di Filippo Rigli
La chiamata arrivò mentre ero sul letto, lessi il suo nome sul display con la coda dell’occhio. Non le diedi la soddisfazione di rispondere, tanto sapevo che chiamava per il mare, si prendeva il disturbo, lei che non chiamava mai e nemmeno rispondeva, ma le occasioni sapeva coglierle al volo. Lasciai passare una mezz’ora e richiamai, rispose subito, non lo faceva mai, non con me almeno, aveva da organizzarsi oppure pensava avessi cambiato programmi. Ciao, disse, ti pensavo. Se, come no, mi dissi, ciao risposi, allora, che vuoi fare, ce li facciamo un paio di giorni di mare. Disse che le andava eccome, anzi, che la macchina la prendeva lei, visto che la ospitavo. Come no, pensai, così puoi piantarmi in asso se mi faccio troppo insistente, lo conosco il tuo gioco, bellezza. Lo conoscevo eccome, le ero morto dietro per quasi un anno, e lo schema era sempre quello, uscivamo e ci sbronzavamo e finivamo a letto, poi prendeva le distanze e litigavamo e tornava ai suoi innumerevoli giri, e io me ne stavo in disparte a soffrire in silenzio fino a che non si faceva sentire di nuovo, se e quando le capitava di non avere nulla di meglio tra le mani. Poi l’amore, se quello era, mi era morto in petto, e ora non stavo più al suo gioco, o al limite giocavo pure io. Perché tagliare i ponti, mi dicevo, se potevo ancora riuscire a farle aprire le gambe, ogni tanto. Le dissi che andava bene, e che poteva passare a prendermi, giusto il tempo di fare la borsa. La casa era un centocinquanta chilometri in direzione della costa, una multiproprietà di mia madre e dei miei zii, d’estate l’affittavano, ma avevamo ancora una settimana o due per poterne approfittare. Con lei alla guida del suo scassone ci avremmo messo una vita, ma mi toccava portare pazienza. Scesi giù con la borsa fatta ad aspettarla, c’era un bel sole di inizio estate, si stava bene. Accesi una sigaretta sperando non facesse troppo ritardo. Non c’era vento e la cenere calava giù dura e compatta, e mi venne da sorridere, perché mi ricordai di un gioco che facevamo da ragazzini, uno dei tanti. Narrava la leggenda che se un nobile cavaliere fosse riuscito a fumare la sigaretta fino al filtro, ma senza far cadere neppure un granello di cenere, il Papa sarebbe morto, sul colpo o al limite di lì a poco. Neanche il segreto delle sue stanze lo avrebbe salvato. Era mica un’impresa facile, ma noi cavalieri del Graal della vecchia banda ci provavamo lo stesso, e senza mai riuscirci, fino a che lo Stregone Polacco non morì di vecchiaia nel suo baldacchino dorato. Era un incantesimo potente, e noi lo chiamavamo il Cenerone. Non avevo altro da fare e dopo il polacco era arrivato un altro stregone, e allora dopo tutti quegli anni ritentai. Cenerone, invocai, arridi al nobile cavaliere che tenta l’impresa. Non feci in tempo a dirlo che un colpo di brezza spazzò via la cenere che era quasi a metà sigaretta, ma vaffanculo, dissi, stregone del cazzo. Buttai la cicca proprio mentre la sua macchina si affacciava sul vialetto, in una puntualità straniante, sorridendomi dal finestrino con gli occhi azzurri brillanti e facendomi ciao con la mano. Ci rivedremo ancora, stregone, pensai mentre salivo in macchina. Buttai la borsa sul sedile posteriore, mi abbracciò e mi baciò, ma guarda quanto sei presa bene, pensai, meglio così, un paio di bevute e ti farai stendere. Partimmo al volo, e mi spiegò che non avremmo fatto l’autostrada, ma tagliato per strade normali per poi percorrere l’ultimo tratto in superstrada, si era studiata il percorso, mi disse indicando lo stradario sul cruscotto. Ci avremmo messo anche più di quello che contavo, ma non le dissi niente. Sapevo che le premeva di non pagare il casello, visto che io non avrei cacciato una lira. Era su di giri e non la smise mai di parlare, nemmeno quando misi la musica per non sentirla. Parlava e parlava, di suo fratello che era tornato dal militare con un esaurimento nervoso, dei suoi amici che non conoscevo o che detestavo, del corso di decorazione del vetro che aveva iniziato e di cui non mi poteva fregare di meno. A dirla tutta non me ne fregava niente di quasi ogni cosa le uscisse di bocca, e questo anche quando ero pazzo di lei, mi sembravano altro che storielle insulse sulla sua vita che lei riteneva magari non a torto interessante. Io non avevo una vita interessante e non mi era mai importato niente di averne una, ero un uomo semplice, come la canzone dei Lynerd Skinyrd che avevo messo nello stereo e che stava suonando malinconica. Io canticchiavo e guardavo il panorama e annusavo dal finestrino l’aria che cominciava a sapere di mare, ogni tanto annuivo e ripetevo qualche sua parola per farle credere che la stessi ascoltando. A un certo punto si interruppe e sorrise, non te ne frega proprio niente, vero, disse, di tutto quello che dico, a te interessa una cosa sola, per questo mi hai portata al mare. Sorrisi anch’io, veramente mi stai portando tu, risposi. Lei si fece una bella risata, e sapevo bene che non le importava niente se l’ascoltassi o meno, le interessava solo il mare, e scroccare un paio di giorni a un povero coglione a cui forse, per pietà o giù di lì, si sarebbe concessa. Il vento si portò via la sua risata e io continuai a canticchiare. Ti va se usciamo da questa superstrada, è noiosa, mi chiese. Ci eravamo entrati da neanche mezz’ora. Come