che si chiama ‘Finale’, in cui sono raccolti quattro racconti di matrice autobiografica. A proposito di questa sezione disse: “Questi racconti formano un capitolo a sé, autobiografico nel sentire sebbene non, talvolta, interamente nei fatti”. Questa condizione di ‘sentire’ la storia, di permettere al lettore di accedere al suo universo interiore, al di là di quanta aderenza ci sia con la vita dello scrittore, è la più alta espressione di una certa letteratura che uno scrittore può donarci: una capitalizzazione del proprio mondo interiore che sgretolandosi nelle parole diventa lessico a portata di tutti. Questo mondo immaginifico – dalla spigolosa vastità dell’Ontario fino ai profondi cambiamenti avvenuti durante il secondo novecento, dalle cucine ricoperte di linoleum, alle piccole cittadine piovose canadesi e agli arcipelaghi di donne e uomini che le hanno abitate – come pure sottolineava la motivazione espressa dall’accademia di Svezia che nel 2013 le ha conferito il Nobel, ha il dono di amplificare l’universo immaginifico di chi lo legge, permettendo quella comunanza vertiginosa che sporadicamente accade tra un autore e il suo lettore. Munro è la voce dei racconti, quella che da bambini volevamo ascoltare distesi sotto le coperte, o quella che da adulti vogliamo ci tengano per mano, e ci accompagnino, prima di spegnere la luce.

 

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Reliquiario personale https://minimaetmoralia.it/racconti/reliquiario-personale/ https://minimaetmoralia.it/racconti/reliquiario-personale/#respond Mon, 11 Mar 2024 10:34:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53485 di Giulia Bocchio C’era una festa molto sudata ai piedi del castello di Caen, era una notte di luglio umida, lo si percepiva dall’erba e dal fatto che eravamo sostanzialmente nudi, sensibili a tutto. Parlavamo lingue ibride, ma nella nostra memoria c’era qualcosa di distorto e medievale, ricordi che appartenevano a un’epoca diversa, lontanissima, ben […]

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di Giulia Bocchio

C’era una festa molto sudata ai piedi del castello di Caen, era una notte di luglio umida, lo si percepiva dall’erba e dal fatto che eravamo sostanzialmente nudi, sensibili a tutto. Parlavamo lingue ibride, ma nella nostra memoria c’era qualcosa di distorto e medievale, ricordi che appartenevano a un’epoca diversa, lontanissima, ben più fredda di questa, quando quelle mura erano abitate da chi indossava qualcosa di lungo, da chi credeva ancora nel potere di un confine, c’erano le tracce di certi veleni sul fondo di un boccale, i resti di un letto a baldacchino, un vecchio drappo macchiato di un sangue ormai simile alla ruggine, sigillato in una teca, forse un sudario.
D’altra parte, la stanza più preziosa era dedicata a un reliquiario, contenente i resti di un merlo che si diceva essere nato color panna, l’unico al mondo, un prodigio che attendeva una rinascita, una nuova venuta. La sua apparizione, uno spartiacque temporale. Si narrava fosse venuto al mondo in una notte in cui piovvero spine e tutti, per celebrarlo, s’erano messi a ballare in maniera così intensa e isterica da esserne poi morti. Queste, almeno, erano state le parole di una guida non spirituale.
Ricordo che brindammo al passato, in nome della cenere, e si trattava di un distillato strano, molto forte, a base di ribes nero e calvados, ricordo la mia lingua striata d’un rosso melassa, serpentesca, e ci ricordo tutti in cerchio sopra un grande specchio ovale, sempre lì, ai piedi del castello. 
I resti delle antiche mura ci dividevano dal mondo, dalla percezione del reale, una cinta che aveva resistito all’impeto dei secoli per proteggere noi, quella notte, per assicurarsi che tutto ciò avvenisse.
Il castello, la torre, potrebbero crollare anche domani, ma non importerebbe più a nessuno, avevo sentito dire da una voce che sembrava appartenere solo all’aria e a nessuna bocca.
Mentre la musica sovrastava le risate, ho cominciato a fissare il nostro il riflesso e le mie orecchie si sono come riempite d’acqua, l’isolamento era simile a un’immersione e l’immersione era lo sprofondamento in una domanda: chi eravamo davvero? Quelli sullo specchio. O quelli imprigionati nel riflesso? Maledetta esistenza corporea.
Io mi somigliavo, ma c’erano tratti che potevano non essere miei. Vene varicose mi avvolgevano le gambe, qualcosa sembrava colarmi giù dall’ombelico. C’eri tu che mi sorridevi, ma non avevi più denti, né sopracciglia. C’erano gli altri, ballavano incessantemente, ma come a rallentatore, erano gli stessi, ne ero sicura, erano i figli e le figlie di quella danza che certe cronache, dal 1518 in poi, non riuscirono mai a spiegare. Provavamo a toccarci ma come in un sogno i movimenti erano pesanti, scoordinati. Mi sono inginocchiata per avvicinarmi al riflesso, con la volontà di tirarlo fuori da lì, come un corpo gemello, ma non poteva succedere niente, non c’era profondità oltre quella superficie, era un’illusione.
Nel momento in cui hai cominciato a leccarmi il collo e poi a scendere, quella sensazione liquida alle orecchie è improvvisamente svanita. Non c’era niente sulle mie gambe, forse non erano vene, quelle che avevo visto. Lo specchio era pieno di impronte di piedi e la musica era quasi la stessa di prima. Ma qualcuno suonava uno strumento che non riuscivo a riconoscere, come ispirato da una Pizia, come qualcuno proveniente dal futuro, o sopravvissuto al buio, una Margaret Mead per un saggio postumo. Poteva essere un ologramma, una performance. Non importava. Era lì, nel suo tempo e nel suo spazio e tanto bastava.
Esserci, semplicemente esserci: non c’era altra formula per fermare la morte della notte. E non solo la sua. Eppure non era un rito quella festa, era la celebrazione di qualcosa, ma non ricordo più cosa. Nessun pensiero riusciva a essere più profondo di quella suggestione. Mi hai preso la mano e abbiamo cominciato a rincorrerci, senza meta, senza traguardo, era solo voglia di fare sesso, di farlo subito, di non smettere mai, in nome di niente, anzi no, in nome di un tuo tocco umano, in nome di ogni liberazione dall’ansia e dal futuro sonno meridiano. Ma qualcosa sembrava pulsare dentro il castello, c’era una luce strana, intermittente e fioca: un elemento nuovo e ci siamo distratti.
Andiamo a vedere? mi hai chiesto. Andiamoci, mi sono detta.
Tutto era piuttosto buio, pochi passi e davanti a noi uno scenario molto diverso da quel groviglio di chilometrici intestini che formavano la festa che avevamo momentaneamente abbandonato; a ingoiarci fu la pietra che rivestiva grandi saloni senza mobilio. Poi il silenzio e di nuovo quella sensazione di immersione. Le mura erano gelide, quasi tutte spoglie, la luce proveniva da un immenso camino all’interno del quale nessuno aveva acceso un fuoco, ma solo una candela che piangeva lacrime di cera giallastre. Il fronte aperto del braciere sembrava una bocca spalancata e oltre la fiammella della candela, c’era un altro specchio.
Nel nostro sangue, nel sangue di tutti là fuori, scorreva il grado di qualcosa, che poteva essere l’asterisco per l’ipocondriaco, il sollievo per il sifilitico o l’indifferenza del vaccinato. Forse non eravamo lucidi ma la nostre figure erano come distorte, allungate, non a fuoco, di nuovo quelle vene bluastre sulle mie gambe e poi un tuono, che proveniva da fuori ma che lì dentro sembrava una voce quasi oracolare.
Alle nostre spalle apparve un merlo color panna.
 Non mi voltai mai, temevo esistesse solo in quel riflesso opaco, e comunque non avrebbe fatto alcuna differenza, la sua esistenza o la sua scomparsa erano figlie della stessa notte, esisteva perché posso, nella mente, rievocarlo, non esisteva perché non posso più domandarmelo. A nessuno interessa la differenza quando c’è di mezzo una profezia.

Siete già stati qui, ma non potete ancora ricordarlo, perché questa è la memoria di un antico sogno, fu un sibilo. E allora? In una versione di noi stessi molto diversa, più credibile direi, ma non più vera di così, ce ne saremmo andati, ricongiungendoci alla festa per ballare ancora insieme agli altri.
 Non esiste risposta oggi. Perché siete nel tempo che precede la nascita, lì dove non esiste giudizio, l’unico luogo possibile per abbandonare l’ego, un altro sibilo.
Le mie gambe sempre più deboli, il mio corpo come sull’orlo di un precipizio, come una ferita che finisce per dissanguare l’arteria femorale. Tutto era sfinimento incontrollabile, sentivo il cuore rallentare. Ricordo l’assottigliarsi della fiamma, di aver pensato davvero morirà prima di me? Ho provato a toccare la cera di quella candela, era calda e proteiforme tra il pollice e l’indice uniti insieme in una torsione innaturale. Fra le dita scivolava qualcosa, capii di sanguinare davvero. Ricordo il merlo volare via, basso e pesante, fino a sparire nel buio, o nello specchio. Ricordo di aver provato a urlare, a tamponare in qualche modo le ferite, ma mi hai fermata: non c’era nulla sulla mia pelle. Ricordo la nostra risata isterica, come un’allucinazione non prevista. Anche il tuo aspetto era cambiato, o forse no, non era il tuo aspetto, era la tua consistenza, ormai più simile all’ombra, impalpabile come fumo, impossibile toccarti, una concezione di essenza che non poteva appartenere a niente, se non a qualcosa di ormai sepolto e mai dissotterrato. Da quel momento non ricordo più la tua vera forma. Ma nessun prima è perduto, qualcosa è stato conservato.
Ho preso la candela, ancora pulsante, la sua fiammella ondeggiava, resisteva, mi ricordai del reliquiario, lo cercai in un labirinto di saloni e corridoi. Era un stanza piccola, piena di resti umani e ossami, piccole ampolle contenenti sangue, o aborti di Baba Jaga. Avvicinando la fiamma rossastra al vetro delle teche, il mio riflesso questa volta era reale e l’effetto era quello di vederci finalmente un volto vivo e giovane all’interno. Il frammento di un femore, i resti di un teschio bambino e, adagiato su un drappo rossastro, lo scheletro di un grande volatile. C’era un logoro arazzo a tenere compagnia alle cartilagini, le immagini dipinte sull’intreccio della stoffa erano disposte secondo una precisa lettura ascensionale, narravano una storia, come ogni oggetto dimenticato nella polvere. C’era una festa ai piedi del castello, poi una pioggia fitta, gocce come aghi, come spine. Una strana figura suonava uno strumento musicale impossibile per l’epoca. Mani rivolte verso il cielo scuro della notte, un merlo color panna volava sulla torre e osservava. 
Un altro tuono là fuori. Ricordo di essere corsa via, in maniera veloce e convulsa, ma priva di peso.
Pioveva addosso agli altri, che ballavano ancora, instancabilmente, senza musica adesso, in un stato di trance. C’erano decine di corpi accasciati a terra, rigidi in un sorriso freddo. Pioveva addosso a loro come un mosaico di piastrine e dna, erano gocce che sembravano spine, avevano la bocca e la mente aperta. 
Stavamo condividendo qualcosa, sentivo di averli amati tutti.
 Un giorno di pioggia e di festa, come una nascita.
 Un’alba rossastra, più simile a una lacerazione del cielo, sembrava ormai sempre più vicina. Stava ingoiando la notte, avrei voluto fare qualcosa per fermarla: avrei potuto? Non lo so. So solo che era bianco, il mio piumaggio.

 

~

Giulia Bocchio è poetessa, critica e scrittrice. Tra i suoi libri, le sillogi Harmattan poetico e Il vento del vanto, oltre al saggio L’Olimpo nero del sentire (Marsilio 2016). Fa parte della redazione di “Poetarum Silva”.

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“La veglia” di Michele Orti Manara: un estratto da “Cose da fare per farsi del male” https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-veglia-di-michele-orti-manara-un-estratto-da-cose-da-fare-per-farsi-del-male/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-veglia-di-michele-orti-manara-un-estratto-da-cose-da-fare-per-farsi-del-male/#respond Wed, 28 Feb 2024 18:32:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53448 Pubblichiamo, ringraziando l'autore e l'editore, un estratto da La veglia, racconto di Michele Orti Manara raccolto in Cose da fare per farsi del male, pubblicato da Giulio Perrone Editore.

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto da La veglia, racconto di Michele Orti Manara raccolto in Cose da fare per farsi del male, pubblicato da Giulio Perrone Editore.

*

A nostra madre non è mai importato molto di noi.

Non che ci abbia fatto mancare nulla – mai saltato un pasto, mai una lamentela sul dover crescere tre figli da sola, potendo contare solo sulle sue forze.

Eppure: no, ripeto, non le importava di noi, almeno non nel senso che si ritiene naturale e quasi obbligatorio per una madre.

