serie tv Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/serie-tv/ un blog di approfondimento culturale Thu, 21 May 2026 09:03:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg serie tv Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/serie-tv/ 32 32 Storie che non trovano pace: Davide Ferrario e la crisi del finale https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storie-che-non-trovano-pace-davide-ferrario-e-la-crisi-del-finale/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storie-che-non-trovano-pace-davide-ferrario-e-la-crisi-del-finale/#respond Fri, 22 May 2026 09:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57478 di Rita Charbonnier Eravamo a casa sua, a Brixton, sud di Londra. Sfogliava una copia di “The Guardian”, uno dei giornali per cui scriveva. Iniziò a leggermi un articolo di un suo collega, ma arrivato neanche a metà s’interruppe e appallottolò la pagina. «Non vale la pena di andare avanti» disse. «Il seguito non è […]

L'articolo Storie che non trovano pace: Davide Ferrario e la crisi del finale proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Rita Charbonnier

Eravamo a casa sua, a Brixton, sud di Londra. Sfogliava una copia di “The Guardian”, uno dei giornali per cui scriveva. Iniziò a leggermi un articolo di un suo collega, ma arrivato neanche a metà s’interruppe e appallottolò la pagina.

«Non vale la pena di andare avanti» disse. «Il seguito non è un granché.»

«Come sarebbe?»

«Solo la prima parte è ben scritta, il resto è tirato via. Sempre, in qualunque giornale. Perché i lettori scorrono solo gli inizi: alla fine nessuno arriva più.»

Vent’anni fa, Oliver lo diceva di sfuggita, e a proposito di articoli giornalistici (che in inglese si chiamano “stories”): inutile perder tempo a cesellare un finale che nessuno leggerà. Una resa dell’autore al disinteresse del fruitore. Oggi la crisi del finale sembra essere diventata un fenomeno enorme che investe le narrazioni ampie, il cinema, la serialità. Davide Ferrario lo pone al centro di un libro Einaudi, La fine della fine; lo stesso titolo, curiosamente, di un pezzo di Giacomo Papi uscito su “Il Post” nel 2017.

Regista e sceneggiatore di lungo corso, Ferrario parla dall’interno del cinema d’autore e individua un responsabile: la mutazione tecnologica. A partire dall’invenzione del telecomando e poi delle videocassette, la modalità di fruizione della narrazione per immagini ha iniziato un vertiginoso processo di trasformazione che ha rotto il patto millenario tra chi racconta e chi ascolta.

“Per la prima volta nella storia lo spettatore ha la possibilità non solo di crearsi un proprio palinsesto privato, ma anche di intervenire sul flusso narrativo di ogni singolo evento che sta vedendo” (pag. 13). E se il tempo della fruizione è frammentato, interrotto, ricomposto a piacere, il finale perde la sua funzione. Non è più il punto di arrivo, è solo l’ultima cosa. Lo spettatore, anzi, lo vive come una privazione (“che peccato, non potevano andare avanti ancora un po’?”).

Papi, nel suo articolo, dava invece una lettura economica del fenomeno. Il finale che non arriva mai è una strategia di mercato: rinviare una conclusione serve a trasformare lo spettatore in abbonato, l’acquisto in noleggio, il consumatore episodico in consumatore a vita.

Tre piani diversi. La resa (o la pigrizia) dell’autore; il progresso tecnologico; la strategia industriale. Ne manca forse un quarto: il punto di vista di chi ha scritto storie nella lunghissima serialità televisiva, una zona della filiera nella quale il finale non è mai stato una categoria praticabile ed è anzi un evento paventato, perché la chiusura della serie significa la disoccupazione.

Nel glorioso passato della televisione lineare, abbiamo avuto serie fantastiche con finali eccellenti che ci hanno avvinti fino all’ultimo secondo. Esempi paradigmatici, tutti americani: Six Feet Under (2001) ha uno dei migliori finali mai concepiti, e sembra si sia conclusa semplicemente quando gli autori hanno deciso che non c’era più materia buona da narrare. Anche Breaking Bad (2008) finisce come meglio non si poteva, perché la conclusione è congrua con le premesse; ne manifesta uno sviluppo necessario dal punto di vista autoriale. The Shield (2002), invece, aveva un finale deludente poiché contraddiceva il punto di vista dell’intera opera. Per intere stagioni noi spettatori eravamo stati solidali con un protagonista immorale e affascinante, che in ultimo veniva punito come se fosse stata una cosa giusta. (Un capovolgimento tale da far sospettare una ribellione degli sceneggiatori all’interruzione forzata di una bella esperienza).

Il finale è un atto di responsabilità, che manifesta il pensiero di chi narra. Una storia è un organismo complesso all’interno del quale ogni elemento ha una funzione, e il cuore dell’organismo è il punto di vista dell’autrice o dell’autore; l’esito ne è la conseguenza.

Anche la mia relazione con Oliver ha avuto un esito, e non è stato indolore. Un finale può essere un atto di responsabilità in diversi tipi di “storie”: verso se stessi, verso l’altro o l’altra, così come verso il proprio racconto e chi lo ascolta. Trascinare qualcosa che non ha più nulla da dire, per paura della perdita o per inerzia, non è gentilezza, è procrastinazione. Scrivere la parola fine può essere traumatico quanto necessario.

Sempre che si operi in un sistema che consente di scriverla come si vuole.

Qualche settimana fa, sui profili social degli sceneggiatori italiani circolava un pezzo di Stefania Stefanelli uscito su uno dei principali siti dedicati al sistema televisivo, “davidemaggio.it”, intitolato “La fiacca dell’autorato seriale”. Un attacco frontale agli ideatori di storie, che al giorno d’oggi non sarebbero più in grado di idearne. Gli sceneggiatori si limiterebbero a rielaborare materiale preesistente: romanzi (come se trasporre un romanzo per l’audiovisivo fosse un esercizio di copia e non un atto creativo in sé) o fatti di cronaca (idem).

La risposta degli autori di fiction è stata: non è colpa nostra. “Le idee originali non mancano. Il problema è che il sistema, quasi mai, permette loro di arrivare vive fino allo schermo” ha scritto su Facebook Nicola Guaglianone. La discussione si è polarizzata sui due fronti: insipienza degli autori da un lato, deriva del meccanismo industriale dall’altro.

Mi sembra che la limitazione alla libertà autoriale non sia un fenomeno recente. Quasi vent’anni fa, all’epoca di Oliver, lavoravo nella lunghissima serialità televisiva e notavo con sgomento come alcuni argomenti fossero tabù: contraccezione e aborto, per esempio. Il termine “preservativo” veniva cancellato in editing, le reti generaliste non lo lasciavano passare. Quando una ragazzina incinta entrava in scena, e spesso ci entrava, il copione doveva portarla per forza alla decisione di tenere il bambino. Così si concludeva la sua storia, una delle tante che si intrecciavano nel flusso della narrazione; perché una serie di quel tipo, in linea teorica, dura per sempre, ma al suo interno ci sono archi narrativi che hanno un epilogo ed esprimono un punto di vista. Che in quel caso, probabilmente, non era quello degli sceneggiatori. O almeno non il mio.

Gli sceneggiatori hanno sempre lavorato all’interno di cornici vincolanti: palinsesti, target, format, linee editoriali. Non è la novità della fiction contemporanea, è una costante storica dell’industria audiovisiva. Quel che è cambiato è la forma del controllo: prima il direttore di rete e la società di produzione, oggi le piattaforme, gli algoritmi, gli indicatori che registrano quanto a lungo gli spettatori rimangono davanti a un prodotto audiovisivo e in quale punto lo abbandonano. E come espone Ferrario nel suo libro, nella tivù generalista la fiction era un appuntamento fisso, quasi rituale, mentre con lo streaming è diventata flusso, compagnia, sottofondo. Le serie, poi, competono con i social, i videogiochi, i podcast, le “stories” di Instagram… siamo tutti ebbri di contenuti d’ogni tipo e quando l’offerta esplode, la scelta diventa difensiva. Si torna verso ciò che è già noto. Riconoscibilità immediata, quindi, adattamenti, sequel e prequel. L’originalità rappresenta il rischio concreto che lo spettatore ti abbandoni, e l’abbandono è l’indicatore più temuto.

Con qualche eccezione. Sublime esempio del 2025: Adolescence, originale e autoconclusiva. Segno che forse il finale non è definitivamente morto; è solo diventato un gesto controcorrente.

Oliver, probabilmente, non sarebbe d’accordo. In ogni caso, avrebbe già appallottolato la pagina.

L'articolo Storie che non trovano pace: Davide Ferrario e la crisi del finale proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storie-che-non-trovano-pace-davide-ferrario-e-la-crisi-del-finale/feed/ 0
Dostoevskij (senz’aria) https://minimaetmoralia.it/arte/dostoevskij-senzaria/ https://minimaetmoralia.it/arte/dostoevskij-senzaria/#comments Thu, 18 Jul 2024 14:06:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53995 Questo articolo non contiene spoiler “Sono sette euro. Lo sa, vero, del problema della sala 8?”, me lo dice porgendomi due foglietti attaccati, con lo sguardo stanco e lacero di chi vede poco la luce. È la ragazza riccia con gli occhiali rossi che fa i biglietti al multisala di provincia, una struttura triste, svuotata […]

L'articolo Dostoevskij (senz’aria) proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo articolo non contiene spoiler

“Sono sette euro. Lo sa, vero, del problema della sala 8?”, me lo dice porgendomi due foglietti attaccati, con lo sguardo stanco e lacero di chi vede poco la luce. È la ragazza riccia con gli occhiali rossi che fa i biglietti al multisala di provincia, una struttura triste, svuotata dai numerosi negozi che quindici anni fa lo rendevano un centro alla moda in cui trascorrere i sabato pomeriggio, mangiare schifezze e guardare film commerciali. Oggi è il fantasma di se stesso. Comunque annuisco alla ragazza e sparisco all’imbocco della scala mobile. Ho sentito parlare di questa sala 8, del caldo che vi abita, dell’angoscia che crea in giornate come questa in cui la colonnina del termometro segna 36.3 alle 18.30. Nonostante tutto sono qui, con due biglietti in mano: spettacolo delle 18.50 (I atto) e spettacolo delle 21.30 (II atto) per un totale di 279 minuti da trascorrere dentro la sala 8, senza aria condizionata da nessuno sa più quante settimane. Il motivo per cui si fa una cosa simile è uno solo e risponde al cognome D’Innocenzo.

Sono tornati a gemelli selvatici del grande cinema, e come ogni atto di fede che si rispetti, si onora questa nuova opera – Dostoevskij – presentata alla Berlinale lo scorso febbraio e al cinema in un evento unico, solo dall’11 al 17 luglio – secondo i dettami imposti dal talentuoso duo. In sala, rigorosamente in una volta sola. One shot. Perché poi Dostoevskij arriverà su SKY in autunno assumendo la forma della serialità, formato in cui molti hanno già incapsulato questo prodotto ma che, per chi scrive, risponde solo alla natura di film. Ho avvisato preventivamente alcuni amici della mia scelta – che loro definiscono coraggiosa – e mi hanno consigliato di portarmi dietro il mini ventilatore che uso anche in ufficio. Adesso è nella mia borsa, dubito di usarlo, produce un suono fastidioso seppur leggero che disturberebbe me e i presenti – sei, altrettanto coraggiosi – nella sala 8. Quando Dostoevskij inizia, capisco che del caldo non mi dovrò più preoccupare, che il cinema si è già manifestato dopo pochi minuti, con tutto lo sporco, il degrado, gli insulti, i liquidi biliari dei corpi che danno vita a questo possente gioco del dolore. E io devo solo pensare a salvarmi: tuffarsi o restare a bordo piscina?

La storia è quella di Enzo Vitello (Filippo Timi), un poliziotto dal passato guasto e dal futuro inevitabile, che si trova a indagare sulla scia di sangue di uno spietato omicida seriale soprannominato Dostoevskij a causa delle lettere piene di dettagli macabri che lascia sulla scena del crimine. Ma Vitello vive profondi tormenti soprattutto per il difficile rapporto con la figlia Ambra (Carlotta Gamba) da lui abbandonata anni prima e pesantemente avvolta dalla scia della tossicodipendenza. Enzo assume su di sé la responsabilità di catturare Dostoevskij quasi come un’ossessione dettata forse da un’inconfessabile vicinanza di pensiero. Un poliziotto e un assassino, entrambi intangibili, sfuggenti, entrambi fantasmi, che procedono al buio nel buio della coscienza, sviscerando assieme una solitudine che tutto assorbe e tutto ingloba. Dostoevskij segue l’indagine più complessa di tutte: il vero crimine è forse vivere?

E chi lo conosce, lo sa bene: nel cinema dei fratelli D’Innocenzo le domande non cadono mai nel vuoto. I crimini commessi da tutti i personaggi di Dostoevskij sono intarsiati nei loro corpi, nelle loro movenze, nelle loro voci (alcune evocative come quella “di un cazzo di prete”, altre sognanti, altre acide, melliflue), nelle loro mani. L’oscenità dell’animo nasconde sempre un perché, una radice, spesso già malata ma che è stata vita e luce almeno fino a un certo giorno della nostra esistenza. Se c’è una cosa in cui il cinema spesso fallisce è la rappresentazione di un dolore reale. O di un fastidio. Solo chi ha vomitato spesso – e non per i classici e sciocchi motivi alcolici – sa quanto quella sensazione che precede l’esatta espulsione del marcio sia debilitante. Quanto il corpo possa sentirsi in balia degli eventi, non ancora svuotato dell’alieno ma incapace di rispondere di sé. Quanto il corpo non possa sopportare il minimo movimento, quanto la bocca si rifiuti di proferire parola. Il nostro volto si tramuta, assumiamo contorni angolari, la pelle si fa tirata, gli occhi piccoli e infossati. Quando mi guardo allo specchio poco prima di vomitare quasi non mi riconosco. Solo la liberazione della fuoriuscita ci ricompone, lasciandoci in uno stato di imbambolamento generale, quasi una regressione infantile per cui vogliamo solo andare a letto ed essere accuditi.

La grammatica del dolore, fisico e mentale, violento e autolesionista, che esibisce il marciume e le sfattezze, viene registrata dalla regia terragna dei D’Innocenzo e dalla meravigliosa fotografia di Matteo Cocco, regalando almeno una cinquina di scene madri che rimarranno nella storia del cinema italiano. E, senza fare spoiler, una si interessa al vomito – reale, rumoroso, perfetto – dell’Antonio Vitello di Filippo Timi. Si tratta di un momento chiave nella cronologia degli eventi perché il poliziotto viene destato dalle azioni del killer. Una telefonata che gli fa cambiare immediatamente desiderio. Dopo le pasticche, la volontà di chiudere tutto, il vomito – liberatorio, rigenerante – e con esso la telefonata, “Cristo Santo Enzo dove cazzo stai? È successo un macello qui”. Mentre osservo commossa Timi che si infila le dita in gola per scacciare la cancellazione di sé, capisco che mi sono già tuffata.

Molto spesso si parla a casaccio della fisicità degli attori italiani, sottolineando il nervosismo di corpi dimagriti oltre misura, di altri appesantiti con fatica, relegando il concetto di muscolarità attoriale a una perdita o a un aumento di peso. Come se tutto dovesse passare da una trasformazione palese. Ecco, la prestazione di Timi e la danza che i D’Innocenzo gli disegnano addosso non hanno niente a che fare con questa concezione vagamente naif della dura e pura idea di studio attoriale, di scuola americana. Filippo Timi è un attore fisico in ogni frammento di Dostoevskij: lo è quando cammina, trascinando le gambe magre e i pantaloni larghi, lo è quando sta fermo e fissa la figlia – una straordinaria Carlotta Gamba, benedetta e marcia trapezista della disperazione, maga preraffaellita del dissolvimento – mentre si ingozza, affamata da giorni, di bomboloni al cioccolato. È fisica la stessa Gamba, che indossa il vuoto con la classe della passerella e i vestiti lisi – sempre gli stessi – come fosse fatta con lo stampino ogni volta che entra in scena, con quel giubbino arancione/aranciata, quasi costume simbolo di una promessa non mantenuta. Lo è quando si ritrae nelle spalle magre, quando scatta rapida come un gatto arrabbiato. E nel moto violento con cui Gamba divora la colazione, ritrovo perfettamente i volti muscolari di Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti che mangiano i panini con la cicoria nella scena d’apertura de La terra dell’abbastanza – divorando, afferrando pezzi, parlando con la bocca piena, triturando gomme che sanno de cicoria, il tutto a una velocità impazzita, con una voglia vorace.

La scelta e la direzione attoriale anche stavolta godono di una stato di profonda grazia: oltre ai numeri primi Timi e Gamba, è doveroso sottolineare quanto Federico Vanni, Leonardo Lidi, Gabriel Montesi, Luca Lionello, Giulia Salvarani e un irriconoscibile Nicola Rignanese (trovatelo!) siano epidermicamente perfetti nella pasta sonora dell’opera lirica di Dostoevskij. Non capita spesso di ritrovarsi nelle scelte dei volti, dei colori e degli sguardi dell’intero cast, quasi un mondo che parla la stessa lingua e osserva e odia e ama con la stessa intensità.

“Cosa vorresti fare nella vita?”, chiederà Ambra a suo padre in una scene che è uno squarcio struggente nella vita di Enzo, e  in un ribaltamento dei ruoli che torna più volte e disarma. Chi è il bambino? Chi l’adulto? Perché uno è scomparso prima e l’altro oggi sembra non saper far altro che fuggire? Enzo Vitello è un uomo divorato da un male oscuro, che “si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita” come scrisse Carlo Emilio Gadda per il suo don Gonzalo. A scoscendere la vita, Enzo sembra pensarci anche durante la colonscopia a cui si sottopone per gli atroci dolori allo stomaco. Nella poetica di una sedazione ospedaliera, delle firme sui moduli per il consenso, del lettino asettico, del buco del culo, troviamo una dimensione onirica di sospensione e dubbio. Ciò che appare sempre più chiaro è che non si tratta più solo di indagare sul killer Dostoevskij, sul prossimo omicidio: è Vitello l’altro grande documento da analizzare, da sondare, letteralmente con una microcamera. Ciò che il sondino ci restituisce, mentre Enzo dorme e sogna, è una cavità abitata: muscoli e membrane che si muovono attivando la meccanica delle contrazioni dolorose di un uomo che soffre.

La comprensione, sia essa di un malessere fisico o di uno smembramento morale, viene ricercata spesso nei dialoghi di Dostoeveskij come se accettare il Mostro, accogliere l’indicibile, necessitasse di una cognizione misericordiosa: “Io non faccio cose che non capisco” dice lapidaria la signora cara della reception, “sarebbe bello capire qualcosa”, confessa con dolcezza misteriosa il fratello del professor Ambrosoli. Ma non sempre è possibile comprendere l’abisso e allora lo si deve abbracciare, passivamente, consci che la propria natura possa tramutarsi.

Ci si interroga spesso, durante le ore trascorse con e dentro Dostoevskij, sullo stato biologico dei corpi di Timi e Gamba, quanto siano rispettivamente doloranti o intossicati, quante ulcere stiano lacerando lo stomaco di Enzo o quante pasticche dai nomi impossibili abbia in corpo Ambra. Dalla danza dei loro corpi, dalle acrobazie delle loro voci, si può provare a intuire il loro stato di alterazione. I rumori che emettono questi corpi – i rutti, lo strascichio dei piedi, gli sbadigli, le mascelle che tritano e divorano – occupano uno spazio significativo nella descrizione di un’umanità in movimento, amica dell’errore, nemica delle certezze: ma è su tutta la catena sonora che i D’Innocenzo lavorano con un amore viscerale, con una cura infinita. Ma non è il momento di scriverne, ci sono sincronizzazioni che non si sono ancora depositate a dovere nella mia memoria sonora. In ogni caso, tanto nella scelta dei brani non originali (Angel Olsen, Egisto Macchi, Alan Sparhawk) quanto nella colonna sonora affidata al polistrumentista americano Michael Wall fino al lavoro di presa diretta (soprattutto per il secondo atto in cui la campagna notturna sembra gridare) i fratelli decidono di inchiodare nel nuovo immaginario cinematografico sequenze sonorizzate con intelligenza bestiale e classe sopraffina. Ma, ripeto, non riesco a parlarne adesso.

