Filippo Belacchi su minima&moralia https://minimaetmoralia.it/author/filippobelacchi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 May 2023 10:07:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Filippo Belacchi su minima&moralia https://minimaetmoralia.it/author/filippobelacchi/ 32 32 Martin Amis 1949-2023 https://minimaetmoralia.it/letteratura/martin-amis-1949-2023/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/martin-amis-1949-2023/#respond Tue, 23 May 2023 10:07:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52386 Non so neppure come si chiamano tecnicamente: obituary, necrologio, ritratto. Quei lunghi articoli, non i coccodrilli, che riescano a dare un’idea di chi sia stata una persona nel suo mondo e facciano capire la densità e il senso della loro perdita.  Ecco, sì, questo credo di poterlo fare.  Parlerò del mio Martin Amis, di quella […]

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Non so neppure come si chiamano tecnicamente: obituary, necrologio, ritratto. Quei lunghi articoli, non i coccodrilli, che riescano a dare un’idea di chi sia stata una persona nel suo mondo e facciano capire la densità e il senso della loro perdita.  Ecco, sì, questo credo di poterlo fare. 

Parlerò del mio Martin Amis, di quella figura con la quale per alcuni anni ho parlato, ogni giorno quasi tutto il giorno. La persona “grazie” alla quale a un certo punto ho pensato che volevo vivere solo di e con la letteratura; la persona che mi ha mostrato che i romanzi possono rappresentare e incarnare l’andatura e il respiro del mondo. 

E poi, come sempre accade, anche se sembra non debba mai accadere, la vita e gli anni hanno cambiato le cose e noi, gradualmente, ci siamo persi di vista. 

La scorsa estate l’ho sentito di nuovo (Inside Story, che mi pare Einaudi manderà questa settimana), ma lo smalto brillante della sua voce e del mio orecchio erano ormai opachi e noi quasi due estranei.

Ieri sera, poi, un’amica su Telegram: Oh. Ho letto adesso che è morto Martin Amis! Ho prima letto morto, e pensavo di leggere un altro nome, che per scaramanzia non scrivo. E invece. E invece mi è arrivato uno schiaffo e mi sono detto che non era possibile, poi la mente, alla mia età, ha subito razionalizzato. Ma quella razionalizzazione, come una coperta, sentivo che non copriva tutto, e quindi mi sono seduto al computer, mentre mia moglie andava a dormire e fin verso le due e mezzo ho letto quel che scriveva la stampa estera, il Guardian e il NYT, per lo più, i commenti su Reddit, e gli articoli/coccodrillo sulla stampa italiana, che erano cose più o meno tradotte dall Times. Nel buio della cucina, sentivo intanto la mia tristezza espandersi. Con il passare degli anni diventa sempre più nitida e dura; meno morbida e onirica, ma sorda, ottusa, eppure chiara, ben definita, come una sagoma di buio che avanza indolente e inesorabile.

Parlerò di Amis, del mio Amis, perché quello vero non l’ho mai conosciuto. Abbiamo parlato una volta per un quarto d’ora a Capri, circa quindi anni fa, quando ha firmato le mie copie di alcuni suoi romanzi. In quel periodo devo essergli sembrato una sorta di Annie Wilkes, perché effettivamente lo ero. Ero convinto (e in fondo lo sono ancora) di conoscere meglio di lui il suo unico vero capolavoro (e il suo più sfortunato), L’informazione.

Fu molto educativo incontrarlo, perché nella mia suprema ingenuità pensavo che Amis fosse L’informazione, certamente credevo che il suo cuore, il suo umore fossero quelli che si respiravano in quel romanzo colmo di personaggi feriti a morte, intrisi di una vitalità cupa e senza sbocco; inconsolabili e consapevoli del posto che per puro caso gli è toccato in un mondo, in un universo che guarda altrove, anzi non guarda, perché non ha occhi.  (Una citazione al volo da L’informazione, in cui il protagonista Richard Tull, scrittore fallito e invelenito dal successo planetario riscosso da un romanzo scritto dal suo amico di vecchia data Gwyn Barry, lascia cadere la testa in avanti, disperato per la vita, i fallimenti, le bugie, il posto che si è trovato ad abitare nel mondo, e cosa le sue sofferenza significano se messe nel contesto là fuori:

La testa di Richard cadde all’improvviso come un corpo morto e rimase sospesa ad angolo retto contro la lucentezza del suo panciotto di paisley. Era crollata di circa quarantacinque gradi… Il che è molto, in certe scale, per certi computi. Per esempio, la Stella di Bernard, come viene chiamata, percorre un arco di 10,3 secondi all’anno. Cioè un quarto appena della capocchia di spillo di Giove – circa un sesto di grado all’anno. Eppure nessun altro corpo celeste mostra un moto proprio di tale ampiezza. Per questo è chiamata la Stella Fuggitiva… E con il solo lasciar cadere la testa a quel modo, Richard stava modificando la propria relazione temporale con le quasar di migliaia e migliaia di anni. Sul serio. Perché le quasar sono lontanissime e continuano ad allontanarsi a grandissima velocità. Questo tanto per mettere le difficoltà di Richard nel contesto appropriato. Il contesto dell’universo.)

A Capri sono lui e McEwan. Parlano per un’ora, mentre io giro nella piazzetta, come Travis Bickle, con i libri sottobraccio. Mia moglie è appoggiata alla ringhiera con la macchina fotografica, alle sue spalle faraglione, mare Dolce & Gabbana, Bela Tarr. 

Ogni tanto gli occhi miei e suoi s’incrociano, capisco che qualcuno gli ha detto che c’è un suo lettore che è venuto da Firenze per ascoltarlo. Ha capito che sono io, momenti d’imbarazzo, è di una timidezza feroce, ogni tanto guardo la moglie, che ha gli occhi di paurosa intensità, capelli neri stupendi, occhi da Medusa buona, minuta, sembra una donna tremendamente in gamba. 

Lui intanto quando non fuma si rolla una sigaretta di Golden Virginia. Io sono alto un metro e novanta, lui è basso, ha la pelle abbronzata e compatta, il culo all’insù, da galletto, e gli stivaletti, i Blundstone, e una camicia, le camicie di lino che indossano gli inglesi quando vengono in vacanza in Italia. 

Alla fine  della chiacchierata sono il primo ad andare verso di lui, che ha capito e mi dice aspetta un attimo, sbriga firme e chiacchiere con un gruppetto di ammiratori e poi, finalmente soli, cominciano i miei minuti di follia. Gli dico quel che penso del romanzo, con riferimenti, quasi uno scienziato che presenta foglietti spiegazzati con calcoli che dimostrano che le sue teorie sono esatte. Forse ho preso troppo alla lettera le indicazioni di Nabokov, che un lettore è come un poliziotto sulla scena del crimine, deve sempre cercare di capire come ha ragionato l’assassino. 

Ho sempre pensato che Lei è Marco Tull, gli dico. E lui resta sorpreso: con uno sguardo divertito mi guarda con gli occhi che dicono: Cazzo, non ci avevo mai pensato, ma allo stesso tempo leggo anche un impercettibile, who the fuck are you, man? E allora gli cito dei brani del suo romanzo e lui sorride compiaciuto, lui ne cita un altro, di brano, e io — giuro, è vero, —  lo correggo, perché sbaglia una parte della citazione. La mia arroganza, Dio, la mia arroganza. E di questo è divertito e infastidito assieme. 

E poi guarda la mia copia dell’informazione e sorride perché è tutta scassata e consumata, esclama God! you must have read that book, o qualcosa del genere.

Ci stringiamo la mano e ci salutiamo. E capisco un sacco di cose su di lui e quindi su di me. Capisco che io sono ancora dentro L’informazione e lui ne è uscito. L’errore di sovrapporre (non ci avevo mai seriamente pensato fino a quel momento) l’opera alla persona, che stupidaggine!  ma non lo avevo mai veramente  capito. 

