Treccani ha scelto “fiducia” come parola dell’anno 2025. Una scelta che fotografa il nostro tempo più di quanto lo consoli. La fiducia non pesa quando c’è. Il peso arriva quando viene meno.

Dopo “rispetto” nel 2024 Treccani torna su un termine essenziale. “Fiducia” è stata tra le parole più cercate sul portale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, con l’incremento percentuale più alto rispetto all’anno precedente, anche per l’indicazione di molti giovani utenti.

“Fiducia” è un latinismo attestato in italiano nella prima metà del Trecento. Riprende il latino fiducia, dal verbo fidĕre (“fidarsi, confidare”), collegato a fides. Nella stessa area stanno “fede”, “fedele”, “fedeltà” e verbi come “fidarsi”, “confidare”, “affidare”, “diffidare”, “sfidare”.

Nell’amore la fiducia non coincide per forza con la frase “mi fido”. La fiducia è ciò che impedisce alla relazione di diventare sorveglianza. I dubbi esistono, ma il controllo non cura. La fiducia raramente crolla con un solo episodio. Più spesso si consuma per abrasione: promesse rimandate come dettagli, parole che cambiano, omissioni spacciate per riguardo, presenze intermittenti che diventano norma.

Nell’amicizia la fiducia è più nuda, in quanto non ci sono ruoli che tengano in piedi il legame quando non viene praticato. È una scelta. Fidarsi di un amico significa protezione e presenza, non per forza fisica, prima ancora che affetto: nel momento del bisogno non si fa un passo indietro, una chiamata non resta sospesa, un dolore non viene rimbalzato come intralcio. E se qualcosa si incrina, ci si parla. Non si sparisce finché tutto si raffredda. I greci la chiamavano philia (φιλία): amicizia fondata su amore fraterno, stima e reciprocità, distinta dall’amore passionale (eros) e da quello altruistico (agape). Per i filosofi greci, come Aristotele, la philia era un elemento fondamentale per la felicità, un amore disinteressato che non cerca utilità o piacere.

In famiglia la fiducia è fragile perché è la prima che impariamo e la più facile da dare per scontata. Da adulti può diventare ricatto emotivo: “dopo tutto quello che ho fatto per te”. Nell’adolescenza, invece, la fiducia è decisiva: rende possibile sbagliare senza mentire, chiedere aiuto senza vergogna, crescere senza vivere la casa come un posto ostile.

Nel lavoro la fiducia è soprattutto efficienza. E non dovrebbe essere regolata da simpatie, antipatie, supposizioni, pregiudizi. Si costruisce su regole chiare e responsabilità riconoscibili. Nasce anche dalla libertà: poter parlare senza paura, poter ammettere un errore, poter lavorare senza la sensazione di essere sotto processo. Dove c’è fiducia migliora la qualità del lavoro e del tempo.

Nelle istituzioni la fiducia è forse la più delicata perché non ha volto. Ti affidi a un tribunale, a un ospedale, a una scuola, a un’amministrazione pubblica perché ti aspetti regole stabili, risposte non arbitrarie, diritti uguali. Inoltre “fiducia” è anche una parola tecnica della politica: in Parlamento la fiducia è un voto, il meccanismo che tiene in piedi o fa cadere un governo.

Ma la fiducia torna anche nelle storie. Jovanotti, in Mi fido di te, la mette nel punto più scoperto: “mi fido di te, cosa sei disposto a perdere?”. Melville, nel suo ultimo grande romanzo L’uomo di fiducia, mostra quanto credito e truffa possano somigliarsi quando la parola perde peso.

La fiducia è leggera finché regge. Solo quando si rompe scopri quanto peso stava tenendo.

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Autore

s.magi@tin.it

Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto QuotidianoMinima et Moralia e Vanity Fair Italia.

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