C’è da capire quale sia l’unica ricerca che interessa ai D’Innocenzo: Dostoevskij scaccia ogni dubbio e  conferma che si tratta dei rapporti umani, di come ci relazioniamo agli altri, di come lo facciamo con noi stessi, con i nostri demoni. Per fare i conti con la propria interiorità dobbiamo trovare la forza di toglierci di dosso tutto lo sporco accumulato nel tempo perché, come ricorda Antonio a Enzo, “chiunque va a pulire una cantina ne esce sporco e noi siamo sporchi da vent’anni”. E sta parlando di tutti noi, di quelli che hanno scelto di essere qui e sporcarsi per cinque ore, di sporgersi e lasciarsi inghiottire. In questo Dostoevskij potrebbe suonare anche come un’opera doom metal, tanta è la cupezza sporca e gutturale della sua scrittura.

Per queste vite che non sono catalogabili, i D’Innocenzo scelgono la parte scomoda, quella che puzza, che rumoreggia, quella che preferisce i peggiorativi, i disfemismi, alle costanti migliorie, alle attenuazioni. E anche i luoghi, le strade, gli incroci, i palazzi, sembrano sottostare a questa natura storta, incompleta, sghemba, manipolati anch’essi dai corpi che li abitano. Non si avverte mai l’assenza di luce – ce n’è eccome in Dostoevskij, basta scovarla fra i crepacci del vissuto di molti personaggi – piuttosto la mancanza di aria. E non so se è il calore della sala, il calore che è fuori da questa sala 8, so che questo grande e lungo film toglie spesso il respiro, con la conseguente sensazione di ritrovarsi bloccati, in una stanza senza ossigeno, tanto è maestosa la difficoltà delle vite degli altri. Si boccheggia nell’Italia immaginaria e immaginifica di Dostoevskij in cui pare esserci né troppo freddo né troppo caldo, dove non esistono inflessioni dialettali, le insegne, i confini. Manca l’aria come via d’uscita, come possibilità di riscatto. Manca la parola possibilità, a chiunque: è tutto lurido, triste, provinciale e soffocato da una patina di stanchezza. I volti – straordinari nella loro depressione caspica – sono spenti e i giovani poliziotti usano palline antistress perché quella vita non è affatto comoda come ci è stata raccontata da un certo cinema americano. I colleghi ci odiano, ci offendono, ci menano. E una volta usciti da quel buco buio, non si può che cercare di avere una vita normale, una famiglia, di dormire la notte, anche se i sogni, boh, chi se li ricorda più.

C’è una scena, straziante, dolcissima, in cui Enzo scaccia le mosche dalla colazione zuccherina della figlia che nel dualismo puro/impuro lacera per la sua fragile tenerezza. E che sembra lasciar entrare uno spiraglio nella creazione di una cura dell’altro finora molto complessa. Gli ultimi, scandagliati dal cinema dei D’Innocenzo, riescono a prendersi cura degli altri ultimi come loro? Sebbene Enzo non paia sforzarsi – di far trovare un’abbondante e golosa colazione ad Ambra, di rifare un letto alla perfezione, di migliorare il suo aspetto – è come se avvertissimo sempre una minima resistenza in quel coinvolgimento affettuoso. Enzo e Ambra sono figure al limite, respingenti eppure ci provano, anche se per poco, a essere luce per l’altro, a non ignorarsi.

Dostoevskij parla di scrittura, di creazione intellettuale e lo fa mettendo in scena la materialità artigianale di un girato in pellicola, 16 mm, concreta, corporea, dalla grana volutamente grezza, piena di graffi, sporcature, fuorifuoco e buio improvviso, bruciature di una fiamma antica (“un corpo non è mai così vero come quando sta bruciando”), un manto che avvolge e invischia fino alla liberazione, l’unica, nella natura, sul finale, nel sole e nel verde di un paesaggio quieto, puro. E proprio questa materialità ricercata nell’utilizzo della pellicola, in tempi liquidi e digitali, torna anche nella scelta di un mobilio massiccio per il commissariato sgangherato di Vitello, torna nell’assenza di pc ultramoderni, torna nei monitor a tubo catodico, torna nell’uso ossessivo delle penne, torna nei menu di carta plastificata. Come se l’oggi col suo portato di app e aggiornamenti continui non fosse così necessario per andare alla ricerca di un assassino, e di se stessi. Si può fare a meno del presente quando si è intrappolati in un dolore troppo antico, sembra urlarlo Vitello, rimasto incastonato nel tempo che fu, quello che di un padre che si rende degno del figlio che ha generato, citando il vero Dostoeveskij e i suoi Karamazov.

Così come accadeva con il diario scritto a penna verde in Favolacce, le visioni e la fantasticheria guasta e immorale della regia compatta e incazzata dei D’Innocenzo, si mette in moto grazie alla natura epistolare dei manoscritti lasciati dal killer, prodotti con una calligrafia ordinatissima, una sintassi chiara, un vocabolario crudele e molesto, a loro modo piccoli fragilissimi film di letteratura. È una dichiarazione d’amore dei fratelli D’Innocenzo nei confronti della scrittura, del suo potere rivelatorio di fornire esperienze che nessuno potrebbe mai vivere ma incessantemente ricerchiamo; un atto d’amore puro in mezzo a un oceano di randagismo e morte. Il crepitio della disperazione dona una densità difficile da misurare a una serie ossessiva come ossessivo deve essere stato lavoro di chi l’ha realizzato. Sempre più sinceri, più ruvidi, più veri, più incompiuti, più amorevoli: si chiamano Fabio e Damiano D’Innocenzo, sono fratelli. E non hanno paura di niente.

Devi dire ok. Devi dire ok. Devi dire ok che i D’Innocenzo sono i più bravi di tutti.

I fiumi sono lunghi, e pieni di acqua, dice Ambra. Il fiume scorre, il suono della natura l’accompagna nella ricerca di una memoria condivisa, di un ricordo che possa diventare qualcosa di sereno, accettabile, umano. E mentre l’acqua di quel rivolo si muove incessante, a scorrere sono i titoli di coda meno desiderati di sempre. Dostojevski potrebbe durare altre cinque ore. Non percepisco più il mio corpo, sudo ma non soffro, non so se ho fame ma avverto l’odore del cheeseburger che ho in borsa affievolirsi sempre più. Sul cellulare trovo un messaggio di Agnese che mi chiede se sono sopravvissuta senza aria condizionata. Mi scappa un mezzo sorriso. Ho quasi freddo stasera. L’acqua continua a scorrere, e alla fine, quel pesce bellissimo individuato da Ambra, è parso di vederlo anche a me seduta tutta storta al posto 7 della fila D di un anonimo multisala di provincia.

L'articolo Dostoevskij (senz’aria) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/dostoevskij-senzaria/feed/ 3
La lotta di classe di Rowan Atkinson https://minimaetmoralia.it/serie-tv/la-lotta-di-classe-di-rowan-atkinson/ https://minimaetmoralia.it/serie-tv/la-lotta-di-classe-di-rowan-atkinson/#respond Mon, 08 Aug 2022 07:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50952 In questi nove brevissimi episodi, Rowan Atkinson interpreta Trevor Bingley, un ultracinquantenne fallito sia sul piano lavorativo che affettivo: è un uomo separato, ha una figlia con cui parla solo attraverso il telefonino, si adatta a lavori precari che puntualmente perde per la sua dabbenaggine.

L'articolo La lotta di classe di Rowan Atkinson proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Fabio Stassi

L’avremmo pagata, prima o poi, diceva Buster Keaton, la nostra aggressione alla proprietà privata e ai suoi simboli. Lui, e Charlie Chaplin, Stan Laurel, Oliver Hardy. L’avrebbero pagata perché nessuno come loro aveva attentato agli inviolabili principi dell’american way of life. Alla sola sacralità sopravvissuta in Occidente, quella dell’economia e del possesso. La casa, l’automobile, il matrimonio. Tutti i miti di ieri, e di oggi. La città. Le vacanze. Gli elettrodomestici, i grandi magazzini, i sistemi di irrigazione. Anche i segni dell’arte, con le sue vanaglorie e le sue saccenterie. Niente, negli anni d’oro, si era salvato da quella furia demolitrice. Un pianoforte a coda; un quadro d’autore; gli assicuratori e gli imprenditori; i poliziotti e i giudici. Neppure le carceri e gli ospedali, o le fabbriche, o i mezzi di trasporto. Le bandiere nazionali. Gli alberi di Natale. Di fronte a una così sistematica opera di demolizione, per l’imbarazzo, e il riflesso della vergogna, bisognava quasi voltare la testa, evitare di guardare. E che fosse consapevole o accidentale, la loro insubordinazione, non aveva importanza: era un’eresia, comunque. Un anarchico cataclisma.

Il pubblico credette a lungo – e in parte lo crede ancora – di ridere della goffaggine che quei pasticcioni sgraziati manifestavano in ogni aspetto della vita, sia pratico che emotivo, e dei danni che i loro impacci provocavano: l’inettitudine è sempre stata una irresistibile dote comica. Ma la loro imperizia era così radicale, e irreversibile, da squarciare tutti i fondali e le finzioni che sottendono a ogni patto sociale. Credevamo di ridere di loro, del loro disagio: ridevamo invece, amaramente, della terribile ingiustizia e violenza che governano il mondo, e del nostro malessere nell’abitarlo. Assistere ai loro film era come mettere il piede nel vano vuoto di un ascensore. Precipitare. Assumere un altro punto di vista: quello di una comicità mancina, di quella comicità che irride il potere e il capitale in tutte le sue forme, e si fa beffe anche della guerra, che tra tutti i patti del potere è il primo. Di quella comicità che nasce da una necessità di riparazione: la necessità, cioè, di rimettere le cose a posto. Il contrario della comicità reazionaria che, come distingueva Pasolini, se la prende invece con il più debole, bullizza la diversità, si fa gioco dei difetti e dei difettosi. Che l’avrebbero pagata con l’oblio e l’abbandono, per la loro rivolta luddista, alla fine della carriera, era inevitabile, e l’aveva ben compreso Osvaldo Soriano che dedicò alla sagoma magrolina di Stanlio invecchiata malamente nella solitudine e nella dimenticanza un’ultima pantomima romantica.

Ogni tanto, vado a rivedermi su youtube Big business, che per Soriano era il cortometraggio più spassoso di tutti i tempi. Ancora mi magnetizza quel culmine di distruzione che dall’innocuo tentativo di vendita di un abete natalizio al baffuto proprietario di una villa californiana, con tanto di pipa in bocca, si abbatte sulla sua casa, sui mobili, sul giardino e, infine, sul famoso Modello T della Ford, l’auto del secolo, il prototipo di tutte le vetture industriali che avrebbero occupato il pianeta. Oggi suona quasi come un monito ambientalista, una protesta preveggente contro l’inarrestabile – e fatale per la terra – ascesa delle macchine e del capitalismo neoliberista. Una lettera nella bottiglia spedita a futura memoria dagli albori del disastro.

A lungo ho pensato che quella comicità non avrebbe avuto eredi, che andasse rubricata come un’altra delle tante sconfitte del Novecento, e una delle più significative e rovinose. Perché a vincere era stata l’altra, quella abbietta e fascista, aggressiva e volgare, rapace con i miti e mite con i rapaci, subalterna e cameratesca, sessista.

Poi, molti anni fa, mi sono imbattuto in Rowan Atkinson. La plasticità delle sue espressioni facciali nei panni di Mister Bean sembrava precedere l’invenzione del sonoro. Mi parve un attore nato fuori epoca, la cui fortuna poteva spiegarsi soltanto come una specie di errore temporale, di svista, una specie di nostalgia: sarebbe stata del tutto comprensibile nell’era del muto, ma oggi?  Da quel momento iniziai a seguirlo con grandi aspettative, nella speranza che potesse essere l’ultimo discendente di quella tradizione, che ai miei occhi nel dopoguerra avevano avuto soltanto il Monsieur Hulot di Jacques Tati, e forse Jerry Lewis, a tenerla in vita. Negli anni del postmoderno e del metalinguaggio, Rowan Atkinson divenne Johnny English, feroce parodia dell’agente segreto e del cinema di genere (e non stupirebbe vederlo evolvere ancora in un super-antieroe anti Marvel), e le platee di tutto il mondo continuarono a ridere pensando si trattasse soltanto di un gioco elementare e senza pretese, un gioco di deformazione e di caricatura da parte di un attore dotato soltanto del viso più buffo sbucato su uno schermo da molti anni in qua. E invece un gioco non era. Come quella dei suoi antenati, la maschera di Rowan Atkinson conteneva sin dall’inizio il seme di una contestazione, e molti altri, e imprevedibili, significati. Ma è soltanto nella miniserie uscita da un mese sul portale Netflix che il suo discorso mi è apparso ancora più chiaro e intellegibile, intenzionalmente e coerentemente legato alla linea tracciata da Keaton, Chaplin e Laurel & Hardy.

In questi nove brevissimi episodi, Rowan Atkinson interpreta Trevor Bingley, un ultracinquantenne fallito sia sul piano lavorativo che affettivo: è un uomo separato, ha una figlia con cui parla solo attraverso il telefonino, si adatta a lavori precari che puntualmente perde per la sua dabbenaggine. Tutto ha inizio dalla fine: Trevor si presenta in piedi come imputato davanti a un giudice. Sul suo capo, pendono quattordici accuse: negligenza, guida pericolosa, vandalismo, danno a opere inestimabili, incendio doloso. La corte lo dichiara colpevole, e gli chiede se ha qualcosa da dire. Trevor si dichiara molto dispiaciuto, aggiunge appena: Ma vede, c’era un’ape… Da qui prende a rievocare a ritroso tutti gli accadimenti che lo hanno portato a questa spiacevole situazione, a partire dall’ingaggio come sostituto per un ruolo di house sitter della lussuosissima villa di una giovane e facoltosa coppia in partenza per un viaggio (lei bella e petulante, di origine orientale; lui, collezionista d’arte, dall’aria vagamente europea). La casa è l’ultima versione, ipertecnologica, delle ville californiane di Stanlio & Ollio: è stata evidentemente progettata da qualche celebre architetto, ha un giardino impeccabile, arredi di design, e racchiude opere d’arte d’ogni tipo: sculture, quadri, installazioni, un Kandisky, un manoscritto medievale. Gli allarmi e le porte si attivano con le date di due battaglie navali, la cucina funziona a infrarossi, il rubinetto e i pensili si azionano a gesti. Oltre che della sicurezza, durante l’assenza dei proprietari, Trevor dovrà occuparsi anche della loro cagnetta, allergica alle nocciole. In garage brilla, immacolata, la prima E-type Jaguar mai prodotta.

È in questo ambiente che Trevor ingaggia una lotta mortale con un’ape. A prima vista, l’ape è la sua antagonista, la principale nemica, il pretesto che accende la miccia a ogni possibile disavventura. La caccia all’ape molesta scatenerà infatti un finimondo. Man vs beeUomo contro ape, sintetizza il titolo della serie. Ed è un fronteggiarsi senza esclusioni di colpi, in un crescendo mozartiano e apocalittico. Ma in realtà, l’ape è solo uno specchio della sua stessa condizione: per la precisione, non è un’ape, ma un bombo maschio, espulso dall’alveare dalle altre api femmine e costretto a una solitudine senza rimedio. Un altro senzacasa, vicario e provvisorio quanto lui, e quanto lui privo di amici. C’è una solidarietà sia esistenziale che di classe e di genere, tra i due. E piano piano affiora anche un’involontaria complicità: se nei primi episodi, la loro è una guerra tra poveri, negli ultimi si instaura una tacita e intima comprensione, tanto da generare il sospetto – come nelle comiche di Stan Laurel o di Buster Keaton – che siano proprio la casa, l’automobile (in questo caso una Jaguar), e persino la fruizione di un’opera d’arte, ossia tutti gli emblemi del benessere smisurato, i veri destinatari della loro reciproca rabbia. Fino all’estremo e liberatorio ricorso a un lanciafiamme. E di nuovo si crede di ridere della sproporzione e della ridicola inadeguatezza di queste maschere (i calzoni troppo corti di Charlot, le giacche fuori taglia di Stanlio, la fisica trasandatezza di questo custode), e invece è la sproporzione, lo squilibrio, la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza nel mondo che fa singhiozzare la coscienza. Insieme allo svelamento dell’impostura, della falsità di ogni potere.

 

L'articolo La lotta di classe di Rowan Atkinson proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/serie-tv/la-lotta-di-classe-di-rowan-atkinson/feed/ 0
In brevità vi dico https://minimaetmoralia.it/serie-tv/in-brevita-vi-dico/ https://minimaetmoralia.it/serie-tv/in-brevita-vi-dico/#respond Wed, 12 May 2021 12:03:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48574 Dove sta andando la serialità televisiva? Un articolo di Marco Mingolla, con gli interventi di Luca Pellegrini (Centovetrine) e Anita Rivaroli (Skam Italia) e una bonus track dedicata a "La linea verticale".

L'articolo In brevità vi dico proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Marco Mingolla

Chissà dove sta andando la serialità televisiva in Italia oggi. Me lo chiedo spesso. Me lo chiedo da autore, ma anche da appassionato fruitore, divoratore onnivoro di tutto ciò che è audiovisivo.

Mettiamo un po’ in fila le cose e cominciamo col dire che forse è arrivato il momento di distinguere la serialità televisiva che passa davvero in televisione, da quella che in televisione ci passa solo per i possessori di una smart tv. Non possiamo continuare a mettere sullo stesso piano o, meglio, pensare di chiamare con lo stesso nome le serie tv di Canale 5 (che ancora qualcuno chiama “fiction”) e quelle di Netflix, per esempio. E non è una questione di qualità, tanto per citare a sproposito i CCCP e darmi un tono. Potrebbe trattarsi di una questione tecnica.

Di certo, quello che è evidente è che i due mondi, in questi anni, si sono osservati molto. In alcuni casi hanno anche trovato degli accordi che, ne sono certo, nel prossimo futuro saranno sempre più frequenti.

Facciamo un passo indietro. Anno del Signore 2003. Elisa di Rivombrosa, regia di Cinzia TH Torrini: uno dei più grandi successi Mediaset di sempre. Due stagioni, 26 puntate, 100 minuti a puntata. L’intera prima serata. Telegatti a profusione e la consacrazione televisiva di Vittoria Puccini.

2019. Il processo, regia di Stefano Lodovichi. Sempre Vittoria Puccini protagonista. Unica stagione, 8 episodi, 50 minuti a episodio. In due occasioni ne sono stati trasmessi anche tre in una sola serata su Canale 5. Poi, dopo la messa in onda, via su Netflix.

Non è un percorso lineare, sia chiaro. Già vent’anni fa la tv generalista ci proponeva esperimenti a episodi brevi e, allo stesso tempo, oggi – sempre più sporadicamente però – ci  propina serie tv da puntatone coraggiose nel minutaggio.

Potrebbe essere una scelta artistica, che ha a che fare con i temi della storia, il linguaggio, la libertà espressiva degli autori. Oppure, come ci suggerisce Il processo, più banalmente, la possibilità di dare una seconda vita ai progetti sulle piattaforme streaming internazionali, che guardano con sempre più diffidenza la lunga serialità (da intendere sia nel numero delle stagioni, che nel minutaggio delle puntate).

Mettiamoci d’accordo. Facciamo che le serie tv da 100 minuti a puntata le chiamiamo in un modo e quelle da 50 le chiamiamo in un altro?