Nel suo prendersi cura di noi l’aspetto predominante era una specie di zelo. Ci preparava da mangiare, ci vestiva, ci portava dal medico quando stavamo male – tutte quelle nottate insonni, spesso in rapida successione: quando passava a me, l’influenza veniva a mio fratello, e dopo di lui a mia sorella, e quando anche lei era guarita non di rado il giro ripartiva da me. Tutto questo però nostra madre lo faceva con il piglio di chi stia portando fuori la spazzatura, o dando da bere a una pianta che non ha chiesto ma gli è stata regalata. Lo fa perché lo considera un dovere, o una necessità, perché altrimenti la casa si riempie di tanfo e scarafaggi, perché altrimenti la pianta muore, ma mentre lo fa pensa ad altro.

Ecco, il punto forse è proprio questo: nostra madre dava sempre l’impressione di essere altrove con la testa, anche mentre schizzava da un angolo all’altro della città, destreggiandosi tra i nostri impegni pomeridiani come un giocoliere, anche mentre ci appoggiava le labbra sulla fronte per sentire se scottavamo.

Non credo avesse amanti, o se li aveva li nascondeva con molta cura, li frequentava solo quando noi eravamo a scuola e vietava loro di superare la soglia di casa nostra, metaforicamente e non.

Credo che questa sua algida efficienza abbia dato forma ai nostri caratteri più di tutto il resto. Fa capolino, camuffata, nei miei disturbi ossessivo-compulsivi, e negli scoppi d’ira di mio fratello.

Quanto a mia sorella, nel suo caso non c’è quasi nessun camuffamento: nel corso degli anni è diventata una copia sempre più fedele di nostra madre. Stessa anaffettività, e stesso zelo ma applicato alla carriera invece che alla cura dei figli.

Le nostre sono solo piccole nevrosi, comuni a molti. Nessuno di noi tre è davvero rotto, anzi si potrebbe dire che funzioniamo tutti e tre piuttosto bene.

Solo chi ci guardasse da vicino – e con molta attenzione – potrebbe avere qualche dubbio a riguardo.

La prima a rendersi conto che c’era qualcosa che non andava e quindi a provare a mettersi in contatto con noi tre era stata la vicina di casa.

Il suo rapporto con mia madre era scandito da una litigiosità quotidiana, rituale. Ogni mattina, alle sei in punto, la vicina faceva partire il complesso sistema di irrigazione che le permetteva di avere il balcone più lussureggiante del vicinato. Ogni mattina mia madre – il cui sonno leggero in famiglia era proverbiale – veniva svegliata dal rumore dell’acqua che percorreva i tubi sopra la sua testa. I sibili, gli spruzzi, gli sgocciolamenti. Allora si vestiva e andava in cucina, dove metteva sul fuoco il caffè e tutto quello che aveva a portata di mano. Pur vivendo da sola non aveva mai smesso di cucinare come se noi abitassimo ancora lì, con il risultato che il suo freezer straripava di piatti che nessuno avrebbe mai mangiato, e che a rotazione finivano nell’immondizia. Uno spreco quasi scientifico, che aveva radici lontane, nella nostra infanzia, quando tentava di sostituire lo scarso sostentamento affettivo che era capace di darci con un imponente apporto calorico. O forse un tentativo di vendetta, visto che la vicina detestava l’odore dei soffritti, dei sughi, dei minestroni, che in fuga dalla finestra della cucina di mia madre trova- vano sempre una via per appestare l’appartamento del piano di sopra.

Acqua contro olio; in nessun caso riescono a trovare un compromesso.

Cucinare non era l’unica arma nell’arsenale di mia madre. Ancora più indigeribili, per il già fragile equilibrio nervoso della vicina, risultavano i passi di mia madre, creatura ipercinetica che mai, neanche con l’avanzare dell’età, si era piegata alla dittatura delle pantofole, a cui preferiva scarpe dal tacco basso. Più eleganti, e con l’ulteriore pregio di ticchettare sul pavimento, torturando la vicina che pur vivendo sopra, e non sotto, ne era sconvolta.

Era stata quindi la combinazione di mancanza di odori e di rumori a insospettire la vicina, che aveva prima sbirciato l’appartamento sottostante dalla finestra, notando gli scuri aperti e deducendone che nostra madre doveva essere in casa. E poi, quando il silenzio si era protratto fino a metà pomeriggio, si era decisa a scendere dal portinaio per chiedergli se avesse visto nostra madre, e appurato di no lo aveva quasi costretto a mettersi in contatto con uno di noi. E poi – questo lo immagino perché è quello che mi aspetto da una come lei – era rimasta lì a controllarlo, con le mani sui fianchi, incapace di riporre fiducia nel prossimo.

Il portinaio aveva obbedito, chiamandoci nell’ordine lasciatogli da nostra madre; prima mia sorella, telefono staccato – un viaggio in aereo, una riunione di lavoro, un incontro clandestino con qualcuno, non saprei –, a seguire mio fratello, telefono che squilla a vuoto senza nessuna risposta, ed ecco il mio turno, eccomi rispondere al terzo squillo, eccomi che mi precipito in strada, chiamo un taxi, non ho pazienza, torno in casa, prendo le chiavi della macchina e mi precipito là.

Ed eccomi salire le scale tallonato da portinaio e vicina, col cuore in gola – per le troppe sigarette, la preoccupazione, la nitidissima percezione che qualcosa mi stia scappando dalle mani; eccomi stringere le chiavi di casa di mia madre fino a farmi sanguinare il cuscinetto di carne alla base del pollice.

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Il racconto e la complessità del presente. Intervista agli autori della seconda quartina di Tetra https://minimaetmoralia.it/interviste/il-racconto-e-la-complessita-del-presente-intervista-agli-autori-della-seconda-quartina-di-tetra/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-racconto-e-la-complessita-del-presente-intervista-agli-autori-della-seconda-quartina-di-tetra/#respond Tue, 13 Sep 2022 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51083 Quattro racconti di quattro grandi autori ogni quattro mesi, Tetra Edizioni riunisce le voci dei migliori scrittori contemporanei, con l’intento di restituire ai lettori un mosaico della scena odierna attraverso la forma del racconto, unendo grandi maestri a giovani penne. Andrea Donaera, autore presente nella prima quartina, intervista i protagonisti della seconda: Romana Petri, con […]

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Quattro racconti di quattro grandi autori ogni quattro mesi, Tetra Edizioni riunisce le voci dei migliori scrittori contemporanei, con l’intento di restituire ai lettori un mosaico della scena odierna attraverso la forma del racconto, unendo grandi maestri a giovani penne. Andrea Donaera, autore presente nella prima quartina, intervista i protagonisti della seconda: Romana Petri, con Uno per due Eduardo Savarese con La camera di Ondino, Maddalena Fingerle con Una proposta stronza e Daniele Petruccioli con Sotto la città.

Come state? Potete dircelo attraverso un racconto di sei parole?

R.P.: Davvero, adesso non saprei cosa dire.

E.S:: Con Ondino mi sento in alto. 

M.F.: Sdraiata, il computer in bilico.

D.P.: Uscì di casa tremebondo e sorridente.

C’è quel frettolosissimo aforisma di Bukowski – qualcosa del tipo: «La poesia dice troppo in poco, la prosa dice poco e ci mette troppo». Ammettendo per un attimo la legittimità di una posizione teorica di questo tipo, secondo voi il racconto dove si colloca?

R.P.: Ammettiamo la legittimità. Per me è solo una questione di scrittura. Quando è priva di retorica o di parole e verbi orrendi, che sia di 5 pagine o di 1000 leggo sempre con grande piacere.

E.S.: Il racconto dice moltissimo perché procede per folgorazioni “poetiche”: in qualche modo, attua una forma di conoscenza platonica, non mediata da strutture narrativo-argomentative totalmente esplicitate, realizzando, piuttosto, un accesso al senso che è immediata, per certi versi epifanica e mistica. 

M.F.: In realtà faccio estrema fatica a pensare in queste categorie, ma giochiamo: il racconto dice poco, ma almeno ci mette poco.

D.P.: In un luogo dove non si cerca di dire niente ma di raccontarlo bene.

Poi c’è un’altra questione, annosa, e se possibile ancora più soggetta a banalizzazioni: quella della cosiddetta “ispirazione”. Eppure, leggendo i vostri racconti, il pensiero che attraversa in modo trasversale la persona che legge riguarda proprio l’eterogeneità degli elementi che sembrano avervi ispirato. Fingerle raccoglie materiale dalla sua vita accademica per farne prosa di ricerca; Savarese si spinge fino agli estremi di mitologie a noi lontane per dirci qualcosa del nostro tempo; Petruccioli si immerge in un essere umano fino a creare una speleologia emotiva; Petri fa suoi quesiti ombrosi che fuori da un’architettura letteraria offrirebbero soltanto ombre e che qui invece illuminano. Ci dite un po’ cosa è successo, in voi, quando vi siete detti: «Ecco, il mio racconto parlerà di questo?».

R.P.: Quando mi chiedono un racconto, apro il PC e mi metto a scrivere. Non lo so quello che scriverò, mi bastano le prime tre righe, e se con loro consuono vado avanti. La storia la decidono sempre i personaggi. Non avevo in mente nessun triangolo amoroso, del passato o del presente. Mi è apparsa questa bellissima donna ormai anziana e allora l’ho descritta al meglio della sua vita e in quell’inevitabile peggio che è la vecchiaia. Sono una fan di Diario della guerra al maiale di Bioy Casares: il meglio è sempre la gioventù.

E.S.: Mai come in questo caso, l’ispirazione è stata forte e chiara. Il mio racconto doveva parlare di bellezza dispersa e recuperata, di corpi santi, di desiderio di genitorialità, e dell’angoscia che l’arte e la scrittura debbano pagare il dazio di diventare strumenti, anch’esse, di potere. A me non era chiaro tutto questo. Ma scrivendo si chiariva felicemente. Questo racconto mi ha dato la sensazione di aprire molte finestre e mettermi in metto all’aria che riempiva la mia stanza.

M.F.: Inizialmente avevo pochi elementi: una citazione di Marino e il fastidio per la vuota, avvilente esposizione di temi come gravidanza e maternità. Mi sembrava troppo poco per scriverci un racconto, ancora meno per un saggio. Continuavo a dire: è una follia, non ha senso. Poi ci ho provato e mi sono divertita molto, ma non mi sono mai detta: il mio racconto parlerà di questo. Solo alla fine ho detto: ecco, il mio racconto parla di questo.

D.P.: Cerco di non pensare a storie ma a temi, relazioni che mi interessano. Scelto il tema, mi concentro sulla voce. Poi stabilisco una traccia, una mappa di situazioni – ma molto aperta, tipo partitura jazz – e comincio a scrivere lasciando tantissimo spazio all’improvvisazione. Può suonare un po’ paradossale, ma una struttura forte mi serve a sentirmi più libero di improvvisare. Allora, per provare a dare una risposta alla tua difficilissima domanda: l’ispirazione, o meglio l’improvvisazione, per me si identifica in una struttura chiara che serve a dare voce a cose oscure.

Che rapporto sentite tra questi racconti e la vostra produzione in “prosa lunga”? Chi ha letto i vostri libri coglie una continuità, percepisce il vostro passo, ma sarebbe interessante come considerate il vostro percorso dall’interno della vostra stessa scrittura, alla luce di questo nuovo episodio letterario che avete dato alle stampe.

R.P.: Non saprei cosa dire perché di racconti ne ho scritti tantissimi. Ne ho il PC pieno. Ma sono d’accordo con Flannery O’Connor. Per scrivere un romanzo ci vuole più tempo (lapalissiano) e dunque anche una concentrazione più prolungata. Quello che mi piace del racconto, è quando mi danno un numero dibattute. Lo consegno che è sempre di quel preciso numero. E giuro, non potrei aggiungerne o toglierne nemmeno una. 

E.S.: Per me questo racconto rappresenta la forma “compressa” di un romanzo che uscirà. Come se ne avessi sintetizzato temi e attitudini in una forma, appunto, di sintesi. Questo dialogo interno tra le forme che pratichiamo è davvero una cosa potente e interessante. A me era capitato in passato di scrivere forme di saggio/racconto in continuità col romanzo precedente. Per esempio, “Il tempo di morire” rispetto a “Le cose di prima”. Qui è accaduto che, finito il romanzo, non è arrivato il saggio/racconto ma il racconto puro, come rimeditazione folgorante.

M.F.: Gli elementi che accomunano i due testi sono il gioco linguistico e intertestuale da una parte e la leggerezza dall’altra. Ma a parte questo il racconto parla del processo di scrittura come un percorso lento e graduale, che rispetti i tempi naturali senza bruciare le tappe – mi sembra si inserisca bene nella metariflessione sul (mio) percorso di scrittura.

D.P.: La forma racconto è un po’ la cellula di tutto quello che scrivo. Scrivo per episodi, per crisi, luoghi, momenti, tanto che spesso sacrifico la linearità temporale della storia per avvicinare situazioni topiche. Quindi, anche se questo è venuto dopo, in realtà è un prima. O piuttosto un dentro.

Quando sono stato coinvolto da Roberto Venturini nell’avventura di Tetra ho percepito sin da subito un prezioso sentore di libertà: questo progetto editoriale sembra voler sprigionare, in qualche modo, il meglio di autrici e autori coinvolti – e non racchiuderli in una maniera circoscritta di fare libri, come invece capita spesso in certe collane che prevedono indicazioni tematiche e/o stilistiche stringenti. Voi che ci dite a tal proposito?