ti pare, risposi. Di lì a poco svoltò e uscimmo, e nel giro di dieci minuti ci eravamo già persi. Cominciava a farsi stanca e nervosa, fermiamoci a un bar le dissi, ci prendiamo un caffè. Va bene, fece senza voltarsi, e notai che aveva gli occhi lucidi. Stai tranquilla le dissi, il mare non scappa, sta là da quando ero bambino. Sorrise e accostò al primo bar, sedemmo al tavolino e prendemmo acqua e caffè, fumammo in silenzio, a un certo punto le presi la mano e lei se la lasciò prendere. Pagai il conto da bravo maschilista tossico e ripartimmo e la strada ci ritrovò, e in breve arrivammo alla casa, la piccola casa bianca con intorno la siepe verde, e trovai le chiavi dietro la cassetta delle lettere ed entrammo. Mentre si guardava intorno la cinsi da dietro e la voltai e feci per baciarla e lei si ritrasse con gli occhi bassi, io le girai con dolcezza il mento verso di me e si lasciò baciare. Ceniamo fuori, sei stanca, le dissi dopo il bacio, no, rispose, voglio cucinare, mi rilassa. A me andava bene, cucinava da Dio. Disse che c’era da fare un po’ di spesa, ma che prima doveva fare una doccia. Non la mollai e la mordicchiai sul collo, lei chiuse gli occhi e gemette ma poi si divincolò con un passo di danza, intendo una doccia da sola, disse, e filò in bagno. Io sospirai e accesi il vecchio portatile e misi su un po’ di rock classico, e mi buttai sul divano. Pensai non sarebbe stato male castigarla là sopra, ma poi mi dissi che sua maestà avrebbe preteso il letto. Distesi le gambe e accesi una sigaretta, la luce filtrava dalle persiane e mi illuminava, e allora seppi con certezza che il sole baciava i cavalieri e tentai un altro Cenerone. Mentre la carta si faceva cenere fui preso dai ricordi e mi ritrovai al bar, tanti anni prima, sempre a inizio estate, felice per la scuola appena finita. Davanti a una birra e con lo zaino buttato a terra, sotto il gazebo, celebravo la libertà riconquistata cercando di uccidere lo stregone. Andavo liscio, poi un vocione roco mi fece riscuotere, smetti di ammazzare il papa, mi fece mio babbo alle spalle. Mi aveva visto arrivare al bar e tentare il mio incantesimo e mi aveva teso un’imboscata. La cenere mi cadde e lo stregone fu salvo, io e il vecchio scoppiammo entrambi a ridere, mi voltai e lo abbracciai, scemo, mi disse, te e i tuoi ceneroni. A ricordare del babbo mi venne da ridere, e come se mi avesse ancora preso alle spalle la cenere mi cadde di nuovo. Mi girai di scatto per vedere se davvero non fosse là dietro, mi sarebbe piaciuto vederlo, abbracciarlo, come da ragazzino. Ma il vecchio non c’era, e non sarebbe tornato. Lei tronò dal bagno avvolta in un asciugamano coi capelli bagnati, gocciolante come fosse uscita da una conchiglia. Mi sorrise e rimasi inebetito a guardarla, era bella che faceva male. La sigaretta mi bruciò le dita, la buttai e imprecai, lei rise e andò in camera e sedette sul letto e si massaggiò i capelli con un secondo asciugamano, mentre io la guardavo dalla soglia. Si alzò e mi di fece incontro, hai un asciugacapelli, mi chiese, feci no con la testa, io non lo adoperavo, fece spallucce, andiamo un po’ al mare prima di fare la spesa, chiese abbassando la voce di un tono, va bene, risposi, e deglutii. Si sfilò l’asciugamano e me lo tirò in faccia ridendo. Lo buttai e la presi per i capelli bagnati e me la tirai contro e la baciai con violenza. Lei rispose ma poi mi spinse via, fammi preparare disse, magari dopo, tanto c’è tempo. Rimasi a guardarla mettere il bikini e un vestito leggero, con un’erezione dolorosa che mi premeva contro i jeans, poi uscimmo e andammo al mare. Sulla spiaggia tolse il vestito in un colpo solo, con mano esperta, e me lo buttò accanto. Io ero seduto sulla rena con su gli occhiali da sole. Tu non fai neanche il bagno, disse leggermente scazzata. Non ho portato neanche il costume, risposi senza voltarmi, mentre la sbirciavo con la coda dell’occhio, nascosto dietro le lenti scure. Sei proprio il peggio, disse mentre si avviava verso il mare catalizzando l’attenzione delle poche persone che passeggiavano. Forse si chiedevano come avesse fatto uno come me a rimorchiare una così, ma io non lo sapevo, e non sapevo neanche se l’avevo davvero rimorchiata. La guardai bagnarsi piano e tuffarsi e nuotare, e mentre fumavo una sigaretta dietro l’altra mi montò in corpo un rancore sordo mischiato senza ghiaccio col desiderio che spingeva da dentro i pantaloni. Per tentare il Cenerone c’era troppo vento, e allora fumavo e basta, e il vento si portava verso il mare i pensieri e i ricordi, e non mi riusciva di afferrarli. Sentii il telefono vibrare nella sua borsa e detti una sbirciata, era il suo ex, un cuoco calabrese che aveva conosciuto come insegnante di cucina, un barbuto scuro con un po’ di pancia, mi avevano raccontato, un vero artista dei fornelli, probabilmente l’uomo perfetto per lei, mi pareva, chissà perché si erano mollati. La borsa smise di vibrare e tornai alle giravolte dei miei pensieri al vento, fino a che lei non uscì dall’acqua e tornò verso di me, con la pelle un poco scottata dal sole, i capezzoli induriti nel costume dal freddo del mare. Sentii una fitta di dolore al basso ventre, pensai che per fortuna i jeans nascondevano la mia erezione, lei mi sorrise e prese ad asciugarsi lentamente. Ti hanno chiamata, le dissi, ah, fece lei, e finì di asciugarsi