Ma è cambiato anche il pubblico. L’ho sentito dire qualche sera fa a Raoul Bova, protagonista di una certa televisione, durante uno show. L’ho sentito dire a proposito del fatto che Gabriel Garko (L’onore e il rispetto, 2015, 90 minuti a puntata) non piaccia più. E cosa vuole il pubblico che è cambiato? Contenuti sempre diversi.

Il nuovo pubblico divora storie su storie, ha fame di nuovi personaggi. Il nuovo pubblico mette in discussione pure lo “star system” in nome di un intrattenimento sempre originale. Il nuovo pubblico ha fame di celebrità sempre nuove, da seguire su Instagram nella loro quotidianità che assomiglia un po’ a quella di tutti.

Ok, non ci sto capendo più niente. Ho bisogno di sentire Luca Pellegrini, docente di sceneggiatura e fra gli autori delle più importanti soap italiane, da Centovetrine a Il paradiso delle signore. Ecco, aggiungiamo pure la soap alla discussione e pure la telenovela. Quelle non sono serie? “Certo che lo sono”, mi risponde Luca. E aggiunge “tutta la serialità televisiva di oggi deve qualcosa alle soap”. Gli chiedo se esistono delle categorie e mi suggerisce di dividere fra daytime e primetime. La serialità daytime, che va in onda in fasce orarie principalmente pomeridiane, ha una durata che oscilla fra i 25 e i 40 minuti. La serialità primetime, quella della prima serata per intenderci, può durare 50 minuti a episodio come 90 o 100. Luca mi fa notare che quando Elisa di Rivombrosa uscì in dvd, insieme a Sorrisi & Canzoni, si divise la puntatona da 100 in due episodi da 50, e che la puntata lunga, in quel periodo, non aveva altra funzione che quella di ricordare la sensazione del film tv. Gli spettatori, fino a qualche anno fa, in televisione, erano più abituati a guardare film e non serie, come oggi.

E va bene, mi funziona, ma se parliamo di piattaforme? La questione si complica, non c’è un day, un prime e ognuno fa un po’ come vuole. E allora Luca mi suggerisce che l’unica suddivisione di comodo che possiamo pensare è fra serie e mini-serie. Tralasciando il minutaggio, forse l’unica categorizzazione possibile prevede: da una parte la serie a stagione secca, fino a un massimo di cinque o sei puntate detta mini; dall’altra la serie che si spinge oltre le sei puntate e che può avere più stagioni. Minutaggio? Ripeto: fate un po’ come vi pare.

Il tanto chiacchierato “avvento delle piattaforme” ha liberato i produttori dai paletti degli spazi pubblicitari. “Ho un tassativo” diceva Maria De Filippi durante i suoi programmi, e tutti sapevamo che avrebbe passato dei guai se non avesse mandato la pubblicità. L’avvento delle piattaforme ha liberato i produttori dagli obblighi del palinsesto.

E quindi oggi siamo liberi davvero di produrre come vogliamo? E no, c’è sempre il pubblico. Nuovo, come diceva Raoul. Con tutta la spasmodica voglia di accumulare serie su serie nel proprio palmarès. Di conseguenza il trend è produrre serie sempre più brevi e molto diverse tra loro, magari economicamente sostenibili, destinate al binge watching (l’azione di vedere consecutivamente e tutte in una volta le puntate di una serie tv), magari non proprio indimenticabili. Se poi alla serialità contenuta, aggiungiamo anche un minutaggio a puntata che non supera i 25 minuti abbiamo realizzato il sogno dei produttori e dei distributori.

Insomma, l’unica necessità oggi sembra essere: riempire i cataloghi e, una volta riempiti, tenerli sempre attivi con nuovi contenuti. Questo è un nuovo mercato che tiene in equilibrio le economie di chi produce/vende e i bisogni di chi fruisce/compra.

Quando uscì Unorthodox (4 puntate da 55 minuti) pensammo tutti di aver visto nella sfera di cristallo della serialità televisiva. E invece no. Perché il futuro era silenziosamente arrivato nel Regno Unito per poi essere diffuso globalmente da Netflix qualche anno più tardi: sto parlando di The End of the F***ing World (8 puntate a stagione da 20 minuti). Acclamata da pubblico e critica. Il TheAtlantic l’aveva ampiamente predetto: “It’s also mercifully short. Individual episodes top out at around 20 minutes, making the series eminently bingeable, and giving it a taut, concise structure that more new shows could stand to mimic”.

È anche fortunatamente breve. I singoli episodi durano circa 20 minuti, rendendo la serie facilmente “divorabile” e dandole una struttura tesa e concisa che sempre più nuovi prodotti potrebbero imitare.

Da imitare, appunto. Non ha avuto la stessa fortuna The Russian Doll (2019, 8 episodi da 25 minuti). E forse – seppure molto diversa nei temi, nel genere e nel linguaggio – anche Il metodo Kominsky (2019, 10 episodi a stagione da 28 minuti in media).

Insiema alla brevità dell’esperienza complessiva, nella serie del futuro, bisognerà tener conto dell’autoconclusività. La prima stagione di The End of the F***ing World non avrebbe dovuto avere un seguito. Come aggiunge qualche riga più in basso la giornalista del TheAltantic, “it’s like very little else on television at the moment: In under three hours, it creates a world that’s aesthetically distinctive, highly stylized, and fully formed, telling a love story that you wish would go on, even though it probably shouldn’t”.

“In questo momento è come poco altro in televisione: in meno di tre ore, crea un mondo che è esteticamente distintivo, altamente stilizzato e completamente formato, raccontando una storia d’amore che vorresti andasse avanti, anche se probabilmente non dovrebbe”.

Avrebbe dovuto lasciarci così. Senza farsi invaghire dal successo planetario, gli autori avrebbero dovuto coraggiosamente mettere un punto oppure tre punti di sospensione, come hanno fatto, ma non scrivere un’altra stagione. A loro discolpa c’è da dire che nel sistema esiste un difetto di forma. E cioè che quando si pitcha una serie, termine tecnico che indica l’atto di raccontare alle produzioni il progetto in tutte le sue sfumature, si deve dare un prospetto della seconda e della terza stagione.

E in Italia? Noi ci arriviamo con calma, ma ci arriviamo. Sempre. In realtà, è quasi contemporaneo a The End of the F***ing World l’esperimento – riuscitissimo! – di Skam Italia. Ne ho parlato con una delle autrici, Anita Rivaroli. Skam, per quei tre che ancora non ne fossero a conoscenza, è una serie drammatica norvegese che racconta la quotidianità degli adolescenti. In Italia ne è stato fatto un remake di grande successo. 10 o 11 episodi da 20 minuti (al massimo!) a stagione. Quattro stagioni. Stessa arena, stessi personaggi, ma un protagonista – quindi un punto di vista diverso – per ogni stagione. Ad Anita chiedo cosa mi direbbe se dovesse convincermi a guardarla e mi risponde che è “un teen drama unico, che abbatte tutti i pregiudizi”. Mi dice che in Italia fino a Skam eravamo abituati a guardare storie sul rapporto genitori-figli attraverso gli occhi dei genitori e che l’elemento dirompente è stato proprio il ribaltamento del punto di vista. E in effetti, in Skam, gli adulti non esistono. Le chiedo qual è stata la chiave vincente e mi spiazza: mi dice “la distribuzione un po’ carbonara e il passaparola”. La serie, infatti, contemporaneamente all’uscita delle puntate, pubblicava su un sito oggi non più disponibile, contenuti extra sui personaggi e gli screenshot delle chat dei protagonisti che venivano poi ripresi durante l’episodio. Insomma, geniale. Anita poi aggiunge un ulteriore elemento: “la libertà creativa”. Non è mica così scontato oggigiorno. Mi racconta che gli “autori devono fare gli autori” per fare bene, in un sistema che ci vuole sempre più multitasking. Oggi, è impensabile dedicarsi alla creatività e basta. Bisogna essere produttori, promotori, agenti di se stessi. Eppure su Skam è stato possibile. Infine, le chiedo qualcosa a proposito dei nuovi formati. Mi dice “guardiamo contenuti sul cellulare mentre facciamo altre cose, abbiamo fame”. Nel prossimo futuro ci vede episodi ancora più brevi, ipotizza formati da “10 minuti”. Mi dice che “torneremo ai verticali: medical, polizieschi”, ma che non si potrà più prescindere da un minutaggio così asciutto. E poi chiude “il mondo della serialità si è molto frammentato”. Lo prendo come invito a lasciar perdere ogni tentativo di categorizzazione e magari farmi una passeggiata.

Qualche giorno fa ho cominciato e finito Nudes, la nuova serie di Laura Luchetti prodotta da RAI e Bim e disponibile su Raiplay, che affronta il tema del “revenge porn”. Anche in questo caso si tratta di un remake dell’omonima norvegese. Abbiamo capito che in Norvegia stanno avanti. L’ho trovata molto interessante perché non solo è perfettamente in linea con i nuovi formati e le nuove esigenze dello spettatore, ma getta il cuore oltre l’ostacolo: in una sola stagione (10 episodi da 22 minuti) ha tre protagonisti. Vittorio (Nicolas Maupas) per i primi quattro, Sofia (Fotinì Peluso) per i successivi tre e Ada (Anna Agio) per gli ultimi tre. Stessa arena anche in questo caso, stessa atmosfera, punti di vista differenti. È come guardare tre mini mini serie. Se parliamo di ultimissime uscite utili al ragionamento, non posso esimermi dal citare Zero (8 episodi da 25 minuti circa), una serie prodotta da Fabula e Red Joint Film per Netflix.

Nel frammentato universo dell’intrattenimento funziona così: è un inseguimento costante all’ultimo format di successo. Se qualcosa funziona, bisogna insistere sulla stessa direzione, fino all’avvento di un nuovo format di successo. E poi ricominciare da capo: un’idea innovativa irrompe nel mercato, viene imitata, diventa un trend fino allo sfinimento dello spettatore, per poi essere soppiantata dall’ennesima innovazione destinata ad aprire un nuovo ciclo. Ecco magari, dopo questo ciclo, riscopriremo la lunga serialità. Che ne so, da Sentieri a Lost, da Prison Break a Scrubs. E io, finalmente, riuscirò a finire Game of Thrones.

*

Bonus Track: la linea verticale. Il più bravo di tutti, in Italia, si chiamava Mattia Torre. È scomparso due anni fa dopo una lunga malattia. A lui (e ad altri) dobbiamo Boris. A lui dobbiamo quel piccolo capolavoro chiamato La linea verticale (8 episodi da 25 minuti). Una serie autoconclusiva, brillante, per cui non smetterò mai più di piangere, prodotta da Rai Fiction e Wildside, con Valerio Mastandrea e Greta Scarano. Forse Mattia Torre ci era arrivato prima di tutti. Sicuramente. Se solo ce l’avesse detto chiaramente, avrei risparmiato ai lettori questa mia lunga riflessione. Come scrive Mastandrea in una lettera per il primo anniversario della sua scomparsa: “la tua idea di futuro oltre che relativa alla domanda ‘dove si cena domani’ è sempre stata mobile, rapida e inarrivabile per tutti”.

L'articolo In brevità vi dico proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/serie-tv/in-brevita-vi-dico/feed/ 0
Guida tascabile per maniaci delle Serie TV https://minimaetmoralia.it/estratti/guida-tascabile-per-maniaci-delle-serie-tv/ https://minimaetmoralia.it/estratti/guida-tascabile-per-maniaci-delle-serie-tv/#comments Wed, 02 Dec 2020 13:16:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47186 Pubblichiamo l'introduzione al libro Guida tascabile per maniaci delle Serie TV di Giorgio Biferali, uscita per Clichy: ringraziamo editore e autore.

di Giorgio Biferali

«Bisogna inventare i pannolini per noi giovani», diceva il personaggio di un racconto di Aldo Nove, per evitare le pause bagno, per non perdersi neanche un secondo della sua serie tv preferita.

Certo, messa così, forse, è un po’ troppo, però credo che renda l’idea. Meno male che esistono i telecomandi interattivi, intelligenti, che possiamo premere quel tasto magico con quelle due lineette verticali e parallele e decidere noi quanto durerà quella puntata, quanto ci metteremo a finirla, quale sarà il nostro rapporto con il tempo che passa.

L'articolo Guida tascabile per maniaci delle Serie TV proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo l’introduzione al libro Guida tascabile per maniaci delle Serie TV di Giorgio Biferali, uscita per Clichy: ringraziamo editore e autore.

di Giorgio Biferali

«Bisogna inventare i pannolini per noi giovani», diceva il personaggio di un racconto di Aldo Nove, per evitare le pause bagno, per non perdersi neanche un secondo della sua serie tv preferita.

Certo, messa così, forse, è un po’ troppo, però credo che renda l’idea. Meno male che esistono i telecomandi interattivi, intelligenti, che possiamo premere quel tasto magico con quelle due lineette verticali e parallele e decidere noi quanto durerà quella puntata, quanto ci metteremo a finirla, quale sarà il nostro rapporto con il tempo che passa.

Non so bene quando sia nata la serialità, forse nei primi decenni dell’Ottocento, con i feuilleton, quel piccolo spazio sui giornali in cui venivano ospitati i romanzi a puntate. Le domande che i lettori si facevano allora sono le stesse che ci facciamo noi oggi: Che succederà, poi? Chi sarà stato? Come andrà a finire? Tutto si giocava, e si gioca, ancora oggi, sull’attesa.

È anche da qui che è nato questo libro. Non è un libro di critica, non pretende di essere definitivo, di esaurire l’argomento, anche perché sarebbe un peccato. Il fatto che rimanga sempre uno spazio, anche più di uno, dove possiamo discuterne, dove possiamo parlarne, in fondo, è una delle cose che ci piace di più. Per dirla con le parole di Emily Nussbaum, qui dentro ci sono le serie tv che ci piace guardare. Anche se a lei non è piaciuta True Detective, la prima stagione di True Detective, ma questa è un’altra storia.

Una parte corposa è dedicata alle serie imperdibili. Specifichiamo, alle serie imperdibili per noi. Sicuramente ci sarà qualcuno che non sarà d’accordo, che penserà cose tipo «Ma dai, davvero non avete messo questa? E neanche quest’altra?» oppure «Ah, sì, certo, questa sarebbe imperdibile, come no». Sarà bello confrontarsi, a distanza o dal vivo, se sarà possibile, per scoprire nuovi punti di vista, che già in queste pagine, per fortuna, ce ne sono tanti, e abbiamo scoperto che possono tranquillamente convivere.

Alcune di queste serie le avevamo viste recentemente, e raccontarle, quindi, è stato più semplice. Per altre, ci siamo a dati alla memoria, alle emozioni che ci avevano trasmesso quando le abbiamo guardate per la prima volta. Sarebbe stato più semplice omaggiare Larry Tesler, l’inventore del copia incolla, scomparso quest’anno, e ricorrere alle mille pagine di recensioni su Google, ma con i sentimenti non si scherza. Non si tratta di recensioni fredde e distaccate, ma di veri e propri racconti d’amore.

Altri capitoli sono dedicati agli ideatori delle serie, ai luoghi in cui sono state ambientate, ai dialoghi, alle battute memorabili, ai premi, alle playlist, cioè ad alcune colonne sonore che abbiamo ascoltato anche dopo aver finito di guardare una serie. Da Elvis Presley in Happy Days agli Arctic Monkeys in Peaky Blinders, dai Bee Gees in Magnum P.I. a Nada in The Young Pope, dagli U2 in Friends ai Joy Division in Stranger Things. Poi ci sono le curiosità legate alle serie, dettagli che ci hanno sorpreso, come che l’episodio pilota de La casa di carta è stato girato cinquantadue volte o che sul set di Tredici erano presenti dei cuccioli per risollevare il morale degli attori con la pet-therapy.

Come avrete capito, questo libro racconta un po’ la nostra educazione sentimentale, celebra i minuti, le ore, i giorni delle nostre vite, passati a emozionarci, a immedesimarci, a ridere, a piangere, a immaginare delle vite parallele alle nostre. Sarebbe bello che un lettore, un giorno, parafrasando Groucho Marx, pensasse una cosa come: «trovo le serie tv molto educative, ogni volta che qualcuno le guarda vado nell’altra stanza a prendere la guida tascabile, per capire di che serie si tratta».

L'articolo Guida tascabile per maniaci delle Serie TV proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/guida-tascabile-per-maniaci-delle-serie-tv/feed/ 1
“The Deuce”: ascesa e caduta dell’industria pornografica americana https://minimaetmoralia.it/televisione/the-deuce/ https://minimaetmoralia.it/televisione/the-deuce/#respond Fri, 15 Sep 2017 05:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35027 Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Negli anni settanta la "Deuce" era il nome con cui i newyorchesi chiamavano la Quarantaduesima strada di Manhattan, a pochi passi da Times Square: un lungo marciapiede affollato di prostitute e un'infilata di cinema grindhouse aperti tutta la notte che davano film in programmazione continua e un rifugio temporaneo a senzatetto o piccoli criminali in fuga. Ambientata in quegli anni e in quella strada, The Deuce è la serie tv con cui è finalmente risorto il "dream team" di The Wire (artefici dell'operazione sono i produttori, scrittori e sceneggiatori David Simon e George Pelecanos) per raccontare ascesa e caduta dell'industria pornografica americana.

L'articolo “The Deuce”: ascesa e caduta dell’industria pornografica americana proviene da Minima et Moralia.

]]>
the-deuce-pilot1

Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Negli anni settanta la “Deuce” era il nome con cui i newyorchesi chiamavano la Quarantaduesima strada di Manhattan, a pochi passi da Times Square: un lungo marciapiede affollato di prostitute e un’infilata di cinema grindhouse aperti tutta la notte che davano film in programmazione continua e un rifugio temporaneo a senzatetto o piccoli criminali in fuga. Ambientata in quegli anni e in quella strada, The Deuce è la serie tv con cui è finalmente risorto il “dream team” di The Wire (artefici dell’operazione sono i produttori, scrittori e sceneggiatori David Simon e George Pelecanos) per raccontare ascesa e caduta dell’industria pornografica americana.

Al centro della serie c’è la storia (vera) dei gemelli Vincent e Frankie Martino, assoldati a inizio anni settanta dalla mafia italo-americana per controllare il mercato della pornografia a New York. Ideata, scritta e prodotta da Simon e Pelecanos, la serie ha come protagonisti James Franco, nel duplice ruolo dei gemelli Martino (e anche regista di un paio di episodi della serie), e Maggie Gyllenhaal, nei panni di Eileen “Candy” Merrell, ragazza madre e veterana dei marciapiedi della Quarantaduesima. Ci sono poi, di ritorno dal cast e dalla crew di The Wire, gli attori Anwan Glover, Gbenga Akinnagbe, Lawrence Gilliard Jr., Michael Kristoff e Chris Bauer, i registi Ernest R. Dickerson, Alex Hall e Uta Briesewitz, lo scrittore e sceneggiatore Richard Price, e Nina Kostroff Noble, produttrice esecutiva della serie. Con una prima stagione di otto episodi e in onda dal 10 settembre su HBO e in autunno in Italia su Sky Atlantic HD, The Deuce è stata presentata nei giorni scorsi in anteprima mondiale allo Split Screen Festival, all’IFC Center di New York.

“A fare scoprire a me e a David Simon la storia dei fratelli Martino è stato Marc Henry Jones, oggi co-produttore della serie”, racconta Pelecanos spiegando ragioni e genesi di The Deuce. “Un giorno ci ha presentati a un tizio che negli anni settanta aveva lavorato con i Martino nei bar di Times Square. All’epoca erano bar frequentati da prostitute, protettori, pornostar, giornalisti, musicisti, registi, outsider e balordi di ogni genere. È bastato parlare un’ora con lui per sapere che avremmo scritto una serie su Vincent e Frankie Martino e sulla New York di quegli anni. Quella dei Martino era una storia talmente complessa che andava raccontata, restituendo a entrambi la meritata dose di umanità”.