R.P.: Non sono mai stata costretta a fare nulla. Non potrei accettarlo perché riesco a scrivere solo di quel che mi arriva e mi va. Accetto sempre di scrivere purché libera. E Tetra mi sembra davvero molto, molto libera. E coraggiosa.

E.S.: Gratitudine eterna a Venturini e Tetra. Mi sono sentito libero, ho praticato libertà compiute e perfette, ho provato gioia. Una grande gioia. 

M.F.: La libertà l’ho sentita soprattutto sui tempi: non c’è stato mezzo secondo in cui io abbia percepito ansia in questo senso. Roberto Venturini è stato presente, ma mai pressante e questo mi ha permesso di lavorare con molta serenità stando dentro al testo e dimenticandomi del resto.

D.P.: Che hai ragione. Nemmeno per un attimo mi è sembrato un libro su commissione. E d’altra parte non ho nulla contro i libri su commissione. Penso aiutino ad ampliare orizzonti, accettare limiti. Sotto sotto la libertà non so se mi sembra un valore proprio assoluto. È imprescindibile, certo. Ma secondo me si nutre anche di costrizioni, o meglio di contraintes.

Vorreste rifare questo passaggio nel mondo del racconto? Per me non è stato facilissimo passare dal romanzo (o dalla poesia) al racconto breve, e infatti non so se mi cimenterò di nuovo, nel breve tempo, in scritture di questo tipo. Per voi invece la dimensione del racconto, dopo l’esperienza di Tetra, ha assunto maggiore centralità nell’ideazione delle vostre scritture presenti e future?

R.P.: Certo che lo rifarei, ne ho scritti tantissimi in vita mia. Il racconto mi è congeniale quanto il romanzo. Di romanzi ne ho pubblicati di più, ma non vuol dire. Poesie non ne ho mai scritte. Passare dal romanzo al racconto, invece, mi è davvero naturale.

E.S.: Non so. Di certo l’esperienza realizzata rende più probabile che non la ripetizione di questa forma, così difficile, preziosa. Spero di riuscire a tornarci con quel senso di libertà e di gioia che ho richiamato sopra. 

M.F.: Prima di Lingua madre (Italo Svevo) scrivevo solo racconti e in realtà credo di non avere mai davvero smesso. Una proposta stronza può essere considerato un racconto, ma credo che sia più un finto saggio romanzato. Credo che con Tetra sia aumentata la mia voglia di leggere (più che di scrivere) racconti e prosa breve, tanto che quando ho finito i primi quattro ho sentito un senso di vuoto.

D.P.: Al momento sto lavorando su cose dal respiro lungo. Ma mi piacerebbe tantissimo ricominciare a scrivere racconti. Mi sembrano una palestra imprescindibile.

Siete scrittrici e scrittori che, in un modo o nell’altro, partecipano come protagonisti nella letteratura italiana contemporanea. Secondo voi, dunque, come sta questa benedetta letteratura italiana contemporanea? Bene, male, asintomatica? Confidiamo nelle vostre conclamate capacità di raccontisti per una risposta almeno un po’ sintetica. 

R.P.: Credo del meticciato in tutto. Quando un autore mi piace, poi scopro che è anche un grande lettore di letteratura straniera. La contaminazione (io faccio anche traduzioni dal francese e dal portoghese) è ciò che ci aiuta molto nell’uso della lingua. La penso come i grandi sportivi: il talento è indispensabile ma non basta, ci vuole l’allenamento.

E.S.: Secondo me, sta bene. Deve faticare tanto – come sempre l’erba buona – a non farsi soffocare dalla gramigna. 

M.F.: Non credo di avere le competenze per giudicare la letteratura italiana contemporanea né di stabilirne il suo stato di salute. Posso dire che la leggo, che sono curiosa e che noto alcune tendenze, ma sono osservazioni molto soggettive. Una negativa è che ho l’impressione che invece che libri “lavorati” e finiti vengano spesso pubblicate prime bozze o appunti, non privi di intuizioni o idee che si potrebbero sviluppare per scrivere romanzi o racconti. Una positiva, invece, è che mi sembra ci sia una ricerca di linguaggio, ma forse si leggono le cose che piacciono e questo deforma un po’ anche la percezione.

D.P.: Credo ci voglia un po’ di distanza, di respiro. Riesco a malapena a imbastire un giudizio sugli scrittori che leggevo negli anni Ottanta e Novanta. Questi degli anni Dieci e Venti ho bisogno di leggerli e rileggerli di più. Però ti posso dire che mi piace moltissimo leggere i giovani scrittori di adesso. Mi sembra un ottimo segno.

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Il giorno in cui ho smesso di scrivere racconti https://minimaetmoralia.it/racconti/il-giorno-in-cui-ho-smesso-di-scrivere-racconti/ https://minimaetmoralia.it/racconti/il-giorno-in-cui-ho-smesso-di-scrivere-racconti/#respond Sat, 22 Jan 2022 07:20:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49825 di Marco Piazza C’è stato un tempo, peraltro neanche troppo lontano, nel quale bastava un attimo. Un dettaglio, un piccolo particolare, un’immagine alla quale ne seguiva subito un’altra in un gioco a rincorrersi. Nella mia mente si allineavano fotogrammi, o sequenze di fotogrammi, pescati tra le migliaia di immagini che quotidianamente si imprimono sulla rètina. […]

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di Marco Piazza

C’è stato un tempo, peraltro neanche troppo lontano, nel quale bastava un attimo. Un dettaglio, un piccolo particolare, un’immagine alla quale ne seguiva subito un’altra in un gioco a rincorrersi. Nella mia mente si allineavano fotogrammi, o sequenze di fotogrammi, pescati tra le migliaia di immagini che quotidianamente si imprimono sulla rètina. Il tutto avveniva in modo casuale, ed è così che nascevano le storie: spezzoni di mondi fantastici, atomi liberi che si univano dando concretezza alla fantasia. Le paure, le ossessioni e i desideri assumevano contorni e profondità.

Capitava poi che, tornato alla realtà, riuscissi a trascrivere i viaggi nella fantasia e a trasformarli in racconti. Non sempre lo facevo. Spesso mi bastava sapere di esserci stato, almeno per qualche minuto, in quel luogo che era contemporaneamente fuori e dentro di me. D’altronde, anche quando trovavo il modo e il tempo di fissare quei mondi, provando a scriverli su un foglio, la distanza tra l’impulso sinaptico e la punta di graffite era troppa: la maggior parte dei pensieri e delle immagini si perdeva lungo il tragitto, scivolava lungo il braccio, si accumulava sulla punta del gomito e gocciolava a terra, persa per sempre. Quando invece riuscivo a far arrivare al foglio alcune immagini, incontaminate, allora la soddisfazione di esserci riuscito (di essere riuscito a mantenere intatti i pensieri così da poterli rileggere e riconoscerli come l’esatta copia di ciò che si era formato nella mia mente) compensava la frustrazione di essermene lasciati scappare molti altri.

Per mesi mi portavo appresso personaggi che erano la somma di gambe, di camminate, di pettinature e tic nervosi, di occhiali, cravatte, caviglie, gonne e rotondità di corpi che avevo incontrato per strada. Immagini reali si univano ad altre che erano il frutto di piccole esplosioni mentali. Prima di adagiarle su un foglio le tenevo nella tasca interna della giacca, vicino al cuore, insieme alle cose più preziose. Quei personaggi, quelle storie, erano il mio tesoro perché mi fornivano un cosmo, uno spazio delimitato tra l’incipit e la conclusione. Un mondo gestibile perché circoscritto, ordinato da regole nette. Non come il caos della realtà.

Poi ho smesso di scrivere racconti, semplicemente perché non mi interessava più.

Non è vero.

Ho smesso di scrivere racconti perché non avevo tempo.

Falso.

Ho smesso di scrivere racconti perché ho dovuto soccombere alla realtà.

Ok, così va meglio.

Lo scorso febbraio ero a bordo del volo ET 703 diretto a Addis Abeba. La fase di decollo era terminata e le hostess camminavano lungo il corridoio per servire il light snack: noccioline accompagnate da un bicchiere di vino bianco. Avevo iniziato a mettermi comodo: il sedile reclinato di qualche grado, la cintura di sicurezza allacciata ma allentata, il tavolino abbassato, la coperta a coprirmi il ventre e, appoggiata sulle mie gambe, Lolita. Pochi giorni prima avevo iniziato a leggere il romanzo di Nabokov. L’avevo comprato in e-book, poi, arrivato a pagina 50, ho deciso di comprare il libro – nell’edizione Adelphi con la copertina color trota salmonata – e di ricominciare a leggerlo da capo. Nella mano destra tenevo una matita, pronto a prendere nota dei pensieri che mi sarebbero venuti leggendo (già le prime pagine avevano generato una massa consistente di pensieri, sebbene piuttosto ingarbugliati). Ricordo di aver pensato che Lolita mi aveva ricordato un altro libro. O meglio, ricordo che alcuni dei pensieri che ho avuto leggendo Lolita mi avevano riportato alla mente pensieri simili nati durante la lettura de l’Avversario di Carrére. In quest’ultimo, la follia è dissezionata e analizzata al microscopio; in Lolita è l’ossessione a ricevere lo stesso trattamento. Nabokov ci accompagna dentro il suo tormento in modo sublime, ci porta al limite e ci ipnotizza con la sua impareggiabile maestria. È come un solletico che si arresta prima di trasformarsi in brivido. È come, avevo pensato, passarsi lo stelo di una rosa sul braccio: il profumo e il colore perfetto del fiore, unito al solletico della spina che scorre sulla pelle, creano una sensazione dalla quale si rimane rapiti. Solo un po’ di pressione in più e una goccia color rosa rossa andrebbe a rigare il braccio.

Un uomo corpulento, vestito da pilota, con un copri-occhi giallo, addormentato e girato sul fianco destro due file davanti a me, aveva appena rotto il silenzio con frasi sconnesse che erano uscite dalla sua bocca russa portando i suoi sogni nella cabina. Deve aver detto qualcosa di divertente, a giudicare dal ghigno prolungato di un altro uomo con folti baffi che mi ha subito ricordato qualcuno, forse un attore francese. Avrei potuto chiederlo alla hostess perché avevo notato che subito dopo il latrato del corpulento russo e il ghigno dell’uomo baffuto, quest’ultimo, sempre ridendo, si era intrattenuto con lei: piacevole donna etiope con l’unica pecca di un eccessivo trucco azzurro sulle palpebre. Eccola che mi riempie il bicchiere (per la terza o la quarta volta) versando il vino bianco spagnolo che avevo scelto dal menù (invece di un imprecisato chardonnay francese) quando avevo declinato la cena chiedendo soltanto vino e snacks. Gli snacks erano di quelli classici da cocktail, a forma di pesciolino. Finita la prima bustina, l’hostess si era avvicinata con una ciotolina piena di una granaglia scura chiedendomi se avessi voluto assaggiare. Mi disse che erano lo snack tipico etiope e che si chiama kolo. Accettai, ringraziai e iniziai a ingurgitare quelli che si rivelarono essere chicchi di orzo, tostati, amarognoli, e ottimo accompagnamento per il mio vino spagnolo. Ogni volta che la hostess passava di fianco al mio sedile si lasciava dietro un profumo di mandorla che si sposava egregiamente col vino, con i semini di kolo, col giallo del foglio sul quale stavo scrivendo e con Humbert Humbert che, intorno a pagina cento ha sposato Charlotte Haze, una donna la cui autobiografia era priva di interesse quanto lo sarebbe stata la sua autopsia, avvicinandosi così al suo intento di sedurre la piccola Lo-li-tah.

In quale altro modo, ricordo di essermi chiesto, accetteremmo di appassionarci alla descrizione in prima persona di un uomo che prova un’attrazione morbosa per una ninfetta dodicenne? In quale altro modo, passando a Carrère, potremmo arrivare a provare un sentimento di empatia per un uomo che ha basato la sua vita sull’inganno, giungendo a un tale livello di staccamento dalla realtà da arrivare a uccidere la propria moglie, i propri figli e genitori? La finitezza del racconto ce lo permette, il sospiro imbarazzato e solitario ci coglie davanti alla parola fine stampato in ultima pagina.

Ho smesso di scrivere racconti e dopo cena rimango seduto al tavolo in cucina. Mia moglie, in salotto, si allunga sul divano a chiacchierare al telefono con qualche amica. I bambini sono già immersi nei loro mondi fantastici: il più grande impegnato in una gara di macchinine su un circuito che dall’ingresso arriva fino in cameretta, la più piccola assorta in un fitto dialogo con una manciata di pupazzetti ai quali sta servendo la cena. Dalla mia posizione vedo un riquadro di parete incorniciato dal frigorifero a destra, dalla mensola coi i vasi del sale grosso, sale fino e zucchero, in alto, e dalla porta sul terrazzino interno con la lettiera della gatta e la rastrelliera delle scope, a sinistra. La parete è ricoperta da piastrelle bianche con un motivo floreale blu scuro. Mi piace indugiare per qualche minuto dopo che gli altri si sono già alzati da tavola. Rimango a fissare il motivo delle piastrelle e a giocare con la messa a fuoco del mio sguardo, spostando l’attenzione dal bianco al blu, dal vuoto al pieno. Si ottiene un effetto come se il motivo fosse in rilievo. Spostando impercettibilmente il collo, il motivo ondeggia, e in quei dieci centimetri quadrati di spazio vedo le mura di un castello. Le vedo ondeggiare e poi crescere in altezza verso il centro dove un punto nero mi appare prima come un pozzo, poi come una torre, e poi ancora, riportando il collo dritto, come una voragine profonda dentro la quale precipitano decine di cavalli che dai bordi si avvicinano al centro della piastrella galoppando forsennati. Rimango rapito da questa allucinazione, la testa che ondeggia, gli occhi pieni di colore e le orecchie frastornate dal rumore della mandria impazzita. Poi un citofono, un urlo o uno schianto di macchinine mi riportano nella realtà, mi riportano ai miei cari, ai compiti, alla poesia da imparare a memoria e alle addizioni da completare sul quaderno di matematica, e poi fino al bagnetto che con il suo alone di vapore caldo ci conduce al silenzio della notte.

