cultura Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cultura/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Mar 2023 19:14:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg cultura Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cultura/ 32 32 Un estratto da Abitare il vortice di Bertram Niessen https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-abitare-il-vortice-di-bertram-niessen/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-abitare-il-vortice-di-bertram-niessen/#respond Thu, 02 Mar 2023 09:04:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51903 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo” di Bertam Maria Niessen, recentemente pubblicato da UTET. Per i non addetti ai lavori, i luoghi della cultura sono spesso considerati come dati, e immutabili nel tempo. Da un certo punto di […]

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Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo” di Bertam Maria Niessen, recentemente pubblicato da UTET.

Per i non addetti ai lavori, i luoghi della cultura sono spesso considerati come dati, e immutabili nel tempo. Da un certo punto di vista, in effetti, nel corso della seconda metà del xx secolo gli spazi per la fruizione e la produzione di beni e servizi culturali sono stati caratterizzati da tendenze organizzative, spaziali, economiche e di fruizione molto definite.

Da un lato c’è stata la concentrazione in istituzioni ufficiali come università, musei, centri espositivi e centri studi. Sono stati, e sono tutt’ora, i grandi centri riconosciuti della cultura che dialogano con gli altri attori di primo piano del sistema: gallerie, case editrici, grandi biblioteche, programmi radiofonici e televisivi, terze pagine dei quotidiani eccetera.

Un altro filone, ovviamente, è stato quello degli spazi di fruizione delle opere prodotte dalle industrie culturali. Cinema, sale concerto, librerie, biblioteche, piccoli musei non hanno costitui­to solo l’ultimo miglio di reti di distribuzione commerciali, ma hanno assunto, spesso, anche il ruolo di piattaforme territoriali di discussione e critica, in un quadro più ampio di costruzione e rafforzamento della sfera pubblica.

In queste due tipologie di luoghi, più che in altre, si sono consolidate le pratiche di fruizione delle opere culturali all’interno di perimetri chiaramente legati alla “civilizzazione” e all’alfabetizzazione dei pubblici, secondo criteri di contemplazione: gestione rituale e funzionale dei silenzi; definizione dei tempi e dei comportamenti appropriati; chiara delimitazione degli spazi e delle azioni. È una tendenza che si è rafforzata nel tempo, seguendo la contrazione delle forme di cultura negli spazi pubblici dichiaratamente popolari e l’inseguimento dello status di classe media, anche attraverso il consumo culturale. Così, rispondere dalla platea alle battute di un attore su pellicola (o in carne e ossa) è divenuto un comportamento sempre meno appropriato al di fuori dei contesti strettamente orientati allo spettacolo di massa (i cosiddetti blockbuster).

Una terza tipologia di spazi che si è sviluppata è stata quella della molteplicità di piccoli presidi territoriali, legati all’associazionismo, al welfare, ai corpi intermedi, alle confessioni o ai partiti: arci, acli, case del popolo, sedi delle società operaie di mutuo soccorso e oratori. Spesso caparbiamente autonomi – e allo stesso tempo legati alle logiche politiche di reti e confederazioni – le associazioni e i circoli hanno costituito per decenni l’interfaccia tra i grandi nodi cittadini della politica e della vita civile e i piccoli centri.

Si tratta di una suddivisione volutamente grossolana e imperfetta, ma può essere interessante utilizzarla ricordandoci che è soprattutto sui margini di quei mondi (e nelle loro intersezioni) che nel corso del Novecento sono emerse le ricchezze della cultura vissuta dai territori, con le sue specificità, contraddizioni, capacità di costruire legami.

Il risultato di queste tre linee di sviluppo è stato per lungo tempo un panorama con alcune caratteristiche relativamente stabili. Gli spazi della fruizione si assomigliavano tutti, e così i modi con i quali venivano utilizzati. Le tipologie di offerta culturale erano vincolate alle grandi catene centralizzate di distribuzione, e solo con estrema fatica opere sperimentali, estranee o divergenti dal gusto comune trovavano il modo di circolare. Anche le carriere degli operatori culturali tendevano a essere più omogenee: c’era chi si costruiva un percorso nell’editoria, nella stampa specializzata o nel cinema, ma moltissimi altri vivevano benissimo con un lavoro intellettuale “di base” – come quello di maestro, di professore o di giornalista locale. Le figure dei professionisti, degli amatori e degli spettatori erano, ovviamente, ben distinte. Gli spazi della cultura tradizionale del Novecento, insomma, si sono sviluppati come luoghi di condivisione e allo stesso tempo di esperienza individuale, in cui la dimensione sacrale e la distinzione sociale connesse ai consumi culturali erano ribadite dalla delimitazione architettonica e funzionale. Ma si sono sviluppati – anche e soprattutto – come luoghi per la costruzione di idee sul mondo, di valori e orizzonti del possibile: spazi di espansione estetica per immaginare altre vite, e per esercitare i muscoli prendendo posizione rispetto a fatti reali o immaginari.

L’esplosione dei movimenti sociali della fine degli anni sessanta ha aperto una fase in cui le istanze culturali minoritarie hanno iniziato a uscire all’aperto come esplicita manifestazione di dissenso rispetto alle strutture di potere tradizionali. L’appropriazione politica dello spazio delle città si è legata indissolubilmente alle pratiche di espressione culturale, con i corpi (manifestazioni, presidi, cori e canti in pubblico) e con i segni (tazebao, murali, striscioni). Attraverso l’espressione di istanze culturali non conformi, strade, piazze e altri spazi pubblici sono divenuti il teatro per la messa in scena di identità sociali a lungo negate o minimizzate, da quelle delle donne a quelle omosessuali. Parallelamente, in ambiti subculturali ha iniziato a prendere piede la pratica dei festival musicali, associati all’emersione dei giovani come categoria merceologica e quindi dell’idea di “crea­tività giovanile”. I festival pop e rock si sono sviluppati anche seguendo l’aumento della domanda di effervescenza sociale al di fuori delle istituzioni religiose, costruendo contesti rituali che hanno consentito l’esperienza laica di tratti estetici ed estatici prima legati esclusivamente alle pratiche di culto, l’esplosione di una nuova forma di dimensione pubblica nel rapporto tra cultura e territori, che ha permesso la formazione di un nuovo senso comune, di nuove aspettative e di nuovi modi di sentirsi parte di un pubblico.

È in continuità diretta con questo contesto che sono nate e hanno prosperato le stagioni delle rassegne culturali diffuse tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, prime tra tutte quella delle Estati romane. Ideate nel 1977 dall’assessore alla cultura di Roma Renato Niccolini, le Estati romane sono state un momento poderoso di apertura e rinegoziazione dei perimetri classici della fruizione culturale, in cui le nozioni di centro e periferia, di cultura alta e cultura bassa sono state messe in discussione e attualizzate. Roma ha fatto da apripista a una molteplicità di sperimentazioni locali nelle città di tutta Italia e, probabilmente, è stata anche il contesto nel quale una determinata idea di politica culturale ha provato davvero a farsi sistema.

Nello stesso periodo ripresero e prosperarono anche i concerti negli stadi e nelle piazze, dopo una sospensione di qualche anno dovuta alle tensioni politiche, allineando le città italiane a quanto già succedeva da tempo in molte città europee, come Edimburgo o Avignone. Accanto a festival già consolidati come l’Umbria Jazz di Perugia – nato nel 1973 e reinventato nel 1982 – ne nacquero altri destinati a diventare degli emblemi della nuova domanda di cultura diffusa negli spazi urbani, come l’Arezzo Wave. Nei primi anni ottanta si iniziò a parlare a Milano di Fuorisalone, per indicare una serie di iniziative – originariamente spontanee e non coordinate – che avvenivano fuori dai perimetri del Salone internazionale del mobile in fiera, tra gli studi di design e architettura che in quegli anni costituivano una rete di connessione internazionale della città e di sperimentazione dei linguaggi. Dal coordinamento di quelle iniziative nacque nel 1990 la prima Design week meneghina, che impresse una modalità di progettare e produrre cultura diffusa in lassi limitati di tempo – le “week”, per l’appunto – che a oltre trent’anni di distanza è divenuto il modello dominante con cui la città pensa al rapporto tra se stessa e la cultura.

Gli anni novanta videro un’esplosione di grandi rituali subculturali urbani, connessi in gran parte alla nuova ondata dei movimenti sociali. Specifici spazi pubblici in molte città – il parco delle Cascine a Firenze, Villa Ada a Roma, il parco Sempione a Milano – divennero il teatro di appuntamenti, più o meno periodici, in cui si sperimentavano forme alternative di socialità e di autoproduzione culturale. Nel 1997 fu inaugurata dagli attivisti del centro sociale Livello 57 di Bologna la prima Street rave parade antiproibizionista, che per dieci anni divenne un appuntamento culturale cruciale per i mondi della musica elettronica, al pari di altri eventi come la Love parade di Berlino o la Street parade di Zurigo.

Dei centri sociali ho scritto più volte nelle pagine precedenti. Qui basta ricordare che hanno costituito, per quasi due decenni, la rete principale per la produzione, la distribuzione e la frui­zione di forme culturali alternative, generando o permutando molte delle sperimentazioni che circolavano fuori, negli spazi della città.

Nello stesso periodo presero vita anche alcune forme più istituzionalizzate – e dedicate a pubblici diversi – di festival culturali negli spazi urbani. Il primo (e più importante) di questa generazione è sicuramente il Festivaletteratura di Mantova, che nel 1995 iniziò ad attrarre nella cittadina lombarda lettori, scrittori, professionisti e appassionati di editoria attorno a un fitto programma di incontri e seminari, che ridisegnarono fortemente l’identità della città e il rapporto dei cittadini con i suoi spazi.

Con gli anni duemila alcune dinamiche iniziarono a cambiare. La “guerra al terrorismo” inaugurata da Bush dopo l’attacco dell’11 settembre, i quattro giorni del g8 di Genova del 2001, il riflusso dei movimenti della metà degli anni zero iniziarono a imprimere alla società un movimento di chiusura, diffidenza e ritorno alla sfera del privato. In ambito culturale, questo si tradusse in una compartimentazione, un disciplinamento e una contrazione delle forme di cultura diffusa nei territori. Non si trattò certo di una sparizione. Il sistema dei festival, per esempio, prosperò al punto da divenire un elemento chiave nello sviluppo della competizione interurbana per risorse, visibilità e turisti, generando macchine organizzative complesse e (in alcuni casi) la collocazione in zone periferiche predisposte. Si moltiplicarono anche iniziative come le notti bianche, in cui ad aperture fuori orario delle istituzioni culturali – musei, gallerie o teatri – si accompagnano eventi diffusi. Anche questo tipo di iniziative entrarono a pieno titolo nei pacchetti di destination branding delle città, connotandosi spesso anche come eventi gastronomici e venendo gestite sempre di più come occasioni di marketing urbano. Negli anni zero aprirono le porte anche molti dei musei di arte contemporanea in cantiere da anni, come il Madre a Napoli (2005), il Macro a Roma (2002), il Mambo a Bologna (2007), il Mart a Rovereto (2002). Si trattò di un momento importante di costituzione di nuove istituzioni culturali, con scopi sia espositivi che di ricerca e curatela, oltre che di un ulteriore tassello nel mosaico del place branding.

Eppure, nonostante innumerevoli casi locali di segno opposto (grandi e piccoli), la seconda metà degli anni zero è stata caratterizzata da una progressiva contrazione della capacità delle città di dialogare con la vita disordinata della cultura tra le sue strade. L’esperienza culturale si è inserita sempre di più in percorsi improntati alla razionalizzazione e alla specializzazione dei ruoli, delle funzioni e dei luoghi e l’adozione di metodologie e strumenti di management culturale ha permesso un’ottimizzazione delle risorse e, in alcuni casi, la costruzione delle premesse per la sostenibilità economica delle organizzazioni. Allo stesso tempo, però, produzione e fruizione hanno iniziato a rispondere sempre di più alla logica del format: una griglia in cui ogni elemento ha il suo posto e le relazioni tra i vari elementi sono previste, così come i risultati. Un modo di organizzazione che presenta innumerevoli vantaggi: dalla maggiore facilità di calcolare costi e ricavi alla possibilità di replicare modelli simili in altri contesti o di scalare verso l’alto la produzione secondo logiche di razionalità economica. Ma è anche un approccio che porta all’overdesign (eccesso di progettazione) riducendo i margini di libertà di artisti e pubblici nella navigazione dei mondi simbolici e nella costruzione di nuovi rituali. Rituali che – per esistere – possono essere solo in minima parte progettati e che devono soprattutto essere vissuti. I format – per definizione – ragionano in termini di standard, e non possono non fare fatica a relazionarsi con lo spazio urbano che è – per definizione – il luogo della complessità.

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La distruzione del sé https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-distruzione-del-se/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-distruzione-del-se/#respond Fri, 16 Sep 2022 07:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51116 Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Mauro Palma, uscita sul numero 284 di “Una città”. Si tratta della quinta di una serie di interviste a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario.

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Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Mauro Palma, uscita sul numero 284 di “Una città”. Si tratta della quinta di una serie di interviste (qui la prima, qui la seconda, qui la terza e qui la quarta) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Il carcere come luogo della distruzione del sé corporeo, del sé espressivo, del sé adulto: non ci si muove liberamente, si comunica per domande scritte, si viene infantilizzati; il grande ruolo che può avere la cultura per rimediare, a partire dal teatro; un’edilizia grigia, frutto del pensiero che lì non c’è nulla da pensare; l’abolizionismo, non realizzabile, è stato ed è utile al riduzionismo; una giustizia “ricostruttiva”, non “riparativa”. Intervista a Mauro Palma.

Mauro Palma è stato presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti o pene inumani o degradanti del Consiglio dell’Europa, e ha partecipato agli Stati generali dell’esecuzione penale (2015-16) in qualità di componente del Comitato di esperti. Dal 2016 è Presidente dell’Autorità Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.

Giada Ceri: La cultura come strumento di rieducazione delle persone detenute: partiamo da qui. Ora, a differenza dell’istruzione, e in particolar modo dell’alfabetizzazione, quando si tratta di attività culturali utilizzate nel trattamento penitenziario a me sembra che ci si muova su un terreno scivoloso. Mi riesce difficile scindere l’idea di cultura da quella di libertà, dunque mi sembra inevitabile che si arrivi a una serie di complicazioni quando c’è di mezzo l’istituzione totale.

Mauro Palma: Parto da quella cultura che molto spesso è presente in atti e circolari del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nei quali gli elementi di apporto culturale vengono interpretati come possibile intrattenimento delle persone detenute. Il carcere non deve intrattenere nessuno. Anche “trattamento”, quasi in un’idea correzionalista della funzione carceraria, è una parola che non mi piace – le persone non devono essere “trattate” –, ma ancor meno mi piace “intrattenimento”. Nelle circolari in cui viene usata questa parola c’è una specificazione tra parentesi in cui si parla di cultura, di sport, di musica. Tutti termini che indicano espressioni della persona e non certo un modo per intrattenerla nel tempo che le è sottratto. Chiarito questo, vengo a un effetto tipico della privazione della libertà e ancor più di quella privazione della libertà che è motivata da una colpa ed è quindi associata troppo spesso a un’idea di meritevolezza del castigo. Che è in fondo – ma non voglio andare fuori tema – il residuo della spettacolarizzazione del supplizio, messo in luce dal buon Foucault: un esplicito supplizio che si è perso con il passaggio a una sorta di equivalente generale, il tempo sottratto, ma che rimane come una variabile di sfondo. Tot gravità corrisponde a tot tempo sottratto. Allora, questo meccanismo del castigo meritato, che è l’ultima reminiscenza dell’idea dell’infliggere punizione, porta inevitabilmente a una distorsione di tre connotazioni forti del proprio sé. La distruzione del sé corporeo, la distruzione del sé espressivo, la distruzione del sé adulto. In che senso distruzione? Nel senso che il sé corporeo non è solo distrutto dall’essere costretto in un luogo, ma nel modo in cui la persona detenuta percepisce il proprio corpo. Un corpo che non ha possibilità di movimento ed è elemento della punizione ma anche della possibile uscita dalla punizione: in carcere si va dal medico sperando che dica che si sta male, per poter uscire e riconquistare un’apparenza di libertà… Il sé corporeo distrutto è anche il tagliarsi, il cucirsi. Il corpo, cioè, diventa strumento di linguaggio, che non è mai linguaggio affettivo. Non è la carezza, e anche laddove c’è la carezza con il proprio vicino è una carezza occultata. Il sé corporeo si manifesta sempre “in negativo”. La seconda distruzione è quella del sé espressivo. Il carcere è il luogo della non espressione. Ogni espressione è veicolata da una domanda scritta, da un atto, e non comprendere l’atto significa non riuscire a esprimersi. E l’espressività, poi, non trova più nel tempo un elemento disponibile: quello del carcere è un tempo scandito con una ciclicità che non corrisponde al tempo esterno, quindi viene annientata la possibilità di esprimersi tramite le proprie inclinazioni e la produzione di ciò che si sa fare. Il terzo sé che viene distrutto è il sé dell’adultità, perché il carcere è una grande operazione di neoinfantilizzazione. Non si è più un soggetto che decide, come un qualsiasi adulto, ma si diviene oggetto di un trattamento deciso da altri e di un tempo vincolato da altri. Tempo fa mi capitò di andare in un carcere dove c’era un laboratorio di ceramiche. Chi lo dirigeva ne era molto orgoglioso e mi portò a vederlo. In questo laboratorio le persone avevano fatto fiocchetti, cuori… Il direttore mi chiese cosa ne pensassi? Io a volte sono un po’ insofferente… e risposi: “Butterei per terra tutto, rovescerei questi tavoli, perché non conosco persone adulte che fanno fiocchetti di ceramica durante il giorno”. È chiaro che ci sono persone che hanno l’hobby della ceramica, c’è chi fa il ceramista professionalmente, d’accordo, ma l’idea che ci sono cose che “fanno bene” e che vengono fatte per il tuo bene… Questo non significa non dare supporto, ma sempre in un processo nel quale il soggetto fa proprio quel supporto perché non è un soggetto neoinfantilizzato, ma un soggetto adulto.

Quello che dici mi richiama certi aspetti della scuola. Mi è capitato di trovarmi di fronte a un ragazzo di sedici anni con una disabilità intellettiva piuttosto complessa e alla sua insegnante di sostegno che gli parlava come a un bambino di tre anni. (Credo però che molti genitori non parlino così nemmeno ai loro figli piccoli.) Persona detenuta e persona disabile sono due casi diversi, però entrambe si trovano nelle mani di qualcuno, dipendono da qualcuno.

Questo è l’elemento che tiene unite le diverse aree di attività del Garante nazionale, perché la privazione della libertà e l’essere nelle mani altrui hanno delle somiglianze qualunque sia il motivo che ha determinato questa condizione – il reato commesso, l’irregolarità amministrativa, l’invecchiamento, la disabilità. Sempre c’è un elemento di vulnerabilità intrinseca nel fatto che tu non sei più un soggetto che autodetermina tempi, movimenti, decisioni.

Sottolinei spesso questo punto, l’essere cioè garante delle persone detenute e private della libertà personale.

La dicitura “delle persone detenute” è stata tolta, perché quando, come Garante nazionale, entravamo in un servizio psichiatrico di diagnosi e cura o in una residenza per disabili, ci veniva detto: «Noi non deteniamo nessuno». Per l’azione del Garante non ha valore la causa della privazione della libertà, ma gli elementi comuni che tengono insieme questi mondi diversi: l’accentuata vulnerabilità rispetto alla tutela dei propri diritti e, spesso, una infantilizzazione accentuata, che emerge nel parlare in un certo modo, nel rivolgersi in un certo modo, e finisce col determinare un’esperienza di assoluta minorità soggettiva. Allora, rispetto alle tre distruzioni di cui parlavo, anche in carcere si può fare un investimento forte nella cultura intesa come recupero del sé. La questione dell’istruzione e della formazione professionale è a parte, benché anche lì ci sia molto su cui intervenire. Poco fa ero in collegamento per un podcast fatto da una scuola sulla Costituzione e facevo notare agli studenti che in carcere ci sono attualmente [febbraio 2022] più di mille persone detenute iscritte all’università nei diversi “poli universitari”, e ci sono quasi mille persone analfabete tra quelle di cittadinanza italiana. Il nostro mondo, anche all’interno dell’istituzione segregativa, viaggia tra queste due migliaia, quindi anche sull’istruzione ci sarebbe molto da dire, ma la lascio da parte. Torno al sé culturale. Ultimamente mi è stato chiesto un parere su una proposta di legge che riguarda il teatro. Io lo collego anche alla corporeità e nella mia risposta ho fatto un riferimento a Stanislavskij: il teatro inteso come gestualità, come un misurarsi con i corpi degli altri e con le regole dei corpi degli altri, anche all’interno di una storia. È un elemento estremamente importante nel recupero della corporeità. Anche nelle esperienze teatrali minori, quelle in cui il teatro è soltanto riproduzione di un’opera, c’è sempre un’esternità da te. In questa audizione alla Camera ho notato che avevano occhi un po’ strani nell’ascoltarmi, ma ho citato l’esempio che ha fatto a suo tempo Grotowski: «Io sto parlando a voi. Adesso mi fermo perché ho sete e bevo un bicchiere d’acqua. È diverso se sono da solo e bevo il bicchiere d’acqua o se mi fermo e voi mi vedete berlo Non ci sono più soltanto io, c’è la vostra proiezione, e questa proiezione di voi che vedete me bere, mentre io vedo voi, cambia anche me». Dunque: il teatro come momento di riscoperta di un proprio sé. Poi, alcune esperienze sono state di grande qualità. Penso a Volterra, a Rebibbia – Cesare deve morire, che è stato ripreso dai fratelli Taviani… Mi è capitato anche di discutere con un conservatorio di un corso di jazz da proporre dentro un istituto penitenziario. La musicalità non può essere solo il rumore del carcere, l’urlo che manifesta il mio bisogno. E poi penso al rapporto con il corpo che si ha, per esempio, quando si corre. Gli spazi in cui correre non possono essere grigi, non possono essere delle scatole di cemento prive di stimolazione visiva, perché anche chi corre in pista cerca con lo sguardo, cerca di vedere dove sta il vicino, e se è non vedente stimola altri sensi per capire il proprio rapporto con l’altro e con l’ambiente esterno. Bene, questi elementi, che sono elementi della cultura in carcere, fanno parte della ricostruzione di quei sé che il carcere tende a distruggere. Tornando alla tua prima osservazione: come può esserci cultura in carcere, che è il luogo della non libertà? La cultura in carcere – e io sono per un investimento massiccio nella cultura – può dare una frenata ai meccanismi di deindividualizzazione e depersonalizzazione e quindi di distruzione del sé che il carcere mette in atto, da un lato, e dall’altro può aiutare a riscoprire il proprio sé e quindi a riscoprirsi come individui adulti.

Questo se la cultura viene intesa come tutto il complesso delle cose di cui stai parlando, e non come un intrattenimento. Ma non solo. Tu hai cominciato con l’aggettivo “corporale”, quindi per rendere possibile quello di cui parli inevitabilmente si devono ripensare i luoghi della pena, gli spazi. Però progettare un certo spazio non significa semplicemente tirare su dei muri ma dare muri portanti a un’idea di carcere. Sembra un po’ un cane che si morde la coda.

È chiaro che lo spazio non è mai anonimo, e comunque anche la sua anonimia parla. Lo spazio è sempre in qualche modo prodotto di ciò che vi avviene dentro e costruttore di ciò che è possibile che vi avvenga. Questo vale sempre, anche per lo spazio personale, ma ancor più per quello istituzionale, che da un lato dev’essere rispondente a ciò che l’istituzione ha deciso che al suo interno debba avvenire, dall’altro, nel momento in cui si omologa a questo, ne diventa un elemento di conferma, lo ripropone ancor più fortemente. Discutendo di architettura penitenziaria, e di edilizia penitenziaria, ho sempre fatto l’esempio della scuola. Lo spazio ottocentesco della scuola è uno spazio disadorno, la scuola del libro Cuore viene descritta da De Amicis come un «camerone disadorno». Ma questo per De Amicis non è un disvalore, perché quella è una scuola ove si predicano valori, e i valori si predicano anche nel deserto. Non è una scuola che costruisce capacità, che potenzia una certa manualità e sviluppa un sapere critico concreto. Nel corso del Novecento, poi, la scuola cambia. Cambiano gli ambienti e la loro rilevanza; le palestre, per esempio, diventano importanti. Il fascismo enfatizza l’attività ginnica dei giovani e la scuola, «palestra di vita», diventa luogo di addestramento alla difesa della patria. Oggi, nella scuola post-Sessantotto, sono centrali sia la costruzione dei saperi sia la partecipazione, così gli edifici scolastici non possono non avere spazi per laboratori, per le assemblee e per i momenti di espressione collettiva. Sarebbero incongrui. Per fare un altro esempio che sembra distante dal nostro discorso: le chiese preconciliari erano rettangolari, e tutti guardavano l’altare. Le chiese dell’architettura moderna sono circolari, assembleari – quasi tutte brutte, a mio parere, salvo la Chiesa sull’autostrada di Michelucci e quella di Meier a Roma del Giubileo del Duemila. Anche nell’architettura carceraria per anni c’è stato un progressivo adeguamento alla funzione assegnata. Ridolfi che progetta il carcere di Nuoro… Lenci che progetta il carcere negli anni Settanta… C’è stato un pensiero anche a Sollicciano, probabilmente un pensiero che si è misurato troppo poco con ciò che doveva avvenire dentro, tant’è che abbastanza presto quel carcere è diventato ingestibile. È rimasta la chicca del Giardino degli incontri…

Che appunto sembra lì a ricordare ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.

Sì. Con gli anni Ottanta, poi, il carcere non ha più alcuna fisionomia. I padiglioni sono tutti modulari, grigi. E anche quelli ripropongono un pensiero: il pensiero del non pensiero. Non è un paradosso. Il pensiero del “non c’è nulla da pensare”. Quelle scatole grigie – non più architettura ma edilizia – rappresentano il non pensiero, ne sono il prodotto, e al tempo stesso riproducono l’idea che rispetto alla pena non c’è molto da pensare, c’è soltanto da contenere e far espiare, perché questo è il castigo meritato.

Un carcere punitivo, dunque, del quale complessivamente registriamo il fallimento. Qualcuno vorrebbe abolirlo, e questa idea ogni tanto torna con maggior forza, ma poi viene archiviata fra i desideri che non si realizzeranno mai. In una direzione analoga per qualcuno forse va anche la prospettiva della giustizia riparativa. Ne ho parlato con Michele Passione. Pur essendone uno studioso convinto, non ritiene che la giustizia riparativa abbia delle prospettive di maggioranza, diciamo, nel nostro Paese. Quindi ci dobbiamo tenere il carcere così com’è?

Partiamo dal fatto che quella degli abolizionisti è una corrente di pensiero secondo me molto utile, che c’è stata in termini molto radicali in Nord Europa. Penso a Thomas Mathiesen e a Nils Christie in Norvegia… Noi abbiamo bisogno degli abolizionisti, e lo dico anche se non sono abolizionista. Sono fra i riduzionisti, diciamo.

