Gergely Légrádi è uno scrittore ungherese, ancora inedito in Italia. Dopo i racconti Tra le righe, Si prega di attendere in linea e Questionario, pubblichiamo altri due brevi racconti inediti, tradotti sempre da Dora Várnai.

*

Appassionata

Si svegliò all’alba. Gli altri stavano ancora dormendo. A quell’ora non si poteva suonare il pianoforte. Si limitava quindi a ciondolare in giro per passare il tempo. Perché facendo rumore sveglieresti gli altri, tesoro mio. La luce del mattino irrompeva di traverso nella stanza. Ma non era rumore, erano note e fraseggi! Quella visione lo affascinava. Seguiva i fasci di luce con lo sguardo. Si mise seduto al pianoforte. Con delicatezza allungò le mani su quell’esercito di tasti bianchi e neri e vi fece scivolare silenziosamente le dita. Si udiva solo il lieve picchiettio delle unghie che toccavano appena appena i tasti. Chiuse gli occhi.

Uscì da dietro il sipario. Mentre si avvicinava alla sedia del pianoforte ascoltava il rumore dei propri passi, il ticchettio delle proprie scarpe di vernice. Le ali del suo frac si alzarono. Si mise seduto davanti al pianoforte. Tra il pubblico calò il silenzio. Con la mano destra regolò l’altezza del sedile. Le luci della sala cominciarono a spegnersi. Come se non aspettasse che questo momento, abbassò la testa. Il pubblico si predisponeva all’ascolto con concentrata attenzione. Fece un respiro profondo. Tutti attendevano di sentire la prima nota. Allungò le mani sopra i tasti. L’addetto alle luci accese i fari del palcoscenico. Le sue dita si sollevarono, pronte a battere sulla tastiera. I granelli di polvere vibravano nel fascio di luce. Chiuse gli occhi.

Le poche persone sedute al caffè non lo degnavano di alcuna attenzione. Si accese una sigaretta. I clienti chiacchieravano, mescolavano il proprio caffè. Con calma si avvicinò alla pianola. I lampadari sul soffitto emanavano una luce fioca. Dalla tasca della giacca tirò fuori gli occhiali da sole. La nuvoletta di fumo aleggiava pigramente sopra i tavoli. Si aggiustò a lungo gli occhiali sul naso. Qualcuno chiamò il capocameriere per pagare. Si scaldò le dita e allungò il piede destro sopra i pedali. Il mozzicone della sigaretta gli pendeva dall’angolo della bocca. Appoggiò le dita sui tasti. Chiuse gli occhi.

Non riusciva ad addormentarsi. In questi casi si metteva a suonare il piano. Eseguiva vecchie melodie. Proprio come aveva imparato a fare a casa, da bambino. Immaginava che tutti lo stessero ascoltando. C’era silenzio. Un silenzio triste e senza speranza. La luce dei fari esterni filtrava a malapena. Nessuno si muoveva. Alcuni contavano i battiti del proprio cuore. Lui era sdraiato su un fianco. Altri si rifugiavano nei ricordi del passato. Sentì che era arrivato il momento giusto. Adesso tutti lo stavano ascoltando. Allungò le mani sopra i tasti. Il suo corpo scheletrico e il pianoforte tremarono nello stesso istante. I fraseggi si susseguirono a un ritmo vertiginoso. Quella notte non dormì nessuno nel lager.

Titolo originale: Appassionata, prima pubblicazione in: AA.VV., Magánvégtelen, 2015 Traduzione: Dóra Várnai

