Ungheria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ungheria/ un blog di approfondimento culturale Thu, 16 Jan 2025 09:02:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ungheria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ungheria/ 32 32 “Appassionata” e “Melodia”: due racconti inediti di Gergely Légrádi https://minimaetmoralia.it/letteratura/appassionata-e-melodia-due-racconti-inediti-di-gergely-legradi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/appassionata-e-melodia-due-racconti-inediti-di-gergely-legradi/#respond Thu, 16 Jan 2025 09:01:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54737 Gergely Légrádi è uno scrittore ungherese, ancora inedito in Italia. Dopo i racconti Tra le righe, Si prega di attendere in linea e Questionario, pubblichiamo altri due brevi racconti inediti, tradotti sempre da Dora Várnai.

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Gergely Légrádi è uno scrittore ungherese, ancora inedito in Italia. Dopo i racconti Tra le righe, Si prega di attendere in linea e Questionario, pubblichiamo altri due brevi racconti inediti, tradotti sempre da Dora Várnai.

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Appassionata

Si svegliò all’alba. Gli altri stavano ancora dormendo. A quell’ora non si poteva suonare il pianoforte. Si limitava quindi a ciondolare in giro per passare il tempo. Perché facendo rumore sveglieresti gli altri, tesoro mio. La luce del mattino irrompeva di traverso nella stanza. Ma non era rumore, erano note e fraseggi! Quella visione lo affascinava. Seguiva i fasci di luce con lo sguardo. Si mise seduto al pianoforte. Con delicatezza allungò le mani su quell’esercito di tasti bianchi e neri e vi fece scivolare silenziosamente le dita. Si udiva solo il lieve picchiettio delle unghie che toccavano appena appena i tasti. Chiuse gli occhi.

Uscì da dietro il sipario. Mentre si avvicinava alla sedia del pianoforte ascoltava il rumore dei propri passi, il ticchettio delle proprie scarpe di vernice. Le ali del suo frac si alzarono. Si mise seduto davanti al pianoforte. Tra il pubblico calò il silenzio. Con la mano destra regolò l’altezza del sedile. Le luci della sala cominciarono a spegnersi. Come se non aspettasse che questo momento, abbassò la testa. Il pubblico si predisponeva all’ascolto con concentrata attenzione. Fece un respiro profondo. Tutti attendevano di sentire la prima nota. Allungò le mani sopra i tasti. L’addetto alle luci accese i fari del palcoscenico. Le sue dita si sollevarono, pronte a battere sulla tastiera. I granelli di polvere vibravano nel fascio di luce. Chiuse gli occhi.

Le poche persone sedute al caffè non lo degnavano di alcuna attenzione. Si accese una sigaretta. I clienti chiacchieravano, mescolavano il proprio caffè. Con calma si avvicinò alla pianola. I lampadari sul soffitto emanavano una luce fioca. Dalla tasca della giacca tirò fuori gli occhiali da sole. La nuvoletta di fumo aleggiava pigramente sopra i tavoli. Si aggiustò a lungo gli occhiali sul naso. Qualcuno chiamò il capocameriere per pagare. Si scaldò le dita e allungò il piede destro sopra i pedali. Il mozzicone della sigaretta gli pendeva dall’angolo della bocca. Appoggiò le dita sui tasti. Chiuse gli occhi.

Non riusciva ad addormentarsi. In questi casi si metteva a suonare il piano. Eseguiva vecchie melodie. Proprio come aveva imparato a fare a casa, da bambino. Immaginava che tutti lo stessero ascoltando. C’era silenzio. Un silenzio triste e senza speranza. La luce dei fari esterni filtrava a malapena. Nessuno si muoveva. Alcuni contavano i battiti del proprio cuore. Lui era sdraiato su un fianco. Altri si rifugiavano nei ricordi del passato. Sentì che era arrivato il momento giusto. Adesso tutti lo stavano ascoltando. Allungò le mani sopra i tasti. Il suo corpo scheletrico e il pianoforte tremarono nello stesso istante. I fraseggi si susseguirono a un ritmo vertiginoso. Quella notte non dormì nessuno nel lager.