Poi ho rivisto, il giorno dopo, le immagini di quel tardo pomeriggio a Capri, la moglie innamorata e splendida, l’amico McEwan, i nuovi progetti, lo scrittore di successo in tournée, i figli, le figlie, davvero si può essere così sciocchi dal voler far entrare una persona, una vita dentro due tre romanzi? Quelli erano una parte, magari per un periodo, una parte consistente della vita di un uomo, ma non erano quell’uomo. I libri sono cose che capitano ai lettori e agli scrittori. E poi si tira avanti. Lui aveva già scritto altri libri, io ero ancora là dentro. Poi anche per me la tensione si è allentata e come le storie d’amore che sembra impossibile finiscano, davvero impossibile, come sembra impossibile che le persone muoiano, la storia d’amore si è sciolta. E sabato sera mi hanno detto che Martin Amis non c’è più. Sì, resta lo scaffale, gli scaffali pieni di suoi libri, come dice Rushdie. Però mi dispiace sapere che d’ora in avanti, quando sono in auto, cammino, o taglio l’erba del prato non potrò più pensare: chissà cosa starà facendo Martin Amis?

 

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Lonely Planet – seconda parte https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lonely-planet-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lonely-planet-seconda-parte/#respond Sun, 08 Nov 2020 09:33:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44560 Alzavo la testa tra i grattacieli e mi fermavo a guardare scorrere un cielo che intuivo essere immenso, mentre sotto, il mio sguardo ormai sdentato non riusciva ad afferrare le cose, che scivolano via indifferenti, parlando una lingua che non riuscivo a capire. Mi sentivo come un cane che si fissa allo specchio perplesso.  Poi […]

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Iwan Baan . Sandy's Aftermath . New York (2)

Alzavo la testa tra i grattacieli e mi fermavo a guardare scorrere un cielo che intuivo essere immenso, mentre sotto, il mio sguardo ormai sdentato non riusciva ad afferrare le cose, che scivolano via indifferenti, parlando una lingua che non riuscivo a capire. Mi sentivo come un cane che si fissa allo specchio perplesso. 

Poi di colpo mi stupivo della quantità di mattoni che c’era a New York. Fitti, vivi, di un rosso scuro come il sangue; così disposti irradiavano una impenetrabilità gotica. Ciò che era accaduto e accadeva là dietro, oltre quei muri, non sarebbe mai trapelato. Pensavo ai milioni di storie di uomini e donne, bestioni che si erano fatti strada attraverso quella foresta, ammassando potere e ricchezza; senza farsi scrupolo a spremere soldi da tutto e da tutti. Era strano pensare che io e loro eravamo della stessa specie, homo sapiens sapiens. Io e un orco palazzinaro degli anni 20. Eppure in comune non avevamo niente, se non naso bocca e organi interni. Erano affascinanti però, quei bestioni che avanzano senza fermarsi davanti a niente, capaci se necessario di sferrare un calcio nelle palle persino alla morte.

La New York che mi scorreva sotto gli occhi non c’entrava niente con quella che mi ero messo in testa. Sapevo di avere peccato d’ingenuità; addirittura alcuni degli artisti che avevo amato di più, qui erano morti per disperazione e solitudine, intrisi di alcol, o con le braccia soffocate dall’eroina. Ma per digerire la mia lugubre provincia – gozzano e verga, gozzano e verga, gozzano e verga tutto i giorni – avevo pensato a New York come un paradiso borghese. Ingeneroso chiamarlo così. Pensavo che in quella dimensione, in quella città, la vita fosse un film di Woody Allen con le musiche di John Coltrane. Ma Central Park West non c’entrava un cazzo con John Coltrane, come New York non c’entrava niente con Woody Allen. Sembrava invece di girare per le corsie di un immenso Foot Locker.

Quando ho visto il Dakota l’ho riconosciuto subito. Ricordavo bene il collegamento tivù, le immagini del telegiornale, la morte di John Lennon. Quella mattina, mentre mi vestivo per andare a scuola, quando lo hanno detto alla radio, ci sono rimasto malissimo. Già ascoltavo Strawberry fields e I am the Walrus. Il 1980, che mi aveva travolto, un miscuglio di ebbrezza estetica (le olimpiadi di Mosca e l’estetica del rosso su rosso, eleganti geometrie marziali, la compostezza di quel colore selvaggio, roba mai vista prima; poi le notti di scioperi in Polonia, facce diverse da quelle che giravano per tele, in qualche modo più liberi, visi abitati, occhi vivissimi mentre braccia si alzavano e abbassavano ritmicamente gridando cose in una lingua incomprensibile; i volti squadrati sotto capelli da tonalità rosso ramato e un pallore vitale), ebbrezza estetica, dicevo, e disperazione. Ucciso in mezzo alla strada, di fronte al Dakota, il castello neogotico. Finalmente lo vedevo in tutta la sua intimidente mole. Due portieri in divisa controllavano chi passava, come militari a un checkpoint. Un castello medievale a tutti gli effetti. 

Abitava al settimo piano. Ho attraversato la strada e ho chiesto dov’era successo esattamente. Uno dei due portieri, con la solita aria da buttafuori pronto alle belligeranze, mi ha detto here, indicando il cancello nero di fianco a lui. Ho guardato per terra, ma non riuscivo a pensare a Lennon. A tornarmi in mente era quel pomeriggio con mio fratello quando avevamo ascoltato le canzoni dei Beatles e Woman, please let me explain.

Ma la maggior parte del tempo ero intorpidito, sia nei musei che per strada. Evitavo di entrare nei negozi, mentre Silvia se ne infischiava. Anche lei, sì, sentiva calare quell’imbarazzo tremendo, come essere accerchiati da entraîneuses di un night che vogliono sbranarti il portafogli. Bastava entrare in qualsiasi negozio e ti accoglievano con un sorriso che si apriva come un airbag dopo un urto: bianco, gonfio, e soprattutto unheimlich. Ma appena capivano che non avevamo intenzione di comprare, i sorrisi scomparivano. Ci facevano intuire che senza soldi non si esiste, si è solamente ingombri da rimuovere. Quello era stato il tamburello che risuonava a ogni passo: se hai soldi hai vita, volume, altrimenti sei meno di uno spettro. Questi haiku di banalità, da quelle parti li sentivo con tutto il peso della verità, della rivelazione, come un bisonte torvo che ti carica addosso.

Anche ordinare un caffè diventava un problema, perché i camerieri arrivavano efficienti, con tutta quella paccottiglia di sorrisi e toni amichevoli, che guarda, avrei voluto coprirmi le orecchie per non sentirli quei modi e quelle frasi.

L’innaturalezza era così… così naturale da quelle parti. E purtroppo non ho mai, nemmeno una volta, avuto il coraggio di non lasciare una mancia per il gusto di vedere cosa sarebbe successo. Il terrore più grande, questo mi faceva paura a New York, il sorriso che all’improvviso scompare e si trasforma in disgusto, fastidio, rabbia. Vedere la vera faccia della gente, delle persone per cui non sei niente. Quella recita già la trovo faticosa sostenere qui in Italia, dove le cose sono, chissà fino a quando poi, più tenui. A New York ti veniva incontro una commessa come la padrona di casa a un ricevimento, e appena capiva che non eravamo americani ci chiedeva di dove, Ahhh, Italy! E diceva quattro cazzate sul nostro Paese orecchiate qua e là. E poi nei negozi ti chiamavano guest, ospite. Mentre leggendo libri di psicoanalisti americani avevo notato che i pazienti li chiamano customers, clienti. O per addizione o per sottrazione tutto girava attorno alla capacità di pagare. E su, all’Upper East Side, si vedeva chi poteva pagare e comprarsi tutto. Donne che essudano denaro, e uomini con abiti eleganti e l’immancabile orrendo cappello da baseball che commemora qualcosa o pubblicizza qualcos’altro. E bandiere americane ovunque. Sui tettucci delle macchine, sui banconi dei bar, dei negozi, nei giardini di casa, davanzali, finestre. Bandiere americane, sempre, sempre, sempre. 

Stavo cominciando a odiarli, gli americani. Ad Upper Manhattan le persone, i locals che giravano ti facevano capire di essere i padroni del mondo, non di quel mondo, ma di tutto il mondo. E spesso capitava di essere guardati con disprezzo e aggressività tutta in potenza, là pronta dietro gli occhiali, dietro le labbra.