Per pragmatismo?

Il carcere fa parte della realtà sociale in cui viviamo. Proprio per la maturità sociale che abbiamo non è ipotizzabile la sua abolizione. Ma come per la lingua si diceva che bisogna fare un bagno in Arno, così chi si occupa di carcere un bagno nell’abolizionismo lo deve fare. Tanti anni fa, nel 1985, Mario Tomassini, una persona molto colta e aperta che era assessore alle politiche sociali a Parma, fece un convegno da cui nacque un’associazione: Liberarsi dalla necessità del carcere. C’erano entrambi gli elementi: la liberazione ma anche la necessità. Se mi è permesso un esempio matematico, in matematica c’è il concetto di asintoto. Hai una retta e poi una curva che le si avvicina sempre di più ma non la tocca mai. Ecco, l’abolizionismo secondo me è l’asintoto del riduzionismo. Il riduzionismo deve averlo presente, anche se non lo raggiungerà mai, almeno in questa nostra epoca. Poi, il carcere non viene messo in crisi neanche dalla “giustizia riparativa” – aggettivo quest’ultimo che a me non piace. In inglese è restorative justice. Una “giustizia ricostruttiva”, quindi.

Be’, sì, nella riparazione c’è qualcosa di simile alla retribuzione.

Alla retribuzione, alla negoziazione… Roba che non mi piace per niente. Trovo osceno, per esempio, che per alcune misure alternative ci sia scritto “si è prodigato a vantaggio delle vittime”. Non si tratta di questo. La vittima ha diritto a una sua presenza, ha diritto a essere considerata, però non è proprietaria dell’esecuzione penale. Non c’entra proprio nulla. Altrimenti arriviamo in Iran… Ricorderai quel giovane che stava per essere impiccato: la madre della vittima gli dà uno schiaffo e con questo schiaffo si accontenta, non c’è più l’impiccagione… Non che io volessi che lo impiccassero, ma lì la vita di una persona diventa di proprietà del parente della vittima.

Nella vulgata, se mai la restorative justice arrivasse a essere una vulgata, ci sarebbe questo rischio? Stiamo attenti a quello che diciamo, allora, perché se viene recepito in un certo modo…

Stiamo attenti alle parole. Anche se la sfida della restorative justice è una sfida forte. Però… Ricorro, e mi scuso, a un ulteriore termine inglese: diversion, che indica una direzione diversa del penale. Per esempio la “messa alla prova”, che sta dando buoni risultati: per una certa fascia di reati, per persone che non hanno abitudine al reato, si assegna un percorso controllato al cui esito l’azione penale non si avvia e che è costituito da un programma di attività positive per la collettività. Insisto sulla collettività: ricordiamoci che il reato non è mai un rapporto a due, binario, autore e vittima, ma è quantomeno a tre, autore, vittima e collettività. L’autore del reato deve compiere un’azione positiva per la collettività, non direttamente per la vittima. Questa modalità alternativa alla penalità credo vada praticata molto di più, anche perché può indurre un cambiamento nella stessa idea di come si risponde al reato: non con una mera punizione ma con un progetto, con un percorso da compiere, pur nella limitazione della libertà. Diversa è l’idea, che pure molti includono nella giustizia riparativa, di un percorso di riconciliazione con la società e a volte con la vittima, una volta eseguita la pena (penso allo splendido libro di Adolfo Ceretti, Il libro dell’incontro). Una riconciliazione – essenziale, importantissima – che va fatta durante il percorso dell’esecuzione penale, e può proseguire anche dopo, ma non è alternativa alla via penale e peraltro non fa diminuire il ricorso al carcere. Sono due mondi, quello della ricostruzione alternativa alla penalità e quello della progressiva riconciliazione, entrambi importanti per una concezione avanzata della risposta al reato, ma non possono essere confusi tra loro, come invece troppo spesso accade.

Nel ritorno alla società con una piena consapevolezza di ciò che si è fatto e delle sue conseguenze l’istruzione e la cultura potrebbero svolgere un ruolo ben più significativo di quanto non accada, nonostante la quantità di progetti, corsi, laboratori organizzati e condotti dal Terzo settore. Il Terzo settore è molto presente in carcere. Quale ruolo può e deve svolgere secondo te rispetto all’istituzione?

Il Terzo settore ha un ruolo fondamentale, che però non può sostituirsi a quello dell’amministrazione penitenziaria. Lo Stato che priva della libertà deve saper garantire alcune cose; poi ci sono tutte le forme di sussidiarietà. Ma sussidiarietà non è sostituzione: è complemento, aggiunta, supporto, sempre però senza deresponsabilizzare lo Stato rispetto ai suoi compiti. Anche perché la presenza del Terzo settore è disomogenea sul piano nazionale, essendo legata alla maturità di un territorio, o anche all’impostazione culturale prevalente, che a volte dipende anche dal vento politico che spira in quel territorio.

In questo è determinante, o molto importante la comunicazione che si fa sul carcere. Tu parlavi dei due estremi, mille detenuti laureati e mille analfabeti, mentre del grigio che c’è nel mezzo interessa poco o nulla. La comunicazione ha un ruolo pesante nella rappresentazione di questi due estremi.

Trovo pessimo il ruolo che svolge rispetto al carcere. Sono pieno di giovani cronisti o giornalisti o pubblicisti che subito mi chiedono il caso emblematico. C’è una domanda di tinte forti…

E di storie personali.

Sì, di storie personali. Che non ti fanno leggere i processi in quanto tali. Si va sulla cronaca, e questa diventa un rumore di fondo. Penso che la comunicazione relativa a questi luoghi di vulnerabilità vada ripensata: non parlo solo del carcere, parlo anche degli altri ambiti. Penso per esempio ai migranti, alle persone che sono nei “Centri per il rimpatrio”, ai quali la libertà è tolta per la loro irregolarità amministrativa e con l’obiettivo di un rimpatrio forzato nel Paese di origine. Tuttavia ben poca è la riflessione sul fatto che se non esiste un accordo di riammissione tra il nostro Paese e quello di destinazione la privazione della libertà di quella persona è del tutto illegittima, e finisce con l’essere soltanto una misura adottata per i suoi effetti comunicativi: per “rassicurare” la collettività che tale persona è stata tolta dalla circolazione. La privazione della libertà come funzione simbolica di consenso è inaccettabile; ma spesso è alimentata dalla comunicazione di tali eventi e di tali complesse situazioni. L’attuale comunicazione sui “mondi” della mia attività di Garante non è soltanto errata in quanto strillata e non riflessiva, ma contribuisce a costruire un pensiero collettivo che non riflette sulle complessità del nostro contesto sociale. Questo è il problema più grande, secondo me, della comunicazione. Poi ci sono i problemi secondari, come il fatto di non approfondire la notizia, di fidarsi delle veline che arrivano da settori corporativi, per esempio taluni sindacati della Polizia penitenziaria. Mi dispiace dirlo, perché sono sempre rispettoso delle rappresentanze sindacali, però vedo grande arretratezza nella rappresentazione di un Corpo che invece è mutato negli anni e rischia di essere ricondotto a schemi tradizionali che non rispondono alle attuali necessità. Molti dei poliziotti penitenziari sono giovani che hanno studiato e che esprimono una cultura diversa dal passato, ma purtroppo vengono un po’ incanalati all’interno di un meccanismo che parte da quando si fanno le tessere durante i corsi iniziali e non fa emergere del tutto la positività che questi giovani potrebbero esprimere.

Questo, fra le altre cose, può essere di ostacolo all’assunzione di un ruolo diverso da parte della polizia penitenziaria, che, senza sostituirsi agli educatori, tuttavia partecipa (come del resto è scritto nell’Ordinamento) a quella cosa che chiamiamo con un nome che non ci piace, il trattamento, che non può essere pura custodia?

L’Ordinamento prevede un ruolo degli agenti e secondo me possono dare un contributo importante, perché conoscono le persone, le vedono ogni giorno. Il loro è un parere molto importante. Ultimamente vedo che tendono a sottrarsi a questo ruolo, perché a loro a volte sembra una diminutio. In realtà, il sistema attuale finisce spesso col richiedere agli agenti di esercitare funzioni che per la formazione che hanno e la professione che svolgono non possono essere loro richieste: l’assenza di altre figure sociali all’interno del carcere fa ricadere su di loro tutta la responsabilità. Non si può chiedere al giovane poliziotto di affrontare la quotidianità di una persona che ha crisi di astinenza o che manifesta disturbi psichici. Il poliziotto non è in grado di decodificare tutto ciò e finisce per essere sovraccaricato di troppi ruoli. Spesso dai giovani poliziotti proviene una forte richiesta di aiuto a comprendere tali complessità. Accanto a questo, c’è poi il rischio di una precoce canalizzazione verso modelli comportamentali che guardano al passato e alla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, quasi una deprecabile simmetria tra poliziotti e detenuti, tra chi esercita una funzione in nome della collettività e chi sta eseguendo una condanna che la collettività gli ha inflitto. In questa simmetria c’è il rischio di un erroneo spirito di corpo. Ti faccio un esempio. Tutti abbiamo visto gli episodi di maltrattamento nell’Istituto di Santa Maria Capua Vetere. Quel giorno erano di turno centocinquanta, duecento, trecento persone: su un certo numero di essi si è aperto un procedimento giudiziario e non intervengo su questo perché è compito della magistratura. Intervengo sugli altri: quelli che sono entrati in servizio il giorno dopo e che certamente hanno avuto contezza di quanto successo, si sono posti delle domande? Si sono interrogati rispetto ai propri colleghi? E come mai in tutte le inchieste su episodi di questo tipo io non ho mai una denuncia interna da parte degli stessi operatori, inclusi quelli di Polizia penitenziaria, che pure hanno una funzione di Polizia giudiziaria e un obbligo di denuncia? Ho a volte delle denunce da parte di direttori… Il resto è silenzio.

Ma, dici, il singolo agente non parla.

Non parla. Questo la dice lunga sulle culture, su come anche per loro, nel momento in cui entrano lì dentro, si annienta il sé culturale. Quella stessa persona, se uscendo per strada vedesse qualcuno che viene aggredito, interverrebbe. Sono quasi sempre persone generose… Perché dentro no?

 

 

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Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Carmelo Cantone (che ultimamente ha fatto parte della Commissione presieduta da Marco Ruotolo per l’innovazione del sistema penitenziario), uscita sul numero 278 di “Una città”. Si tratta della quarta di una serie di interviste (qui la prima, qui la seconda e qui la terza) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

***

Una giustizia che spesso sembra agire con il pilota automatico, mettendo in carcere persone che non hanno commesso reati di grave impatto in termini di pericolosità sociale; l’assenza di una discussione sulla preparazione della dimissione; una popolazione, quella carceraria, che in questi anni è cambiata e dove il disagio psichiatrico si è fatto più intenso e frequente; l’importanza di un approccio fondato sulla riduzione del danno.

Carmelo Cantone è attualmente provveditore dell’amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise e incaricato ad interim quale provveditore della Campania. In passato ha diretto gli istituti di Padova e Brescia e poi il carcere Rebibbia Nuovo Complesso. Più recentemente ha fatto parte della commissione per l’innovazione del sistema penitenziario presieduta da Marco Ruotolo, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre.

Giada Ceri: Cominciamo dalla parola rieducazione, che a qualcuno piace, ad altri no. Per quanto il carcere si sia dimostrato inadeguato o addirittura dannoso, nello svolgimento di questa funzione, continua a essere considerato non una extrema ratio ma la soluzione.

Carmelo Cantone: Provo a fare qualche considerazione… Ora, all’interno del carcere non ci sono soltanto detenuti condannati, che stanno scontando una pena definitiva e per i quali si deve perseguire l’obiettivo della rieducazione o risocializzazione o reinserimento, che dir si voglia; ci sono anche i detenuti in attesa di giudizio. Troppo spesso, come sappiamo, queste due categorie di detenuti convivono, ma sono persone che hanno esigenze ben diverse. Chi è imputato pensa al proprio processo, alle disgrazie che ha in corso, a come uscirne (o magari al prossimo reato che vuole commettere…). Dall’altro lato il condannato dovrebbe pensare a come guardare al di là della punta del proprio naso, a come impostare un futuro di recupero grazie anche alle sollecitazioni che riceve da un ambiente professionale che è appunto quello degli operatori. È un dato di fatto che questo sistema continua a non tenersi in piedi. Noi registriamo ancora una volta il fallimento del sistema carcere, ma non abbiamo un’alternativa al contenitore carcere. Anni fa c’erano i collettivi che parlavano di liberarsi dalla necessità del carcere. Erano gli anni Ottanta. Questo movimento, che si ricollegava a quello dell’antipsichiatria, dell’abolizione del manicomio civile, non ebbe la stessa fortuna; la scommessa è rimasta lì. Non si riesce a liberarsi della necessità del carcere, almeno non oggi. E allora? Allora direi due, tre cose. Una, il carcere, oggi più che mai, deve essere destinato a persone che hanno uno spessore criminale significativo. Per affrontare i casi di disagio sociale significativi e sparsi a macchia di leopardo nel nostro Paese, ma che non appartengono al crimine organizzato, bisogna trovare altre strade, altri “contenitori”. Non possiamo pensare di risolvere il problema delle plurime recidive continuando a seguire questo percorso di sliding doors, per cui nel tempo la persona rientra in carcere anche per scontare brevi periodi di pena. Ci vorrebbe un’analisi molto più accurata per quanto riguarda coloro che non hanno fatto un percorso senza soluzione di continuità in carcere, ma arrivano direttamente dalla libertà e devono scontare una pena definitiva o un residuo di pena definitiva; il ventaglio delle misure possibili che non siano carcere deve essere allargato, per esempio inglobando anche quei reati che appartengono alla fascia del 4-bis dell’Ordinamento penitenziario, cioè i reati che non sono quelli gravissimi di mafia e criminalità organizzata, ma stanno a metà strada fra questi e i reati – chiamiamoli così – di basso conio. Una truffa, un furto sono reati di basso conio; la rapina, l’estorsione, l’usura, lo spaccio in concorso con almeno tre persone invece sono reati di medio conio, molto frequenti. Su queste categorie, la fascia di basso e quella di medio conio – mi consenta questi termini – che ricomprendono un’umanità veramente molto intensa, si deve e si può fare molto per evitare l’ingresso in carcere. Comunque sto parlando del mondo dei condannati definitivi. Dobbiamo fare in modo che solo le persone che hanno un significativo spessore criminale, anche per i reati che hanno commesso, siano ospitate nei nostri istituti e qui svolgere una batteria di interventi che dovrà essere di sostanza ben più forte rispetto a quanto finora si è riusciti a ottenere. Poi c’è il mondo degli arrestati dalla libertà. Tutte le belle cose che ho detto prima vengono messe in crisi dal fatto che nel nostro Paese c’è una tendenza a procedere all’arresto (che porta in carcere) di persone che hanno commesso reati di non grave impatto in termini di pericolosità sociale né, spesso, di danno alla collettività. Il furto di una bicicletta… Ricordo proprio dei casi specifici che mi sono capitati. Nel momento in cui arresto un ragazzo di vent’anni del Ghana – ci possiamo immaginare: totalmente decontestualizzato – che ha rubato una bicicletta, il ragazzo comincia a reagire e commette resistenza, se non addirittura violenza, nei confronti del pubblico ufficiale. In questi casi dovremmo trovare un’altra risposta, perché quando questa persona entra in carcere possono sorgere non solo problemi significativi di adattamento all’ambiente carcere, ma in generale di disagio psichico. E qui le nostre risposte troppo spesso sono flebili. L’approntamento dell’accoglienza del disagio psichico come servizio sia psichiatrico che psicologico è insufficiente. Per quanto riguarda il magico mondo degli arrestati dalla libertà, il problema non è più solo del mondo penitenziario, ma va analizzato anche con le altre grandi agenzie, magistratura e forze di polizia operanti, e di questo dev’essere fatta una sintesi politica. Le forze di polizia operanti troppo spesso vanno avanti con il pilota automatico. Mi spiego. Se viene emesso un ordine di esecuzione per una condanna a pena detentiva da una certa procura, questo viene trasferito alla forza di polizia competente, che va a prendere la persona e la porta in carcere. Come provveditorato di Roma coordiniamo noi le assegnazioni dalla libertà in carcere, perché con il problema delle custodie cautelari e delle quarantene c’è una grandissima difficoltà, giorno per giorno, ad avere posti disponibili negli istituti, e quindi vediamo più concretamente e da vicino chi portiamo in carcere. Ebbene, capita, è capitato di portare in carcere persone che devono scontare una condanna definitiva a tredici giorni, a sette giorni… Un sistema di questo tipo non può funzionare. Se la forza di polizia vede che la persona rintracciata al suo domicilio per essere arrestata ha dei problemi di salute, la porta comunque in carcere. Come dicevo, scatta il pilota automatico. Poi magari il giorno dopo bisogna chiedere la scarcerazione provvisoria: ma intanto è entrata in carcere. Lì c’è una rete di intervento importante che dovrebbe essere attivata… È vero che quando si parla di reati penali si parla di fatti che vanno ricondotti alla fattispecie normativa. Quindi una soluzione definitiva non c’è. È necessario un certo tipo di sensibilità, di cultura all’interno del Paese, delle varie agenzie, soprattutto da parte delle forze dell’ordine, delle autorità giudiziarie, da parte nostra, per fare in modo che si diano risposte mirate, ragionevoli, cercando di evitare che si portino all’interno del carcere dei buchi neri, delle palline impazzite, e che si faccia più male alle persone di quanto non se ne siano fatto loro. In fondo non è un tema nuovo.

Dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere la ministra della Giustizia e il presidente del Consiglio sono andati a visitare quell’istituto, che è parte di un mondo organizzato in una certa maniera e resistente ai cambiamenti. Che cosa rappresenta quella visita secondo lei?

È stata un momento importante per la caratura del nostro premier e per quella che esprime la nostra attuale ministra. Hanno avuto la possibilità di vedere, di percepire. È importante che la visita l’abbia fatta il presidente del Consiglio, perché la ministra, in alcuni ruoli passati e soprattutto come giudice della Corte costituzionale, certi istituti li aveva già visitati; il premier no. È stato importante questo “assaggio”, con la possibilità di girare nei reparti, al di là della sua valenza simbolica – pur essa importante, perché adesso si tratta di mettere un punto, di dare un messaggio. Che è stato recepito benissimo dai detenuti, ma anche dal personale. Tutto quello che è accaduto e la visita devono consentire più che una ripartenza: un rinascimento vero e proprio, una costituente dell’amministrazione penitenziaria. Se non accade ora non so quando potrà avvenire. La vicenda di Santa Maria Capua Vetere per certi aspetti è la punta dell’iceberg, non solo rispetto ai diritti dei detenuti che sono stati violati, ma anche rispetto al malessere che tutti gli operatori penitenziari in tutte le realtà manifestano. Il valore della visita è fondamentale. Da lì si parte, e bisogna essere conseguenti a livello politico, con una capacità non solo di ascolto – che c’è – ma di sintesi e di comprensione della reale valenza del problema. C’è da fare una diagnosi corretta della situazione, e la diagnosi viaggia sulle gambe delle persone che conoscono quello di cui stanno parlando e hanno l’onestà intellettuale di dire con schiettezza quali sono i problemi. Poi c’è la cura, e la cura non è di poco conto. Bisogna decidersi a investire bene le risorse economiche e indirizzarle nella giusta direzione. Se continuiamo a parlare di costruire nuovi istituti per affrontare il problema del sovraffollamento… Il problema del sovraffollamento c’è oggi, c’era ieri, continuerà a esserci domani. È ben noto che la crescita dell’offerta aumenta la domanda.

Lei dice che è ben noto, ma siamo certi che lo sia anche al di là della cerchia degli addetti ai lavori? Il cittadino comune non legge riviste specialistiche, non partecipa a webinar su rieducazione, reinserimento, riparazione del danno e così via. La sua conoscenza del carcere viene in gran parte dagli organi di informazione.

Io continuo a sostenere che con la stampa non si fanno buoni affari. Ma la cosa non mi scandalizza. La comunicazione purtroppo non funziona per i soliti motivi, cioè perché dal punto di vista giornalistico e commerciale parlare e sbattere sul video le immagini, per esempio, di Santa Maria Capua Vetere è più interessante che parlare dei casi in cui gli agenti hanno salvato la vita delle persone. Su questo bisogna essere molto pragmatici. Nel mondo penitenziario non dobbiamo avere la tentazione di dettare l’agenda alla stampa: non se ne viene fuori. Quindi, qualche prezzo si paga, qualche pezzo si perde, quando ci sono degli usi della stampa assolutamente scorretti, fino ai casi macroscopici: il giornale Cronache di Caserta ha sbattuto i volti con i nomi, le qualifiche e addirittura le residenze di persone indagate e soggette a misure. Persone che vivono tra l’altro in territori piuttosto difficili, com’è la Campania. Cosa vogliamo fare, la caccia all’uomo? Questo è un uso giornalistico vergognoso. A questo livello francamente non si era mai arrivati… Ma comunque: corriamo il rischio di un’informazione di stampa distorta, che non aiuta a comprendere cos’è il mondo penitenziario, e ribaltiamo il ragionamento. Il fatto è che noi troppo spesso, come operatori penitenziari, continuiamo in un’ottica difensiva a dire, come Montale, “che cosa non siamo e che cosa non vogliamo”, mentre in un’ottica di attacco, di azione, di investimento dobbiamo presentare il “prodotto” carcere con i suoi problemi e le sue potenzialità. Le potenzialità possono essere tante: quello che si fa dentro gli istituti, gli investimenti sul recupero di non poche persone, anche i lavori di pubblica utilità, per quanto su questi direi adelante cum judicio. Si rischia infatti di strizzare l’occhio a quelle agenzie pubbliche che, utilizzandoli, non fanno altro che risparmiarsi un costo. In effetti non costano quasi nulla: il condannato che esce dal carcere per fare lavori di pubblica utilità, come sappiamo, non viene retribuito. Questa logica non mi sembra troppo lontana dalla logica dei lavori forzati. Mi è conveniente, quindi gli faccio pulire il parco cittadino e siamo tutti contenti… Meglio questo che stare dentro? D’accordo, però il messaggio rischia di essere equivocato. Noi dobbiamo puntare a immissioni all’esterno di più ampio respiro, dove la persona abbia un lavoro non dico necessariamente appagante, ma che comunque comporti una retribuzione, un impiego del tempo… Un lavoro che lo rieduchi alla fatica come per tutti noi che viviamo nella società libera. Abbiamo tante opportunità che, ripeto, devono consentire di presentare alla collettività esterna il lavoro che facciamo e soprattutto l’importanza di non fermarsi ai luoghi comuni sul carcere.

Un ruolo fondamentale, nella riabilitazione della persona detenuta, dovrebbe averlo l’istruzione. Eppure non è così, dell’istruzione si ragiona molto meno che del lavoro. Una volta fuori, i detenuti che possono accedere alle misure alternative ma hanno un’istruzione scarsa o sono addirittura analfabeti come vivranno?

Nel nostro Paese, e nel nostro mondo, manca una cultura della preparazione della dimissione dal carcere. Parliamo molto di misure alternative, ma dobbiamo pensare anche a quelle persone che non hanno ricevuto una misura alternativa e, per esempio fra tre mesi, usciranno dal carcere. Quale preparazione c’è? Già non andava bene prima, ma la situazione si è aggravata, secondo me, quando si è deciso di sganciare la cosiddetta esecuzione penale esterna dal mondo penitenziario. Adesso sono due dipartimenti diversi. E, com’era inevitabile (dalla pandemia in avanti, poi, non ne parliamo), per quanto siano sempre importanti i rapporti fra noi e i nostri cugini del servizio sociale penitenziario, gli operatori dell’esecuzione penale esterna si sono allontanati dal carcere e si è registrata quella flessione che rende ancora più difficile, per esempio, la preparazione della dimissione dall’istituto. Una persona senza fissa dimora, che non ha nulla, sta in carcere e non può avere la detenzione domiciliare. Fra tre mesi, comunque, uscirà. Ha un valore il preparare la sua dimissione? Siamo arretrati molto su questo versante. Dalla pandemia in poi abbiamo registrato due arretramenti importanti: quello che ho appena detto e quello che riguarda l’istruzione. Sì, è vero, l’istruzione scolastica ha avuto un percorso delicato, di difficile crescita negli anni passati, però questa crescita c’è stata, ci sono state delle piazze importanti. Non poche. Non citiamo solo la solita Volterra… Penso alle decine e decine di istituti in giro per l’Italia, da nord a sud, dove, avendo fortunatamente anche degli interlocutori motivati nei circoli didattici esterni, si sono costruiti percorsi scolastici di qualità a tutti i livelli. Questo, è chiaro, il lockdown lo ha frenato. Hai voglia a dire: la didattica a distanza… C’era il problema di riuscire a garantire davvero questa didattica con gli strumenti che si avevano. Adesso, pian piano, io penso già dal 2021-2022, ci sarà una forte ripresa, che però va accompagnata con percorsi di istruzione scolastica. Se gli insegnanti interpretano il loro compito in carcere, come non sempre ma spesso accade, come un ruolo davvero molto elevato, i percorsi di istruzione sono delle occasioni molto importanti. Da alcuni settori mi viene segnalato che si rischia di arrivare al 2021-2022 con la riduzione delle classi. È anche vero che i detenuti sono diminuiti dalla pandemia in poi (meno male). Nel mio distretto, Lazio-Abruzzo-Molise, siamo passati dai 9180 detenuti circa di gennaio e febbraio 2020 alle 7600 unità di oggi, però questo ha comportato il fatto che non la domanda, ma l’offerta scolastica è stata penalizzata. C’è il rischio di perdere qualche classe. A fronte di questo c’è la voglia da parte di tutti di allargare i percorsi. Nel mio distretto, per esempio, laddove è possibile si allargano i percorsi della scuola secondaria di secondo grado. Ci sono istituti medio-grandi che non offrono solo un percorso, ma due o addirittura tre. Penso al carcere di Rebibbia femminile, per esempio.

Molti dei detenuti che più ne avrebbero bisogno alla scuola non ci arrivano, per ragioni diverse. Una detenzione breve, un trasferimento, problemi di tossicodipendenza o di natura psichiatrica…

Il problema psichiatrico oggi è molto più serio rispetto a qualche anno fa. Piano piano, senza che ce ne accorgessimo, la popolazione detenuta è cambiata. Non che venti o trent’anni fa fosse facile, ma oggi c’è una presenza molto più consistente di soggetti con forte disagio psichico –chiamiamolo così, in modo generico. Persone che non si ritengono tossicodipendenti, che vengono spesso (non sempre) dai Paesi dell’Africa centrale o del Maghreb, di giovane età, oppure ragazzi che vengono dalle nostre periferie più disagiate e che sono abituati a farsi le sostanze più disparate. Sostanze che comportano danni anche neurologici molto gravi. Questo spiega l’aumento del senso di aggressività all’interno degli istituti. L’aumento delle persone classificabili come problematiche non è un dato generalizzato, ma, ci piaccia o meno, è un dato importante, e questo penalizza la vivibilità per tutti, anche per quelle persone che vogliono fare una detenzione tranquilla. Verso quali percorsi ci muoveremo? Beh, questa è l’occasione buona per capirlo. Bisogna creare dei percorsi differenziati all’interno del carcere fra chi, indipendentemente dallo spessore criminale, avrà voglia di fare una detenzione tranquilla e, se possibile, magari positiva e chi, invece, richiede una cifra securitaria più forte ma allo stesso tempo anche più trattamento, più attenzione. Non si possono tenere nella stessa situazione persone molto diverse. Dal Lazio in su questo è un leitmotiv continuo. Sollicciano, in questo senso, è esemplare.

