di Mario De Santis
Che cosa rimane del Novecento? Si chiede la quarta di copertina del nuovo libro di Helena Janeczek “il tempo degli imprevisti”. Nei suoi caratteri culturali e sociali, il ’900 è finito, almeno in quello spirito di progresso, libertà, giustizia, ma per paradosso sembrano vive e resuscitate le radici nazionaliste che pure ne sono state l’asse tragico. Uno degli interrogativi impliciti (che si pone uno dei personaggi) è se la storia sia al tempo stesso volatile e ripetitiva, come le stagioni. Quattro storie narrate con l’esattezza degli annalisti e insieme con l’invenzione della romanziera in un’evoluzione dello stile (e anche di una destrutturazione dell’idea di “romanzo”) che Janeczek ha costruito di libro in libro, sempre attingendo a storie del XX secolo. Le storie attraversano i primi tre decenni del secolo, muovendosi lungo il nord dell’Italia, ma dentro una geografia che si fa fluida, tra Torino e Trieste passando per il Tirolo, chiudendosi alla vigilia della persecuzione degli ebrei in Italia e i primi cenni dell’imminente guerra.
Il secolo di Janeczek però si apre nel 1906 con le due sorelle Zanetta, che dalla provincia novarese vanno a Milano dove lavoreranno a scuola, una insegnate l’altra preside. Donne che inaugurano la modernità aderiscono agli ideali etici di una borghesia non che purtroppo non andrà mai oltre questi esempi eroici e singolari nel nostro paese, lasciando l’Italia senza un vero ceto guida. Il loro mettere etica e coscienza nel lavoro è esemplare così modernissimo l’impegno politico con i socialisti di una delle due, Abigalle, che la porterà a diventare negli anni una figura di spicco del pacifismo, del femminismo degli albori, voce critica dentro lo schieramento socialista agitato dall’interventismo di Mussolini.
Da subito Janeczek apre la scrittura della narrazione storica ad innesti di “voci”, con un flusso di parlato, discorso libero diretto, come uno squarcio di interiorità dentro la struttura narrativa. Un tratto che distingue questo libro e che si sviluppa e cresce negli altri, a partire dal racconto dedicato alla figlia del grande poeta Ezra Pound, Mary de Rachelwitz, che il padre, non riconoscendola in un primo momento, affidò per alcuni anni a una famiglia Tirolese, da cui poi riconciliato con la madre, la riprende. È un suo compagno di infanzia che la nota, anni dopo, a Venezia con Pound, la segue mentre ricorda quel tempo sospeso tra i monti. Qui inizia un altro filo del tessuto prezioso che compone questo libro, quello della molteplicità delle lingue: per Mary de Rachelwitz il tedesco, l’italiano, e l’inglese. Padre e figlia, entrambi poeti e traduttori e per loro Janeczek rende via via fluida, come l’acqua dei canali, la prosa.
Il plurilinguismo lascia intravedere un tema biografico della stessa Janeczek, con il polacco che appartiene in origine ai genitori, scampati alla Shoah ma rimasti a vivere nella nuova Germania, dove nasce Janeczek che poi a vent’anni cambierà paese e lingua, adottando l’Italiano. Un percorso verso sud che sta nella cultura tedesca, da Goethe a Kafka che compi anche ‘egli il suo piccolo gran tour nel nord Italia. Pochi anni prima di morire, lo scrittore boemo approda in Tirolo a Merano, non distante da dove la figlia di Pound avrebbe vissuto l’infanzia. Qui il protagonista, il dottor K. (ovvero, ovviamente, Franz Kafka) ci arriva nel 1920, quando il Tirolo meridionale è da poco attribuito all’Italia dopo la Prima guerra mondiale ma è forte la tensione e il malcontento dei tedeschi irredentisti. Janeczek, tra invenzione e dettaglio storico colloca questo periodo di cure per K. al centro di un intreccio di complotti e di polizia, circondato a sua insaputa da un dispositivo di sorveglianza e carichi di colpe preventive, quasi ironicamente “kafkiani”.