La sensazione che ogni residenza fosse un fortino, fosse il Pentagono, fosse insomma qualcosa dietro cui asserragliarsi e sparare a vista. E la passione erotica degli uomini nel vestirsi in divise paramilitari; sembravano tipi in mimetica anche quando indossavano un doppiopetto con bottoni d’oro. Tutti parevano vestiti in assetto da combattimento. Adesso capivo che quegli indumenti, portati a quel modo, erano pronti per accogliere una o più armi. Una Glock, o magari una Beretta discreta e rispettabile, facevano così pendant con quel modo miliziano di indossare abiti eleganti. E anche New York, che non era America, come tutti sbagliando dicevano, aveva un’aria da Far West, da cowboy, da frontiera. L’aria truce di gente che spara, capace di sparare, sottomettere, violentare, depredare, derubare, e conquistare.  Anche in questa New York ingolfata di Starbucks, c’era quell’aria da meridiano di sangue.

Si percepiva che era impossibile scendere da Harlem, armi in pugno, fare la rivoluzione e rovesciare New York. Qui i ricchi sapevano difendersi e come reucci medievali giravano con eserciti privati. Da Harlem non si erano mai azzardati ad attraversare quei due miseri isolati per ammazzare gente che teneva sotto il tacco l’umanità intera; quelli preferivano ammazzarsi tra loro per un paio di Nike. Anzi, stavano là, sui marciapiedi in attesa che l’uomo bianco andasse a comprare crack, fregna, cannibali, o qualsiasi cosa gli saltasse in mente di comprare.

Nelle zone ricche gli obesi sparivano, in compenso di donne con facce fortificate da botox e silicone ce n’erano a frotte. In mezzo a tutto questo ho visto l’insegna del New Yorker. Ormai era troppo tardi, io troppo vecchio e Updike e Nabokov troppo lontani, perché quella insegna rossa (sì, mi pare fosse rossa, o celeste?) potesse emozionarmi. Come anche gli alberi che Spike Lee riprende da sotto all’inizio dei film, e da sopra alla fine, lungo le strade costeggiate da brownstone, non mi facevano nessun effetto

Siamo arrivati alla Columbia. Orientation day, l’inizio dell’anno accademico stava scaldando i motori. Pieno di ragazzi. Anche quelli, che avevano sì e no 20 anni, riuscivano a intimidirci. Ci siamo seduti su un prato a guardarli. Si muovevano veloci e sicuri come coyote che seguono una scia di sangue. Non potevano sbagliare un colpo, nemmeno lo sapevano, come si faceva a sbagliare. Io a vent’anni avevo problemi ad attraversare la strada, mentre ora di fronte a me vedevo ragazze asiatiche che però di asiatico avevano appena uno sfumato (erano ormai più un miscuglio di geni: asiatiche, nere, sveve, andaluse, probabilmente figlie di qualche CEO sud coreano e una ex étoile dell’Opéra a sua volta figlia di un ebreo spagnolo e una norvegese levigata), marciare con passo apparentemente giocherelloso in cerca di affermazione e potere. Non c’era niente di autentico. Nemmeno tra i ragazzi — che sembravano già vecchi, vecchi del XXI secolo, e dunque satanicamente giovani — c’era autenticità o un sorriso involontario, un inciampo, una balbuzie; si muovevano con spietata efficienza, ma nella direzione sbagliata. Ormai lo sapevano anche i sassi, anche i mattoni di New York, che nessuno avrebbe potuto competere con intelligenza artificiale e robotica, creature che sono giusto dietro l’angolo. Quei ragazzi avrebbero dovuto muoversi nella direzione opposta e diventare autentici, individui, veri, eroi.

Eroe, la parola magica della mia vita. Eroe, sì, cazzo. Anche se dal russo si vede meglio, che piega ha preso questa parola: герой — ghiroi. La g dura, un tempo era v e quindi Viroi. Ecco cosa avevano in mente i romani; sarebbe viroe e non eroe, con quel suono desueto, risorgimentale: la parola, anche come forma, breve ma possente — 4 lettere di cui 3 vocali — , l’aria che esce dal torace gonfio di un patriota che cerca la morte affrontando gli occupanti. Vir in latino significa uomo, virile. Quindi eroe è la polpa concentrata di un uomo, una creatura che trabocca virtù. Ma l’idea di eroe, specie per colpa di questi coglioni di americani che hanno intasato di spam emotivo la testa di uomini e donne in tutto il mondo, non è quella di un uomo represso, che non si lascia mai baciare in bocca (nei film di Hollywood non si vede mai e poi mai l’eroe con i suoi superpoteri di stocazzo abbandonarsi, lasciarsi penetrare la bocca da labbra e lingua di una donna; dio che brutta cultura redneck che ci siamo presi addosso!). 

L’eroe come uomo virile, virtuoso, perché vir è anche la radice di virtù che però in greco si dice aretè. Quella, l’aretè, era la caratteristica dell’eroe, che non c’entra niente con l’essere uomo (nel senso di peli, barba, Clint Eastwood), ma c’entra invece moltissimo con l’essere capaci di un’apertura tale da diventare una creatura totale, un fuoco ardente. Una roba di lacrime, commozione, parola, scatti, pensieri. Tutto addosso, tutto sulla pelle viva; quelle sono le armi dell’eroe. L’autenticità più estrema. Gli eroi sono in cerca di gloria, altra parola bellissima, perché mi fa venire in mente glow, il tremore erotico e sociopatico della fiamma, come certe canzoni di Bob Dylan. Achille doveva interpretarlo Bob Dylan e non Brad Pitt; Achille vuol dire l’uomo dal dolore incessante, the man of constant sorrow.

arête, essere colmi di virtù! E la gloria è una fiammella dal pinnacolo di seta bianca.

Questo avrei voluto dire ai ragazzi della Columbia; rovesciare una cassetta per la frutta, salirci sopra e parlare, mentre Silvia mi tirava via per la mano sussurrando: Dài, andiamo a casa, che questi chiamano le guardie. 

Ogni tanto — stavamo leggendo un articolo di un ex studente —  alla Columbia qualche ragazza si buttava dalla finestra di uno degli alloggi universitari, spappolata da stress e competizione; i ragazzi invece preferivano la morte da battello ebbro: overdose, alcool, cornucopia di pasticche. Ma erano una minoranza; quando scoli la pasta ci sta che un paio di fusilli saltino via. Il resto era arruolato nell’esercito più esclusivo e spietato del mondo, gente che non sa neppure come fare a farsi venire un crollo nervoso. Probabilmente gli antidepressivi erano il loro giubbotto antiproiettili, assieme a un plotone di psicoterapeuti. 

Già in fase di decollo, il loro nome nella lista di Forbes. Ma per cosa poi? Per diventare come Bill Gates o Bezos? Ma chi la vorrebbe una faccia così? Bezos, che sembra il fratello palestrato e stronzo di Dr. Evil. 

L’importante è farcela, a fare cosa, non si sa bene. Avrebbero già dovuto andare in carcere per pedofilia. Si allenavano a sodomizzare più e più volte al giorno l’umanità, che è ancora minorenne. Rapporti con minore incapace di intendere e di volere. Questo il capo d’accusa. Galera a vita. Ma da quell’erba così educatamente verde, guardavo sfilare caviglie bellissime di certe ragazze dalla pelle burro e pepe, che camminavano con un sorriso provato e riprovato un sacco di volte allo specchio. Magari, chissà, avranno avuto anche un personal trainer per il sorriso. 

E pensare che Harlem era proprio là dietro, sarebbe bastato un niente per occupare l’università. La scalinata dell’ingresso si prestava così bene per un assalto; gli architetti (McKim, Mead & White) avevano — sono pronto a scommetterci — ammiccato ai rivoluzionari di tutto il mondo: Noi, ragazzi, vi prepariamo la scalinata, ideale per fucili e barricate, poi fate un po’ voi.  Era l’easter egg, il passaggio segreto che ti permette di percepire ciò che hai di fronte in modo completamente diverso; terreno fertile per il momento di chiarezza. Ma si vede che i rivoluzionari non passavano da quelle parti o se ci passavano avevano il naso appiccicato al loro smartphone; cosa che, notai, nessuno tra gli studenti esibiva o guardava. Non ne avevo visto sbucare uno, da quelle Hermés Birkin, o dalla tasca dei jeans dei ragazzi. Semmai ci fosse stato bisogno della Columbia per capirlo, lo smartphone era un giocattolo per noi, noi sottoproletariato. Loro erano stati allevati da genitori che avevano proibito l’uso eccessivo, squilibrato e tossico dei device. I padroni della new economy dicevano ai figli: vuoi diventare come quei rincoglioniti che passano le giornate su Instagram, Youtube Twitter, Amazon e Tik Tok? Tutto il giorno a sparare cazzate e abbruttirsi nel gruppo whatsapp?