Simon e Pelecanos hanno affidato la regia dell’episodio pilota a Michelle MacLaren (Breaking BadGame of ThronesWestworld), con l’indicazione di dirigerlo come un film girato negli anni settanta. Omaggi e citazioni abbondano – dai cartelloni luminosi che annunciano la programmazione del Conformista di Bernardo Bertolucci e L’uccello delle piume di cristallo di Dario Argento, alle atmosfere rielaborate di film come Mean Streets e Taxi Driver di Scorsese, Panico a Needle Park di Schatzberg, Il braccio violento della legge di Friedkin o Shaft il detective di Gordon Parks – creando uno strano ma riuscito effetto postmoderno, di cinema dentro il cinema, o di cinema-exploitation.

Sceneggiatori, attori e registi della serie sembrano avere metabolizzato un decennio di film di culto e b-movie, black e sex-exploitation incluse, remixandoli con l’umorismo e la perfezione di dialoghi in pieno stile The Wire, e creando un’opera che non è nostalgica ma nuova. “Sapevamo che lavorare a una serie tv ambientata a New York e ricreare una Times Square che oggi non esiste più sarebbe stato un progetto ambizioso e potenzialmente destinato a fallire. È una delle ragioni per cui abbiamo deciso di farlo”, dice ancora Pelecanos, attribuendo i dovuti meriti della realizzazione alla regia visionaria di Maclaren e degli altri registi della serie (oltre ai citati Dickerson, Hall, Briesewitz e Franco, c’è Roxann Dawson, già regista per The Americans e House of Cards) e alle interpretazioni di Franco e Gyllenhaal.

Co-produttrice della serie, oltre che protagonista, Maggie Gyllenhaal ha contribuito alla costruzione del suo personaggio, curioso mix di donna liberata e sottomessa, erotica nei pensieri oltre che nelle azioni, un incrocio tra la Jeanne Dielman di Chantal Akerman e la pornostar, regista e produttrice americana Annie Sprinkle (dice Gyllenhaal: “Annie Sprinkle è la prima persona a cui mi sono rivolta per chiedere consiglio su come interpretare la mia Candy”). “Quando mi hanno proposto il ruolo di Candy”, racconta l’attrice, “esistevano solo le sceneggiature dei primi tre episodi. Era un personaggio in divenire, nessuno sapeva che direzione avrebbe preso, ed era una prostituta che avrebbe lavorato nel porno. Conoscevo Simon e Pelecanos, ma non avevo mai lavorato con loro, e volevo qualche garanzia. Volevo essere sicura che insieme al mio corpo volessero anche le mie opinioni. Ho chiesto di entrare nel progetto anche come produttrice, e quando hanno detto di sì ho accettato la parte”.

Eileen “Candy” Merrell è una prostituta che a differenza delle sue colleghe lavora in proprio, senza protettori e assumendosi tutti i rischi del mestiere. Nel pilota della serie la vediamo chiacchierare e battere sul marciapiede della Quarantaduesima, impegnata a contare i soldi nel suo appartamento downtown, o a trattare su costi e prestazioni con un giovane cliente in una camera d’albergo. Ha un’improbabile (ma perfetta su di lei) parrucca afro bionda e un’esattezza di battute all’altezza della migliore stand-up comedy. Nello stesso episodio la vediamo quasi irriconoscibile con i capelli scuri, un impermeabile e grandi occhiali da sole. È in visita dalla madre e dal figlio piccolo che mantiene facendo del proprio corpo una piccola impresa a gestione individuale. Più avanti nella serie la monotonia della vita di Candy verrà interrotta dall’irrompere dell’industria pornografica. Accadrà anche ai gemelli Martino, barista e padre di famiglia l’uno, dissennato giocatore d’azzardo l’altro. Entrambi finiranno nei giri della criminalità organizzata e della pornografia.

Come Candy i Martino sono personaggi in divenire, e hanno dalla loro la poliedricità di James Franco, impeccabile nell’interpretazione dei due diversi personaggi e nel creare una dimensione di mezzo che fa della relazione tra i fratelli quasi una storia a sé, parallela e verticale rispetto a fondali e trama della serie, comica e sentimentale come la vita. Lo diceva prima Pelecanos: la meritata dose di umanità restituita.

L'articolo “The Deuce”: ascesa e caduta dell’industria pornografica americana proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/the-deuce/feed/ 0
The Fall. L’odio impossibile tra detective e serial killer https://minimaetmoralia.it/televisione/the-fall-serie-tv/ https://minimaetmoralia.it/televisione/the-fall-serie-tv/#comments Wed, 15 Feb 2017 09:47:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33667 (questo articolo non contiene spoiler della terza stagione)

Si è conclusa da pochi giorni su Sky Atlantic la serie The Fall, che per tre stagioni ha messo in scena le dinamiche di relazione tra una detective e un serial killer. Perché il lungo film creato, scritto (e ad eccezione della prima stagione anche diretto) da Allan Cubitt altro non è se non la messa in scena di un rapporto ossessivo tra avversari.

Detective e omicida in The Fall hanno caratteristiche psicologiche simili. Evidente è la differenza d’età tra i due, ma molte sono le analogie. L’inclinazione a strumentalizzare fatti e persone, la riservatezza, il dominio delle emozioni, la mania del controllo, l’ossessione per il crimine.
E il montaggio alternato si rende complice di questa similitudine. Da subito il duello si avvale di un continuum tecnico: i passaggi in dissolvenza tra una scena e l’altra legano in maniera fatale i protagonisti.

L'articolo The Fall. L’odio impossibile tra detective e serial killer proviene da Minima et Moralia.

]]>
the_fall

(Questo articolo non contiene spoiler della terza stagione)

Si è conclusa da pochi giorni su Sky Atlantic la serie The Fall, che per tre stagioni ha messo in scena le dinamiche di relazione tra una detective e un serial killer. Perché il lungo film creato, scritto (e ad eccezione della prima stagione anche diretto) da Allan Cubitt altro non è se non la messa in scena di un rapporto ossessivo tra avversari.

Detective e omicida in The Fall hanno caratteristiche psicologiche simili. Evidente è la differenza d’età tra i due, ma molte sono le analogie. L’inclinazione a strumentalizzare fatti e persone, la riservatezza, il dominio delle emozioni, la mania del controllo, l’ossessione per il crimine.

E il montaggio alternato si rende complice di questa similitudine. Da subito il duello si avvale di un continuum tecnico: i passaggi in dissolvenza tra una scena e l’altra legano in maniera fatale i protagonisti.

Siamo nell’Irlanda del Nord, in una Belfast dai colori desaturati, fatta prevalentemente di interni, spazi in cui non ha importanza se fuori è notte o giorno. Stella Gibson (Gillian Anderson), quarantacinque anni, ottiene il ruolo di detective sovrintendente di una serie di delitti, ricondotti per suo fiuto a un solo omicida: sarà il caso Musicman. L’assassino cui Stella dà la caccia è l’insospettabile Paul Spector (Jamie Dornan), un affascinante trentenne perfettamente integrato nella società. Paul ha un lavoro come terapista, è marito e padre di due bambini. Tra Stella e Paul si innesca una complessa caccia del gatto al topo che ha il merito di funzionare dal primo all’ultimo episodio in virtù della salda attenzione riservata alla psicologia dei personaggi.

«Ho sempre voluto che The Fall avesse una qualità forense e che la storia, auspicabilmente, andasse sempre più a fondo in questa esplorazione dei personaggi», afferma Cubitt in una recente intervista della BBC, l’emittente televisiva che ha trasmesso la serie nel Regno Unito, rilanciata poi da Netflix sul mercato americano.

E sono indubbiamente i personaggi il motore dell’azione. È il lento e inesorabile avvicinamento tra Stella e Paul ad avvolgere lo spettatore, ad accerchiarlo. E sono “le armi” narrative consegnate da Cubitt ai protagonisti a definire gli sviluppi del racconto.

Per tutta la durata della serie Paul incarna l’azione, il linguaggio assegnato al personaggio è quello del corpo. Stella invece è reazione, l’arma in suo potere è linguaggio verbale. Ecco l’attenzione della macchina da presa per i movimenti di Paul, il farsi attenta osservatrice dei suoi spostamenti, dei gesti. L’interpretazione di Jamie Dornan infatti si basa su un’espressività controllata e lavorata per sottrazione. Allo stesso modo, dell’intensa interpretazione di Gillian Anderson l’aspetto che più colpisce è la voce. Stella possiede un’abile capacità di sintesi, una dialettica chiara che si traduce in un’espressione verbale quasi sussurrata. Stella non alza mai la voce, offre lo sguardo all’interlocutore e lo “ipnotizza” sussurrando. Questa modulazione della voce imprime una certa solennità alle parole e infonde un carattere inequivocabile alle sue idee.

Alla luce di questa disposizione delle forze, è possibile individuare tre diverse fasi nello sviluppo della storia, una per ciascuna delle stagioni che compongono la serie: la fase dell’oggettivazione o della esternazione delle fantasie criminali, la fase della scissione della personalità e la fase della manipolazione. Ognuna di queste fasi è determinata dalle azioni di Paul.

Si comincia con i corpi, le scene del delitto, le analogie tra un delitto e l’altro. Ogni cosa sembra ricondurre la polizia a un unico artefice. Sono gli oggetti, peculiari, distintivi, di ogni omicidio a indicare a Stella la possibilità di una coazione a ripetere.

In questa fase partecipiamo alla doppia vita di Paul: vediamo l’uomo comune, scopriamo la famiglia e le premure di un padre, ma assistiamo anche alla preparazione e alla realizzazione degli atti predatori di un assassino. I meccanismi messi in atto da Cubitt nella prima stagione di The Fall sono simili a quelli della serie Dexter: raccontare il giorno e la notte di un assassino insospettabile, rendendo lo spettatore complice delle sue menzogne.

Dexter possedeva un codice morale irreprensibile: non uccidere gli innocenti, e si avvaleva di una voce narrante suadente e affabulatoria. Questi aspetti ci permettevano di parteggiare per il killer. Paul è più oscuro, è un assassino meno “amabile” e decisamente più silenzioso. Ma anche in lui è possibile cogliere un lato etico: un punto di intransigenza, ossia la salvaguardia dei figli, la tutela dell’immagine che i figli hanno del padre, la protezione dei bambini. Cubitt suggerisce una linea di confine che lo strangolatore di Belfast non vuole e non può oltrepassare. In lui coesistono infatti due anime, quella del carnefice e quella dell’innocente.

Il supporto autentico che Paul offre alla paziente che ha perso tragicamente il proprio figlio è un esempio immediato. Il bambino che assiste all’uccisione del padre (il detective Jimmy Olson) nel cortile di casa è invece un esempio mediato, ma funzionale allo scopo. Allan Cubitt si serve di quattro episodi che ci consentono di conoscere e isolare l’umanità di Paul: di separare il genitore affettuoso, coscienzioso e indispensabile dal killer che compie atti efferati.

A un’iniziale fase di esternazione delle fantasie criminali, segue la scissione della personalità. Lo spartiacque tra i due momenti è offerto dal primo contatto tra Stella e Spector, una telefonata. Nel corso di questa conversazione Stella incalza l’avversario, attraverso il linguaggio verbale fa leva sul suo punto debole. Questo fatto avrà delle conseguenze decisive, perché dopo aver assassinato Fiona Gallagher, Alice Parker Monroe, Sarah Kay e Jack Brawley, Paul non arriverà più ad uccidere.

Mosso da un senso di colpa “castrante”, il killer consegna un gruppetto di barbie alla figlia, gesto che attesta la fine della fase dell’oggettivazione. Le sue azioni non saranno più rivolte all’esercizio della sopraffazione, ma al recupero di un equilibrio emotivo: conciliare i vari aspetti della sua identità. L’essere padre, l’essere marito, l’essere un assistente sociale, l’essere un uomo con un passato non risolto alle spalle. L’essere tutto questo pur essendo un assassino ricercato dalla polizia  ̶  quell’assassino di cui Stella ha ormai l’identikit in pugno. Il passo falso di Paul determina il passo avanti di Stella: la frammentazione dell’identità dal killer coincide con la ricomposizione di un’immagine univoca per la detective.

L’attacco della terza stagione è collegato al finale della seconda, non ci sono scarti temporali. Avevamo lasciato Paul colpito da un proiettile privo di sensi tra le braccia di Stella e lì lo ritroviamo. A questo punto della storia Allan Cubitt riesce nell’impresa più difficile. Riapre un conflitto che sembrava esaurito, lo rende verosimile, solido e avvincente, si libera del debito iniziale nei confronti di Dexter e afferma la pienezza della propria autorialità inabissandosi nella psicologia dei protagonisti e mettendo lo spettatore in una posizione diversa in rapporto a ciò che accade.

Finora ci erano state fornite tutte le informazioni relative ai fatti: il nostro sapere equivaleva alla somma delle parti, ossia all’insieme di Stella+Paul. Per la prima volta ci troviamo in una posizione subalterna, le informazioni hanno un’ambiguità inedita, per la prima volta vediamo Paul agire nel campo dell’avversario: quello della parola.

«Non sembrava per niente un interrogatorio di polizia, ma più che altro una conversazione intima», dice l’avvocato difensore di Spector. Affermazione che suona come una dichiarazione d’intenti dell’autore.

Accantonata una volta per tutte la caccia all’uomo e il modello del thriller classico, Cubitt punta tutto sugli interrogatori, sulla proliferazione delle testimonianze e sull’indeterminatezza del punto di vista. Stringe sui volti e lascia che la tensione bruci a fuoco lento e trovi il suo combustibile negli sguardi e nelle parole.

Ed è proprio in virtù di questa meticolosa immersione nella psicologia che The Fall diventa il prodotto filmico teso all’esplorazione dello scontro mentale a sfondo criminale più riuscito dai tempi del Silenzio degli innocenti. Paul Spector non è un mostro, non è colto e non è brillante quanto Hannibal Lecter, ma gli sforzi messi in atto da Cubitt nel disegno delle dinamiche tra lui e Stella evocano il medesimo coinvolgimento emotivo, le proiezioni psichiche, gli avvicinamenti e le resistenze del rapporto tra Jodie Foster e Anthony Hopkins nel capolavoro di Jonathan Demme.

Per fermare il killer e salvare l’ultima vittima Clarisse Starling si aprì con Hannibal Lecter, cedette al suo potere e alle lusinghe di un “padre”. In The Fall i ruoli si invertono. Paul prova a sfidare la superiorità di Stella, ma non resiste alla tentazione di dire la verità, di aprirsi con l’unica persona che lo ha capito (e che lo ha salvato). Finirà per cedere alle provocazioni di una “madre”.

Si dice che la migliore tecnica per indagare su un serial killer sia quella di imparare a pensare come loro. Per 17 ore, l’intera durata della serie, Stella dedica tutta se stessa al caso, facendoci dimenticare che di lei abbiamo pochissime informazioni. In questo senso, The Fall è un thriller psicologico che ha un ulteriore merito: quello di saper raccontare quanto possa essere seducente affidarsi a un bene imperscrutabile, e quanto, al contempo, possa essere naturale partecipare a un male che ci è molto familiare.

Alla fine, conosciamo ogni piega della storia di Paul: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità, il cambio d’identità, la doppia vita. Di Stella possiamo farci un’opinione, ma non abbiamo dati certi. La vediamo dormire in lussuose camere di albergo o in piccole brande addossate a una parete del distretto di polizia. Stella annota sul diario gli incubi notturni: sono i suoi strumenti d’indagine, storie che la riguardano e che non conosceremo mai.
Quante delle informazioni che deduciamo del personaggio sono in grado di offrirci un quadro chiaro della sua personalità?  Quali di esse aprono uno squarcio sulla vera identità di Stella e quali invece sono un retaggio dell’ossessione per il caso che sta seguendo?

Da subito abbracciamo la determinazione, il magnetismo, la dedizione del detective , ma anche la sua profonda impenetrabilità, l’arbitrarietà. Cubitt è riuscito in un progetto per niente facile: esaminare luci ed ombre di un serial killer, lasciando però che il vero mistero si addensasse dall’altra parte. E il futuro di The Fall, se mai avrà un seguito, non potrà che ripartire da lì: dalle ipotesi, dal non detto, dal grido che abita dietro al sussurro, dal segreto custodito nel cuore del detective.

L'articolo The Fall. L’odio impossibile tra detective e serial killer proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/the-fall-serie-tv/feed/ 3
Dalla parte di Nathan https://minimaetmoralia.it/televisione/dalla-parte-di-nathan/ https://minimaetmoralia.it/televisione/dalla-parte-di-nathan/#respond Sat, 09 Nov 2013 16:08:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16308 Questo pezzo è uscito su IL.

(Okay, spoiler, ovviamente).

Nelle prime due stagioni di Misfits c'è un solo momento in cui uno dei protagonisti (una serie di giovani condannati ai servizi sociali per piccoli reati, che all'improvviso, dopo una pioggia di meteoriti, si ritrova investita di superpoteri, sic) e cioè Nathan parla in modo serio: è nell'episodio 6 intitolato Nuovo ordine. È in piedi su un terrazzo davanti a una piccola folla che si è radunata in strada, e minaccia con la pistola una ragazza che è il capo il capo di una specie di setta di nuovi puritani che stanno facendo proseliti a una velocità stupefacente grazie a una capacità incredibile di manipolazione mentale.

L'articolo Dalla parte di Nathan proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito su IL.

(Okay, spoiler, ovviamente).

Nelle prime due stagioni di Misfits c’è un solo momento in cui uno dei protagonisti (una serie di giovani condannati ai servizi sociali per piccoli reati, che all’improvviso, dopo una pioggia di meteoriti, si ritrova investita di superpoteri, sic) e cioè Nathan parla in modo serio: è nell’episodio 6 intitolato Nuovo ordine. È in piedi su un terrazzo davanti a una piccola folla che si è radunata in strada, e minaccia con la pistola una ragazza che è il capo il capo di una specie di setta di nuovi puritani che stanno facendo proseliti a una velocità stupefacente grazie a una capacità incredibile di manipolazione mentale.

Nathan la minaccia perché vuole salvare i suoi amici (Alisha, Simon, Kelly, Curtis) che sono stati nel giro di un giorno e una notte plagiati: costretti a stigmatizzare la loro vita di misfits per imboccare la strada di un rigore morale scrupoloso e pedantissimo. Si è finto uno dei “convertiti”, indossando un completo elegante, avendo toni e movenze da amish, ma ora – dichiarato il travestimento – tiene in pugno la guru e arringa al capannello che guarda verso il terrazzo. Dice: “Lei vi ha fatto credere che dovreste essere così, ma non è vero. Siamo giovani! È normale per noi bere troppo. È normale per noi comportarci male e scopare come scimmie! Il nostro compito è divertirci! Ecco la verità! E se, alcuni di noi andranno in overdose o impazziranno, ma Charles Darwin ha detto ‘La frittata non si può fare senza rompere delle uova’ ed è di questo che sto parlando. Rompere delle uova! E con questo intendo… farsi come delle zucchine con tutte le droghe possibili. Dio, se poteste vedervi ora! Mi si spezza il cuore. Indossate dei cardigan! Noi avevamo tutto! Abbiamo mandato a puttane tutto, più e meglio delle generazioni che ci hanno preceduti. Noi eravamo davvero bellissimi! Siamo dei cazzoni. Io sono un cazzone e voglio essere un cazzone fino alla fine dei miei vent’anni, magari fino all’inizio dei trenta! E sono pronto a farmi mia madre, prima di lasciare che lei o chiunque altro, mi porti via tutto questo!”.

Nathan ha le lacrime agli occhi, di lì a poco comincerà a spintonarsi con la leader dei nuovi puritani, fino a cadere dal terrazzo e rimanere infilzato negli spunzoni di una ringhiera appuntita; come un angelo malamente precipitato, come il figlio di Romy Schneider quando provò a scavalcare il cancello della sua villa.