Ecco, in condizioni non generalizzabili ma molto diffuse come quelle che lei descrive quale senso può avere la parola rieducazione?

La parola più giusta è reinserimento, non rieducazione, che in effetti è un termine – come potrei definirlo? Criptocattolico. Ce lo trasciniamo dal ’48, anche negli anni seguiti alla riforma dell’Ordinamento penitenziario ci siamo baloccati con questa parola. “Reinserimento” ci sta. “Riabilitazione” continua a essere un po’ troppo forte. Quindi: possibilità di ritorno in condizioni dignitose nella società civile. Ma ci sono due drammi che toccano direttamente il nostro mondo penitenziario: da una parte, la pressione dal sud, soprattutto, e dall’est del pianeta, perché vengono tante persone oneste, che hanno voglia di lavorare (siano più o meno in regola) e nessuna voglia di delinquere, ma in proporzione aumenterà anche il numero delle persone destinate a commettere reati; dall’altra, il fallimento delle nostre periferie, le periferie dei grandi centri urbani. Roma è una città difficilissima per chi la vive giorno per giorno, Napoli non ne parliamo, ma anche Bologna, un po’ Firenze, e Milano, Torino, Genova. Nelle grandi città, ma anche in quelle meno grandi, noi registriamo il fallimento delle periferie. Non a caso lo scorso anno, con le sommosse che ci sono state, nel nord Italia si trattava soprattutto di detenuti stranieri, gente che non aveva niente da perdere e si è lanciata in modo quasi irrazionale in quelle proteste con i risultati che abbiamo visto; ma nei grandi istituti, a Roma e a Napoli quelle sommosse sono state la punta dell’iceberg di un’umanità che proviene dalle grandi periferie urbane, che è a servizio, magari, della grande criminalità, pur non essendo composta da grandi criminali. Come si spezza questo meccanismo? Lo si deve spezzare prima, non all’interno del carcere. Il carcere potrà fare qualcosa per queste persone, potrà creare delle buone occasioni, ma sui grandi numeri questo meccanismo si spezza nel momento in cui cambia il volto delle nostre periferie. Nel momento in cui non diventano dei pesi per il resto della collettività, per l’alta, media, piccola borghesia normata, ma dei laboratori, dei luoghi di opportunità per la ricostruzione, anche in generale, del nostro Paese.

Sempre più spesso si parla di giustizia riparativa…

Di giustizia riparativa si è cominciato a parlare con maggior forza negli ultimi anni e questo macrotema avrà fortuna anche nel prossimo futuro, su questo non ho dubbi. Basti pensare anche all’attenzione che vi sta ponendo la nostra ministra. Certo il verbo della giustizia riparativa, della mediazione penale, si afferma all’interno del carcere con maggiore difficoltà. Questi percorsi però si stanno allargando. Non mi attendo un successo esponenziale, ma un graduale aumento dei casi in cui le équipe riescono a investire su percorsi di riparazione sì, questo sì. Sarà un percorso molto più lento di quello che è stato fatto nel mondo della giustizia minorile e di quello che, più timidamente, si sta facendo con le persone che si trovano in libertà e che per esempio dal 2014 in poi hanno cominciato ad accedere alla cosiddetta messa alla prova. Lì chiaramente è più facile perché parliamo di reati bagatellari, spesso ci si confronta con autori di reato che non hanno perso la sensibilità verso un ristoro della vittima attraverso i lavori di pubblica utilità. Per le persone che vivono in carcere questo risulta più difficile. Pensiamo per esempio a tutte le condanne che riguardano i delitti contro il patrimonio. Parliamo di storie già abbondantemente consumate, di piccoli o grandi drammi già chiusi. La rapina, anche se di rapine se ne vedono molte meno rispetto a venti, trent’anni fa, comporta un percorso penale di un certo tipo. Se fino a un certo punto non c’è stato un avvicinamento tra vittima e autore del reato è difficile immaginare che, a distanza di anni, quando si arriva alla condanna definitiva, si possa riavvolgere il nastro.

Nella situazione odierna il lavoro dell’operatore penitenziario in molti casi si avvicina piuttosto a quello dell’assistente sociale.

Una cosa che accomuna gli operatori è la sensazione di togliere l’acqua dal mare con un cucchiaino.

L’impressione che vado raccogliendo in queste conversazioni sul carcere, in effetti, è che almeno due cose siano necessarie a chi ci lavora: dotarsi di un cucchiaino e resistere alla stanchezza.

Mi piace questa metafora.

C’è anche quella del colibrì, che mentre porta acqua nel becco per spegnere l’incendio nella foresta dice: io faccio la mia parte. Lei quanti anni sono che lavora in carcere?

Quasi trentotto.

Ha visto il carcere nei suoi vari momenti, alti – pochi – e molti bassi. Ritiene possibile una sua evoluzione che non si riduca al tirare la coperta un po’ da una parte e un po’ dall’altra? Un po’ di lavori di pubblica utilità e misure alternative e un po’ di giustizia riparativa, qualche padiglione e magari l’acqua calda nelle docce…

Io vedo un’evoluzione positiva possibile se finalmente si investono risorse economiche in modo calibrato, serio. Allora vedremo una spinta, un cammino. In questi anni sono state tagliate le risorse nel campo dell’edilizia e della manutenzione straordinaria, il personale è stato ridotto in tutti i settori (questo è un dramma in tutta la pubblica amministrazione)… Lei va in un carcere di medie dimensioni, sei-settecento persone, e quanti educatori ci sono? Questo è sotto gli occhi di tutti. Quindi: investire sul carcere per portare a casa certi risultati. Altrimenti arrivano le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che ci bacchetta e rimaniamo in un’ottica difensiva, a volte magari inutilmente giustificazionista. Continuiamo a dire che cosa non siamo e che cosa non vogliamo.

L’avvocato Michele Passione in un’intervista precedente ha detto: volevo fare la rivoluzione, ora mi accontento di migliorare significativamente le cose. Riduzione del danno, dunque. La sua prospettiva qual è?

Mi pare che la logica debba essere questa. Ma per ridurre il danno bisogna essere attivi, propositivi. Ridurre il danno significa far crescere il sistema, non è un lavoro di rammendo.

Quindi bisogna comunque un po’ fare la rivoluzione?

Su certe questioni, anche se non avremo l’abolizione del carcere, bisogna comunque essere un po’ rivoluzionari, come lo fu il mio primo capo di dipartimento, Nicolò Amato. Che poi essere rivoluzionari in questo Paese spesso significa riuscire a fare le cose normali…

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Il sonetto in carcere https://minimaetmoralia.it/interviste/il-sonetto-in-carcere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-sonetto-in-carcere/#respond Thu, 23 Dec 2021 08:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49769 Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Edoardo Albinati (scrittore, traduttore e sceneggiatore, che da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia), uscita sul numero 277 di “Una città”. Si tratta della terza di una serie di interviste (qui la prima e qui la seconda) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Edoardo Albinati (scrittore, traduttore e sceneggiatore, che da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia), uscita sul numero 277 di “Una città”. Si tratta della terza di una serie di interviste (qui la prima e qui la seconda) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Fermo restando che la cultura di per sé non rende più buoni, in carcere, dove si va per tentativi, questo può succedere attraverso la scuola, uno dei pochissimi strumenti a disposizione dei detenuti, per migliorare la loro vita, creando, malgrado lo squallore dell’ambiente, un piccolo spazio di libertà; le oscillazioni continue fra chiusure e aperture, dovute ai cambi di direttori e comandanti e alle periodiche campagne orchestrate da fuori. 

 

Giada Ceri: Nella situazione in cui si trova attualmente il carcere italiano temi come quello dell’istruzione rischiano di restare ai margini nel discorso pubblico. Prendendo spunto dall’esperienza brasiliana del Reembolso através da leitura, programma che prevede uno scambio fra libri letti e sconto della pena, vorrei parlare con te delle ambiguità della “cultura che rende liberi”. Qual è la tua opinione al riguardo?

Edoardo Albinati: Premetto che gli esperimenti bisogna farli e poi vedere com’è andata, dovrebbero cioè essere giudicati a posteriori, verificando cosa hanno prodotto nei fatti. Mi permetto di fare un’analogia col mondo della tossicodipendenza: personalmente non ho affatto idee chiare né sulla liberalizzazione degli stupefacenti, né sull’uso del metadone o di altre sostanze, ma se dopo cinque o dieci anni che è stato utilizzato un certo metodo per contrastare l’abuso di droghe e recuperare i tossici si scopre che ha funzionato, bene, lo approvo. L’unico modo per misurare l’efficacia di un provvedimento è metterlo alla prova, quindi non credo che si possa bocciare il Reembolso solo perché potrebbe essere utilizzato in modo strumentale, solo per strappare qualche beneficio, altrimenti qualsiasi iniziativa all’interno del carcere potrebbe essere intesa in senso strumentale, anche la scuola, o il teatro. Prendiamo ad esempio la “buona condotta”. Se tu non combini guai, non insulti le guardie, te ne stai buono, allora vuol dire che simuli, che lo fai solo per ottenere uno sconto di pena? Ma anche se fosse così, cosa ci sarebbe di sbagliato? La “buona condotta” è pur sempre uno sforzo di autocontrollo. La civiltà intera si basa su queste convenzioni. Dunque, il Reembolso: non sono affatto sicuro che sia efficace al cento per cento, però come giudicarlo in anticipo? Diamo da leggere i libri e premiamo chi li ha letti, anche fosse solo abbonandogli dieci giorni di galera, meglio di niente. Poi in capo a qualche anno si capirà se ne valeva la pena. Faccio un altro esempio. Io ero ideologicamente, o meglio idiosincraticamente avverso alla cosiddetta “giustizia riparativa”, perché l’idea che la vittima di un reato o i suoi parenti debbano confrontarsi e riconciliarsi con chi lo ha commesso mi sembrava un po’ viziata da un cattolicesimo facile…

Per l’idea del perdono che ci può essere dietro?

No, per l’assunto che occorra per forza sanare il vulnus, la ferita inferta, stabilendo un contatto tra chi ne è stato vittima e chi ne è stato autore. Io invece pensavo: il colpevole finisce in galera e si sconta la sua pena, mentre la vittima o chi per lui si tiene il suo dolore e il suo risentimento, e poi ognuno per la sua strada, perché mi sembrava un po’ melensa o perversa questa idea del riavvicinamento tra il criminale e chi il crimine l’ha subìto. Intendiamoci, sul piano privato va benissimo, è una cosa nobile e bella, ma come tramutarla in un protocollo gestito dall’istituzione? Però, a giudicare dagli esperimenti compiuti, pare che questa pratica abbia una sua efficacia, ricucendo almeno in parte il tessuto sociale lacerato dal crimine: se non risolve ogni singolo conflitto, complessivamente serve a ridurre la tensione provocata dal reato stesso.

Allora, se funziona, bene, andiamo avanti, estendiamola il più possibile, questa pratica. Questa è la mia posizione generale. Nel merito della lettura come strumento specifico, come negare che sia uno dei pochi, anzi pochissimi mezzi con cui accedere a una maggiore consapevolezza di sé e del mondo, e dunque provare a fare qualche passo avanti, o almeno di lato, scartando dal cammino segnato della delinquenza o dimostrando che non è l’unica strada percorribile? Del resto il carcere non offre quasi nulla in proposito, nessun percorso di riabilitazione o ripensamento. Certo, dubito che la lettura garantisca direttamente di essere reinseriti nella società, ma sicuramente non è nociva. E che poi qualcuno possa approfittarsene in modo un po’ cinico… be’, questo mi sembra nella natura di ogni provvedimento di attenuazione o di risoluzione. Combattere il luogo comune che la cultura renda le persone più buone secondo me è giusto e necessario nel mondo libero, non nel mondo carcerario. Io la retorica secondo cui chi legge libri è moralmente migliore, o superiore agli altri non la sopporto proprio: se pensiamo solo al Novecento, quanti intellettuali, filosofi, scrittori, scienziati, professori universitari sono stati a fianco delle dittature più feroci? E dire che di libri ne avevano letti…

Però stiamo ora parlando di una realtà particolare, il carcere, non del mondo libero, e qui la retorica del migliorarsi e riscattarsi attraverso la cultura resta una delle poche strade praticabili; altrimenti, dovrei abdicare prima di tutto alla mia stessa funzione di insegnante lì dentro. In effetti, nei momenti di crisi mi viene da chiedermi: ma che ci vado a fare? Ma le crisi sono fatte per risvegliare nuove risorse e proprio con quelle essere superate. Insomma, dobbiamo pensare veramente e intimamente che la scuola in carcere sia utile, serva sul serio, ed esserne convinti fino in fondo. E se mai ne dubitassimo, dobbiamo continuare testardamente a fare “come se”. Molti discorsi sul carcere in generale, sulla pena e sul reinserimento, non possono che basarsi sul “come se”. Occorre mantenersi fermi su questo, altrimenti tutto se ne andrebbe a carte quarantotto, la scuola, la politica, il diritto. E anche la democrazia andrebbe abolita… con tutte le sue magagne e ipocrisie.

Davvero non vedo più cosa dovremmo fare nella vita se restiamo paralizzati dal terrore di essere smentiti o di fallire. Dunque, non vi è alcuna certezza che studiare e leggere libri migliori l’individuo in assoluto; tra le persone acculturate ce n’è un buon numero di moralmente schifose, mentre un garagista e una donna delle pulizie possono essere migliori non solo moralmente, ma anche intellettualmente. Nel carcere si va per tentativi, si cerca di applicare dei correttivi, di limitare il danno procurato e quello subìto, avanzando anche di un solo millimetro nella consapevolezza, e per farlo ci sono al massimo due o tre opzioni. Non possiamo certo rinunciarvi perché potrebbero fallire.

Questo mi porta a un’altra domanda. Nel tuo lavoro prevale la dimensione dell’insegnante o la dimensione dell’insegnante-in-carcere?

Insegnare a dei maschi adulti che hanno commesso delitti non è ovviamente lo stesso che insegnare a ragazzini e ragazzine di quattordici, quindici o diciassette anni, anche se il livello scolastico è lo stesso. Sarebbe folle negare la differenza sostanziale, a partire dalle persone che frequentano la scuola e dagli ambienti in cui si svolge: celle fredde, puzzolenti, umide, per accedere alle quali si attraversano cancelli e blindati. Pensiamo solo al fatto che non abbiamo i libri di testo. Come potrebbe essere la stessa scuola? Ma anche qui, entra in azione il fattore di cui parlavo prima, il “come se”. La meravigliosa finzione di una normalità scolastica. Cioè, io fingo di stare facendo una lezione in una scuola qualsiasi, non in galera. La svolgo esattamente come la svolgerei, più o meno uguale, davanti a un uditorio di adolescenti, di signore interessate alla letteratura come quelle che vengono alle presentazioni di libri, o in un’aula universitaria. Penso che sia giusto così, fornire loro -sì, fornire è forse la parola più giusta- la stessa cosa che potrei fornire a chiunque altro, una lezione non addomesticata, semplificata, arrotondata in qualche modo. Separandoci per un’ora o due dal contesto, dall’afflizione della pena, e creando una bolla dove conta solo quello che stiamo studiando insieme. Quante volte un mio studente alle prese con la difficoltà di una formula matematica o della struttura metrica di una poesia mi ha detto: “Niente, professo’, oggi nun ce sto co la testa!” e io l’ho consolato e incoraggiato dicendogli: “Guarda, è proprio per questo che facciamo lezione, per provare a starci, con la testa”, magari rompersela pure, la testa, ma alla fine riuscire a risolverlo quell’esercizio e a capirla quella poesia. Non esiste nulla di più soddisfacente di uno sforzo fine a se stesso, come ad esempio quello dello sport, o del gioco. In fondo la scuola più simile a quella carceraria è la scuola serale, per adulti. Insegnare a degli adolescenti oppure a degli adulti: forse passa per di qui l’unico e vero discrimine. Ma a parte questo, il succo, la sostanza, il midollo del leone che uno dovrebbe provare a trasmettere per le sue competenze in una certa materia o in un’altra, secondo me dovrebbe essere rigorosamente uniforme col mondo libero.

Anche perché, lo ripeto, una delle poche utilità certe della scuola in carcere è appunto quella di ricreare una piccola porzione di mondo libero. D’accordo, lo spazio fisico è la cella, con le sbarre alla finestra, ma il tempo che si trascorre lì dovrebbe essere lo stesso che in quel momento si sta trascorrendo al liceo Parini. Compresa la noia… Va be’, non esageriamo, forse al Parini no, diciamo in un qualsiasi istituto tecnico sparso per l’Italia.

E questo è il tuo punto di vista. Mi chiedo quale sia quello dell’istituzione. Quel tempo di libertà che si cerca di ricreare viene condizionato da quello che in carcere è il primum, cioè la sicurezza?

È ovvio che l’istituzione carceraria, cioè la direzione e il comandante degli agenti penitenziari debbano rispettare questo primum, che di fatto giustifica la detenzione stessa; la sicurezza non si può metterla da parte tutt’a un tratto nel nome di qualsiasi altra esigenza o iniziativa.
Negli anni ho sperimentato però una oscillazione, una sinusoide di atteggiamenti che il carcere ha nei confronti delle attività provenienti dall’esterno, con periodi di apertura e poi di chiusura e poi di nuovo di apertura che hanno del resto caratterizzato l’intera storia repubblicana per quanto riguarda la legislazione sul carcere, con provvedimenti ciclici di segno opposto, come se vi fosse un movimento di sistole e diastole. Apri, chiudi, apri, chiudi. In più c’è la variabile locale dei singoli istituti, incomparabili tra loro e pressoché extraterritoriali, non sembrano nemmeno appartenere alla medesima nazione. E poi ci sono le direzioni che vi si avvicendano, che possono quasi ribaltare la situazione. Capita il direttore alla Brubacker, e molte attività si possono svolgere, alla grande, poi arriva un altro direttore che invece le vieta, non si capisce perché. Oggi come oggi il nostro raggio d’azione e di iniziativa all’interno del penitenziario di Rebibbia è sicuramente ridotto rispetto a quando ho cominciato, cioè nel 1994 -non parlo solo della scuola, ma in generale delle possibilità di intervento, da parte del volontariato e di attori esterni al carcere. Nei primi anni che stavo lì c’era molto fermento e una permeabilità maggiore, ma negli anni è subentrata una certa sfiducia, i direttori e i comandanti che si sono succeduti, e naturalmente la magistratura di sorveglianza che ha l’ultima parola sui permessi per entrare e uscire, si sono dovuti confrontare sempre più con vere e proprie guerre mediatiche non appena qualcosa andava storto. Vengono subito messi alla gogna e massacrati se succede qualcosa che contravviene ai principi di sicurezza: un’evasione, l’ingresso di qualcuno con della droga o con un telefonino… viene caricato tutto sulle spalle di chi ha concesso quel particolare permesso o beneficio, quindi posso anche capire l’irrigidimento. Verso la scuola nello specifico direi che l’istituzione penitenziaria tiene un atteggiamento duplice, ambivalente. La scuola dentro al carcere è una presenza ingombrante -un corpo insegnante numeroso, materiali che entrano ed escono- che comporta certi problemi, per cui, dal punto di vista di chi deve controllare questo traffico, la convenienza assoluta sarebbe quella di impedirla. E però, prendiamo l’anno scolastico appena trascorso, in cui noi da novembre in poi siamo rimasti fuori, fermati dalla pandemia: di sicuro abbiamo causato zero problemi però la nostra assenza ne ha creato un altro, un vuoto drammatico, il deserto assoluto: privati dei colloqui, della scuola, del contatto con i volontari, ai detenuti non restava che sbattere la testa sul muro…! Ecco perché, comunque sia, la scuola è benvenuta in un carcere, anzi, è un vero e proprio regalo, visto che lo stipendio ce lo paga un altro Ministero, quello dell’Istruzione, grazie al quale ai detenuti viene offerta la chance di svolgere un’attività che li tiene impegnati invece di stare a incattivirsi in cella tutto il santo giorno. Dunque è proficuo per il carcere avere una scuola, anzi, varie scuole di diverso livello, al suo interno, e il vantaggio quasi sempre è maggiore degli inconvenienti creati da questa ospitalità. Si sa che gli esterni potrebbero essere destabilizzanti o introdurre una serie di problemi, dal professore che si impietosisce per un certo studente e comincia a dare noia per difenderne i diritti, a quello che, magari inconsapevolmente, viola qualche regola, e poi ci vuole un certo numero di agenti che controllano l’andirivieni tra i reparti, quindi un’organizzazione per forza farraginosa, faticosa, che richiede buona volontà e buon senso da un po’ tutte le parti in gioco.

Al tempo stesso però la scuola, anche per la sua scansione regolare, è l’unica attività sul serio continuativa in galera, visto che il numero dei lavoranti è quello che è, minoritario rispetto al totale di reclusi, e occasioni di altro tipo sono episodiche, saltuarie. Noi attacchiamo a settembre e finiamo a giugno: quasi un anno di un’attività riconosciuta e che fa capo a un ministero statale, non a una qualche associazione da verificare nella sua attendibilità. Insomma, una scuola vera e propria, che risponde a due istituzioni diverse e garantisce che un certo numero di detenuti abbia accesso a un’occupazione che può essere considerata, credo più di ogni altra, “trattamentale”, altrimenti non si capisce il “trattamento” in cosa possa consistere. Molte volte abbiamo orecchiato una specie di mantra negativo nei confronti di noi insegnanti lì dentro (“Ah, voi passate sopra a tutto, siete amiconi dei delinquenti, li promuovete tutti…” -il che del resto non è assolutamente vero) e dall’altra parte sappiamo però che il pensiero inespresso è ben diverso e si basa su un calcolo di convenienza se non di umanità: “Ah, meno male che c’è la scuola, così almeno gli fanno fare qualcosa, altrimenti starebbero venti ore al giorno in cella”. Il carcere deve un po’ giocarsi questa carta, che, lo ripeto, per loro è a costo zero, ma è la scuola da fuori che deve premere, insistere, contrattare, quando il rapporto si fa conflittuale o comunque necessita un mercanteggiamento di spazi e di tempi. È la scuola insomma che deve trovarsi un dirigente “alla Brubacker”! Propositivo, combattivo, e capace di trattare. Io, all’inizio della mia “carriera carceraria”, quando ero molto più pimpante, con l’appoggio del dirigente di allora mi sono battuto perché venissero a scuola anche i transessuali, e alla fine li hanno fatti venire, perché era giusto così.

In classi miste?

Sì. Stanno in un reparto separato dagli altri, ma anche loro hanno diritto all’istruzione. E allo stesso modo abbiamo aperto una sezione di scuola superiore nella casa di reclusione femminile.

Prima non c’era, perché dicevano: le donne qui sono poche, scontano pene più brevi, che gliela apriamo a fare una scuola superiore solo per loro? L’atteggiamento del carcere era all’inizio molto scettico. E però, picchia e mena, prima è stata aperta una classe, poi un’altra, e ora c’è un corso intero che dà belle soddisfazioni.

Ecco, quello tra scuola e carcere è un rapporto non dico sindacale, ma insomma di quel tipo lì, di continua e inesauribile contrattazione. Occorre che le due amministrazioni si confrontino e, se necessario, si scontrino, però deve essere sempre la scuola il motore; l’amministrazione penitenziaria va continuamente pungolata, stimolata con richieste, con pressioni, lettere e telefonate e tampinamenti vari, al limite occorre quasi sfidarla su questioni sia pratiche sia di principio. È proprio una questione di pesi e di forze. L’ultima parola ce l’hanno loro, ma la prima la dobbiamo dire noi.

Sì, anche se la funzione degli stessi agenti penitenziari non dovrebbe essere semplicemente di custodia. Anche loro partecipano all’attività di trattamento, ma questo rimane sulla carta.

Guarda, quello che mi stupisce di più, e mi ha stupito da sempre, è la figura del cosiddetto “educatore”, o meglio, l’uso fuorviante di quel termine. Io all’inizio credevo che parlassero di noi, i professori, poi ho scoperto che gli educatori sono chiamati così, ma in realtà si occupano di tutt’altro, sono funzionari che amministrano l’iter carcerario del detenuto. Dove sarebbe l’aspetto educativo? E quello degli agenti qual è? È ovvio che hanno una funzione essenzialmente di custodia, è naturale che sia così.

E se ci fosse la possibilità di organizzare un’attività cui partecipino non solo detenuti, ma anche gli agenti?

Questo era stato immaginato fin dall’inizio, due o tre anni prima che arrivassi io. All’apertura della mia scuola, che è un istituto tecnico informatico, lo Jacob von Neumann, si era previsto che la possibilità di frequentarla fosse estesa anche agli agenti. Ma si creò una inevitabile contraddizione per il fatto che gli agenti sarebbero stati a disagio nel seguire le lezioni insieme ai detenuti. Si può anche capire perché senza bisogno di spiegarlo. Né noi potevamo organizzare a parte altre classi destinate soltanto agli agenti. Gli agenti devono pure lavorare, in carcere, mica stanno lì a studiare… Dunque l’idea per quanto suggestiva era destinata allo scacco e fu lasciata cadere. Talvolta, in seguito a momenti difficili dovuti a liti e disordini, un agente è stato costretto a stare in classe durante la lezione: bene, io non ho mai visto una persona tanto imbarazzata…

Imbarazzata?

Eh sì. Era molto imbarazzante il fatto che i detenuti magari sapessero cose che lui non sapeva. Si sentiva tagliato fuori.

Quello che hai detto circa la permeabilità mi richiama alcune dichiarazioni del garante nazionale delle persone detenute, circa appunto la necessità di una permeabilità tra dentro e fuori che l’ingresso del volontariato, per esempio, garantisce o almeno garantiva anche se a fasi alterne. Si parla a volte di un ruolo diverso del volontariato, addirittura di una sua partecipazione alla progettazione e costruzione delle politiche della pena. Una funzione para-istituzionale, diciamo. Cosa ne pensi?