Ma papà, tu sei diventato ricco, pornograficamente ricco anzi, perché hai investito in queste società!

Appunto, queste cose servono solo per far soldi. Sono strumenti che Dio ha mandato in terra a noi eletti per consentirci un tenore di vita adeguato. Gli altri, i fuori della grazia, detti anche disgraziati, ne fanno un uso erroneo, li utilizzano cioè per sopravvivere. Nemmeno per vivere, ma per sopravvivere. Ti sembra possibile essere così imperdonabilmente sciocchi?

Ci siamo scrollati l’erba dai jeans. Sembravamo Sordi e la Sora Lella. Usciti siamo tornati a casa sapendo tutto quello c’era da sapere sulle nostre vite, le nostre possibilità e il nostro posto nel mondo. And all I remember, I don’t wanna be like them

E ancora una volta, mi ripetevo, è l’arte, qualsiasi forma d’arte. Quella, a dispetto di tutto, puoi incontrarla e sapere cosa vuol dire avere l’universo nell’aorta. Fiumi di stelle, rubinetti spalancati di buio celeste, sguardi di cristallo, conoscenza, ritmi, passi bebop sulle strade delle gigantesse, coscienza come la materia oscura che strimpella ballate. Quello, quella specie di magic fuckery, l’arte, è la via. . 

Achille, sì, l’uomo che soffre, la radice Ach (da cui to ache). La luminosa sofferenza. Eroe, così vicino al T.S.O., così vicino a essere l’idiota della famiglia.

Gente che abita il buio, in queste tenebre brancola e mormora; una serie di mosse e parole capaci di cancellare il buio per qualche luuuunghiiiiiiiiiiissimo istante, un corpo di luce che fende la tenebra. 

Il sangue, com’è buio il mio sangue, ho pensato mentre l’infermiera mi faceva il prelievo.

And I can die when I’m done.

Grazie a Barbara Setti

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Lonely Planet https://minimaetmoralia.it/attualita/lonely-planet/ https://minimaetmoralia.it/attualita/lonely-planet/#comments Sat, 07 Nov 2020 08:48:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44554 Prima parte Siamo atterrati il giorno dell’eclisse.  Volevamo correre su un tetto per vedere la città stralunata, sotto un tramonto nero, e invece abbiamo passato il pomeriggio in uno stanzone immenso, in attesa che la dogana ci desse il permesso di entrare in America. Noi due in mezzo a un mare di persone da tutto […]

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Section of Midtown And Upper West Side Of Manhattan Loses Power

Prima parte

Siamo atterrati il giorno dell’eclisse. 

Volevamo correre su un tetto per vedere la città stralunata, sotto un tramonto nero, e invece abbiamo passato il pomeriggio in uno stanzone immenso, in attesa che la dogana ci desse il permesso di entrare in America. Noi due in mezzo a un mare di persone da tutto il mondo per vedere una città che non esisteva più.

Un poliziotto palestrato, mentre ci scrutava la pupilla con un attrezzo, ci ha chiesto se dentro la borsa avevamo tabacco, armi o droga. No, just tobacco for personal use gli ho risposto sbirciandogli il viso, gli occhi soprattutto, azzurri. Irradiavano una sottile aria da psicopatico; li ho fissati per un istante e ci ho visto un poligono da tiro, giri notturni in periferia con il fucile a pompa appoggiato sul sedile, il baracchino sintonizzato sul canale della stazione di polizia e una voglia matta di essere il giustiziere della notte.

Non ha detto Welcome in the United States, come avevo sentito dire nei film, e nemmeno Enjoy your stay! Ci ha riconsegnato i passaporti senza fiatare. Stava noi a fare il passo e finalmente entrare là dentro. Addosso un’euforia intrecciata al timore che suonasse un bip da antitaccheggio colossale, o che quello mi prendesse per il bavero (Where you think you’re going motherfucker?! I did not finish with you guys!)

Can we go? Ha chiesto Silvia. Lui ha assentito, silenzioso, facendo con la mano un gesto fasullo da magnanimo. 

Siamo entrati in un altro stanzone, vuoto questa volta, in attesa di un treno dalle forme giapponesi, privo di conducente.

Ci siamo guardati attorno. Ancora non era America, potevamo anche essere nei pressi di un centro commerciale dalle parti di Gallarate; sì, ok, i primi obesi creati dagli dèi del Junk Food che camminavano come se indossassero i doposci, quelli da noi ancora non c’erano; i fuoristrada massicci che scorrevano lenti e levigati, i vetri oscurati da mitomane, anche quelli a loro modo obesi, ma ancora non era America.

Siamo scesi ancora e ci siamo trovati in una stazione primonovecentesca, di fronte a vecchi vagoni massicci e compatti; distributori automatici di bibite e merendine, sotto tettoie e travi traforate di ferro arrugginito. 

Stavamo là, sulla banchina, tra immondizia e gente che stazionava ciondolando in modo vagamente bellicoso. Ci siamo guardati un attimo, e poi eccolo, il senso di vertigine. Il continente, me lo aspettavo salisse, la sensazione di poter camminare e arrivare dall’altra parte, all’oceano pacifico, o laggiù nelle terre di Faulkner, o là sopra, dove comincia l’Appalachia, o più in basso, nella cormacmccarthery. Tutto quello che avevo amato veniva da là. Mi trovavo pur sempre in quel mondo, quell’altro mondo, che per anni aveva abitato la mia testa, nutrito da film, dalla tele e dai romanzi. Quella roba sognata adesso si apriva di fronte a me, a noi. Ecco, quello è stato il primo passo in mezzo a quella roba.

A New York sono tutti amichevoli e sorridenti; non è America, ma una cosa a parte; puoi andare in giro nudo e nessuno ci fa caso; queste le cose che ci dicevano tutti prima di partire.

La gente però, da quelle parti, sembrava averne avuto abbastanza di New York, e dei turisti; bastava un niente per spazientirli. Lo sguardo, spesso sprezzante, non faceva mistero che gli rompevi il cazzo se poco poco intralciavi la strada. 

Terrorizzato dall’idea di fare la figura del turista, tentavo di non commettere gli errori che mandano su tutte le furie i newyorchesi; mi ero pure guardato dei tutorial su YouTube: cose da non fare assolutamente per non urtare i nervi dei locals  – Do and don’ts in New York, o qualcosa del genere. Ma il meccanismo che li faceva infuriare era lubrificatissimo, bastava un niente e tatlàc!, ti guardavano furenti. 

Nel corridoio del vagone della metro una giovane donna dall’aria cool, con giubbotto di jeans, gonna di pizzo e stivali da cowgirl, ci ha fatto segno di passare e darci una mossa con una sventolata che l’ha trasformata di colpo in una di quelle vecchie dalla bocca squinternata e l’aria demente.

Già alla fine del primo giorno mi veniva naturale raccogliere i tipi di persone per insiemi. Silvia invece era più rilassata, si guardava attorno godendosi il bello della vita, della vacanza, e quasi ogni cosa la incuriosiva. Io ero parte di un’altra umanità, di un altro insieme. 

Più volte in quei giorni mi tornava in mente una vecchia puntata dei Simpson vista tanto tempo fa. Quella in cui Boe decide di trasformare il suo locale in un ristorante per famiglie, ma gli basta una settimana per scoprire che lui le famiglie le odia e odia anche il ciarpame technicolor che si portano appresso; i figli lamentosi e sadici, i genitori sostanzialmente stronzi, le richieste assurde, la pretesa di tenere a bada l’infelicità ordinando hamburger e frappé. Lui, anzi io, cioè Boe, fratello mio, che aveva sperato, addirittura tentato di essere come gli altri, deve fare i conti con il fatto che è un disadattato. Star tra la gente, tra quella gente almeno, non fa per lui. Meglio tenere aperto e vendere birra a quei freak che nel mondo non sanno che pesci prendere e 

A New York tutti, la gente, mi sembrava molto infelice e incazzata, o incazzata incazzata, o infelice infelice, o incazzata e infelice. Mi mancava Boe. 