Titolo originale: Appassionata, prima pubblicazione in: AA.VV., Magánvégtelen, 2015 Traduzione: Dóra Várnai

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Melodia

I

Stava canticchiando una melodia. L’avete sentita anche voi?, chiese il medico. Sì, ha bofonchiato qualcosa, rispose l’infermiere della sala operatoria. Macché bofonchiato, l’ho sentito anch’io, stava cantando, intervenne l’anestesista. Adesso, non esageriamo, li guardò il medico. Eppure, mi sembra di sentirla ancora. A voi non è rimasta impressa? No, io non riesco a ricordarmela, rispose l’anestesista. Nemmeno io, scosse la testa l’infermiere. Suonava più o meno così. Il medico cominciò a cantare in falsetto. L’infermiere e l’anestesista ascoltarono immobili le stonature del medico fino a quando questi non rimase senza fiato. Ecco, mi sembra fosse arrivato fin qui. Non credo abbia canticchiato oltre. Me lo ricorderei. Ora che l’ho cantata, riuscite a richiamarla alla mente? Gli altri due si guardarono, poi risposero quasi contemporaneamente: beh, no. Peccato, disse il medico. Sono sicuro che facesse così. O almeno, la prima parte. Perché, anche se non ricordate bene che cosa canticchiasse, avrete notato anche voi che era solo un frammento, non è vero? Mancava una parte. L’inizio. O forse la fine. Non saprei. Voi che cosa ne pensate? Non ho voglia di stare a disquisire su questa melodia, tagliò corto l’anestesista. E va bene, va bene, era solo per parlare. Allora, scrivo il rapporto e te lo mando per e-mail, aggiungi pure le tue note. Per il resto, se hai finito, puoi anche andare, disse il medico. Grazie, disse l’anestesista già sulla porta. Di me ha ancora bisogno, dottore?, domandò l’infermiere. Sì, non abbiamo ancora concluso. A proposito, tu che cosa ne pensi di questa bella melodia?, il medico si girò verso il ragazzo. Io? Niente. Eppure, sono convinto che provenisse da lui, nei suoi ultimi istanti. Un vero peccato che ci abbia lasciato solo un frammento. Senti qui, provo a cantare di nuovo il pezzo. Secondo me è particolare. Quando il medico arrivò di nuovo alla fine della melodia, guardò con aria interrogativa il giovane. Non ricevendo alcuna risposta da parte sua nemmeno questa volta, passò a dargli le ultime istruzioni, e se ne andò.

II

Si metta qui, per favore. Grazie. E aspetti con pazienza, lo istruirono davanti al cancello. Va bene, rispose lui, e continuò a canticchiare. Quando arrivò il suo turno, il segretario diede un colpetto a San Pietro e gli sussurrò a bassa voce: ha sentito, capo? San Pietro sembrava preso da qualcos’altro, fissava un punto in lontananza. Nel frattempo, però, gli venne la pelle d’oca sulle braccia, e poi, all’ultima nota della melodia, rabbrividì. Che cos’è questa canzone, figliolo?, gli chiese allora San Pietro. Non saprei, rispose lui con aria confusa. Stavo solo canticchiando. Ho sentito. Me la potresti ripetere? Ci posso provare. Raccolse tutte le sue forze, e si mise a cantare. San Pietro guardò di nuovo un punto lontano. Davvero molto bella. Grazie. E dimmi, figliolo, questo è tutto? Ho la sensazione che manchi una parte del brano. In effetti, sto anch’io cercando l’inizio, ma non riesco a trovarlo. Non mi viene. Non fa niente, figliolo, fece un cenno con la mano San Pietro, ti tornerà in mente, vedrai. Intanto, mettiti da questa parte, e riprova.

III

Trovate quel medico e tirategliela fuori, ordinò San Pietro. Oppure portatelo qui, davanti a me.

