«Un bel tiro può fermare il tempo. A volte è l’unica cosa che può farti sentire in pace».

Sul campo da squash la giocatrice è sola. L’avversaria è un’altra anima solitaria. Conosciute le regole, scelte le racchette, le palle e la loro capacità di rimbalzo e di prendere velocità man mano che la partita avanza, chi gioca è sola davanti a un muro e con quel muro deve avere a che fare. Il muro scuro di fronte e gli altri muri, oltre i muri il pubblico. Se si guarda una partita di squash ignorandone le regole si pensa che chi è in campo faccia parte della stessa squadra e che insieme si affronti il muro. Ma si è soli e quando ci si allena in lunghe sedute per imparare a controllare velocità, misura e rimbalzi, è chiaro che si sta giocando contro un muro, che è il preparatore atletico e tecnico ed è il nemico. La solitudine di chi sta in campo è una regola non scritta, ma vale quanto uno schema ed è da questo aspetto che bisogna partire quando ci si mette a leggere T il bel romanzo di Chetna Maroo, pubblicato da Adelphi e tradotto da Gioia Guerzoni.

Non so perché, ma mi sembrava importante non guardare altrove, far finta di aver fissato un punto nel vuoto anche prima.

La palla da colpire con la racchetta è cava, è di gomma e contiene una goccia d’acqua. La palla pesa circa 23 grammi, poco più del peso dell’anima, come nel film di Iñárritu. Quando muori perdi 21 grammi, la consistenza dell’anima, quando colpisci la palla da squash sposti ripetutamente in avanti 23 grammi, verso il muro, verso chi gioca con te, verso te stesso. È la tua anima che muovi in avanti e che poi ti rimbalza sul muro e contro? Forse (ma è solo un’ipotesi) è una delle domande che potrebbe essersi posta l’autrice quando ha cominciato a scrivere questa storia dolorosa e piena di tenerezza, dove il lutto (la perdita) e lo squash (la vittoria / la sconfitta) viaggiano di pari passo e se sembrano, fino a un certo punto, il secondo la conseguenza del primo, si capirà presto che sono più semplicemente aspetti complementari. Lo squash scelto come strumento dell’elaborazione del lutto ne diventerà solo un aspetto, come il silenzio, le lacrime, la preghiera, la malinconia. Cose che appartengono alla vita.

Gopi – la protagonista del romanzo – ha undici anni quando perde sua madre. Lei, suo padre e le sue due sorelle (di poco più grandi di lei) sono perduti e disorientati. Rispetto al genitore, loro tre attraversano insieme al dolore anche il paesaggio della crescita, i cambiamenti del corpo e sentimentali, sperimentano nuovi modi di relazionarsi agli altri e tra di loro.

Le tre sorelle amano poi la notte, quello spazio di silenzio dove tutti dormono e altre cose possono accadere. Di notte potrebbe, non sempre, ma ogni tanto, la mamma tornare e parlare con loro. La famiglia è di origine indiana e fa parte di una  vasta comunità che popola l’Inghilterra e la Scozia (parte del romanzo si svolge infatti a Edimburgo). La zia Ranjan pensa che le tre sorelle siano delle piccole selvagge, poco disciplinate e tendenti a non rispettare le regole della collettività indiana; vedendo il loro padre in difficoltà, e non avendo figli suoi, si offre di prenderne una con sé e con suo marito. Il padre però, almeno inizialmente, ha altre idee e dice con chiarezza che hanno bisogno di appassionarsi a qualcosa che le distragga dal dolore e che le accompagni per tutta la vita.

Qualcosa che da elaborazione passi a diventare passione, qualcosa come lo squash. Seguono lunghe e quasi ossessive sedute di allenamento, si capirà presto che, attraverso le figlie e lo squash, il papà cerca il suo strumento di attraversamento del dolore, perché davvero è sempre più disorientato. Lui, sul serio, non sa che fare.

Quando sei in campo, durante una partita, in un certo senso sei solo. Ed è così che dovrebbe essere. Devi trovare una via d’uscita. Devi scegliere i colpi e crearti lo spazio di cui hai bisogno. Devi difendere la T. Nessuno può aiutarti. Nessuno può concentrarsi per te o aver paura di perdere al posto tuo. Eppure, a volte accade il contrario. In campo, tutto ti sembra di essere fuorché solo.

Delle tre la più brava e determinata sul campo è Gopi, ed è lei la voce narrante. Il suo sguardo da ragazzina condurrà la lettrice e il lettore, avanti e indietro, tra cameretta e campo da gioco. Tra le pareti del campo e quelle di casa, spostando in avanti sé stessa insieme ai 23 grammi della pallina, crescerà. Imparerà – tra mille dubbi e domande – cosa fare dei suoi sentimenti, della vita in generale, come comportarsi con le persone adulte o coetanee che incontrerà, come colpire la palla col tempo giusto, come spostarsi e muoversi prima o dopo un rimbalzo.

Gopi racconta un anno di vita, è l’anno di lutto, perciò, è il tempo della perdita e dell’assenza. Del vuoto come il suono della pallina che cade durante gli allenamenti in solitaria. Gopi sperimenta perdita e dolore, capisce il senso dell’assenza, ma anche qualcos’altro, comprende la disperazione del padre, e avverte qualcosa verso sé stessa e gli altri, quella cosa che chiamiamo tenerezza. Cambia il suo corpo e cresce la determinazione, il desiderio cammina sottobraccio all’aspirazione. L’anno di lutto è anche l’anno in cui si imparano nuove regole e si impara a trasgredirle. L’anno in cui si impara.

Mi sembrava strano che certe cose fossero nitide, come quelle racchette che spuntavano dalle borse, mentre fuori tutto appariva così misterioso.

Chetna Maroo ha scritto un romanzo originale che ci ricorda che le strade della memoria, della crescita e del senso di perdita sono infinite, alla scrittrice il compito di disegnare una trama nuova, uno spazio diverso entro il quale chi legge possa colpire la palla col giusto rimbalzo, abbracciare una madre ancora una volta. Maroo ha uno stile molto pulito, essenziale; è ironica quando occorre, è compassionevole ed è – soprattutto – capace di vedere nei suoi personaggi e attraverso di loro.

Durante tutto il romanzo, la sera, il padre delle tre ragazze, scrive lettere a un amico lontano, le imbusta e le lascia in ingresso, in modo che siano spedite il giorno dopo. Le figlie non le aprono mai e si convincono che il padre e l’amico si raccontino fatti d’infanzia, ma per Maroo non può essere soltanto questo. In quelle lettere ci sono la disperazione e l’amore che il padre prova, il suo sgomento, ci sono tutte e le parole e gli abbracci che vorrebbe dare alle figlie ma non riesce, ci sono i baci che vorrebbe dare a sua moglie ma non può. Almeno così immaginiamo.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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