Prendevamo sempre la subway e la sopraelevata. Abbiamo visto playground pieni di ragazzi che giocavano a basket. All’inizio sorridevamo, Silvia sorrideva, io sorridevo. Eravamo là, a New York, che era carissima, sì, ma piena di musei, c’era Central Park, c’erano le strade enormi che traboccavano umanità, gente, giovani; giovani sotto stress che correvano da un posto all’altro in cerca dell’opportunità per sfondare.

Guardavo le persone, i cani, gli alberi, le auto, le donne, gli uomini, le ragazze; le donne, ormai emancipate, dicevano che ognuno è quello che è, e allora perché non essere sciatti e brutti tutti assieme? Perché vergognarsi? Anche quando francamente qualcosa di cui vergognarsi c’era. E quindi, assieme all’emancipazione dilagava una spudoratezza strafottente. Donne obese, o a un passo dall’obesità, giravano in hot-pants o minigonne, la faccia istupidita dagli zuccheri, l’espressione di chi, con la bocca semiaperta, aspetta di fare un rutto, anzi aspetta di fare il rutto definitivo. 

Molti gettavano a terra, con impressionante naturalezza devo dire, enormi bicchieroni di una carta malsana e polisterolata, o contenitori da cui sfiutavano filamenti di cibo etnico. Tutti, almeno tutti quelli che prendevano la metro, avevano i nervi a fior di pelle; ognuno guardava l’altro in cagnesco. E questo era l’insieme di giovani tra i 25 e i 30 che voleva diventare Lena Dunham; Donald Glover; Ezra Klein; o la prossima stella di Broadway o il prossimo dio con una montagna di miliardi che avrebbe cambiato il gioco.

Poi s’intravedeva la mandata precedente a quella, i miei coetanei, che non ce l’avevano fatta. E siccome a quelli era toccato vivere in un periodo in cui, anche solo per poter minimamente pensare di essere qualcuno, era obbligatorio tatuarsi, si portavano addosso l’indelebile traccia di essere stati meravigliose bestie glamour. Nella metropolitana, un uomo con i capelli neri, forse non tinti, sui quaranta abbondanti, si è seduto di fronte a me. Aveva stivali a punta, jeans neri molto stretti, gambe lunghe e sottili e una maglietta grigio slavato, senza maniche, con stampe bianche, sbiadite al punto giusto. Joe Spencer blues explosion, tipo; le braccia coperte di tatuaggi non colorati, come quelli che si facevano i galeotti e i marinai negli anni 20: pin-up dalle forme ormai sbirulente a causa della pelle vizza; cuori trafitti da frecce e avvolti da scritte procedevano dal dorso della mano fino alla spalla. Ovviamente si era imbrattato tutt’e due le braccia, che sembravano i muri del cesso di un bar andato in malora. L’espressione ricordava uno che si sta riprendendo con grande fatica da una sbronza cattiva, lo sguardo diffidente e sfuocato. Era molto doloroso vederlo.

Il giorno prima, sul ponte di Brooklyn, avevo incontrato sua sorella emotiva, un’altra donna non più giovane, anche lei coperta di tatuaggi fin sulla faccia, che sperava di farcela e diventare una trend setter, influencer globale – per usare il linguaggio corrente. Lei, a differenza dell’uomo, aveva un’espressione di superiorità e distacco perché voi non sapete, ma io… Purtroppo era patetica, faceva brutto vederla, più brutto che vedere i barboni, i clochard insomma, con la faccia distrutta dall’alcol che agonizzavano agli angoli della strada. E di quelli ce n’erano tanti, una miriade.

Il nostro appartamento si trovava a Williamsburg, che sprofondava fino al polpaccio nel degrado. La sera, lungo la strada– i lampioni erano radi, le strade poco illuminate – si vedevano i cellulari, come gigantesche lucciole, mandare bagliori. Sembrava di stare dentro un film di fantascienza fatto con pochi mezzi ma bene.

Una sera, tornando a casa, una donna seduta davanti all’ingresso della sua casetta ci ha rivolto la parola in italiano. Aveva sessant’anni, una bellissima pelle levigata e olivastra, pochi denti in bocca e i capelli neri – tranne che per un ciuffo bianco sulla fronte, come la Sontag.

Si chiamava Paola e veniva da Napoli, un paesino vicino Napoli. A diciott’anni aveva seguito il suo amore in America. Ma il suo amore, nel giro di breve, si era trasformato in un grande, abissale, figlio di puttana. Aveva sperperato i soldi di lui e di lei al gioco. Lei si era ritrovata in una terra ostile, con tre figli, e un marito che combinava solo guai. Faceva la sarta per una ditta di confezioni, il suo boss era un ebreo. Lei gli ebrei li chiamava Giudan; sembrava il nome di una tribù in un romanzo fantasy di 1500 pagine. I Giudan. Parlava un italiano lento e fatato da cui di tanto in tanto fuoriuscivano energiche parole in inglese e in dialetto. Di Manhattan ne parlava come di una terra remota che dondolava tra sogno e realtà, mentre l’Italia le sembrava fosse sull’altro lato della strada. 

Era molto razzista, ma conosceva New York e ci spiegava come stavano le cose. Aveva detto appunto che i Giudan erano i padroni della città, imbattibili palazzinari: they are smart! Uuuuuhhh, esclamava alzando le mani al cielo, My god!, they are smart [che pronunciava smatt] for the money. E ha indicato la casa alle nostre spalle. Bella, l’unica nella via, con enormi vetrate squadrate sul davanti. Ha detto che prima c’era una casa di legno, come tante altre in quella zona, fatta con assi orizzontali colorate di celestino, ‘na baracca cum’achista, ha detto indicando casa sua. I proprietari sono morti e i Giudan hanno comprato la casa dai figli, un milione e mezzo. Ma a New York con un milione e mezzo ci fai niente… puoi cumprà giusto ‘na casa a Sheepshed… i russi, My god! I russi ci stanno, vanno a sta’ coi russi. E qui hanno fatto appartamenti… lo vedi? Va’… costavano un milione e mezzo l’uno, quattro appartamenti. Ciànno guadagnato assai! 

Raccontava quell’operazione semplice e lineare, che veniva voglia di provarci anche a te. Le parole pronunciate con aria stracca, come se addosso le soffiasse continuamente lo scirocco. Anche gli stupori, l’indignazione o la disperazione per una vita tutta sbagliata e rovinata li esprimeva come se fosse in dormiveglia. 

Nella sua vita aspettava un giorno l’anno, il Columbus day, quando arrivavano le star della televisione italiana, Carlo Conti, Bonolis, Baglioni; si era fatta una foto anche con Bocelli (he’s a tall guy! più alt’e te) e qualche celebrità di “Un posto al sole”. Lei partecipava alla parata e poi alla sera di gala, dove faceva le foto con le personalità italiane.

Veniit, veniit quanne ce sta O’Columbus day. Chille sonnovabitch… lo vuó cancellare

Ma chi, De Blasio?

E poi si è avvicinata a me, con uno sguardo sottovoce velato di costernazione e disprezzo. 

S’è sposato ‘na negra! Ha sibilato facendo un gesto curioso: si è passata l’indice due volte sull’avambraccio, come a voler togliere lo sporco.

Ah, sì, la moglie.

Quand’è stat’a Roma s’è purtat’appress o’figlio, co’ chi capell… nun se fa accussì

Beh, è un ragazzo…

Ha ‘na testa! No, chille ciaffatt’affà ‘na figuračč. My god! Doveva andare da o’barbiere!

E si metteva le mani nella testa come se parlasse di una tragedia.

No, guarda che in Italia non si è scandalizzato nessuno per i capelli del figlio di De Blasio, fidati.

Come capita a tutti gli immigrati che stanno troppo tempo lontani da casa, anche lei era entrata in una dimensione dove il tempo non scorreva più. Era come sentire una canzone d’epoca suonata da un grammofono, con tanto di fruscii e sbilencate della voce durante la trasmissione. 

E Denìiir?

L’attore?

Yes, yess… my God!

Ha fatto un gesto col mento, come dire che anche lui l’aveva combinata grossa. Un tradimento a tutti gli effetti.