IV

Prego, entri pure, si sentì la voce del medico. La ringrazio di avermi ricevuto, disse educatamente l’angelo. In che cosa posso aiutarla? Non sarà per la sua ala?, chiese il medico. No, grazie, le mie ali stanno bene. Non sono venuto per me stesso. Ma per la melodia. Per la prima parte. Di sicuro se la ricorda. Certo che me la ricordo, rispose il medico. Non si può dimenticare. Allora, se fosse così gentile da canticchiarmela, gliene sarei grato. Quindi voi avete l’altra parte?, domandò il medico. Sì, abbiamo sentito la seconda parte. E com’è? Mozzafiato, sorrise l’angelo. Vorrei sentirla anch’io. L’altra parte. Perché sa, quello che ho sentito io è ammaliante, spiegò il dottore con gli occhi scintillanti. Come desidera, si alzò l’angelo. In tal caso, la cosa migliore è che venga con me.

Titolo originale: Dallam, prima pubblicazione in: Szemben, Napkút Kiadó, 2016 Traduzione: Dóra Várnai

 

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“SI PREGA DI ATTENDERE IN LINEA” E “QUESTIONARIO”: DUE TESTI INEDITI DI GERGELY LÉGRÁDI https://minimaetmoralia.it/letteratura/si-prega-di-attendere-in-linea-e-questionario-due-testi-inediti-di-gergely-legradi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/si-prega-di-attendere-in-linea-e-questionario-due-testi-inediti-di-gergely-legradi/#respond Mon, 17 Jun 2024 07:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53837 Gergely Légrádi è uno scrittore ungherese, ancora inedito in Italia. Dopo il racconto Tre righe (tratto da Napfénytető, Jaffa, Budapest, 2019), tradotto da Dóra Várnai, pubblichiamo due testi brevi inediti tradotti sempre da Várnai.

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Gergely Légrádi è uno scrittore ungherese, ancora inedito in Italia. Dopo il racconto Tre righe (tratto da Napfénytető, Jaffa, Budapest, 2019), tradotto da Dóra Várnai, pubblichiamo due testi brevi inediti tradotti sempre da Várnai.

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Si prega di attendere in linea

– Grazie per averci contattato. Vi informiamo che rimanendo in linea accordate il vostro esplicito consenso alla registrazione della conversazione da parte della nostra azienda, nonché al conseguente trattamento dei vostri dati in conformità con il nostro regolamento sulla privacy.

Me l’hanno messo davanti, l’ho firmato. Ho acconsentito. Perché, che altro potevo fare? Mio marito stava lavorando. Forse avevo anche già ricevuto una dose di sedativo.

– Vi preghiamo di scegliere tra le seguenti possibilità. Per ricevere informazioni generali e per conoscere le nostre offerte, premere uno. Per stipulare un nuovo contratto, premere due.

Mi hanno detto che non c’era altra scelta, che bisognava operare. Anche a causa del feto. Non ho letto il testo. Non ho nemmeno visto che cosa c’era scritto. Più avanti mi hanno rimproverato per questo, mi hanno sbattuto in faccia che avrei dovuto leggere le avvertenze.

– Per questioni inerenti a contratti già sottoscritti, premere tre. Per questioni riguardanti la fatturazione, premere quattro. Per presentare un reclamo, premere cinque.

Quando mi sono svegliata, il medico ha detto che non dovevo preoccuparmi, che tutto era andato come previsto. Che date le circostanze stavamo entrambi bene. Non ho avuto la forza né di fare domande né di lamentarmi. Volevo solo stare bene, date le circostanze.

– Per tornare al menu principale premere asterisco. Per prenotare una richiamata, premere nove e lasciare il numero di telefono, indicando l’argomento per il quale si desidera essere richiamati.

Quando ormai mi sentivo di fare domande e li ho chiamati, sono arrivate solo le infermiere, e mi hanno detto che soltanto i medici potevano fare dichiarazioni. Che dovevo domandare a loro.

– Siete in attesa di essere collegati con l’interno desiderato, restate in linea.

