Pierluigi Lupo, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/pierluigilupo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 04 Jul 2022 12:55:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pierluigi Lupo, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/pierluigilupo/ 32 32 Gli “Affari di libri” di Mariagloria Fontana https://minimaetmoralia.it/recensioni/gli-affari-di-libri-di-mariagloria-fontana/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/gli-affari-di-libri-di-mariagloria-fontana/#respond Fri, 15 Jul 2022 12:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50732 Credo fosse inevitabile che, prima o poi, alcune delle scrupolose e approfondite interviste di Mariagloria Fontana finissero in un libro e anche con lo stesso titolo del suo programma radiofonico, “Affari di libri” (Giulio Perrone Editore).  Cinque scrittrici e cinque scrittori, in rigoroso ordine alfabetico, rispondono alle sue domande con attenzione e sincerità, riuscendo tutti […]

L'articolo Gli “Affari di libri” di Mariagloria Fontana proviene da Minima et Moralia.

]]>
Credo fosse inevitabile che, prima o poi, alcune delle scrupolose e approfondite interviste di Mariagloria Fontana finissero in un libro e anche con lo stesso titolo del suo programma radiofonico, “Affari di libri” (Giulio Perrone Editore). 

Cinque scrittrici e cinque scrittori, in rigoroso ordine alfabetico, rispondono alle sue domande con attenzione e sincerità, riuscendo tutti a dire cose interessanti e alla fine diventa difficile propendere per un’intervista o l’altra, anche se poi ognuno avrà le sue preferite. 

Prima di andare al contenuto del libro, voglio sottolineare l’inusuale possibilità di poter finalmente conoscere meglio scrittori e scrittrici di cui spesso non sappiamo nulla o quasi. Di solito ignoriamo il loro aspetto, non sappiamo dove vivono, cosa pensano, perché hanno cominciato a scrivere. Le poche righe di biografia che generalmente troviamo nel risvolto di copertina sono sempre tristemente insufficienti. 

Il libro di Mariagloria Fontana ci aiuta proprio in questo, a conoscere più da vicino gli scrittori contemporanei, anche al di fuori delle loro opere. Possiamo vederli affaccendati nella vita quotidiana, mentre accompagnano i figli a scuola, guardano la tv o trascorrono parecchie ore alla scrivania davanti al computer. Senza aspettare l’ispirazione o fantomatiche atmosfere magiche per scrivere, ma come semplici “impiegati”, restando inchiodati alla propria postazione e magari seguendo un orario fisso. 

Dalle 8.00 alle 12.00, come nel caso di Missiroli. Gamberale predilige la mattina presto. Ciabatti molto la mattina, e mai dopo le sette di sera. Ginzburg la mattina, raramente il pomeriggio, e di sera solo quando il testo è in fase avanzata. Anche Terranova preferisce l’inizio della giornata: “Sono molto mattiniera, non sono una che scrive di notte”. 

Insomma, sembra decadere il mito dello scrittore tormentato che scrive al calar delle tenebre. E non tutti hanno bisogno del silenzio attorno. Alcuni scrivono al bar, in biblioteca, o dove capita, anche in luoghi molto affollati. 

Le parti più piacevoli sono quelle dove gli scrittori si mettono a nudo, senza nascondere le proprie fragilità. La più generosa a raccontarsi è sicuramente Teresa Ciabatti, rivelando anche aspetti intimi della sua vita: “Ho fatto tanti anni di analisi, ho iniziato a quattordici anni. Ho preso, e continuo a prendere, psicofarmaci.” E dichiara di trascorrere parecchio tempo da sola, distesa sul letto, al buio, sentendosi al sicuro solamente a casa. Ha paura del mondo esterno e ammette: “Mi costa tantissimo uscire”. 

Un’altra scrittrice che riesce a parlare del suo privato senza problemi è anche Nadia Terranova. Nel corso dell’intervista, infatti, svela il suo dramma familiare, un padre eroinomane morto giovane e il suo enorme imbarazzo a parlarne: “Quando ero ragazzina mi terrorizzava che qualcuno mi facesse domande su mio padre perché non sapevo cosa rispondere”. 

Ma non tutti sono disposti a svelare il proprio privato, come nel caso di Luca Ricci. A ogni domanda che tende alla sfera intima, si sottrae abilmente buttandola sulla scrittura. Però alla fine qualcosa di privato viene fuori anche sul suo conto, e scopriamo che voleva fare l’attore, ma incontrando delle difficoltà ci ha rinunciato. E la scrittura è stata per lui “una forma di rivalsa, di compensazione”, o per dirla con le sue parole “un’ultima spiaggia”. 

Si parla parecchio di scrittura e vengono fuori molte cose utili per chi voglia cominciare a raccontare storie, per questo possiamo considerare il libro anche come un manuale per aspiranti scrittori. Ad esempio Roberto Cotroneo consiglia di “guardare il testo in maniera critica, come se non l’avessi scritto tu”, provando a mettere una certa distanza da quello che si è scritto e rileggerlo freddamente, come se non fosse un testo proprio ma di un altro. 

Da gustare anche i cappelli introduttivi che precedono ogni intervista. Alcuni molti divertenti, come quello su Luca Ricci che si presentò la prima volta in radio con una bottiglia di birra in mano. Oppure quando l’autrice andò nell’appartamento di Emanuele Trevi per intervistarlo e lui: “Da buon padrone di casa, mi fa vedere tutte le camere, tutti gli ambienti, persino la stanza da letto”, lasciando subito immaginare un playboy inveterato, come poi ammetterà di essere. 

Mariagloria Fontana aveva esordito qualche anno fa col romanzo “La ragione era carnale” (Armando Curcio Editore), con questo nuovo libro è come se avesse voluto esplorare nuovi territori e abbattere il limite che un’intervista radiofonica, per questioni di tempo, impone. All’analisi lucida della critica letteraria, si aggiunge la passione e la curiosità della lettrice, prima ancora della giornalista, nel respirare e stanare il mondo segreto degli scrittori. Ora però dovrà decidere se tornare al romanzo o continuare su questa strada che di sicuro conosce molto bene.

L'articolo Gli “Affari di libri” di Mariagloria Fontana proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/recensioni/gli-affari-di-libri-di-mariagloria-fontana/feed/ 0
“Le ripetizioni” di Giulio Mozzi https://minimaetmoralia.it/libri/le-ripetizioni-di-giulio-mozzi/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-ripetizioni-di-giulio-mozzi/#respond Tue, 25 May 2021 12:06:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48702 Dopo aver pubblicato oltre una trentina di libri, tra narrativa e saggistica, Giulio Mozzi, alla soglia dei sessant’anni, ha finalmente esordito con il suo primo romanzo. S’intitola “Le ripetizioni” (Marsilio), narra di Mario e della sua strana vita, sospesa tra normalità e follia. Due donne sembrano dividerlo tra Padova e Roma, ma di mezzo c’è […]

L'articolo “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi proviene da Minima et Moralia.

]]>
Dopo aver pubblicato oltre una trentina di libri, tra narrativa e saggistica, Giulio Mozzi, alla soglia dei sessant’anni, ha finalmente esordito con il suo primo romanzo. S’intitola “Le ripetizioni” (Marsilio), narra di Mario e della sua strana vita, sospesa tra normalità e follia. Due donne sembrano dividerlo tra Padova e Roma, ma di mezzo c’è Santiago, un diavolo che lo spinge a commettere orribili atrocità. Ma andiamo con ordine.

Il libro si apre con il ricordo di qualcosa accaduto molti anni prima, che poi risulterà inventato. Tutto nasce da una passeggiata nel giardino di Boboli a Firenze, un paio d’ore libere, da riempire, e improvvisamente “un’ondata di profumo lo prese in pieno. Un profumo forte e violento. Esaltato dalla pioggia del mattino e dal sole di giugno. Mario lo riconobbe: il profumo del bosso”.

La presenza del Bosso ravviva la sua giornata. Quell’odore fa scattare in lui ricordi lontani, legati all’infanzia e all’adolescenza. Il meccanismo somiglia alla madeleine di Proust che riassaporando il famoso biscotto, non mangiato da anni, ha l’effetto di riportarlo nel passato. Mario va indietro nel tempo, prima alla recente visita alla casa del Petrarca e poi al giardino del Castello, a San Daniele del Friuli. Ma ritornando un giorno in quel giardino, scopre che non c’è il bosso, non c’è mai stato. Il suo ricordo non corrisponde alla realtà, si tratta di un ricordo fasullo, partorito dalla sua fantasia. Questo non lo turba più di tanto. “Che importa, si diceva, se a riportarmi tutti quei ricordi veri è stato un ricordo falso? L’importante è che io abbia i miei ricordi; che io abbia una vita da ricordare, anziché una parete bianca”.

Restando nell’ambito dei ricordi e delle cose appartenute al passato, Mario ritorna a pensare a quelle foto scattate un giorno alla Biennale di Venezia nel 1972, durante una gita scolastica, nella macchina per fototessere, quelle che sono scomparse dalle nostre città, ma un tempo usavano tutti per avere le foto da mettere sui documenti.

Mario ricorda di essere stato l’unico della sua classe ad essersi prestato al gioco. Quattro scatti dentro la cabina e la striscia di foto incollate alla parete grande, insieme a molte altre. A Mario, dopo tanti anni, prende la curiosità di scoprire dove siano finite.

“Che fine avranno fatto, tutte quelle fototessere? Franco Vaccari le avrà conservate? O saranno state strappate dagli addetti alla pulizia, dopo la chiusura della Biennale?”

Così si mette alla ricerca di Vaccaro, l’ideatore di quella installazione, riesce a trovarlo e rinviene anche la sua striscia di quattro foto scattate “quasi due terzi di vita fa”. Erano conservate in una grande stanza che funziona da archivio, dentro uno degli scatoloni. Nel quarto scatto, insieme alla sua faccia un po’ imbronciata c’è quella di Bianca che per divertimento ha messo la testa nella cabina poco prima del quarto scatto. Per Mario una sorpresa, non ricordava quella simpatica intrusione.