Tutta la scena è maledettamente drammatica – capita che alle volte il suono rarefatto di Misfits riesca a regalare alle vicende di questo gruppo di post-adolescenti sbroccati e cafonissimi un’aria da free-cinema inglese. Quando Nathan è morto (nonostante i sei gradi di incredulità che una serie teen-drama su un gruppo di supereroi loro malgrado può insufflare), mi sono realmente dispiaciuto. Non soltanto: mi sono anche sentito coinvolto dalle sue parole d’addio al mondo. Sono stato convinto da quest’elogio della cazzonaggine. (“We’re screw-ups”, in inglese). Fino a quel momento, e da quel momento in poi Nathan non parla mai seriamente, è sempre ironico, volgare, caustico, un cazzone. Dice cose del tipo:

Kelly: “Perchè non vai a prendertelo in bocca?!?” / Nathan: “Mi piacerebbe, ma non ci sono mai arrivato.” / K.: “Oh, fai troppo schifo!” / N.: “Andiamo. Tutti ci abbiamo provato, no? Una volta mi sono legato una corda ai piedi e ho cercato di portarmeli alla testa. E avevo una cosa come sei cuscini… Mi sono quasi rotto il collo. C’ero quasi. Un millimetro mi sembrava un chilometro”. Oppure: “Appena prima di cominciare il servizio sociale, c’è stato un incidente con una ragazza. L’ho rimorchiata nella sala di un dentista dove doveva fare un intervento di chirurgia orale e così usciamo insieme. Due bicchieri, un paio di kebab, e poi andiamo dritti a casa sua e cominciamo a scopare. Io avevo preso un po’ di ritmo ed ero proprio sul punto di scaricare la merce, sospeso nell’attimo del piacere puro, quando bang, si aprono le porte dell’inferno, ho fatto la tripletta”, “Scusa non ho capito? Cos’è la tripletta?”. “La tripletta: quando vieni, vomiti e cachi tutto nello stesso momento. Tre funzioni fisiologiche: fare la tripletta”.

Ho visto le prime due serie di Misfits nell’estate di due anni fa. Non era un bel periodo. Ero in vacanza estiva, dopo un anno logorante a insegnare a scuola e a tenere faticosamente il passo della mia vita di adulto stressato. Ero arrivato finalmente a luglio, ma ora non ero soltanto sollevato, ero inerte. Senza lena, non riuscivo a fare granché; quasi che per riuscire a funzionare dovessi reimmettermi nell’automatismo adrenalinico che mi aveva tenuto in piedi per tutto l’anno feriale. E poi covavo una nostalgia singolare che non avevo mai creduto di poter provare. Mi mancavano i miei studenti.

Fare l’insegnante è un mestiere bellissimo, vi dicono, per tanti motivi, ma da un punto di vista neurobiologico mi viene da dire, fare l’insegnante è un mestiere invidiabile perché è un mestiere istologicamente anti-depressivo. Essere circondati per cinque giorni a settimana ragazzi che nella maggior parte dei casi non hanno idea di cosa sia la calcificazione della sofferenza, che nella stessa mattinata possono passare da una delusione abissale all’euforia più esplosiva, può diventare – per chi ha un umore melanconico, tipo me, tipo me di due anni fa – una dipendenza. Mi resi conto che mi mancavano i miei studenti, ma mi mancavano soprattutto quelli che mi avevano rotto il cazzo durante tutto l’anno, arrivando costantemente mezz’ora dopo la lezione, nascondendosi tra i cappotti mentre spiegavo, sdraiandosi sotto la cattedra prima che entrassi in classe, interrompendomi con delle supercazzole mal congegnate: mi mancavano i cazzoni.

Le venti ore di Misfits (considerato le puntate che ho visto due volte, i pezzi che ho rivisto in inglese senza sottotitoli, i pezzi che mi sono andato a ricercare su youtube), chiuso in casa in una Roma canicolare, mi hanno fatto da metadone. I miei studenti cazzoni, o Nathan – lodi sperticate a questo personaggio di puro Es, un Harpo Marx del nostro millennio entropico – sono diventate l’epitome di quella che per me è la speranza.

È raro ma mi capita sempre più spesso di avere a che fare con ragazzi di 15, 16 anni precocemente adultizzati, che mostrano sintomi da anoressia, ansie da prestazione parossistiche, sono cinici, imitano l’umorismo tranchant degli adulti, s’infastidiscono della volgarità, quasi scocciati di dover attraversare gli anni dell’adolescenza, e mi dico che se devo trovare un’immagine della fine della civiltà penso a questo tipo di disincanto, un mondo senza cazzoni, la supernova dell’universo, e allora sto dalla parte di Nathan.

L'articolo Dalla parte di Nathan proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/dalla-parte-di-nathan/feed/ 0
Everybody loves Michael https://minimaetmoralia.it/interviste/everybody-loves-michael/ https://minimaetmoralia.it/interviste/everybody-loves-michael/#respond Mon, 14 Mar 2011 09:31:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3970 Francesco Pacifico intervista Michale K. Williams, attore di The Wire, per la nuova rivista Studio, diretta da Federico Sarica.

Che Michael Williams parli lentamente al telefono per farsi capire da uno straniero è veramente un buon segno. Artisti americani cresciuti in luoghi ben più esposti all’esistenza dello straniero di quanto non fosse la Brooklyn degli anni Settanta e Ottanta

L'articolo Everybody loves Michael proviene da Minima et Moralia.

]]>

Francesco Pacifico intervista Michael K. Williams, attore di The Wire, per la nuova rivista Studio, diretta da Federico Sarica.

di Francesco Pacifico

Che Michael Williams parli lentamente al telefono per farsi capire da uno straniero è veramente un buon segno. Artisti americani cresciuti in luoghi ben più esposti all’esistenza dello straniero di quanto non fosse la Brooklyn degli anni Settanta e Ottanta in cui è cresciuto lui tendono a dimenticarsi l’esistenza del mondo non anglofono, e nelle interviste rispondono smozzicando i nomi citati come se l’intervistatore abitasse nel loro cervello e fosse madrelingua inglese.
Non è una cosa da poco, e mi fa subito capire, appena lo contatto al dato numero dal computer con credito Skype, che sto parlando con una Brava Persona. Per Brava Persona qui intendo uno che, baciato dalla fortuna come pochi e passato da teppista a ballerino ad attore adorato, ha talmente presente cos’è la fortuna che accorda tutte le risposte a uno spirito felice, umile, semplice, onesto. E insomma quando io gli chiedo della sua collaborazione con grandi del nostro tempo come David Simon, Martin Scorsese, Todd Solondz e R Kelly (sì, sono tutti e quattro grandi anche se il primo non è famoso e l’ultimo è un cantante squilibrato di R&B), risponde con lo stesso entusiasmo con cui io gli pongo le domande, come se ogni risposta cominciasse con un “pazzesco, vero?”
Il bisogno di conferma che sia una Brava Persona mi viene peraltro da un fatto: Michael si è affermato come attore in una delle più belle serie tv, The Wire, la serie su politica, istituzioni, criminalità, polizia ed economia ambientata a Baltimora, che con le sue cento sottotrame interconnesse ha stabilito un nuovo irraggiungibile standard di complessità per le narrazioni contemporanee di ogni genere. Il suo personaggio è Omar Little, il Robin Hood dei quartieri: un pazzo omosessuale che gira fischiettando col fucile fra i projects e incute una tale paura che gli spacciatori gli lanciano soldi e roba dalla finestra. Poi sostanzialmente distribuisce la ricchezza degli spacciatori fra chi gli pare a lui. Ai personaggi dei film, con cui si passano due ore, non ci si può mai affezionare come ci si affeziona a quelli delle serie, che per decine e decine di ore ti si aprono davanti senza pudore. Con un ruolo importante in una serie tv puoi costruire un rapporto intenso con il pubblico. E infatti, “I miei amici mi hanno detto di salutarti”, gli dico, “Oh, veramente? Intervisti Omar? Grande, digli ciao da parte mia. Cosa si prova a interpretare una parte così forte in una lunga serie?”
“È stata la svolta per la mia carriera. Sono molto grato per l’opportunità che ho avuto: un personaggio forte come Omar… Quando ho avuto la parte non sapevo che sarebbe durata tanto, ero solo felice di lavorare. Ora mi guardo indietro e sono veramente fiero di aver fatto parte di una cosa che ha avuto un impatto del genere”.
“Pensavo anche che in una serie come The Wire al cuore della cosa ci sono magari le idee di Ed Burns e David Simon, ma tutto il cast ha portato molto del suo. Un esempio semplice: la cicatrice che hai in faccia, tu l’hai portata nella serie, e la tua voce. Tu peraltro hai scoperto Snoop” (la killer lesbica insopportabilmente spietata che però ha un accento di Baltimora talmente strambo e una faccia così rotonda che è diventata uno dei personaggi minori più amati di The Wire – e si chiama Snoop sia dal vero che nella serie).
“Sì, ci siamo conosciuti in un bar di Baltimora e l’ho presentata ai produttori. Snoop ha molto carisma, è incantevole, è bella, lei incarna lo spirito di Baltimora, mi spiego? L’ho incontrata in un bar e i produttori l’hanno subito messa nella serie”.
“Non è stato stupendo fare una cosa del genere?”
“Oh, assolutamente”.
“Perché tu avevi appena avuto la tua grande occasione, e di colpo hai fatto un favore altrettanto grande a un’altra persona”.
“È stata una bella sensazione, sì”.
“Come ha reagito Snoop?”
Qui c’è un non sequitur, forse non mi ha capito, perché ha detto solo: “Secondo me per lei parla il suo lavoro: ha colto l’opportunità al volo e ci ha dato uno dei personaggi più memorabili della serie”.
A questo punto mi emoziono e inizio a parlare di The Wire; e a proposito del minuscolo violentisismo spacciatore bambino aiutante del figlio di Wee-Bey mi sento rispondere: “È assurdo: nella realtà è il bambino più umile e rispettoso che c’è, ma è un attore fenomenale e ha dato tanto alla serie… sai, purtroppo rappresenta una condizione comune fra i ragazzini di Baltimora, è triste, ma la realtà è quella…”
Ovviamente vorrei far domande su ogni personaggio del cast, ma gli chiedo (qui censuro il nome per evitare lo spoiler): “Ti è piaciuto che il personaggio di X alla fine diventi una sorta di secondo Omar?”
E lui però molto gentilmente mi cazzia: “Voglio dire una cosa chiaramente: da dove vengo, in America, in ogni città c’è un The Wire. Se mi chiedi se sono contento in generale della storia di un ragazzino che spara e ruba, eccetera, non posso dirtelo, non posso essere contento delle strade sbagliate che uno si trova a prendere. Sono contento che gli autori abbiano raccontato la verità”.
“Hai ragione, scusa, è stata un’uscita un po’ infelice”.
“No, non devi scusarti, le cose sono quelle che sono, no?”
“Sei cresciuto a Baltimora?”
“No, a New York”.
“Vuoi parlare della tua adolescenza? Come hai cominciato a occuparti di arte? Ti va di parlarne?”
“Ho cominciato…” Qui fa uno starnuto pazzesco. “Scusa. Ho cominciato dopo l’adolescenza. A Brooklyn ho avuto un’infanzia stupenda, la mia famiglia si prendeva cura di me, ma ero anche molto turbolento”. Altro starnuto, e un grosso rombo di catarro. “È febbre da fieno, scusa. Dicevo: una grande infanzia: era dura, eravamo poveri, ma avevo una bella famiglia, dei begli amici, ho bei ricordi”.
“Sei andato al liceo? Sai, al momento vedo l’America solo attraverso The Wire: mi ha convinto che non ne sapevo nulla, quindi ti faccio le domande su questa base… tipo, la quarta stagione è sul sistema scolastico e le scuole dei quartieri poveri, quindi chiedo a te: com’è?”
“È molto vicina alla verità, la stagione sulla scuola. In America ci sono quelli che hanno e quelli che non hanno niente. In The Wire vedi le scuole per i poveri. Se hai i soldi puoi sceglierti un altro stile di vita. Il mio liceo era devastato da tanta droga e tante distrazioni… non ho finito il liceo, alla fine ho preso solo il General Education Development Test” (credo sia l’esame per il diploma di chi non ha finito il liceo).
“E come hai cominciato con il mondo dello spettacolo?”
“Avevo ventitré, ventidue anni. Da tanto cercavo qualcosa, ma non avevo ancora avuto il coraggio di buttarmi. Poi vidi un video di Janet Jackson, “Rhythm Nation”, che mi colpì molto: lasciai scuola, mi imbarcai nel progetto di diventare un ballerino per Janet Jackson, o per lo meno far parte di quel mondo”.
“E il primo ruolo al cinema, invece?”
“Un film indipendente, Bullets, con Tupac Shakur and Mickey Rourke. E senti come trovai la parte: Tupac aveva visto una mia foto nell’ufficio della produzione, perché all’epoca ormai avevo fatto molti video come ballerino. E pensò che avevo l’aria abbastanza truce per fare la parte di suo fratello minore, per cui mandò i produttori a cercarmi e ottenni la parte”.
“Che modo pazzesco di cominciare a recitare. Com’è stato?”
“Ero… ero sconvolto. Non potevo crederci, ero seduto lì davanti a Tupac, di cui avevo sentito i dischi per anni… E lui mi spiegò che avevo preso la parte perché lui era rimasto colpito dalla foto e io pensai: ‘holy shit’, capito?, mi ha cambiato la vita, Tupac, ha mandato la mia vita in tutta un’altra direzione”.
“Quanti anni avevi?”
“Venticinque, ventisei…”
“Mi pare un’età perfetta per una svolta… Magari dopo un po’ avresti smesso di provare a sfondare…”
“Be’”, ride, “ognuno ci arriva all’età che ci arriva, ma ti dico, mi ha salvato la vita, sicuro”.
“Che roba. Passiamo a Broadwalk Empire. In America è appena cominciato. Com’è?”
“È andato in onda lunedì scorso. La storia è ambientata ad Atlantic City nel 1920. È l’era del proibizionismo, quando misero l’alcol fuorilegge. Vedi quindi la nascita dei gangster, dell’alcol di contrabbando. E vedi anche tutti i grandi gangster da ragazzi, mentre si facevano strada. Come Al Capone, Lucky Luciano, i fratelli D’Alessio…”
“Gli original gangsters”.
“Oh, sì. Gli original gangsters”.
“E il tuo personaggio?”
“Il mio personaggio si chiama Chalky White”.
“Bel nome” (bianco di gesso…).
“Già, sì, infatti. Fondamentalmente è il sindaco non ufficiale della comunità nera di Atlantic City, ai tempi era responsabile praticamente del venti percento dell’elettorato della città”.
“Ed è corrotto?”
“Sì, è un gangster. Fa l’alcol di contrabbando. È un uomo d’affari barra gangster”.
“Insomma è lo Stringer Bell, il Proposition Joe degli anni Venti” (continua la mia fissazione su The Wire e i suoi personaggi).
“Sì, si può dire così”.
“Ti diverti a farlo?”
“Da morire. Anche stavolta sto in ottima compagnia. C’è Martin Scorsese a produrre, ha diretto il pilota. E ci sono Steve Buscemi, Mike Pitt, Michael Shannen, il cast è fantastico, scritto benissimo, da quelli dei Soprano, è il loro nuovo bambino…”
“Insomma praticamente Scorsese è curioso di ogni cosa e quindi voleva partecipare al rinascimento delle narrazioni americane grazie alle serie tv… Che impressione ti ha fatto? Lui porta la grandeur del cinema nelle serie tv. Che ne pensi?”
“Lui è incredibile. È una grande sensazione far parte di una cosa così frenetica, e hai ragione, in effetti Scorsese porta tutta la grandeur del cinema nel televisore, che è una cosa più piccola… lui è uno dei migliori, sono veramente felice di farne parte”.
“Mi viene in mente che forse è il momento giusto per questa grandeur. In fondo ora i televisori sono enormi, c’è l’alta definizione, quindi ha senso che uno con quell’esperienza nel cinema porti il suo sapere in tv proprio nel momento in cui le serie devono cominciare a tenere in conto che i televisori danno nuove possibilità. Magari è quello il motivo per cui ci si è messo”.
“Non so proprio. Guarda, sono solo molto contento che mi hanno preso”.
E io rido, perché mi ricorda che per me sono speculazioni da fan ma la vita l’ha svoltata lui e non riesce mai a mettere questa cosa tra parentesi.
“Anch’io lo sarei”, gli dico. “Senti, ora parlami invece della cosa più assurda e folle che hai fatto: Trapped in the closet, di R Kelly. È veramente una bella cosa. Quando l’ho visto non sono riuscito a smettere di cantare come R Kelly…” Trapped in the Closet è un’opera R&B che potete trovare su Youtube o su ifcfilms.com: si tratta di più di venti mini episodi che raccontano una notte di corna multiple e incrociate in cui vari personaggi rivelano di essere gay, tutti recitano solo col labiale, mentre R Kelly, che è anche uno dei personaggi e ha sempre in mano una pistola con cui cerca di convincere le persone a calmarsi ma poi è sempre il più agitato, canta non solo le proprie battue, ma anche quelle degli altri attori, mettendo in piedi dei botta e risposta del livello di Cara ti amo di Elio e le storie tese, ma da solo. In più, c’è un nano; in più, tutta l’opera è suonata su due soli accordi. Quando la melodia ti entra in testa diventi pazzo.
“Lì mi sono veramente divertito. R Kelly è un genio della musica, lo rispetto da morire. All’inizio non sapevo proprio cosa aspettarmi, mi hanno cercato, la produttrice era mia amica, una cara amica, e insomma mi chiama perché c’era una parte, sono andato lì e quando ho visto di che si trattava mi sono detto che sarebbe stato da fuori di testa. Ci siamo veramente divertiti, lui è un genio della musica, che sia stato in grado di mettere insieme tutta questa cosa, la storia, è praticamente una soap musicale”.
“Come ti ha presentato il progetto? Come ne parla lui? Non riesco a immaginarmelo: è una cosa troppo strana”.
“Guarda, mi ci sono buttato, mi ha dato il copione e l’ho imparato: quando mi hanno chiamato era già in produzione. Sono un professionista, no? Cos’è?, dammi le mie battute, e poi da lì cerco di divertirmi, una cosa d’istinto”.
“Insomma, la prima scena che hai girato è quella per strada in cui gli fai una multa?”
“Sì, quella”.
“C’è voluto tanto a girarlo? Non vi veniva da ridere? Tu col labiale dovevi dire cose come “Bridget, you slept with a midget!” (Bridget, sei andata a letto con un nano…)
Ride. “Ci è voluto meno di un mese, tre settimane. 15-16 ore al giorno di riprese, e in tre settimane l’abbiamo fatta”.
Qui scoppio a ridere perché mi immagino tre settimane per la sola scena del nano che va a letto con sua moglie. “La scena col nano in cucina?”
“Ma no, no, tutto quanto. Le prime riprese abbiamo fatto i primi 12 mini-episodi. Poi siamo tornati a fare gli altri, ma i primi 12 li abbiamo girati in tre settimane”.
“Senti, ma non era imbarazzante dire cose come la rima midget/Bridget davanti al nano? [E per dire nano ovviamente gli dico little person, perché midget agli americani non si può dire] Lui era tranquillo?”
“Chi? Il nano?” Lui invece ha usato ancora midget. “Be’, senti, è un nano. Lui non si è fatto nessun problema, è stato divertente lavorarci, ha dato molto, ci metteva del suo nella parte e si trovava bene”.
“No, te lo chiedo perché gli americani si fanno molti problemi col politicamente corretto e con chi chiama le cose con certi nomi, quindi ero curioso”.
“No, niente del genere, era tutto molto piacevole, e insomma, sai, ci sono cose molto più serie nella vita: lui è felice di essere vivo, di stare in salute, di avere un lavoro che gli piace e che sa fare, quindi non aveva nessuna rabbia dentro, e ci metteva un sacco di energia”.
“Sì, be’, si capisce che in Trapped in the Closet tutti gli attori ci hanno messo molto del loro. Sai, però, noi europei di solito siamo curiosi di questa fissazione per le definizioni politicamente corrette tipo little person…”
“Non siamo tutti così, in America, fidati, per molta gente non è così, anzi vedrai che quelli che vengono dai quartieri, di solito… non sono per niente così”.
“Fa piacere saperlo. Lo dirò in giro. Ora vorrei chiederti del film di Todd Solondz. Com’è stato? È un ambiente molto diverso rispetto agli altri tre di cui abbiamo parlato”.
“Todd è un genio. Nella mia vita sono stato molto fortunato: sono entrato in contatto con molti grandi talenti, che mi hanno fatto fare un vero salto di qualità”, (qui in traduzione si perde tutto: in inglese ha detto “took my game to a whole different level”, che è più intenso), “e Todd è stato chiaramente uno di questi. È un genio nel suo campo. Ho dovuto sudarmi quel ruolo, all’inizio non mi voleva, e l’unico motivo per cui mi ha fatto il provino è che la direttrice del casting, Gayle Keller… Lei mi ha seguito fin dagli inizi della carriera e ha cercato di farmi ottenere un provino, e Todd mi ha detto: Michael, guarda, non volevo proprio chiamarti per questo film, ho visto la tua foto, ti ho trovato troppo cool, troppo bello, non adatto per la parte. E quando sono entrato nella sala dei provini e mi ha guardato si è convinto ancora di più che non fossi la persona giusta. Poi abbiamo cominciato il provino e abbiamo letto una scena, e… fondamentalmente, gli ho fatto cambiare idea”.
“Così? Solo leggendo?”
“Todd mi ha massacrato, credimi. Mi ha rotto il culo, a quel provino. È durato quasi due ore. Non un provino normale. Mi ha fatto a pezzi, quando ho finito ero proprio emotivamente esausto. Mi ha spinto a dei livelli cui non ero mai arrivato, come attore”.
“Spiegami come funziona, dovevi improvvisare?”
“No, no: non esiste improvvisazione con lui, è molto anale, vuole che si rispetti il copione. Ha scritto la sceneggiatura, è un grande sceneggiatore, e ogni parola, ogni virgola, ogni punto, tutto ha un significato e devi dare l’intonazione perfetta a ogni battuta. Anale. Veramente, veramente, veramente preciso, anale, devi ripetere precisamente quello che ha scritto – e sai, mi ha portato a tutto un altro livello, io sono abituato a improvvisare un po’, a modificare le battute, e lui mi ha spinto a fidarmi di lui al cento percento e se non capivo il senso di ciò che aveva scritto mi costringeva a tornare indietro e capirlo, perché non avevo scelta, dovevo leggere quello che stava scritto sul copione, e gli sono veramente grato perché mi ha costretto a migliorare come attore”.
Qui cade la linea di Skype e provo un po’ a chiamarlo, ma dopo non mi va di riprendere a parlare: ha detto che Todd Solondz è anale e per me si può chiudere lì. Aggiungo che lo invidio e che sono felice per lui. È bello quando ad avere successo è uno che lo sa apprezzare, a quel punto perfino il successo rischia di sembrare una cosa sana.