Dovevo attendere con pazienza, mi ripetevano le infermiere. I medici venivano al mio letto due volte al giorno, durante il giro di visite. Non capivo di che cosa stessero parlando.

– Tutti i nostri operatori sono al momento impegnati. Siete pregati di attendere.

Aspettavo, cercavo di tenermi occupata, di pensare a cose belle, ma la situazione peggiorava di giorno in giorno. Le contrazioni erano sempre più forti. Poi tutto è diventato nero davanti ai miei occhi. Quando mi sono ripresa, mi hanno detto che si era trattato di un intervento chirurgico salvavita.

– Vi ricordiamo che è possibile gestire le vostre richieste anche online, in modo semplice, rapido, e senza attese, visitando il nostro sito web.

La vita di chi doveva essere salvata? – ho chiesto.

– Tutti i nostri operatori sono al momento impegnati. Siete pregati di attendere, per non perdere la priorità acquisita.

Che cosa è successo a mio figlio? Abbiamo dovuto prendere una decisione, mi è stato risposto. Naturalmente, lo abbiamo fatto nel rispetto delle sue volontà, abbiamo eseguito ciò che lei ha autorizzato. Come risulta dai moduli che lei ha letto e firmato prima dell’intervento iniziale.

– Il tempo di attesa previsto è meno di cinque minuti.

Aspettavo che arrivasse mio marito. Non riuscivo a contattarlo. Ho chiesto a mia sorella, che mi ha dato una risposta evasiva. Qualcosa del tipo che non era facile nemmeno per lui.

– Scoprite le nostre offerte e approfittate delle nostre promozioni, che potete ascoltare premendo il tasto uno, e che potete trovare anche sul nostro sito web, sotto la voce promozioni.

Sono andata avanti con sedativi e tranquillanti.

– Tutti gli operatori sono momentaneamente occupati, si prega di attendere.

Mio marito ha detto che vorrebbe accompagnarmi a casa, ma che non può lasciare il lavoro.

– Salve, sono Péter Kovács, come posso aiutarla?

I medici hanno deciso per me.

– Pronto? Pronto? Mi sente?

Neanche mio marito mi ha ascoltato.

– C’è qualcuno in linea?

Nessuno.

– Ha riattaccato?

– Non ho riattaccato.

– Mi scusi, signora, non sentivo nessuna voce, e quindi ho pensato che avesse riattaccato.

– Sono anni che nessuno mi chiede scusa.

– Capisco… e in che cosa posso aiutarla?

– In che cosa è in grado di farlo?

– Questo è il servizio clienti dell’azienda.

– Sì, sì, certo.

– Che cosa posso fare per lei?

– Voglio cancellare il mio abbonamento.

– Capisco. Mi può dire il suo codice cliente, per favore?

– 172345.

– La ringrazio, ora controllo il suo profilo. Vedo che non ci sono restrizioni, né bollette in sospeso, possiamo quindi procedere a rescindere il contratto con decorrenza a fine mese.

– Va bene.

– Ai fini del monitoraggio della qualità, posso chiederle perché ha deciso di disdire il servizio?

– Non ha importanza.

– Naturalmente non è obbligata a rispondere, però era mio dovere chiederglielo.

– Ha qualche altro dovere, o abbiamo finito?

– Non c’è altro, signora.

Non c’è altro, né mai ci sarà. Suona familiare.

– Se non posso aiutarla in qualche altro modo, allora la saluto.

Altri mi hanno già aiutato.

– Pronto? È ancora in linea, signora?

Hanno detto che è stata un’operazione salvavita.

– Non ho capito se mi sente oppure no, signora, quindi riattacco. Buona giornata.

Dal referto finale non riesco a capire di chi era la vita salvata.