Di sicuro, nelle discussioni che precedono una riforma legislativa, il volontariato avrebbe molto da dire. Alcune delle persone che ho conosciuto frequentano il carcere da molto tempo, sanno davvero come funziona, lo rovesciano come un calzino, quindi la loro expertise mi pare molto interessante. Una faccenda ben diversa è entrare a far parte del meccanismo giudicante, cioè dell’équipe che si riunisce per decidere dei benefici che un certo detenuto può o non può ricevere. Qualche anno fa venne condotta una battaglia ideale, diciamo così, che io comprendo bene anche se non condivido affatto, affinché dell’équipe possano far parte anche gli insegnanti, e ogni tanto questa rivendicazione viene rilanciata. È innegabile che un insegnante conosca il detenuto del cui destino si sta trattando molto meglio dell’educatore o dello psicologo, che magari lo hanno visto tre o quattro volte in tutto il percorso, mentre io l’ho avuto in classe, ho visto come si comportava e ci ho parlato per anni di fila quasi ogni giorno. Ma resto fermamente contrario a questa che sembrerebbe essere una promozione del nostro ruolo e un accrescimento della nostra importanza, perché in realtà ci equiparerebbe al meccanismo di custodia e di giudizio. Non accedendo alla funzione decisionale restiamo impotenti, però restiamo liberi. L’unica cosa che voglio decidere io è se promuovere o bocciare uno studente, e stop. Altrimenti quando do un tema da svolgere poi dovrei leggerlo non come un normale insegnante di italiano che gli corregge l’ortografia e gli errori grammaticali, ma con tutti altri occhi, come uno che sta interpretando un documento rivelatorio in base al quale potrà decidere se il detenuto se ne va a casa oppure no. Francamente io preferisco l’indipendenza del mio giudizio scolastico, a questo tipo di potere.

In ventisette anni di scuola in galera ho sempre fatto quello che mi pareva, all’interno del ruolo di insegnante. Non ci tengo affatto a occupare altri ruoli. Intendiamoci, io non mi sento affatto indipendente o libero, figuriamoci, lì dentro non si può essere liberi, però quando devo decidere se mettere tre, o sei, o nove, lo voglio decidere in perfetta autonomia, anche se poi questo tre, questo sei o questo nove non significheranno nulla sul piano pratico. Il massimo che ci veniva richiesto erano delle schede valutative, adesso non ci chiedono più nemmeno quelle. In tre righe scrivevamo qual era l’andamento complessivo dello studente, il suo livello di partecipazione. Il profitto poteva essere facilmente ricavato dalle pagelle, quindi nessuno di noi professori si è mai sentito obbligato a sostenere di uno studente pessimo che invece era fantastico, per aiutarlo. Insomma, nei confini di tutte le restrizioni e delle carenze di cui abbiamo parlato, l’insegnamento in quanto tale è libero. E questo lo rivendico abbastanza orgogliosamente.

Lo hai scelto, di insegnare in carcere, oppure ti è capitato e poi sei rimasto?

Ho chiesto io di essere trasferito lì. Avevo insegnato per sette anni in un istituto tecnico della periferia di Roma ed ero arrivato molto rapidamente al capolinea di quell’esperienza. Me la cavo a spiegarlo con una battuta: insegnavo a dei mezzi delinquenti, e allora mi sono detto, inutile continuare con questi, andiamo dai delinquenti veri e propri! Cioè quelli riconosciuti dalla legge.

Era per me un mondo interessante, un mondo da scoprire, e poi c’era una ragione di cui mi sono reso conto solo dopo qualche anno, cioè la necessità di verificare (devo dire che la verifica è riuscita, tant’è che sono rimasto lì e ho continuato a insegnare) se le materie che insegno, e in particolare la lingua e la storia della letteratura italiana, potessero essere trasmesse, mantenendo e confermando il loro valore, anche in situazioni estreme. Cioè se anche in galera si poteva leggere, capire, amare un sonetto, poniamo, di Cavalcanti… Mi dicevo: se funziona anche lì, allora, come dire, si scolpisce nel marmo, la letteratura esiste e ha un valore grande, immenso, oggettivo, tale che possono accedervi anche persone che hanno avuto delle vite travagliate, che hanno commesso dei reati, che vengono da paesi lontani, da situazioni inimmaginabili nella scuola normale; e vuol dire oltretutto che io sono capace di insegnarla. Quindi vengono messi alla prova in un colpo solo la materia, i metodi per insegnarle e l’insegnante stesso. Fare il professore in carcere per alcuni versi può essere persino più facile, perché le persone con cui lavoro, essendo adulte e navigate, avendo conosciuto di prima mano il dolore, la morte, la vendetta, il sesso, quando si viene a questi temi che nella letteratura italiana sono molto forti e rasentano o addirittura scavalcano il codice penale, sanno benissimo di che stiamo parlando. Appunto, se leggiamo insieme la poesia di Cavalcanti “Perch’i’ no spero di tornar giammai”, loro sanno cosa vuol dire non tornare nel loro paese, la disperazione, la nostalgia… E se gli spiego Machiavelli, quella dottrina non solo la capiscono bene, e la condividono, ma la hanno anche in alcuni casi spregiudicatamente adoperata senza sapere che aveva un capostipite così illustre!

È un mondo estremo, quello di dentro, di cui la scuola fa parte e che gli studenti si portano dietro quando entrano in classe.

Ti assicuro che avviene una sorta di sospensione, e accade non solo nelle mie lezioni, ma in quelle di tutte le altre materie. Lo vedo dal finestrino quando aspetto fuori dalla cella che il collega termini la sua lezione. Durante la lezione viene creata una bolla e in quella bolla il carcere non entra, non deve entrare…
Nella scuola fuori invece gli studenti di questa bolla farebbero volentieri a meno.
Questa è la differenza fondamentale. L’una è la scuola dell’obbligo, più o meno, l’altra invece ha un’adesione volontaria. Nessuno costringe il detenuto a venirci. Normalmente si iscrive per tre o quattro ragioni, che possono essere tutte compresenti o alternative tra loro: prima di tutto, per uscire dalla cella; poi per incontrare i professori e le professoresse, persone diverse dalla solita gente che popola la galera, cioè agenti, avvocati e altri detenuti; quindi perché gli interessa davvero studiare o almeno qualche materia tra quelle insegnate nella nostra scuola, prima fra tutte l’informatica. E qui sorge un problema: mentre all’adolescente ragazzino puoi imporre di studiare tutto, la matematica, la scienza, l’italiano, la fisica, la chimica, l’inglese eccetera, un adulto è per forza di cose selettivo, e ha una mente e un carattere meno malleabili, difficile costringerlo alla completezza della scuola. Però poi alla fine lo si convince. Ho avuto una sola volta, un paio d’anni fa, uno studente che veniva solo per sentire le mie lezioni, come ad altri sarebbe interessata solo l’informatica, poniamo.

Ma alla fine, siccome era così appassionato, per lui è stata fatta una specie di deroga: veniva, ascoltava le mie lezioni e tornava in cella. Spesso la modalità generalistica tipica del bienno superiore viene contestata, si sostiene che in galera bisognerebbe fare un’altra scuola, un corso abbreviato di tre anni invece di cinque, pro­grammi condensati eccetera. Ma allora diventerebbe veramente la “scuola carceraria”. Mentre questa finzione che si tratti di una scuola qualsiasi con tutti i suoi rituali (ci manca solo lo squillo di campanella di fine lezione) io la difendo con le unghie e con i denti. Più la scuola del carcere assomiglia a una scuola normale, meglio è, non solo per ricreare nei detenuti questa parvenza di vita ordinaria, ma anche per garantire che all’interno della singola ora di lezione venga fatta solo scuola e nient’altro. Noi insegnanti per primi dobbiamo imparare a tenere ben distinte le figure, le funzioni, sappiamo benissimo che in alcuni casi uno può finire a fare l’assistente sociale, ad ascoltare i problemi personali, a portare le lettere… che, io dico, è cosa nobilissima, ma non c’entra niente col nostro lavoro. Io lo faccio in minima parte, quella indispensabile, altri miei colleghi lo fanno più di me e altri si sono totalmente smarriti dentro. Noi non dobbiamo fare né gli amici né i confessori, per quello c’è il prete, e se hai altri problemi, vai dallo psicologo… È vero che sono figure che i detenuti vedono molto più di rado, mentre la nostra frequenza è quotidiana. Però se cominciamo a fare solo quello, siamo fottuti come insegnanti. È una umanissima ma pericolosa confusione di ruoli. Ovviamente uno deve rispondere a delle persone, non solo a degli studenti in astratto, i detenuti hanno i loro guai, desideri, bisogni, che non possono essere respinti in toto ma neanche accettati in toto, per evitare che si creino rapporti ambigui.

Certe volte mi sono saltati all’occhio i comportamenti strumentali da parte di alcuni detenuti che si approfittavano vistosamente della disponibilità extra-didattica di alcuni insegnanti più ingenui, oppure semplicemente più generosi.

Dei tre, quattro motivi che hai citato, per cui uno studente in carcere va a scuola, almeno un paio mi sembrano fondamentali: il desiderio dell’incontro, della relazione, e la curiosità.

Il tutto si chiarisce abbastanza rapidamente, in un paio di mesi. Dopo Natale, normalmente, continua a venire a scuola solo chi ha dei seri interessi diciamo così, scolastici. Le altre ragioni per venire si esauriscono, perché è comunque un sacrificio, i detenuti rinunciano all’aria, saltano i pasti… E poi se uno viene in classe solo per evadere dalla cella, si trova di fatto a evadere dentro una cella ancora più vincolante, prigioniero due volte, delle guardie e dei professori, e gli tocca stare lì dalle 9 alle 13.

Un’ultima domanda. Le misure di distanziamento e sicurezza hanno avuto effetti pesantissimi anche sulla scuola carceraria. Si può pensare di ricominciare dal punto in cui ci si è interrotti o il carcere continuerà sulla strada della chiusura?

Mah, immagino e spero che noi a settembre potremo rientrare, in presenza, con tutte le precauzioni, vaccini completati a noi, alle guardie e ai detenuti. Del resto già eravamo rientrati nel settembre del 2020, in quello che poi però si sarebbe rivelato solo un momento di latenza della grande pandemia. La sola cosa che mi preoccupa è che l’eventuale insegnamento a distanza, (a noi comunque l’anno scorso non ci è stato permesso di fare nemmeno quello…), oppure i colloqui video con lo smartphone fornito dal carcere, possano diventare un surrogato permanente della presenza fisica. Il che sarebbe dannosissimo, sotto ogni profilo. Ecco, se ho un timore, è di questo tipo: che l’effetto della pandemia sulla società tutta, e sul carcere ancora di più, diventi permanente e presentato come la soluzione a tutti i problemi. Tutto avviene a distanza, lì dentro non entra più nessuno…

Sarebbe la conclusione di quella chiusura del carcere che -come hai accennato- si è verificata a fasi alterne nella storia repubblicana.

Sarebbe un passaggio ulteriore verso la “sparizione” del carcere: le galere diverrebbero luoghi totalmente extraterritoriali, come fossero su Marte, cui si accede solo virtualmente come stiamo facendo tu e io, ora, attraverso una piattaforma, e amen. Spero che non si arrivi a questo, che non venga strumentalizzata la possibilità per ridurre a zero il contatto umano con la doppia esigenza della sicurezza carceraria sommata a quella sanitaria.

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Il cesto marcio https://minimaetmoralia.it/interviste/il-cesto-marcio/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-cesto-marcio/#comments Wed, 10 Nov 2021 08:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49524 Pubblichiamo un’intervista di Giada Ceri a Michele Passione, avvocato penalista e componente esperto dell'Ufficio del Garante nazionale delle persone detenute e private della libertà personale. Si tratta della seconda di una serie di interviste a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario.

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Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Michele Passione (avvocato penalista e componente esperto dell’Ufficio del Garante nazionale delle persone detenute e private della libertà personale che ha partecipato ai lavori degli Stati Generali dell’esecuzione penale (2015-2016) e della Commissione istituita nel 2017 presso il Ministero della Giustizia per l’attuazione della riforma penitenziaria introdotta dalla l. n. 103/2017), uscita sul numero 276 di “Una città”. Si tratta della seconda di una serie di interviste (qui la prima) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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È il tipo di istituzione dove non si guarda all’uomo ma al reato, dove ci sono i buoni e i cattivi, che facilita l’uso della tortura; un regime premiale inficiato proprio dalla sua impostazione retributiva, per altro inevitabile ma solo come primo passo; l’esempio non convincente della “lettura in cambio di giorni”; “rieducare”, “redimere”, “emendare”, parole inappropriate, il compito è solo quello di dare una mano al detenuto a capire.

Giada Ceri: Vorrei partire dal passato recente: le violenze commesse da alcuni agenti della polizia penitenziaria ai danni di persone detenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020. Una vicenda che solleva diversi problemi circa il carcere come istituzione preposta alla rieducazione e che invece fa periodicamente i conti con l’oltraggio dei diritti fondamentali delle persone recluse e con le condizioni complesse in cui gli stessi operatori penitenziari si trovano a lavorare.

Michele Passione: Provo a dire così, cercando di non sottrarmi al tema grande sotteso alla riflessione proposta. Non credo si possa e si debba cedere al rischio di generalizzazioni, ma è del tutto evidente, e non da ora, che il tema della violenza nei luoghi di privazione della libertà personale ha molto a che fare con il concetto di “cesto marcio” (e non di mele marce) di cui ha parlato Philip Zimbardo, ripreso di recente da Annamaria Manzoni. La storia della tortura è antichissima (chiedere a Cesare Di Lenardo…). Credo proprio che ciò dipenda dal tipo di istituzione che alimenta le condotte extra ordinem (non ad eruendam veritatem), perché profondamente intrisa di logiche incapacitanti ed infantilizzanti, che erigono paratie tra buoni e cattivi. Un contesto contraddistinto da rapporti di potere, dove ancora si stenta a rapportarsi all’Uomo, piuttosto che al reato commesso, non può non alimentare violenza. Nessuno di noi è totalmente buono o cattivo (e, di nuovo, il famoso esperimento del lontano 1971 della Standford University lo ha rivelato: i “bravi ragazzi” si calarono subito nel ruolo di spietati aguzzini).

Eppure a questa istituzione è assegnato il compito di rieducare i cattivi trasformandoli in buoni anche attraverso strumenti quali l’istruzione nella scuola, i corsi organizzati da soggetti del Terzo settore, a volte proposte come quella ispirata al brasiliano “Reembolso através da leitura”: uno scambio fra libri letti e giorni di libertà guadagnati. Idea che oggi in Italia può apparire lunare, ma presenta almeno alcuni spunti per una riflessione più ampia sulla rieducazione. Del “Reembolso” tu cosa pensi?

Penso che le cose che vengono da fuori debbano essere analizzate nel contesto in cui nascono. Quello è un contesto che non conosco nel dettaglio ma che immagino profondissimamente diverso dal nostro per numeri, tipologie dei reati, promiscuità delle carceri… Per tutta una serie di ragioni. E dunque su quello non mi azzardo a formulare giudizi, anche perché ho idea che possa essere forse una provocazione intellettuale ma forse anche un esperimento che ha dato buoni frutti. Sappiamo che alcune carceri brasiliane, particolarmente spinte in percorsi innovativi, si apprezzano come significativamente distanti e diverse dalla maggior parte delle altre carceri. Non so se si possa azzardare un riferimento a quello che è Bollate per noi. Probabilmente anche qualcosa di più; ma mi fermerei qui.

Se dovessi immaginare questo esperimento esattamente per come è stato disegnato e attuato in Brasile e in Italia, direi che sono contrario. Innanzitutto perché intanto l’idea che ci sia un’autorizzazione di un’autorità giudiziaria a potersi misurare con l’esperienza di lettura anche in considerazione del reato commesso mi pare totalmente sbagliata. Prendo spunto dai lavori della commissione ministeriale che il 24 maggio 2021 ha licenziato e trasmesso al Ministro, finalmente, il testo in cui si propone quello che noi ai tavoli degli Stati generali dell’esecuzione penale [2015-2016] avevamo scritto: giustizia riparativa in ogni stato e grado del procedimento senza preclusioni per titolo di reato. E dunque, se si crede nella possibilità di un incontro fra persone – lì fra autore e vittima di reato, qui fra una persona e un libro – scotomizzare quell’ipotesi a seconda del tipo di reato mi pare già di per sé qualcosa da salutare con sfavore. Aggiungo che l’esperienza della lettura, di nuovo come la giustizia riparativa, se imposta è assiologicamente contrastante con lo spirito della lettura stessa. Credo che non si possa imporre un libro a nessuno, neanche a un figlio, che è libero. Mia figlia legge tanto perché in famiglia si è sempre letto tanto e ha, credo, percepito il piacere di leggere. È evidente che questo humus non c’è in carcere, per le ragioni che sono note. Non so se manca il piacere, certo manca l’occasione, il presupposto per assaporare il piacere. Credo che invece la valorizzazione di quel tipo di esperienza, il piacere della lettura, possa e debba costituire oggetto di attenzione da parte dell’area educativa (uso un termine che non mi piace e che non si dovrebbe neppure più usare), e che esso possa trovare spazio nell’ambito dell’osservazione trattamentale, altro termine che detesto. E non mi riferisco solo al detenuto che ha una predisposizione alla riflessione e alla lettura, ma anche a quello che non ne ha nessuna. Non lo dico pensando alla logica del buon selvaggio che ingentilisco e rieduco attraverso la somministrazione di un libro come fosse una pillola. Dico che, siccome le persone sono diverse e i libri non hanno per fortuna barriere, non credo che vi possano essere preclusioni teoriche rispetto all’incontro con l’altro da me che sta chiuso dentro un libro.

La tua contrarietà riguarda le condizioni di accesso, il fatto che è una proposta che taglia fuori qualcuno?

In realtà a me proprio non piace la logica del premio e dello scambio, indipendentemente dal fatto che vi siano delle preclusioni e delle nuove ostatività. Questo è un aspetto significativo, certo, ma è proprio l’idea che mi pare non recepibile.

Lo scambio di cui parli è sempre presente in carcere, solo che quando si tratta di cultura, questo oggetto così poco definito, il discorso si fa ambiguo. Io detenuto partecipo al progetto di lettura o scrittura creativa e poi tutti insieme ci raccontiamo quanto è stato bello e liberatorio. Una proposta come quella del Reembolso, se pur non avesse un’efficacia sostanziale in quanto imposta, potrebbe essere intesa come grimaldello per smontare la retorica della cultura che rende liberi.

Provo a dirla in un altro modo. Capisco ma non sono d’accordo. Non avvio un’ipotesi di riforma, piccola o grande che sia, se non ne condivido quanto meno le fondamenta. Questo non vuol dire che io non accetti l’ipotesi della strumentalità. La giustizia riparativa – di nuovo – ammette, i mediatori bravi lo sanno, condotte inizialmente strumentali. Potrà servirmi, vado a vedere cos’è, esco dalla cella e magari riceverò un premio… Non escludo che sia così. Io penso che quel “premio”, lo sconto di pena, potrebbe anche arrivare, valorizzandosi però significativamente la partecipazione all’opera di rieducazione, come dice l’articolo 54 dell’Ordinamento penitenziario. Che normalmente invece è un beneficio che viene dato solo se tu non rompi l’anima a nessuno. In realtà il presupposto sarebbe diverso, quindi a me piacerebbe che, liberati dalla retorica di cui parlavi, e per esempio con un’ipotesi che consentisse di dare un plafond e un qualcosa di più a una fattiva partecipazione a una riflessione sul disvalore del proprio agito (che magari passa anche attraverso la lettura), lo scambio fosse declinato in altro modo. Però avviarlo così, per cui ti autorizzo a leggere, se sei molto cattivo non ti autorizzo a leggere, poi magari ti autorizzo a leggere solo quello che dico io, se tu aderisci, che te ne importi o meno, ti do quarantacinque giorni… Non mi convince.

Il luogo istituzionale per la pratica della lettura, la scuola penitenziaria, ha risentito fortemente della chiusura legata alla pandemia. Nel tuo lavoro di avvocato quanto incide la sua presenza in carcere? Tu incroci educatori, agenti, direttori… E gli insegnanti? Li incontri? Ci parli?

Nel mio lavoro incontro clienti in tutte le carceri d’Italia e spesso mi limito all’incontro con i clienti. A Sollicciano passo più tempo. Lì conosco alcuni insegnanti. Il problema di Sollicciano è che tutta l’area educativa adesso è all’interno, quindi quando entro in carcere non incontro più gli educatori, parlarci non è operazione semplicissima. Gli insegnanti, mai visti. Le ragioni sono le stesse: la scuola è all’interno. Ho incontrato insegnanti in processi per pestaggi, dove l’insegnante tornava utile per riferire che il detenuto che prima andava a scuola sempre improvvisamente non era più andato. Dal che si poteva inferire che non fosse andato perché aveva delle lesioni e non era in condizioni di andare, o perché non voleva farsi vedere con quei segni. Quindi gli insegnanti, diciamo, portavano un contributo più o meno utile alla ricostruzione dei fatti. Comunque, l’esperienza della scuola, se non la riporta il detenuto, per l’avvocato è prossima allo zero. Poi ovviamente dipende da che tipo di detenuti hai, se difendi dei marginali o dei delinquenti di grosso calibro, ovviamente con condanna definitiva, perché altrimenti c’è la presunzione di non colpevolezza per la quale tutti i servizi erogati dal carcere hanno una caduta verticale e l’offerta trattamentale è scarsissima. E questo a prescindere dal fatto che ci sono carceri che sono prevalentemente circondariali ma ospitano anche definitivi, o viceversa.

Però è appunto sul trattamento che si basa la rieducazione, secondo la legge.

Ci sono stati e ci sono casi in cui non si apre la sintesi, come si dice tecnicamente, perché tanto non sei nei termini. Ho discusso in Corte costituzionale per un mio cliente ergastolano ostativo nella vicenda sfociata nella sent.n.253/2019, che ha portato al superamento della preclusione assoluta per l’accesso al permesso per gli ergastolani ostativi (e non solo) non collaboranti; quindi anche per gli ergastolani ostativi adesso è possibile (teoricamente) andare in permesso. Uno di loro, che aveva commesso omicidi di mafia, era un’altra persona, ma non veniva proprio accompagnato da relazioni di sintesi perché si diceva: cosa le facciamo a fare? Non può avere nulla. Ma il trattamento, che io posso rifiutare, tu me lo devi garantire. Cioè mi devi permettere di fruire di una serie di condizioni per poter ambire a comprendere dove ho sbagliato e possibilmente cambiare atteggiamento. Che è molto di più della partecipazione all’opera di rieducazione che è il presupposto farsesco per la liberazione anticipata. È qualcosa di più strutturato, passa attraverso tanti momenti che sono di rivisitazione critica, auspicabilmente, a volte riversata nelle mani e nelle annotazioni di educatori, psicologi, criminologi, psichiatri, mediatori culturali, volontari, a volte in una sterile fruizione di servizi pubblici erogati in carcere.

Pensavo di trovare da parte tua un maggior fastidio nei confronti del “trattamento”.

Attenzione, noi volevamo cambiare il termine trattamento, e se mi chiedi cosa penso di quello che viene fatto ti dico tendenzialmente molto male. Ma non penso che in carcere ci siano solo buoni ingiustamente detenuti. Ci sono tante persone ingiustamente detenute, no? Che magari non riceveranno neanche ristoro. Ma adesso sto riflettendo su uno che è andato in galera e magari ha davvero ammazzato qualcuno, ha davvero rapinato qualcuno, stuprato qualcuno (non su chi è ingiustamente detenuto, che allora non ha bisogno del trattamento, ha bisogno di essere liberato quanto prima). Non nego l’importanza di un lavoro da fare non su quello ma per quello. Cioè quello non è un animale da redimere, non c’è niente da emendare, non c’è riscatto, c’è da dargli una mano. Non chiamiamolo trattamento, chiamiamolo Nicola… Sono infastidito, sono schifato dal lemma, però riterrei sterile rifiutare l’idea che si possa offrire quella cosa. Non sterile, pericoloso. Io non vorrei essere rieducato, se andassi in carcere, per come oggi si rieducano le persone; vorrei essere messo in condizioni di capire. Dubito che si riesca a farlo, però qualcuno ci riesce. Ho clienti che sono entrati incattiviti e sono usciti diversi.

Ecco, allora se l’istruzione e la cultura sono fattori che favoriscono la riabilitazione del detenuto, come si può verificare il loro effetto? Esistono dei parametri?

Ricordo che la sociologa padovana Vianello anni fa ha scritto circa le ragioni mondane, così le chiamava, che alimentano le informazioni trasmesse alla magistratura di sorveglianza per le decisioni che deve adottare. Fra queste vi erano ragioni esogene e ragioni endogene. Quelle esogene non vengono trasmesse, sono figlie del tempo in cui viviamo, il magistrato vive in un contesto X, si nutre del contesto in cui vive, e ha la sua cultura professionale, giuridica, che accompagna anche questo tipo di inferenza. Quelle endogene sono quelle che provengono dalle agenzie deputate a fornirle, fra cui ci dovrebbe essere la scuola. Solo che nel gruppo di osservazione e trattamento raramente entrano informazioni diffuse sul percorso scolastico o universitario. Al più si dice che quel detenuto ha frequentato la scuola o l’università, ma sul perché l’abbia fatto, che tipo di relazione abbia messo in piedi, se l’ha messa… Ecco, magari mettono il voto, qualche volta. Ricordo due detenuti. Uno era un professore, l’altro no, era animato da una seria passione per lo studio, un ergastolano che ha preso due lauree in carcere prima della liberazione condizionale. Sono percorsi diversi, individualmente sviluppati in un certo modo, ma non sufficientemente valorizzati, cioè raccontati. Il magistrato non conosce percorsi di questo tipo. Si ha come la sensazione che siano servizi erogati perché bisogna erogarli. Gli studenti iscritti negli atenei universitari svolgono esami inframurari, perché – non essendo passato il progetto di riforma – il permesso per fare gli esami fuori è contemplato solo per gravi motivi. E grave evoca qualcosa di negativo. Qualche forzatura ermeneutica c’è stata in passato e non escludo che ci sia ancora qua e là. Si era proposto di permettere l’uscita per sperimentare momenti come appunto l’esame universitario, ma questo non è consentito. Anche la modalità con cui viene erogato il servizio universitario in carcere andrebbe ripensata. Altrimenti esce a fare esami solo chi è già in termini per il permesso premio.

Le modalità attuali, con le loro mancanze, sono dovute a ragioni di sicurezza o all’idea di una pena che ancora si immagina debba essere scontata in condizioni afflittive?

I magistrati ti dicono che la lettera della legge non lo contempla. L’Ordinamento penitenziario nasce con lo spirito innovativo che conosciamo, è normativa di favore che sovverte le regole del Trenta fascista che avevamo, e quindi non mi sentirei di dire che l’afflato che lo ha trasformato in legge positiva fosse ispirato da una logica meramente retribuzionista; altrimenti non si spiegherebbero le misure alternative. Poi come vengano intese è altra questione. Mi sentirei di dire, molto più banalmente, che è contemplata l’idea che una serie di servizi pubblici – il carcere è un servizio pubblico – vengono erogati perché si conviene sul fatto che l’istruzione sia un diritto, la sanità sia un diritto… Come questo diritto venga declinato ed erogato è questione rimessa ai pratici e viene declinata sempre un po’ al ribasso. Cioè ci sono cose scritte sulla carta che non sono tradotte in realtà e ci sono cose scritte sulla carta che sono tradotte in realtà ma con una interpretazione molto lasca. E non mi riferisco solo all’interpretazione giuridica. Qui c’è un problema di struttura. In altri casi, penso al sesso, c’è un’anomia, di fatto è vietato ma di diritto non lo è… Ma andiamo fuori tema.