L'articolo Everybody loves Michael proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/everybody-loves-michael/feed/ 0
Mad Man Myself https://minimaetmoralia.it/televisione/mad-man-myself/ https://minimaetmoralia.it/televisione/mad-man-myself/#comments Tue, 25 Jan 2011 09:53:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3677 Questo articolo è uscito su D-Repubblica.

di Tiziana Lo Porto

Rispondete, senza pensarci troppo, alle seguenti domande. Amate Mad Men? Trovate che sia la miglior serie televisiva che sia mai stata prodotta? Trovate che sia di gran lunga migliore degli ultimi dieci film italiani che avete visto al cinema? Meglio del cinema? Siete innamorati di Joan Holloway? Di Betty Draper? Di Don Draper? Siete innamorate dei vestiti di Joan Holloway e Betty Draper? Dei vestiti di Don Draper? Vi siete fatti un vestito come quello di Don Draper? Fumate Lucky Strike? Bevete rye whiskey? Vi sentite un po’ Peggy Olson? Vi sentite totalmente Peggy Olson? Vi pettinate come Peggy Olson? Vi pettinate come Betty Draper? Avete letto tutto Francis Scott Fitzgerald dopo avere visto un suo libro in mano a Betty?

L'articolo Mad Man Myself proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito su D-Repubblica.

di Tiziana Lo Porto

Rispondete, senza pensarci troppo, alle seguenti domande. Amate Mad Men? Trovate che sia la miglior serie televisiva che sia mai stata prodotta? Trovate che sia di gran lunga migliore degli ultimi dieci film italiani che avete visto al cinema? Meglio del cinema? Siete innamorati di Joan Holloway? Di Betty Draper? Di Don Draper? Siete innamorate dei vestiti di Joan Holloway e Betty Draper? Dei vestiti di Don Draper? Vi siete fatti un vestito come quello di Don Draper? Fumate Lucky Strike? Bevete rye whiskey? Vi sentite un po’ Peggy Olson? Vi sentite totalmente Peggy Olson? Vi pettinate come Peggy Olson? Vi pettinate come Betty Draper? Avete letto tutto Francis Scott Fitzgerald dopo avere visto un suo libro in mano a Betty? Avete appena riletto L’amante di Lady Chatterly? Frequentate solo gente che guarda Mad Men? Preferite non frequentare nessuno e restarvene a casa a guardare Mad Men? Avete guardato tutta l’ultima stagione di Mad Men sullo schermo di un computer 13 pollici che non è nemmeno un Mac e ha l’audio che fa schifo perché “intanto la vedo così e poi caso mai me la rivedo”? Benvenuti nel club. Siete anche voi dei Mad Men junkie. Dipendete così tanto da Don Draper & co. che se qualcuno vi domanda “ma la quarta stagione l’hai vista?” vi ritrovate a mentire. Dite che no, che ancora non l’avete vista. Perché ormai lo sapete che tra chi ha già visto tutte e quattro le stagioni delle serie e chi tornando a casa ha ancora almeno un paio di puntate da consumare, vince sempre e comunque il secondo. Lui è più fortunato di voi. Lui sa cosa fare. Lui ha Mad Men da guardare. Così, sospirate a mente, fate spallucce, e con la tristezza nel cuore rispondete: “Sì, ma solo qualche puntata”. Voi però le cinquantadue puntate di Mad Men le avete viste tutte quante (e c’è anche chi, finito il giro, ricomincia). E quando vi ritrovate da soli, seduti sul divano del soggiorno a contemplare uno schermo vuoto, la bugia di poche ore fa non vi è più di alcun aiuto. Inutile negarlo: anche la quarta stagione di Mad Men è andata, e voi siete in piena crisi da astinenza. Astinenza da Mad Men. Che fare? Con l’aiuto di letture mirate e (più di) qualche ora spesa a googlizzare, ecco un pratico catalogo utile per affrontare i lunghi mesi che vi separano dalla prossima stagione. Un pronto soccorso che non sostituisce la serie (Mad Men è insostituibile), ma che comunque soccorre.

Bambole di carta
Se le è inventate Dyna Moe, artista americana che firma i testi e i disegni del volume Mad Men: The Illustrated World. Si trova su Amazon, costa 15 dollari e lo pubblica Perigee. Dentro il libro, insieme alle irresistibili bambole di carta di Joan Holloway da ritagliare (tre bamboline e decine di vestitini e accessori), un’ottantina di magnifiche coloratissime tavole che ripropongono in chiave pop le pagine illustrate delle riviste femminili degli anni Sessanta, dispensando consigli di bellezza, arredamento e bricolage, ricette per cocktail e picnic, giochi per adulti e bambini, e indirizzi di boutique, bar e ristoranti newyorkesi visti in Mad Men e realmente esistenti.

Barbie
Sono quattro – Betty e Don Draper, Joan Holloway e Roger Sterling – e ci piacciono moltissimo. La Mattel le ha messe in commercio la scorsa primavera, costano poco meno di 75 dollari e fanno parte della serie Mad Men Barbie Collectors. A piacerci è soprattutto la barbie Joan Holloway e l’idea che a essere vestita e svestita dalle bambine di questi nostri anni Dieci sia una formosissima bambola di plastica dalla chioma rosso fuoco, che non uscirebbe mai di casa senza rossetto, borsetta e tacchi di almeno sette centimetri. Joan-Barbie di sicuro non evita gli specchi, e sa che l’eleganza può rivelarsi più divertente e utile della noiosissima, ordinaria comodità.

Biancheria intima
La prima cosa che s’impara leggendo il libro di consigli di moda scritto dalla pluripremiata costumista di Mad Men Janie Bryant, è che la biancheria è fondamentale. “Corsetti, bustini e giarrettiere incidono nel modo in cui una donna cammina, si siede, o sospira”, dice Janie, che si serve di biancheria intima rigorosamente anni Sessanta per aiutare le attrici a entrare nei personaggi che devono interpretare. Per chi volesse approfondire l’argomento, il libro (firmato dalla Bryant insieme alla giornalista di moda Monica Corcoran Harel e illustrato da Robert Best) si chiama The Fashion File: Advice, Tips and Inspiration from the Costume Designers of Mad Men, costa 26,99 dollari, ed è pubblicato in America da Hachette.

Cocktail
Ai cocktail ci ha pensato la Apple. Si chiama Mad Men Cocktail Culture ed è una nuova applicazione dell’iPhone che sfida a fare un Old Fashioned buono come quello che fa Don Draper, o un Tom Collins con la stessa abilità con cui lo fa sua figlia Sally. L’applicazione costa 99 centesimi e consiste in un quiz con domande su come preparare undici cocktail tipici degli anni Sessanta. Sempre dedicate ai cocktail quattro pagine di Mad Men: The Illustrated World con dentro le ricette a fumetti di Bloody Mary, Cuba Libre, Mint Julep, Whiskey Sour, Frozen Daiquiri, Hot Toddy, Sloe Gin Fizz e vari altri superalcolici vintage.

Cosmetici
“Chiamatelo effetto Mad Men o prendetela come un’eccezione femminile alla solita austerità autunnale, ma ultimamente ci sono labbra rosse in ogni dove”, osservava poche settimane fa il Los Angeles Times. E di fatto il rossetto abbonda sulle bocche delle interpreti di Mad Men. Usatelo di qualunque marca, basta che sia rosso mat. Per le unghie cercate invece l’elegante cofanetto di smalti ideato e messo in commercio da Janie Bryant insieme alla Nailtini. Oro, bronzo, platino e blu iridescente le quattro tonalità vintage scelte dalla costumista di Mad Men, ribattezzate per la circonstanza con i nomi di quattro tessuti degli anni Sessanta: Bourbon Satin, French 75, Deauville e Stinger.

Libri
Da un anno a questa parte i libri su Mad Men affollano vetrine e scaffali di librerie anglofone. Si va da Mad Men and Philosophy: Nothing Is as It Seems, curato da Rod Carveth, William Irwin e James B. South e pubblicato dalla casa editrice John Wiley & Sons, a The Ultimate Guide to Mad Men di Will Dean, guida alla serie edita dal quotidiano inglese The Guardian. Tra le ultime uscite c’è la finta biografia di Roger Sterling (quella che scrive nella quarta stagione), Sterling’s Gold: Wit and Wisdom of an Ad Man, pubblicata da Grove Press. Tra i ripescaggi, oltre ai già citati D.H. Lawrence e Francis Scott Fitzgerald, ci sono L’Atlantide di Ayn Rand (paladina del capitalismo nonché scrittrice di culto per Bert Cooper) e le poesie di Frank O’Hara (all’indomani della messa in onda della puntata in cui Don Draper legge una poesia di O’Hara, il suo Meditations in an Emergency è balzato nella top 50 dei libri più venduti da Amazon.com).

Poster
I più belli sono quelli di Stanley Chow, disegnatore e grafico pubblicitario inglese che da anni realizza magnifici ritratti pop di varie celebrità. Don Draper, Joan Holloway e Peggy Olson i tre della serie dedicata a Mad Men. Costano 20 dollari l’uno (oppure 50 dollari i tre) e sono acquistabili sul sito stanleychow.com. Interrogato sull’argomento, Stanley Chow confessa: “Credo che il modo in cui la gente viveva e si comportava negli anni Sessanta affascini chiunque. Ma il motivo per cui io amo Mad Men è che amo Don Draper”. E anche Stanley è uno di noi.

Pubblicità
Qui è il caso di dire: chi disprezza compra. Noi che abbiamo passato le nostre giovinezze a disdegnare le pubblicità e chi le fa, ci ritroviamo ad ammettere che quello del pubblicitario non è affatto un brutto mestiere. Anzi. E se pensate che la “golden age” della pubblicità sia finita insieme agli anni Sessanta, cercate in rete uno studio di marketing dal titolo “The New Golden Age of Advertising”. Scoprirete che, grazie a Internet, gli anni d’oro sono proprio questi in cui viviamo. Dice ancora Stanley Chow: “In cosa è cambiato il mondo della pubblicità in questi quarant’anni? Oggi di Peggy Olson ce ne sono a centinaia”. E per fortuna la cosa non vale solo per la pubblicità.

Sigarette
No, non vi stiamo consigliando di cominciare o riprendere a fumare. Non fatelo. Vogliamo solo denunciare la nostra simpatia per lo sdoganamento che Mad Men ha fatto del politically incorrect. In Mad Men c’è gente che fuma, che beve, che tradisce le mogli. Lo fanno perché sono intrappolati negli anni Sessanta, questo lo sappiamo, ma a noi stanno enormemente simpatici. Così umani.

Simpsons
Per misurare la celebrità di qualcuno o qualcosa, basta guardare I Simpsons. Tutto ciò che finisce in una puntata dei Simpsons, non può che essere famoso. Per cui andate su youtube e digitate Mad Men e Simpsons. Troverete una breve ma riuscita parodia della sigla iniziale di Mad Men interpretata da Homer Simpson. Sempre su youtube, digitate Mad Men e Sesame Street. Troverete la versione Muppet Show della sigla iniziale della serie, seguita da un paio di minuti di gag in cui il Muppet Don Draper e due colleghi pubblicitari sono alle prese con la reclame di un barattolo di miele.

Tacchi
Le scarpe contano quasi quanto la biancheria. “Non credo che riusciremmo a fare il nostro lavoro senza quei vestiti, quella biancheria e quei tacchi”, dichiara Elisabeth Moss/Peggy Olson, elogiando il lavoro della costumista della serie. “Più alti sono meglio è”, aggiunge Christina Hendricks/Joan Holloway (eletta quest’anno da Esquire la donna più sexy vivente), che ammette di riuscire ad ancheggiare in modo a dir poco perfetto grazie a tacchi di almeno sette centimetri. Consigliati da Janie Bryant nel suo libro (e inseriti tra i dieci capi di abbigliamento che non dovrebbero mai mancare nei nostri guardaroba) anche i sandali e gli stivali di pelle alti sopra il ginocchio.

Vestiti
Uomini che avete soldi da spendere: Janie Bryant ha disegnato per Brooks Brothers un abito stile Don Draper che si chiama “Mad Men Edition”. Donne che non avete soldi da spendere: H&M ha appena lanciato una nuova collezione ispirata alla serie. Uomini e donne che non avete nemmeno un euro in tasca: saccheggiate armadi e bauli di madri, padri, zii e nonni. Tanto, si sa, dopo gli anni ottanta nella moda nessuno inventa più niente. E il futuro è nel vintage. C’è poi una quarta opzione, ed è quella del cucirsi gli abiti da sé. Basta cercare in rete per trovare gruppi di cucito in cui donne volenterose si scambiano dritte e modelli per realizzare graziosi abiti anni Sessanta ispirati alla serie. Tanto in qualche modo bisogna pur tenersi occupati.

L'articolo Mad Man Myself proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/mad-man-myself/feed/ 6
Romanzo criminale e la Magliana oggi https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/ https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/#comments Sat, 22 Jan 2011 10:38:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3667 di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.

L'articolo Romanzo criminale e la Magliana oggi proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.
Sono ragazzi di quindici venti massimo trent’anni, questi che si riuniscono con gli amici davanti alla tv, in cima ai palazzi popolari, ritualmente. Se ne stanno in cucina, anche se in salotto ci sarebbe il televisore più grande; nessuno di loro si sorprende di stare stretto con le sedie ammucchiate in fila: vengono tutti da case dove il salotto è sempre allo scuro e gli ospiti si ricevono in cucina. Sono quelli che, al bar, con falsa disinvoltura lasciano più mancia di quanto abbiano pagato il caffè corretto. Uno di loro mi ha spiegato – nel recupero fra una serie di squat e l’altra – che insieme alla fidanzata festeggiano il loro anniversario di pomeriggio («Fa’mo ‘r giro de’ gioiellerie: vedemo pe’ ‘e fedine») e di sera restano a casa «ché c’è Romanzo… ». Sono i ‘coatti moderni’ della Magliana, che la Magliana ‘della Banda’ non l’hanno vissuta perché negli anni Ottanta ci hanno fatto al massimo le elementari.
A tirar su manubri e bilancieri siamo molti di meno, quand’è l’ora di cena. Rimane in sala qualche grande vecchio, di quelli che si aggiustano i capelli lunghi e hanno le collanine d’oro e i cuori tatuati coi puntini blu. E la generazione degli anni Sessanta e Settanta, anche, che per sentire è molto compatta – avere trentacinque o cinquant’anni, sposta poco. L’insieme dei ‘coatti antichi’, insomma: quelli che hanno ancora un senso pasoliniano, quelli sopravvissuti al benessere economico. Infine un paio di moldavi e un albanese, rimangono ad allenarsi: quelli che entrano in spogliatoio coi pantaloni macchiati di calce, che li vedi a un angolo sfregarsi il nero dell’olio dalle mani… gli eredi del proletariato e sottoproletariato italiano, che non esiste più.

La Banda che il giovedì va in onda su Sky stuzzica, prima di tutto, l’immaginario borghese: le armi, il dialetto, la sveltezza… sono cose esotiche, lontane, subito affascinanti. Per ‘borghesia’ intendo quella che tradizionalmente si definisce media e alta borghesia, tenendo fuori quella che veniva chiamata ‘piccola borghesia’ e che oggi rappresenta tutto il resto. Così come il libro di De Cataldo e come il film di Placido, anche la serie tv si rivolge ‘naturaliter’ a un pubblico socioculturalmente medio-alto. Come negli autori e nel target, d’altronde, l’elaborazione romanzesca della Banda della Magliana è borghese nel rassicurare e appianare una serie di complessi di superiorità: la distanza dalla Realtà, il moralismo legalitario, l’ordine e la stabilità. È chiaro, infatti, che Libano e gli altri fanno cose eccitanti che non si possono fare.
L’imitazione di questa attrazione, che scatta da parte dei ‘coatti moderni’, rientra nell’ondata omologativa che da almeno trent’anni sta sommergendo di simboli e modi borghesi le borgate. Per capire perché i ventenni della Magliana oggi si appassionino al Freddo e al Dandy e agli altri, bisogna tornare inevitabilmente a Pasolini: è questa la borgata che s’imborghesisce di cui scriveva, questa l’imitazione di un gusto extra-sé che riguarda il sé. Si verifica una contorsione che è possibile – semplificando il tutto – sintetizzare così: il coatto esalta la percezione del coatto di qualcuno che i coatti non li conosce per niente. Se oggi la Magliana fosse com’era e se questi ventenni della mia palestra fossero come i loro padri, allora si potrebbe dire che l’emozione viene dal riconoscersi e dal sentirsi in qualche modo omaggiati. Invece l’atteggiamento di quelli della Magliana che il giovedì si sbrigano a cenare è in sostanza lo stesso dei loro coetanei di Roma Centro, arricchito però dal vanto ipocrita di sapere che a Roma e in Italia si pensa che siano loro – in un certo senso – i protagonisti.
In questo modo, come fanno i borghesi, le nuove generazioni della Magliana accendono su Sky perché guardano ai personaggi della Banda come guardano a Scarface: simboli estranei, modelli in quanto diversi da tutto ciò che possono vivere scendendo nelle loro strade di oggi.