e mise il vestito e prese il telefono e richiamò. Ciao, ti pensavo, la sentii dire mentre si allontanava. Stronza, dissi a bassa voce, e sputai nella sabbia e coprii lo sputo con la scarpa. Dopo un po’ tornò verso di me, che continuavo a guardare il mare. Beh, disse, che c’è, niente, mentii senza voltarmi. Fece spallucce, andiamo a fare la spesa, se non vuoi continuare a prendere il sole vestito, disse. Mi alzai e ci avviammo verso la macchina, lei camminava davanti a me e canticchiava, canta, canta, pensavo io, mentre lei mi ancheggiava davanti nel vestito appiccicato alla pelle ancora umida e io le guardavo il culo. In macchina accese lo stereo, ti piace questo pezzo, mi chiese, no, risposi, e non parlammo più fino al supermercato. A vederla industriarsi per riempire il carrello che spingevo mi veniva da sorridere, e a vedere sorridere me sorrideva pure lei, la pianti di prendermi per culo, sbottò ridendo a un certo punto, guarda che io non ho aperto bocca, risposi. Mi abbracciò, meno male che ti sei rilassato, disse, in spiaggia pareva avessi un bastone nel culo. Era davanti il bastone, a furia di guardarti, le sussurrai in un orecchio. Lei arrossì e mi spinse, sei proprio un porco, disse, e allora perché mi pratichi, dissi io. Lei non rispose e si mise a scegliere il vino. A casa si mise ai fornelli, io misi su un po’ di blues e mi assopii sul divano. Sognai i miei amici, la nostra prima vacanza al mare, tanti anni prima, nell’altra costa, quella delle discoteche e della droga e della movida, e nel sogno i miei amici erano giovani come sempre nei sogni, perché in quella terra non si invecchiava e non si moriva, non si soffriva, laggiù. Buongiorno principino, mi disse quando mi svegliai, borbottavi nel sonno, che sognavi. Che vuoi che mi ricordi biascicai, dai, disse, apparecchia, è quasi pronto, se no mi tocca metterti la testa nella pentola. Mi tirai su e andai in bagno a lavarmi la faccia, nello specchio mi vidi improvvisamente invecchiato e mi prese una fitta di tristezza, cercai di non pensarci e tornai in cucina. C’era un buon odore di pesce. La cinsi da dietro per i fianchi, lei chiuse gli occhi e tirò indietro la testa, una cascata di capelli biondi mi coprì la faccia. Scostai i capelli e la baciai sul collo, lei gemette, apparecchia, sussurrò. La mollai e apparecchiai con la testa ancora pesante, ancora sospeso tra i due mondi, intrappolato in quello peggiore. Sedetti, apri il vino, ordinò la cuoca, obbedii e versai due bicchieri. Lei ne prese uno e lo alzò, alla nostra, disse. Salute, dissi, e vuotammo i bicchieri. Aveva preparato una specie di stufato di pesce, ci aveva condito delle mezze maniche e aveva lasciato il resto come piatto forte. Era la fine del mondo, aveva fatto un buon affare, a farsi sbattere dal cuoco. Mangiavamo e scherzavamo, e io di colpo ebbi un’epifania. Dopo quella gita al mare avrei smesso di vederla, decisi, dignità, schiena dritta, passare oltre, niente più giochini, mai più, mi dissi, mentre la guardavo masticare e sorridermi. Riusciva quasi a tenermi testa nel bere. Finito di mangiare eravamo alticci, ci eravamo steccati una bottiglia di bianco a testa, e ci eravamo fatti un sacco di risate. Mentre lavavamo i piatti ci baciammo più volte, lei era calda e sapeva di sale, ci cambiammo i vestiti guardandoci negli occhi, e pensai di buttarla sul letto ma decisi di aspettare, per metter sul piatto ancora più alcol e più voglia. Uscimmo abbracciati e ridenti, e a vederci potevamo davvero sembrare una coppia, una bella coppia di fidanzati felici. C’era ancora luce e passeggiammo per il corso, prendemmo due gelati e sedemmo su un muretto a mangiarli, lei leccava il suo e mi guardava maliziosa, io progettavo un’apocalisse erotica da classico del porno. Finito il gelato andammo sulla terrazza a guardare il tramonto fiammeggiante e arancione, in silenzio, abbracciati e rapiti. Passata l’enfasi rimanemmo ancora un po’ là seduti, e io le raccontai di quando ero bambino e venivo coi miei in quella casa, e del pranzo di ferragosto con gli zii e i nonni ancora vivi, in un ristorante di pesce che era proprio là davanti alla terrazza ma che ormai era chiuso da anni, e lei pareva ascoltarmi davvero, presa dalla mia stessa nostalgia, ma se anche fingeva come l’attrice consumata che era a me andava bene lo stesso. Quando finii di rievocare lei mi sorrise e mi carezzò il volto, e io la carezzai a mia volta, scostandole una ciocca di capelli da dietro l’orecchio. Scendemmo alla spiaggia e lei tolse i sandali e io le scarpe e camminammo a piedi nudi sul bagnasciuga nella luce calante fino al limite del paese, dove avevano issato un palo da vedetta con sopra un bagnino di cartapesta. Davanti al palo c’era un chioschetto ancora aperto, e dietro la sua luce violenta niente altro che mare e sabbia e più che il limite del paese sembrava la fine delle terre emerse. Un vecchio barista coi capelli bianchi ci fece cenno di avvicinarci e sedemmo su due sgabelli al piccolo bancone di legno. Avevo una strana sensazione e me ne pentii quasi subito. Il barista del chiosco alla fine del mondo era un vecchio venezuelano omosessuale e lei ne fu subito entusiasta e si trascinarono a vicenda in un mare di chiacchiere su quanto fosse bello il Sudamerica, che lei manco a dirlo aveva girato in lungo e in largo. Io invece non ci ero mai stato e il