Titolo originale: Kérjük, tartsa a vonalat, prima pubblicazione: Telex, 27/8/2022

Traduzione: Dóra Várnai

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Questionario

– Posso entrare? – si affacciò alla porta San Pietro.
– Che cosa vuoi? – domandò il Signore.
– Devo compilare un questionario.
– Fai pure.
– Certo, lo farò, è solo che…
– Solo che cosa?
– C’è una domanda di cui non sono sicuro di sapere la risposta.
– E perché pensi che io la sappia, Pietro?
– Beh, se non Lei, Signore, allora chi?
Il Signore si avvicinò alla finestra.
– E quale sarebbe questa domanda? – chiese rimanendo di spalle.
– Chi è il proprietario o l’utilizzatore finale?
– Come, scusa?
– Vogliono sapere, qui nel questionario, a chi giova tutto questo?
– Di che razza di questionario si tratta?
È un modulo che riguarda il riciclaggio di denaro – spiegò con aria di scusa San Pietro.
– E cioè?
– Qui, nella nota a piè di pagina, accennano a questioni come la trasparenza finanziaria e le società offshore.
– E a che cosa servirebbe esattamente?
– È necessario per la delega che abbiamo emesso su Sua richiesta, Signore. Dicono che non possono iniziare a lavorare fino a quando non compiliamo questo modulo, in conformità ai requisiti di legge.
– Va bene, lasciamelo qui, ci scriverò qualcosa.
– Grazie. Allora io…
– Sì, puoi andare.
San Pietro indietreggiò verso la porta, ma poi si fermò.
– Signore, se mi permette, Le chiederei di non scrivere la stessa cosa dell’ultima volta.
– Perché no?
– Perché non ci hanno creduto – San Pietro abbassò lo sguardo.
– E questi come sono messi?
– Questi continuano a sostenere di essere credenti, e di andare a messa tutte le domeniche, poi però dicono anche “carta canta”.
– Dunque non credono più nemmeno a noi? – il Signore alzò la voce.
Poi fece un gesto con la mano, per segnalare che si trattava di una domanda retorica. San Pietro conosceva ormai bene quel gesto, e quindi uscì dalla stanza.

Titolo originale: Kérdőív, prima pubblicazione in: Napfénytető, Jaffa, 2019

Traduzione: Dóra Várnai

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La deriva ungherese verso il “bonapartismo” https://minimaetmoralia.it/reportage/la-deriva-ungherese-verso-il-bonapartismo/ https://minimaetmoralia.it/reportage/la-deriva-ungherese-verso-il-bonapartismo/#comments Wed, 28 Mar 2012 08:09:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7197 In un reportage uscito in forma ridotta per «il manifesto», Giuliano Battiston disegna un quadro allarmante della politica interna dell'Ungheria contemporanea. L'attuale primo ministro Viktor Orbán è un accentratore di forte carisma che in due anni di potere è riuscito a incarnare nel suo partito, e peggio ancora nella sua persona, lo stato e la società, limitando significativamente le libertà individuali e i diritti civili.  Il testo integrale del reportage verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista «Lo Straniero».

Fino al prossimo agosto, la Galleria nazionale ungherese di Budapest ospita due mostre molto significative. La prima - «Eroi, re e santi» - è dedicata alla pittura romantica della fine del diciannovesimo secolo, e celebra i periodi d'oro della storia patria; la seconda è stata affidata dal primo ministro Viktor Orbán al curatore Imre Kerényi, e illustra la nuova costituzione in vigore dall'1 gennaio 2012, legittimando con strumenti culturali rudimentali ma efficaci il nuovo corso che Orbán sta imprimendo all'Ungheria. Per la filosofa Ágnes Heller, che incontriamo nell'appartamento con vista sul Danubio in cui vive provvisoriamente, poco distante dal Belgrad prospekt dove ha sede l'archivio Lukács - il filosofo marxista di cui è stata allieva e collaboratrice -, il nuovo corso di Orbán non è altro che una forma di bonapartismo. Un termine che l'autrice di La teoria dei bisogni in Marx preferisce ai tanti - democrazia illiberale, autocrazia, dittatura - con cui analisti e politologi hanno definito in questi ultimi mesi l'Ungheria.