Presto nasce e prospera un marketing, ovviamente, intorno a una serie tv così di successo; la t-shirt ufficiale con scritto QUELLI DELLA BANDA costa quarantacinque euro. Non c’è nessun paradosso, anzi: si pone perfettamente in scia con il fenomeno “De Puta Madre” – marca d’abbigliamento lanciata da un ex narcotrafficante, che già da qualche anno riempie gli armadi delle migliori case italiane. Che ‘de puta madre’ in spagnolo non significhi ‘figlio di puttana’ e che gli adesivi sulle mini-car parcheggiate ai Parioli non lo sappiano, è significativo. D’altra parte è talmente antico il gioco dei figli-di-papà di travestirsi da figli-di-puttana, che dev’essere stato automatico tradurre l’espressione così.

In sala pesi, parlo di tutte queste cose con Tullio, che è delle case popolari della Magliana e fa l’operaio e si avvicina ai quarant’anni. Gli chiedo che ne pensa, della serie e di quelli che la seguono: ripete tre quattro volte «Ma lascia sta’… ». Poi riprende l’asciugamano dalla Lat per i dorsali, si guarda intorno e – abbassando la voce – mi fa: «’a sai, te, ‘a storia vera d’a Banda e tutto?… ». Attacca allora che i capi storici dell’organizzazione erano di Trastevere e Testaccio e altri quartieri, che la Magliana «era giusto do’ c’avevano ‘r magazzino», che «i delinquenti qua ce stanno come ce stanno dappertutto».
Fa scudo, Tullio, al suo quartiere: perché è uno di quella generazione, perché le storie sulla Banda gli hanno creato più problemi che altro («De do’ so’, ai mi’ sòceri j’‘amo detto dopo sposati»), perché se sei stato in mezzo a certi ambienti, poi non hai bisogno di enfatizzarli. È un atteggiamento sano, proteggere la dignità dei propri luoghi dallo sguardo esterno. Lui, poi, non è affatto morbido con la sua realtà: non le trattiene le bestemmie sulla gente e i problemi che ha intorno – lo sento –, quando si alterna alla panca con gli amici di sempre. Il rapporto difficile col suo quartiere, però, è un panno sporco da lavare a casa: dire che la Magliana è pericolosa, per quelli come Tullio invece che un vanto significa ancora sputare nel piatto dove si mangia. E a vederla in prima pagina alle spalle d’un Michele Placido, gli fa venire voglia di difenderla.

L'articolo Romanzo criminale e la Magliana oggi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/feed/ 9
Treme https://minimaetmoralia.it/televisione/treme/ https://minimaetmoralia.it/televisione/treme/#respond Wed, 01 Dec 2010 09:06:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3394 Questo articolo è uscito sullo Straniero. di Simone Caputo “Trumpet bells ringing / Bass drum is swinging / As the trombone groans / And the big horn moans / And there’s a saxophone. / Down in the treme / Is me and my baby / We’re all going crazy / While jamming and having fun”. […]

L'articolo Treme proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito sullo Straniero.

di Simone Caputo

“Trumpet bells ringing / Bass drum is swinging / As the trombone groans / And the big horn moans / And there’s a saxophone. / Down in the treme / Is me and my baby / We’re all going crazy / While jamming and having fun”. Con queste parole si chiude la sigla che accompagna i titoli di testa della serie tv statunitense Treme, trasmessa in dieci puntate, a partire dall’Aprile 2010 dalla HBO. La serie è ambientata a New Orleans nei mesi che seguirono le devastazioni provocate dall’uragano Katrina e dalla conseguente inondazione della città: “Tre mesi dopo” recita infatti la scritta che apre le immagini della prima puntata. La bellissima sigla, cantata dal vocalist di New Orleans John Bouttè, racconta già molto di quello che sarà l’intera serie, con le parole, la musica e soprattutto con le immagini: un giro di contrabbasso, uno stacco di batteria e un assolo di chitarra frullano come in un vortice nel giro di pochi secondi immagini in bianco e nero di una vecchia New Orleans e dell’uragano dell’estate del 2005; Bouttè inizia a cantare e con i titoli di testa compaiono molteplici inquadrature dei muri delle case rimaste in piedi dopo l’alluvione. Perché questo è rimasto di New Orleans: muri segnati dalle acque, case distrutte, foto scolorite ricordo del passato, abitanti sopravvissuti a guardare attraverso porte e finestre le proprie vite oramai irriconoscibili. Treme, è bene dichiararlo subito, è una serie bella, efficace, in certe momenti strabiliante. Un racconto schietto e corale su una città e il terribile evento che l’ha spazzata via: senza indugiare nel sentimentale, senza ricercare la lacrima, senza banalizzare le tremende colpe e incapacità politiche che stanno dietro e seguirono al disastro, senza cadere nel “falso” o nell’eccessivamente “rappresentativo”, senza dipingere cartoline.
Con un personaggio che fa da protagonista, da collante, da sezione ritmica, da luogo della memoria, da piacere per le orecchie: la musica della città, in tutte le sue forme, generi, colori, strumenti, volti. Il creatore di Treme è lo sceneggiatore David Simon, già autore per la HBO di due capolavori televisivi: il superbo affresco della città di Baltimora dipinto con The Wire e la cinica Generation Kill con la sua scioccante ricostruzione dell’occupazione in Iraq. Simon, con tutti i suoi co-sceneggiatori, punta il dito contro gli scandali dell’amministrazione Bush e le folli idee del neo-conservatorismo: le tre serie sono infatti accomunate dallo spirito di denuncia contro un governo che non si è solo macchiato di un’inqualificabile inettitudine, ma è mancato al primo dei suoi doveri: proteggere la vita dei suoi cittadini. La storia si ripete tremenda e puntuale: nella Baltimora di The Wire, serie dedicata a indagare i fallimenti di polizia, scuola e politica; nella lotta al crimine nel deserto iracheno di Generation Kill, dove l’avanguardia dell’esercito statunitense veniva spedita in guerra accompagnata dalla disorganizzazione dei vertici, carenza di dispositivi bellici e scarsità di approvvigionamenti; nella New Orleans di Treme, emblema dell’ottusità e del disprezzo dimostrati da un governo federale impegnato a fare altro – Bush in vacanza, la Rice a comprare scarpe da Ferragamo – mentre la povera gente era ammassata nel Superdome e sulle autostrade senza acqua e senza cibo, i malati morivano e i cadaveri galleggiavano sulle acque.
Perché Katrina è stata una catastrofe annunciata e non prevenuta: già nel 1927 e nel 1965 uragani e esondazioni del Mississipi avevano abbondantemente dimostrato che gli argini costruiti con sufficienza non erano in grado di evitare straripamenti e morti. E un evento atmosferico largamente sottovalutato ha così dimezzato la popolazione della parrocchia di New Orleans e l’intero delta del Mississipi. Katrina ha spazzato via una delle più grandi città d’America in soli tre giorni, tra il 29 e il 31 agosto 2005: più di mille morti, un altissimo numero di dispersi, centinaia di migliaia di sfollati, più di 80 miliardi di dollari di danni. Treme, in dieci episodi, mostra attraverso gli occhi di chi ha deciso di non abbandonare la città, il post-uragano, i giorni della solitudine, i giorni dell’ospitalità presso parenti e amici, i giorni degli oltraggi della burocrazia, delle assicurazioni e delle speculazioni edilizie, i giorni della depressione.
Ma la vera forza di Treme non sta nell’essere denuncia contro un fallimento, atto d’accusa contro l’amministrazione Bush. Il suo sorprendente valore è nella capacità attraverso la costruzione di alcune storie che si fanno coro, di raccontare una città intera, il suo presente, la storia che le sta alle spalle: c’è chi non ha acqua calda, chi cerca un fratello disperso, chi accusa il governo federale di aver fallito causando una catastrofe, chi ritorna in città per trovare un lavoro trascinando con se sua figlia, chi dopotutto non può davvero lamentarsi, chi suona per soldi, chi suona e basta convinto di andare avanti per sempre. La pura critica politica resta sullo sfondo; eppure è lì, a ricordarci di chi sono le colpe. Lontani da qualsiasi tentazione facilona alla Michael Moore, David Simon e gli autori di Treme hanno voluto anzitutto narrare: un’umanità intricata, una storia complessa, la musica, i luoghi comuni del turismo, la cucina e le sue particolarità, gli scomparsi e gli arrestati, l’architettura e le case, il processo di centrificazione dei quartieri a seguito della ricostruzione, le roulotte di emergenza della Fema, le distinzioni razziali, i blog e i loro attacchi alla politica inetta, le parate delle Second Line, la chiusura delle scuole, la violenza della polizia, la differenza fra chi ha perso qualcosa e chi ha perso tutto, le famiglie divise, le fantastiche atmosfere del Mardi Gras, i rituali degli “indiani” del Mississippi. Ha infatti detto Simon a proposito della serie: “Non stiamo cercando di raccontare una storia criminale o politica. Si tratta di una storia sulla cultura e su come la cultura urbana americana determini il nostro modo di vivere. New Orleans ha una cultura unica e straordinaria, ma deriva dalle stesse forze che caratterizzano la società americana: immigrazione, integrazione e non-integrazione, razzismo e post razzismo. Cos’è che ci rende americani? La cosa che abbiamo senza alcun dubbio donato al mondo è la musica afro-americana”. Treme non è, infatti, un nome scelto a caso: è un quartiere di New Orleans, poco raccomandabile a dar retta alle guide turistiche, confinante a ovest col più famoso e turistico French Quarter, e vera patria della musica e della cucina di New Orleans. La musica è onnipresente nelle dieci puntate della serie, così come lo è nella vita reale degli abitanti della città; musicisti sono alcuni dei personaggi di fiction, le innumerevoli figure del sottobosco musicale che compaiono e quelle più note che partecipano agli episodi, da Alain Toussaint a Dr John, da Elvis Costello ai vari Jon Cleary and The Absolute Monster Gentlemen, Steve Earle, Kermit Ruffins; perfino alcuni degli stessi attori, come Wendell Pierce, Steve Zahn e Lucia Micarelli, sono musicisti. Non c’è puntata in cui non si senta suonare una Second Line, un gruppo di buskers, una band in un locale, o la Treme Brass Band accompagnare un rito funebre con i suoi ottoni e i suoi canti. Il numero di musiche, canzoni, spezzoni proposti nelle dieci puntate è impressionante: sono forse più di duecento. Come impressionante è il patrimonio musicale utilizzato: Jelly Roll Morton, Stan Getz, Pete Fountain, Professor Longhair, Bob French, Johnny Adams, Django Reinhart, Toumani Diabate, Nat King Cole, Beausoleil, Jon Cleary, Little Richards, Ellis Marsalis, Beau Jocque, Ernia K. Doe, Miles Davis, Irma Thomas, Davell Crawford, James Booker, The Meters, Don Vappie, Germaine Bazzle, Scott Joplin, Fats Domino, Louis Armstrong, la Rebirth Brass Band. Treme è un atto di amore verso una città, ma anche un atto d’amore verso la sua cultura, verso la musica, il jazz e i suoi musicisti in particolar modo. Treme riesce in una doppia difficile impresa: raccontare sottotono l’ansia esistenziale di una città per il nuovo e l’ignoto, e rappresentare la cultura di luogo, la sua musica, i suoi musicisti attraverso lo schermo.
Proprio come in ‘Round Midnight, bellissimo film di Tavernier, una delle poche pellicole capaci di portare il jazz sullo schermo, gli autori di Treme mettono al centro i luoghi, i suoni, le persone: non importa che non accada nulla di che; quel che importa sono le suggestioni, le atmosfere, il ritmo, il semplice racconto.
La cura con cui i singoli episodi sono sceneggiati, la regia abile e dedicata ai particolari, un montaggio lontano da qualsiasi funambolismo e debitore dei ritmi e dei suoni della città, un cast di attori di livello, da John Goodman a Rob Brown a Kim Dickens, sono invidiabili e fanno pensare con una certa tristezza alle svilenti serie televisive nostrane, all’incapacità dei canali italiane di raccontare attraverso la tv e la fiction il presente, di andare oltre le ricostruzioni di maniera, di realizzare prodotti liberi e credibili lontani dalla propaganda. L’elenco di quanto si produce o si trasmette in questi mesi in Italia e che finisce sugli schermi di Rai e Mediaset è impietoso: Ho sposato uno sbirro, Capri, Amore Proibito, Rinomata pasticceria Mileto, Edda Ciano, Il peccato e la vergogna. Come impietoso è il confronto con quanto la sola HBO ha prodotto e sta producendo in questi anni: The Sopranos, The Wire, Six Feet Under, Generation Killer, Treme, Boardwalk Empire, John Adams, True Blood. E non potrebbe essere altrimenti se a capo delle società che producono fiction in Italia ci sono nomi quali quelli, tra gli altri, di Luca Barbareschi, Giorgio Gori, Claudia Mori.
“Ain’t the river or the wind to blame / ‘cause everybody around here knows / nothing holding back Pontchartrain / ‘cept for prayer and as the promises go. / We’s carrying on digging our graves / and solid marble above the ground. / Maybe our bones will wash away / but this city will never drown”.
Così recitano gli ultimi versi della ballata This city di Steve Earle che chiude la prima stagione: “forse l’acqua porterà via le nostre ossa, ma questa città non potrà mai affogare”. Alla fine delle dieci puntate non può che restare in chi ha visto Treme un senso di forte disgusto: perché disgusto è l’unica parola che si può usare per un’amministrazione federale che ha lasciato morire dei propri cittadini, che ha speculato sulle loro disgrazie, che li ha dispersi in quaranta stati senza ridargli una città. E tutto perché? Perché, come esclamò l’emozionato rapper Kanye West durante un’importante raccolta fondi televisiva per New Orleans, semplicemente “George Bush se ne frega della gente di colore!”. In una delle puntate, John Goodman, che interpreta il ruolo di un professore, legge in classe ai suoi alunni un piccolo brano di Lafcadio Hearn su New Orleans: “Le cose non sono belle qui [è il 1880 l’anno cui Hearn si riferisce], la città si sta disfacendo in cenere. È stata sepolta da una colata lavica di tasse, frodi e mala amministrazione. Le sue condizioni sono così pessime, che quando ne scrivo, nessuno crede stia dicendo la verità. Ma è meglio vivere qui tra stracci e ceneri che possedere l’intero stato dell’Ohio”; poi aggiunge: “Lafcadio Hearn non fu il primo a innamorarsi di New Orleans; certamente non fu l’ultimo. Le sue farse rappresentano alcuni dei peggiori eccessi e affronti americani. Ma, giorno per giorno, anno per anno, New Orleans evoca anche momenti di chiarezza artistica e urbana trascendenza che sono il meglio in cui il popolo americano possa sperare. Questo se, noi che ne siamo testimoni, non siamo troppo spossati, troppo esauriti e troppo stupidi per riconoscerli per quel che sono”.

L'articolo Treme proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/treme/feed/ 0
Manuale d’istruzione per una scrittura davvero televisiva https://minimaetmoralia.it/scrittura/manuale-distruzione-per-una-scrittura-davvero-televisiva/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/manuale-distruzione-per-una-scrittura-davvero-televisiva/#comments Tue, 30 Nov 2010 10:41:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3389 Denis Mc Grath, autore tv canadese, ci racconta come si scrive una serie. Alcune anticipazioni: per scrivere un telefilm bisogna dimenticarsi del cinema e capire che la scrittura seriale è tutta un’altra cosa. Che un break pubblicitario non è una pausa ma la chiusura di un atto. Che il motore di una serie è tutto […]

L'articolo Manuale d’istruzione per una scrittura davvero televisiva proviene da Minima et Moralia.

]]>

Denis Mc Grath, autore tv canadese, ci racconta come si scrive una serie. Alcune anticipazioni: per scrivere un telefilm bisogna dimenticarsi del cinema e capire che la scrittura seriale è tutta un’altra cosa. Che un break pubblicitario non è una pausa ma la chiusura di un atto. Che il motore di una serie è tutto quello che bisogna trovare. Sulla scrittura seriale presto alcune novità…

di Denis Mc Grath

Creare una serie televisiva è una cosa diversa dallo scrivere un film.
Un film inizia sempre con una grande idea. E dopo tanti anni di produzioni, l’idea è quasi sempre una variazione su un genere consolidato. Per esempio il viaggio di un eroe, un racconto che ti porti dal punto A al punto B, che in qualche modo produca in te un cambiamento e che magari ti faccia, lungo il percorso, imparare qualcosa di nuovo sul protagonista e quindi, per traslazione, sulla vita. Scrivere la sceneggiatura di un film è come costruire una casa partendo da uno schizzo. Creare un serie televisiva, invece, è sì progettare la casa, ma anche disegnare le basi della comunità che ci andrà a vivere. Tutto sta nel trovare il “motore”.
Cos’è il motore? In parole povere, è il principio che muove la serie. Mentre il film può essere una sola storia raccontata bene, una buona serie televisiva è composta da una pluralità di storie che partono dalla stessa premessa. Tanto più spinge il motore, quanto più funzioneranno le storie che esso muoverà. Per questo motivo spesso la televisione racconta di gente comune e le sceneggiature descrivono la vita di tutti i giorni, all’interno di una centrale di polizia, di uno studio legale o di un ospedale.
Una volta decisa la “comunità” che popola il mondo della tua serie tv, devi darle vita.
C’è un piccolo trucco che mi piace usare quando mi viene un’idea per una potenziale nuova serie. Inizio a fantasticare sui protagonisti e sui personaggi strani su cui vorrei basare le mie storie. Poi, per chiarirmi le idee, cerco di “vedere la locandina”. Fisso un muro e immagino che sopra vi sia appesa la locandina del primo episodio della serie.
Sulla locandina c’è una persona sola, in piedi, che mi guarda? Ci sono un paio di persone, o tre? È ritratto un gruppo in piedi, uno accanto all’altro, e non c’è nessuno in risalto? Oppure c’è un gruppo di persone in piedi sullo sfondo, con uno o due di loro che sporgono in primo piano?
A volte le serie hanno un unico protagonista e tutto gira attorno all’eroe (L’incredibile Hulk e la maggior parte delle serie tipiche degli anni Settanta), oppure una coppia di protagonisti (X-Files), o più personaggi principali (Friends, L.A. Law, West Wing), o ancora un gruppo che ruota attorno a un leader (Dr. House, I Soprano).
Qualche volta anche le serie di maggior successo ci mettono un po’ prima di trovare la propria strada. Nelle prime stagioni di West Wing ed Ellen c’erano personaggi che avrebbero dovuto essere protagonisti ma che nel tempo sono stati fatti fuori. Persino una serie storica come Mary Tyler Moore è mutata moltissimo – è passata dall’essere equamente ambientata tra la casa di Mary e il suo posto di lavoro a concentrarsi esclusivamente al lavoro, quando il personaggio di Rhoda ha lasciato la serie.
All’inizio sembra naturale lavorare su come i personaggi ruotano attorno al protagonista. E raramente si analizza come possano relazionarsi anche i gruppi e i personaggi secondari. Dovete ricordare che state per mischiare e abbinare i personaggi in più di un centinaio di diverse storie. Per esempio, ogni volta che a Friends si voleva provare qualcosa di nuovo e diverso, qualcuno andava a vivere con Joey. Pensateci, vedrete che è vero. Joey è stata l’arma segreta di Friends. Chandler, Rachel e persino Phoebe non sono mai stati più spiritosi di quando vivevano con Joey.