Ah, sì, anche lui ha sposato una…

‘na negra!

E ancora quel gesto, che preso di per sé era molto bello, sembrava la parola di un linguaggio in codice: indice e medio scorrevano sopra l’avambraccio con fare dolce e poi si fermavano in modo secco.

Ma perché ce l’hai coi negri?

No, chille lavorene. They wuok, they wuok’allot.

Quindi ho pensato che i neri non le andavano a genio solo per un fatto estetico. Anche quelli erano valori che avevano bisogno di un massiccio upgrade. 

Ah, pensavo ce l’avessi con loro perché magari sparano o fanno rapine…

Naaa, i portoricani… chille stanne ‘ca ddietre, s’ammazzano… ma tra di lóro. ‘Na  vota erene i negri, ma adesso dei wuok, dei wuok allot.

Le parole che diceva in inglese guizzavano sode come trote da quello stagno italiano.

Nemmanco i soldi po o’ funerale c’aveva mio marito. Murissa ‘nata vota. He died because he uos smoking and drinikin’ allot, and gambalin’.

Giocava?

Uhhhh, si giocava! Sannovabitch

Mi dispiace. Ma tu, sei qui da sola?

I figli, lavorene. Le figlie lavoran a o’ supermercato, markèt. E il maschio in Police, Survelliance.

La guardia giurata?

Ekk… sssì, la robballà. Tenghe pure due nipotini.

Beh, allora sola sola non sei?

Ma chille venghene pók accà. Tenghene sempre a lavorà. Wuok wuok… accà è caro, car’assai! La vita cost’assai.

Aveva una voglia scandalosa di parlare con noi, con gli italiani, là seduta sugli scalini di quella che all’inizio pensavo fosse casa sua. Un’abitazione dall’aria striminzita e molto povera. Il piano di sopra era affittato per metà da una coppia di giovani sposi, mentre nell’altra viveva una ragazza, che quella sera arrivò con l’aria arrabbiata; furia  anglosassone, roba ariana insomma, tutta razionalità e niente sceneggiata, cose che fanno molto effetto su noi mediterranei. 

È passata senza salutare né me, né lei; con un passo molto infastidito e molto rapido, quasi un assalto al trotto. Ha aperto la porta sbattendola dietro di sé.

Ma come mai? – ho chiesto a Paola – , come mai si comporta così?

Beve, fuma ‘a droga.

Ho capito, le ho detto. 

Ho pensato che in fondo anche lei, una ragazza che non aveva nemmeno trent’anni, faceva una vita che detestava in una città spietata. Voleva certamente essere qualcuno, qualcosa, mentre non riusciva e odiava tutto quello che gli ricordava normalità, fallimento, sconfitta e tristezza. A me sembravano tutti così, là, giovani e i meno giovani. Una moltitudine di illusi che comincia a sentire il tanfo della disillusione.

I neri erano simpatici. Quasi stupiti se gli rivolgevi la parola. Spesso avevano sorrisi neorealisti e sembravano addirittura autentici. 

Una sera avevo chiesto informazione a una bella donna nera, molto espansiva. Addirittura aveva chiamato un’amica al cellulare (Ya know… she works for the transport; She knows best). Volevamo sapere se era meglio autobus o subway per arrivare chi si ricorda più dove. Mentre aspettavamo l’amica, che dall’altra parte del telefono s’informava, abbiamo fatto due chiacchiere e viene fuori che è portoricana. Ah, le ho detto, allora stai a Brooklyn, ricordando quello che ci aveva detto Paola. Il suo sguardo si è oscurato immediatamente, come se avesse visto uno spettro. 

No, no. I live here, in Manhattan

Ha risposto con tono fermo ma giustificatorio, come se avessi insinuato una cosa estremamente degradante sul suo conto.

L’imbarazzo per qualche istante è stato palpabile. Poi Silvia, quando ci siamo allontanati, ha notato: mi sa che a Brooklyn ci stanno i portoricani poveri. E mi sa anche che qui essere poveri dev’essere parecchio brutto.

Paola se la passava male, era sola e mendicava un po’ di parole in italiano. La sera, stravolti, di ritorno da Manhattan, evitavamo di passare davanti a casa per non incontrarla. Era povera e sola e s’inoltrava nella vecchiaia e io mi sentivo un verme, esausto, ma un verme, un verme esausto.

Grazie a Barbara Setti

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Vincent nel sotterraneo https://minimaetmoralia.it/societa/vincent-nel-sotterraneo/ https://minimaetmoralia.it/societa/vincent-nel-sotterraneo/#comments Thu, 05 Apr 2018 05:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36808 Oggi risonanza presso una clinica privata. Ormai sono abituato a vedere posti del genere. Assomigliano agli ospedali, anche se questo, molto attrezzato, si trova in un grande appartamento (primo piano e seminterrato) di un palazzo a ridosso del centro.

Le foto lungo i corridoi, per esempio, ci sono sempre. Fatte da impiegati o medici durante le vacanze. Per lo più sono foto di safari, jeep nel deserto contro un cielo azzurro. Oppure speroni di roccia che emergono da un mare turchese. Caraibi e l’azzurro che domina.

Credo che l’intento sia distogliere la mente dei pazienti dalle preoccupazioni e aprire una finestra da cui possano evadere. Ho alzato la testa al soffitto, gelide luci al neon dalla obsoleta forma quadrata. O forse quelle foto vorrebbero suscitare invidia in chi le guarda, far dire: che bello poter essere là, distesi sulla sabbia bianca, lontano da tutto.

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Oggi risonanza presso una clinica privata. Ormai sono abituato a vedere posti del genere. Assomigliano agli ospedali, anche se questo, molto attrezzato, si trova in un grande appartamento (primo piano e seminterrato) di un palazzo a ridosso del centro.

Le foto lungo i corridoi, per esempio, ci sono sempre. Fatte da impiegati o medici durante le vacanze. Per lo più sono foto di safari, jeep nel deserto contro un cielo azzurro. Oppure speroni di roccia che emergono da un mare turchese. Caraibi e l’azzurro che domina.

Credo che l’intento sia distogliere la mente dei pazienti dalle preoccupazioni e aprire una finestra da cui possano evadere. Ho alzato la testa al soffitto, gelide luci al neon dalla obsoleta forma quadrata. O forse quelle foto vorrebbero suscitare invidia in chi le guarda, far dire: che bello poter essere là, distesi sulla sabbia bianca, lontano da tutto.

La donna all’accettazione, alta e grassa, le unghie smaltate ognuna di un colore diverso (verde, giallo, rosso, fango e nero) e la s come Jovanotti. Quando sono arrivato, con la mia espressione non troppo simpatica, educato perché devo, mi ha detto buongiorno senza guardarmi in faccia. Tra il buongiorno e il mi dica ha continuato a parlare con la collega seduta alla sua destra. Ho sentito salire fino alla testa, le tempie, un sentimento rancido e liquoroso. Poi mi sono detto che il problema resta mio, anche se fosse suo, resta sempre il mio. Allora mi sono mostrato collaborativo, educato e asciutto. Lei è stata molto cortese.

Ho pensato se quel maneggio iniziale non sia un trucco per tenere a distanza gli altri. Forse avere a che fare con le persone le provoca un tuffo al cuore, teme che possano scoprire la sua inadeguatezza, quel suo sentirsi in costante difetto, e allora, forse, le viene di fare quella manovra: saluta la persona non guardandola in faccia, la mette in standby parlando con la collega o rispondendo al telefono. E chi le sta di fronte si sente sminuito. Quando si accorge che il gioco le è riuscito si rilassa e può finalmente permettersi di essere cordiale e anche qualcosa di più.

Mi ha chiesto tessera sanitaria e se era la prima volta che andavo da loro. Sì, è la prima volta. Ho tirato fuori tessera, impegnativa e ho chiesto di poter ricevere la risposta a brevissimo, perché il 23 sarò a Milano per il follow up e il referto di questo esame è fondamentale. Lei ha incurvato gli occhi, dicendo: capisco. Intanto dall’impegnativa ha visto che in quanto malato oncologico sono esente da pagamento, quindi l’incurvatura degli occhi si è accentuata e con un misto di compassione e gentilezza mi ha detto che sarà pronta già domani.