Ho smesso di scrivere racconti perché la realtà s’era presa tutto lo spazio. La realtà ha la capacità di tarpare le ali alla fantasia, alla magia e all’imprevisto. Taglia le frequenze estreme. La realtà è concreta, non si perde in svolazzi estetici, ci tiene ancorati alla linea mediana e noi ubbidiamo, per non soccombere, per evitarci lo sforzo di risalire, dopo che a un picco era seguito un tonfo. Meglio non allontanarsi, non perdere l’equilibrio, in quel modo nessuna caduta sarebbe lunga abbastanza da procurare dolore.

Ho smesso di scrivere racconti e ora porto i miei figli a scuola, in macchina, tutti i giorni. Durante il tragitto sintonizzo la radio sulla stazione della musica classica o sul canale jazz (perché gli fa bene sentire quella musica). Poi, consegnati i figli alle maestre, risalgo in macchina e accendo la radio. Non sopporto più il silenzio e ancor meno il suono isterico delle mani avvinghiate al volante nei veicoli davanti, dietro e di fianco a me. Il primo canale dei preferiti è Roma Radio Sport. Adoro ascoltarli, adoro la loro monotona ricerca del sogno e del settimanale ritorno alla realtà. Ce la farà la A.S. Roma a imporsi quest’anno? (Il sogno). Perché ancora una volta il Sassuolo, dico, il Sassuolo, è riuscito a imporre il pareggio all’Olimpico? (La realtà).

Ora, in piedi di fronte al camino, indosso la mia giacca con le tasche vuote e posso dire che non c’è stato un giorno preciso nel quale ho smesso di scrivere racconti. È stato un processo graduale, qualcosa di simile a un’erosione, impercettibile ma inesorabile. Un terreno che si è fatto arido ogni giorno di più. Strati di cellule morte hanno anestetizzato i sensi, hanno offuscato la vista e la capacità di lasciarmi sorprendere, di cogliere quegli attimi che erano stati la mia linfa vitale. Ora aspetterò che la fiamma nel camino diventi brace e penso a queste mie parole come a un preludio, perché di scrivere racconti non si smette mai veramente, a patto che non si smetta mai di coltivare la fantasia nell’orto della realtà.

(Foto)

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Editing sul new jersey – un racconto di Sergio Peter https://minimaetmoralia.it/racconti/editing-sul-new-jersey-un-racconto-di-sergio-peter/ https://minimaetmoralia.it/racconti/editing-sul-new-jersey-un-racconto-di-sergio-peter/#respond Mon, 25 Oct 2021 07:39:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49372 di Sergio Peter Ho imparato ad apprezzare i benefici dell’editing sul new jersey molti mesi dopo l’incontro con Santillana. Non è neanche il suo vero nome. Era fissato con Krsna; una volta al bar dell’autostrada aveva iniziato a gridare ad alta voce dei pezzi di Fato antico e fato moderno. Gli avventori chiedevano: “Che cazzo […]

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di Sergio Peter

Ho imparato ad apprezzare i benefici dell’editing sul new jersey molti mesi dopo l’incontro con Santillana. Non è neanche il suo vero nome. Era fissato con Krsna; una volta al bar dell’autostrada aveva iniziato a gridare ad alta voce dei pezzi di Fato antico e fato moderno. Gli avventori chiedevano:
“Che cazzo hai bevuto?”
“Un goccio di Santillana”
Da quella sera lo chiamavano così.

Avevo allora nelle mani un manoscritto da un milione di battute. Cinque anni dietro a quella cosa, a riguardare le virgole, gli accenti acuti, le maiuscole e i doppi spazi, mesi e mesi ad inseguire il maestro su e giù per le fiere, di fianco sul camion coi sacchetti pieni di inserti…
Poi però, preso dalla smania di pubblicare, una notte ero andato all’internet point di Piazza Miani. Mandai un’e-mail spontanea all’editore dei miei sogni. Vagavo sotto i postumi di una serata con Filo; fatto sta che la mattina dopo vado a rileggere, mica ho scritto:

Gentile Adelchi,
ho un romanzo nel cazzetto
vi allago

serafino brunaldi (serabruna@gmail.com)

Che disastro! Di allegati per fortuna non ce n’erano, ma mi avrebbero messo nella lista nera per sempre – nome/cognome/e-mail bollati come spam – e fatto girare la voce nell’ambiente. Sarei rimasto in eterno, nonostante l’impegno di un lustro, un povero stronzo.
Solo Santillana continuava a credere in me, per una specie di spirito di condivisione: doveva aver vissuto anche lui dei momenti di esilio radicale. C’eravamo conosciuti nel parcheggio dell’autogrill Cantalupa. Facevo il giardiniere all’Hotel Alga, part time il pomeriggio.

Ci vedevamo fuori dalla fabbrica, lavorava per una ditta di scarpe. Ci trovavamo in pausa pranzo, usciva in canotta, smanicato, tatuaggi tribali sulle braccia. Toglieva le sneakers nere (calzini non ne portava mai) e si metteva stravaccato sullo spartitraffico. Aspettava un pasto caldo. Gli portavo la verzura che cucinavo io stesso, quella grigia del nostro orto, bobi, pastinache, patatine da mangiare con la buccia, carote idem, la prima insalata; a volte avevo un po’ di tonno in scatola, riso basmati, minestrone. Se riuscivo a rimediare il thermos, tiravo fuori gli spaghetti aglio olio peperoncino ancora caldi. Poi a stomaco pieno implorava il caffè, coca-cola o pepsi, qualsiasi bevanda purché contenesse caffeina. Io mi tenevo in tasca le redbull, gliele porgevo, due/tre lattine da 15cl; gli si illuminavano gli occhi.
Solo allora potevo estrarre il manoscritto dallo zaino. Santillana era dotato di quella particolare capacità detta “lettura veloce” – una cartella ogni dieci secondi – faceva degli scarabocchi con la matita da lavoro, quelle rossoblu, e parlava tra sé e sé. Poi mi guardava, sempre con lo stampato appoggiato sul new jersey. Faceva ballonzolare la testa.

Usava il pilone di calcestruzzo a mo’ di contrappeso, puntellato da una parte con gomito e schiena. Io restavo fermo ad ammirare la sua opera di editing, chiedendomi fin dove potessimo arrivare insieme. Purtroppo nei nostri incontri, tra primo, sigaretta, caffè, ammazzacaffè, i minuti effettivamente dedicati allo scritto erano circa diciotto, mai di più, tra le 13.39, quando finiva di mangiare e le 13.57 quando doveva rientrare. Teneva i commenti per gli ultimi tre minuti.

Avevo quella finestra di tempo per chiedergli come stessi andando, se la direzione fosse giusta, se il mio testo sullo sciacallo dorato fosse finalmente pronto, a suo parere. Ma ogni volta rimandava, diceva di ripassarci sopra, renderlo più fluido, orecchiabile. Dovevo usare frasi brevi, i capitoli mai superare le tre pagine. Più male, cattiveria, perché la luce circostante risplenda nitida, diceva. Spazio ai dialoghi, il monologo è passato di moda. Gli aggettivi banditi, gli avverbi meno della merda. Non avere a cuore le anime dei personaggi. Pensa alla stella Sirio, usala come bilancino, mi ammoniva.
Era intitolato Aureola Animale. Me lo restituiva pieno di sottolineature, con la polvere di cemento tutta sparsa sui fogli. Mi diede alcune dritte decisive sulla struttura generale. Ordinò dei tagli dolorosi. Fu lui a suggerirmi l’idea dell’attacco in medias res:

«Il canide dorme nell’isola di plastica del Lambro-Olona, giù prima della chiusa. È sazio, posa il corpo su un Tango sgonfio, che gli fa da cuscino. Ha tutto il pelo cosparso di sangue non suo. Intorno alla testa un cerchio verde di materia ologrammatica».

Per lungo tempo non ho capito perché voleva che ci vedessimo proprio lì, e non magari al bar, o al parco, seduti su una panchina. Chiunque vedendoci da fuori avrebbe pensato che stessimo facendo altro, qualcosa di illegale: fumarci una canna, tirarci una striscia, taggare sul blocco di cemento con le bombolette rosa BAAL CULO ˦ 81
L’ho capito alla fine. Solo quando un libro ti cattura anche in una posizione scomoda, sdraiati sul cemento duro, caldo, inquinato e affilato, se il testo ti trasporta fuori da quel contesto, perfino lì, senza bisogno d’altro, allora è davvero pronto, aveva detto. Lo sapeva dagli anni passati a leggere Zolla nelle piazzole di sosta.

Compresi che il romanzo era ultimato quando vidi Santillana cadere di lato, sbucciarsi il gomito, sfregare la tempia sull’asfalto, e poi ridere, sbraitare a crepapelle ecco, ecco, ecco! Era uscito da sé ed entrato nelle pagine, del tutto: s’era dimenticato di sostenersi alla barriera. Lo vidi scappare scalzo gridando di felicità, o forse bestemmiando di dolore per le ferite alle piante dei piedi.
Questo era e resta uno dei principali benefici dell’editing sul new jersey: la corsa libera lungo il guardrail.

Diceva che avrei dovuto proporlo in giro con uno pseudonimo e che sarei presto salito sul carro dei vincitori. Mi suggerì di farmi chiamare Basilio Palamasi. Assaporava già i filetti, e il caviale, e i piccioni che gli avrei offerto al ristorante. Era convinto che ne avrebbe usufruito egli stesso, a piene mani, in quanto editor e ghostwriter principale di Aureola Animale. Non vedeva l’ora di lasciare il lavoro da operaio. Aveva già anticipato qualcosa al padrone. Voleva ritirare la stazione di servizio e farne una grande scuola di scrittura basata sul culto indiano delle mucche.

Alla fine accadde davvero, il libro uscì per JL&Mirror, il più grande editore del continente. Solo che, quando andai a cercare il maestro per dirglielo, non riuscii a trovarlo. Dalla fabbrica mi dissero che da una settimana era sparito, lasciando una canotta sporca nell’armadietto e le pedule. Me le consegnarono come fossi un parente.

Ritornai fuori, sul nostro spartitraffico preferito. Appoggiai una copia del libro al blocco di cemento. Aveva 480 pagine ed era dedicato al più grande editor allora in circolazione, a insaputa di tutti, il mio amico Gianmaria, detto Santillana, già camionista, già incollatore di suole per il calzaturificio Bonomi di Badile.

 

 

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Quattro racconti di Emanuele Modigliani https://minimaetmoralia.it/racconti/quattro-racconti-emanuele-modigliani/ https://minimaetmoralia.it/racconti/quattro-racconti-emanuele-modigliani/#respond Sat, 04 Jan 2020 07:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42003 Pubblichiamo quattro racconti di Emanuele Modigliani, da “Il mondo ha occhi di pietra”, Edizioni Ensemble, 2019. *** Brividi Adesso si alza (la moto) e si alza ancora quando accelerano, e scorrono via da un semaforo a un altro. È come un lampo di luce in un brivido e poi si fermano e parlano e i […]

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Pubblichiamo quattro racconti di Emanuele Modigliani, da “Il mondo ha occhi di pietra”, Edizioni Ensemble, 2019.

