In
di Christian Raimo
Il nostro tempo della lettura è rosicchiato da quello che passiamo su Facebook o nel migliore dei casi in un zapping famelico di serie tv, ed è sempre più difficile immaginarsi di restare a letto una lunga domenica ipnotizzati da un libro invece che da uno schermo. Però può accadere. Se per esempio abbiamo a che fare con una velocità diversa, diversa dalle spirali accelerate della contemporaneità, dalla compulsione dello scrollare le nostre timeline, dall’ansia per l’ennesima ora di binge watching.
I personaggi dei libri di Antonella Lattanzi hanno per esempio questa velocità singolare, e non è semplice tenergli il passo. Già dal suo primo romanzo, Devozione (Einaudi 2010), si aveva l’impressione che la capacità di questa scrittrice allora nemmeno trentenne fosse quella di mimetizzarsi con un popolo di personaggi totalmente invasi da sentimenti incontrollabili, più potenti e più veloci appunto di quelli a cui siamo abituati. Lì erano un gruppo di tossici, che ambivano ad amori e furori impossibili ma erano sfiancati già nella loro gioventù; venivano tallonati dallo sguardo di Lattanzi mentre inseguivano la smania dell’eroina senza darsi il tempo nemmeno di formulare un pensiero di pace o un respiro.
Nel suo nuovo romanzo, Una storia nera, abbiamo a che fare invece con una normale famiglia neopreoletaria, pugliese di origine, che vive in una Roma in cui periferia e centro fanno parte di un’unica faticosa melassa urbana. Carla è una madre di tre figli, separata da Vito, un uomo gigantesco, molto violento e pericoloso che vorrebbe rimettersi insieme, e che a un certo punto – dopo aver trascorso con lei festa di compleanno della bimba più piccola – scompare nel nulla. Quello che sembra un mistero da Chi l’ha visto (su cui l’autrice ha scritto vari saggi interessanti) si rivelerà un carotaggio nella memoria dei personaggi, a quali Lattanzi è stata brava a farci affezionare, forse anche con qualche tirante furbesco. Ci ha lasciato entrare nelle loro case e persino nei loro vestiti e nella loro pelle, per poi mostrarci come, se sono solo gli affetti a dominare le nostre esistenze, niente è del tutto vero e niente è del tutto falso. Non è detto che non finiamo per sentirci catturati, o abbindolati.
Lo scrittore italiano che più richiede – e lo fa esplicitamente – attenzione, empatia, condivisione, complicità, verrebbe da dire correità al lettore, è sicuramente Michele Mari, autore mostruoso come si definisce lui stesso nel suo ultimo libro appena uscito per Einaudi, Leggenda privata. Si tratta di un’autobiografia talmente maneggiata, letteraria, che viene da dire che di tutti i suoi libri – compresi i meravigliosi romanzi precedenti con cui Mari ha riprodotto da virtuoso lo stile di altri scrittori (il dickensiano Rodderick Duddle, il leopardiano Io venia pien d’angoscia a rimirarti, il celiniano Rondini sul filo…), questo qui paradossalmente è il più inventivo.
“Cristallizzandomi”, scrive Mari, “mi sono falsificato: e vivendo e scrivendo, e scrivendo della mia vita e vivendo nella mia scrittura”: non si può uscire da questo gioco. Per l’autore è la prigione dello sguardo ossessivo e della memoria cannibale; per il lettore le sabbie mobili di una scrittura incommensurabile. Nessun altro scrittore in Italia ha la potenza di Michele Mari, di nessun altro sentiamo così tanto il dolore di questa potenza: dalle scene dell’infanzia che sembrano parodizzare in chiave horror l’inizio della Ricerca del tempo perduto all’adolescenza raccontata in modo spudorato come una continua messa in scacco del proprio corpo (meravigliose le pagine che Mari dedica al suo pisello) fino all’educazione letteraria che sembra una discesa in un girone dell’inferno popolato di scrittori freak ma per i quali alla fine non riusciamo a non condividere l’attaccamento maniacale dell’autore. Non portateci via da qui, dall’universo della letteratura!
E finalmente qualcuno si è deciso a scrivere e pubblicare “la leggenda” anche di una delle più importanti intellettuali italiane, Carla Lonzi. Qualche settimana fa è uscito per Deriveapprodi Un’arte della vita di Giovanna Zapperi, e si tratta di una corposa biografia dove – come giustamente avrebbe voluto Lonzi – i confini tra pubblico e privato non esistono, e quelli tra arte e vita tantomeno.
Il lavoro di ricostruzione e di restituzione da parte di Zapperi a partire dai mille riflessi che ha lasciato dietro e accanto a sé Carla Lonzi è un’ammirevole messa a fuoco della luce concentrata proveniente dal prisma di un’epoca – gli anni della contestazione, delle post-avanguardie, del neo-femminismo, gli anni in cui davvero molte cose sono cambiate. Lonzi è l’autrice di testi cardinali del femminismo del novecento come il suo pamphlet sull’orgasmo clitorideo e quello vaginale, o il Manifesto di rivolta femminile. Ma l’aspetto più interessante che Zapperi rivela è come la rivoluzione politica per Lonzi prendesse nutrimento dalle riflessioni più teoriche e astratte, sulla creatività, sull’estetica e il linguaggio negli anni d’oro della semiotica italiana, come quelle che si possono ritrovare nel suo libro più eterogeneo ma più simbolico, Autoritratto, il favoloso testo che scrisse tra il 1965 e il 1969, mescolando le interviste ad artisti con i materiali più disparati.
Anche Un’arte della vita è un libro miniera, che dall’esperienza di Lonzi sembra cogliere anche la capacità di tenere all’interno di una biografia durata quasi soltanto una stagione dello spirito, la possibilità continua di un altrove, di una deviazione rispetto all’esistente.
Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Articoli correlati