Tornando alla lettura, l’art. 12 dell’Ordinamento penitenziario dice: “Gli istituti devono inoltre essere forniti di una biblioteca costituita da libri e periodici, scelti dalla commissione prevista dal secondo comma dell’articolo 16”. Questa commissione è composta dal magistrato di sorveglianza, che la presiede, dal direttore, dal medico, dal cappellano, dal preposto alle attività lavorative, da un educatore e da un assistente sociale. Nemmeno un detenuto?

La commissione detenuti, che non è prevista dall’Ordinamento, non c’è in tutte le carceri. (Nella maggior parte delle carceri non c’è il regolamento, che invece è previsto.) A Sollicciano c’è. La commissione, designata mensilmente per sorteggio, c’è all’articolo 9 (per quanto riguarda il vitto, e all’articolo 20 (per il lavoro, la questione più importante per loro). Alle riunioni della commissione partecipa senza potere deliberativo un rappresentante dei detenuti e degli internati. Questi sono i poteri di rappresentanza dei detenuti riguardo a segmenti della vita penitenziaria che li riguardano. Assolutamente esiziali. Per la biblioteca no, non è previsto nulla. Poi magari i detenuti si guadagnano de facto questo diritto. Ho visto ergastolani essere in alcuni casi i padroni delle biblioteche.

Nei lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale era prevista una revisione del peso della rappresentanza dei detenuti rispetto all’amministrazione penitenziaria?

Sì. Uno dei temi che si poneva era che attraverso una rappresentanza anche formalizzata da votazioni potesse conferirsi, in particolare in alcune carceri anche di media sicurezza, dove può esserci una popolazione che con quel tipo di meccanismo selettivo guadagna supremazia, autorevolezza, visibilità agli occhi degli altri. È un tema oggettivo su cui prestare attenzione e cautela. Però credo che se vi fosse, e non c’è, una presenza costante, assidua, attenta, partecipe del direttore e del comandante, e non avessimo direttori che governano quattro carceri tutte insieme, questo potrebbe essere un rischio superabile.

L’ultimo Rapporto di Antigone dice che i detenuti iscritti alla scuola interna nell’anno scolastico 2019/20 sono stati 20.263, il 33,4% del totale. Molti ne rimangono esclusi. Dice poi che, mettendo in relazione il numero di detenuti per regione di nascita con quello degli abitanti delle stesse regioni, si vede chiaramente come dalle regioni povere arrivi la maggior parte dei detenuti: la condizione sociale ed economica di provenienza influisce sulle possibilità di finire in carcere. Il Rapporto rileva anche che negli ultimi anni l’area del controllo penale si è ampliata: nel 2015 i numeri penitenziari erano gli stessi di oggi ma con meno persone in esecuzione penale esterna. Vedi un nesso fra questi elementi, bassa istruzione e aumento del controllo penale (che non riguarda solo la detenzione)?

È ovvio che una relazione c’è. Non è il mio mestiere, quindi non azzardo link più o meno stretti, però c’è questa implementazione. Se tu hai meno frecce al tuo arco è più facile che ti mangi la bestia feroce. Banalmente, se sei più impegnato durante la giornata, mentre ti trovi in carcere, a fare cose che potrebbero esserti utili, se anche non ti servono a niente passi meno tempo a organizzare rapine. Diciamo che si riducono le occasioni della scuola del crimine, si va a scuola da un’altra parte. L’implementazione dell’esecuzione penale esterna è un dato che andrebbe letto bene: il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria inserisce fra le misure anche la messa alla prova, che col carcere non c’entra assolutamente niente. Però le misure alternative sono cresciute, per fortuna. Il problema è che non sono cresciute a detrimento della popolazione penitenziaria. Il che vuol dire che non c’è affatto un diritto penale minimo – e lo sappiamo, non è questo dato che ce lo evidenzia – ma c’è un diritto penale che si espande nelle sue varie articolazioni, sia come fattispecie di reato sia nelle applicazioni concrete. Quindi dovremmo leggere con favore un dato che porta a un aumento esponenziale delle misure di comunità, come si dovrebbero più correttamente chiamare per tutti, e non solo per i minori, perché non è una questione semantica, ma chiama in causa la comunità come attore sociale che deve misurarsi con il reinserimento di una persona. Invece “misure alternative” evoca sempre l’idea di qualcosa che somiglia molto a quello da cui si è venuti via, cioè la pena piuttosto che una probation vera e propria.

In sintesi, guardando complessivamente alla storia del sistema della giustizia e del carcere italiano, questo non è un momento nel quale si sta riducendo il ricorso allo strumento del controllo penale.

Direi proprio di no.

Cito da un recente articolo di Damiano Aliprandi su “Il Dubbio” su carceri e Recovery plan: “[…] il prestito di libri e riviste e la gestione della biblioteca dell’istituto e la redazione di un giornale interno […] vanno nella direzione di favorire l’interiorizzazione di valori”. E ancora, includendo oltre alle attività culturali e ricreative anche quelle religiose: “Sono attività importanti non solo in termini identitari ma anche perché costituiscono una occasione di interiorizzazione o consolidamento di valori di senso per la propria vita”. Il valore (valore morale) ricorre in tanti discorsi sul carcere. È una categoria del diritto? Cosa ne pensi dal punto di vista giuridico?

Dovremmo intenderci. Io credo nella cultura dei precetti. La giustizia riparativa – di nuovo – lavora sui precetti. La sua funzione anche di prevenzione è indubitabile perché attraverso l’esperienza dell’incontro si acquisisce consapevolezza del disvalore del proprio agito, che viene restituito dalla vittima, dalla vittima aspecifica, da gruppi di comunità etc. Ovviamente non sempre funziona, io parlo di quando le cose vanno bene. Nel comprendere il disvalore della propria azione la persona si misura non con la sanzione, ma con il precetto. Quindi la risposta alla tua domanda è sì. Poi il diritto non parla di valori, parla di beni giuridici, però se ci intendiamo sul concetto la risposta è sì. Tutt’altra questione è se noi intendiamo il valore come qualcosa da introiettare in una comunità che crede molto poco all’uomo, al più eroga servizi e non è capace di interrogarsi su come quei servizi vengono erogati e ricevuti e quale tipo di esperienza valoriale se ne ricava. Eppure nell’Ordinamento penitenziario è previsto che si lavori sulla comprensione del disvalore della propria azione. E si tratta di un percorso.

Un percorso che secondo qualcuno non dovrebbe compiersi negli istituti penitenziari. L’esperienza della chiusura e del distanziamento sociale dovuti alla pandemia dovrebbe aver reso chiaro che la limitazione della libertà di movimento comporta l’impedimento, almeno di fatto, a esercitare altri diritti. Lo abbiamo visto con il diritto all’istruzione, per esempio, ma anche con quello al lavoro o all’espressione del voto. L’incompatibilità sembra insanabile e alcuni, non da oggi, chiede l’abolizione del carcere. Altri vedono una terza via nella giustizia riparativa. Può essere questo il futuro della giustizia in Italia?

No. Lo dico da studioso attento del tema, che crede moltissimo nella sua vis espansiva. Non tutto è mediabile. Non perché vi sia preclusione per titolo di reato, ma perché la giustizia riparativa non si può imporre. Si media all’insegna dei precetti. La giustizia riparativa non può essere alternativa al diritto penale, ma io credo moltissimo nella sua potenzialità. Vincerà le resistenze. Non credo all’abolizione del carcere, che peraltro dovrebbe contenere un decimo, un ventesimo delle persone che ci sono adesso. Diverse decine di migliaia di persone sono dentro un range di pena che consentirebbe le misure alternative ma non escono per mancanza di risorse sociali, economiche etc. Il carcere è certamente una discarica sociale, dentro cui però c’è anche una minoranza significativa di criminalità organizzata.

Quando parliamo di overcrowding e ne denunciamo la presenza lo facciamo guardando alla lesione dei diritti primari delle persone detenute, della dignità anzitutto, e anche perché il sovraffollamento impedisce la fruizione di quelle occasioni trattamentali che migliorerebbero la vita intramuraria e favorirebbero l’uscita. Fra gli abolizionisti ci sono persone che predicano l’irrealizzabile oggi. Non so se domani lo sarà. Io ho un arco temporale di vita limitato… E quindi mi interesserebbe migliorare le cose oggi. Certo, i rivoluzionari hanno uno sguardo lungo. Forse a vent’anni ero fisiologicamente più rivoluzionario. Oggi, a cinquantacinque, lavoro per migliorare non un po’, ma sostanzialmente le cose. Alla rivoluzione ci penserà qualcun altro.

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La pena della lettura https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-pena-della-lettura/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-pena-della-lettura/#respond Wed, 29 Sep 2021 08:10:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49299 La prima di una serie di interviste di Giada Ceri a persone impegnate nell'ambito penitenziario per capire se e come la "cultura" possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale.

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di Giada Ceri

Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Stefania Amato, uscita sul numero 274 di “Una città”. Si tratta  della prima di una serie di interviste a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Il progetto, già in atto in Brasile, di fare del libro uno strumento per il recupero del detenuto: 4 giorni di riduzione della pena per ogni libro letto, con un massimo di 48 giorni all’anno; un modo per rendere concreta l’idea che “la cultura libera” in un mondo in cui, non solo in carcere, l’analfabetismo di ritorno cresce; le limitazioni del 41bismarrivate al numero di 750, diverse delle quali riguardano la lettura. 

Giada Ceri: Il Reembolso através da leitura, possiamo partire da qui: un programma di recupero avviato in alcuni Stati del Brasile a partire dal 2012 che prevede uno scambio tra la persona detenuta, autorizzata dal giudice in base al reato che ha commesso, e l’amministrazione penitenziaria. Questa “pena della lettura” prevede che la lettura di un libro venga ricompensata con quattro giorni di sconto della pena, fino a un totale di quarantotto giorni in un anno. La notizia del Reembolso è arrivata anche in Italia e ha suscitato reazioni diverse. In ogni caso può servire a discutere e mettere alla prova tanti luoghi comuni sulla “cultura che rende liberi”.

Stefania Amato: Qualcuno ci ha già provato, senza successo: liberarsi attraverso la cultura, letteralmente, oltre che letterariamente. Scintille di questa idea si accendono qua e là, ma per ora subito si spengono. Eppure è talmente ovvio: ce lo hanno ripetuto fin dall’infanzia che per imparare a scrivere, a parlare, a comunicare, in una parola a esistere nel mondo, dobbiamo prima imparare a leggere. E quanto bisogno c’è, di comprensione del mondo, nel mondo annullato del carcere, di raccogliere vite deragliate tentando un’instillazione di senso, indicando un percorso vero, e non solo immaginato, come impone l’articolo 27 della Costituzione. Purtroppo l’esperienza del carcere, vissuta da operatori, da volontari, da avvocati, racconta che una grande parte dei detenuti non dispone delle basilari abilità linguistiche, non maneggia la lingua italiana, scritta e parlata, se non a un livello elementare. E non mi riferisco solo ai tanti detenuti stranieri: spesso anche quelli italiani trovano difficoltà anche solo nel firmare per ricevuta un atto giudiziario.

Eppure, quanto meno prima della pandemia, sia pur in maniera disomogenea e discontinua le carceri italiane ospitavano molte attività culturali, corsi di scrittura, laboratori di lettura e così via che se, a mio avviso, contribuiscono ad alimentare una certa retorica sui presunti effetti ricreativi e riabilitanti della cultura, presentano anche alcuni elementi di utilità. Per esempio, e non è cosa da poco, fanno entrare in carcere il mondo di fuori – penso, per esempio, al volontariato penitenziario – rendendo meno chiusa un’istituzione che altrimenti rimarrebbe priva di osservatori che costringono, diciamo così, l’istituzione totale a limitarsi nell’esercizio del proprio potere. E poi quelle attività permettono alle persone detenute di uscire dalla cella… L’importante è essere consapevoli di quello che si sta facendo quando appunto si fa “cultura in carcere”.

Capita spesso che, nelle ore vuote e interminabili, il detenuto si trovi in mano un libro e decida di addentrarsi nella storia che contiene, restando magari agganciato all’intreccio, affascinato dal protagonista, stregato dal mondo che si apre attraverso le pagine. Oppure che sia invogliato dall’educatore di turno a partecipare a un laboratorio di lettura: sempre meglio che starsene sdraiato sul letto nei tre metri quadrati di spazio a disposizione che (finalmente) le Sezioni unite della Cassazione hanno detto dover essere netti, non si conta il letto a castello.

Il Reembolso parte da un’idea di scambio in qualche modo strumentale ma esplicito, che porta alla luce del sole l’obiettivo, legittimo, per carità, e comprensibile, di vedere ridotto il proprio periodo di pena da parte del detenuto. Non diversamente da quanto succede adesso con la liberazione anticipata, che è quell’istituto per cui a fronte, in teoria, di una condotta corretta in carcere, associata ad una partecipazione attiva al percorso di rieducazione, si ha lo sconto di quarantacinque giorni ogni sei mesi di pena. In pratica, per quello che purtroppo vediamo tutti i giorni, si tratta quasi di un automatismo. Ci si basa sul fatto che il detenuto non ha avuto rapporti disciplinari, quindi non ha aggredito nessuno, non si è fatto sanzionare disciplinarmente, per cui automaticamente gli vengono dati quarantacinque giorni. In realtà è difficile vedere una valutazione del magistrato di sorveglianza che concede il beneficio prestando attenzione alla partecipazione concreta del detenuto alla rieducazione. I magistrati di sorveglianza non hanno il tempo per questo, perché i detenuti sono troppi e non ci sono gli strumenti, non ci sono i mezzi anche umani perché si possa davvero vagliare questo aspetto. Non ci sono i numeri per un’effettiva rispondenza alla ratio dell’istituto della liberazione anticipata. Questo è quello che noi vediamo in concreto. Poi ci sono le eccezioni, vediamo detenuti che si attivano e partecipano con convinzione alle proposte trattamentali. Però diciamo che la media è piuttosto piatta. Se mi passi il termine.

Concordo, sulla base della mia diretta esperienza. D’altra parte non mi è mai capitato di leggere o di sentire i conduttori di un corso per esempio di scrittura affermare la bontà di quello che fanno perché “almeno veniamo a rappresentare un pezzetto del mondo” o perché “i detenuti hanno la possibilità di uscire dalla cella almeno un paio d’ore”… Mi viene in mente Walser, che dopo l’internamento a Herisau rifiuta ogni forma di scrittura perché, diceva, lui non si trova lì per scrivere ma per fare il matto. La libertà, dice, è il solo terreno sul quale uno scrittore può essere produttivo.

Bisogna partire da un dato di realtà. Io faccio l’avvocato, assisto tanti detenuti, e vedo il livello di scolarizzazione. Non parlo solo degli stranieri, parlo anche degli italiani. L’analfabetismo di ritorno è qualcosa che riscontro spesso. Persone che magari hanno anche un diploma di scuola media inferiore ma non sono in grado di scrivere, scrivono a fatica il proprio nome. Io incontro persone tutt’oggi, nel 2021, che firmano con il crocesegno. Esistono. Ci sembra una cosa incredibile ma è così. Oppure incontro persone che se dici Questi sono gli atti del suo processo, glieli lascio così intanto se li guarda, se li legge, ne parliamo insieme, dicono che non sono in grado di leggere e comprendere degli atti processuali, e prima ancora un testo scritto. Quindi partiamo da qui nell’ipotizzare scenari possibili e futuri.

Il Reembolso può valere allora come una provocazione per ragionare in modo più ampio sul mondo deprivato del carcere, che ormai da anni è divenuto, secondo la definizione che dette Alessandro Margara, una discarica sociale. E una cartina di tornasole della società, come sostengono alcuni. Quello che hai detto sull’analfabetismo lo conferma: in Italia il 28% della popolazione fra i 16 e i 65 anni, secondo l’ultima indagine Piaac-Ocse, sa leggere ma non capisce quello che legge. C’è insomma una convergenza in tutto questo, cioè da una parte una collettività che è sempre più incapace di comprendere (la lingua, e da qui il resto) e, dall’altra, un carcere che diventa sempre di più albergo degli ultimi, italiani e non. Ora, dall’inconsapevolezza del fatto che ci sono delle regole nella lingua italiana all’ignoranza delle regole che ci sono nella convivenza civile il passo non è così lungo, eppure si insiste molto sul valore riabilitativo del lavoro e poco sull’istruzione. Allora anzitutto si tratta di capire se quello all’istruzione, e più in generale alla “cultura”, è un diritto che di fatto vale davvero per tutti, fuori dal carcere e dentro. Recentemente l’autorità giudiziaria ha vietato a un detenuto al 41 bis nel carcere di Viterbo l’acquisto di un libro scritto da Marta Cartabia (già presidente della Corte costituzionale e attuale ministro della Giustizia) e dal criminologo Adolfo Ceretti.

Questa vicenda si inquadra nel grande tema della “sicurezza”, sotteso al 41-bis. Si tratta, nonostante l’attenzione dei media, di una landa semisconosciuta ai più. Tutti sanno che si tratta del “carcere duro per i mafiosi”; pochi conoscono la sterminata serie di restrizioni pratiche che questo tipo di regime penitenziario comporta, gran parte delle quali poco ha a che vedere con la finalità del regime speciale. Si va dalle limitazioni dei contatti con l’esterno, utili a impedire la prosecuzione dei rapporti con le organizzazioni criminali di appartenenza, a prescrizioni sul numero di matite che è possibile tenere in cella, sul numero e dimensione delle fotografie dei propri cari, sul numero di bottigliette d’acqua, solo per fare alcuni esempi. Il 41-bis è stato concepito, dopo le stragi di mafia dei primi anni ’90, per isolare i detenuti più pericolosi, tagliando loro ogni contatto con le realtà criminali di provenienza. Doveva essere una norma emergenziale e transitoria: dopo trent’anni, invece, rimane e produce situazioni al limite del surreale, come quella che hai ricordato. Una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia del 2 ottobre 2017 ha raccolto e ordinato in modo capillare le regole della vita quotidiana dei detenuti sottoposti al regime speciale (ve ne sono circa 750). Quanto alla ricezione di libri, giornali e riviste periodiche, è stato ribadito il rigoroso divieto di riceverli dall’esterno. Per comprendere quanto accaduto e per affrontare il tema “libri in carcere”, occorre innanzitutto prendere atto di una pronuncia recente della Corte Costituzionale, che ha riguardato proprio la legittimità dell’imposizione di quel divieto con un atto amministrativo (non con una legge): la sentenza n. 122 del 2018. Con quella pronuncia è stata risolta una questione di legittimità costituzionale, promossa dal Magistrato di sorveglianza di Spoleto, che riguardava i libri e, appunto, i detenuti al 41-bis. Il divieto era stato sottoposto all’attenzione della Corte Costituzionale con un dubbio di contrasto, tra l’altro, con il diritto di libera manifestazione del pensiero, nell’accezione del diritto ad informarsi (articolo 21 della Costituzione), con il diritto allo studio (articoli 33 e 34), con quello di libertà della corrispondenza (articolo 15). Era stata invocata un’attenzione particolare per la natura del tutto peculiare dell’oggetto-libro e per il significato che può assumere lo scambiarsi libri con persone appartenenti al proprio orizzonte affettivo. Nell’ordinanza il magistrato si soffermava sull’utilità dell’oggetto libro dal punto di vista umano: “Se per chiunque il rapporto fisico con un libro che sia stato letto o anche solo acquistato da un congiunto rappresenta un valore e la manifestazione di un legame, la cui esperienza è comune e ci deriva da un bagaglio socioculturale che affonda nei secoli della nostra tradizione, di tal che la necessità di conservare nel tempo i libri dei nostri familiari è generalmente posta per importanza tra quelle più stringenti, per un detenuto, già tanto deprivato di ogni rapporto fisico con i propri familiari per giuste ragioni di prevenzione del pericolo di passaggio di ordini, informazioni relative alla vita dei gruppi criminali, ciò acquista un significato tutto peculiare e costituisce un residuo di umanità”. E dunque: il libro come succedaneo di una umanità tarpata all’interno del carcere.

La risposta della Corte è stata negativa: il libro è un oggetto potenzialmente pericoloso, può essere veicolo di messaggi illeciti; il detenuto può acquistare libri o riviste solo attraverso i canali penitenziari. Nel caso di Viterbo, tuttavia, il diniego ha lasciato un po’ tutti di stucco.

L’autorità giudiziaria lo ha motivato dichiarando che il possesso di quel libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio aumentandone il carisma criminale. Ora, a parte la questione dei privilegi che esistono di fatto anche in carcere e che si potrebbero affrontare entrando seriamente nel merito, sappiamo che la persona detenuta dovrebbe reinserirsi nel contesto sociale sulla base di una “osservazione scientifica della personalità” condotta dall’amministrazione penitenziaria. Ora, in carcere si è sempre sotto lo sguardo di qualcuno – educatore, agente, volontario. Che genere di personalità può venire fuori in una condizione così poco naturale? Mi sembra che ci muoviamo in una zona opaca, tutt’altro che scientifica. E torno qui al carisma criminale.

È uno degli aspetti che sempre viene evocato. Nel caso di Viterbo tutti hanno puntato subito l’attenzione sull’importanza del libro ma soprattutto sull’autorevolezza degli autori, l’attuale ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte costituzionale e Adolfo Ceretti, è un criminologo di fama assoluta, oltretutto impegnatissimo sul fronte della giustizia riparativa. Il libro parla di questo, Un’altra storia inizia qui, parte dal magistero del cardinale Martini per parlare di altre ipotesi di giustizia riparativa, alternativa, quindi sembrava un libro “buono”, diciamo così, un libro da leggere, un libro assolutamente al riparo da qualsiasi ipotesi di inadeguatezza. Tutti hanno detto questo: l’amministrazione si tira un po’ la zappa sui piedi, diciamo così, impedendo che un detenuto acceda a un libro così buono, così importante. Però questo può suggerire una riflessione ulteriore rispetto a quella dell’assurdità in sé del fatto che venga impedito a un detenuto di scegliere che libro vuole leggere. Non dimentichiamo che l’articolo 19, ultimo comma dell’ordinamento dice che è favorito l’accesso alle pubblicazioni contenute nelle biblioteche degli istituti penitenziari con piena libertà di scelta delle letture, quindi è normata la libertà della scelta del detenuto di leggere quello che vuole con il solo limite che sia a disposizione della biblioteca del carcere. Per i detenuti non a regime di 41-bis c’è anche la possibilità di procurarsi i libri in altro modo, acquistarli dall’esterno o farseli mandare.

Ecco, a proposito dei “buoni libri”, di cui ha parlato anche un ex dirigente dell’amministrazione in un articolo recente in cui peraltro criticava la scelta del divieto fatto a quel detenuto: la bontà è una categoria giuridica? Siamo in uno Stato di diritto o in uno Stato etico? Cosa accadrebbe se un detenuto chiedesse di leggere le Bagatelle per un massacro, oppure Mein Kampf? Mein Kampf lo possiamo anche mettere tra parentesi, magari, ma Céline?

Céline, be’… Premesso che secondo me i buoni libri sono solo quelli scritti bene, non posso che essere d’accordo. L’operatore penitenziario che stigmatizza il divieto come uno sbaglio perché non si è compreso quanto buono era quel libro e quanto avrebbe fatto bene a quel detenuto in realtà a me sembra un’espressione del più deteriore paternalismo e di una visione eticizzante inaccettabile da parte di uno Stato che si arroga il diritto di affermare ciò che è buono e non è buono da leggere.

Si tratta quindi di capire anche che cosa c’è nelle biblioteche dei penitenziari. Quali libri sono benvenuti? I gialli? Lì ci scappa quasi sempre il morto ammazzato, d’accordo, però in genere poi c’è il detective che fa giustizia. Ma cosa accade con libri nei quali emergono temi che nell’istituzione totale ancora oggi creano disagio e magari scandalo? Libri che potrebbero turbare o creare occasioni, diciamo così, di disordine interno?

Circa la formazione e arricchimento delle biblioteche degli istituti, qualche anno fa, insieme a tanti colleghi della camera penale di Brescia e ai magistrati del nostro tribunale, avevamo deciso di fare una donazione di libri alle due biblioteche dei due istituti che abbiamo a Brescia. Si trattava di libri sia usati sia nuovi che chi voleva poteva raccogliere e regalare. Però non abbiamo potuto fare una donazione diretta, cioè portare agli istituti i libri che, materialmente, fisicamente, insieme ai magistrati avevamo raccolto. Abbiamo dovuto appoggiarci al circuito bibliotecario provinciale, perché le due biblioteche, almeno da noi è così, sono inserite nel circuito provinciale, quindi abbiamo fatto riferimento a un centro di raccolta a livello della provincia e li abbiamo portati lì. Dal centro i libri sono arrivati agli istituti e poi con le direzioni abbiamo avuto un’interlocuzione, ci hanno ringraziato, però io ho motivo di ritenere che si sia fatta una selezione a livello di direzione di concerto con l’incaricato della gestione della biblioteca, che, secondo quanto prevede l’ordinamento penitenziario, è affidata a un educatore.

Diciamo che c’è un criterio. L’unico criterio rinvenibile nelle norme, almeno che io sappia, è quello del pluralismo culturale. Una norma del regolamento dell’ordinamento penitenziario, il dpr del 2000, parla di scelta dei libri e dei periodici da acquisire alla biblioteca degli istituti realizzata con un’equilibrata rappresentazione del pluralismo culturale esistente nella società. Che è un’ottima indicazione di base, però sicuramente non dà ulteriori specifiche, e ci mancherebbe che ne desse, nel momento in cui si prevede la libertà di scelta dei libri da leggere. Il tema del chi decide cos’è “buono” e su quali basi non è irrilevante.

Un articolo di Manconi uscito recentemente su questi temi faceva riferimento alla vicenda del detenuto al 41-bis cui era stata respinta la richiesta di acquistare una rivista pornografica. Qui si apre tutto un ambito molto sensibile, che è quello della sessualità, del diritto all’affettività in carcere, un tema estremamente delicato e importante, e anche attuale, che era stato oggetto anche dei lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale e su cui c’è ampia riflessione. Perché obiettivamente in Italia viviamo, i detenuti vivono una situazione, da quel punto di vista, di menomazione di un diritto basilare e fondamentale che è quello alla sessualità, che è inaccettabile. A mio avviso e ad avviso di molti. E questo è un problema che dovrà essere affrontato e risolto, prima o poi. Laddove si parla di libri che investono quella sfera l’attuale situazione sicuramente mi porta a pensare che non sarebbero ammessi.

Sul carcere italiano e sul sistema della giustizia nel nostro Paese pesa ancora, mi pare, una dimensione paternalistica. La nostra appare una giustizia moraleggiante e sostanzialmente retributiva. Penso ai lavori cosiddetti socialmente utili, che peraltro lasciano aperta la domanda: quali sono i lavori socialmente inutili? Ce ne sono di socialmente inutili? La logica della giustizia riparativa potrebbe aiutarci a uscire da questa dimensione per cui si cerca di trasformare il detenuto in un buon detenuto e poi il buon detenuto in una brava persona.