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Brividi

Adesso si alza (la moto) e si alza ancora quando accelerano, e scorrono via da un semaforo a un altro. È come un lampo di luce in un brivido e poi si fermano e parlano e i motori scoppiettano ritmici, si parlano anche loro.
Al verde, di nuovo, la ruota davanti perde contatto e quella dietro invece morde per terra e procura un’impennata folle, estrema. La spinta serra l’anima nell’impossibile, e poi restituisce tutto, potenziato, in addizione alla gioia del sangue che preme nelle vene giovani dei ragazzi, i piloti.
Siamo in città, una via consolare, domenica mattina. È tutto pericoloso, contro la legge, ai limiti del mondo.
Adesso piegano a destra, poi a sinistra, sfiorano col ginocchio l’asfalto. Le macchine vengono superate facilmente, sono scatolette lente. Ed i cavalieri evaporano via come improvvise visioni.
Ed eccoli avvicinarsi a un gruppo di case isolate. Ora procedono piano, affiancati. Alzano la visiera. Staccano una mano dal manubrio.
– Com’è che si chiama questa? –
– Greta –
– E la tua? –
– Giorgia. –
Girano in uno stradello e si fermano davanti a una grande casa bianca con cancello, giardino, cani.
– Siamo noi. – dicono al citofono.
Escono due ragazze. Sembrano carine. Ciao, ciao, piacere, piacere.
– Dovete tenervi forte. –
– Sì, lo sappiamo. –
– No, non lo sapete, dovete tenervi forte. Dai, in sella. –

***

La vetta

Le spinte tra la folla. Gente che si accalora e che si accalca. La gara è finita da un pezzo. Il potere delle luci di una serata gloriosa. Non sul podio ma ‘primo’ sul podio. E dicevano che non poteva e che la sua auto non era all’altezza.
Il messaggio per lei dice: – Arrivo, tra poco, aspettami. –
L’elicottero è in ritardo. Già cominciava l’angoscia di avere risposto a tutti e di non avere più nulla da dire.
Il volo che lo cattura in un affrettarsi a testa bassa sotto le eliche vorticanti dice: salvatemi, salvatemi, da questa roba. Finalmente la quota di sicurezza sopra quella maledetta città. Spegne il telefono e si allunga sulla poltrona.
La virata alta e tesa sopra i grattacieli espone la metropoli luccicante come da una astronave: favolosa e terribile. Sull’orlo di un sonno alcolico, un drink freddo sulla stanchezza è quel che ci vuole, l’uomo si ritrova tra guerre di eroi con spade e armature dorate che combattono infaticabili su campi rossi di sangue.
Si sveglia all’impatto dei pattini dell’elicottero sul prato della sua villa.
– Mi dispiace –
– Non credo, hai vinto. –
– Mi dispiace di essere in ritardo. –
– Ti ho visto in tv. Sei sempre antipatico in tv. –
– Li odio, li odio tutti, tutti. Mi piace solo correre, solo correre. –
– Lo so. Vieni. È finita. –

***

Una bionda

È una bionda che lo lascia vinto, battuto.
È una bionda che lo ha stregato. Principalmente è tenerezza. C’è la grazia di un avvocato donna che vince battaglie in tribunale, veste elegante, e per lui invece è solo, soltanto, fanciulla. Egli stesso è solo, soltanto, fanciullo vicino a lei.
È arrivata tardi, dopo, con calma, ed egli ha già ordinato cibi che sono sul tavolo ma non vengono toccati. Forse non verranno toccati.
Non è corteggiamento. C’è un vederla e rivederla e aspettare un altro appuntamento. Non ci sono progetti: è una rinuncia. Un eterno adesso.
Basta respirarla, per poco.
Sono seduti in una sospensione di prospettive. Diversità che si percepiscono unite di straforo, al di fuori, in modo anomalo.
Lei ha accettato il suo amore per istinto e in silenzio. Senza dubbi. L’aspetto più strano è questo: il silenzio. Sanno e poiché sanno tacciono.
Non c’è nulla di consumato, per il momento.
La città si lascia ascoltare con il suo rombo di traffico remoto: sirene e motorini, dietro la vetrata del locale esposta alla strada affollata.
Ed ecco un cameriere che si avvicina perplesso. È passata quasi un’ora. Costoro in effetti non mangiano e non parlano. Stanno.

***

Il soffio

Viveva con il vento e le mani di lei.
Nei porti scaricava i frutti profumati dell’andare e venire vendendo pezzi e fette di mondi ad altri mondi. Ritagliava casse di oggetti. Più o meno preziosi.
Con uomini a buon mercato trasportava. La dea lo contornava, lo turbava, e gli dava il soffio. Si mostrava nel vento. Lo avvolgeva.
Essa non aveva che volto di donna. Gli oceani erano viola e i cieli dei suoi viaggi di un cobalto mai visto. Egli tentava di descriverli nei suoi diari, senza riuscirvi.
La vedeva nelle acque più lontane. Spesso la sognava.
Aveva fatto incidere sui fianchi della nave il suo nome. Impronunciabile. E sulle vele ne aveva fatto ricamare il volto, un tono di lilla impercettibile all’occhio, invece visibile. In certi giorni di sole brillava.
I compagni sapevano del suo male, ma assistevano alle fortune di venti miracolosamente favorevoli e ne trovavano ragione, nelle proprie perdute anime di bambini, in quel ricamo invisibile di donna inciso a fuoco sulle vele.
Impararono ad adorare la dea del capitano.

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Robert Coover, il distruttore di mondi https://minimaetmoralia.it/libri/robert-coover-distruttore-mondi/ https://minimaetmoralia.it/libri/robert-coover-distruttore-mondi/#respond Thu, 21 Nov 2019 07:36:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41648 Pubblichiamo l’introduzione a “La babysitter e altre storie” di Robert Coover, raccolta di trenta racconti (tradotti da trenta traduttori italiani), pubblicata da NN Editore, che ringraziamo. di Luca Pantarotto Nel 2011 il Guardian commissiona a Hari Kunzru un lungo pezzo critico su Robert Coover. Malgrado i suoi quasi cinquant’anni di carriera (il suo primo romanzo, […]

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Pubblichiamo l’introduzione a “La babysitter e altre storie” di Robert Coover, raccolta di trenta racconti (tradotti da trenta traduttori italiani), pubblicata da NN Editore, che ringraziamo.

di Luca Pantarotto

Nel 2011 il Guardian commissiona a Hari Kunzru un lungo pezzo critico su Robert Coover. Malgrado i suoi quasi cinquant’anni di carriera (il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, è del 1966), in Inghilterra Coover è ancora praticamente uno sconosciuto. Proprio quell’anno, però, per il cinquantesimo anniversario della storica collana «Modern Classics», Penguin decide di ripubblicare alcune delle sue opere più famose: la raccolta Pricksongs and Descants, il romanzo Gerald’s Party e i due racconti lunghi Briar Rose e Spanking the Maid. Un’occasione perfetta per rilanciare la figura di uno scrittore che ha attraversato come un fiume carsico gli anni d’oro del postmoderno, una specie di “quinto moschettiere” che, insieme a John Barth, Donald Barthelme, Thomas Pynchon e William Gass, ha saputo lacerare il velo del realismo, rivelando l’esistenza, tra le righe di ciò che crediamo di conoscere, di immensi universi narrativi ancora inesplorati e preparando la via ad alcuni tra i principali nomi del secondo Novecento americano, da David Foster Wallace e Dave Eggers a Rick Moody, fino a George Saunders o Donald Antrim.

Durante l’intervista (pubblicata con il titolo: Robert Coover: a Life in Writing), Coover racconta a Kunzru un aneddoto. Nell’estate del 1960 si trovava a Chicago. Aveva ventotto anni, era solo e passava le notti a leggere insieme Le avventure di Augie March di Saul Bellow e Le perizie di William Gaddis. Difficile immaginare due libri più diversi: da una parte un’odissea picaresca innestata in un romanzo di formazione di ispirazione dickensiana, dall’altra uno dei testi più sperimentali e refrattari alle classificazioni dell’intera letteratura statunitense. Eppure all’inizio a Coover piacciono molto entrambi, soprattutto la prima parte di Augie March. Poi, verso la metà, le cose cambiano: c’è qualcosa nel romanzo di Bellow che lo irrita sempre di più. Con il procedere della lettura la situazione non fa altro che peggiorare, finché, arrivato allo stremo, Coover lancia via il libro e lo abbandona per sempre, dedicandosi completamente a Gaddis.

Il problema, secondo lui, è che il realismo di Bellow è inutile. Quel modo di raccontare è artefatto, usurato, facilone. Soprattutto, non fornisce nessun vero strumento per descrivere o decodificare un mondo in perenne mutamento, una realtà costretta, per sopravvivere, a cambiare di continuo i propri punti di riferimento. Per questo Coover guarda altrove. “Il mio realismo” spiega a Kunzru “l’ho imparato da tipi come Kafka”.

Ora, è evidente che citare il maestro del paradosso e dell’assurdità pertubante come modello di realismo non vuole essere una generica dichiarazione di poetica. In effetti somiglia piuttosto a una dichiarazione di guerra. Coover sa che, per raccontare la paura nascosta nelle fiabe, la violenza dissimulata nelle convenzioni sociali, lo straniamento di fronte a un mondo che non risponde alle regole, gli approcci tradizionali non bastano più. Il vecchio mito del narratore che, come un demiurgo, con le sue storie ricrea il mondo per interpretarlo ha fatto il suo tempo. Ciò che serve ora è un dio che quel mondo sia pronto ad annientarlo, per poi annientare anche se stesso.

È proprio Coover a ricorrere alla metafora di dio. Nel 1986, in un testo curioso dal titolo In Answer to the Question: Why Do You Write?, prova a rispondere alla domanda che di solito angoscia di più gli scrittori fornendo ventitré motivazioni in forma di brevi aforismi. Uno di questi recita: “Perché Dio, creato a immagine e somiglianza del narratore, può essere distrutto solo dal Suo stesso creatore”. In altre parole: se in passato la letteratura ha creato l’ordine apparente che regola il mondo, mascherandone l’inafferrabilità dietro una facciata posticcia di linearità, coerenza e significato, oggi ancora una volta spetta agli scrittori disgregarlo e scoprire il caos complesso e multiforme di cui si compone il reale.

A questo compito Coover consacra tutta la propria attività letteraria. Fin dalle sue prime prove si dimostra capace come pochi altri di scomporre, rovesciare, maltrattare canoni e strutture consolidate, trasformandoli in pretesti per indagare tutto ciò che di inatteso, imprevedibile o improbabile aspetta il lettore appena oltre la soglia della consuetudine. Romanzi storici (nel 1978 arriva in finale al National Book Award con il controverso The Public Burning), omaggi al genere western, black comedy, storie di ambientazione cinematografica o sportiva, rivisitazioni di fiabe come Pinocchio o sperimentazioni con eredità culturali imponenti come Le avventure di Huckleberry Finn: a ogni nuovo romanzo Coover fa ripartire la propria ricerca da prospettive nuove, rimescolando le carte della realtà e della finzione, giocando con tradizioni e immaginari e spostando il confine sempre un passo più in là.

È però nella dimensione del racconto che la sua visione della letteratura raggiunge i picchi più alti, ed è per questo che abbiamo deciso di avviare la riscoperta della sua opera proprio dalla raccolta La babysitter e altre storie: un’inesauribile scatola delle meraviglie che ripercorre l’intera carriera di Coover attraverso trenta dei suoi migliori racconti, pubblicati su rivista o in volume tra il 1962 e il 2016 e che, come spiega Serena Daniele nella postfazione a questo volume, abbiamo affidato alle voci di trenta traduttori diversi per rispecchiare fedelmente la molteplicità dei mondi qui contenuti.

In ognuno di questi trenta racconti Coover espande all’estremo limite la propria capacità di sondare l’intero patrimonio narrativo occidentale (dalla Bibbia alle fiabe classiche, dai film ai fumetti e persino alle storie di burattini) alla ricerca di materia prima sempre nuova, insospettabili punti ciechi, spazi bianchi su mappe apparentemente già percorse all’esaurimento. E in ognuno di essi troviamo una declinazione diversa dell’identità di quel dio che, creato per dare forma alla realtà del mondo, viene ora evocato per demolirla. Perché sì, nello spazio del racconto dio è Robert Coover. Ma chi è Robert Coover?

Coover è l’occhio onnipresente che, nella Babysitter, osserva una dopo l’altra lo sviluppo di infinite diramazioni simultanee, tutte altrettanto possibili e ugualmente concrete, della stessa, semplicissima storia: la serata di una babysitter alle prese con i figli di una coppia borghese di periferia, una situazione ordinaria che apre la strada a un crescendo incontrollabile di delirio.
È il sentiero cosparso di briciole di pane in mezzo alla foresta nera della Casa di marzapane, su cui due bambini si incamminano insieme al padre per raggiungere le dolci trappole che li attendono alla fine di un viaggio psichedelico e sottilmente sensuale.
È l’entità pasticciona del Rabberciatore che, convinta di aver creato la mente, si rende conto troppo tardi di aver invece inventato l’amore.
È il mago del Trucco del cappello, che perde il controllo del suo stesso numero e si ritrova costretto ad arrivare in fondo a un massacro solo per accontentare gli applausi del pubblico.
È lo scrittore di Inizi, che crea, raccontandola, l’isola su cui vive; ma è anche l’isola stessa, e magari persino un altro scrittore, quello che forse sta immaginando tutto ciò che accade al primo.
Oppure è la figura stilizzata protagonista dell’Uomo stecchino, che dopo una serie di peripezie a cavallo tra mondo dei fumetti e mondo reale arriva a capire la verità sulla cosiddetta “commedia umana”, e cioè che: “Gli umani mi hanno solo chiesto di fare quello che ho sempre fatto, anche se mi hanno obbligato a impersonare aspetti della loro vita che non avevo mai immaginato prima”.

Coover è tutto questo e molto altro. Seguite la melodia indefinibile della sua lingua densa e precisa, avventuratevi nel gioco di specchi e incastri delle sue storie e permettetegli di insegnarvi a frantumare l’inganno del reale, a restituire al mondo la sua natura frammentaria e sfuggente.
Questi trenta racconti sono le porte d’accesso ad alcuni dei mondi mentali di Robert Coover.
Lasciate ogni certezza, o voi ch’entrate.