Un altro capitolo importante della vita di Mario è quello dei viaggi, costretto a spostarsi per ragioni di lavoro, tra Padova e Roma, è come se vivesse una doppia vita, ma se ne rende conto solo in treno: “quando sono in viaggio e devo attraversare la soglia che porta da un mondo all’altro, da una realtà all’altra, da una vita all’altra”.

In questo stato di sospensione, o terza vita, nascono altre storie, quelle dei viaggiatori che incontra e osserva attentamente, già felicemente illustrate in un libro precedente: “Sono l’ultimo a scendere”, pubblicato nel 2009 da Mondadori.

Nei suoi libri si ha sempre la sensazione che Mozzi stia svelando fatti personali, a lui accaduti, ma ovviamente non è così, molto dipende dal tipo di voce che usa per narrare, vicino al protagonista, anche con la terza persona, e lasciando uscire la parte più intima, quella che spesso teniamo nascosta e non riveliamo a nessuno. Tutto ciò avviene attraverso una scrittura chiara, precisa, accattivante, con ripetizioni studiate, a volte ridondanti, ma confacenti al suo stile.

Tornando al romanzo, mi piace evidenziare il personaggio di Gas, questo pittore della porta accanto, che dipinge un po’ a occhi chiusi e poi chiede il parere a Mario, o si serve di lui per far colpo sulle donne. Di solito non si fa molti problemi con le donne, per lui “ogni donna è un’altra donna e basta, tutte uguali, tutte comunque sia…” come canta Vasco Rossi in una vecchia canzone in coppia con Gaetano Curreri.

Il romanzo è entrato nella dozzina del Premio Strega 2021, su proposta di Pietro Gibellini che nella sua motivazione, tra le altre cose, ha scritto: “A differenza di tanta narrativa che corteggia il bene astratto e la quiete consolatoria, raccontare del male e del disordine che si annida in ciascuno di noi significa indagare la nostra possibilità di redenzione e speranza”.

Non è un libro da leggere sotto l’ombrellone, tanto per essere chiari. A momenti di struggente tenerezza, nutriti di nostalgia e sentimenti puri, come ad esempio il capitolo riguardante i genitori, si alternano perversioni sessuali intollerabili. E seppure ci troviamo nel mondo della finzione, leggere certe cose indigna e ferisce il lettore. Personalmente ci ho messo un po’ di giorni a riprendermi e a considerare il romanzo con il giusto distacco.

Mozzi ha sconfinato, in alcune parti del romanzo, in un territorio che non è propriamente il suo. Certe pratiche sessuali, la violenza, l’uccisione di anime innocenti, riguardano più il genere thriller o noir e autori “spietati” come ad esempio Jo Nesbo o Stieg Larsson. Dallo scrittore padovano ci aspettiamo altro, come i capitoli che sembrano riecheggiare le sue storie più belle. Tutta la parte iniziale del libro ci riporta all’atmosfera magica di “Questo è il giardino” e ai suoi racconti più riusciti.

 

L'articolo “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/le-ripetizioni-di-giulio-mozzi/feed/ 0
La storia al contrario di Francesca De Sanctis https://minimaetmoralia.it/recensioni/la-storia-al-contrario-di-francesca-de-sanctis/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/la-storia-al-contrario-di-francesca-de-sanctis/#respond Tue, 30 Mar 2021 12:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48220 La chiusura de L'Unità e la fine del lavoro nel romanzo di Francesca De Sanctis "Una storia al contrario". Ce lo racconta Pierluigi Lupo.

L'articolo La storia al contrario di Francesca De Sanctis proviene da Minima et Moralia.

]]>
Il 24 settembre 2020 è uscito il romanzo “Una storia al contrario” (Perrone) di Francesca De Sanctis, tre anni dopo la chiusura dell’Unità, dove ha lavorato per quindici anni. È soprattutto di questo che si parla nel libro, del suo lavoro di giornalista in un quotidiano importante, storico, amato forse più di sé stessa. Ma anche della sua vita, fatta di continue cadute e ripartenze. “Ricominciando dall’inizio”, come scrive Gramsci, nella citazione in esergo, avrebbe potuto essere il sottotitolo. Perché è proprio questo che capita a Francesca, ricominciare ogni volta daccapo, dover giocare ai quattro cantoni, e lei è quella al centro, senza un posto.

Si parte dalla fine, dall’ultimo pezzo lasciato incompleto, relativo al Teatro Valle, il teatro più antico di Roma, che in tre anni di occupazione ha dato vita a spettacoli di ogni genere nella più completa libertà di espressione. Per la prima volta Francesca è costretta a lasciare un pezzo a metà, perché il suo giornale, l’Unità, ha cessato di esistere. Quindi il suo pezzo diventa inutile.

Dalla profonda amarezza di non poter più lavorare, nasce il resoconto dettagliato di una giornalista finita in cassa integrazione, che vede materializzarsi la fine dei suoi sogni. È una storia interrotta, o meglio, un sogno interrotto. Per Francesca scrivere articoli non è soltanto un mestiere, è anche e soprattutto un sogno. Qualcosa che cova nella sua testa fin da bambina, quando dopo la lettura del Diario di Anna Frank ha capito che la sua missione nella vita è “aiutare gli altri raccontando le loro storie”.

Ma prima di lavorare per un giornale deve combattere contro chi tenta di scoraggiarla, con frasi come “stanno aspettando proprio te”, mentre lei alimenta quel sogno comprando tutte le settimane i fascicoli di “Giornalista oggi”, e poi gli anni di studio: il liceo a Cassino, l’università a Bologna, la città “rossa e fetale” come cantava Guccini, dove è possibile iscriversi al DAMS, ma anche frequentare teatri, scoprire il cinema francese e fare una vita tutta diversa dalla piccola realtà di provincia.

La prima grande occasione arriva con l’esperienza da stagista a il Resto del Carlino, e poi il grande salto, l’assunzione a l’Unità, una testata storica, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Inizialmente con un contratto a tempo determinato. Francesca è felice, ma solo a metà, le manca troppo non poter vedere la faccia che avrebbe fatto suo padre a quella splendida notizia.

Vive con passione e determinazione tutto ciò che riguarda il suo lavoro, la redazione, il pezzo da scrivere rapidamente, prima dell’orario di chiusura, e nota fin da subito la poca propensione dei colleghi ad aiutarla, perché “il mondo del giornalismo è pieno di colleghi invidiosi attaccati alla propria poltrona che vivono con la paura che qualche trentenne possa rubargli il loro spazio”.

Nel suo racconto di giornalista all’Unità, non mancano i problemi, i sacrifici, i momenti drammatici, la difficoltà ad essere nello stesso tempo una lavoratrice, una moglie, una madre a tempo pieno. Al giornale può succedere di tutto, le notizie arrivano in qualsiasi momento. Poco prima della chiusura, o quando sei in ferie. E se ami questa professione fai tardi la notte, o abbandoni le tue figlie per scrivere il pezzo che non puoi mancare.

Poi, un giorno, quella frenetica felice quotidianità s’interrompe di colpo, il giornale cessa le pubblicazioni, e la vita di Francesca si blocca. Adesso non deve più “uscire di casa per prendere la metro, arrivare in redazione, andare in riunione, discutere con i colleghi sui temi a cui affidare le aperture di pagina, difendere gli spazi da dedicare alla cultura, agli spettacoli”, e il telefono smette di squillare. Tutto attorno a lei scompare: la redazione, i colleghi, il giornale da fare. Nella sua vita rimangono soltanto la casa e la famiglia.

“Quando perdi il lavoro non perdi solo le chiamate. Se ne va un pezzo importante di te, quello che avevi costruito col tempo e che d’un tratto è stato bombardato, sventrato.”

Francesca si ritrova sola, davanti al PC di casa. Non ci sono più colleghi con cui discutere, ora quello che può fare è proporre un articolo a un quotidiano o rivista, da freelance. Aspettare con fiducia la risposta. E quando tutto va per il verso giusto e il pezzo viene pubblicato, deve sopportare anche l’invidia o le bacchettate di qualche collega che non gradisce vedere il “suo” spazio occupato da un altro. Perché prima ci sono loro, bisogna “dare la precedenza agli interni, i collaboratori vengono dopo”.

E non è finita qui, ci sono delle “collaborazioni che vanno avanti, seppure con fatica, trascinandosi dietro anche l’umiliazione di dover accettare cifre ridicole per i pagamenti dei pezzi pubblicati e la sensazione di essere uno stalker se mandi una e-mail in più”. Senza contare le proposte che vengono rifiutate o non ricevono risposta, e nei casi peggiori il pezzo proposto viene assegnato ad un altro.

Francesca De Sanctis con una scrittura chiara, precisa, senza reticenze, ci restituisce la sua storia, ma anche quella di chissà quanti altri giornalisti che hanno vissuto più o meno le sue stesse gioie, paure, amarezze e delusioni.

E adesso, dopo una carriera invidiabile, si ritrova a quaranta anni senza più il suo posto, ad essere una freelance, destinata a una continua precarietà, che prova a vendere i suoi pezzi per due soldi, facendo il lavoro da casa. Lei che a venticinque anni lavorava già all’Unità con un contratto a tempo indeterminato e viveva dentro un sogno finito troppo presto. Ma, nonostante tutto, è ancora una farfalla in grado di volare.

 

L'articolo La storia al contrario di Francesca De Sanctis proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/recensioni/la-storia-al-contrario-di-francesca-de-sanctis/feed/ 0
L’uomo che credeva di essere Bukowski: “Taccuino di una sbronza” di Paolo Roversi https://minimaetmoralia.it/libri/luomo-credeva-bukowski-taccuino-sbronza-paolo-roversi/ https://minimaetmoralia.it/libri/luomo-credeva-bukowski-taccuino-sbronza-paolo-roversi/#comments Tue, 06 Oct 2020 12:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44259 “Taccuino di una sbronza” (SEM) di Paolo Roversi, già dal titolo potrebbe far pensare a Bukowski, ma a ricordarcelo c’è anche la scritta in cima alla copertina: “L’uomo che credeva di essere Bukowski”. Dunque, non ci sono dubbi, in questo romanzo si parla di lui, dello scrittore californiano nato in Germania e divenuto famoso per […]

L'articolo L’uomo che credeva di essere Bukowski: “Taccuino di una sbronza” di Paolo Roversi proviene da Minima et Moralia.

]]>
“Taccuino di una sbronza” (SEM) di Paolo Roversi, già dal titolo potrebbe far pensare a Bukowski, ma a ricordarcelo c’è anche la scritta in cima alla copertina: “L’uomo che credeva di essere Bukowski”. Dunque, non ci sono dubbi, in questo romanzo si parla di lui, dello scrittore californiano nato in Germania e divenuto famoso per il suo vivere spericolato e la scrittura fuori dagli schemi. Un poeta ribelle e moderno che negli anni ’70 attirava un sacco di gente ai suoi famosi reading di poesia. Insomma, Charles Bukowski, quello di “Storie di ordinaria follia” e non c’è altro da aggiungere.

L’operazione compiuta da Roversi in questo libro, andando molto al sodo, è stata quella di costruire un romanzo attorno alla biografia di Bukowski. Pagina dopo pagina finisce per ripercorrere un po’ tutte le tappe fondamentali dello scrittore americano. Anche i titoli di ogni capitolo confermano questo. Oltre ovviamente a rendergli omaggio, a cent’anni dalla sua nascita.

In questo viaggio alla continua “ricerca” di Bukowski abbiamo un personaggio che non ci somiglia molto, ma ci si avvicina per il nome e cognome, Carlo Boschi. Sarà lui a incarnare il poeta maledetto e ubriacone. Al suo fianco come un’ombra ci sarà l’amico di sempre, Romeo Berzelli, professore precario d’italiano e storia di una scuola media inferiore.

I due amici si ritrovano a Dublino per una breve vacanza all’insegna dell’alcol, per Carlo si tratta dell’ultima smargiassata prima del matrimonio. Un addio al celibato contrassegnato dallo svuotamento di grossi boccali di birra, ma la situazione sfugge di mano. Dopo l’ennesimo boccale di birra, consumato in un pub del centro, Carlo cade a terra privo di sensi. Al pronto soccorso il medico di turno gli diagnostica il coma etilico.

È il 9 marzo 1994, giorno della morte di Bukowski, quando Carlo perde i sensi. Lo scrittore muore e la sua anima sembra essersi riversata nel corpo del ragazzo milanese, perché al momento del suo risveglio è convinto di essere Charles Bukowski. Tutti cercheranno di fargli intendere che lui non c’entra niente con lo scrittore americano, ma sarà inutile. Lui è convinto di essere Bukowski e non accetta obiezioni, ignora il suo vero nome e non ricorda quasi niente del suo passato. Tutto questo darà il via a una serie di situazioni che faranno precipitare la sua vita nel baratro.

Carlo da tranquillo funzionario di banca, laureatosi alla prestigiosa Bocconi di Milano e in procinto di sposarsi con Sara Rovelli, “dolce e carina nei suoi riccioli biondi”, appartenente a una ricca famiglia di industriali brianzoli, diventa di colpo: ubriacone, donnaiolo, rissoso, poeta, barbone. E in poco tempo, dopo essere ritornato a Milano, perderà la donna che doveva sposare, l’impiego in banca, l’affetto e la stima dei suoi genitori. Insomma, il cambiamento d’identità sarà per lui una vera catastrofe, ma anche una fortuna. Avrà improvvisamente un grande successo con le donne, anche un certo vantaggio economico e un briciolo di popolarità. Proprio come Bukowski si mette a scrivere poesie che poi legge la sera in qualche locale della città, davanti a un pubblico chiassoso che spesso lo contesta provocando risse.

L’unico a restargli vicino dopo la sua trasformazione e ad assecondarlo nelle sue scelte azzardate è proprio Romeo, l’amico di una vita. Quando nella sua follia bukowskiana deciderà di tenere dei reading di poesia: “Come il vero Buk si era messo in testa di scrivere poesie e, trovata perfino peggiore, aveva pure convinto il Rosso a organizzargli una lettura pubblica”, toccherà a Romeo il compito di presentarlo al pubblico, vestendo anche i panni dell’agente.

Inevitabilmente quella che scorre sotto ai nostri occhi è anche la storia di un’amicizia, di quelle che durano nel tempo, senza condizioni e in cui si accetta tutto dell’altro: pregi e difetti. E non sarà soltanto Carlo a farne di tutti i colori, anche Romeo avrà qualcosa da farsi perdonare. Ma alla fine la loro amicizia resterà salda, anche se uno dei due farà perdere le proprie tracce.

Il romanzo diventa anche il pretesto per parlare di un’epoca, soprattutto italiana, compresa tra il 1994 e il 2006, fatta di grandi cambiamenti a cominciare dalla salita al potere di Silvio Berlusconi, l’elezione della prima Miss Italia di colore, la morte di Lady Diana, il Nobel per la letteratura a Dario Fo, il primo Grande Fratello trasmesso in Italia, il G8 di Genova, la morte di papa Wojtyla, senza trascurare la rivoluzione tecnologica come la diffusione sempre maggiore dell’uso del telefonino, il digitale terrestre e la pay-tv.

Nella postfazione apprendiamo, ma non era difficile sospettarlo, la grande passione dell’autore verso Bukowski, un amore nato a vent’anni e mai sopito. Sullo scrittore americano Roversi ha realizzato ben tre libri: “Seppellitemi vicino all’ippodromo così che possa sentire l’ebbrezza della volata finale” (Stampa Alternativa), “Scrivo racconti e poi ci metto il sesso per vendere” (Stampa Alternativa), e infine, a completamento della sua trilogia bukowskiana, è arrivato “Taccuino di una sbronza” che nella primissima versione pubblicata nel 2006, aveva un altro titolo: “Il mio nome è Bukowski”.

Paolo Roversi, oltre a essere noto come studioso e appassionato di Charles Bukowski, è conosciuto soprattutto per essere uno scrittore di gialli, con “Solo il tempo di morire” (Marsilio) ha vinto il Premio Selezione Bancarella 2015. Inoltre ha scritto soggetti per la serie TV “Distretto di Polizia” trasmessa da Canale 5.

Se siete anche voi appassionati lettori di Bukowski questo libro stuzzicherà di sicuro il vostro interesse, ma ovviamente il romanzo non è precluso a tutti coloro che non conoscono lo scrittore californiano. Per quanto riguarda lo stile ci troviamo davanti una scrittura asciutta, rapida, con la giusta dose di ironia. A tratti, per le situazioni e la scrittura ritmata, mi ha ricordato Niccolò Ammaniti. Lettura spassosa, non senza qualche momento di riflessione, da bere anche tutta d’un fiato, come tequila bum bum.

L'articolo L’uomo che credeva di essere Bukowski: “Taccuino di una sbronza” di Paolo Roversi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/luomo-credeva-bukowski-taccuino-sbronza-paolo-roversi/feed/ 2
Come sono diventato scrittore: “Breve storia del mio silenzio” di Giuseppe Lupo https://minimaetmoralia.it/libri/diventato-scrittore-breve-storia-del-mio-silenzio-giuseppe-lupo/ https://minimaetmoralia.it/libri/diventato-scrittore-breve-storia-del-mio-silenzio-giuseppe-lupo/#respond Wed, 22 Jul 2020 12:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43824 Giunto finalista all’ultima edizione del Premio Strega con “Breve storia del mio silenzio” (Marsilio), Giuseppe Lupo dopo aver sviscerato nei precedenti otto romanzi le storie degli altri, stavolta ha deciso di raccontare sé stesso, la sua famiglia, il passato, le parole imprigionate, senza dimenticare la terra d’origine, quella Basilicata arretrata ma molto meno di un […]

L'articolo Come sono diventato scrittore: “Breve storia del mio silenzio” di Giuseppe Lupo proviene da Minima et Moralia.

]]>
Giunto finalista all’ultima edizione del Premio Strega con “Breve storia del mio silenzio” (Marsilio), Giuseppe Lupo dopo aver sviscerato nei precedenti otto romanzi le storie degli altri, stavolta ha deciso di raccontare sé stesso, la sua famiglia, il passato, le parole imprigionate, senza dimenticare la terra d’origine, quella Basilicata arretrata ma molto meno di un tempo.

In questo suo “Lessico famigliare” ritroviamo il percorso formativo, il magma nascente del futuro scrittore, a cominciare dal bambino che alla prima difficoltà smette di parlare, al ragazzo che studia e dopo il liceo lascia i genitori per emigrare a Milano, non per lavorare nelle fabbriche come gli zii, ma per fare l’università. Prima di arrivare a questo ci sono momenti incancellabili dalla sua memoria, come ad esempio i “paradigmi olfattivi” dei nuovi prodotti provenienti dal Nord: il Dixan, il Victor, il Prep (in estate), il Vicks (in inverno), ma anche l’odore di scuola che “restava impresso sulle giacche di mio padre o tra i capelli di mia madre”. E quello della carta stampata, che il piccolo annusa entrando furtivamente nel bugigattolo di suo padre, lo “studio”.

Due le date imprescindibili nella sua crescita: il 21 luglio 1969, lo sbarco sulla Luna, seguito dalla tv con attenzione e incredulità. E il 23 novembre 1980, il terribile terremoto dell’Irpinia, quando l’Appennino ebbe “un’improvvisa fretta di svegliarsi, scuotersi dal sonno e mettersi a tremare”. Da quel momento termina l’epoca del ragazzo e comincia quella dell’uomo. Un anno dopo si ritroverà da solo nella piccola stanza di un collegio, alla periferia di Milano, per studiare alla Cattolica, ma anche per battere forsennatamente su una vecchia macchina da scrivere e accarezzare il sogno di diventare scrittore.

Chiunque ci ha provato, ha sperimentato l’asfalto duro della strada e l’aria soffocante, le attese lunghe come treni che non giungono mai, e quando arriva una risposta è laconica, inesorabile, poche righe standard che lasciano la bocca amara, e una risposta più dettagliata è solo una magra consolazione.

Charles Bukowski scrisse una mirabile poesia in proposito, in cui invitava tutti gli aspiranti scrittori a non farlo, non provare, “Don’t Try”, con l’intenzione precisa di non generare illusioni nei ragazzi che sognano di diventare scrittori. Moltissimi credono che scrivere un romanzo sia facile come bere un bicchiere d’acqua, e invece è la cosa più complicata del mondo. Puoi avere in testa la storia più bella e tradurla sulla carta in maniera orrenda, oppure il contrario. Scrivere con grande finezza, ma non avere una storia da raccontare.

Ecco il nostro autore che s’imbatte in questo mondo folle di pazzi e mecenati, e nonostante le difficoltà incontrate, non molla. Ammirevole la sua caparbia ostinazione nel cercare un editore o chiunque possa aiutarlo nella realizzazione del suo sogno. Muovendosi in una città che non conosce bene, grigia per gran parte dell’anno, indifferente ai suoi abitanti, animata da tram, cartelloni pubblicitari e dove un canalone d’acqua può diventare il Mississippi.

Ogni giorno compra il giornale e s’informa sulle presentazioni dei libri, non se ne perde una e di solito si mette in ultima fila, aspettando la conclusione. Poi svelto e anche un po’ rozzamente, si avvicina ai relatori di turno. Riesce così a entrare in contatto con molti scrittori affermati della sua epoca: Giuseppe Pontiggia, Alberto Bevilacqua, Carlo Castellaneta, Daniele Del Giudice, Gianni Celati, Sebastiano Vassalli.

A ciascuno chiede se ha voglia di leggere un suo scritto, ma ognuno trova un pretesto per scansarlo: chi sta male, chi non ha tempo, chi sta morendo.

Ma lui non demorde e un giorno ha la faccia tosta di importunare perfino Giulio Einaudi, che gli dice a bruciapelo e anche in tono scocciato: “Lo sa che per ottenere un colloquio con me occorre fare anticamera?”

Solo un vecchio scrittore e critico letterario, Raffaele Crovi, che all’epoca possedeva una piccola casa editrice, Camunia, accetterà il corteggiamento, ma passeranno degli anni prima di riuscire a convincerlo con un “progetto” interessante. Alla fine, dopo innumerevoli telefonate e rinnovate bozze di romanzo, riuscirà a pubblicare.

Con la pioggia in sottofondo, a corto di parole per la commozione, confesserà a suo padre: “Ne è valsa la pena”. E il padre confermerà quelle sue parole, lui che non ha avuto le stesse possibilità e nell’affermazione del figlio avverte una specie di risarcimento, tipico della generazione del dopoguerra, riversare sui figli desideri inappagati e sogni delusi.

Molti i punti toccati dal romanzo: la solitudine, l’incomunicabilità, le radici, la lontananza. E due elementi chiave, a fare da colonna sonora all’intera vicenda: il silenzio e l’acqua.

Il silenzio rappresenta tutto quello che rimane chiuso dentro ciascuno, impedisce qualunque avanzamento e simboleggia il fallimento. Dapprima l’incapacità di parlare, poi l’impossibilità a pubblicare e quindi a comunicare al mondo le proprie storie.

L’acqua offre invece una prospettiva di miglioramento, una spinta in avanti, la speranza, il raggiungimento dei propri scopi, e anche una sorta di portafortuna. È sull’acqua la sede della sua casa editrice, è sui Navigli di Milano che cercherà la via giusta da seguire, e sarà con la pioggia che annuncerà a suo padre di esserci finalmente riuscito.

Insomma, oltre a un romanzo di formazione, ci troviamo davanti a un manuale pratico di iniziazione alla professione di scrittore, dove il protagonista ci svela candidamente i suoi autori preferiti, i libri che legge e anche quelli che non legge, i film che vede al cinema, i luoghi di Milano più vicini all’America e i posti in cui scorre più “acqua”.

(Foto)

L'articolo Come sono diventato scrittore: “Breve storia del mio silenzio” di Giuseppe Lupo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/diventato-scrittore-breve-storia-del-mio-silenzio-giuseppe-lupo/feed/ 0
Le lezioni di felicità di Ilaria Gaspari https://minimaetmoralia.it/filosofia/le-lezioni-felicita-ilaria-gaspari/ https://minimaetmoralia.it/filosofia/le-lezioni-felicita-ilaria-gaspari/#comments Tue, 14 Jan 2020 07:27:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42060 Se entrate in libreria Lezioni di felicità (Einaudi) di Ilaria Gaspari, lo troverete nel settore di Filosofia, però potrebbe star bene anche nella narrativa italiana. Proverò quindi a parlarne come se fosse un romanzo, e dunque mi viene naturale accennare alla “trama”. La protagonista è stata appena mollata dal fidanzato, soffre per l’improvvisa mancanza e […]

L'articolo Le lezioni di felicità di Ilaria Gaspari proviene da Minima et Moralia.

]]>
Se entrate in libreria Lezioni di felicità (Einaudi) di Ilaria Gaspari, lo troverete nel settore di Filosofia, però potrebbe star bene anche nella narrativa italiana. Proverò quindi a parlarne come se fosse un romanzo, e dunque mi viene naturale accennare alla “trama”.

La protagonista è stata appena mollata dal fidanzato, soffre per l’improvvisa mancanza e si trova costretta a lasciare la casa dove ha vissuto per dieci anni. Ha una settimana di tempo per raccogliere tutta la sua roba e sloggiare. Nell’ingresso ci sono i cartoni che “aspettano solo di essere riempiti”. Il compito più facile è cominciare a inscatolare gli amati libri, ma prendendoli in mano “il passato si ritrova subito, immediato, come una reliquia”, e ogni volume che toglie dalla libreria è una fase della sua vita che rispunta fuori.

Svuota prima i ripiani centrali, “i più frequentati, quelli dei romanzi”, poi andando più in alto si ritrova davanti agli occhi i libri dell’università e automatico scatta il ricordo delle notti prima degli esami, trascorse a studiare, piene di ansie, paure, scaramanzie, i troppi caffè e, come direbbe Venditti, tra lacrime e preghiere.

Ed è proprio risfogliando i suoi libri di studio che le nasce un’idea: alleviare la sofferenza amorosa con la filosofia e tentare un’impresa titanica, raggiungere la felicità. Così decide di “curarsi” seguendo i dettami delle varie scuole dei filosofi della Grecia antica.

L’esperimento prende avvio dalla scuola pitagorica e la ragazza si scontrerà con i quindici precetti di Pitagora. Regole distanti dalla nostra epoca, appartenenti a un tempo lontanissimo, parliamo del 500 avanti Cristo, e che oggi risultano incomprensibili o poco attuabili. Si possono però interpretare e qui c’è spazio anche per riderci un po’ sopra. Ad esempio “Astieniti dalle fave”, fa pensare all’astensione dal sesso, ma anche dalle flatulenze. “Non spezzare il pane, e, Non addentare una pagnotta intera”, la protagonista le traduce come: non fare briciole. “Quando ti sfili dalle coperte, arrotolale e spiana l’impronta del corpo” la costringe a rifare bene il letto, perfetto come quello di un albergo.

Questi precetti, se non leniscono la sofferenza, inducono quantomeno a un miglioramento pratico: niente più briciole per casa, letto in ordine. Ma la regola che preferisco è: “Non camminare sulle strade maestre”. E vediamo la protagonista andare per “vicoli e viuzze; attraverso parchi e piazze” e finisce per camminare tanto, più di quanto avesse mai fatto prima e la sera si ritrova stanca e con i piedi indolenziti, però scopre che camminare fa bene al cuore e allontana la tristezza.

Seguirà la settimana eleatica con Parmenide che aveva il vizio di dubitare di ogni cosa, e dove lei impara che il tempo non può considerarsi perduto solo perché la freccia scoccata non è andata a bersaglio, e scopre che non deve avere per forza una direzione in avanti, e il tempo sospeso, immobile, anziché un momento inutile può rivelarsi più vero e fruttuoso.

Nella settimana scettica è portata a diffidare delle proprie sensazioni e capisce l’importanza di poter sbagliare, perché “se metti in conto di poter sbagliare, se non ti imponi l’onere di aver ragione a tutti i costi, ti risparmierai gli eccessi di sofferenza” quando sbagli.

Con gli stoici il cui motto è “sopporta e astieniti”, deve accettare l’idea che le cose non possono cambiare e non essere tanto ingenua da credere di avere il potere di influire su eventi che non dipendono da lei, perché Epitteto lo dice chiaramente: “Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no”.

E poi sarà la volta di Epicuro che esalta l’amicizia: “Di tutti i beni che la saggezza ci porge, il più prezioso è l’amicizia”. E scopriamo che Epicuro è assolutamente lontano da una vita sfrenata, dissoluta e depravata come vorrebbe la tradizione. Al contrario sollecita una vita semplice, dedita alla coltivazione di un orticello, alla compagnia di amici, tenendosi il più lontano possibile da ambizioni e desideri, “potenziali cause di dolori”. Insomma, per raggiungere l’agognata felicità, bisognerebbe vivere senza desideri. E detto così può sembrare un paradosso, ma è il solo modo per non soffrire. “Il saggio epicureo non spreca tempo ed energie a dissiparsi nella speranza di un’impossibile felicità futura, ma sa pensare al passato, e ricordare i piaceri che ha potuto assaporare”. Il noto proverbio “Chi si contenta gode” è più che mai riabilitato.

Le giornate trascorse a sperimentare le varie scuole di filosofia antica si chiudono con la settimana cinica, anche detta canina, e considerata dall’autrice la più divertente e libera. Di sicuro sarà il momento per tirare le somme del suo esperimento e prendere una decisione tesa a cambiare un poco le proprie abitudini, a considerare sé stessa, la vita e le persone con maggiore tranquillità e indulgenza.

Scorrendo la biografia di Ilaria Gaspari scopriamo che è nata e cresciuta a Milano fino all’età di diciotto anni poi, conseguito il diploma al Liceo Classico Parini, è stata in diverse città: a Pisa per studiare filosofia alla Scuola Normale Superiore, successivamente a Parigi, alla Sorbonne, dove ha ottenuto un dottorato di ricerca con una tesi sulle passioni nel ‘600. Attualmente vive a Roma, ma spesso è in viaggio per tenere corsi di scrittura o presentare libri. La sua scrittura si avvicina a quella letteraria e meno al linguaggio un po’ ostico e freddo del filosofo, e il suo libro può essere letto senza problemi anche da chi non mastica filosofia, ma ovviamente quelli che non sono nuovi alla materia potranno apprezzarne maggiormente le sfumature.

Un vademecum da tenere sempre a portata di mano, nella borsa o sul comodino, per combattere o allontanare le nostre sofferenze, quelle dell’animo, e magari con la pratica provare a raggiungere un pizzico di felicità. Quella che ci esortava a cercare Epicuro nella sua celebre lettera a Meneceo: “Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità”.

L'articolo Le lezioni di felicità di Ilaria Gaspari proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/filosofia/le-lezioni-felicita-ilaria-gaspari/feed/ 6
Gli amori segreti di Marcel Proust https://minimaetmoralia.it/libri/gli-amori-segreti-marcel-proust/ https://minimaetmoralia.it/libri/gli-amori-segreti-marcel-proust/#respond Sun, 17 Nov 2019 07:34:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41571 Il vento attraversa le nostre anime (Mondadori) di Lorenza Foschini penetra con rispetto e venerazione nella vita privata di Marcel Proust, rivelandone i lati più oscuri e intimi. Ma prima, nella premessa al libro, l’autrice si lascia andare a un breve racconto su come e quando è scattato il suo innamoramento per la Recherche. “Era […]

L'articolo Gli amori segreti di Marcel Proust proviene da Minima et Moralia.

]]>
Il vento attraversa le nostre anime (Mondadori) di Lorenza Foschini penetra con rispetto e venerazione nella vita privata di Marcel Proust, rivelandone i lati più oscuri e intimi. Ma prima, nella premessa al libro, l’autrice si lascia andare a un breve racconto su come e quando è scattato il suo innamoramento per la Recherche.

“Era una sera d’estate e non riuscivo in alcun modo a prendere sonno. Fu allora che, tra gli oggetti posti su alcune mensole accanto al letto, vidi un piccolo libro tascabile che qualcuno, ospitato prima di me, doveva aver dimenticato. Il titolo era invitante: Un amore di Swann. Mi sistemai su una poltrona vicino alla finestra spalancata e cominciai a leggere. Quando ebbi terminato era l’alba.”

Foschini ricostruisce con grande attenzione la quotidianità, i rapporti con le persone, le frequentazioni mondane, i salotti più ambiti che saranno per il giovane Proust una preziosa fonte romanzesca. L’autrice fa anche i nomi di coloro che hanno ispirato lo scrittore, ma in particolare si sofferma sul rapporto di amore e amicizia con Reynaldo Hahn. Basandosi su lettere recuperate o inedite, testimonianze, documenti, fotografie e aiutandosi anche con alcune pagine tratte dalla Recherche, rivela che l’amore di Swann per Odette ricalca in qualche modo quello provato da Marcel verso Reynaldo.

Il periodo esaminato dalla Foschini va principalmente dal 1894, quando Proust ha soltanto 23 anni, fino al giorno della sua morte. Il campo d’azione prediletto dallo scrittore è senza dubbio il salotto di Madame Lemaire (ispiratrice di Madame Verdurin), uno dei più rinomati di Parigi, dove è possibile incontrare pittori, scrittori, musicisti.

In quest’atmosfera esclusiva, elitaria, si ritrova a parlare con aristocratici, intellettuali, persone di grande ingegno, e spesso il tema della conversazione riguarda l’arte, la cultura. Qui finiranno per incontrarsi un musicista già affermato e uno scrittore sconosciuto. Sono giovani, belli e con un desiderio sfrenato di vivere la vita. Amano viaggiare, scoprire posti nuovi e dissertare di argomenti artistici, in particolare di musica e letteratura. Reynaldo è un enfant prodige, mentre Proust deve ancora farsi conoscere. Il loro amore esploderà nell’estate 1894 durante la permanenza al castello di Réveillon, grazie alla generosa ospitalità di Madame Lemaire.

Andando avanti nella lettura emerge un Proust malaticcio, sofferente d’asma, sempre nervoso, con un’ansia che lo pervade continuamente e una gelosia difficile da dominare. Una gelosia che è come una malattia. Un giorno estirperà al suo amante un giuramento solenne: sapere tutto, anche il suo passato. Reynaldo accetta di rivelargli ogni cosa. Per Proust questa ricerca continua di conoscere tutto del suo compagno diverrà un’ossessione e un castigo. Infatti, esasperato dalle continue richieste di Proust, Reynaldo prenderà la decisione di non raccontargli più niente, mettendo così fine al loro rapporto.

Lo scrittore sarà costretto a riversare il suo amore verso altri. Dapprima s’invaghisce del piccolo Lucien Daudet, di soli 17 anni, bello, elegante, sensibile, dotato di una conversazione colta e brillante. Ma nonostante l’intesa con il “piccolo caro” Lucien, Marcel continua ad amare Hahn. Tra i due prosegue una fitta corrispondenza. Proust tenta di riconquistare Reynaldo che è disposto a concedergli solo un amore platonico, senza sesso. E Marcel reagirà scrivendo: “Sarebbe grandezza, forse, ma non sarebbe naturale vivere nel nostro tempo come vorrebbe Tolstoj”.

Finita la storia con il giovane Lucien, Proust avrà altri amanti. Ma per tutti loro prova un sentimento che poi inevitabilmente diminuisce e si spegne. E lui stesso dirà, in una lettera indirizzata ad Hahn: “Il mio affetto per voi resta e si ravviva continuamente. E capisco ancora di più che è una stella fissa vedendola brillare sempre allo stesso posto mentre tanti fuochi si sono spenti”.

A strappargli il cuore giungerà inaspettato Alfred Agostinelli, 25 anni, bellezza mediterranea, monegasco, ma di origine italiana. Lo aveva conosciuto alcuni anni prima, quando era stato il suo autista in Normandia. Di colpo se lo ritrova davanti, ha bisogno di lavorare. Avendo già un autista, lo scrittore gli offre la possibilità di fare il segretario e battere a macchina il suo romanzo. Il ragazzo accetta. Marcel se ne innamora e per accontentare le continue richieste di denaro, sarà costretto a vendere delle azioni. Nonostante ciò, dopo circa sei mesi, Alfred parte all’improvviso e senza dire niente. Marcel ne rimane sconvolto. Ingaggia perfino un investigatore privato per rintracciarlo. Poi gli scriverà lettere appassionate, in cui promette di comprargli un aeroplano per convincerlo a tornare. Alfred nel frattempo si è iscritto a una scuola di pilotaggio. Purtroppo, di lì a poco, il 30 maggio 1914, durante una prova di volo, sbaglia una manovra e il suo velivolo sprofonda nel mare.

Proust torna ad essere solo e con Reynaldo sempre più distante. Infatti, in quello stesso anno, il 4 agosto, è partito volontario per la prima guerra mondiale. Preso dallo sconforto, in una lettera spedita a Madame Lemaire, il musicista scriverà: “La vita non è che questo tutto il tempo: desideri irrealizzati, sogni delusi”.

Nel frattempo Proust comincia ad essere apprezzato come scrittore. Nel 1913 è uscito il primo volume della Recherche, Dalla parte di Swann (a sue spese). E nel 1919 esce All’ombra delle fanciulle in fiore, stavolta con l’editore Gallimard che in precedenza aveva rifiutato la pubblicazione del primo tomo. Altri due editori avevano respinto il romanzo. Una delle motivazioni era stata questa: “Sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno”.

Marcel felice per la pubblicazione del secondo volume è però anche deluso, perché il libro è stampato a caratteri piccoli. E in una lettera a Reynaldo, scrive: “La mia ammirazione per questo libro aumenta di giorno in giorno insieme al dolore nel vederlo presentato in una veste così deplorevole che il lettore ne resterà immediatamente scoraggiato”.

Nell’ultima parte della sua vita Proust è finalmente uno scrittore affermato e apprezzato dai critici, ma sembra aver dimenticato i vecchi amici. In realtà è totalmente occupato a terminare il suo romanzo e nell’ultimo mese, malgrado sia ammalato, rifiuta le cure mediche, come se presentisse di non avere più molto tempo a disposizione.

Attraverso una scrittura semplice e accurata, Lorenza Foschini ci trasporta in un’epoca affascinante, a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento, svelandoci un Proust inedito, inaspettato. E dunque, se amate lo scrittore francese e desiderate conoscerlo più da vicino, questo libro è una buona occasione per farlo.

L'articolo Gli amori segreti di Marcel Proust proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/gli-amori-segreti-marcel-proust/feed/ 0
L’idioma di Casilda Moreira, o la lingua dell’amore perduto https://minimaetmoralia.it/libri/lidioma-casilda-moreira-la-lingua-dellamore-perduto/ https://minimaetmoralia.it/libri/lidioma-casilda-moreira-la-lingua-dellamore-perduto/#respond Wed, 24 Jul 2019 13:52:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40715 “Erano trascorse due settimane da quando il professor Giuseppe Montefiori, un uomo basso e mite, con una barba appuntita sempre ben curata, si era chiuso in casa, senza avere nessun sintomo di malattia.” Comincia così il nuovo romanzo di Adrian Bravi, L’idioma di Casilda Moreira (Exorma). Un attacco formidabile, capace di suscitare nel lettore grande […]

L'articolo L’idioma di Casilda Moreira, o la lingua dell’amore perduto proviene da Minima et Moralia.

]]>
“Erano trascorse due settimane da quando il professor Giuseppe Montefiori, un uomo basso e mite, con una barba appuntita sempre ben curata, si era chiuso in casa, senza avere nessun sintomo di malattia.”

Comincia così il nuovo romanzo di Adrian Bravi, L’idioma di Casilda Moreira (Exorma). Un attacco formidabile, capace di suscitare nel lettore grande interesse e curiosità. Un professore di etnolinguistica, persona seria e legata al suo lavoro, un giorno di primavera smette di uscire e non torna più a fare lezione.

Mi riporta alla mente un vecchio racconto di Nathaniel Hawthorne Wakefield, dove un uomo sposato, con il pretesto di dover intraprendere un viaggio, si allontana dalla propria moglie per oltre vent’anni. E immediatamente nel lettore scatta la domanda: Perché? Per quale motivo?

Nel nostro caso, il professor Montefiori, si ritira volontariamente dal mondo per riflettere su certe “questioni di carattere linguistico”, non meravigliando troppo sua moglie, abituata a simili comportamenti, ma lasciando i suoi studenti nello smarrimento. In particolare, a soffrire di più la sua mancanza, è lo studente Annibale Passamonti, un ragazzo timido e riflessivo, rimasto impressionato dall’ultima lezione del professore, quella in cui ha raccontato di un’antica lingua argentina che rischia di scomparire, nella zona compresa tra la Patagonia e la Pampa. Secondo alcune ricerche a parlare questa lingua sarebbero rimaste soltanto due persone, un uomo e una donna, e cosa ancor più drammatica non comunicano da molti anni. Inoltre vivono in un paese lontanissimo, piccolo e sperduto.

Lo studente già da tempo s’interroga sulla morte di una lingua e sulla possibilità di farla sopravvivere, nonostante non sia rimasto nessuno a parlarla, ma l’idioma a cui fa riferimento il professore è soltanto orale, non esistono testi scritti o la registrazione di un dialogo. Quindi, morendo gli unici due parlanti, la perdita sarebbe inevitabile.

Annibale, spinto da curiosità e voglia di scoprirne di più, riesce a farsi dare dal bidello della scuola l’indirizzo del professore e decide di andarlo a trovare. Montefiori lo accoglie con entusiasmo, parlano della possibilità di salvare l’antico idioma e spunta un articolo sull’argomento.

Il ragazzo si appassiona talmente tanto alla faccenda che decide di andare a Kahualkan, piccolo villaggio della Pampa, dove si trovano Casilda Moreira (70 anni) e Bartolo Medina (75 anni).

Laggiù verrà a scoprire che i due in passato sono stati molto innamorati, ma adesso non si parlano più, anche se lei ogni tanto gli porta qualcosa da mangiare, “per non farlo morire”, perché Bartolo è invecchiato e non lavora più, “la testa gli vola sulle nuvole” e passa le giornate in groppa al suo cavallo o kawal, come lo chiama lui amichevolmente.

“Era la prima volta che entrava in quelle terre sterminate del sud e, anche se non riusciva a vedere distintamente il paesaggio, avvertiva un senso di vertigine davanti a quella vastità”.

Il romanzo è anche la storia di un viaggio, la descrizioni dei suoi luoghi. E già possiamo immaginarla questa pianura sconfinata, per lunghi tratti priva di vegetazione. Il fascino misterioso della Pampa e della Patagonia, tenute separate dalle acque del Rio Colorado.

Adrian Bravi è abile nell’usare una scrittura semplice, tradizionale, senza inutili sperimentalismi, con l’obiettivo primario di raccontare una storia. È sintetico nelle descrizioni, ma efficace e preciso. Parla di terre che conosce bene. Infatti, è argentino, nato a Buenos Aires. Ha vissuto per lungo tempo nella capitale, abitando in vari quartieri, prima di trasferirsi in Italia, alla fine degli anni ’80. Si è laureato in Filosofia. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo in spagnolo, ma già dal 2000 ha iniziato a scrivere in italiano. Ha pubblicato 14 libri, di vario genere. Attualmente vive a Recanati e lavora come bibliotecario all’Università degli Studi di Macerata.

“Da quando Annibale era partito da Buenos Aires verso sud aveva continuamente voglia di prendere appunti, come se volesse fissare ogni cosa.”

Il ragazzo vive con passione tutto quello che gli capita, senza risparmiarsi. La sera, prima di andare a dormire, annota su un taccuino le cose che lo hanno colpito o utili alla sua missione. Ci tiene a dimostrare a sé stesso e al professore di non essere partito invano e non vuole dimenticare nulla di quei giorni speciali, trascorsi nel mondo enigmatico della Pampa, con la presenza costante dei venti che piegano cespugli, pianticelle e scuotono le foglie degli alberi. E dove incontrerà una ragazza che presto attirerà il suo interesse. Così, oltre alla scoperta di un mondo nuovo, lontano da casa, sperimenta anche le prime pulsioni amorose.

Ovviamente è anche un romanzo sull’amore per una lingua, sulla sua forza, musicalità, potere magico di evocare vecchi ricordi, intense emozioni, con espressioni dal fascino particolare e unico. Un po’ come avviene con i nostri dialetti, che contengono vocaboli intensi, viscerali, esclusivi, intraducibili.

Nel caso di Casilda e Bartolo è la lingua del loro amore, con cui si sono innamorati e confidati le parole più tenere e dolci. Ma terminato l’amore, finisce la possibilità di adoperarla. Per le parole ordinarie è sufficiente usare lo spagnolo, o tacere. Un po’ come avviene con le fotografie delle ex fidanzate. In casa, da qualche parte, tutti abbiamo un album che contiene le foto di una vecchia fiamma, ma non andiamo più a rivederle, perché l’amore con quella persona è finito e non ha senso guardare ancora quelle immagini, come risulta inutile incontrarla di nuovo o telefonarle.

Lettura godibile e mai scontata, direi quasi d’avventura. Terre lontane, linguaggio essenziale, tradizione e sentimenti forti. In alcuni momenti sembra quasi di essere finiti in un vecchio western, forse per la presenza dei cavalli. Un romanzo destinato a diventare un piccolo classico.

L'articolo L’idioma di Casilda Moreira, o la lingua dell’amore perduto proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/lidioma-casilda-moreira-la-lingua-dellamore-perduto/feed/ 0
Storia agrodolce di un piccolo migrante nel nuovo romanzo di Daniel Di Schüler https://minimaetmoralia.it/libri/storia-agrodolce-un-piccolo-migrante-nel-romanzo-daniel-schuler/ https://minimaetmoralia.it/libri/storia-agrodolce-un-piccolo-migrante-nel-romanzo-daniel-schuler/#comments Tue, 04 Jun 2019 12:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40377 Leggere 240 battiti al minuto (Albe Edizioni) è facile come bere un bicchiere d’acqua, ma sarebbe riduttivo relegarlo alla narrativa per ragazzi. Francamente è molto di più. Anche se ci troviamo immersi per buona parte del libro in una storia spassosa, divertente, a tratti commovente, sullo sfondo permane lo scenario drammatico degli sbarchi dei nordafricani sulle coste europee e le relative conseguenze. Un tema incandescente e quanto mai attuale. Persone che hanno perso tutto e sfidano la sorte pur di raggiungere il vecchio continente per avere una possibilità di vita.

L'articolo Storia agrodolce di un piccolo migrante nel nuovo romanzo di Daniel Di Schüler proviene da Minima et Moralia.

]]>
Leggere 240 battiti al minuto (Albe Edizioni) è facile come bere un bicchiere d’acqua, ma sarebbe riduttivo relegarlo alla narrativa per ragazzi. Francamente è molto di più. Anche se ci troviamo immersi per buona parte del libro in una storia spassosa, divertente, a tratti commovente, sullo sfondo permane lo scenario drammatico degli sbarchi dei nordafricani sulle coste europee e le relative conseguenze. Un tema incandescente e quanto mai attuale. Persone che hanno perso tutto e sfidano la sorte pur di raggiungere il vecchio continente per avere una possibilità di vita.

Ma prima di raccontare nel dettaglio la vicenda del romanzo, è necessario spendere due parole sull’autore, Daniel Di Schüler. Innanzitutto non è tedesco, come invece potrebbe sembrare, ma italiano, nativo della provincia di Como e il suo nome vero è Daniele Pruneri. Da molti anni vive in Galizia, vicino a Finisterre, un piccolo villaggio di pescatori, dove trascorre le giornate a dipingere, scolpire e a scrivere romanzi. Nel 2015 è stato tra i finalisti del Premio Calvino e si è aggiudicato la menzione speciale della giuria. Il suo manoscritto, un corposo romanzo sperimentale intitolato Un’Odissea minuta, pubblicato successivamente da Baldini&Castoldi, è stato accostato per la meticolosità delle descrizioni niente meno che a Georges Perec.

Tornando al libro in questione appare subito evidente, fin dalla prima pagina, l’abilità dell’autore nel calarsi in una ragazzina di quindici anni, usando frasi brevi, chiare, concise, in uno stile rapido, asciutto, diretto, senza abbellimenti, e il tutto scandito da un ritmo preciso. Un po’ come quello di una batteria. Non a caso Ollie, la protagonista del romanzo, suona la batteria e ascolta Iron Maiden, Ramones, Black Flag, Dead Kennedys. Nella sua camera, appiccicato alla parete, spicca un poster gigante di Kurt Cobain e il suo più grande desiderio è mettere in piedi una punk band, anzi, hardcore punk.

Insomma, è una tipa dura, decisa, che ironizza e dissacra tutto quel che si trova davanti. Un po’ come il giovane Holden. Parla della sua famiglia senza peli sulla lingua e anche se i suoi genitori non sono “maledettamente suscettibili” come quelli di Holden, hanno però un caratterino mica da ridere.

Il padre, stando alla sua descrizione, è “un filo di fumo che sale dietro lo schermo di un computer”, insomma, fa lo scrittore e “con i capelli sempre ritti in testa e un gran barbone sembra uno yeti”. La madre, due lauree e un lavoro da informatica, è sempre persa nei suoi numeri. A detta del panettiere è “una bella donna”, ma ogni tanto ha lo sguardo sinistro e terrificante di Jack Nicholson, versione Shining. Per questo motivo i figli l’hanno ribattezzata Tempesta, “disturbatela mentre è persa dentro i suoi numeri e capirete perché”.

Poi c’è Leone, 18 anni, fratello maggiore di Ollie, campione di lancio del peso, disco e martello. “In camera sua ci sono medaglie dappertutto”. A scuola, per colpa della popolarità del fratello, la chiamano “la sorella di Leone”. A completare il quadretto di famiglia non poteva mancare il cane, un golden retriever di sette anni, serio e affidabile. “Lui sì che ti sta sempre ad ascoltare. Se solo non avesse quelle orecchie all’ingiù”.