La giustizia riparativa, che ha in Italia delle applicazioni ancora molto limitate, soprattutto in ambito minorile, comporta un ribaltamento di prospettiva, per entrare in un’altra dimensione, che è una dimensione dove l’aspetto utilitaristico, strumentale, diciamo così, del raggiungimento di uno scopo da parte dell’autore di reato, è proprio messo da parte. Sicuramente una prospettiva dirompente. Pensando alla “pena della lettura” annunciata nell’aprile 2013 dalla Corte di giustizia dello Stato di San Paolo e a una sua possibile importazione in Italia, penso che i libri e la cultura potrebbero essere utilizzati non tanto come strumento per ottenere qualcosa, ma come mezzo per creare un contatto, perché la giustizia riparativa quello fa, mette a contatto e a confronto autori e vittime di reato, con un mediatore ovviamente esperto che facilita lo scambio e l’incontro. Nell’esperienza della giustizia riparativa il libro, l’esperienza culturale, l’insegnamento, l’apprendimento, il percorso di studio si porrebbero come una specie di perno attraverso il quale far ruotare la riflessione, perché l’importanza dello scambio sta nella comprensione che anche la vittima promuove e provoca nell’autore di reato rispetto al male che ha fatto, al dolore che ha causato, alla ferita che ha provocato in un’altra persona. Per far capire l’entità di questo male può venire dalla vittima l’indicazione di un testo, per esempio letterario, che parli di questo, parli di dolore, di strappi, di ferite. Questo può servire all’autore di reato per fare un passo avanti nel percorso di comprensione dell’altro, potrebbe essere uno spazio nuovo per la lettura, per il libro, per la cultura.

Nel 2014 l’allora assessore alla Cultura della Regione Calabria presentò una proposta di legge che prevedeva l’istituzione di un corso di lettura e analisi critica per i detenuti inquadrato entro una concezione non punitiva ma rieducativa della pena e fondato su questo assunto: chi legge conosce più parole, e chi ha più parole ha più idee; possedere più idee significa avere una visione del mondo, e qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo riesce a distinguere il bene dal male. Dunque non basta essere cittadini rispettosi della legge? Il carcere deve renderci anche delle “brave” persone?

Posso esprimerti la mia personale convinzione su ciò che il carcere non deve fare: annientare la dignità del detenuto, soprattutto quello che parte, per storia personale, con lo svantaggio di strumenti culturali limitati. Questo non gli impedisce, spesso, di custodire un sé una carica di umanità esplosiva che, quando si traduce in desiderio di conoscenza e trova una guida adeguata, può rivoluzionare la vita “dentro” e, al momento giusto, “fuori”.

Be’, che dire? Concluderei suggerendo a tutte le direzioni delle carceri di introdurre nelle biblioteche Il vagabondo delle stelle di Jack London.

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Fase Due https://minimaetmoralia.it/arte/fase-due/ https://minimaetmoralia.it/arte/fase-due/#respond Mon, 13 Jul 2020 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43747 Questi testi sono apparsi su “Artribune”, in forma diversa, all’interno della rubrica inpratica tra il 25 maggio e il 15 giugno. In copertina: Alessandro Bulgini, “Opera Viva – Foresta casalinga” (2020). * Fase Due: tutto sembra tornato come prima – ma tutto è cambiato, in realtà. Le disposizioni, il modo in cui la gente si muove, […]

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Questi testi sono apparsi su “Artribune”, in forma diversa, all’interno della rubrica inpratica tra il 25 maggio e il 15 giugno. In copertina: Alessandro Bulgini, “Opera Viva – Foresta casalinga” (2020).

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Fase Due: tutto sembra tornato come prima – ma tutto è cambiato, in realtà.

Le disposizioni, il modo in cui la gente si muove, i ritmi, i percorsi, le indicazioni, le frecce disegnate o incollate per terra, le distanze, i pannelli di plexiglas. Parecchie di queste cose sono qui per restare: anche, e forse soprattutto, quelle immateriali. Cioè quelle più impalpabili, che hanno a che fare maggiormente con scelte e comportamenti.

Fin dall’inizio di questa emergenza, mi pare che siamo stati abituati a pensare, a credere che si trattasse solo di una parentesi, spiacevole, scomoda (terribile in alcuni casi), ma al termine della quale si sarebbe ripristinata, pressoché in tutti i suoi tratti, l’esistenza precedente. Con i suoi riti, i suoi impegni, le sue esigenze. Il suo tempo.

E invece, proprio quella della temporalità è stata come abbiamo visto la prima – e principale – dimensione ad essere modificata in profondità da questa nuova situazione (per la verità, anche lo spazio non è più lo stesso: si è come ristretto, appare molto più limitato e prezioso). Nonostante tutti gli sforzi e i tentativi, il tempo non torna quello di prima. Il vecchio tempo è stato sostituito.

A mano a mano, ci siamo dovuti rendere conto del fatto che la parentesi non era una parentesi, e che non si sarebbe conclusa; eppure, qualcosa dentro di noi ci impedisce ancora di elaborare completamente queste informazioni, e resiste con ostinazione.

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Fase Due: i bar e i ristoranti sono pieni, la gente affolla le strade… Qualche mascherina qui e lì (magari appoggiata sotto il mento o attaccata a un orecchio), ma tutto sommato gli “assembramenti” sono ovunque.

Intanto, nel mondo dell’arte, Art Basel annuncia l’annullamento dell’edizione 2020, dopo il rinvio da giugno a settembre, e miart sarà solo online; è il preannuncio forse di altri rinvii, di altre cancellazioni e disdette? Sta di fatto che la strategia maggioritaria intravista finora nel sistema dell’arte contemporanea  sembra essere piuttosto “attendista”. Si rimanda, si temporeggia, nella convinzione o nella speranza che – prima o poi – tutto torni nei ranghi.

Il problema è che, al di là dei desideri e delle convinzioni dei singoli, l’amplificatore che è il virus, che è l’“emergenza”, agisce anche sulle opere d’arte e sul modo di farle vedere (le mostre, le fiere, ecc.). Voglio dire che nonostante tutti gli sforzi non sembra possibile tornare al “come prima”, a fare le cose dell’arte come prima. Per un semplice motivo: tutto è invecchiato alla velocità della luce. Quasi istantaneamente.

Per quanto ci proviamo, per quanto ci illudiamo, non possiamo scacciare questa sensazione di obsolescenza. Rimettere il genio nella lampada non è pensabile, non è praticabile. Il che non vuol dire, ovviamente, che oggi o nel prossimo futuro non ci saranno tentativi anche piuttosto efficaci e ben congegnati di ignorare del tutto questa nuova situazione, di fare come se nulla fosse accaduto. Di pretendere, cioè, che l’opera – e il suo autore, l’artista – si comportino esattamente come qualche mese fa, come qualche anno fa. Ma ciò che scorre sotterraneamente è qualcosa che ha a che fare con la percezione: cambia lo sguardo, il punto di vista. L’attenzione.

Si può continuare, certo, a “fare finta” – ma esiste uno scarto, uno slittamento. Che è più difficile aggirare o scavalcare.

***

Anche prima – nel famoso prima – il modo in cui la maggior parte delle opere era concepito, realizzato, fruito era abbastanza obsoleto. Sganciato rispetto al tempo che stiamo vivendo. Solo che adesso questo processo, proprio come gli altri, tende ad emergere in maniera più evidente.

Qualunque sistema che si fonda sull’esclusione, sulla paura dell’altro, del contatto con l’altro – del “contagio” – è destinato a morire, dunque. È già morto nei fatti. Perché è immobile, sclerotico, poggiato sulla continua riaffermazione e reiterazione dei medesimi codici. Un sistema – anche artistico e culturale – che usa regolarmente il sopruso, la prevaricazione, il classismo, lo sfruttamento (tutte varianti del disprezzo) non può essere vivo e significativo, perché rifiuta la disposizione al cambiamento, vale a dire la disponibilità a lasciarsi trasformare. Invadere.

E così, un’opera che non sia autenticamente democratica, intelligentemente popolare, e che non preveda di costruire una relazione attiva con il proprio contesto di riferimento – un’opera che in fondo disprezza il suo interlocutore – appare oggi molto più vecchia e superata rispetto a qualche mese fa.

Improvvisamente, non è un’opera contemporanea.

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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/ https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/#comments Wed, 02 Apr 2014 22:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19773 [Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

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[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

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Intervista a Tullio De Mauro https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/#comments Tue, 03 Apr 2012 12:53:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7328 L'intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

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L’intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

Ma cominciamo dall’inizio, Professore. Il suo ultimo libro (Parole di giorni un po’ meno lontani, il Mulino) è un intreccio di ricordi linguistici dominato da maestri, insegnanti, professori, scuole, licei, università. Partiamo dalla scuola, allora.
La scuola è un «corpaccio» così grosso e forte che può prendere colpi e cazzotti, può subire tagli e riduzioni, ma resiste. Non che siano stati poco gravi i colpi inferti. Ma la scuola si assesta e va avanti. Porta risultati e profitti. Anche se i genitori a metà anno devono procurare la carta igienica.

E l’Università?
È stata fatta a pezzi. Oltre ai tagli dei finanziamenti, sono due le mosse che sembrano studiate per distruggerla. La prima è una norma: ogni cinque professori che vanno in pensione se ne chiama solo uno. Questo significa che si stronca il funzionamento delle facoltà. Se vanno in pensione un archeologo, uno storico medievale e uno moderno, un glottologo e un italianista, io chi chiamo? Cinque lavori molto diversi. Quattro li elimino. Quali? E perché? Ma vede, c’è un altro problema enorme. I professori oggi passano il loro tempo a studiare normative che richiedono continui adempimenti. Da tre anni sono letteralmente sommersi da regolamenti complicati, di incerta interpretazione e che si accavallano gli uni sugli altri costringendoli a un lavoro del tutto estraneo al loro mestiere. Walter Tocci, uno dei rarissimi parlamentari che si occupano della questione, ha calcolato che la cosiddetta riforma Gelmini richiederà diecimila norme tra regolamenti attuativi del Ministero e dell’Università. Insomma, si è scatenata, a ragion veduta, una tempesta burocratica. Il risultato è il coma dell’Università pubblica. Un giorno qualcuno se ne accorgerà. Forse la mitica Europa? Comunque, la ricostruzione sarà durissima.

I centri di ricerca invece in che condizioni sono?
Si salvano i fisici che hanno creato un’oasi. Per il resto l’atrofizzazione dei centri ha portato alla dispersione o all’ammazzamento di ricercatori giovani. E qui i danni non si riparano facilmente. Rispetto al “corpaccio” della scuola, per la ricerca parliamo di corteccia cerebrale. Lesioni irreparabili dunque. C’è poco da essere ottimisti.

Il nuovo governo non lascia sperare?
Si deve puntare sulla produttività, questo è evidente a tutti. Perché, diversamente, gli sforzi compiuti ora saranno inutili. Sono sorpreso che non si stia lavorando a un progetto a lungo termine. Esistono analisi dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia che, assieme al parere di molti economisti come Tito Boeri o Luigi Spaventa, ci dicono chiaramente il motivo del ristagno della produttività: l’insufficiente grado di formazione. Per tenere il passo con le grandi trasformazioni si deve investire su Università e Ricerca. Mi pare che il governo dei tecnici non stia facendo nulla e che nessuno dei politici ne sia consapevole. Soltanto Prodi ne fece una bandiera. Una parentesi brevissima.

Veniamo allo stato di salute della lingua italiana.
La lingua sta bene. Stanno male quelli che la usano. Mi spiego. Siamo riusciti a conquistare la capacità di parlare italiano per il 95 per cento. Non siamo riusciti invece a conquistare la capacità di leggere. Leggiamo poco. Pochi giornali e pochissimi libri. I lettori sono circa un terzo della popolazione. I restanti due terzi non hanno quel retroterra di letture e formazione scolastica che garantiscono un possesso saldo della lingua. Parliamo molto e leggiamo poco. Questo incide sul modo di usare l’italiano. Si va troppo a orecchio. Però la lingua, per conto suo, sta bene.

Il prossimo anno si festeggerà un’altra ricorrenza. I cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita. Di passi se ne sono fatti.
Il progresso è stato enorme. E ora chi parla bene italiano parla con sicurezza molto maggiore. La lingua gira a tutto regime e ne siamo più padroni rispetto alla generazione colta degli anni Quaranta. Questo si vede anche nella scrittura. Chi scrive bene scrive molto meglio. Si è persa quella rigidità, quella pomposità. L’oratoria dei pubblici ministeri, per esempio, era da caricatura

Quanto alla semplificazione della lingua per cui lei si è molto battuto, la sfida è vinta?
Nel parlare e nello scrivere comuni sì. Purtroppo nella comunicazione amministrativa si annidano sacche di oscurità. Le banche innanzitutto. Arrivano malloppi di pagine già materialmente illeggibili perché scritte in caratteri minuscoli. E anche se uno prende una lente, ci vogliono ore per capire. Lì forse un po’ di volontà di lasciare il cliente all’oscuro c’è.

E ci si rassegna.
Qui viene fuori il nostro carattere. Sa, negli Stati Uniti, c’è una normativa sulla chiarezza degli atti rivolti al pubblico di Assicurazioni e Banche. Frutto del coraggio di un cittadino della Virginia che nel ‘70 portò in tribunale un’ Assicurazione. Sostenne che era impossibile, al momento della firma, avere comprensione del cavillo a cui si erano appellati per non rimborsarlo. Sconfitto inizialmente, l’uomo s’impuntò e vinse. Una sentenza che ha fatto epoca. Dovuta all’etica tutta protestante di quel cittadino. Noi siamo diversi. Non sappiamo dire «Io non ci sto». È lontano dalla nostra cultura antropologica.

In che senso?
Dinanzi a una Banca, un Comune, un pezzo di Stato, ci manca il coraggio. È qualcosa che è dentro di noi. Ossia la preoccupazione che vengano a vedere se il balconcino ha troppe piante o se abbiamo le persiane non conformi a qualche regolamento comunale tra i mille. L’idea che un’Autorità pubblica possa, se còlta in fallo, ritorcersi contro di noi è qualcosa che ci portiamo dentro. Ci manca il coraggio protestante del cittadino della Virginia. Preferiamo andare dal potente e chiedere se per favore ci aiuta. È un difetto nazionale. Dovremmo tutti imparare a essere più rigorosi. Verso noi stessi, innanzitutto. Ma anche verso le persone che scegliamo e che paghiamo perché ci amministrino e ci governino.

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Come difendere il valore del lavoro intellettuale e creativo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-difendere-il-valore-del-lavoro-intellettuale-e-creativo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-difendere-il-valore-del-lavoro-intellettuale-e-creativo/#comments Tue, 06 Mar 2012 12:30:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6875 Sul sito La furia dei cervelli è apparso questo contributo alla discussione sullo stato del lavoro culturale in Italia firmato da Sergio Bologna. Lo pubblichiamo in previsione delle tre assemblee a tema che si svolgeranno durante festival «Libri come», 8-11 marzo, all'Auditorium-Parco della Musica: domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento di Bologna aprirà l'assemblea «Il lavoro culturale: la bandella della Magliana», venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee «0,60 a cartella» e «La cassa delle letterature». Vi aspettiamo per discutere insieme di argomenti che ci riguardano. la foto con cui apriamo il pezzo è un'illustrazione di Gipi.

di Sergio Bologna

Dovessi raffigurarmi il paradiso
me lo immaginerei come una biblioteca.
(H. Müller)

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Sul sito La furia dei cervelli è apparso questo contributo alla discussione sullo stato del lavoro culturale in Italia firmato da Sergio Bologna. Lo pubblichiamo in previsione delle tre assemblee a tema che si svolgeranno durante festival «Libri come», 8-11 marzo, all’Auditorium-Parco della Musica: domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento di Bologna aprirà l’assemblea «Il lavoro culturale: la bandella della Magliana», venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee «0,60 a cartella» e «La cassa delle letterature». Vi aspettiamo per discutere insieme di argomenti che ci riguardano. la foto con cui apriamo il pezzo è un’illustrazione di Gipi.

di Sergio Bologna

Dovessi raffigurarmi il paradiso
me lo immaginerei come una biblioteca.
(H. Müller)

A Roma il moto di rivolta dei lavoratori della cultura, dello spettacolo, dei media, è partito col piede giusto. I simboli contano. È cominciato da una biblioteca, dalla Biblioteca Nazionale. Non importa se allora la protesta è riuscita o meno, ma aver scelto una biblioteca come punto di partenza ha avuto il potere di evocare valori universali e contraddizioni importanti della nostra epoca. Cosa viene in mente a sentir dire “biblioteca”, oltre a servizio pubblico, bene comune? Provo a elencare alcune parole-chiave.
Conservazione della memoria, ricerca, silenzio, palestra della mente.
Difficile stabilire una gerarchia, ma conservare la memoria è una funzione essenziale, un cardine della civiltà, la metterei al primo posto. La Biblioteca è il luogo dove sono custoditi, salvati, i documenti con i quali si può visitare il passato e dunque conoscere meglio il presente. Senza biblioteche non c’è storia, senza storia non c’è cultura. Sono luoghi che resistono alla cancellazione permanente insita nel nostro modo di vita.
Ricerca, paziente, ostinata, che avanza passo dopo passo – l’opposto della frettolosa ricerca via Internet.
Educazione della mente, non performance. Riflessione, non prestazione. Ultimo luogo pubblico dove trovi quel bene prezioso, sempre più raro, che è il silenzio.
In una biblioteca non c’è il vuoto degli spazi pubblici inutili, tanto cari agli architetti di certi musei o gallerie d’arte.

1. Il tema di questo dibattito è: lavoro culturale e le sue condizioni di mercato. Come deve ragionare il lavoro culturale per migliorare le sue condizioni, il suo status? O meglio, come dovrebbe ragionare? Le considerazioni che seguono intendono portare un contributo in tal senso.

C’è stato un tempo, quello nel quale si è formata e consumata la mia generazione, durante il quale la condizione del lavoro culturale si giocava sul discrimine tra cultura alta e cultura bassa, cultura di classe e cultura proletaria. Questo tempo è passato – per fortuna forse – ma nel mio modo di pensare di esso è rimasto un residuo da cui non intendo – o forse non posso – sbarazzarmi. Di che si tratta? Della convinzione che 3la cultura è conflitto sociale, se proprio non ci piace il termine conflitto, è pur sempre prodotto di un qualcosa che nella società si muove, cambia, si trasforma. Nel bene o nel male. Non può esserci cultura dove la storia si è fermata, dove tutto tace. Può essere esplicitato o meno questo rapporto, può esserci cultura che nasce da un piccolo tornante della storia e lo ignora, ma consapevolmente. Cultura senza interlocutori, avversari, referenti, non esiste. Cultura autoreferenziale non è cultura.

2. Ma questo tipo di cultura, che è il prodotto di una trasformazione sociale, nasce sempre dal volontariato. È un grosso scoglio, questo, perché è difficile affrontare la condizione economica del lavoro culturale oggi senza riflettere sul senso del nostro volontariato. Come possiamo parlare di tariffe se prima non risolviamo il problema del volontariato? Il nostro volontariato non è riconosciuto come tale, non ha la legittimazione sociale di cui godono i volontariati che si occupano d’infanzia abbandonata o di epidemie. Non rientra nella categoria.

Abbiamo fondato riviste, raccolto una cerchia di collaboratori, organizzato le riunioni di redazione, inseguito gli autori per la consegna dei pezzi, suggerito gli indici, ce le siamo scritte, le abbiamo portate in tipografia, ce le siamo distribuite, ce le siamo pagate, siamo andati in giro a presentarle, ci abbiamo rimesso i soldi che servivano per l’affitto di casa, tanti studenti le hanno prese in mano, sono venute fuori idee per la tesi, hanno cominciato a guardare la loro disciplina in altro modo…. Perché il nostro volontariato non ce lo riconosce nessuno? Perché un tale che raccoglie offerte per la lotta contro la psoriasi è riconosciuto come volontario e noi no?

“Perché quello fa una cosa che serve” – mi si risponde – “voi fate quello che vi piace”.

Non pretendo che mi si dica che il mio lavoro ha un’utilità sociale, mi accontento che mi si iscriva nella lista del volontariato. Avremo diritto a qualche agevolazione. Questo è un punto da approfondire, magari diventa una rivendicazione.

3. Rapporto di lavoro, contratto, retribuzione. E qui c’è la dannazione del lavoro intellettuale a mettere i bastoni tra le ruote. Nel lavoro intellettuale non c’è mai l’alienazione totale, quella che dava all’operaio massa il senso di estraneità assoluta verso il suo prodotto e gli apriva il cervello, lo predisponeva al conflitto, una volta superata la paura e calcolato i rischi. Il lavoro intellettuale non riesce a raggiungere il distacco completo dal suo prodotto, quell’alienazione totale che permette di capire come funziona il mondo. Nel prodotto ci mette una parte, sia pure piccola, di se stesso, pertanto gli riesce difficile odiarlo, guardarlo con occhio estraneo. Parlo del prodotto, non del mestiere. L’orgoglio di mestiere è altra cosa.

Il lavoratore intellettuale, anche se assunto a tempo indeterminato, raramente riesce a costruire un fronte di lotta collettivo, è più probabile che negozi da solo la sua posizione. Il precariato oggi ha reso la negoziazione individuale un fenomeno strutturale. Pertanto riuscire a costruire battaglie collettive è un grande compito, assai difficile. C’è da chiedersi però se partire dal prodotto, dalla prestazione, sia la strada più percorribile. Io penso che le due condizioni, quella del volontariato e quella dell’insufficiente estraneazione, sono dei lacci che legano le mani al lavoro intellettuale nel concepire il conflitto inteso come premessa di un negoziato con la controparte. Perciò proverei ad arrivarci per un’altra strada.

4. Il volontariato che produce cultura come attività extramercato è il vero lavoro di conoscenza, mentre la prestazione conto terzi è cessione di competenza. Proviamo a scindere conoscenza e competenza, un’operazione arbitraria, però proviamo a farlo per chiarire meglio questo passaggio. Ho difficoltà a immaginare un lavoro di conoscenza retribuito o meglio, retribuito per il suo valore. Perciò mi riesce difficile toglierlo dalla sfera del volontariato. Il lavoro intellettuale retribuito è cessione a titolo oneroso di competenze, non è lavoro di conoscenza, tant’è vero che dopo avere fornito servizi competenti non ci sentiamo per niente arricchiti del nostro bagaglio di conoscenze. Abbiamo arricchito il nostro savoir faire, è una cosa diversa, ci siamo meglio attrezzati per erogare lo stesso servizio con minore sforzo, così come l’operaio dopo avere ripetuto lo stesso movimento per cento volte impara a farlo in modo da strappare del tempo per una sigaretta a parità di output. Ma questa situazione che è tipica dello skill non rientra nella sfera del lavoro di conoscenza che per sua natura è un lavoro extramercato, svincolato da un prodotto specifico o anche dal “produrre”, è molto più legato all’”inventare”, all’”innovare”, a rompere gli schemi, a “liberare” e a liberarci. Conoscenza e libertà sono due termini inscindibili, che si possono esprimere anche con una sola espressione “libertà di pensiero”, qualcosa che rimanda all’infinito.

Lo skill invece è sempre circoscritto a qualcosa di finito e quasi di cogente com’è caratteristico di tutte le attività di prestazione conto terzi, ha libertà limitata, è strumentale a un rapporto di dipendenza. Inoltre, la sfera della conoscenza non è mai “specialistica” mentre la competenza deve esserlo.

5. La conoscenza quindi è innervata nella trasformazione sociale ed è per sua natura incompatibile con una mercificazione, non rientra nel classico ciclo marxiano denaro-merce-denaro, è un prodotto del volontariato. Parlare di “lavoro di conoscenza” pertanto non è del tutto corretto, il termine “lavoro” dovrebbe sempre essere associato all’idea del lavoro come merce scambiabile con denaro. Negli ultimi anni si è spesso sentito dire e scrivere: il nostro lavoro non è una merce! Chi ha detto e scritto così pensava forse di difendere la dignità del lavoro, l’intenzione era buona, io penso invece che si debba dire “il mio lavoro è merce, è quello che mi consente uno scambio monetario con cui sopravvivo, scambio che debbo cercare di migliorare a mio favore con il negoziato o con il conflitto”. Distinguendo nettamente l’attività di cessione di competenze a terzi dal volontariato proprio del lavoro di conoscenza.

Se dobbiamo parlare della condizione socio-economica del lavoro culturale oggi, dobbiamo focalizzare il discorso sulla creazione e lo scambio di competenze, il lavoro di conoscenza per ora mettiamolo da parte.

6. Creazione di competenze allora, qui entra subito in gioco il discorso sull’università. L’università fornisce competenze non conoscenza. L’ordinamento universitario, essendo sempre più specialistico e compartimentato, non contribuisce a creare conoscenza né cultura come trasformazione sociale. Quindici anni fa, quando abbiamo iniziato a sistematizzare il discorso sul lavoro autonomo, abbiamo avuto necessità di creare una “Libera Università”, recuperando il significato originario del termine universitas, comunità di persone animate dagli stessi interessi. L’innovazione di pensiero oggi deve liberarsi della macchina universitaria. Oggi è impossibile avere libertà di pensiero nel format della produzione accademica. Dall’economia alla sociologia, alla filosofia, alla letteratura, nelle scienze umane in generale, il format del prodotto accademico è concepito con lo scopo di legittimare la macchina esistente, è un meccanismo autoreferenziale.

7. Dicevamo che l’università fornisce competenze non conoscenza. Però comincio a dubitare che questa macchina sia ancora in grado di fornire competenze. Sicuramente non è in grado di fornire le competenze richieste dal mercato. Non è un problema da poco e poi: come si fa a stabilire se è inadeguata la domanda o l’offerta? Dovremmo dire che è un rapporto di forza, a comandare è la domanda. Qui entriamo nella sfera del mercato del lavoro. Gli studi universitari sono un investimento che l’individuo fa per poter entrare nel mercato del lavoro con probabilità di accedere al suo segmento meno povero. Quindi studia per poter acquisire quelle competenze che gli consentono uno scambio favorevole. In genere pensa al mercato del lavoro del paese dov’è nato, quindi inquadra le sue aspettative in un contesto socio-economico specifico. Come si configura questo contesto oggi in Italia? Non è la sede per fare un’analisi della situazione italiana del mercato del lavoro. Però due numeri, due, potrebbero aiutarci a chiarire meglio il nostro discorso. Sintetizzando al massimo diciamo che il mercato del lavoro si suddivide in due macrosegmenti: il mercato della P.A., dell’impiego pubblico o dell’impiego creato da risorse pubbliche, e il mercato dell’impresa (pubblica o privata non fa problema). Nel primo caso il capitale è dato da trasferimenti, nel secondo da profitti.

8. Il primo è controllato direttamente o indirettamente dalla politica. Per quanta autonomia un funzionario della P.A. possa conquistarsi nei confronti della politica, alla fine questa finisce per prevalere nelle scelte e nell’allocazione delle risorse. Basta pensare proprio al settore della cultura.

Questa situazione produce come effetto la caduta di valore delle competenze, sostituite da altri criteri di scelta del candidato.

Come fare per rimediare a questa situazione? In particolare il lavoro culturale, come fa a conquistare una posizione di maggior potere negoziale con la P.A. se le competenze del singolo, i suoi skill valgono poco o non valgono? (Pensiamo quante volte siamo caduti nell’illusione che presentando un bel progetto, innovativo, avremmo ottenuto un finanziamento!).

Singolarmente si ottiene ben poco, occorre per forza porsi come forza collettiva nel negoziato, occorre costituirsi come soggetto pubblico, come lobby. Ma prima ancora occorre rendere possibile il negoziato costringendo la P.A. a discutere pubblicamente e preventivamente la politica culturale che intende perseguire e la distribuzione delle risorse tra i vari progetti, quella cosa che va sotto il nome di “bilancio pubblico partecipato”. Mi sembra che qualcosa in questa direzione a Roma lo stiate facendo. Alle forze politiche con le quali possiamo dialogare dobbiamo porre questa rivendicazione come scambio politico. Un suggerimento che posso dare è quello di leggere le scelte di politica della cultura all’interno dell’”economia dell’evento” non perché questo è il modo di fare buona cultura ma perché questo è il modo in cui il sistema capitalistico oggi fa cultura, cioè come una leva per mettere in moto risorse che toccano diversi settori della vita economica, dal turismo al mondo assicurativo, senza trascurare un consistente settore artigianale-operaio. Il capitalismo ha creato una filiera e qui sta la sua forza, per contrastarlo o condizionarlo dobbiamo ripercorrere la filiera, decostruirla (rimando al nostro libro “Vita da freelance”, al capitolo sull’economia dell’evento). Per non parlare del problema della partecipazione del capitale privato alla politica della cultura, le cosiddette sponsorizzazioni. Non sono quasi mai concepite come contributo al bene pubblico ma come contributo all’immagine aziendale. Si dovrebbe prenderne di mira qualcuna che finanzia i soliti obbrobri e colpire l’immagine dell’azienda, un po’ nello stile del movimento no logo.

Costituendoci in soggetto pubblico possiamo migliorare la condizione di mercato delle nostre competenze, ne riportiamo il valore su livelli accettabili, ma per far questo occorre tanto lavoro di conoscenza, tanto volontariato. Da soli, individualmente, anche se dotati di competenze relazionali, per così dire, non riusciremmo a migliorare la nostra posizione negoziale.

9. Due numeri sul macrosegmento dell’impresa in generale. In Italia l’impresa da parecchi anni non crea posti di lavoro più di quanti ne distrugga e quei pochi che crea sono, come sappiamo, per l’80% a termine. E se crea posti di lavoro, lo fa prevalentemente in settori stagionali o in progetti a termine (il turismo e l’edilizia sono i più caratteristici di questi). Gli imprenditori dicono che in Italia non si può lavorare, eppure i numeri ci dicono il contrario. Dall’indagine Mediobanca-Unioncamere sulle imprese italiane 2009-2010.

Dalla prima tabella, Indici di sviluppo complessivi, si vede chiaramente che anche nell’ultimo quinquennio, sebbene i fatturati non siano stati insoddisfacenti, è diminuita la forza lavoro. Il fatturato certo non conta molto, sono gli utili che contano. Dalla seconda tabella, Struttura dei conti economici, dall’ultima riga – segnata con la freccia rossa – si può vedere che anche negli anni della crisi, negli anni peggiori, gli utili non si sono azzerati, anzi, e negli anni precedenti sono stati migliori. Non si può continuare a dire che in Italia un’impresa moderna non può lavorare perché i dipendenti costano troppo o che in Italia a fare impresa ci si perde. Quelli che così parlano pensino invece ad investire nelle loro aziende. L’aspetto veramente sconcertante del capitalismo italiano emerge infatti dalla tabella seguente.

È la settima riga quella sulla quale voglio richiamare l’attenzione – segnata con la freccia rossa. L’apporto di capitale da parte degli azionisti delle imprese si è ridotto in maniera drammatica. I nostri capitalisti, tranne in alcune medie imprese, non hanno investito, non hanno reinvestito, sono stati i primi a non credere nelle loro aziende, hanno approfittato di un credito a buon mercato, hanno dirottato i profitti su altri settori (immobiliare soprattutto, prodotti finanziari) o li hanno esportati. L’altra ragione per la quale gli azionisti non hanno investito nelle loro imprese è dovuta ai meccanismi della finanziarizzazione. Chi investe come venture capital dopo tre anni se ne esce dall’impresa con un profitto e lo investe altrove. La Germania oggi ha una situazione economica buona, la disoccupazione è ai minimi perché le aziende tedesche hanno reinvestito anche negli anni della crisi. Molte, a migliaia, sono tornate dall’estero, soprattutto dai paesi dell’est, per ritrovare la qualità della forza lavoro. Questo è anche il risultato di una politica di deregulation del lavoro che dal 2002 ad oggi in Germania ha creato 6 milioni di working poor, situazione in parte tamponata da un welfare abbastanza solido. Ma in Italia non è bastata la deregulation, abbiamo gli stessi working poor, non abbiamo i sussidi per sostenerli, ma la maggior parte del padronato, con un senso civico piuttosto singolare, i suoi profitti li dirotta altrove, contribuendo in tal modo alla stagnazione che ci affligge da parecchi anni. Se ha spostato le aziende all’estero si guarda bene dal riportarle in Italia. Conclusione: le competenze nel settore controllato dalla P.A. valgono poco, nel settore controllato dalle imprese restano inutilizzate oppure vengono prodotte dal sistema universitario in maniera che non corrisponde alla domanda di mercato.

10. È difficile credere che il governo Monti, con la fase 2, quella delle politiche di sviluppo, riesca a cambiare questa situazione mediante le liberalizzazioni oppure mediante la riforma del mercato del lavoro, cioè riesca a convincere gli azionisti delle imprese a fare il loro dovere. Pertanto non c’è molto da sperare nella creazione di posti di lavoro da parte delle imprese. Non hanno investito finora, non lo faranno domani. Le competenze, ammesso che qui valgano di più che nel mercato controllato dalla P.A., resteranno in gran parte inutilizzate. Qui sembra ancora più difficile poter migliorare la situazione, dopo che il sindacato è diventato un’arma spuntata e spesso anzi contribuisce a peggiorare la situazione (perché, invece di irrigidirsi sull’art. 18 i sindacati confederali non si sono irrigiditi sulle norme che possono migliorare la condizione del precariato e sui sussidi di disoccupazione? D’altronde è anche singolare che non esista un movimento di massa dei precari in grado di stringere d’assedio la sede dove le parti sociali discutono la riforma del lavoro, se non ora quando?). Quando parliamo di padronato attenti però a generalizzazioni superficiali. Il capitalismo nostrano, toccati certi limiti di estrazione di plusvalore dalla forza-lavoro, si organizza sempre più in modo che l’impresa maggiore possa sfruttare altre imprese minori lungo la catena di subfornitura. A tutto questo si aggiunge un ciclo dell’economia mondiale non favorevole, che incide sulla parte più dinamica dell’impresa italiana, l’esportazione. La somma di queste cose ci porta a concludere che negli anni prossimi il mercato del lavoro italiano, nel versante delle imprese, non offrirà ai giovani maggiori o migliori prospettive di quelle che presenta oggi. Da noi ci sarebbe da aggiungere come terzo macrosegmento quello dell’economia criminale, che rappresenta una parte dell’economia sommersa. E’ inutile nascondersi dietro un dito, le varie mafie in Italia immettono liquidità nel sistema e sono il terzo datore di lavoro dopo la P.A. e l’impresa.

11. Negli Stati Uniti risulta dagli ultimi dati che il 62% dei nuovi posti di lavoro è prodotto dalle start up, cioè da microimprese nate per iniziativa di qualcuno che si è inventato un lavoro. Può darsi che la politica keynesiana del futuro non sia quella di costruire grandi infrastrutture (modello al quale sembrano affezionati ancora i nostri governanti) ma quello di fornire risorse alle start up. Ma perché questo sia praticabile occorre una drastica redistribuzione delle risorse. Negli USA la riduzione delle spese militari è il passaggio più evidente.

Non escludo che questa tendenza si manifesti anche in Italia. Già da parecchi anni è la microimpresa a creare il maggior numero di posti di lavoro da noi. Ma non si tratta propriamente di start up bensì di attività prodotte dalla scomposizione e frammentazione del ciclo produttivo e distributivo esistente, per consentire quel meccanismo di sfruttamento dell’impresa sull’impresa di cui abbiamo appena parlato, in parte definito come outsourcing. In pratica in che cosa consiste questo meccanismo? Nello scaricare rischi e costi sul fornitore, nel non pagarlo o pagarlo con ritardi drammatici – mentre lui deve pagare i dipendenti a fine mese, le spese vive, gli interessi alla banca che gli sconta le fatture e che alla fine non gli concede nemmeno il fido. Ci sono più suicidi di piccoli imprenditori falliti che di operai licenziati.

Quando parliamo di start up pensiamo istintivamente alle imprese nate negli anni 80 e 90 con la rivoluzione informatica, pensiamo a Silicon Valley, a un lavoro intellettuale di alto livello, al quale non possiamo disconoscere il titolo di lavoro di conoscenza. Sembra però che l’orientamento delle start up americane di oggi vada meno nella direzione del business e più nella direzione dell’Existenzgründung, come chiamavano i tedeschi il lavoro autonomo qualche decina di anni fa, tradotto in parole povere, sono un modo per sopravvivere più che un modo per far quattrini.

12. Torniamo per un momento al problema del lavoro di conoscenza, senza dimenticare però che l’oggetto della nostra riflessione non è una nuova teoria della conoscenza ma un semplice contributo per rispondere alla domanda: come deve (dovrebbe) ragionare il lavoro culturale per migliorare la sua condizione socio-economica oggi? Abbiamo detto che il lavoro di conoscenza è un lavoro extramercato, avente come orizzonte l’infinito, tutto volontario. Ci riferivamo al lavoro di conoscenza che produce valori immateriali, archetipi, prototipi mentali, che produce idee sulle quali si costruisce una mentalità, una capacità di discernimento, un modo di vivere e di concepire le cose, una filosofia di vita, un’etica e dunque una politica. Lavoro di conoscenza è quello che produce valori trasmissibili, riproducibili, idee che possono servire ad altri. Nel lavoro di conoscenza c’è sempre una tensione, una spinta sociale, in esso è sempre presente il moto del dono, quindi è intrinsecamente votato al volontariato.

Ma saremmo ingenui e fuori dal mondo se volessimo isolare totalmente il lavoro di conoscenza dalla natura dell’homo faber. Ricordando Silicon Valley avevamo prima introdotto il discorso sulle start up. Si è verificato allora il fenomeno di una rivoluzione tecnologica prodotta da tanti lavori di conoscenza individuali, nati spontaneamente, che, una volta tradotti in merce, siano essi prodotti materiali o immateriali oppure servizi, hanno creato modi di vita diversi, in parte hanno permesso nuovi spazi di comunicazione e di libertà, in parte hanno creato le premesse per nuove condizioni di schiavitù. Quello che voglio dire è che questo lavoro di conoscenza ha cambiato il mondo nel bene e nel male e ha dato al lavoro cognitivo una legittimazione ed un peso molto rilevanti. Sperare che una stagione simile si ripeta e si ripeta in Italia non mi sembra il caso, però un lavoro di conoscenza in grado di produrre progetti sostenibili e attività che consentano quella sopravvivenza che non sarà più assicurata da una domanda di lavoro o distorta – nel caso della P.A. – o insufficiente, va considerato un obiettivo da perseguire tanto importante quanto l’organizzazione di un conflitto.

13. Qualcuno potrebbe obbiettare a questo punto che c’è una palese contraddizione tra la definizione del lavoro di conoscenza volontario che si misura con l’infinito e il lavoro di conoscenza che produce merci. Certo che c’è contraddizione ma è la stessa insita nel lavoro in quanto tale, nel concetto stesso di lavoro, di cui Marx dice che è doppelseitig, ambivalente, portatore di libertà e del suo contrario, dipendenza. In ogni scelta che noi facciamo è insito un risultato e il suo rovescio. Quella che nasce come impresa sociale può diventare strumento di mera accumulazione, la storia del movimento cooperativo lo dimostra. I rivoluzionari possono diventare i peggiori dittatori. O accettiamo che questa ambiguità, questa ambivalenza, sia intrinseca ad ogni lavoro di conoscenza e ad ogni lavoro culturale, oppure ci trasformiamo in adoratori di una Città del Sole che non verrà mai. Ma questo “realismo” non ci impedisce di affermare che il lavoro di conoscenza al quale noi ci sentiamo chiamati, per nostra vocazione, per nostra scelta, è il lavoro che produce valori universali, trasformazione sociale e sensazione di libertà in chi lo esercita. Dunque volontariato.

14. Se questa fosse la sua unica qualità, non varrebbe la pena parlarne in un contesto dove si trattano problemi in ultima istanza “sindacali”. Non avrebbe senso parlarne qui. Invece credo che abbia senso questo discorso perché il lavoro di conoscenza al quale ci sentiamo chiamati per una spinta etico-intellettuale è quello che oggi meglio consente alla persone di dotarsi delle competenze necessarie a sopravvivere come knowledge worker in una situazione di mercato nella quale, se dovessimo calibrare la qualità e la tipologia delle competenze sulla domanda effettiva delle imprese o della P.A., oggi in Italia, finiremmo solo per ingrossare le fila dei disoccupati o di quei poveretti che se ne stanno chiusi in casa al computer a spedire curricula a tutto spiano. Quello che appare lavoro di conoscenza come missione di volontari è in realtà, tra le altre cose, molto spesso la palestra migliore per dotarsi di competenze “relazionali”, oggi altrettanto utili quanto le competenze “tecniche”. I missionari del dono, considerati degli acchiappanuvole, riescono spesso a dotarsi di competenze spendibili meglio di tante altre perché non sono frutto di un’istruzione standardizzata e codificata ma di un’autoformazione.

15. Concludo con una riflessione che mi è suggerita dall’esperienza che stiamo facendo nella vita associativa di ACTA (Associazione Consulenti Terziario Avanzato). La crisi di mercato delle forme di lavoro dipendente, che ormai è un dato di fatto – ma non è in crisi l’aspirazione degli individui ad un lavoro retribuito regolarmente – ci ha portato a indagare con sempre maggiore attenzione le opportunità del lavoro indipendente o autonomo che dir si voglia. La sua condizione oggettiva, la sua situazione socio-economica, non è migliorata né nel nostro Paese né altrove. Ci chiediamo perché, malgrado questo, il lavoro indipendente continui a crescere soprattutto nelle professioni intellettuali e creative. Può darsi che sia l’effetto di una situazione di necessità: trovando sempre meno chi offre lavoro dipendente a condizioni decenti, si accetta un lavoro autonomo anche a condizioni difficili o indecenti. Potrebbe essere letto così lo sviluppo delle start up negli USA.

Noi però siamo orientati a vedere le cose da un’altra angolatura. Parlando con le persone e soprattutto dialogando con tanti freelance all’estero – il network internazionale è una risorsa indispensabile non solo ad un’associazione ma a qualsiasi knowledge worker – abbiamo notato un forte cambiamento nella mentalità dei lavoratori autonomi delle professioni intellettuali, che sembrano voler uscire dall’isolamento tipico di chi lavora in proprio per cercare sempre di più un modo di lavorare in comune, in spazi condivisi. Il fenomeno dei co-working si sta diffondendo a macchia d’olio nel mondo, sono partiti come una nicchia del business immobiliare, ma sempre più gli utenti chiedono a queste strutture la possibilità a) di creare competenze mediante scambio e integrazione di professionalità diverse, b) di creare community, socialità. Ciò risulta nettamente dall’indagine che è stata fatta in occasione del secondo convegno mondiale del co-working che si è svolto a Berlino nel novembre 2011. Siamo convinti che in futuro questi spazi potranno essere considerati come un servizio sociale. Farlo entrare nella zucca dei nostri Amministratori di enti locali non sarebbe una cattiva idea. Altrettanto importante sarebbe far entrare nella zucca dei nostri governanti l’idea di una politica keynesiana diversa da quella fondata su grandi opere infrastrutturali e orientata invece al sostegno delle start up (superando però l’approccio dei vecchi “incubatori”, che sono nati con l’illusione di creare tante piccole Silicon Valley). In attesa che la nostra azione sia capace di ottenere dei risultati su questo piano, direttamente politico, dobbiamo provvedere noi stessi a realizzare questo cambiamento con lo spirito di un nuovo mutualismo. La Freelancers Union negli Stati Uniti ci sta riuscendo, in Europa siamo ancora indietro ma qualche passo avanti si sta facendo, c’è una spinta “sindacale” e associativa di tipo nuovo.

16. In Italia la battaglia più difficile è quella contro le vecchie associazioni, chiuse nel difendere il recinto della singola professione e succubi del modello associativo degli Ordini professionali. Pensano in questo modo di difendere il valore della competenza e non si accorgono di essere semplicemente portatrici dell’ideologia del professionalismo. Un’ideologia, dice un illustre sociologo, “tipica delle persone che hanno bisogno, per vivere, di avere un’alta considerazione di se stesse”. Certe volte noi di ACTA abbiamo difficoltà a far capire che questo è il modello associativo contro il quale ci battiamo. Contro di esso noi proponiamo un modello di rappresentanza “trasversale”, in grado di battersi per gli interessi comuni di tutte le professioni, di tutto il lavoro professionale. Molti pensano invece che la nostra principale preoccupazione sia quella di distinguerci dal sindacato operaio, dai sindacati confederali. Noi invece vogliamo smantellare un’ideologia che imprigiona la middle class e la mette alla mercé dell’attuale sistema capitalistico e nel far questo ci ispiriamo a culture, come quella del mutualismo, proprie del movimento operaio. I sindacati confederali (oltre a crearci dei problemi sul fronte dei contributi previdenziali) non hanno ancora capito il senso della nostra battaglia sul fronte dei modelli associativi del ceto professionale. Per quanto riguarda poi la Sinistra istituzionale, la vicenda della Torino-Lione e dei No Tav dimostra ancora una volta il suo legame indissolubile con gli interessi dei gruppi che vivono di commesse pubbliche per la costruzione di grandi infrastrutture e quindi la sua subalternità a un modello di sviluppo che ha già rovinato la Spagna. Sulla riforma del mercato del lavoro ACTA ha avanzato una sua proposta, ma avrà qualcosa da dire anche sulla fase 2 del governo Monti. Se il destino del nostro Paese si gioca sulla knowledge economy e sulla cultura, la nostra piccola esperienza, la vostra, dovranno contare sempre di più.

1. Interessanti a questo proposito le due indagini sugli sbocchi professionali dei laureati degli ultimi anni accademici in undici università lombarde condotte dalla Camera di Commercio di Milano.

2. La ricerca si può scaricare dal sito www.mbres.it, viene ripetuta dal 2002 ed è effettuata sui bilanci di un campione di più di 2000 imprese. Le tabelle citate sono la 6 alla pagina XL e la 17 alla pagina LIII.

3. Per un maggiore approfondimento del “modello tedesco” rimando al capitolo terzo di Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, di D. Banfi e S. Bologna, Feltrinelli, Milano 2011.

4 L’ostacolo principale, ancora una volta, è la mancanza di capitale di rischio, il cosiddetto “Round A”; abbiamo le idee ma chi ha i soldi non ce li mette. The 2nd annual Global Co-Working Survey 2011/2012.

5. Proposta ACTA per il lavoro professionale autonomo, 23.2.2012, su www.actainrete.it.

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Una cartina di tornasole in mezzo all’oceano https://minimaetmoralia.it/interventi/una-cartina-di-tornasole-in-mezzo-all%e2%80%99oceano/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-cartina-di-tornasole-in-mezzo-all%e2%80%99oceano/#comments Fri, 21 Oct 2011 08:36:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5503 È difficile, soprattutto in questo momento, riuscire a dire qualcosa dell’Islanda che non indulga al facile esotismo politico. Vale a dire che non semplifichi gli scenari presumendo che al grumo inerte del paese in cui viviamo risponda, come un’alternativa socioculturale perfetta, quest’isola apparentemente immobile e astratta (in realtà geometricamente concreta, persino febbrile) scollata di qualche centinaio di chilometri dalla Groenlandia.

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Questo articolo è uscito per il manifesto.

di Giorgio Vasta

È difficile, soprattutto in questo momento, riuscire a dire qualcosa dell’Islanda che non indulga al facile esotismo politico. Vale a dire che non semplifichi gli scenari presumendo che al grumo inerte del paese in cui viviamo risponda, come un’alternativa socioculturale perfetta, quest’isola apparentemente immobile e astratta (in realtà geometricamente concreta, persino febbrile) scollata di qualche centinaio di chilometri dalla Groenlandia.
Secondo logica dovrebbe essere Europa settentrionale, per qualcuno è Scandinavia, ma in effetti la sensazione è che l’Islanda sia sostanzialmente diversa da Svezia Finlandia Norvegia e Danimarca (e a questa differenza, a ribadirla, l’Islanda tiene molto), così come più che Europa l’Islanda è forse uno spiraglio attraverso cui osservarlo, il vecchio continente, un buco della serratura o meglio ancora un telescopio-microscopio, un’ottica altra, adeguatamente separata, strumentale a una comprensione di che cosa può voler dire adesso europeo, di quali sono le strutture occidentali, di quale materia è fatta la sua cultura.
Soprattutto nel momento in cui l’Europa, tramite la Buchmesse di Francoforte, sceglie di incastonare l’Islanda pressoché al centro del proprio corpo rendendola così percepibile a livello internazionale. Del resto è ormai da diversi anni che l’Islanda sembra avere dilatato i proprio confini. Alla seconda metà dei Novanta risale l’esplosione internazionale di Björk; negli anni successivi, dai Sigur Rós ai Múm a Mugison, la nouvelle vague musicale islandese si è imposta come riferimento ineludibile. Meno percepiti (almeno in Italia) ma ugualmente presenti gli scrittori contemporanei, molti dei quali saranno a Francoforte: Sjón (un suo libro è pubblicato in Italia da Mondadori), Guðrún Eva Mínervudóttir (edita da Scritturapura), Hallgrímur Helgason (Guanda e Isbn), Jón Kalman Stefánsson (Iperborea).
Nell’ottobre del 2008, poi, com’è noto l’intero paese si è trasformato in uno dei primi indicatori planetari della crisi, ha dovuto affrontare la bancarotta dei tre più importanti istituti di credito e dunque un tracollo sfiancante; a quel punto, considerate le caratteristiche strutturali della società islandese, invece di prodursi una frattura tra rappresentanti e rappresentati, questi ultimi, del tutto privi di subalternità nei confronti di chi è stato investito di un ruolo politico, hanno ingaggiato una lotta dialettica sulla catastrofe economica ragionando in merito al debito contratto. La domanda che si sono posti, definita e sintetizzata anche attraverso il contributo critico di diversi intellettuali, è stata: se negli anni scorsi le banche, nella deriva gioiosa delle speculazioni, non facevano altro che privatizzare gli utili, perché adesso ci domandano di nazionalizzare il debito?
L’esito dei due referendum è stato indiscutibile e a questo si è aggiunta, come conseguenza naturale, la riscrittura dal basso della carta costituzionale e un ripensamento complessivo dei presupposti culturali dai quali prendeva le mosse l’evoluzione socioeconomica in atto fino alla fine del 2008.
Per farsi un’idea dell’attitudine sinergica della società islandese, della sua capacità di interpretare la crisi economica anche da un’angolazione culturale, è utile dare un’occhiata al sito dell’università di Reykjavík (www.hi.is, disponibile anche in inglese). Un link rimanda a un’intervista a Vilhjálmur Árnason, docente di filosofia e responsabile di uno studio, condiviso con un altro filosofo e con una storica, focalizzato sulla dimensione etica mobilitata (o del tutto negletta) in occasione del collasso economico di tre anni fa. A venire investigati sono stati i comportamenti di chi ha scelto di agire, nelle banche e nell’amministrazione politica, in un determinato modo. Il titolo dell’intervista, direttamente legato all’oggetto dello studio, è Are Icelanders An Immoral Nation?
In sostanza, tutt’altro che abbandonarsi a una percezione di sé autoassolutoria si decide di mettersi in gioco, di chiamarsi in causa provando a riflettere su che cosa è accaduto e accettando di riconsiderare nel profondo l’esperienza della propria identità. E a occuparsi di portare avanti una riflessione di questo genere è l’università; che non è, come si potrebbe temere partendo da ciò che da italiani abbiamo nel tempo introiettato, un luogo costretto a dimettersi dall’azione politica propriamente detta e indotto a vagare nel buio siderale della sopravvivenza pratica, ma un dispositivo funzionale all’interpretazione, anche la più abrasiva, del presente.
Del resto la dimensione partecipativa appartiene all’origine della vita politica islandese. A quando, nel 993, a Thingvellir, un luogo di fenditure e cascate a venti chilometri dalla capitale – una pianura scoscesa che esiste nella spaccatura generata dalla separazione tra la placca tettonica nordamericana e quella europea – si riunì per la prima volta l’Althingi, ovvero un protoparlamento, il primo in Europa; affinché gli oratori che recitavano i codici fossero udibili dall’intera assemblea si studiò un modo per fare delle rocce laviche altoparlanti naturali. Attraverso la complicità dello spazio il suono riverberava, la voce si propagava e il discorso veniva condiviso.
«Fatemi emigrare in Islanda, dove veramente non succede assolutamente niente, la storia di questo paese è esclusivamente letteraria, ha il più alto numero di scrittori e di compositori che vivono del loro lavoro artistico di tutto l’universo.»
Sulla seconda parte della sua affermazione Luigi Di Ruscio (in una delle ultime pagine del suo Cristi polverizzati) aveva e avrebbe ancora ragione; sulla prima parte forse no: perché in Islanda silenziosamente accadono tante cose. Nel momento in cui, inoltre, l’Unesco designa Reykjavík Città della Letteratura, non prendere atto di che cosa possa voler dire vita culturale in un paese come l’Islanda, non tenere conto di questa capacità di fare della cultura combustibile critico e nutrimento di un’esperienza di cittadinanza adulta, sarebbe a dir poco miope.
Senza esotismi, dunque, e senza concedere nulla alle contemplazioni feticistiche del totalmente altro, l’Islanda va usata: come cartina di tornasole, come grimaldello, come controprova della possibilità che una comunità attiva e pensante, critica e naturalmente militante, non è una circostanza utopica ma, al netto delle idealizzazioni, qualcosa che accade da qualche parte nel nord dell’oceano atlantico.
Non per una magia genetica ma per una disponibilità a prendersi cura della propria storia.

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Mezzanotte Strega https://minimaetmoralia.it/interventi/mezzanotte-strega/ https://minimaetmoralia.it/interventi/mezzanotte-strega/#comments Wed, 03 Aug 2011 08:38:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4894 di Christian Raimo

Ora che la competizione è finita, svoltasi anche quest’anno con il discutibile gentlemen’s agreement (chiamiamolo così?) tra editori, si può parlare in maniera forse più distaccata del Premio Strega. L’ha vinto, come sapete, il libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente, edito da Bompiani. Il libro di Nesi è subito schizzato in vetta alle classifiche, dopo mesi di ricezione molto distratta.