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In un reportage uscito in forma ridotta per «il manifesto», Giuliano Battiston disegna un quadro allarmante della politica interna dell’Ungheria contemporanea. L’attuale primo ministro Viktor Orbán è un accentratore di forte carisma che in due anni di potere è riuscito a incarnare nel suo partito, e peggio ancora nella sua persona, lo stato e la società, limitando significativamente le libertà individuali e i diritti civili.  Il testo integrale del reportage verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista «Lo Straniero».

Fino al prossimo agosto, la Galleria nazionale ungherese di Budapest ospita due mostre molto significative. La prima – «Eroi, re e santi» – è dedicata alla pittura romantica della fine del diciannovesimo secolo, e celebra i periodi d’oro della storia patria; la seconda è stata affidata dal primo ministro Viktor Orbán al curatore Imre Kerényi, e illustra la nuova costituzione in vigore dall’1 gennaio 2012, legittimando con strumenti culturali rudimentali ma efficaci il nuovo corso che Orbán sta imprimendo all’Ungheria. Per la filosofa Ágnes Heller, che incontriamo nell’appartamento con vista sul Danubio in cui vive provvisoriamente, poco distante dal Belgrad prospekt dove ha sede l’archivio Lukács – il filosofo marxista di cui è stata allieva e collaboratrice -, il nuovo corso di Orbán non è altro che una forma di bonapartismo. Un termine che l’autrice di La teoria dei bisogni in Marx preferisce ai tanti – democrazia illiberale, autocrazia, dittatura – con cui analisti e politologi hanno definito in questi ultimi mesi l’Ungheria.

Ágnes Heller sembra avere una spiegazione semplice di quel che è accaduto: «Il partito Fidesz ha vinto le elezioni del 2010, e a causa di una pessima legge elettorale ha ottenuto due terzi dei seggi in parlamento. Così, con meno del 53% dei voti totali, è riuscito a modificare l’intero quadro istituzionale del paese, facendo passare una serie di leggi che puntano a un unico obiettivo: limitare la libertà e centralizzare il potere in un unico partito o, peggio ancora, in un’unica persona». Viktor Orbán, appunto, il bonapartista. «Non mi convince chi parla di fascismo o di semplice autoritarismo – spiega Ágnes Heller -, perché siamo di fronte a un fenomeno diverso, molto diffuso in Europa: quando si stancano di una certa situazione, gli europei tendono ad affidarsi a un uomo forte, a qualcuno che pensi, decida e agisca al posto loro. Napoleone III, Mussolini, Hitler, Lenin sono stati dei bonapartisti. E con le dovute differenze, lo sono anche Berlusconi e Orbán. Uomini che credono in se stessi, convinti di essere nel giusto, di incarnare lo stato e la società. Politici che fanno ricorso a slogan e retoriche populiste, pur lavorando per gli interessi di un’oligarchia, e che i popoli europei acclamano come salvatori, senza preoccuparsi delle limitazioni della libertà che ne conseguono».

Nel caso di Orbán, le limitazioni sono evidenti: «Nell’ultimo anno e mezzo, da quando è al governo – sostiene con enfasi Ágnes Heller – in Ungheria abbiamo assistito a un progressivo smantellamento di tutti i meccanismi di equilibrio istituzionale propri di una democrazia liberale». Gli elementi a suffragio della sua tesi non mancano: la nuova costituzione e una serie di leggi approvate senza un adeguato dibattito parlamentare hanno introdotto squilibri istituzionali evidenti in ogni settore chiave, dai media all’indipendenza del ramo giudiziario a quella della Banca centrale. Tanto da spingere da una parte la Commissione europea, il 17 gennaio, ad avviare una triplice procedura d’infrazione contro il governo ungherese, e dall’altra i ministri delle finanze dell’Unione europea a votare – il 13 marzo – il congelamento dei 495 milioni di euro del fondo di coesione destinati all’Ungheria. Per uscire dal buio periodo che sta attraversando, l’Ungheria non dovrebbe però fare troppo affidamento sulla Ue, sostiene Ágnes Heller: «Orbán in patria dichiara di essere vittima di una congiura, di voler resistere agli attacchi dei poteri forti internazionali. Per questo occorre puntare sulle nostre forze, cercando di far emergere la verità: Orbán è un pessimo politico, finito in una vera e propria impasse. Da una parte c’è la bancarotta economica, dall’altra una crisi politica». Il dato preoccupante, puntualizza, è che a guadagnare dall’inettitudine in campo economico e dagli eventuali “cedimenti” di Orbán nei negoziati con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale «non saranno le forze liberali e di sinistra, ma la destra estrema, in particolare il partito Jobbik».