*

Melodia

I

Stava canticchiando una melodia. L’avete sentita anche voi?, chiese il medico. Sì, ha bofonchiato qualcosa, rispose l’infermiere della sala operatoria. Macché bofonchiato, l’ho sentito anch’io, stava cantando, intervenne l’anestesista. Adesso, non esageriamo, li guardò il medico. Eppure, mi sembra di sentirla ancora. A voi non è rimasta impressa? No, io non riesco a ricordarmela, rispose l’anestesista. Nemmeno io, scosse la testa l’infermiere. Suonava più o meno così. Il medico cominciò a cantare in falsetto. L’infermiere e l’anestesista ascoltarono immobili le stonature del medico fino a quando questi non rimase senza fiato. Ecco, mi sembra fosse arrivato fin qui. Non credo abbia canticchiato oltre. Me lo ricorderei. Ora che l’ho cantata, riuscite a richiamarla alla mente? Gli altri due si guardarono, poi risposero quasi contemporaneamente: beh, no. Peccato, disse il medico. Sono sicuro che facesse così. O almeno, la prima parte. Perché, anche se non ricordate bene che cosa canticchiasse, avrete notato anche voi che era solo un frammento, non è vero? Mancava una parte. L’inizio. O forse la fine. Non saprei. Voi che cosa ne pensate? Non ho voglia di stare a disquisire su questa melodia, tagliò corto l’anestesista. E va bene, va bene, era solo per parlare. Allora, scrivo il rapporto e te lo mando per e-mail, aggiungi pure le tue note. Per il resto, se hai finito, puoi anche andare, disse il medico. Grazie, disse l’anestesista già sulla porta. Di me ha ancora bisogno, dottore?, domandò l’infermiere. Sì, non abbiamo ancora concluso. A proposito, tu che cosa ne pensi di questa bella melodia?, il medico si girò verso il ragazzo. Io? Niente. Eppure, sono convinto che provenisse da lui, nei suoi ultimi istanti. Un vero peccato che ci abbia lasciato solo un frammento. Senti qui, provo a cantare di nuovo il pezzo. Secondo me è particolare. Quando il medico arrivò di nuovo alla fine della melodia, guardò con aria interrogativa il giovane. Non ricevendo alcuna risposta da parte sua nemmeno questa volta, passò a dargli le ultime istruzioni, e se ne andò.

II

Si metta qui, per favore. Grazie. E aspetti con pazienza, lo istruirono davanti al cancello. Va bene, rispose lui, e continuò a canticchiare. Quando arrivò il suo turno, il segretario diede un colpetto a San Pietro e gli sussurrò a bassa voce: ha sentito, capo? San Pietro sembrava preso da qualcos’altro, fissava un punto in lontananza. Nel frattempo, però, gli venne la pelle d’oca sulle braccia, e poi, all’ultima nota della melodia, rabbrividì. Che cos’è questa canzone, figliolo?, gli chiese allora San Pietro. Non saprei, rispose lui con aria confusa. Stavo solo canticchiando. Ho sentito. Me la potresti ripetere? Ci posso provare. Raccolse tutte le sue forze, e si mise a cantare. San Pietro guardò di nuovo un punto lontano. Davvero molto bella. Grazie. E dimmi, figliolo, questo è tutto? Ho la sensazione che manchi una parte del brano. In effetti, sto anch’io cercando l’inizio, ma non riesco a trovarlo. Non mi viene. Non fa niente, figliolo, fece un cenno con la mano San Pietro, ti tornerà in mente, vedrai. Intanto, mettiti da questa parte, e riprova.

III

Trovate quel medico e tirategliela fuori, ordinò San Pietro. Oppure portatelo qui, davanti a me.

IV

Prego, entri pure, si sentì la voce del medico. La ringrazio di avermi ricevuto, disse educatamente l’angelo. In che cosa posso aiutarla? Non sarà per la sua ala?, chiese il medico. No, grazie, le mie ali stanno bene. Non sono venuto per me stesso. Ma per la melodia. Per la prima parte. Di sicuro se la ricorda. Certo che me la ricordo, rispose il medico. Non si può dimenticare. Allora, se fosse così gentile da canticchiarmela, gliene sarei grato. Quindi voi avete l’altra parte?, domandò il medico. Sì, abbiamo sentito la seconda parte. E com’è? Mozzafiato, sorrise l’angelo. Vorrei sentirla anch’io. L’altra parte. Perché sa, quello che ho sentito io è ammaliante, spiegò il dottore con gli occhi scintillanti. Come desidera, si alzò l’angelo. In tal caso, la cosa migliore è che venga con me.

Titolo originale: Dallam, prima pubblicazione in: Szemben, Napkút Kiadó, 2016 Traduzione: Dóra Várnai

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati