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Questi testi sono apparsi su “Artribune”, in forma diversa, all’interno della rubrica inpratica tra il 25 maggio e il 15 giugno. In copertina: Alessandro Bulgini, “Opera Viva – Foresta casalinga” (2020).

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Fase Due: tutto sembra tornato come prima – ma tutto è cambiato, in realtà.

Le disposizioni, il modo in cui la gente si muove, i ritmi, i percorsi, le indicazioni, le frecce disegnate o incollate per terra, le distanze, i pannelli di plexiglas. Parecchie di queste cose sono qui per restare: anche, e forse soprattutto, quelle immateriali. Cioè quelle più impalpabili, che hanno a che fare maggiormente con scelte e comportamenti.

Fin dall’inizio di questa emergenza, mi pare che siamo stati abituati a pensare, a credere che si trattasse solo di una parentesi, spiacevole, scomoda (terribile in alcuni casi), ma al termine della quale si sarebbe ripristinata, pressoché in tutti i suoi tratti, l’esistenza precedente. Con i suoi riti, i suoi impegni, le sue esigenze. Il suo tempo.

E invece, proprio quella della temporalità è stata come abbiamo visto la prima – e principale – dimensione ad essere modificata in profondità da questa nuova situazione (per la verità, anche lo spazio non è più lo stesso: si è come ristretto, appare molto più limitato e prezioso). Nonostante tutti gli sforzi e i tentativi, il tempo non torna quello di prima. Il vecchio tempo è stato sostituito.

A mano a mano, ci siamo dovuti rendere conto del fatto che la parentesi non era una parentesi, e che non si sarebbe conclusa; eppure, qualcosa dentro di noi ci impedisce ancora di elaborare completamente queste informazioni, e resiste con ostinazione.

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Fase Due: i bar e i ristoranti sono pieni, la gente affolla le strade… Qualche mascherina qui e lì (magari appoggiata sotto il mento o attaccata a un orecchio), ma tutto sommato gli “assembramenti” sono ovunque.

Intanto, nel mondo dell’arte, Art Basel annuncia l’annullamento dell’edizione 2020, dopo il rinvio da giugno a settembre, e miart sarà solo online; è il preannuncio forse di altri rinvii, di altre cancellazioni e disdette? Sta di fatto che la strategia maggioritaria intravista finora nel sistema dell’arte contemporanea  sembra essere piuttosto “attendista”. Si rimanda, si temporeggia, nella convinzione o nella speranza che – prima o poi – tutto torni nei ranghi.

Il problema è che, al di là dei desideri e delle convinzioni dei singoli, l’amplificatore che è il virus, che è l’“emergenza”, agisce anche sulle opere d’arte e sul modo di farle vedere (le mostre, le fiere, ecc.). Voglio dire che nonostante tutti gli sforzi non sembra possibile tornare al “come prima”, a fare le cose dell’arte come prima. Per un semplice motivo: tutto è invecchiato alla velocità della luce. Quasi istantaneamente.

Per quanto ci proviamo, per quanto ci illudiamo, non possiamo scacciare questa sensazione di obsolescenza. Rimettere il genio nella lampada non è pensabile, non è praticabile. Il che non vuol dire, ovviamente, che oggi o nel prossimo futuro non ci saranno tentativi anche piuttosto efficaci e ben congegnati di ignorare del tutto questa nuova situazione, di fare come se nulla fosse accaduto. Di pretendere, cioè, che l’opera – e il suo autore, l’artista – si comportino esattamente come qualche mese fa, come qualche anno fa. Ma ciò che scorre sotterraneamente è qualcosa che ha a che fare con la percezione: cambia lo sguardo, il punto di vista. L’attenzione.

Si può continuare, certo, a “fare finta” – ma esiste uno scarto, uno slittamento. Che è più difficile aggirare o scavalcare.

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Anche prima – nel famoso prima – il modo in cui la maggior parte delle opere era concepito, realizzato, fruito era abbastanza obsoleto. Sganciato rispetto al tempo che stiamo vivendo. Solo che adesso questo processo, proprio come gli altri, tende ad emergere in maniera più evidente.

Qualunque sistema che si fonda sull’esclusione, sulla paura dell’altro, del contatto con l’altro – del “contagio” – è destinato a morire, dunque. È già morto nei fatti. Perché è immobile, sclerotico, poggiato sulla continua riaffermazione e reiterazione dei medesimi codici. Un sistema – anche artistico e culturale – che usa regolarmente il sopruso, la prevaricazione, il classismo, lo sfruttamento (tutte varianti del disprezzo) non può essere vivo e significativo, perché rifiuta la disposizione al cambiamento, vale a dire la disponibilità a lasciarsi trasformare. Invadere.

E così, un’opera che non sia autenticamente democratica, intelligentemente popolare, e che non preveda di costruire una relazione attiva con il proprio contesto di riferimento – un’opera che in fondo disprezza il suo interlocutore – appare oggi molto più vecchia e superata rispetto a qualche mese fa.

Improvvisamente, non è un’opera contemporanea.

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Autore

christiancaliandro@minimaetmoralia.it

Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021). 

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