Uscito da qui giri a destra, ultima stanza a sinistra. Aspetti lì che tra breve verranno a chiamarla. Io e Sandra abbiamo attraversato lo spazio e le foto hanno fatto la loro comparsa. Ho cominciato a guardarle e mi sono accorto di essere ormai un habitué di questi posti. Poi mi è venuto in mente il sotterraneo di Milano.

Non ho idea, non ho mai chiesto, chi abbia deciso di appenderli, ma nel corridoio del sotterraneo ci sono poster che riproducono dipinti di alcuni giganti del novecento e dell’ottocento, Munch, Balthus, Van Gogh. In quelle stanze ho trascorso due mesi. Andavo là tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, per fare radioterapia. Attraversavo le stampe appese alle pareti e mi sedevo nella sala d’aspetto assieme agli altri. C’erano donne, uomini, giovani e vecchi. Persone operate e persone che non avevano subito interventi. Uomini con la bocca collassata da una parte, l’orecchio ricucito, la guancia cadente, l’occhio slabbrato e le labbra tirate da una forza invisibile e violenta.

Eravamo tutti molto composti e misurati, anche gli sfigurati che salutavano con voce blesa e si comportavano come se fosse tutto normale. In particolare ho in mente un uomo, un signore distinto, dai pantaloni di velluto e i maglioncini di cachemire color crema o cammello. Il loden. E quella faccia espressionista. Si chiamava Dario e aveva superato i settanta. Faticavo a capire cosa diceva quando si rivolgeva a me, perché la bocca era spostata tutta a sinistra.

È molto avvilito, mi diceva la moglie ogni volta che lasciava la sala d’aspetto per la radioterapia. È triste, piange sempre. Non mangia, non mi mangia!

E si mordeva le mani, faceva il gesto di mordersele. A vederlo non sembrava né depresso, né smagrito, ma credevo alla signora e lo incoraggiavo. E lui incoraggiava me.

Quando lo guardavo ero terrorizzato. Mi chiedevo: e se succedesse anche a me una cosa del genere? Gli sguardi delle persone lungo la strada, il bambino che indica e la madre che gli abbassa il braccio e si accoscia per sgridarlo.

Dario non si vestiva di stracci, in tuta o in quel modo raccapricciante, come certi vecchi, che si vestono da adolescenti. Voleva ancora piacere agli altri. Forse voleva piacere anche alle altre, mentre le uniche emozioni che avrebbe suscitato sarebbero state paura o dolore: Dio mio, ma cosa ti hanno fatto alla faccia?

Chissà come avrei reagito io agli sguardi per strada, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. La sola idea era capace di atterrirmi. E quindi, su quella condizione violenta come un abisso, avevo tirato una specie di tendina mentale leggerissima e trasparente. Facevo finta che fosse un muro alto e solido, ma non era così.

La dignità, come fai con la dignità che spesso si perde anche senza aver subito interventi e macellazioni? Si perde anche quando si è giovani, forti e in teoria coraggiosi. Come si fa a portare addosso il dolore? Guardare fisso le persone quando ti parlano e quando ci parli, pur sapendo che loro, una parte di loro, è distratta dalle condizioni della tua faccia. Come si fa a fare finta di niente pur sentendo ogni momento che il dolore ti è addosso?

Un giorno, lungo il corridoio, mi sono fermato a guardare la riproduzione di un Van Gogh, un autoritratto, uno degli ultimi fatti prima della morte.

Indossava un cappello, viso pelle ossa e la barba arancione e ispida. Lo sguardo fisso davanti a sé. Il viso in leggero soqquadro. Per quanto nascosto era evidente che qualcosa là dietro, dalle parti dell’orecchio, era successo. Più le sedute di radioterapia procedevano, più si combinavano con la chemioterapia, più m’inoltravo in una esperienza che non posso che definire terminale, in corsivo.

Per la prima volta avevo capito cosa era la sofferenza e la dignità. Sapere di stare solo al mondo, sfigurato eppure bellissimo, nel senso di intenso. Van Gogh, quello almeno dell’autoritratto nei sotterranei dello I.N.T. era un fratello, un faro, una guida. Lo sguardo diceva in modo così semplice e doloroso: mi è successo questo, e fa malissimo. Sono qui, davanti a te, così triste che nemmeno piango più, ma ancora tengo lo sguardo diritto e mi lascio guardare.

Ho iniziato a pensare che Dario, Rosi, Elena, Angelo, Damiano, tutti quelli della sala d’aspetto erano come Van Gogh. Smascherati, aperti, con il volto squarciato sul mondo e assieme una dignità nel dire: la mia storia è scritta in faccia. Non ho più niente da nascondere. Sono qui e i miei occhi sono come due stelle da cui non riesci a distogliere lo sguardo.

Da quel giorno tutte le volte, prima di entrare, mi fermavo a guardarlo, a guardare in faccia Vincent. Anche quando arrivavo con la mascherina, sulla sedia a rotelle, in preda ai conati per la chemio, almeno un’occhiata gliela davo e ogni volta sentivo spingere verso l’alto, dallo stomaco alla testa, con la pressione di una falda acquifera, il desiderio di aiutare quel signore nel dipinto, di abbracciarlo e dirgli: ti capisco, capisco ogni atomo di quello sguardo. E se ti capisco sei salvo, non sarai mai solo. Non c’è bisogno di parlare, non c’è bisogno nemmeno di muoversi. Tutto quel dolore che ti fa splendere gli occhi lo conosco.

Lungo i corridoi di radioterapia ho incrociato il primario diverse volte e spesso sono stato tentato di chiedergli se c’era una ragione precisa, perché quei quadri, in quella sequenza soprattutto, erano stati appesi, o se la scelta era stata casuale. Ma il primario camminava con espressione sempre timida e distaccata e io non sapevo come cominciare il discorso. Ho lasciato perdere. E a ripensarci non credo m’interessasse gran che.

Era come il casuale organizzarsi della natura, una montagna, una foresta, il mare; ci troviamo lì di fronte e sentiamo che quelle forme calzano un nostro sentimento alla perfezione (bello che la parola perfetto voglia dire compiuto – immune da lacune e mancanze –, completamente coperto, riempito: come se l’anima trovasse un corpo della sua misura e lo riempisse fino all’orlo, non una goccia di più, non una di meno).

Il quadro di Van Gogh era l’ultimo sulla destra prima di entrare nella sala d’aspetto.

Al ritorno, dopo la terapia, dalla parte opposta, prima di prendere l’ascensore e lasciare il sotterraneo, c’era un poster di Munch. Abeti al crepuscolo su un terreno coperto di neve. Il punto di vista del pittore non era immerso tra gli abeti, ma non era neppure quello di uno che guarda la scena da lontano. Si trovava all’inizio della foresta, al suo ingresso. Era così facile capire, sentire voglio dire, quel quadro. Abeti, crepuscolo e neve, ma soprattutto essere sul punto di entrare là dentro, mentre il buio è prossimo a scendere. Ogni passo che fai è sempre più notte, è sempre più foresta e non puoi tornare indietro. Non so perché non puoi, forse c’è qualcosa di magnetico in quella visione spaventosa e in qualche modo rassicurante. Senza trucchi e infingimenti il quadro ti dice che quello è dolore e non si può fuggire, bisogna entrare. Mi dicevo: forse morire vuol dire questo, avere una immagine del genere dietro gli occhi e nel cuore. Un passo, e ci sei dentro: il crepuscolo, gli abeti alti, silenziosi e la neve a terra che attutisce, assorbe i rumori, invita al bisbiglio, poi al silenzio e infine al distacco.

Ridotto a pezzi con la bocca piena di ferite, senza saliva, debilitato e intontito dal dolore e dalla morfina, guardavo quella stampa e nella sua malinconia, nella sua verità, era capace di rincuorarmi. Quello che stavo vivendo dentro era così, a pochi passi da una bosco di abeti, verso le quattro di un pomeriggio di dicembre.

Grazie a Barbara Setti e Alessandro Marzocchi

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Mangia, preda, ama https://minimaetmoralia.it/letteratura/mangia-preda-ama/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/mangia-preda-ama/#comments Tue, 24 Oct 2017 07:57:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35374 Questa estate ho letto sul Guardian una storia di aquile e falchi che mi ha molto toccato. Non so cosa abbia intrugliato dentro me, ma mi sono tornate in mente alcune cose sulla scrittura, come modo di sentire e vedere la realtà, e sulle relazioni, (il terrore di) avvicinarsi all’altro e chiedere aiuto.

