Pubblichiamo un articolo uscito l’estate scorsa sul Manifesto, che ringraziamo.
Atene era il centro del mondo. Non c’era bar, caffè, taverna, piazza o parco in cui non si sentissero pronunciare le parole chiave. Europa, referendum, solidarietà. Era la Politica con la P maiuscola e io me ne andavo in giro pensando che non poteva essere altrimenti. Solo la polis per eccellenza avrebbe potuto riportare al centro quel che il nostro Occidente opulento aveva diluito in una molle democrazia decadente. Mi aggiravo preda di un entusiasmo che non conoscevo. E non c’era respiro. Ovunque sbucava gente a discutere di quel che sarebbe venuto. Attivisti, appassionati, giornalisti. Di ogni paese, persino brasiliani, australiani, canadesi. Non solo europei, certo. Perché l’Europa avrebbe rappresentato il riscatto per tutti.
Ricordo un piccolo caffè dove una sera mi ero chiuso davanti a una camomilla per riprendermi dalle serate infinite e all’improvviso entrarono quattro newyorkesi, leftist spiritati, e si ricominciò a parlare, discutere, immaginare, sognare fino a tarda notte. Perché era chiaro a tutti: se avesse vinto il NO al referendum, la sfida greca all’Europa sarebbe stata definitiva e davvero qualcosa sarebbe cambiato, come si vagheggiava da mesi. Ci credevamo tutti. E tutti credevamo che avrebbe vinto il NO, e non davamo ascolto alle storie di chi bisbigliava che il segreto desiderio di Tsipras era la vittoria del SÌ. Chiacchiere da dietrologi – confermavo io. E mi davano retta.
Prima delle elezioni in cui Syriza aveva vinto sconvolgendo gli equilibri europei, ero stato l’unico italiano a cui Tsipras aveva concesso un’intervista. Si era ricordato di me che anni prima lo avevo presentato in un articolo come il futuro, in tempi in cui della Grecia non si occupava nessuno. Questa specie di manifestazione di fedeltà mi era parsa la prova irrefutabile che l’uomo fosse di un’altra pasta, e che non avrebbe mai sconfessato il modo in cui Varoufakis stava sfidando l’austerità non solidale a cui si era immolata l’Europa di Schäuble, l’odiato Ministro delle Finanze di Angela Merkel. Del resto era quel che si era sempre sentito ripetere in campagna elettorale. “Rivoluzioneremo le regole del gioco. È finito il tempo in cui si obbedisce ai diktat. Cambiando risposta, dovrà cambiare la domanda. Siamo noi ad avere le carte in mano. L’Europa non potrebbe permettersi di perderci”. E così ci eravamo trovati tutti entusiasti vedendo come i leader greci avevano preso a rispondere a un tecnocrate olandese dal nome impronunciabile che oggi tutti abbiamo dimenticato e che incomprensibilmente ebbe in quegli anni un enorme potere. Volavamo sulle ali della speranza, alimentata dall’appoggio di gente come Piketty e Stiglitz. Aspettavamo con trepidazione unica.
Poi il grande giorno arrivò. E io non ho mai più vissuto una felicità politica più grande. Mi ricordo l’ebbrezza nella sera calda di una Syntagma zeppa di gente festante e l’abbraccio continuo con donne e uomini mai visti prima, come se davvero si stesse aprendo un’epoca nuova, di riscatto, di avvenire, di costruzione in cui tutti finalmente avevamo la nostra parte. Perché vinceva la solidarietà, perché non può esistere una politica che non sia solidale, non ha senso una democrazia che non guardi alle minoranze, non c’è altro su cui lavorare quando si fa politica e questo non può che avvenire in Grecia, nella culla della democrazia.
Certo che eravamo retorici e ingenui. Ma come si doveva essere, in effetti? Come i tipi che, da giorni chiusi nelle loro stanze degli hotel di lusso, studiavano il crollo e pregavano per la disfatta greca arrivando a inventare storie del tutto false sulle file agli ATM, sull’Acropoli vuota, e sui cittadini greci privi di contante e ormai al lumicino? Non eravamo così vigliacchi, noi. Stappavamo bottiglie, cantavamo, e io finii in un bar poco distante dalla piazza con un russo ubriaco che ripeteva di continuo la stessa litania e inneggiava al successo contro le ingiustizie del capitalismo selvaggio di marca nordeuropea. Me ne tornai a casa giurando che la maglietta che avevo addosso, con un adesivo sul cuore che diceva OCHI, ossia NO, non l’avrei lavata mai più. E così è stato. È ancora nel mio cassetto, piegata, una reliquia.