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di Christian Raimo

Ora che la competizione è finita, svoltasi anche quest’anno con il discutibile gentlemen’s agreement (chiamiamolo così?) tra editori, si può parlare in maniera forse più distaccata del Premio Strega. L’ha vinto, come sapete, il libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente, edito da Bompiani. Il libro di Nesi è subito schizzato in vetta alle classifiche, dopo mesi di ricezione molto distratta. Da un punto di vista della sociologia della letteratura dunque, il Premio Strega è un premio assolutamente cruciale per il piccolo panorama italiano: crea attenzione, incrementa le vendite, etc… Ma proviamo a bypassare il discorso sull’industria culturale, e a parlare di libri. Storia della mia gente: che libro è? È bello? È brutto? È così così? Secondo me è il libro più brutto che uno scrittore di talento come Nesi abbia scritto: dichiaratamente moralista, utilizza nella maniera più stanca e prevedibile le capacità stilistiche che Nesi ha saputo dimostrare in una serie di opere infinitamente migliori di Storia della mia gente, come Figli delle Stelle o L’eta dell’oro, ma anche in libri meno ambiziosi come Rebecca o Per sempre. La capacità di Nesi narratore puro di raccontare con empatia e complessità la deriva culturale, sociale e economica dell’Italia dei nuovi ricchi e potenti, qui in Storia della mia gente, viene trasformata in una forma di militanza intellettuale un po’ ingenua un po’ presuntuosa, che finisce con l’attrarre quel lettore o quella parte di lettore indignata e borghese che si trova confermata nelle sue lamentationes contro il degrado berlusconoide e della globalizzazione aggeessiva e della politica tutta e prova nostalgia dei tempi di boom economico che non ci sono più; ma respinge totalmente l’amore del lettore che questa roba se la può andare a trovare scritta con competenza di causa chessò in Italia reloaded di Paolo Sacco e che invece aveva amato Nesi per la capacità di restituirci l’indole di classi sociali poco raccontate, i loro pensieri e i loro desideri. Per tutti, leggendo in Figli delle stelle (uno dei migliori libri italiani sui nuovi arrivisti arricchiti), quanto avevamo provato una tenerezza mista a repulsione mista a immedesimazione per la moglie di Alberto Colzi che vuole con tutta se stessa rifarsi le tette?

Qui, tutto questo non c’è. E anzi invece di questa capacità romanzesca, ci vengono ammanniti sproloqui “civili” sull’Italia grande paese che siamo stati potremmo tornare a essere, e pagine spietate – sul pericoloso crinale di un doloroso razzismo strisciante – sui cinesi alla conquista del tessile pratese.

Ma sarebbe bello che su questi giudizi tranchant sul libro fosse il lettore a misurarsi. Vi riporto qui in calce una pagina, 49-50 per essere precisi, di Storia della mia gente. E più sotto, un articolo che prova a fare una piccola diagnosi sull’uso delle metafore e la loro funzione all’interno dei cinque libri finalisti di quest’anno (un articolo che è stato pubblicato in versione ridotta dal Sole 24ore).

Angelica [la figlia di Nesi, ndr] mi chiede il titolo della canzone che hanno iniziato a suonare. Le piace tantissimo, gliel’ha fatta sentire suo fratello, e le rispondo che è Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan, e anche se la musica è alta e non è il momento e non c’entra nulla e tra poco dovremmo andare, mi piacerebbe dirle che sarebbe bellissimo se oggi potesse essere la cultura a salvare l’Italia. Sarebbe un sogno. Se i romanzi e i film e i quadri e le poesie e le opere e le canzoni e persino la moda – sì, anche la moda – potessero aiutare tutti a non perdere il lavoro e a non scivolare prima nella depressione e poi nella povertà. Anche a quei buffoni degli stilisti andrei a chiedere aiuto: loro che ci imponevano lo sconto sul tessuto e poi rivendevano i loro cappotti a dieci volte il loro costo; loro che cianciavano tanto sul Made in Italy e poi andavano a produrre i loro cenci in Cina, e quando qualcuno glielo faceva notare si incazzavano e dicevano che, però, erano stati concepiti in Italia; loro che sono sempre riusciti a mettere a frutto quell’idea di cultura che personalmente non hanno mai avuto; loro che organizzavano le sfilate in Piazza di Spagna cosicché la bellezza di secoli si trasferisse sui loro abiti e le loro scarpe e borse e occhiali che poi venivano comprati dai disgraziati di tutto il mondo che, accecati da tanto fulgore, si immaginavano di poterla comprare davvero, la bellezza.

Perché tutti abbiamo bisogno di bellezza, un bisogno disperato. Ma non posso non usare la parola disperato. Non con la mia bambina, neanche dopo due martini. Così le prendo la mano e, accompagnato dalle note di Dylan, le chiedo se non le piacerebbe vivere in un mondo in cui tutti campassero solo di cultura, un mondo meraviglioso in cui si potrebbe pagare il macellaio con un racconto, il barista con una poesia, costruirsi una casa con un romanzo – e lei ride e mi dice che sarebbe una favola bellissima, e mi consiglia di scriverci un libro, su questa cosa del mondo fatto di cultura.

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Le metafore della cinquina

Come un direttore d’orchestra che guidi un’armonia di parole invece che di note… come un parallelepipedo di blocchetti sbeccati e grandi fessure usurate… come degli zombi di un film di Romero… come una pianta tropicale del pensiero… come una giraffa sul punto di morire… Ecco alcune tra le metafore che si trovano nei romanzi finalisti dello Strega di quest’anno. E uno si chiede: si può capire qualcosa di un libro a partire dalle sue figure retoriche? Forse sì.

Forse sì se si pensa che spesso sono propri questi i luoghi dove uno scrittore svela, nella densità in mezza riga, attraverso il suo repertorio d’immagini, il suo lavoro poetico in miniatura. Paul Ricouer nella Metafora viva pensava esattamente questa strategia di approccio al testo come ipotesi di indagine per combinare critica letteraria e semiotica. Insomma, non sarebbe interessante, anche come tentativo sociologico, provare a attraversare i cinque finalisti dello Strega così: cercare qui di carpire il carattere di ciascun testo?

Del resto tre dei titoli di questa cinquina sono già esplicitamente allusivi: La vita accanto, Ternitti e L’energia del vuoto evocano un mondo non raccontato: quello dell’esistenza laterale di una ragazzina particolarmente brutta (nel libro di Veladiano); quello di una comunità civile cresciuta all’ombra del presunto progresso economico (il tragico sogno industriale dell’eternit romanzato da Desiati); quello degli interessi occulti della ricerca scientifica internazionale indagato nel romanzo-quest di Arpaia. Accanto, Storia della mia gente e La scoperta del mondo rimandano invece direttamente a storie che sono al tempo stesso personali e comuni: lo sviluppo e la crisi del tessile pratese nel memoir di Nesi, l’antifascismo e l’iniziazione al comunismo in quello di Castellina.

Ma, ammesso che funzioni questo gioco di corrispondenza tra opera e metafore, che tipo di dialettica esiste tra la visione complessiva della struttura romanzesca e la forma retorica dei singoli esempi? Prendiamo il romanzo civile di Desiati: non è curioso che in un testo che si basa su una storia vera (su cui è stato fatto un lavoro preliminare d’inchiesta) quasi tutte le metafore siano di carattere naturale? Quando si parla del mondo prima e fuori della fabbrica si utilizzano immagini tratte dal regno animale (“Mimì vagava come una farfalla notturna che ritrova un raggio di luce fioca”); mentre quando è il lavoro, la fatica spietata a fagocitare la società degli uomini, è il regno minerale quello che dà la forma e in definitiva rende inorganica la nostra vita (i pensieri e le emozioni sono come pietre, come meccanismi, come pasta da modellare…) Non sembra più un caso che allora l’intero Ternitti si stenda tra due metafore. Alla terza pagina la protagonista Mimì vede, in un brutto presagio, il “cielo così livido, un cielo marcato dai fulmini, segni sottili, terminazioni nervose, i fili rossi delle arterie e dei muscoli, come in un sussidiario di scienze”: la storia che ci verrà raccontata, ci è suggerito, sarà la storia di un corpo morto, ripercorso come si fa con la foto di un fossile. E all’ultima pagina, eccola ricomparire l’immagine del fossile – la soluzione a chiave dell’intera narrazione che abbiamo appena finito di leggere: “Come un fossile nella terra che affiora soltanto quando c’è un’altra pietra che combacia”.

Anche Nesi ci parla del lavoro, di una piccola civiltà legata alla fabbrica che non esiste più. Se quella scelta da Desiati è stata sterminata dai tumori legati all’amianto, quella del tessile pratese è scomparsa con la globalizzazione. La storia della mia gente è un racconto che fino a un certo punto è stato collettivo e poi è diventata la storia di due comunità distinte e impermeabili: gli italiani e i cinesi, chi riconosce il valore del passato e non sa neanche cos’è la tradizione, chi si sente fiero di una cultura del lavoro e chi subisce solo le angherie dei padroncini. Il lungo capitolo dedicato allo sfruttamento dei cinesi utilizza una serie di metafore animali per raccontare come il lavoro post-fordista possa disumanizzare: non rendendo inorganici, creature fossili, ma trasformando in animali. I cinesi lavorano in un formicaio, i corridoi degli uffici sono una conigliera, la loro resistenza è bestiale, proprio perché sono in un capannone a sgobbare come ciuchi.

Antitetici per intenzione e esito, i libri di Desiati e Nesi condividono però tra loro e con gli altri tre finalisti lo stesso tono: quello di una mancanza di un’era perduta, la nostalgia di un tempo più facile, se non da vivere, almeno da interpretare: e questo tempo – detto alla spiccia – è il Novecento. In questo stesso senso il libro di Arpaia, l’Energia del vuoto è, tra le molte altre cose, una quest impossibile: il sub-plot principale ricostruisce in una lunga intervista incastonata nel romanzo la storia della fisica del secolo scorso. O per dirla meglio, il suo racconto. Proprio perché questo racconto è stato un grandioso sforzo collettivo di dare un’immagine del mondo che abbia più senso di quello apparente, una grande metafora che ordini. Che cos’è per esempio il modello atomico se non questo? E oggi questo sforzo di visione rischia di essere distorto dagli interessi economici. Le metafore di Arpaia non sono mai estetizzanti ma tutte funzionali alla nostra conoscenza del mondo: ci dicono che i gesti di certe persone assomigliano a bolle di sapone, che i vestiti dell’armadio possono essere sfogliati come pagine di un libro, che il campo del bosone di Higgs è come se spruzzasse in tutto l’universo una sostanza collosa come il miele che rallenta i movimenti delle particelle, ci dicono che il nostro sguardo è comunque cognitivo.

Ma se le metafore ci servono a dare una forma al caos, è vero anche che ci possono incantare imprigionandoci nella loro suggestione semantica. I libri di Veladiano e Castellina si potrebbero leggere come romanzi di formazione proprio perché testi anti-metaforici. Nella Vita accanto c’è un personaggio, quello della zia Erminia, che ne è una instancabile produttrice: ogni volta che compare se ne esce, per parlare della vita della piccola protagonista, con delle frasi del tipo “È depressa come un bradipo in vasca da bagno”, o “Zampilla come un’arteria recisa” o “Sei come una fortezza murata” o “Sei un muro di fuoco ma bruci solo dentro”. L’angoscia che ci sale quando è in scena zia Erminia è quella che abbiamo provato in tutti i momenti in cui è qualcun altro a modellarci e imprigionarci nel suo linguaggio. E liberarci vorrà dire prima di tutto affrancarsi da quest’ immaginario.

Nello stesso senso il racconto di Castellina è il diario di una ragazza che diventa antifascista proprio smarcandosi da una retorica che sente di non appartenerle. Nella Scoperta del mondo non c’è nemmeno una metafora, e in tutta la prima parte (anni ‘40 e guerra) gli anni del duce e della guerra sono raccontati con una presa di distanza dal linguaggio fascista che è il primo e fondante gesto di autocoscienza politica. È sintomatico che il diario parta proprio dal giorno in cui decide di “redigere un ‘diario politico’ usando il retro di un vecchio quaderno di scuola precedentemente dedicato alle ‘cronache’, le esercitazioni di italiano in uso alle medie. Una di queste, qualche mese prima, era intitolata ‘Tornano gli alpini’”. Come si fa a vivere in un mondo che ci opprime? Virgolette innanzitutto, Castellina usa centinaia di virgolette per rievocare il ventennio e il conflitto. Perché rileggere e riscrivere, sembra suggerirci, è l’unico modo possibile per trovare una lingua che sia la propria.

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Bene al Valle https://minimaetmoralia.it/cinema/bene-al-valle/ https://minimaetmoralia.it/cinema/bene-al-valle/#comments Fri, 29 Jul 2011 13:55:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4872 Questo pezzo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno.

Qualche sera fa al Teatro Valle occupato, a Roma, Fabrizio Gifuni ha tenuto un reading di invettive e riflessioni di Carmelo Bene. Da più di un mese la storica struttura romana è occupata dai lavoratori e dalle lavoratrici dello spettacolo, oltre che da tantissimi compagni di strada, perché...

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Questo pezzo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno.

Qualche sera fa al Teatro Valle occupato, a Roma, Fabrizio Gifuni ha tenuto un reading di invettive e riflessioni di Carmelo Bene. Da più di un mese la storica struttura romana è occupata dai lavoratori e dalle lavoratrici dello spettacolo, oltre che da tantissimi compagni di strada, perché “il Teatro Valle, luogo di importanza storica per la città e per tutto il Paese, sta rischiando, a seguito della soppressione dell’Ente Teatrale Italiano deciso dall’ultima finanziaria, di venire affidato a privati che ne tradiscano l’identità di spazio dedicato alla scena contemporanea con respiro internazionale”. Così si legge in uno dei comunicati.

In queste settimane l’occupazione è andata avanti tra dibattiti e trovate creative, e – come spesso capita in casi simili – ha subito sopravanzato il suo obiettivo iniziale. In breve, tutta l’arte italiana è stata posta sotto la lente della critica. Che teatro si fa? E in che modo? Ha senso usare ancora la parola cultura?

In un frangente del genere, leggere pubblicamente Carmelo Bene ha sortito un effetto straniante. Gifuni ha letto dei passi tratti da un libro che raccoglie interviste fatte all’attore salentino nell’arco di un trentennio: Contro il cinema, a cura di Emiliano Morreale, edito da minimum fax. L’adattamento teatrale è stato curato da Mattia Cianflone.

Perché leggere Bene al Valle? La risposta è semplice: per la sua straordinaria radicalità, tanto libera da compromessi e modi di pensare abituali, da divenire una bussola nella critica dell’orizzonte artistico.

Fosse vivo, probabilmente Bene sarebbe disgustato dalla sola idea di essere considerato una bussola, un modello, un punto di riferimento. Ma il fatto che ciò accada oggi, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, deve far riflettere. Il teatro è ancora in grado di scombussolare le comuni certezze? Sa sconvolgere e non solo “rappresentare”?

Il discorso ovviamente vale anche per le altre arti, vale anche per il cinema, la letteratura, la fotografia, la pittura, la danza… Ha ragione Gifuni a soffermarsi su un lungo passo in cui una delle figure più straordinarie del teatro contemporaneo se la prendeva contro le consuete idee a proposito del pubblico: “Dicono: il pubblico non vuole sapere niente di queste cose. Non è vero affatto, è un errore madornale. Piantiamola con queste balle. E intanto continuano a propinargli giorno e notte le stesse miserie, gli stessi sceneggiati di sempre, badando troppo ai contenuti, ai contenuti pseudo-politici, lavorando troppo sui campi medi. E lavorare su campo medio è lavorare sulla mediocrità. Ecco perché la gente ancora pensa che la tecnica sia un fatto neutro e perché la televisione le appare ancora soltanto come un canale di registrazione e di emissione, da utilizzare – così come è ridotto – come un qualunque elettrodomestico.”

Ho l’impressione che leggere Bene pubblicamente sia una di quelle cose che faccia fare un salto avanti a una protesta di categoria. Sì, perché il problema non è solo quello di interrogarsi sui fondi alla cultura, sulla solidità degli spazi pubblici e sull’accesso a essi, ma anche su come questi “contenitori” possano poi venire riempiti.

L’arte deve consolare o mettere in subbuglio? Il cinema è svago o indagine sul nostro essere? Sono domande che oggi vengono poste sempre più raramente (anche all’interno del cinema d’autore, e del teatro più sperimentale). Ed è un rischio enorme. Il rischio dell’appiattimento, o della maniera, è enorme. Carmelo Bene diceva nel lontano 1968: “La prima cosa da fare è destabilizzare costantemente le persone (…). Destabilizzare con molta energia in modo che non ti possano in qualche modo recuperare, e che lo spettatore non paghi per essere ‘destabilizzato’.” In quello stesso anno venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia Nostra Signora dei Turchi, forse uno dei film più radicali e “non recuperabili” della storia del cinema italiano. Una meteora talmente ingestibile da non poter nemmeno essere annoverata nella categoria di avanguardia.

Leggendo oggi le interviste di Carmelo Bene si ha la sensazione che fosse costantemente da un’altra parte, che sfuggisse continuamente il luogo comune, anche a costo di sembrare volutamente provocatorio. Ed è questa in fondo la sua principale lezione. C’è una sua confessione, riportata da Gifuni nel reading, che forse può essere interessante rimarcare. Bene dice di sentirsi molto poco italiano, e che quello che ha fatto (a partire proprio da “Nostra Signora dei Turchi”) non è affatto italiano. “Cosa vuol dire nascere in un paese dove passano le capre dalla mattina alla sera… anagraficamente io sono nato nel capo del Sud dell’Italia, in un villaggio dove si parla greco, dove non esiste la lingua italiana, nemmeno lontanamente. Non capisco che cosa abbia a che fare io con l’Italia… Nascere in un paese dove si vedono passare solo le capre, non è più Italia, può essere la Mancha. Sono nato in un bel villaggio sprofondato, da dove si vede l’Albania solo facendo così. Puglie, giù giù, dove finisce l’Italia.”

È questa idea della fine, dalla cui estremità guardare il proprio operato, e il futuro delle arti europee, che oggi va recuperato.

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Non è vero che non si parla di libri e di letteratura: un giorno di fine luglio a caso, per esempio, sul Corriere della Sera https://minimaetmoralia.it/editoria/non-e-vero-che-non-si-parla-di-libri-e-di-letteratura-un-giorno-di-fine-luglio-a-caso-per-esempio-sul-corriere-della-sera/ https://minimaetmoralia.it/editoria/non-e-vero-che-non-si-parla-di-libri-e-di-letteratura-un-giorno-di-fine-luglio-a-caso-per-esempio-sul-corriere-della-sera/#comments Fri, 29 Jul 2011 07:36:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4855 Sul Corriere della Sera del 27 luglio ci sono vari luoghi in cui si parla esplicitamente di libri: basta farci caso. E – a partire da questi indizi – farsi qualche domanda su che tipo di autorialità, di editoria, di critica letteraria si ricava da questo “discorso” sui libri.

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Sul Corriere della Sera del 27 luglio ci sono vari luoghi in cui si parla esplicitamente di libri: basta farci caso. E – a partire da questi indizi – farsi qualche domanda su che tipo di autorialità, di editoria, di critica letteraria si ricava da questo “discorso” sui libri.
Vediamoli insieme, questi luoghi:
1) la prima pagina [in cui ci sono ben tre box pubblicitari che ricordano due diverse iniziative del Corriere – l’uscita estiva in allegato dei Classici dell’avventura (prossima uscita, Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni, nell’edizione tascabile Rizzoli a un euro e 80 in più) e l’uscita estiva in allegato dei Racconti d’autore (prossima uscita, un racconto di Luca Di Fulvio]
2) a pagina 23 (sezione Cronanche) c’è un articoletto diciamo simpatico di Stefano Montefiori (corrispondente a Parigi) che cita un articolo del settimanale francese “L’express” che butta lì un gioco estivo per scegliere i libri da portarsi in vacanza: scegliere una pagina a caso. Per l’Express è la pagina 99 – da cui il gioco si chiamerà “test della pagina 99”. Nell’articolo si cita McLuhan che invece preferiva la 69, e Gide che leggendo poche pagine di Proust non ne avallò la pubblicazione.
3) Nella sezione Cultura e Tempo libero dell’edizione romana sugli appuntamenti dell’estate, a pagina 7, si ricorda invece le iniziative di Capalbio Libri, tra cui la presentazione del libro di Federico Moccia, L’uomo che non voleva amare (Rizzoli), di Walter Veltroni, L’inizio del buio (Rizzoli), Viaggio in Italia, con la presenza di Paolo Mieli
4) a pagina 29 (sempre Cronache) tutta la pagina è occupata dalla promozione dell’iniziativa del Corriere, Racconti a un euro. Ci sono due presentazioni abbastanza lunghe, una di Ennio Caretto che parla del racconto “Kosher Mafia” di Luca Di Fulvio e una di Franca Porciani che invece parla di “Behave” scritto da Valeria Parrella. Altri due pezzi nella pagina ricordano le uscite precedenti, e quelle che verranno.
5) pagina 32 è una pagina intera di pubblicità dell’iniziativa del Corriere dell’uscita seriale dei Classici dell’avventura a un euro e 80. Slogan: “Perché le avventure più belle non ci lasceranno mai più”.
6) a pagina 35 (Economia/Mercati finanziari) c’è un boxino di pubblicità all’iniziativa del Corriere Inediti a un euro, le prossime uscite Di Fulvio e Parrella.
7) pagina 36 è una pagina intera di pubblicità dell’iniziativa del Corriere della Sera Inediti a un euro, prossime uscite Luca Di Fulvio “Kosher Mafia” e Valeria Parrella “Behave”. Slogan: “Libriamoci” e “Perché leggere apre la mente e la libera le idee”. La campagna pubblicitaria è stata realizzata dall’agenzia The beef, che ha anche per esempio inventato concorsi di scrittura per il Corriere.
8) a pagina 37 (sezione Cultura) c’è un lungo articolo di Nuccio Ordine sul progetto di nuovo libro di Jean Starobinski su Diderot, annunciato per Gallimard nel 2012.
9) tutta pagina 38 (sempre sezione Cultura) è dedicata alla promozione di un’altra iniziativa del Corriere, l’uscita in allegato al quotidiano, a 6 euro e 90 più il prezzo del quotidiano, dei gialli di Agatha Christie, nelle edizioni Rizzoli. Accanto a un paio di box informativi sul piano dell’opera c’è un lungo articolo-presentazione di Matteo Collura, che cita i grandi estimatori di Christie, da Sciascia a Eco. In uno dei due box informativi si ricorda l’iniziativa del Corriere.it “Scrivi la tua recensione”, (iniziativa a cura di Antonio D’Orrico): tutti i testi pubblicati verranno pubblicati sul sito e l’autore della migliore verrà premiato con una copia personalizzata.
10) a pagina 39 (sempre sezione Cultura) si parla di un libro appena pubblicato da Aragno, Scenari italiani, che raccoglie il diario di viaggio di Edith Wharton in Italia.
11) A pagina 49 (sezione Meteo) campeggia un bel box pubblicitario sull’iniziativa del Corriere I gialli di Agatha Christie. Slogan: “Il vero delitto è non collezionarli”. Campagna pubblicitaria a cura dell’agenzia Pepe Nymi.

E anche per oggi un po’ di dibattito culturale ce lo siamo fatto.

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Manifesti TQ – generazione trenta quaranta https://minimaetmoralia.it/arte/manifesti-tq-generazione-trenta-quaranta/ https://minimaetmoralia.it/arte/manifesti-tq-generazione-trenta-quaranta/#comments Wed, 27 Jul 2011 06:54:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4833 Sono giorni, mesi, che i membri del gruppo TQ – i lavoratori della conoscenza della generazione dei trenta e quarant’anni – si confrontano e dibattono per definire e approvare i tre manifesti usciti oggi (qui). Noi vi invitiamo a leggerli e, se siete interessati a partecipare alle loro iniziative, a aderire al movimento. Christian Raimo ci presenta il gruppo e la loro attività in questo articolo uscito oggi per il manifesto.

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Sono giorni, mesi, che i membri del gruppo TQ – i lavoratori della conoscenza della generazione dei trenta e quarant’anni – si confrontano e dibattono per definire e approvare i tre manifesti usciti oggi (qui). Noi vi invitiamo a leggerli e, se siete interessati a partecipare alle loro iniziative, a aderire al movimento. Christian Raimo ci presenta il gruppo e la loro attività in questo articolo uscito oggi per il manifesto.

E la bibliodiversità? E la crisi della scuola? E l’informazione ridotta a gossip? E la qualità editoriale? E le concentrazioni? E la mancanza di racconto del presente? E l’editoria di ricerca che non ricerca più? E il ruolo dell’intellettuale? E la decrescita? E l’educazione del pubblico? E l’autorevolezza della critica? E l’autocritica che dovrebbe diventare responsabilità collettiva? E la difesa degli spazi pubblici? E le biblioteche?…In questi stessi giorni, l’estate scorsa, l’inverno scorso, molti di noi TQ stavano discutendo le stesse questioni che ora compaiono nei documenti fondativi Politico-Editoria-Spazi Pubblici al telefono, in qualche festival letterario, scrivendo l’intervento per qualche convegno, o lamentandosi con il proprio partner. Lo stavano facendo insomma da soli, o in piccoli gruppi, o cercando degli interlocutori di cui fidarsi, degli alleati e degli avversari credibili con cui confrontarsi. Così, quando il 29 aprile un generale appello a mettere insieme le forze della generazione 30-40 di intellettuali è stato accolto da un’adesione incredibile nel villino Laterza, si è capito da subito che qualcosa stava cambiando.

Per chi come noi è cresciuto in un mondo che ha fatto dell’educazione e della crescita culturale la via principale di nutrimento per la democrazia e di sviluppo sociale, è stato come rivedersi tra amici di scuola, dopo vent’anni che con molti ci si era persi per pigrizia, complicità, deficit di comprensione, pudore. Abbiamo ricominciato a parlare in tanti, abbiamo dismesso i piccoli tornaconti che derivano dai ruoli che ognuno si è faticosamente costruito in questi anni segnati da un individualismo sfrenato e da una politica culturale ridotta a un consiglio d’amministrazione.

E dopo tre mesi, l’altra sera, dopo tre mesi di scambi vertiginosi di qualcosa come credo 10000 mail tra i vari gruppi di lavoro interni a TQ, e dopo undici ore consecutive di assemblea abbiamo approvato i tre documenti, molti di noi hanno provato – mi è sembrato – qualcosa di simile a un’emozione. È difficile riconoscere se si tratta proprio di un sentimento comune di desiderio di trasformazione, di immaginazione del futuro: siamo talmente abituati a provare passioni tristi e passeggere, che può bastare un attimo, tornare a casa, e pensare che in realtà è stata soltanto una bella serata con molti molti amici.

Oppure… oppure uno pensa che questa cosa potrebbe continuare, crescere, cambiare di specie, confluire con i cento piccoli risvegli di questo Paese finora anestetizzato e dare forma a una cittadinanza diversa, capace di fiducia, senso di responsabilità, parecchia visionarietà.

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