Pare che fosse alta. Io l’ho sempre immaginata piccola, invece, di quella statura raccolta come certi fiori di campo in un bouquet. Invece era alta. Era immensa, Alice Munro. Una sacerdotessa delle storie, sapeva tessere la complessità del sentire umano attraverso certe parole spoglie in cui riversava tutto il suo altissimo sguardo. Intelligente, acuto, sarcastico e vivo; libero, soprattutto, il suo sguardo sorvolava l’impalcatura di ogni suo racconto non solo come quello di una precisa architetta della forma e della struttura – i suoi piani temporali intrecciati, le sue piccole storie lunghe decenni, i salti in avanti dentro una frase, quelli indietro nel percorso cognitivo di un personaggio. Ma la libertà del suo pensiero prima umano, e narrativo poi, l’ha sempre proiettata nell’osso dell’esistenza: dentro, sempre più dentro a ogni singola frase, come in ogni singolo muscolo, tendine e respiro dei suoi personaggi, gente che il lettore, alla fine, si ritrovava accanto. Questa libertà di postura, che le permetteva di raccogliere lo spettro emotivo, psicologico e sociale dei suoi personaggi sin nelle sfumature più nascoste, e segrete, si rivela come una confidenza nel cuore di ogni sua storia senza cautele, sfacciata e sincera, restituendoci qualcosa di noi senza pietà, anzi, con la pietà degli amici. Non compassionevole, ma crudissima e dolorosa. Altre volte morbida e spaesata.
Cresciuta nella cittadina di Wingham in Ontario, Munro nasce da una famiglia modesta di agricoltori e, per un certo periodo, di allevatori di visoni. Fiera, con una frenesia emancipatoria distante dal provincialismo di periferia, eppure completamente recettiva nei confronti dei luoghi e delle persone che la circondavano, grazie a una borsa di studio nel 1949 frequenta l’Università dell’Ontario (che non terminò) e in quel periodo pubblica i primi racconti. Nel frattempo lavora come cameriera, impiegata in biblioteca e raccoglitrice di tabacco. Si trasferisce nella Columbia Britannica, mentre dal primo matrimonio nascono quattro figlie (motivo, dichiarò in un’intervista, per cui riusciva a scrivere solo racconti). Dopo il divorzio ritorna in Ontario dove ottiene una writer in residence presso l’Università dell’Ontario. Dalla fine degli anni sessanta fino al 2013, quando smetterà di scrivere, i suoi racconti raccolgono onorificenze e i più prestigiosi premi letterari. Con un Meridiano Mondadori e quindici libri pubblicati da Einaudi, le sue opere sono quasi tutte tradotte da Susanna Basso. Voce connessa così intimamente con quella di Munro, tanto da restituircene il timbro materico, la sua impronta vocale così spolpata sintatticamente, così innervata nel tessuto grammaticale da definire il movimento stesso dell’intero racconto. Fraseggi a volte impetuosi e tortuosi, senza regolarità e con brusche virate; giri di frase altre volte più dolci e suadenti; imprevedibili come caro le era il racconto imprevedibile della vita. Le sue storie sono scatole dentro scatole, in cui lascia che il lettore guardi dentro solo per poco, per poi, d’improvviso, sfilare via il cartone e lasciarlo faccia a faccia con la storia, di fronte alle loro rispettive nudità.

Come successe con Carver, con Mansfield, con O’Connor, anche il suo nome è strettamente legato alla forma del racconto, un abito perfetto per le sue storie così dentellate e cangianti, come se per raccontare l’universo immaginifico e percettivo di cui era composta la sua caratura umana, e la sua raffinatezza di scrittrice, avesse bisogno di più occasioni; di spazio ne aveva bisogno tanto, dal respiro ipnotico e in apnea, da immergere per verticalità sino alle profondità più tese e occulte che proprio il racconto permette di disvelare. Uno spazio necessario per l’immaginazione, più che per la scrittura, che resta sempre al servizio di una storia precisa e focalizzata. Alice Munro è sempre entrata nelle sue storie a piedi nudi e non sempre puliti, le erode fin quando non sente lo scricchiolio sotto la pelle, e allora le lascia andare, in eredità al lettore che ne faccia quel che vuole; è questo il dono più grande di una scrittrice altissima: investire di quella libertà di cui è portatrice, noi che siamo dall’altra parte, rendendoci non partecipi ma complici di ciò che accade perché ciò che accade è la vita, e quindi siamo noi, e allora non siamo più al di là ma al di qua della pagina stessa. Nella sua ultima raccolta ‘Uscirne vivi’ c’è un segmento che si chiama ‘Finale’, in cui sono raccolti quattro racconti di matrice autobiografica. A proposito di questa sezione disse: “Questi racconti formano un capitolo a sé, autobiografico nel sentire sebbene non, talvolta, interamente nei fatti”. Questa condizione di ‘sentire’ la storia, di permettere al lettore di accedere al suo universo interiore, al di là di quanta aderenza ci sia con la vita dello scrittore, è la più alta espressione di una certa letteratura che uno scrittore può donarci: una capitalizzazione del proprio mondo interiore che sgretolandosi nelle parole diventa lessico a portata di tutti. Questo mondo immaginifico – dalla spigolosa vastità dell’Ontario fino ai profondi cambiamenti avvenuti durante il secondo novecento, dalle cucine ricoperte di linoleum, alle piccole cittadine piovose canadesi e agli arcipelaghi di donne e uomini che le hanno abitate – come pure sottolineava la motivazione espressa dall’accademia di Svezia che nel 2013 le ha conferito il Nobel, ha il dono di amplificare l’universo immaginifico di chi lo legge, permettendo quella comunanza vertiginosa che sporadicamente accade tra un autore e il suo lettore. Munro è la voce dei racconti, quella che da bambini volevamo ascoltare distesi sotto le coperte, o quella che da adulti vogliamo ci tengano per mano, e ci accompagnino, prima di spegnere la luce.

 

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Autore

rossellamilone@minimaetmoralia.it

Rossella Milone è nata a Pompei nel 1979 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di racconti Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2025), La memoria dei vivi (Einaudi 2008), Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2007) – per la quale ha ottenuto una menzione al Premio Calvino - e  Per Laterza è uscito nel 2001 Nella pancia, sulla schiena, tra le mani, Per Einaudi sono usciti i romanzi Cattiva (2018) e Poche parole, moltissime cose (2013). Del 2023 è la novella Gli analfabeti, per Industria&Letteratura, proclamato libro del mese di Fahrenheit e classificato al terzo posto nelle classifiche di qualità de L'Indiscreto.  Per minimum fax ha pubblicato il racconto Un posto nel mondo all’interno dell’antologia L’età della febbre. Collabora con diverse testate giornalistiche e coordina l’osservatorio sul racconto Cattedrale.

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