L’intera famiglia vive in “un grosso cubo bianco con un tetto di tegole rosse”, in mezzo a un giardino pieno di alberi ed erbacce, ma con davanti “una spiaggia infinita e il più azzurro dei mari”. Non siamo nei Caraibi, in Sardegna o in Sicilia, ma sulla Costa della Morte, in Galizia. E il mare di cui parla Ollie è l’oceano Atlantico.

Tutto andrebbe per il meglio se un giorno non fosse arrivato Amir a sconvolgere la tranquilla esistenza familiare e in particolare quella di Ollie, che nonostante si atteggi a fare la dura, in realtà è tenera come la maionese, molto sensibile, e non potrà evitare di affezionarsi al piccolo ospite.

Amir nella sua breve esistenza ha già vissuto momenti terribili, subito gravi traumi. Infatti, dopo aver raggiunto la Spagna insieme alla madre, viene trovato abbandonato nel piccolo parco giochi, accanto alla spiaggia, di un paesino della Galizia. Con un biglietto in tasca, in lingua spagnola, dove c’è scritto soltanto che il bambino si chiama Amir e ha quattro anni. Non sappiamo altro, nemmeno da quale parte del mondo provenga.

Al primo impatto con il bambino, “piccolissimo e magrissimo. Un mucchietto d’ossa, con un faccino dalla pelle scura. Non nera, ma scura abbastanza da far risaltare il bianco di due occhioni enormi”, Ollie si trova un po’ a disagio.

Amir appare fin da subito un bambino difficile, irrequieto, che non parla e l’unica parola che riesce a dire è un “no” secco e vibrante. Scaraventa tutto a terra e così vanno in frantumi le tazzine decorate della mamma, quelle da caffè, prodotte in Germania, a Meissen, di fine Ottocento. E volano in aria statuine, la sveglia e tutto quello che finisce tra quelle “fottute manine sempre in movimento. Sempre impegnate a toccare, spostare e far cadere cose”.

Amir, dunque, è un piccolo e instancabile “devastatore”. Ollie non lo sopporta, e non capisce per quale motivo i suoi genitori abbiano deciso di prenderlo in affidamento. In pochi giorni vede i suoi genitori cadere nella disperazione, perché non sanno come fare con quel bambino.

Leone ogni tanto riesce a farlo giocare e perfino sorridere, ma si tratta di momenti brevi, fugaci. Poi un pomeriggio, sul far della sera, quando nulla sembra fermare il piccolo Amir, lo ritroviamo seduto immobile, incantato, a bocca aperta, di fronte a un tramonto mozzafiato sul mare. Forse quel panorama gli ricorda qualcosa. Il suo passato? La sua mamma?

Sulla madre di Amir la polizia indaga da tempo, ma non riesce a scoprire molto e c’è incertezza perfino sul nome: Amina, Amal, Fatima? Di sicuro sappiamo che è morta. Ma non si capisce se è stata uccisa o si è trattato di un suicidio. Dalla ricostruzione fatta dalla polizia apprendiamo che la donna ha girovagato per la Spagna, guadagnandosi da vivere facendo le pulizie. In precedenza madre e bambino erano stati salvati in mare, mentre tentavano di passare per lo stretto di Gibilterra su un barcone carico di disperati.

Lascio al lettore il gusto di scoprire il resto della vicenda. Se il bambino rimarrà a vivere nella nuova famiglia, se comincerà a parlare e a fare “tutto e solo quel che dovrebbero fare i bambini”. Inoltre, ci sarà da scoprire cosa farà Ollie, se la sua band avrà successo e se riuscirà a suonare la batteria a una velocità supersonica, al pari del suo idolo Alex Van Halen, 240 battiti al minuto. Ma non lasciatevi ingannare dalla copertina, questo non è solo un libro per ragazzi. E poi come diceva il buon Antoine de Saint-Exupéry: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta”.

(Fonte foto)

L'articolo Storia agrodolce di un piccolo migrante nel nuovo romanzo di Daniel Di Schüler proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/storia-agrodolce-un-piccolo-migrante-nel-romanzo-daniel-schuler/feed/ 2
Lo scrittore ritrovato. Sul “pantarèi” di Ezio Sinigaglia https://minimaetmoralia.it/libri/lo-scrittore-ritrovato-sul-pantarei-ezio-sinigaglia/ https://minimaetmoralia.it/libri/lo-scrittore-ritrovato-sul-pantarei-ezio-sinigaglia/#respond Mon, 06 May 2019 12:35:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40124 di Pierluigi Lupo Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Un po’ quello che accade a volte con i libri. Se ne stanno lì, dormienti, per molti anni, prendono polvere, cadono nell’oblio, e poi un giorno qualcuno decide di ridargli vita. È il caso del libro in questione. Il pantarèi di […]

L'articolo Lo scrittore ritrovato. Sul “pantarèi” di Ezio Sinigaglia proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Pierluigi Lupo

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Un po’ quello che accade a volte con i libri. Se ne stanno lì, dormienti, per molti anni, prendono polvere, cadono nell’oblio, e poi un giorno qualcuno decide di ridargli vita. È il caso del libro in questione. Il pantarèi di Ezio Sinigaglia, ripubblicato a gennaio dalla casa editrice TerraRossa con il chiaro intento di restituirgli un po’ di giustizia. Infatti, dopo la sua prima uscita, nel 1985, con un piccolo sconosciuto editore (SPS), il libro passa inosservato.

Sinigaglia, all’epoca trentasettenne, realizza il sogno di trasformarsi da lettore in scrittore, con l’ambizione di dimostrare che il romanzo non è morto. Ma davanti all’indifferenza della critica e ai pochi lettori, decide di abbandonare l’impresa appena iniziata. Ci vorranno più di trent’anni prima di vedere un altro suo romanzo. Nel frattempo continuerà a lavorare con le parole, per editori e pubblicitari, ricoprendo vari ruoli, tra cui quello di redattore, traduttore, ghostwriter, autore di guide turistiche, copywriter. Somiglia molto a Daniele Stern, protagonista del Pantarèi. E veniamo al romanzo.

Stern, “poligrafo senza occupazione”, deve incontrare Ghiotti. Non sa nemmeno se è uomo o donna. Redattrice, sottolinea l’usciere. Quindi va nel suo ufficio e trova la donna occupata al telefono. Nell’attesa lui fantastica, “un week-end nella sua casa di montagna”. Appena lei smette di parlare al telefono, lo informa sul lavoro. Dovrà completare l’ultimo volume di un’enciclopedia della donna, quello di cultura generale. Più precisamente riscrivere il capitolo sulla letteratura del Novecento e in tempi strettissimi, una settimana. Stern accetta, non può fare altro.

Lo vedremo impegnato alla vecchia preistorica “Olivetti portatile verdazzurra”, e nel tempo libero. Avremo così due Stern. Quello impegnato nel lavoro (la parte saggistica). E l’altro, quello che continua a pensare all’ex moglie, andata a vivere “con quel suo avvocatuccio tutti peli”, ma anche a Fabio, Carmen e ai ragazzi (la parte narrativa).

Sinigaglia si avvale di due prospettive: la prima e la terza persona, usandole anche all’interno dello stesso paragrafo. E giocherà a rifare gli stili degli autori analizzati: Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka. Questi cinque, secondo la sua visione, sono i giganti della prima metà del Novecento che rompendo con il passato e allontanandosi dai predecessori, “hanno frantumato tutti gli schemi tradizionali e tranquillizzanti sui quali il romanzo s’impalcava”. Insomma, sono quelli che hanno rinnovato il romanzo. Successivamente darà spazio anche ad altri “rivoluzionari”: Céline, Faulkner, Robbe-Grillet.

Ma tornando alla parte narrativa, la prima cosa che fa Stern, dopo il lavoro ottenuto, è comprare un paio di scarpe nuove. Lui dice per festeggiare, in realtà per fare colpo sulla ex moglie con le Clark (molto in voga negli anni in cui il romanzo è ambientato), dimostrarle di non avere più “gusti da vecchio”. Dunque, entra nel primo negozio di scarpe. Ed ecco la descrizione della commessa.

“Brunetta. Diciassette-diciotto. Occhi verdacqua. Perduti dove? Sogna un mondo dove non esistano i piedi.” E dopo aver ascoltato la richiesta del cliente si allontana “su gambe corte e tozze. Culo basso. Svogliata. Automatica. Tutto il giorno a. La destra. La sinistra. Spinga. Come se la sente? Calza bene? Provi a camminare.”

Sembra proprio di vederla questa ragazzetta sciatta, annoiata, che lascia cadere la scatola delle scarpe sul pavimento, provocando un sonoro “dung”, e tratta i clienti tutti allo stesso modo, con il suo vocabolario standardizzato, l’attenzione solo dalle caviglie in giù.

Stern in molte circostanze è un bambino costretto a fare l’adulto. La moglie l’accusa di essere insicuro, vile di fronte alle scelte, di vivere alla giornata, quindi immaturo, e perciò di non costituire un valido sostegno. Quello che oggi si potrebbe definire un bamboccione. Lui invece si definisce un “disoccupato di talento”. Ed ecco un’altra forza del romanzo, l’ironia. La ritroviamo spesso. Un’ironia capace di strappare un sorriso e ispirare tenerezza. Quella stessa tenerezza che hanno gli amici per Stern.

“I mariti abbandonati sono spesso per amici e amiche motivo di premurosa tenerezza.” E da qui scatta una gara di solidarietà per cercare di aiutare l’amico di turno abbandonato dalla moglie. Questi aiuti consistono soprattutto in inviti a cena. E nei primi tempi di abbandono Stern riceve talmente tanti inviti da provare il “complesso dello scrocco”. Così per scacciare questo senso di colpa e sdebitarsi, finisce per “spendere in doni più di quanto avrebbe potuto ragionevolmente spendere per nutrirsi in modo autonomo e solitario”.

Per due terzi del libro Sinigaglia accompagna il lettore, tenendolo per mano, facendolo anche ridere, poi nell’ultima parte lascia che sia il lettore a doverlo seguire. Ma non è sempre facile stargli dietro. Aumentano i giochi di parole, anche di “enigmistica”, Stern è chiamato a risolvere rebus, indovinelli, sciarade, e si arriva all’assenza di punteggiatura. E qui il lettore rischia di perdersi, ma tenendo duro potrà godere di scene ancora belle e incisive.