Fondato nel 1988 con il nome di “Alleanza dei giovani democratici” (Fiatal Demokraták Szövetsége), tra i promotori nel 1989 di un cambio di regime, con il tempo il “movimento per un’Ungheria migliore” è finito per acquisire una chiara fisionomia da partito di estrema destra, rifacendosi – secondo il politologo Andrew Arato, docente alla New York University – più alla tradizione nazista ungherese che alla destra europea. Oggi Jobbik è una realtà importante nel panorama politico ungherese, e ha imparato a giocare il doppio ruolo di spalla e spina nel fianco del partito Fidesz, come spiega Ágnes Heller: «La forza di Jobbik sta nel dilettantismo del partito al governo: le politiche economiche producono danni per la povera gente, proprio quella che Jobbik mobilita con slogan nazionalisti e apertamente razzisti». Tra Jobbik e Fidesz c’è dunque antagonismo elettorale, ma anche una pericolosa e opaca area di contiguità, che si manifesta nell’ancoramento comune «a una forte visione conservatrice, e nell’appello alla classica triade “Dio, Patria, Famiglia”». Con l’adozione della nuova costituzione, che sostituisce quella ad interim del 1989, la retorica si è tradotta in chiari provvedimenti legislativi. Nella “Dichiarazione di cooperazione nazionale” che fa da preambolo alla costituzione, per esempio, si eleva «l’indissolubile nazione ungherese» a vero e proprio soggetto costituzionale, riconoscendo «la famiglia e la nazione» come «cornice principale della nostra coesistenza» e attribuendo alla cristianità un ruolo chiave «nel preservare la nazione». Per Ágnes Heller, è un evidente tentativo di diffondere «una mitologia della famiglia» e di attuare «una sacralizzazione della politica, con il riferimento a un’idea di cristianità molto circoscritta». Un tentativo che le forze liberali e di sinistra, troppo frammentate, non riescono a contrastare.