culto del viaggio mi faceva accapponare la pelle, e sebbene mi piacesse sentirla parlare in spagnolo rimasi in silenzio a bere i cicchetti di rum che il vecchio ci offriva, sempre più sbronzo e intristito, senza neppure riuscire a estraniarmi dalle loro ciarle e dalle loro risate. Guardavo il cielo fondersi col mare all’orizzonte e diventare dello stesso colore del rum nel mio bicchiere, e pure lo stridio dei gabbiani in lontananza mi pareva meglio di tutto quel mare di stronzate. Quando finalmente il vecchio ne ebbe abbastanza e decise di chiudere il chiosco il mio umore era nero e fondo come il mare che avevo davanti. Abbracciò il vecchio, e quello mi fece l’occhiolino e ammiccò a lei che era di spalle. Avrei voluto prenderlo a schiaffi, ma mi limitai a un sorriso di circostanza. Camminavamo verso casa, io davanti e lei dietro, mi raggiunse e mi abbracciò, lo so che ti sei annoiato, disse, grazie per averci sopportato. Mi voltai e sorrisi e lei mi baciò, e io le infilai le mani sotto il vestito e lei gemette e mi lasciò fare, andiamo a casa, disse, ma prima facciamoci un altro bicchiere. Aveva ancora sete, oppure voleva arrivare al coma etilico per venire a letto con me, ma mi andava bene in tutti e due i casi. Eravamo davanti a una piazzetta con poca luce virata seppia, e nel mezzo c’era un pub con l’insegna illuminata e qualche tavolino fuori, poca gente seduta, probabilmente tutti del posto. Tipo là, disse indicandolo, e si avviò trascinandomi per la mano. Entrammo seguiti dallo sguardo degli astanti, una bionda ubriaca in abito corto faceva sempre il suo effetto. Un bicchiere della staffa per andare a letto, proclamò appena fummo dentro. Si voltarono tutti a guardarci e a ridere, per poco non le fecero un applauso, Cristo, pensai, se non si esibisce non è contenta, e io non potevo fare altro che lasciarla esibire, doveva appena aver vinto il primo premio come più sbronza della serata. Ci appoggiammo al bancone come se stesse per cadere. Il barista la squadrò da capo a piedi, un tipo belloccio, con la mascella squadrata e i capelli lunghi fermati in una coda. Lei se lo mangiò con gli occhi, e io capii che stava per andare tutto a puttane. Il locale era quasi vuoto, ma lei si piazzò su uno sgabello, per garantirsi una visuale ottimale, pensai. Sedetti anch’io e mi feci spillare una birra, e ordinai solo per me, ma lei non se ne accorse neppure, era già impegnata in una conversazione fiume costellata di risatine col barista. Io rimasi zitto a bere al bancone, e la rabbia mi montava dentro fino bruciarmi le tempie, come la lava di un vulcano. Dopo un po’ di quella farsa il barista uscì fuori a fumare e lei le chiese se potava accompagnarlo, e le andò dietro senza nemmeno aspettare una risposta e senza degnarmi di uno sguardo. Ora le spacco la faccia, pensai, ma rimasi impietrito sullo sgabello senza neppure riuscire ad alzare il bicchiere, come se un serpente mi avesse paralizzato col veleno. Respirai forte e cercai di fare il vuoto, e se non mi riuscì perlomeno ci andai vicino, e il vuoto portava consiglio. Sapevo cosa fare. Aspettai che rientrassero e vuotai il bicchiere con un sorso, mi pulii la bocca con la manica e mi alzai. Lei mi guardò e io guardai l’orologio, io vado a casa, le dissi, e chiudo la porta. Mi fissava come se avesse interrogato un oracolo, senza sapere cosa pensare. Uscii dal locale e mi incamminai. Alla fine della piazza il vuoto si riempì di nuovo di rabbia e mi voltai, anche se non volevo. La vidi parlare col barista fuori dal pub e armeggiare col cellulare, mi voltai ancora e ripresi a camminare verso casa a passi pesanti e lenti. Ero sudato e avevo lo schifo in bocca, per l’alcol e il fumo e il disgusto, sputai di lato in un cespuglio, ma lo schifo rimase, era una roba dura a morire. Accesi una sigaretta per coprirlo e sentii alle spalle lo scalpiccio dei suoi sandali. Mi chiamò con la voce rotta dalla sbornia e forse da un accenno di pianto isterico, ma non risposi e non mi fermai. Mi superò e mi si piantò davanti, la faccia rossa e inferocita e i pugni stretti, fui costretto a fermarmi. Che cazzo fai, sbraitò, guarda che non puoi mica permetterti di fare il geloso, che cazzo ti credi di essere, il mio fidanzato. La dribblai e proseguii senza rispondere, ma che Dio me ne scampi pensai, con la sua faccia sbalordita impressa nelle retine. Mi venne dietro, e sentivo la sua rabbia bruciare come la vampata di un incendio. Arrivai a casa e aprii la porta, lei mi fu addosso e la tenne ferma con la mano per paura che la chiudessi fuori, mi venne da ridere, ma mi trattenni, povera idiota, pensai. Mi buttai sul divano, ero sfinito, chiusi gli occhi. Lei girava per la cucina che pareva ammattita, in preda alla furia alimentata da tutto quello che aveva bevuto, bianca e rossa come una bandiera, mi urlava insulti e io la lasciai urlare anche se mi sarebbe piaciuto zittirla con uno schiaffone. Ma che cazzo sei venuta a fare, le dissi quando rimase senza fiato, potevi dormire dal barista, se preferivi. Parve sul punto di esplodere, fece per dire qualcosa ma invece sgranò gli occhi e si tappò la bocca e filò al bagno. La sentii vomitare come una betoniera, stupida troia alcolizzata, pensai a voce alta. Mi alzai a fatica e mi affacciai alla porta del bagno, era china sulla tazza in preda a conati dolorosi, si torceva come un’indemoniata. Pensai di ficcarle la faccia nel vomito come ai cani, ma sapevo che non sarebbe servito a niente. Finì di vomitare e rimase china sul cesso, semi incosciente, con l’aria di chi avrebbe potuto passarci la notte. La tirai su e le legai i capelli col laccetto che teneva al polso, stronzo, disse con voce di tomba, le sciacquai la bocca e la portai in camera e la stesi sul letto di fianco, grazie, mormorò, e si addormentò all’istante. Ma crepa, risposi, ma non mi sentì. In realtà non speravo morisse soffocata nel mio letto, sarebbero state grane infinite e quella stronza non meritava una fine da leggenda del rock. Ne avevo abbastanza e decisi di uscire a fare due passi. La città era scura e deserta, dormivano tutti beati prima della prossima invasione di turisti chiassosi che avrebbero dovuto sorbirsi, perché di quello campavano. Io per allora sarei stato già lontano. Respiravo l’aria fresca per purificarmi, e arrivai alla terrazza e scesi alla spiaggia e sedetti a guardare il mare, nero sotto la luna. Le onde mormoravano e pensai di fare un bagno, ma il mare era scuro e io ero troppo sbronzo, e neppure io meritavo una fine da leggenda del rock. Ogni tanto passava qualche coppia di ragazzi abbracciati e mi guardavano straniti, come se fossi un killer solitario in attesa di una vittima, ma io non rispondevo agli sguardi e loro passavano oltre. Presi qualche sassolino, li scelsi più piatti e levigati possibile, e cercai di farli rimbalzare sul pelo dell’acqua come quando ero bambino e proprio come allora riuscii solo a farli colare a picco. La storia della mia vita, mi dicevo. Avevo la testa pesante di sonno e di alcol, ero indolenzito da capo a piedi, mi sentivo instupidito e come schiacciato sotto una pressa. Pensai fosse ora di tornare a casa e provare a dormire, e di certo mi sarei accontentato del divano, che di dividere il letto con lei mi era passata la voglia. Ma prima del riposo del guerriero decisi che dovevo tentare ancora l’ultimo assalto, pagare pegno al mito e alla storia, e allora presi una delle ultime sigarette stropicciate per tentare l’ultimo disperato Cenerone. Invocai il Dio della giovinezza e gli spiriti degli eroi caduti in battaglia e raddrizzai bene la sigaretta e l’accesi con la mano a cupola, una brezza lieve si portò via la prima boccata di fumo, la stessa brezza che lasciava poche speranze all’impresa, ma le cause perse erano le sole degne degli antichi cavalieri, mi dissi. Solo nella notte fui di nuovo preso dai ricordi, e mi venne in mente una scampagnata di tanti anni prima, sulla montagna che sovrastava la valle, il nostro monte sacro, sotto la grande croce di tubi di ferro. Avevamo passato la notte davanti a un falò, fumando una canna dietro l’altra e passandoci bottiglie di vino e cantando canzoni, fino a che non eravamo caduti uno dopo l’altro addormentati davanti alle braci e alla cenere. Ci svegliarono il sole a picco dell’alba senza riparo dei monti e i cori di chiesa e le chitarre di una congrega di boy scout, che avevano pensato bene di celebrare una messa all’aperto a pochi metri da dove eravamo accucciati. Noi ci eravamo tirati su a sedere e li guardavamo bestemmiando tra i denti, con gli occhi appiccicati dal sonno e la testa ancora in bomba per i postumi. Il mio amico Enzo mi dette di gomito, ammazziamogli il papa, mi disse. Accesi una sigaretta e tentai l’incantesimo, ma come al solito la sorte non ci arrise e il vento se lo portò, e non ci rimase altro che sorbirci la messa. Pensavo alle nostre facce sconvolte davanti ai boyscout e mi veniva da ridere, e distratto dai ricordi non mi ero accorto che la sigaretta era quasi finita e la cenere era intatta. Mi intirizzii e per poco non la feci cadere, allora era così che funzionava, pensai, perdevi anni a cercare di fare qualcosa e ti riusciva solo quando avevi smesso di crederci, o quasi, e avevi perso tutti quelli che ci credevano insieme a te. Ma io ci credevo ancora, e mi portai la sigaretta alla bocca con delicatezza da orologiaio e aspirai piano l’ultimo tiro e la carta bruciò e arrivo al filtro. Il Graal era lì, tra le mie dita, dopo che schiere di cavaliere nobili e forti erano caduti nella cerca, trovato da un reduce stanco, quasi per caso, senza più nessuno accanto a celebrare la vittoria. Durò appena qualche secondo, e poi il vento di nuovo se lo riprese. Ma era successo, Dio mi era testimone, lo stregone stava per cadere. Mi alzai in piedi dolente come un sacco d’ossa, ma non me fregava niente, buttai la cicca, avevo il miracolo, non mi serviva la reliquia. Mi trascinai verso casa come un penitente azzoppato, con il bisogno lancinante di buttarmi sul letto e mettere un muro di incoscienza tra me e la tempesta degli eventi. Entrai con passo felpato come un ladro nella mia stessa casa, regnava una penombra tranquilla. Andai nel bagno che ancora puzzava di vomito e mi feci una lunga pisciata con la testa poggiata alla parete, poi mi affacciai alla camera da letto. Lei dormiva vestita, con su gli occhiali e un solo sandalo, i capelli sciolti, stesa come morta, russava piano. Mi chiesi cosa sognasse e perché avesse messo gli occhiali, forse per scrivere al suo ex, o al barista. Le sedetti accanto, ciao, disse, ancora immersa nel sonno. Ho ucciso il papa, le sussurrai nell’orecchio. Cosa, rispose senza capire. Il papa, pensai, lo stregone, l’oppressore, quello che si faceva portare su un baldacchino sulle spalle degli uomini, uomini ingenui come tutti i credenti, ma un cavaliere aveva fatto giustizia. Le tolsi gli occhiali e le carezzai il viso, le feci scivolare le mani sul collo, strinsi piano, lei mugolò. Le piaceva, alla stronza depravata, lo sapevo. Mi chinai e la baciai sul collo, lo leccai, lei continuò a gemere. Mi era venuto duro, la baciai sulla bocca e lei rispose, sapeva ancora di vomito e la cosa aumentò la mia eccitazione, forse ero un depravato anch’io, pensai. Le infilai la mano sotto il vestito e la toccai e lei si bagnò, le sfilai il tanga e abbassai la bocca fino al suo sesso e presi a leccarla piano, poi via via sempre più forte. Lei si torceva di piacere, mi agguantò i capelli e me li tirò, mi fece male, ma continuai a leccarla. Mi tirai su e mi sbottonai i pantaloni e la penetrai con colpi violenti, tenendole le mani sul collo. Venne quasi subito, con un orgasmo violento che la fece scuotere e aprì le porte del mio. Mentre ancora godeva mi sfilai e le schizzai addosso, la inondai di seme sulla faccia, sui capelli, sul vestito, poi le crollai a fianco, sfinito. Lei si alzò inferocita, ma che cazzo fai deficiente, urlò, non avevi il preservativo, bastardo. Corse verso il bagno imprecando, sentii scorrere l’acqua. Respirai l’aria stantia della stanza che sapeva di sudore e di sesso e mi alzai e mi abbottonai i pantaloni e aprii un po’ la finestra, uscii dalla camera e andai a sedermi sul divano e accesi una sigaretta, in attesa della bufera. Uscì dal bagno sul piede di guerra, mandava lampi dagli occhi, e sconvolta e appena chiavata e incazzata nera era ancora più bella, pensai. Mi venne ancora duro, le porsi il pacchetto per offrirle una sigaretta, sei uno splendore, le dissi. Tu invece sei un pezzo di merda, e ficcatela nel culo la tua sigaretta, mi urlò. Come ti pare, risposi, e posai il pacchetto sul divano. Non puoi prendermi senza protezioni mentre sono ancora mezza addormentata, urlò, testa di cazzo, io non sono una troia, imbecille. Io non risposi. Lei sgranò gli occhi e mise le mani sui capelli, miserabile, sibilò, non ci arrivi a capire che questa tecnicamente è violenza e potrei mandarti in galera. Ah sì, risposi, non ti ho sentito dire di no. Bastardo sfigato pezzo di merda, ma quanto te la credi, con te ci vengo per beneficenza, urlò. Sbadigliai, dimmi qualcosa che non so, risposi. Pensai che gli occhi le cadessero dalle orbite, dovetti trattenere una risata, non ci riuscii. Ora mi picchia, pensai, mi tira qualcosa, ma per fortuna non aveva niente a portata di mano, perché dalla faccia sarebbe stata capace di accoltellarmi. Le donava davvero, tutta quella rabbia. Ce l’ho ancora duro, le dissi, ti va di fartene un’altra. Non rispose, si girò e filò in camera, la sentivo imprecare a cantilena, meschino, sfigato, pezzente, diceva la canzone, poi uscì con un cambio d’abito e il trolley. Io me ne vado, disse, a tornare ti arrangi. Le sorrisi. E per inciso, disse, con me hai chiuso. Sono il cuore spezzato di Jack, risposi. Sapevo che citare Fight Club la mandava in bestia, diceva che era un film maschilista, e allora lo facevo apposta. Si tuffò verso la porta e armeggiò qualche secondo con la serratura, ma dove cazzo vai, le dissi, non fare l’isterica, non metterti al volante, sei ancora zuppa d’alcol. Non rispose, forse neanche mi sentì, uscì lasciando la porta aperta, sentii il rumore dei sandali sul selciato, sbattere la portiera, partire la macchina a tutto gas. Almeno chiudi la porta quando te ne vai, stronza, dissi. Mi alzai e mi affacciai sulla soglia, la luce mi ferì gli occhi, chiusi la porta e tornai nella mia penombra. Pensai di cercare un telegiornale per vedere se parlavano della morte del papa, ma decisi di dare tempo al tempo, detti una riassettata al bagno col disinfettante, mi spogliai e mi buttai sul letto. Mi pareva di aver passato dodici ore in miniera, sentii che arrivava il mal di testa e sperai di addormentarmi prima che mi colpisse come un maglio. Di lì a poco mi avrebbero svegliato le campane a morto di ogni chiesa del paese, ne ero sicuro. Chiusi gli occhi e sprofondai. Mi svegliai in un lago di sudore il primo pomeriggio, ancora indolenzito, la testa pesante. Bevvi un’intera bottiglia d’acqua di frigo e feci una lunga doccia gelata per lavare via il malessere e l’ombra di malumore che la stronza mi aveva lasciato. Ne uscii abbastanza rinfrancato e mi feci un caffè con la vecchia moka, accesi la televisione per sentire la notizia della morte del papa, ma non la trovai e la spensi. Che cazzo, pensai mentre bevevo il caffè, presi il telefono e chiamai Enzo. Ciao bello, disse il suo vocione arrochito, allora, l’hai chiavata quella bella fica. Sì, risposi, poi ti racconto, ma volevo dirti che ho fatto un Cenerone, te lo ricordi. Enzo tossì e ridacchiò, sì, disse, come no, lo sapevo che eri te il prescelto disse, vedrai che schianta, lo stregone. Ci vediamo domani al bar, dissi, lo salutai e riappesi. Sedetti e rimuginai sul da farsi, se tentare il ritorno oppure farmi un altro giorno di mare, tutto solo e beato, ora che quella nube tossica bionda si era dissolta. Decisi che tanto valeva rimanere, farsi un bel giorno di solitudine e ricordi e riflessione. Finii il caffè e uscii a comprare le sigarette e un costume da bagno da poco, tornai a