Il pilota
Una volta completata l’analisi iniziale siete finalmente pronti per il primo episodio. Ora, che genere di puntata pilota volete? Potete scegliere tra ben due possibilità.
Uno è il “prologo pilota”, dove si raccontano le origini del vostro supereroe: come Peter Parker sia diventato Spiderman, o Bruce Wayne Batman. Ci sono un sacco di pilot di questo tipo: pensate a Cin Cin. Nella prima puntata Diana entra nel bar per aspettare il suo moroso. Nell’attesa conosce la combriccola del bar, poi il fidanzato la molla ed entro la fine dell’episodio lei finisce per accettare un lavoro come cameriera. Nel pilot di Friends c’è Rachel in crisi per il suo matrimonio che si mette in contatto con Monica, un’amica che non vedeva da tempo. E alla fine dell’episodio va a vivere con lei.
Certo, il problema del “prologo pilota” è che, proprio perché racconta come i personaggi si trovano in una certa situazione, non è esattamente il tipico episodio della serie. È risaputo che gli episodi pilota sono i più difficili da scrivere. Ti tocca spiegare le premesse, introdurre tutti i personaggi e raccontare una storia in una botta sola. Per questo spesso gli autori alla fine optano per un secondo tipo di episodio pilota: “l’episodio tipico”. In cui, in pratica, il telespettatore viene catapultato dentro una storia già avviata. All’inizio di E.R. vi siete trovati improvvisamente nel County General Hospital di Chicago. Dovevate capire chi erano i dottori e le infermiere in gioco. Il primo episodio era già molto simile a ogni altro della serie.

Struttura
Ora vediamo come si sviluppa una storia. La struttura cambia in funzione di queste variabili: se la serie è basata su puntate di mezz’ora o di un’ora; se è seriale (quando le vicende continuano tra un episodio e l’altro) o se ogni singolo episodio è a sé (cioè si raccontano storie autoconcluse); in base agli eventi che introduciamo di volta in volta nella trama; se stiamo lavorando su una serie per la tv commerciale, che quindi verrà interrotta per le pubblicità, o se la puntata non avrà interruzioni.
Conosco un po’ meglio i formati standard nordamericani, dove ci sono molte interruzioni pubblicitarie, per cui parlerò di questi. Le interruzioni rappresentano in pratica il numero di atti in cui va spezzettata la puntata. Non occorre stare a perder tempo per capire cosa significhi suddividere una puntata in tanti atti, in pratica si tratta banalmente di pensarli in termini di momenti cruciali.
Quando parte la pubblicità tocca lasciare lo spettatore come sospeso, così che rimanga in trepidazione durante la pausa e che non ci abbandoni. Le serie tv da un’ora un tempo erano suddivise in quattro atti (della durata di mezz’ora ogni due), ma i cambiamenti degli ultimi tempi fanno sì che oggi non sia raro trovarne anche cinque o sei.
In pratica sei costretto a progettare più momenti di suspense, possibilmente che preludano a nuove scoperte o a un pericolo per il personaggio principale. Per questo la gran parte degli autori partono dalla fine. Mettono a fuoco tutto quello che deve accadere entro la conclusione dell’episodio e poi lavorano all’indietro, spostando i personaggi lungo la puntata, scandendo così i tempi e tutti i singoli eventi della storia.
La maggior parte delle serie contemporanee tendono ad avere al proprio interno una trama A e una trama B (ma anche C, D eccetera). La trama A riguarda il personaggio principale e tutto quel che gli gira attorno. La trama B gli altri personaggi. Man mano che si scende nella lista, le trame perdono d’importanza, per cui verrà dedicato loro meno tempo.
Il vero lavoro sta nell’imbastire i singoli eventi per ogni trama, dall’inizio alla fine – cosa succede, dove accade, chi è coinvolto. Occorre farlo separatamente per tutte le trame. Una volta fatto, sommati tutti i momenti salienti, ti trovi con 70/100 eventi cruciali per un’ora di spettacolo.
Ovviamente non si possono fare tutte queste scene. Inizi col preparare l’intreccio, avvicini tutte le trame e cerchi di legarle insieme senza forzature. Spesso accade che un evento cruciale delle trame B o C non abbia bisogno di una scena tutta per sé e che possa essere abbinato ad altre scene, o meglio ancora a una parte della trama A. Se metti sulla carta tutti questi momenti cruciali con i loro sviluppi puoi farti una prima idea della storia, di come può procedere e di come suonerà una volta che verranno stesi i dialoghi. Questo è un processo di scrittura indispensabile per la tv.
Al cinema lo spettatore è più o meno concentrato. Devi proprio fare un errore madornale perché il pubblico si alzi e se ne vada. In tv non è così. Il pubblico ha in mano l’oggetto magico che può farti sparire in un attimo, cambiando canale. Devi essere certo che la tua trama proceda senza intoppi e che abbia una buona base di partenza. Buttare giù subito l’intreccio è il metodo migliore per capire se le scene funzioneranno ancor prima di scriverle. Quando si arriva ai dialoghi è più difficile capire dove sta l’errore, e di conseguenza provare a mettere a posto le cose.
Nel momento in cui esamini le singole scene, dopo aver steso la traccia, ricorda che ogni scena può avere da una a tre funzioni. Primo, serve a sviluppare la trama. Secondo, può rivelare qualcosa di importante e gustoso sui protagonisti. Terzo, può servire per spiegare qualcosa di rilevante riguardo al tema dell’episodio. Una scena scritta bene infila almeno due di queste funzioni. Una scena perfetta riesce a inserirle tutte e tre.
Definita la traccia, a seconda degli accordi presi con il produttore o con il network che ti ha ingaggiato, puoi stendere un primo abbozzo, in altre parole la descrizione in prosa di quello che accade nell’episodio (una sorta di lungo racconto senza dialoghi), oppure scrivere direttamente la sceneggiatura.

Essere Autori
C’è un bel po’ di lavoro da fare, vero? E tutto ancor prima di aver scritto: “Inizio – Fade in”. Anche per questo in Nord America la maggior parte del lavoro di spezzettamento della storia viene fatto da un team di autori. Assieme si eseguono i passaggi che ho descritto fin qui, finché non si ha una storia che funzioni. Solo a quel punto si identifica un autore a cui affidare la puntata per finirla.
Il vantaggio è chiaro. Con un gruppo che conosce bene la serie e lavora in sincronia si possono produrre le nuove storie molto in fretta. In più, siccome si lavora in cinque o sei, le trame avranno meno buchi o errori strutturali che non lavorandoci da soli.
Nonostante ciò tutti gli autori televisivi prima o poi si trovano a dover pensare la struttura di un’intera storia da soli. Non è divertente per niente. Ti scopri a fissare il foglio bianco o la lavagna sperando che ti colga l’ispirazione. Che non arriva mai. Chi non è autore non mi crederà, ma per esperienza vi garantisco che quando ci si mette a scrivere davvero una sceneggiatura significa che il 60-70% del lavoro è già stato fatto.
Si tende a confondere la traccia con i dialoghi. Ma i dialoghi sono solo l’ultimo passaggio, e anche il più semplice. Si trova facilmente uno che sappia scriverli. Mentre un autore che sappia stendere bene la struttura della storia è molto, molto più raro.
Quando inizi a scrivere una serie televisiva, normalmente ti viene chiesto di consegnare il testo guida, e anche una sorta di “bibbia” – cioè un documento in cui siano riportate le basi generali della serie, la descrizione dei personaggi, i loro rapporti, le storie principali e una manciata di possibili sviluppi. Possono anche chiederti di scrivere una o più sceneggiature, così i produttori più ansiogeni possono stare tranquilli che le vostre proposte stiano in piedi.
È incredibile come una sceneggiatura per la tv possa essere un animale tanto studiato e tenuto strettamente sotto controllo. Il creativo che lavora dentro questi limiti è come il poeta che lavora a un haiku, o il cantautore che cerca quei tre versi perfetti per il coro che li canterà. È uno sporco lavoro che non va bene per tutti. Ma a chi lo esercita può procurare dipendenza. Diventare il creatore del mondo che vive all’interno di una serie televisiva e vederlo crescere, per quel che ne so io, è il modo più vicino, per noi mortali, di giocare a essere Dio.

L'articolo Manuale d’istruzione per una scrittura davvero televisiva proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/scrittura/manuale-distruzione-per-una-scrittura-davvero-televisiva/feed/ 4
C’era una volta Mad Men https://minimaetmoralia.it/televisione/cera-una-volta-mad-men/ https://minimaetmoralia.it/televisione/cera-una-volta-mad-men/#comments Tue, 09 Nov 2010 12:31:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3193 Questo articolo è uscito su GQ di ottobre

di Daniele Manusia

“Chi è Don Draper”?
Non credo di rovinare la sorpresa a nessuno dicendo che è con queste parole che comincia la quarta stagione di Mad Men. In fondo è la domanda implicita anche a tutti gli altri episodi della serie.

L'articolo C’era una volta Mad Men proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito su GQ di ottobre

“Chi è Don Draper”?

Non credo di rovinare la sorpresa a nessuno dicendo che è con queste parole che comincia la quarta stagione di Mad Men. In fondo è la domanda implicita anche a tutti gli altri episodi della serie. Neanche troppo implicita, i personaggi ne parlano tra di loro quando Draper è fuori stanza e in una delle prime puntate qualcuno dice: “Potrebbe essere Batman, per quel che ne sappiamo noi”.
Mad Men è una serie ambientata all’inizio degli anni sessanta, nel mondo dei pubblicitari di Madison Avenue, dove avevano sede le agenzie più importanti: Ad Men + Madison Avenue = Mad Men: un termine coniato dagli stessi pubblicitari dell’epoca. Dopo le prime tre stagioni ha raggiunto i 2,9 milioni di spettatori e lo scorso 29 agosto ha vinto il suo terzo Emmy consecutivo; proprio in quei giorni negli Usa stavano mandando in onda i nuovi episodi e, consapevoli delle loro chance di vincere, gli autori hanno fatto coincidere la serata degli Emmy con la puntata in cui Don Draper riceve un Clio, il premio per la miglior pubblicità dell’anno. Altrettanti sono i Golden Globe, cui vanno aggiunti i premi per la sceneggiatura, gli attori, il design, i costumi e persino per il miglior hairstyling (anche in quest’ultima categoria hanno vinto tutti e tre gli Emmy a cui hanno partecipato). E dire che Matthew Weiner, l’ideatore della serie, ha dovuto penare per trovare qualcuno che la producesse. La HBO, per la quale ha lavorato alle ultime stagioni dei Soprano e a cui aveva proposto il pilota di Mad Men, a fine contratto non si è più fatta viva e Weiner ha dovuto incassare anche il rifiuto della Showtime prima che la AMC, che non aveva mai fatto niente del genere prima, si decidesse a girarla.

Con un budget ridotto il problema principale era proprio l’ambientazione storica. Non potendo permettersi di uscire e decorare la città Weiner e i suoi collaboratori si sono dovuti concentrare sugli interni. E sono proprio quelle case e uffici dettagliatissimi uno dei segreti del successo della serie. Dai tessuti alle opere d’arte appese alle pareti (uno dei capi dell’agenzia ha addirittura un Rothko, e via via che il tempo passa cominciano a comparire le prime opere Optical), ai libri che i creativi hanno nelle librerie alle loro spalle (La Rivolta di Atlante di Ayn Rand), quelli che le segretarie leggono nei tempi morti (per gli uffici gira una copia incensurata de L’Amante di Lady Chatterly), passando per le lampade i mobili di design (c’è un tavolo Tulipano in fibra di vetro di Eero Saarinen) fino ai bicchieri da whisky con la base appesantita, i flaconi di dissolvente e le rotelline da cancellare: tutto partecipa a un’impressione di verità inedita per una serie tv (e non solo). New York non si vede mai (quando compare dietro le finestre di qualche ufficio è una ricostruzione, come nei film di quel periodo) ma è evocata così bene con gli interni dei locali dell’epoca (P.J. Clark, Keen’s Steak House, il salone del Savoy Plaza Hotel, la carta da parati zebrata di El Morocco) che si potrebbe scrivere una guida Mad Men della città.
Circondato da perfezionisti, Matthew Weiner è l’uomo senza il quale non si può scegliere neanche la frutta di scena. Un aneddoto lo vuole infatti alla ricerca di mele più piccole, più brutte, più anni sessanta. Oltre a non assumere attrici con labbra o seno rifatto, o con la faccia troppo moderna, pare verifichi che in ogni posacenere riposino mozziconi di sigarette diverse. Quando, alla fine della terza stagione, i protagonisti hanno dovuto cercare un nuovo ufficio, Weiner ha fatto svolgere delle ricerche per capire cosa si sarebbero potuti permettere all’epoca con i clienti che avevano, e li ha fatti traslocare in un piano di mezzo del recente Time-Life Building, sulla sesta e non più su Madison Avenue. Su internet ci sono forum in cui si discute dell’accuratezza storica di ogni singolo episodio, persino del linguaggio adoperato, e pare che gli errori siano pochissimi. Ma non è di questo che Weiner ha paura. Piuttosto del contrario. Che gli anni sessanta risultino più perfetti di quel che erano in realtà, che Mad Men diventi troppo glamour (come il film di Tom Ford, A Single Man, a cui ha collaborato il designer della serie, Dan Bishop) e si perda attenzione alla storia o ai personaggi.

Non bisogna dimenticare che sui sedili di vinile dei diner e le poltrone di quei ristoranti francesi sono seduti uomini che ordinano dopo il terzo Martini, fumano mentre mangiano e fanno indigestione di ostriche a pranzo.
Di Mad Men si è parlato sopratutto perché si fuma e si beve molto. La serie è stata criticata per questo motivo. Si lavora troppo poco, hanno detto alcuni veri pubblicitari dell’epoca come George Lois, della Paper Koenig Lois. Ma altrettanti altri hanno confermato che le cose andavano esattamente a quel modo: “George avrà pure sgobbato, ma con lui lavoravano alcuni dei più grandi bevitori che io abbia mai conosciuto”, ha replicato Jerry Della Femina, uno che a settant’anni ancora lavora e dice di voler morire alla scrivania. Weiner ha deciso di parlare di quell’ambiente per due motivi. Il primo è che i pubblicitari erano le rock star dell’epoca (puliti, aggiungo io, con le camicie di ricambio nel cassetto e delle groupies capaci di archiviare documenti). Il secondo è che credeva fosse il mondo ideale per parlare della differenza che c’è tra quello che crediamo di essere e quello che siamo veramente. Infatti i suoi personaggi sono ipocriti e pieni di pregiudizi, recitano il ruolo di padre perfetto nell’utopia familiare dei sobborghi americani e al tempo stesso fanno abortire le loro segretarie. Per quanto riguarda Weiner, a uno dei primi giornalisti che lo intervista chiede per piacere di non scrivere che fuma, i genitori non lo sanno.
Tornando alla domanda iniziale, quando il giornalista chiede “Chi è Don Draper?” alla faccia quadrata abbastanza classica di John Hamm (l’attore che lo interpretata) a me è tornato in mente quello che ripeteva sempre Tony Soprano, il mafioso che passava un’ora alla settimana sul lettino della psichiatra a lamentarsi di quanto è stata cattiva con lui sua madre: che fine ha fatto il tipo di americano forte e silenzioso alla Gary Cooper? Un modo per rispondere alla domanda sarebbe dire che Donald Draper è quel tipo di americano. Il problema è che quando risponde: “Sono cresciuto nel Midwest, dove ti insegnano che parlare di sé stessi è maleducazione”, noi sappiamo che è un bugiardo e tutta la sua vita una menzogna. Sappiamo che Don Draper non è Don Draper. Lo abbiamo visto coi nostri occhi, alla fine della prima stagione strappare la medaglietta identificativa dal collo di un cadavere carbonizzato durante la guerra di Korea per assumerne l’identità. Da Tony Soprano ci aspettiamo che spari e ammazzi. Ma questi, insomma, potrebbero essere i nostri nonni e genitori (non per niente Weiner, che non ha mai negato l’autobiografismo nelle cose che scrive, ha deciso di cominciare la serie nell’anno in cui i suoi genitori si sono sposati).

La società di Mad Men è conservatrice e i suoi esponenti quasi tutti Wasp, White Anglo-Saxon Protestant. Quando si presenta un cliente ebreo, cercano un dipendente ebreo nell’agenzia per farlo sentire a suo agio, e dato che non ce ne sono Don dice: “Volete che ne vada a prendere uno alla pasticceria qui sotto?” (Weiner è ebreo). Per non parlare della condizione femminile. Le donne della serie sono le vere vittime. Betty Draper (interpretata da January Jones, una quasi sosia di Grace Kelly) è la moglie perfetta che lo aspetta la sera nella loro casetta di periferia, ma è così frustrata che le se si addormentano le mani mentre guida e quando decide di ribellarsi alla sua condizione di donna madre e bambina, non trova altro modo che andare in un bar e rimorchiare. La segretaria Joan (Christina Hendricks, eletta quest’anno da Esquire donna più sexy vivente), una rossa pin-up coi fianchi larghi e i reggiseno conici come testate nucleari, donna di carattere e oggetto del desiderio di tutti i maschi della serie, ha un dolce maritino geloso che non esita a violentarla per ristabilire i ruoli nella famiglia. Il simbolo della rivoluzione femminile dovrebbe essere Peggy Olsen (Elisabeth Moss), segretaria promossa a copywriter, ma anche lei quando resta incinta è costretta a nascondere la pancia e abbandonare il figlio per non ostacolare la sua carriera.
Nonostante ciò, noi proviamo nostalgia per quell’epoca e ne invidiamo i protagonisti. Le ventenni di Williamsburg non vedono l’ora che si organizzi una festa a tema per mettere gli abitini da cocktail delle loro madri.

Quello di Mad Men è un mondo sofisticato, esteriormente bellissimo e sul punto di morire. Ancora più bello forse proprio perché sul punto di morire. Quelle ragazze coi guanti a mezzo braccio e i nastri nei capelli sono gli ultimi bagliori di una fiamma che sta per spegnersi. Un mondo lontano come le orge romane e i salotti di Proust (d’altra parte Mad Men è una serie colta per gente colta: i Cahiers du Cinema gli hanno dedicato la copertina dell’ultimo numero e all’interno Weiner cita Chabrol). I dirigenti con le cravatte sottili nei corridoi foderati di moquette sono figure decadenti cariche di spleen e in America sono usciti da poco due libri (Mad Men and Philosophy: Nothing Is As It Seems e Mad Men Unbuttoned) in cui per decifrarli sono stati tirati in ballo il seduttore di Kierkeegard e i romanzi di Yates, Cheever (i Draper abitano al numero 42 di Bullet Park Road, che è praticamente il titolo di uno dei suoi libri) e il Philip Roth di Pastorale Americana.
Weiner dice che guardare quegli uomini fumare come ciminiere sempre sull’orlo dell’alcolismo è un piacere simile a quello che si prova con la pornografia. De Lillo in Underworld, a proposito di un pubblicitario di quegli anni, ha scritto che l’eccitazione di conoscere uomini del genere deriva dall’indovinare quando cadranno con la faccia nella minestra. Gli anni sessanta di Mad Men sono un periodo angoscioso stretto tra la crisi dei missili di Cuba e la guerra in Vietnam, e dato che anche noi abbiamo i nostri problemi – crisi economica ed energetica, il riscaldamento del pianeta, la guerra in Iraq, la minaccia atomica dell’Iran – ci viene facile immedesimarci. Almeno loro, ci diciamo, avevano stile. Se il mondo sta per finire, tanto vale lavorare ubriachi.

L'articolo C’era una volta Mad Men proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/cera-una-volta-mad-men/feed/ 2