Una reliquia. Ho saputo da amici di Syriza, anni dopo, che quella sera mentre noi festeggiavamo in piazza, Tsipras ricevette la telefonata di Schäuble. Si complimentava felice, il tedesco, assicurando al premier greco che la strada per uscire dall’Euro era spianata. Tsipras gli disse però che non ne aveva alcuna intenzione, non era quello il senso del voto greco. Schäuble gli rispose: allora accetterai quel che c’è da accettare. Ciò che seguì lo sappiamo tutti. La testa di Varoufakis. Un memorandum peggiore di quello rifiutato dal referendum greco. La svendita del Paese. E la svendita di un’idea. Una delusione epocale. Che in Grecia ha distrutto in un batter d’occhio gli entusiasmi di una generazione, modificando drasticamente le propensioni a una partecipazione democratica piena e radicale. E che tuttavia non si fermò certo in Grecia. Perché è evidente che se gli entusiasmi erano stati globali, anche le delusioni si propagarono ovunque. Un fallimento epocale. Che ebbe parecchie cause, ma innanzitutto una. Non credo sia difficile convenire sul fatto che la Grecia fu tradita dai Paesi che avrebbero potuto e dovuto affiancarla e sostenerla, fra cui il nostro, allora governato da un premier che quando accolse Tsipras nel suo giro europeo si limitò a regalargli una cravatta. Prevalse quindi l’Europa chiusa, ostile, austera e vendicativa, l’Europa che il debito greco, per quanto esiguo, non aveva intenzione di usarlo se non per comprarselo, il paese, con tutto il suo Partenone. E prevalse un’idea di politica con la p minuscola, tutta proiettata a svuotarla, la democrazia, con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Mentre cammino per le vie di un’Atene torrida, in questi giorni, dieci anni dopo, non trovo più nulla di quel che c’era. Hotel, Boutique Hotel, Luxury Rooms, generalmente in mani straniere, hanno sostituito i negozietti antichi, le botteghe di artigiani, le tavernacce. Si fa un gran parlare di un’Atene trendy e fa ridere vederla invasa dagli artisti tedeschi che hanno lasciato Berlino ormai troppo cara. E fa rabbia vederla colonizzata da investitori di Paesi che, affacciati sul Mediterraneo meridionale, oggi dovrebbero rispondere di ben altre questioni. Ma non è che un’immagine simbolica, quella della città trasformata, la polis aggredita, la democrazia svuotata. Perché tutto ciò che viviamo è la conseguenza di quel che poteva essere e non fu.
Un’Europa mai così lontana dai cittadini, in questi mesi, si impegna a pagare a caro prezzo un riarmo folle. Pochi spicci di quell’enormità che si pretende venga spesa in missili e droni sarebbero bastati a risollevare la Grecia in ginocchio e inaugurare una nuova pagina di “civiltà” occidentale. Ma sarebbe stata la pagina della democrazia, appunto. Quella piena democrazia che oggi più che mai fa paura perché i cittadini allora sì che contano e le loro opinioni devono essere anche ascoltate. Ascoltate, sì. E come si può pensare di ascoltare addirittura le minoranze, quando non si vuol dar credito alle maggioranze?
Navighiamo sull’orlo dell’abisso, in questi tempi bui. Eppure io so che quella comunità di donne e uomini che dieci anni fa erano qui a esultare e quella comunità più ampia che esultava da lontano (e tutti ricevemmo una massa di messaggi commoventi da chi avrebbe voluto essere qui e ce lo gridava con le lacrime agli occhi), quella grande comunità che sogna mondi possibili esiste ancora. E sono convinto che proprio adesso che tutto sembra crollare, sarà quella comunità a farci rinascere. E però dieci anni sono tanti e la bella ingenuità di quei giorni indimenticabili si è dissolta. Così il mio grande timore è che a quella comunità verrà dato spazio solo quando tutto sarà veramente crollato. E allora nessuno, proprio nessuno di noi, avrà il coraggio di esserne orgoglioso.
Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L’abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L’eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L’Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it