prendere il vecchio telo da mare dei miei e andai in spiaggia. Sapevo che mi sarei scottato, ma non avevo creme solari e non me ne sarei procurate. Lei voleva darmi le sue, falle mettere ai tuoi amici froci le avevo risposto, si era stizzita. Fanculo pensai, mi spogliai e mi tuffai in tutto quel freddo e quel blu, il mio primo bagno da un secolo, una specie di nuovo battesimo. Nuotai e nuotai senza trovare la voglia di uscire da quella distesa celeste, e lo feci solo quando fui stanco morto e le mani mi diventarono grinzose come quelle di un vecchio. Mi asciugai e tornai a casa prima che il sole mi polverizzasse, mi buttai sul divano e mi lasciai cullare dal torpore, senza fare niente, senza pensare a niente, ad aspettare che il sole tramontasse e il caldo che mi aveva avvolto mollasse un poco la presa. Quando mi accorsi che il cielo avviava a imbrunire mi alzai e mi feci una doccia per lavarmi il salmastro di dosso, misi su una bella camicia blu scuro ed uscii. Camminai fino a un ristorante di pesce che avevo adocchiato, volevo portarci lei, ma lei se l’era filata e io non avrei rinunciato alla mia cena, tutti soldi risparmiati, pensavo. Dentro c’erano solo coppiette e famigliole coi bambini, chiesi se avevano posto per uno e mi fecero sedere. Ordinai spaghetti allo scoglio e frittura mista con patatine, e quando il cameriere mi chiese se volessi un calice di vino gli dissi di portarmi una bottiglia. Assaporai ogni boccone e finii la bottiglia senza problemi, e dato che non mi sentivo neanche un po’ brillo mi feci portare caffè e grappa. Pagai e mi fermai fuori a fumare, e il cameriere che mi aveva servito venne a farsi una sigaretta anche lui. In vacanza tutto solo, mi chiese. Non sono in vacanza, sono in missione, risposi. Lui sorrise come se fosse stata una battuta. Finii la sigaretta e lo salutai, poi attraversai la piazza come il cattivo di un film western, puntando direttamente il pub della sera prima. Entrai e sedetti al bancone, il barista belloccio mi riconobbe e fece un sorrisetto. Una birra, grazie, gli dissi. Non c’è stasera la tua amica, mi chiese mentre me la spillava. Aveva ancora in faccia quella specie di ghigno. Presi la birra e bevvi un sorso, è dovuta rientrare, gli dissi, suo fratello si è suicidato. Ah, disse, e non mi rivolse più la parola fino a che non finii la birra, mi alzai ed uscii senza salutare. Tornai a casa, cercai sul televideo la notizia che aspettavo ma non ce n’era proprio traccia. Trovai un vecchio film horror e mi misi a guardarlo fino a che non mi prese sonno. Mi svegliai in preda alla frenesia, non avevo idea degli orari dei treni e rischiavo di rimanere a marcire tutto il giorno nella stazioncina del paese. Feci in fretta la borsa e uscii senza lavarmi, tanto mi aspettavano almeno tre ore in un treno lurido, chiusi la porta e salutai con un bacio la casa che non avrei rivisto per almeno un anno, o forse di più. Andai alla fermata degli autobus, tanto andavano tutti verso il centro, e salii sul primo che passava. Era quasi vuoto e c’era l’aria condizionata, un passaggio di gran lusso, ma sapevo che lo avrei scontato per contrappasso sul treno. La stazione era calcinata da un solleone secolare e quasi deserta, a parte un branco di punkabbestia accampati sul binario. Se ci fosse stata lei ci avrebbe di sicuro attaccato bottone, antropologicamente interessanti avrebbe detto, e altre cazzate pseudo sociali. Ma lei non c’era, e quindi erano solo dei barboni. Andai allo sportello a fare il biglietto. Mancava poco più di un’ora al mio treno, mi dissi che poteva andare peggio, mi infilai nel baretto adiacente alla sala d’aspetto e mi feci la mia dose di caffeina seduto al tavolino. Detti una scorsa ai giornali, lo stregone non era ancora morto, la mia fede vacillò per un attimo, no, mi dissi, doveva essere agonizzante nelle sue stanze circondato da medici e tirapiedi, e tenevano la notizia segreta, non c’era altra spiegazione. Uscii sul binario a fumare, uno dei lerci si staccò dal capannello e mi venne incontro, mi chiese qualche spicciolo senza neanche sforzarsi di sorridere. Gli dissi che non ne avevo, e allora mi chiese una sigaretta, gli dissi che ne avevo poche e dovevo farmele bastare per un lungo viaggio. Non gli avrei dato niente nemmeno se fossi stato miliardario, a quel marcio. Mi guardò male come se mi avesse letto nel pensiero e tornò dai suoi. Ebbi una sensazione di pericolo, gli presi le misure a occhio, era bello grosso e viveva per strada, era di certo un osso duro, al contrario di me, senza contare i suoi sei o sette compari. Pensai che se ci fosse stato Enzo gli avrebbe rotto il naso con una testata al primo sguardo, lui era uno tosto, faceva risse in continuazione, io volevo solo prendere il treno, tornare a casa. Lo vidi parlottare coi suoi amici e indicarmi e ammiccare, buttai la cicca e tornai nel bar, già mi vedevo i titoli giornali, massacrato in stazione per una sigaretta. Quelli passavano davanti alle porte a vetri del bar, mi guardavano e ridevano. Ero prigioniero, mi toccò di non uscire più fino a che non annunciarono il treno. Per fortuna era sul binario là davanti, e appena aprirono le porte ci salii al volo, abbastanza sicuro che quei balordi non mi avessero visto. Aspettai che l’altoparlante annunciasse la partenza e abbassai il finestrino e mi affacciai. Oh, ragazzi, feci ai luridi