La sequenza di Stern in compagnia del ragazzo in auto, poi in discoteca, costretti dalla musica alta a parlare urlando. La descrizione delle luci stroboscopiche che rende perfettamente l’ambiente e l’atmosfera del luogo: “un sinistro biancore lampeggiante come un faro freddo e accecante che s’accende si spegne s’accende al ritmo stesso ansimante della grancassa e i gesti da rotondi e flessuosi si fanno in quell’alternarsi di oscurità e bagliori secchi aguzzi legnosi come in un vecchio film muto dove le persone paiono muoversi a scatti”.

Tra le parti che mi hanno colpito, c’è quando Stern si reca a casa della moglie, una casa che non conosce, e mentre cammina pensa alle parole da dirle, ma all’improvviso si blocca, incapace di formulare una qualsiasi frase, non potendo sapere quali mobili si troverà davanti. Come sarà l’arredamento della casa?
E per meglio far capire questa sua difficoltà ricorre a una similitudine. Le parole stampate di un libro, nessuno può saperle finché il libro è chiuso. Allo stesso modo lui non potrà sapere quali parole dirà alla moglie se prima non avrà visto l’arredamento della casa.

In alcuni momenti si ha l’impressione di leggere Bianciardi, Calvino, e non solo. Il dialogo quasi surreale scaturito tra Stern e la signora Stella, domestica della moglie, che mischia lingue e dialetti, rimanda al Pasticciaccio di Gadda. La lettera che Stern scrive mentalmente alla moglie, mentre cammina in strada, ricorda un racconto di Buzzati Una lettera d’amore.
E sarebbero ancora molte le cose da dire, ma non vorrei togliere al lettore il gusto di scoprirle. Aggiungo soltanto che Sinigaglia è uno scrittore di razza, come pochi ormai. E se trent’anni fa, al posto della SPS, ci fosse stata Einaudi, Feltrinelli o Garzanti, forse oggi si parlerebbe di un’altra storia. Comunque, rispetto al 1985, una migliore accoglienza del romanzo c’è già stata: il terzo posto nell’ultima classifica di qualità dei libri.

L'articolo Lo scrittore ritrovato. Sul “pantarèi” di Ezio Sinigaglia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/lo-scrittore-ritrovato-sul-pantarei-ezio-sinigaglia/feed/ 0
L’alcol e la nostalgia https://minimaetmoralia.it/libri/lalcol-la-nostalgia/ https://minimaetmoralia.it/libri/lalcol-la-nostalgia/#respond Wed, 10 Apr 2019 12:30:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39975 di Pierluigi Lupo Di solito per decidere se comprare o non comprare un libro, mi affido alla lettura delle dieci o venti righe iniziali. E molte volte quelle poche righe, lette in fretta, in piedi, nella luce spesso violenta di una libreria, sono sufficienti a non farmi pentire della scelta. Così è accaduto anche con […]

L'articolo L’alcol e la nostalgia proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Pierluigi Lupo

Di solito per decidere se comprare o non comprare un libro, mi affido alla lettura delle dieci o venti righe iniziali. E molte volte quelle poche righe, lette in fretta, in piedi, nella luce spesso violenta di una libreria, sono sufficienti a non farmi pentire della scelta.

Così è accaduto anche con L’alcol e la nostalgia, di Mathias Enard, scrittore francese ancora poco noto al grande pubblico, ma balzato alle cronache per aver vinto il premio Goncourt nel 2015 con Bussola. Qui però parlo di un libro antecedente, un libricino di appena cento pagine, uscito in Francia nel 2011 e ripubblicato in Italia dalle edizioni E/O nel 2017.

La copertina promette bene: un treno scuro, antiquato, in corsa lungo un paesaggio freddo, grigio, innevato. E nelle righe iniziali, nella descrizione di una camera d’albergo, che potrebbe somigliare a mille altre, ho provato delle sensazioni familiari: “le tende con i gigli, la moquette piena di macchie, la tappezzeria color culo di scimmia, non ti veniva neanche voglia di tornare a dormire”, immaginando che con il sole sarebbe stato anche peggio, e aggiunge: “La solitudine e la noia di una stanza d’albergo dove non hai niente da fare”.
Ed è spesso così quando ci troviamo in una camera d’albergo, ci sentiamo spaesati e incapaci di fare qualunque cosa. Eccoci, dunque, a condividere già qualcosa con il protagonista e, immedesimati in lui, vogliamo scoprire cosa accadrà.

Romanzo breve, ma intenso. Così intenso da far pensare a una vicenda realmente vissuta. Enard per renderlo ancora più “reale” ricorre all’artificio di chiamare il protagonista con il suo nome, Mathias (al lettore piace sempre credere che la storia sia accaduta veramente al suo autore). Inoltre è scritto in prima persona, con tono intimistico, da diario personale, a cui si alternano momenti di seconda persona, quando il protagonista si rivolge direttamente all’amico morto suicida, mentre viaggiano insieme su un treno leggendario, la Transiberiana che copre una distanza siderale, oltre “9.000 chilometri senza alzare il culo dal tuo scompartimento sobbalzante”, la ferrovia più lunga del mondo.

E ci troviamo davanti due storie. Una collocata nel “presente”, il viaggio in treno che Mathias compie per accompagnare l’amico al suo paese d’origine. E l’altra collocata nel “passato”, quando Vladimir è ancora vivo e insieme a Mathias e Jeanne formano un trio inseparabile. E così mentre il treno attraversa la Russia e l’Asia settentrionale, correndo tra Mosca e Vladivostok, attraversando gli Urali e la vasta e profonda Siberia, si snocciola con flash brevi e struggenti la loro storia, quella vissuta insieme.

Mathias parla all’amico, in tono scherzoso, come se avesse ancora la possibilità di udirlo, e gli racconta l’ultima novità di Jeanne. Quella di farsi appendere con dei ganci da macellaio in uno scantinato di Mosca, e poi dondolare come un quarto di bue a un metro e mezzo da terra, “una passione capace di portare all’estasi e al culmine del piacere”.
Si tratta della Body Suspension, una pratica folle e dolorosa, in grado di provocare una specie di trance con la sensazione di “perdere” il proprio corpo.

Passa poi a rievocare i primi tempi trascorsi insieme, quei momenti ormai perduti, come se riguardassero altri, dove riaffiorano con nitidezza Jeanne e Vladimir. La prima è stata la sua fidanzata a Parigi, poi studentessa all’università di Mosca e amante di Vladimir, “un cosacco appassionato di letteratura, poliglotta e colto”.
La ragazza ha mantenuto buoni rapporti con Mathias, e un giorno l’invita nella sua casa russa, gli fa conoscere Vladimir, gli interminabili viali della città, e anche le bellezze di San Pietroburgo (l’Ermitage, la prospettiva Nevskij, l’ultima abitazione di Dostoevskij).
Tra i due ragazzi all’inizio c’è diffidenza, “come due cani che si contendono il territorio”, ma presto diventano amici, grazie alla comune passione per i libri, il bere e il fumare. Ne scaturisce un trio affiatato, ma non troppo. Perché Mathias mal sopporta che Jeanne non sia più sua e baci l’altro.

Al dolore d’aver perso la fidanzata, si aggiunge anche il tormento della pagina bianca che cerca di “sbloccare” aiutandosi con droghe varie, alcol e rileggendo con attenzione i racconti di Raymond Carver. “Rileggevo Cattedrale e appena ero un po’ carico di alcol provavo a scrivere un racconto, ma non c’era niente che funzionasse.”

Nel lungo viaggio che porterà Vladimir alla sua meta finale, non mancano gli echi di un passato che riguarda non solo i protagonisti del romanzo, ma anche la storia della Russia. E così vengono fuori i campi di lavoro forzato, i detenuti del gulag Perm’-36, dove tutti gli alberi sono finiti nelle falegnamerie del gulag per essere trasformati in cassette della frutta e fiammiferi.
“Si dannavano con le motoseghe contro i tronchi ghiacciati delle betulle” e nelle varie operazioni per tagliare tutta quella legna, più di qualcuno ci lasciava un dito o una mano, sotto gli occhi indifferenti dei guardiani. E oggi quei luoghi disperati, dove sembrano riecheggiare ancora le voci dei condannati, annusarne il sudore acre e vederne il sangue, sono diventati un museo (finanziato da un gruppo di ex detenuti).
All’altezza di Ekaterinburg saltano fuori anche i fantasmi imperiali, quelli dei Romanov, uccisi senza pietà dai rivoluzionari. E sembra quasi di sentirne le urla disperate e gli spari funesti, mentre Mathias ritorna a pensare al suo amico, alla fine imminente del loro viaggio.
Scenderanno a Novosibirsk, ma il treno continuerà la sua corsa. Lui vorrebbe arrivare fino in fondo, all’ultima stazione, quella di Vladivostok, e vedere il Pacifico.
“Se rimanessi coricato in questo scompartimento scivolerei fino al lago di Bajkal; me lo immagino liscio, senza un’increspatura, intrappolato in un inverno che non finisce mai”.
Vagheggia così nella sua testa quella destinazione lontana, ignota, e che in pochi vedranno, perché di solito si scende prima della stazione finale. “Non si arriva mai alla fine dei viaggi, ci si ferma sempre prima”.

La bravura di Enard sta anche, o soprattutto, nell’esattezza di certe descrizioni che restituiscono un sentire comune. E non mancano le atmosfere suggestive che catturano immediatamente l’attenzione del lettore: i fiumi ghiacciati, i chilometri di betulle innevate, i villaggi sperduti, le casette di legno colorato.
Nel romanzo l’elemento predominante è senza dubbio la nostalgia, più dello sballo che ci si aspetterebbe da droghe e alcol, di cui il trio fa uso abbondante. E l’altro elemento prevalente è senz’altro l’amicizia, più dell’amore. E quello che rimane alla fine è pacata rassegnazione e una vaga speranza, sintetizzata nell’ultima frase del libro: “Prima o poi sorgerà il sole”.

(Fonte foto)

L'articolo L’alcol e la nostalgia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/lalcol-la-nostalgia/feed/ 0