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Il numero 10 di effe – Periodico di Altre Narratività https://minimaetmoralia.it/racconti/il-numero-10-di-effe-periodico-di-altre-narrativita/ https://minimaetmoralia.it/racconti/il-numero-10-di-effe-periodico-di-altre-narrativita/#respond Tue, 16 Jul 2019 06:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40744 Otto racconti selezionati da otto riviste indipendenti: è nato così il numero 10 di effe – Periodico di Altre Narratività, l’antologia periodica curata da Flanerí e dallo studio editoriale 42Linee. Questa uscita speciale, ricca di suggestioni e talenti letterari ancora inediti, è stata ideata in collaborazione con Cadillac, CrapulaClub, Colla, L’inquieto, retabloid, Verde e ’tina, […]

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Otto racconti selezionati da otto riviste indipendenti: è nato così il numero 10 di effe – Periodico di Altre Narratività, l’antologia periodica curata da Flanerí e dallo studio editoriale 42Linee. Questa uscita speciale, ricca di suggestioni e talenti letterari ancora inediti, è stata ideata in collaborazione con Cadillac, CrapulaClub, Colla, L’inquieto, retabloid, Verde e ’tina, e verrà presentata in anteprima questa sera alla libreria caffè Tomo di Roma a partire dalle 18:30. Il volume sarà poi disponibile in tutte le altre librerie a partire dal 18 luglio. Di seguito l’editoriale di effe #10, a firma di Marco Drago.

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Di uomini, cani e riviste

di Marco Drago

I buontemponi alla Flaubert consigliano di affrontare qualsiasi discussione sulle riviste letterarie italiane citando sempre Maltese Narrazioni, anche se non lo si è mai visto in carta e inchiostro. «Negli anni Novanta c’era Maltese Narrazioni», deve dire uno. L’altro deve assentire con aria grave.

Le copie di Maltese che prendono muffa giù in cantina, nei loro spartani scatoloni marroncini, non vedono l’ora di essere maneggiate e lette, anche a venti e più anni dalla loro nascita. Questo per dire che è vero, negli anni Novanta, ma anche nei primi sei anni del Ventunesimo secolo Maltese Narrazioni c’era, ma forse c’era fin troppo, vista l’entità dei resi e degli imballi rimasti intonsi.

Era ancora un mondo pre-internet, quello in cui nacque Maltese Narrazioni, ci si scriveva lunghe lettere a macchina. Avevamo una ventina d’anni, una grande spocchia e il deserto tutt’intorno. Chiudo gli occhi e reprimo l’istinto di sprofondare fin giù nelle viscere della terra al ricordo di certe telefonate senza preavviso a scrittori e giornalisti per parlar loro dell’esistenza di Maltese (il numero lo trovavo sull’elenco telefonico). Per un certo periodo fui quasi uno stalker dei poveri abbonati: li chiamavo (sul fisso di casa) per assicurarmi che la copia fosse arrivata in buone condizioni e poi pretendevo che mi si dicessero due parole su ogni singolo racconto.

Prima di fare le cose sul serio, abbiamo fatto le cose non sul serio. Invece di pagare un buon tipografo che ci stampasse e rilegasse la tiratura, ci accollavamo tutta la questione in prima persona. Stampavamo gli originali con la stampante ad aghi e poi li fotocopiavamo. Centinaia di fogli per ore e ore, pomeriggi assolati che diventavano sere di luna nuova senza mettere il naso fuori. Il tutto al primo piano di una palazzina al cui pian terreno c’era la Birreria Il Maltese, a Cassinasco, Asti. Se andate su Google Maps e cercate “Cassinasco – Piazza Caracco” potrete vedere che razza di posto era ed è.

Presto le cose degenerarono: amici, amiche, musicisti, gente mai vista prima si alternavano a rendere piacevole ma disagevole il lavoro spiccio della redazione e a un certo punto la stanza in cui ci si riuniva, la stanza in cui troneggiava la fotocopiatrice Olivetti che usavamo gratis a patto che comprassimo noi il toner, dovette essere condivisa il sabato sera. L’ospite non rifiutabile era un alano gigantesco chiamato Rolfo. Presto fu lampante che si dovesse passare a una fase meno freak, smettere di fare fotocopie e cominciare a badare anche alla grafica.

Intanto i racconti continuavano ad arrivare ogni giorno a casa mia prima e in una casella postale di Canelli più tardi. Decine di lettere al giorno, uomini, donne, ragazzini, pensionati da tutta Italia, con i loro diari, le loro storielle, le loro storiacce, le loro raccolte poetiche.

Dopo la morte di Tondelli passarono quattro o cinque anni di totale abbandono della narrativa scritta dai giovani per i giovani. L’eccezione fu il romanzo di Brizzi con Jack Frusciante nel titolo, ma era rivolto proprio ai ragazzi delle scuole, già a vent’anni ti sembrava di leggere un tema scolastico rinforzato da cliché romanzeschi. E in quel periodo di vuoto operò Maltese, diventando poco per volta un punto di riferimento per aspiranti narratori, tutti rigorosamente isolati e mal distribuiti tra le piane e le montagne del Paese. Grazie a Maltese qualcuna di queste monadi scriventi trovò lettori, critici, in certi casi perfino amici e, in assenza del World Wide Web, creammo una rete analogica che comunicava per mezzo di lettere o di rare telefonate.

A distanza di così tanti anni non riesco ancora a levarmi di dosso il gusto di quei momenti, quella rivista è stata una delle cose più divertenti ed esaltanti che mi sia capitato di fare.

Se al momento della sua comparsa Maltese era quasi un unicum, qualche mese dopo era già in buona compagnia: Fernandel, Il paradiso degli orchi e tante altre pubblicazioni cominciarono a interessarsi al sottobosco narrativo italiano e l’avventura non si è mai più fermata. Dopo il declino del cartaceo sono nate le webzine, che costano meno in termini economici e che potranno anche aspirare a diventare eterne. E in questo numero speciale di effe – Periodico di Altre Narratività potrete ricevere notizie proprio dalle riviste storiche ancora in voga, che non sono affatto poche, la sempiterna ’tina di Matteo B. Bianchi e poi le più recenti Colla, Verde, Cadillac, L’inquieto, CrapulaClub e retabloid.

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Miniature https://minimaetmoralia.it/altro/miniature/ https://minimaetmoralia.it/altro/miniature/#comments Mon, 10 Sep 2018 08:44:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38023 di Emanuele Modigliani La tassa – L’ho fatto, mi lascerete stare adesso. L’ho fatto per voi. – Una cucina inondata di sole di mattina, si preparano frittelle. Un pugno di giovani rappresenta qualcosa di oscuro, che non c’entra nulla o quasi con il mondo e che è lontano, che in fondo non si capisce, ma […]

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di Emanuele Modigliani

La tassa

– L’ho fatto, mi lascerete stare adesso. L’ho fatto per voi. –
Una cucina inondata di sole di mattina, si preparano frittelle. Un pugno di giovani rappresenta qualcosa di oscuro, che non c’entra nulla o quasi con il mondo e che è lontano, che in fondo non si capisce, ma poi si capisce, ed è qualcosa che si oppone al giorno stesso e al passare semplice dei giorni e all’odore dei fiori estivi, e si oppone, inquinandolo, ad ogni angolo di esistenza.
Stravaccati e superbi, se ne stanno essi ebbri di una sapienza violenta che lascia fare il peggio ad altri, che i rischi li prendano altri, con una furbizia dirigenziale in embrione, un diabolico delegare a delegazioni che poi verranno a loro volta, nuovamente, delegate. Ed essi, lontanissimi, non più implicabili, a ridere.
Per lui una tassa. Un passaggio obbligato.
– Dovete lasciarmi andare adesso. Dovete. –
Ma il gesto, gravido di conseguenze è stato compiuto. Ci ha messo del suo, non ha potuto evitarlo.
Ha rubato e consegnato a costoro, si è macchiato, per sempre.
Un’arrendevole amarezza lo coglie adesso, passiva rassegnazione disperata, in quella sua forma di ragazzo timido adagiato con un’abnorme dolcezza di lineamenti sui quei divani storti di una casa sconosciuta.
Mangia senza gusto le frittelle. Ripete inutilmente ai presenti che ha fatto la sua parte, ha dato il suo, adesso devono lasciarlo stare.
Ma il danno è fatto e non sarà mai più lo stesso.

Una fermata

Sono poche parole. Sono forme in un maltrattato pomeriggio invernale.
Il tram non passa. Il filo di un discorso sfilacciato e rosicchiato dai troppi scantonamenti di tempo. È un rivolgersi ad un vuoto che è pieno, è il dialogo con una divinità malferma, ad una fermata cittadina di mondo in rovina.
Le scarpe sporche. La tasca interna strappata e la maglietta che stringe le braccia e il collo da sotto il maglione.
E c’è, la divinità, con la quale conversare (amabilmente?) in una del tutto inconsueta allegria, e acidissima perfidia e non misurabile forza.
Egli torna sui propri passi, in un ciclo mentale che si ripete, ma ci sono piccoli e decisivi cambiamenti, nei secoli. È fuoco di paglia davanti alla follia collettiva conclamata. Eppure, vie d’uscita in anfratti impensati, sorprese, squarci di insensata purissima, sì, purissima, felicità. Uscita? Fuga? Accesso?
Lo sferragliare delle ruote sulle rotaie annuncia ben prima della vista l’arrivo del mezzo di trasporto pubblico.
– Lo prendiamo? –
– No, per me il prossimo. – Dice lei (la divinità) serafica, sbrigativa, mentre lui attacca il predellino rialzato e forza sulla gamba il passo che monta.
È successo, il poco si è fatto tutto. Ma non era già accaduto?
Sono poche parole. Sono attimi, di densa verità.

Il cappotto

Che poi è sudato e sporco e non risponde, è che ha tre anni o giù di lì, sa parlare? E poi ha preso un cappotto a qualcuno, una lana marrone con l’interno in pelliccia ed è inutile sgridarlo: dove hai preso questo cappotto? Di chi è?
Si è coperto. Ha trovato un modo.
Escono da una zona paludosa, radure di fango e sabbie giallo-verdi che inghiottono uomini, animali e piante acquatiche articolate in liane dalle forme più varie e fossi e stagni. Ha giocato con qualche compagnia di esseri primordiali, altri bambini sfacciati e rozzi, e poi si è procurato un cappotto, questo gli sta dicendo, senza le parole. Il bimbo lo sta apostrofando con un volto serio.
L’uomo lo afferra, rotondo che sembra un simulacro solido di un bonzo imperturbabile, pesa. Che poi dovrebbe essere suo figlio ma non gli somiglia.
Si avviano verso una casa. Non mangiano fino ad un’ora tarda dopo un crepuscolo lentissimo di sfumature viola e blu che li sorprende mentre attraversano un campo coltivato, in fondo c’è il villaggio.
Ed è davvero infangato e lurido il bimbo, ed è davvero tardi, ed è così buio ormai ed ogni aspetto di quel giorno sta morendo dietro l’orizzonte invisibile di un mondo vegetale bagnato e indomabile.
E nell’intimo della capanna la donna-madre del piccolo insieme all’uomo-padre dopo l’amore: ma dove ha preso quel cappotto?
L’ha rubato, preso in prestito, scambiato?
Non lo sapranno mai.

Al nord

Era comparsa una spiaggia fuori stagione di un paese freddo, battuto dai venti, con altri bagnanti fuori stagione, come loro, e si erano tuffate nel gelo di una porzione di mare nordico, tra balene e gabbiani assassini.
Urlavano, gioivano, e urlavano ancora. Corpi consumati dalle intemperie.
– Non possiamo fuggire per sempre. –
– Invece sì. Possiamo. –
L’amica aveva cambiato il nome e la voce, era riuscita a cambiare la voce, era rauca e lentissima a scandire le parole adesso, nel suo accento slavo, voleva ospitalità per la notte, c’era un uomo con lei, uno nuovo, diverso, garantiva al telefono, era diverso, garantito, diceva.
Risero, fumarono, bevvero alcolici. Le norme disgregate di quell’esistenza al confine settentrionale del tempo erano in evoluzione. Lei si lasciava invadere fino al delirio da slanci compositivi effetto dei narcotici.
– Mettiti lì, in fondo – disse all’uomo – e spogliati. –
Erano rientrati nell’appartamento dove viveva, bagnati di sale oceanico.
Il tipo era un gigante di carne e sangue rossi come i suoi capelli e la sua barba. Lo studiarono da lontano prima di avvicinarsi. Lo baciarono e leccarono in ogni parte di corpo e lo lasciarono esplodere quasi dolorante tra le loro bocche avide.
– Non sei gelosa vero? –
– No – sorrise l’amica – l’ho portato per te. –

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La tomba dell’amore? – Intervista a Luca Ricci sugli Autunnali https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-tomba-dellamore-intervista-luca-ricci-sugli-autunnali/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-tomba-dellamore-intervista-luca-ricci-sugli-autunnali/#respond Tue, 03 Apr 2018 13:25:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36786 Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C'entra col pregiudizio dell'editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto; il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

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ricci

Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C’entra col pregiudizio dell’editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto;  il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

Ha girato molto un tweet in cui ti dicevi impegnato a difendere Gli Autunnali dall’accusa di essere un libro misogino. Lo è?