sventolando il pacchetto, dai che ve la lascio, qualche sigaretta. Vennero verso di me mentre il treno partiva, gli lanciai pacchetto e li guardai trovarci il misto di cenere e cicche con cui lo avevo riempito appena salito sul treno. Li vidi sbracciare mentre si facevano sempre più lontani, ma il vento copriva i loro insulti, e gli mostrai il medio. Tirai le tende e presi il lettore e misi le cuffie, e mi feci cullare dalla musica e dal rollio delle rotaie, con gli occhi chiusi, mentre il treno mi portava a casa, o almeno nei dintorni. Mi ritrovai nel salone di un castello, in cotta di maglia e con la spada al fianco. I miei amici, in cotta di maglia anche loro, erano seduti davanti a me a una grande tavola bianca e rotonda. C’erano tutti, anche quelli morti, anche quelli che avevano messo su famiglia e erano murati vivi in casa da anni, quelli che per un litigio banale erano spariti e non si erano fatti più vedere in preda al rancore. Seduto nel mezzo c’era un re in abiti dorati, coi capelli lunghi e la barba bianca e la corona in testa, e non mi pareva di averlo mai visto, però mi pareva anche il babbo, non ero sicuro, perché era un poco in penombra. Dietro il re c’era un drappo bianco legato con una corda alto fino al soffitto. Il re si alzò in piedi e sguainò la spada e me la puntò contro, è lui il prescelto, tuonò, lui ha trovato il Graal. Mi guardai la mano, nella mia destra c’era una coppa d’argento. I miei amici esultarono e sguainarono anche loro le spade e le levarono al cielo. Il re riportò il silenzio con un gesto, ora lo stregone morirà, proclamò. Tirò la corda che pendeva dal drappo e quello cadde per terra, rivelando un grande arazzo decorato. Ricamato sopra c’era lei, bella e bionda, in paramenti da papessa. Bevi dalla coppa, ordinò il re. Mi portai la coppa alla bocca e bevvi, sputai e tossii, era piena di cenere. Mi svegliai tossendo sul serio, ero sudato fradicio, il vento sbatteva la tenda, guardai l’orologio, nel giro di cinque minuti sarei arrivato. Scesi nella stazione deserta e andai sotto il loggiato ad aspettare l’autobus. Il bar era aperto anche se in giro non c’era un cane, si crepava dal caldo, bevvi un bicchiere d’acqua e presi un altro caffè, feci il biglietto e uscii fuori a fumare nell’ombra impotente. Non potevi farci niente contro il caldo, era un dio maligno, potevi solo aspettare che settembre lo lavasse via con uno scroscio di pioggia, ma quel tempo era di là da venire. Arrivò l’autobus e ci salii e attraversai un ponte e arrivai al paese e scesi in un’altra autostazione deserta e camminai nella luce abbacinante fino a un’altra piazza assolata, la mia, finalmente. Enzo abitava nel palazzo sopra al bar e come sempre era alla finestra a fumare, di vedetta. Lo salutai di lontano e lui mi fischiò di rimando. Entrai nel bar e crollai sulla sedia, schiantato dalla fatica, dal viaggio, dalla cerca, salutai la barista e ordinai ancora un altro caffè, ti cercava il tuo amico, mi disse, era preoccupato. L’ho visto, ora scende, risposi, chissà che voleva, mi chiesi, per scrupolo guardai il telefono e c’erano quattro chiamate perse, tutte sue. Mi voltai e era davanti alla porta, mi alzai e la aprii e stavo per dirgli che lo avevo sognato vestito da cavaliere ma lui sgranò gli occhi e entrò e mi abbracciò senza dire una parola. Mi strinse fino a farmi male, oh, che ti piglia, gli dissi, che sei già sbronzo di pomeriggio. Si staccò e mi fissò, brutto scemo, accidenti a te e tenere il telefono muto, stai bene, disse, mi hai fatto morire di paura. Ma che cazzo dici, gli dissi, ero al mare, paura di cosa. Lui si passò la mano sulla faccia, te non sai un cazzo, disse, mettiti a sedere. Aveva la fronte leggermente sudata. Sedetti, sedette anche lui. Dimmi di che parli, gli dissi. Quella tipa, insomma la tua amica, disse, e si bloccò. Prese il giornale e me lo passò. Ha fatto un incidente in macchina, poco fuori dal casello, ieri notte, disse, e abbassò lo sguardo. Non risposi, presi il giornale e andai alla cronaca locale. C’era la sua foto, era proprio lei, terribile incidente, diceva il titolo, camion, lamiere ambulanza, morta una ragazza. Inutile la corsa dei mezzi di soccorso all’ospedale. Niente da fare, morta, amen, cenere alla cenere. Chiusi il giornale e non dissi nulla. Enzo si alzò di scatto, e dagli da bere, no, disse alla barista che ci guardava a bocca aperta. Quella prese la bottiglia dell’acqua, Enzo la fermò, ho detto da bere, gli disse. Lei versò una grappa, il mio amico me la passò, la buttai giù d’un fiato. Mi alzai, mi girò la testa, mi appoggiai al bancone, feci cenno alla barista di farmene un’altra. Me la versò, presi il bicchiere, la mano mi tremava leggermente. Senza sapere di preciso perché nel silenzio mi venne da ridere, e dovetti trattenermi.
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Filippo Rigli (1979), ha pubblicato racconti per le riviste “Stanza 251”, “Flanerì”, “La tela nera”, “L’Indiscreto”, “Il Lavoro Culturale”, “Eccetera”, “L’Irrequieto” e “La Città dei Lettori”, oltre che per il “Corriere della sera”. È tra gli autori del racconto Alba di piombo e del romanzo In territorio nemico (minimum fax 2013) nell’ambito del progetto Scrittura Industriale Collettiva. Un suo racconto figura nell’antologia La scia nera (TEA 2019).

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).