Anche Bitó László vede nell’eccessiva frammentazione delle forze dell’opposizione una delle ragioni del successo di Orbán. Professore emerito di fisiologia oculare alla Columbia University, scrittore molto stimato in Ungheria, Bitó László è uno degli intellettuali più convinti della «necessità di far dialogare le forze progressiste e liberali del paese, affinché possano ritrovare l’unità». Per farlo, da quando è tornato a Budapest dopo una lunga permanenza negli Usa, dove è approdato in seguito alla rivoluzione del ’56, organizza degli incontri domenicali nel suo elegante appartamento di Buda, dove lo incontriamo. «È vero – sostiene replicando all’amica Agnes Heller -, in Ungheria c’è gente a cui non piace pensare, che cerca un uomo da ammirare e che combatta per la patria, e Viktor Orbán con i suoi toni aggressivi risponde a questa esigenza. Il suo principale obiettivo è creare un senso di apatia politica generalizzato». Come Ágnes Heller, anche Bitó László diffida delle scorciatoie tassonomiche dei giornalisti, che parlano di un governo dittatoriale, anche se ne ammette il rischio: «Il governo Fidesz non diventerà mai una dittatura, ma ha introdotto provvedimenti che in futuro potrebbero essere usati per attuarla». Prima ancora che delle riforme costituzionali e delle «tante leggi approvate con metodi contrari agli standard democratici occidentali», Bitó László è preoccupato del clima culturale che si respira nel suo paese. «I miei timori maggiori sono rivolti alla destra estrema, al partito Jobbik, che non nasconde più il suo antisemitismo e che, secondo gli ultimi sondaggi, è sostenuto dal 30% dei giovani». Un dato allarmante, che può perfino peggiorare: «La propaganda governativa presenta Orbán come il campione della sovranità ungherese contro il colonialismo occidentale. Che succederà quando Orbán risponderà alle richieste europee, dimostrandosi troppo debole agli occhi dell’elettorato? La destra ne uscirà rafforzata». D’altronde, spiega, ogni pressione esterna non fa che aumentare il nazionalismo, mentre i partiti conservatori hanno una lunga storia a cui attingere, per alimentare il sacro fuoco della difesa della patria: «In Ungheria c’è una ferita profonda, riconducibile al trattato di Trianon, firmato a Versailles nel 1920 dopo la prima guerra mondiale», con cui il regno d’Ungheria, parte dell’Impero austro-ungarico, venne privato di ampi territori in cui vivevano minoranze ungheresi. Sotto questo punto di vista, la propaganda nazionalista e ultranazionalista non farebbe altro che incidere nuovamente la carne ancora viva di quella ferita, appellandosi all’idea della “Grande Ungheria”. Sta qui, nel revanscismo storico e nell’insularismo culturale, il pericolo peggiore dell’Ungheria di oggi. A sostenerlo sono András Arató e György Bolgár, il direttore e la “voce” più conosciuta di Klubradio, la radio indipendente che il governo sta cercando di far chiudere (e che pochi giorni fa ha ottenuto una vittoria giudiziaria). «Molti ungheresi – ci dice György Bolgár – ritengono ancora di essere i legittimi “proprietari” dei territori persi con il Trattato di Trianon. Il partito di Fidesz asseconda e allo stesso tempo fomenta questi sentimenti. Nessuno dice di voler modificare i confini ungheresi, ma tutti alludono più o meno apertamente alla Grande Ungheria di un tempo. Una troupe televisiva – continua Bolgár – ha scoperto che, quando era all’opposizione, lo stesso Orbán aveva sulla macchina degli adesivi che raffiguravano la Grande Ungheria». Per András Arató è proprio in questa equivoca zona di confine tra i due partiti che risiedono le maggiori responsabilità di Orbán: «Se Fidesz non dichiara apertamente che le idee dei movimenti di estrema destra sono illegittime, la gente tenderà a dargli credito. Per ora, le scelte del governo Orbán hanno demolito alcune istituzioni liberali, edificando le fondamenta di un regime autocratico. L’edificio è stato costruito, ma gli ungheresi ancora non sono entrati a viverci dentro. Non è detto che lo facciano. Ma l’edificio è lì. Bisogna assicurarsi che continui a rimanere disabitato», conclude András Arató.

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Intervista ad Agota Kristof, scrittrice del dolore e dell’esilio https://minimaetmoralia.it/interviste/addio-agota-kristof-la-scrittrice-dellesilio-e-del-dolore/ https://minimaetmoralia.it/interviste/addio-agota-kristof-la-scrittrice-dellesilio-e-del-dolore/#comments Thu, 28 Jul 2011 10:19:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4839 È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

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È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

di Michele De Mieri

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?
Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

E i tre libri della “Trilogia” come nascono?
Dopo le pièces teatrali cominciai a scrivere delle piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l’autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura romanzesca.

Come ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?
All’inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po’ speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com’eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l’osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.

Lei sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere un’opportunità di comprendere gli altri, il mondo…
Questo è vero, ma lo è solo per me. E’ il mio modo di mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia valido per le altre persone.

Oggi come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?
Io non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del ’56, io non avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere. All’inizio non capivo cosa c’entravano per me la Svizzera, la lingua francese. E’ stata una separazione difficile, soprattutto quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno fatto alcuni altri scrittori dell’Est. A scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori. E così scrivere in francese è stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: “come può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua che non è la mia”. Era un po’ un miracolo. Oggi mi capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre Kertész, sono stata felice per il suo Nobel. Sa, è stato per anni povero e senza successo.

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