È imbarazzante anche solo doversi difendere da questa accusa. Non si dovrebbe mai, per nessuna ragione, confondere il punto di vista di un libro dal suo senso complessivo. Naturalmente ne Gli autunnali lo sguardo maschile è protagonista ma non per questo c’è un atteggiamento di repulsione o disprezzo per le donne, anzi semmai tutto il contrario. Nel libro la donna è cantata, e non uso un verbo a caso. È cantata come avviene in poesia, e la sua presenza (o assenza) è il motore di tutte le azioni degli uomini. Quando il protagonista guarda impietosamente il suo matrimonio non lo fa a discapito della moglie, anzi prova a muoversi per astrazioni, chiamando in gioco l’istanza generale dei coniugi: non è un tentativo di assoluzione, bensì un rimarcare che le colpe in un matrimonio appartengono sempre a entrambi. Sono tempi cupi in cui la letteratura spesso è letta con lenti deformanti, ma sono lieto che tra i primi estimatori del romanzo ci siano state, tra le altre, scrittrici come Nadia Terranova, Maria Grazia Calandrone, Teresa Ciabatti, Valeria Parrella.



Sicuramente è un libro molto novecentesco: sembra quasi di tornare alle atmosfere dei nostri grandi romanzieri borghesi – anche il titolo va in questa direzione – ma anche di un certo cinema, il tutto con un minimalismo che è il tuo.

Si scrive quasi sovrappensiero cercando di dimenticare tutto quello che si sa come lettori eppure siamo sempre, magari perfino nostro malgrado, dei continuatori. Cesare Garboli dice de L’odore del sangue, romanzo postumo di Goffredo Parise, che una certa figura d’intellettuale borghese che ingaggia con la vita una partita mentale è quasi un paradigma del nostro novecento. Oltre a Parise, il rimando più diretto è alla Noia di Moravia (senza però la pesantezza lessicale del suo tecnicismo psicologico) e a certi racconti terribili di spaccato artistico-romano di Leda Muccini. La letteratura è una specie di reincarnazione perenne, attraverso i secoli. E questo è anche uno dei temi principali de Gli autunnali, dove una donna sembra reincarnarsi in un’altra donna. Fare libri che sono anche prodotti (e non il contrario: fare prodotti che sono anche libri): questa resta una delle auto-gratificazioni più belle della mia vita di scrittore.

Il protagonista degli Autunnali si innamora di una fotografia. Siamo di fronte a una dimensione ossessiva?hebuterne

Sì, il protagonista s’innamora attraverso una fotografia di Jeanne Hébuterne, la compagna di Modigliani, cioè si innamora non solo di una donna morta, fuori dal tempo, ma anche e soprattutto di un ideale d’amore assoluto, totalizzante. È iniziato come un omaggio a Maupassant e all’ossessione amorosa. In realtà mano a mano che procedevo mi sono reso conto che stavo scrivendo una storia molto contemporanea. Il protagonista s’innamora di una donna di cui ha solo una foto, una situazione non troppo diversa da una relazione che nasce su Instagram.

C’è anche una dimensione di pura estetica. Il libro comincia con una riflessione, essa pure giocosamente ossessiva, del protagonista sull’aspetto della moglie, e poi innamorarsi di una foto è un gesto che più da esteta non si può.

In realtà viviamo un’epoca traboccante di piccoli esteti, oggi più che mai siamo tutti abbacinati dalla superficie patinata di fotografie immateriali, immagini senza cornice dentro gallery virtuali, e siamo tutti quotidianamente molto impegnati a rappresentare noi stessi – cioè a veicolare un’immagine di noi – dentro i social network. L’estetica ha smesso di riguardare la letteratura da quando la cultura bestsellerista l’ha resa una categoria critica obsoleta: un libro da classifica deve funzionare, non essere bello. Ma ci resta questa estetica tascabile del nostro vivere quotidiano, questa estetica-blue jeans.

Dopo i racconti dei Difetti fondamentali, tutti dedicati a scrittori, ecco un romanzo con protagonista uno scrittore, che però ha smesso di scrivere. Martin Amis scriveva, nell’Informazione, che è inevitabile che si sia arrivati a romanzi sugli scrittori, quasi fosse un processo naturale di sviluppo dei possibili protagonisti di un’opera…

In questa risposta prende il sopravvento l’ormai vecchio artigiano della scrittura che è in me. Credo onestamente che gli scrittori siano dei tipi perfetti per un romanzo. Hanno una vita abbastanza misteriosa, sono noti ma non fino al punto che questa notorietà possa cambiare il loro quotidiano, perciò conducono vite allo stesso tempo ordinarie e straordinarie. Se non pensi che attraverso di loro tu possa e addirittura debba veicolare chissà quale verità assoluta, garantiscono uno straordinario ventaglio di possibilità narrative.


Mi piace Gittani, l’amico del protagonista, anche se è un po’ uno stronzo.

Alberto Gittani è il fido compagno di passeggiate del nostro protagonista senza nome (non dare il nome al protagonista: un lusso da scrittore di racconti), e serve a un miliardo di cose, la più evidente delle quali è la funzione di contrappeso. È stato definito anche una spalla comica, e in effetti spesso con le sue osservazioni pratiche (ma a volte sono ciniche, da cui la presunta stronzaggine) stempera e bilancia il registro drammatico in primo piano. Tiene il protagonista (e il lettore) ancorato alla realtà (a ciò che comunemente viene inteso per realtà) e offre una sponda dialettica per continuare a filosofeggiare – cioè spesso sparlare – d’amore: c’è in tutto il romanzo questa volontà di fare il punto sull’amore, un punto mobile, di per sé folle e allucinato, proseguire incessantemente a tirare le fila, cercare un approdo impossibile, la legge definitiva sull’amore.

La città per cui girano è Roma. Si dice che, almeno nel cinema, i non romani sarebbero i più bravi a inquadrarla: Pasolini, Fellini… Pure Moretti, che è romanissimo, è comunque nato, ancorché per caso, a Brunico (BZ)… Vale anche per i romanzieri?SILVIA AVANTI

Negli Autunnali c’è una Roma arcinota e da cartolina, ovvero una Roma inconsueta. Sembra un paradosso, ma in realtà le narrazioni della capitale negli ultimi anni – anche a causa delle serie tv –  hanno raccontato le borgate e le loro storie di malavita. Nel mio romanzo invece c’è l’aspetto potenzialmente delinquenziale delle persone perbene, c’è l’anima nera dei quartieri abbienti (compare un’evocazione abbastanza ironica della periferia nella comunità dei pittori bengalesi di Torpignattara). Se mai giungessimo a una trasposizione cinematografica del romanzo vorrei che fosse una chiave da tenere presente, mi piacerebbe un film capace di raccontare l’ossessione amorosa come Stefano Sollima in questi anni ha raccontato la banda della Magliana o Gomorra.

Alle corte, Ricci: il matrimonio è la tomba dell’amore?

Sono quasi vent’anni che scrivo di coppie e d’amore. Ne scrivo in modo abbastanza spietato, cercando sempre analisi lucide, non c’è più lo psicologismo novecentesco ma una dissezione per paradosso priva di sentimento. Non ho mai cercato l’happy end, ecco. Eppure mi sono reso conto che non si è mai lasciato nessuno nei miei libri. Mi sembra un bel paradosso, no? Nei miei libri per salvare il matrimonio va bene qualsiasi mezzo, lecito o illecito. Il protagonista de Gli autunnali ricomincia a provare un desiderio proprio grazie all’ossessione per la foto di Jeanne Hébuterne. Forse quel che davvero mi preme dire  è che i nostri legami sono importanti, che non bisogna prenderli alla leggera, che costituiscono la trama delle nostre vite. Sono ipotesi. Sapessi rispondere esattamente alla tua domanda, probabilmente smetterei di scrivere.

Una volta si sarebbe parlato di “crisi di mezza età”. Oggi forse fa un po’ strano, dato che a quaranta e più anni si è considerati ancora “ragazzi” (ma non troppo tempo dopo si è comunque vecchi).

Detesto il modello sociale del vecchio che non invecchia. A un certo punto del romanzo si dice: “Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento”. Il tempo è uno dei grandi misteri della nostra vita, e sono proprio le stagioni uno degli stratagemmi che la natura ha inventato per cercare di intrappolarlo e, direi, perfino di darne una rappresentazione visiva, fisica. Senza l’avvicendarsi delle stagioni avremmo a che fare come un elemento impalpabile, incolore e inodore, un’astrazione che però continua a ucciderci implacabile, uno alla volta.

Non è forse Gli Autunnali un romanzo sulla definizione del sé attraverso gli altri, più che un romanzo d’amore?  IMG_4111

Non so se esista l’amore, di sicuro esiste l’ossessione amorosa: una bella differenza. La prima è un vero incontro con un altro rispetto a sé, la seconda è invece soltanto una febbre narcisistica, un cieco amare l’amore. Ogni immagine, più che restituire un soggetto, ha una funzione diabolicamente riflettente, è una superficie molto simile a uno specchio. In ogni immagine più che l’altro vedo ancora una volta me stesso, i miei desideri, il mio stato d’animo,  i miei gusti. È un inganno che c’è sempre stato, almeno da quando l’uomo ha cominciato a rappresentare se stesso, a dare cioè un simulacro di sé. Nel romanzo di Maupassant Forte come la morte un pittore s’innamora di una ragazzina perché la trova identica al ritratto fatto a una sua amante parecchi anni prima.

L'articolo La tomba dell’amore? – Intervista a Luca Ricci sugli Autunnali proviene da Minima et Moralia.

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Nelle terre di nessuno: Luca Briasco intervista Chris Offutt https://minimaetmoralia.it/interviste/luca-briasco-intervista-chris-offutt/ https://minimaetmoralia.it/interviste/luca-briasco-intervista-chris-offutt/#comments Fri, 15 Dec 2017 06:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35786 È in libreria Nelle terre di nessuno (minimum fax), raccolta di racconti di Chris Offutt che dà voce al Kentucky e alla sua gente. Pubblichiamo un'intervista inedita di Luca Briasco, ringraziando l'autore e l'editore. (Foto: Sandra Dyas)

Nelle terre di nessuno in originale si intitola Kentucky Straight. Si tratta della tua prima raccolta, ma la parola “Kentucky” si potrebbe facilmente considerare una sorta di cartello d’ingresso per buona parte delle tue opere. Cosa significa per te essere nato e cresciuto in Kentucky?

La comunità nella quale sono nato, Haldeman, conta non più di duecento abitanti. Si trova nei Monti Appalachi. Le strade sono quasi tutte sterrate, e le case sono collegate da sentieri che attraversano I boschi. L’intera area è circondata da boschi molto fitti, e bellissimi. Da bambino potevo andare a piedi dappertutto, di notte come di giorno. Conoscevo tutti. Ero libero, e al sicuro. Ogni giornata si trasformava in un’avventura, nei boschi.

L'articolo Nelle terre di nessuno: Luca Briasco intervista Chris Offutt proviene da Minima et Moralia.

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chris offutt

È in libreria Nelle terre di nessuno (minimum fax), raccolta di racconti di Chris Offutt che dà voce al Kentucky e alla sua gente. Pubblichiamo un’intervista inedita di Luca Briasco, ringraziando l’autore e l’editore. (Foto: Sandra Dyas)

Nelle terre di nessuno in originale si intitola Kentucky Straight. Si tratta della tua prima raccolta, ma la parola “Kentucky” si potrebbe facilmente considerare una sorta di cartello d’ingresso per buona parte delle tue opere. Cosa significa per te essere nato e cresciuto in Kentucky?

La comunità nella quale sono nato, Haldeman, conta non più di duecento abitanti. Si trova nei Monti Appalachi. Le strade sono quasi tutte sterrate, e le case sono collegate da sentieri che attraversano I boschi. L’intera area è circondata da boschi molto fitti, e bellissimi. Da bambino potevo andare a piedi dappertutto, di notte come di giorno. Conoscevo tutti. Ero libero, e al sicuro. Ogni giornata si trasformava in un’avventura, nei boschi.

Poi, a diciannove anni me ne sono andato, e mi sono reso conto che il posto dove sono nato era diverso da qualunque altra parte degli Stati Uniti. Ho viaggiato tantissimo. Ho lasciato il Kentucky e sono tornato a viverci quattro volte, da adulto.

Quelle colline coperte di boschi hanno fatto di me ciò che sono.

Prima di immergersi nei nove racconti che compongono il libro, la prima cosa che il lettore si trova di fronte è una mappa. Questo in qualche modo ha confermato la prima sensazione che ho avuto leggendo Nelle terre di nessuno, e cioè che i luoghi in cui sono ambientate le storie abbiano la dignità di un vero e proprio personaggio. Sei d’accordo?

Nessuno ha mai tracciato una mappa di Haldeman, il posto dove sono nato. Nelle carte geografiche più grandi non ce n’è traccia. Il codice postale è stato modificato. Quella che si trova all’inizio del libro è l’unica mappa del luogo in cui sono cresciuto.

Per me, i boschi e la terra sono importanti quanto le persone che li abitano.

Un tema molto forte che accomuna i racconti di Nelle terre di nessuno è l’isolamento, ed è in questa chiave che ho letto l’epigrafe di Mark Strand, come anche le dichiarazioni di molti dei tuoi personaggi, primo fra tutti il narratore di “Segatura”.  È un argomento che ti interessa particolarmente?