Nel frattempo, tra una visita medica dal dottor Kohn per curare la tubercolosi e una passeggiata, il dottor K. scrive lettere a Milena, componendo un singolare carteggio del non amore, dell’impossibilità di vivere e tuttavia Milena diventa il polo magnetico e la persona a cui trasferire questo testamento esistenziale. Nel racconto Janeczek dà rilevo proprio a Milena Jesenská (che in quel momento vive anche in difficoltà a Vienna, poi in futuro sarà figura eminente dell’intellighenzia ceca, poi della resistenza ai Nazisti. Catturata, morirà nel campo di concentramento di Ravensbrück), che gioca in questo rimpallo dell’offrirsi e ritrarsi di K. che la vorrebbe sedurre e insieme costruisce mille ostacoli al vivere. Quella tra i due sarà una dialettica di impossibile coincidenza eppure, per K. di massima coscienza (“Amore è il fatto tu sia pe me il coltello con cui mi frugo dentro” è la celebre frase di questo epistolario). Questo sono stati Kafka e Milena, due lingue che non possono mai coincidere, forse K. ama questo potere di Milena, sua traduttrice, di trasportare il suo tedesco verso il ceco (“io sono di lingua tedesca ma non ho mai frequentato il popolo tedesco e la lingua ceca mi è più cara”) ma sa che non lascerà mai né la sua solitudine, né l’angoscia, né la sua lingua.
Il sottofondo della grande cultura europea porta il lettore in questo viaggio nella storia ad approdare inevitabilmente a Trieste, per l’ultimo racconto. Città di confine per eccellenza, attraversata da molte lingue, abitata da Joyce amico di Pound e di Svevo, un tedesco che scriveva in italiano. A Trieste il libro di Janeczek si conclude con un dispiegamento pieno al tempo stesso del culmine dell’epos del secolo, arrivato al 1938 delle leggi razziali dell’annessione dell’Austria, prologo della guerra mondiale. Ed è proprio in questo culmine che la scrittura di Janeczek esplode in un vorticare della polifonia qui completamente liberata. Janeczek costruisce un racconto davvero collettivo, in cui compaiono molte persone, tra cui famiglie ebraiche ma perfettamente parte della borghesia e dell’intellettualità italiana e triestina, i Luzzatto Fegiz, i Fubini, con una prosa corale che è anche l’apice e il senso di un libro sul secolo delle collettività.
È un’umanità sparsa nei caffè, nei circoli, dentro un vento linguistico – nella città della Bora e dello stream of consciousness – che rende continuamente mobile il punto di vista narrativo, con gli eventi, piccoli e grandi, la curiosità per un “tedeschino” appena arrivato, cognato dello stimato professore del liceo delle ragazze della borghesia locale, l’attenzione al futuro di queste giovani “mule”, le discussioni di politica, che si rincorrono tra capannelli, tavoli, giornali, la radio. Tutto come in un dipinto di Bruegel l’epoca appare ritratta tra grande orizzonte e minuzia. L’esattezza documentale soffia dentro il “biz”, la “sbabaza” del pettegolezzo che diventa la grande voce della Storia. Sarà proprio il filo conduttore del passaggio a Trieste del giovante Albert, che si rivelerà studente geniale (è il tedesco Albert O. Hirschmann, che emigrerà poi negli Usa, futuro teorico dello sviluppo economico non lineare, in cui hanno un ruolo anche gli “imprevisti” che ispirano il titolo del libro) e del suo cognato a svolgere da elemento ricorrente nel procedere verso gli anni delle leggi razziali, della furia espansionista di Hitler, della Shoah.
Janeczek racconta gli anni dell’imminenza di una tragedia che però non viene vista perché inconcepibile, al tempo stesso ci restituisce – con quell’umanità seduta imperterrita ai caffè anche il giorno in cui Mussolini annuncia le leggi razziali proprio dalla piazza dell’Unità d’Italia – la forza vitale, quasi biologica di quel perdurare e resistere nella tempesta, sotto la quale la vita prosegue. Janeczek ce ne restituisce in modo originale, direi anche poetico, la forza, proprio attraverso quel proliferare minuto di nomi, cose, paesaggi, angoli di città, oggetti, vesti, modi di dire, di vestire, notizie, gossip, allusioni storiche, con una risonanza musicale della scrittura, da sinfonia, con una lingua di forte carica espressiva, dentro una scia che tiene assieme la tragedia e la commedia umana.
Un libro commovente, pieno di fatti e insieme di cose che sarebbe potute accadere e non sono accadute. Che trasmette una malinconia dell’utopia, il vento del progresso che è il vero segno del ‘900. Con questo libro Janeczek ci torce lo sguardo all’indietro, ma più che macerie vediamo accumularsi ai nostri piedi i barbagli di mille vite luminose. Lo fa con pagine di grande letteratura, che è stata parte determinante in un secolo tragico e feroce e insieme pieno di speranze, che certo spesso non erano per noi. Però la letteratura attraversa anche il vuoto e l’abisso e vi trova un luogo in cui si possano potentemente intercettare raggi luminosi.
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