Il Kentucky orientale è uno dei posti più isolati di tutti gli Stati Uniti. La gente che ci vive non fa parte della cultura dominante nel paese. Da bambino, mi sentivo molto isolato. Mi piacevano i libri, e l’arte, e questo mi distingueva dalla maggior parte dei miei vicini. Mi volevano bene e io ne volevo a loro, ma nessuno condivideva i miei interessi. Con il risultato che mi sono sentito davvero molto solo, e in un luogo già isolato di suo!

In questa tua prima raccolta, come anche nella seconda, Into the Woods, il modo in cui rappresenti il luogo nel quale sei nato è contemporaneo e mitico al tempo stesso. Ci sono tradizioni,un patrimonio di storie orali, un senso di appartenenza, e al tempo stesso molti personaggi esprimono un fortissimo desiderio di andar via, o di essere altrove. La compresenza di tanti impulsi differenti conferisce ai tuoi racconti un dinamismo notevole, e il lettore si scopre sospeso fra tradizione e modernità. È un effetto che hai perseguito in modo consapevole?

No, non ho creato questa sospensione fra tradizione e modernità in modo consapevole o deliberato. La considero il risultato del tentativo di rappresentare nel modo più accurato la cultura delle montagne. Per effetto del suo isolamento geografico, la cultura del Kentucky orientale conserva molti elementi che risalgono a tempi più antichi – lo spirito d’iniziativa, l’indipendenza, una forte lealtà verso la famiglia, il rispetto per gli anziani, l’amore per la terra e un grande senso di libertà personale. La terra è ancora selvaggia. La gente è molto legata alla terra. La cultura si regge su un sistema di valori e di tradizioni che sono più vicine al diciottesimo e al diciannovesimo secolo che alla realtà di oggi.

Molti personaggi dei tuoi racconti appartengono a quella categoria di persone che viene sbrigativamente catalogata con il termine white trash. Sono poveri, forti bevitori, spesso violenti, a volte crudeli, ma al tempo stesso così umani che è quasi impossibile non identificarsi con loro. Qual è il tuo atteggiamento nei loro confronti?

Personalmente, non definirei mai un essere umano “trash”. Il Terzo Reich considerava certi gruppi di persone alla stregua di immondizia, e i nazisti li trattavano esattamente come si tratta l’immondizia, raccogliendoli e poi smaltendoli. Io ho molto più rispetto per l’umanità.

Quanto al mio atteggiamento verso le persone che popolano le mie storie: le amo. Semplice. Mi sento parte di ognuno di loro, e loro sono parte di me. Non le considero alla stregua di “personaggi”, ma di persone in carne e ossa. A prescindere dalle differenze culturali, dalla classe sociale, l’etnia, il paese cui appartengono, tutti gli esseri umani hanno una vita emotiva molto forte. E io tento di esaminare le emozioni della gente di cui scrivo. Tutte le persone hanno un qualcosa cui anelano. Tutti conoscono l’amore, la perdita, il dolore, la rabbia, la paura e la gioia. Rappresentare la ricchezza delle emozioni umane è il modo in cui tento di portare i lettori a identificarsi con un’estrema varietà di persone.

Nel corso della tua carriera hai pubblicato due raccolte di racconti, un romanzo, tre memoir, e un secondo romanzo sta per uscire negli Stati Uniti. Esiste una forma letteraria che preferisci o con la quale ti trovi più a tuo agio, o passi semplicemente da una forma all’altra in base al tipo di storia che vuoi raccontare?

Mi sono sempre mosso tra diverse forme e generi. Sempre. Da quando ero poco più di un bambino, e ho cominciato a scrivere. Scrivo tutti i giorni. Spesso i frutti del mio lavoro non mi convincono. In quel caso, la mia strategia consiste nel mettere tutto da parte e dedicarmi a qualcos’altro. Dai venti fin quasi ai quarant’anni la mia preferenza andava al racconto, e ne ho scritti un’ottantina. Col trascorrere del tempo, i miei interessi si sono spostati altrove, e oggi il mio obiettivo per il resto della vita è scrivere romanzi. Ne ho due già finiti, e una terza raccolta di racconti pronta. Al momento sto lavorando a un altro romanzo, e sono già alla terza versione.

Al memoir sono arrivato in modo quasi accidentale, nel senso che scriverne non è mai stato un mio obiettivo. Alcuni dei miei materiali erano semplicemente più adatti a essere trasposti in quella forma che a essere trasformati in narrativa d’invenzione. Spero però, e lo dico sinceramente, che il resto della mia vita sia così noioso da non farmi sentire il bisogno di scrivere un altro memoir!

Ho scritto anche una decina di sceneggiature, mentre lavoravo a Hollywood. Non ho però intenzione di scriverne altre. L’ho fatto per i soldi, per poter pagare gli studi ai miei figli. Quando si sono laureati, me ne sono andato da Los Angeles e mi sono trasferito nel Mississippi.

Romanzi, romanzi e ancora romanzi. Ecco il mio futuro.

Il titolo del tuo nuovo romanzo, Country Dark, sembra quasi un manifesto. Esiste una tendenza all’interno della narrativa americana contemporanea alla quale ti senti più vicino? O scrittori che ti sono più congeniali, e che hanno una visione o un approccio specifico che trovi più consoni ai tuoi?

Il termine “country dark”  va riferito al colore del cielo di notte, in campagna. In città ci sono così tante luci che è difficile vedere le stelle e i pianeti.  In campagna, invece, le notti sono davvero buie, e bellissime.

Mi piace l’idea che il mio titolo suoni come un manifesto, sia chiaro! Però non sono sicuro di sapere in cosa dovrebbe consistere. I libri americani che mi piace leggere sono romanzi ambientati in aree rurali. Sono un uomo del sud, perciò ho letto gran parte della letteratura sudista di ambientazione non urbana, e amo anche diversi libri ambientati nel West rurale.

Non si tratta però di un genere vero e proprio, né di una tendenza riconoscibile all’interno della narrativa contemporanea. In realtà, i libri ambientati in zone rurali diventano sempre più rari. La maggior parte degli autori è cresciuta in piccole città, nei sobborghi o nelle metropoli, perciò è di questo che scrivono.

Mi piace leggere un po’ di tutto, spaziando da un genere all’altro, e di conoscere anche autori europei, asiatici o africani. Il mio interesse per la letteratura italiana contemporanea è circoscritto purtroppo a quello che posso trovare in traduzione. Ho letto di recente Massimo Carlotto, e mi piace davvero molto. E confesso di amare anche i romanzi di Andrea Camilleri.

Tornando ai manifesti, il mio è semplice: scrivere tutti i giorni. Cercare di leggere tutti i giorni. Cercare di evitare alcol, fumo e dolciumi. E stare più tempo possibile da solo.

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Discorsi sul metodo – 22: Lorrie Moore https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-22-lorrie-moore/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-22-lorrie-moore/#comments Thu, 12 Oct 2017 05:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35251 Lorrie Moore, tra i maggiori autori viventi di racconti, è nata a Glens Fals nel 1957. La sua ultima raccolta uscita in Italia è Bark (Bompiani 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Invecchiando, sono diventata indisciplinata. Prima scrivevo tutti i giorni, sempre, era la regola, e se non facevo quattro o cinquemila battute ero molto scontenta. Adesso la vita è arrivata, tutta insieme, e le cose da fare sono così tante che è impossibile tenere una disciplina del genere… Oppure la verità è che posso finalmente permettermi di essere indisciplinata, chissà! In effetti quando leggo di scrittori di mezza età, affermati, che dicono di scrivere tutti i giorni, credo che mentano. Poi in realtà, se guardo bene, vedo che prendo appunti sul mio quadernino tutti i santi giorni, quindi in qualche modo ho continuato a scrivere tutti i giorni anche se non mi do più, come facevo fino a qualche anno fa, un minimo giornaliero di battute.

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Lorrie Moore
, tra i maggiori autori viventi di racconti, è nata a Glens Fals nel 1957. La sua ultima raccolta uscita in Italia è
Bark (Bompiani 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Invecchiando, sono diventata indisciplinata. Prima scrivevo tutti i giorni, sempre, era la regola, e se non facevo quattro o cinquemila battute ero molto scontenta. Adesso la vita è arrivata, tutta insieme, e le cose da fare sono così tante che è impossibile tenere una disciplina del genere… Oppure la verità è che posso finalmente permettermi di essere indisciplinata, chissà! In effetti quando leggo di scrittori di mezza età, affermati, che dicono di scrivere tutti i giorni, credo che mentano. Poi in realtà, se guardo bene, vedo che prendo appunti sul mio quadernino tutti i santi giorni, quindi in qualche modo ho continuato a scrivere tutti i giorni anche se non mi do più, come facevo fino a qualche anno fa, un minimo giornaliero di battute.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Mi piace scrivere alla mattina. Prendere il caffè e attaccare. Quando le cose vanno bene, dormo, mi sveglio, prendo il caffè, ricopio le note dal quaderno, scrivo un paio di pagine, le stampo, poi mi vesto, esco, pranzo fuori mentre riguardo le pagine stampate e le correggo, rientro a casa e trascrivo su file le correzioni. Questa è la mia giornata di lavoro ideale.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio dei piccoli schemi, specie riguardo la collocazione degli eventi chiave. Questa cosa deve accadere alla fine, quest’altra in mezzo… Trovo che sia importante perché poi, quando ti lasci prendere dal flusso della scrittura, rischi di dimenticarli o comunque di dargli un peso diverso da quello predefinito. Il che non è per forza un male, anzi nei romanzi spesso bisogna proprio fare così, lasciare che la scrittura ribalti e sconvolga quanto previsto, ma nei racconti non ci si può permettere una simile libertà, nei racconti riusciti c’è sempre un meccanismo abbastanza preciso e lo devi rispettare.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio tantissime riscritture in corso d’opera, diverse decine per ogni racconto. Mentre procedo riscrivo e poi ogni volta che rileggo, di fatto, riscrivo.

Scrivi più libri in contemporanea?

Se lavoro a un romanzo sì, perché quando arriva un’idea per un racconto va buttata giù. Le idee per i racconti sono scintille, sono veloci e brucianti e volatili, se non le trascrivi subito le perdi, e una volta che le hai trascritte è opportuno anche portarle a compimento perché puoi perdere comunque, se non l’idea in sé, lo spirito di quell’idea, la sua aura. Quindi in generale sto sempre scrivendo un romanzo e mentre lo scrivo appaiono questi racconti, che poi finiscono per organizzarsi in raccolte: di fatto sto sempre scrivendo due libri in contemporanea.

Carta o computer?

Prendo appunti su carta. Una volta facevo anche la prima stesura su carta. Adesso mi sono abituata a farla direttamente su computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?lorrie

Evitare distrazioni, specie quelle di tipo informativo. Mai far entrare del rumore di fondo. Ad esempio, una cosa che mi piacerebbe fare ma non faccio è leggere il giornale al mattino. Pessima idea. Ti entra subito roba in testa che non vuoi. Bisogna andare puliti sulla scrittura a mente completamente libera e fresca, e fare il resto dopo. Si può, invece, rileggere quello che si è scritto il giorno prima o studiare e rivedere gli schemi strutturali.

Come hai esordito?

Scrivevo racconti e li pubblicavo in varie riviste, non molto importanti. Quando ne feci una raccolta e cercai un editore, ricevetti molti rifiuti. In effetti, ricevetti solo rifiuti. Ma continuai a scrivere racconti e pubblicarli in giro per riviste. A un certo punto me ne hanno preso uno sul New Yorker e da quando ho cominciato a scrivere lì ovviamente le cose sono cambiate.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non sono né più sicura né meno, per un po’ ho pensato di essere più brava di quello che sono, poi meno, e alla fine non lo sai proprio più, pensi solo a andare avanti. Di certo non apro e non aprirò mai più i miei primi due libri, penso che gli ultimi tre siano meglio – lo spero, almeno.

Le opere che più ti hanno influenzata per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non puoi leggere una cosa fantastica e dire “voglio farla”, perché è gia stata fatta… Non ho mai pensato “voglio scrivere Il grande Gatsby,” no. Credo che la strada giusta sia più pensare cose come “chissà se riesco a beccare questa certa sensazione, a beccarla precisa?”
Al di là di questo, mi piacciono le cose che contengono un misto di commedia e tragedia e tra i miei riferimenti principali, specie come autrice di racconti, ci sono il Decameron di Boccaccio e tutta l’opera di Alice Munro.

“Esisti” online?

Assolutamente no. Non ho capito bene cosa facciano Facebook e Twitter alla testa della gente, ma non mi piace: io le mie opinioni le tengo per me e mi trovo bene così. Già scrivere libri mi pare troppo. Va detto però che YouTube è pura magia. Lì ci passo le giornate, questa è la verità. Soprattutto a cercare canzoni, e poi a saltare da una canzone all’altra. Poi ovviamente c’è il lato della ricerca, i giovani che scrivono oggi non possono sapere che fatica infernale fosse fare ricerca – anche il solo, semplice, fact checking – una volta, prima di Internet.

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[22 – continua; le precedenti interviste: Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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