E comunque, la storia è questa: British Columbia, un falchetto rimasto solo nel suo nido, senza più genitori − probabilmente predati da rapaci più grandi −, disperatissimo, implora aiuto. Comincia a stridere e piangere, fa un gran baccano, fregandosene se quel pianto a squarciagola possa attirare l’attenzione dei predatori. E infatti, manco a dirlo, arriva un’aquila calva che lo prende e se lo porta nel suo nido, assieme ai suoi tre aquilotti; bestiole che per dimensioni sono quattro volte lui.

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Questa estate ho letto sul Guardian una storia di aquile e falchi che mi ha molto toccato. Non so cosa abbia intrugliato dentro me, ma mi sono tornate in mente alcune cose sulla scrittura, come modo di sentire e vedere la realtà, e sulle relazioni, (il terrore di) avvicinarsi all’altro e chiedere aiuto.

E comunque, la storia è questa: British Columbia, un falchetto rimasto solo nel suo nido, senza più genitori − probabilmente predati da rapaci più grandi −, disperatissimo, implora aiuto. Comincia a stridere e piangere, fa un gran baccano, fregandosene se quel pianto a squarciagola possa attirare l’attenzione dei predatori. E infatti, manco a dirlo, arriva un’aquila calva che lo prende e se lo porta nel suo nido, assieme ai suoi tre aquilotti; bestiole che per dimensioni sono quattro volte lui.

Comincia a nutrirlo come fosse suo figlio, per gli aquilotti diventa un fratello, cioè a dire un aquilotto. Il falchetto, ricevuto questo imprinting, si comporta come loro e più passa il tempo, più cresce robusto, tanto che il motherfucker è in grado di lottare per il cibo con i suoi fratellastri. S’infila tra le loro zampe, glielo sottrae e riesce a difenderlo. Aiutato in questo anche da una venatura di aggressività che pare gli abbia salvato la vita. Per capirci: si è salvato la vita rischiando la vita.

Gli scienziati sostengono che tutto questo ha dell’incredibile. E con la loro brulla franchezza un po’ asperger, hanno poi spiegato il fatto dicendo che l’aquila ha  solo risposto al suo istinto genitoriale: dinanzi a un becco spalancato le è venuto naturale infilarci del cibo.

Questa storia però non è finita qui, anzi, raggiungerà il suo epilogo nelle prossime settimane e potrebbe trattarsi di un epilogo triste e brutale. Le aquile predano sempre creature più piccole, non è quindi escluso che d’un tratto il falchetto venga visto per quello che è, una preda a portata di mano. Per il momento, durante i primi voli sperimentali, è stato visto mangiare alghe, comportamento tipico degli aquilotti, per i quali le alghe sono il principale nutrimento durante i primi voli solitari. Però, come se il suo istinto lo giocasse d’anticipo, ha anche assunto comportamenti che odorano di falco, e questo potrebbe metterlo in pericolo. Si è avventato su bastoncini e pigne. Le pigne sono per i falchi qualcosa di simile a manichini su i quali addestrarsi per quando verrà il momento di predare i roditori, la cui dimensione e forma le pigne ricordano. Nelle prossime settimane si potrebbe quindi assistere a una crisi famigliare, e quello che per il momento è Tom Hagen (Robert Duvall) nella famiglia Corleone, corre il rischio di tornare a essere un appetibile reietto. Gli scienziati dicono che se le cose dovessero mettersi male ci penseranno loro. Porteranno il falchetto in una sorta di rehab per la fauna selvatica, dove si disintossicherà dalla sua aquilitudine e gli verrà insegnata la sua natura.

Dicevo che questa storia mi ha fatto venire in mente diverse cose sulla scrittura e sulle relazioni. Vale a dire che ho sempre pensato che quando si raggiungono livelli di disperazione pari a quelli del falchetto e si vomita una richiesta di aiuto, qualcuno che ti soccorre, forse anche tra le file degli improbabili, si fa vivo. In questi casi però, quando si chiede aiuto, occorre non avere più controllo sulle eventuali posizioni (normalmente percepite come umilianti) che la nostra disperazione ci costringe ad assumere.

Non penso, anzi sono convinto, che ciò avvenga perché gli esseri umani sono buoni, credo invece che quando perdiamo completamente il controllo e siamo costretti a fregarcene del modo in cui chiediamo aiuto e quindi imploriamo, qualcuno che allunga una mano lo si trova; lo si trova perché in quelle circostanze si assiste a un incontro tra animali in cui scatta il grado zero dell’empatia: il nocciolo oltre il quale non c’è più niente, se non il nazismo. (La mia amica Barbara Setti mi ha detto: “Scusa, ma io mica ho capito cosa volevi dire con quella frase sul nazismo”. Le ho risposto in maniera confusa, dicendole che quando un essere umano, disperatissimo, chiede aiuto e chi ha di fronte non risponde e magari guarda con occhi alieni, ci si trova nel territorio del nazismo, quando cioè i tratti dell’umano vengono ignorati e lacrime e grida sono immondizia da eliminare; ciò che però avevo in mente mentre parlavo era la scena di questo film, specialmente l’espressione dell’uomo al minuto 2:04; come al solito in mente avevo un gesto e non un discorso).

Non riuscendo più a mantenere il controllo degli sfinteri dell’anima accade che una creatura dice: non voglio morire, e l’altra risponde ti prego, non morire. E questo dialogo essenziale avviene non a parole, ma a gesti.

Di aquile e falchi mi è capitato di leggere alcune cose miracolosamente belle, che dopo l’articolo mi sono tornate in mente. Per me l’aquila in letteratura sarà sempre Caligula, el àguila!, come la chiamano i messicani, quando Augie March e quella spietata e stupenda animalessa di Thea, la sua fidanzata, raggiungono il Messico, accompagnati da un’aquila gigantesca che intendono ammaestrare per cacciare gli iguana, venderli e fare un sacco di soldi. Le parti in cui Augie March, per farlo abituare alla sua presenza, tiene l’animale costantemente sull’avambraccio, sono memorabili. Nelle cittadine afose e derelitte di maleodorante penombra, nei cinema, o in piazza, con quel coso wagneriano sempre addosso che attira folle di messicani che gridano ¡Mira, mira, mira… el águila, el águila! Le notti, nelle stanzette di luride pensioni, disteso sul letto, con le pale del ventilatore che girano e l’aquila enorme di fianco a lui, sul trespolo, lo sguardo costantemente adirato, gli occhi spalancati e folli –“sinistre pietre preziose, non mostravano altro che crudeltà”; ogni tanto una mossa repentina, come lo spasmo di una lancetta di orologio che si raccapriccia e scuote e poi torna a respirare il tempo, immobile e cupa.

Dopo aver accettato la proposta di Thea (ragazza “dagli occhi calmi e lenti”, la figura più sensuale di tutta la “mia” letteratura), Augie fa un salto allo zoo di Chicago per vedere come sono fatte le aquile, non avendone mai viste di vive, nella loro pura alterità. E là, attraverso parole, per la prima volta, l’animale si manifesta.

Bellow quando descrive l’aquila pare adotti una specie di metodo Stanislavskij letterario; Joyce e Flaubert si fondono, e la voce dello scrittore non descrive e nemmeno scrive, ma scolpisce, anzi, diventa aquila.

Attraverso la penna di Bellow l’aquila, la sua natura, timida al limite dell’autismo, sembra l’incarnazione di certe tragedie Shakespeariane; il capo chino ripiegato su di sé, come monarchi folli e sontuosi. O magari viceversa: alcune tragedie di Shakespeare sono possenti aquile feroci.

E poi c’è un altro libro che ho ripreso in mano proprio questi giorni: Il falco pellegrino, di John Baker, pubblicato da Muzzio editore, in una nuova, graficamente disastrosa, ristampa (la copertina è orrenda, a differenza di quella precedente che invece era stupenda: severa, scura, levigata, con un riquadro che riporta l’illustrazione di un falco che sta di vedetta, con lo sguardo altero, beckettiano, vigile, colmo di malinconie lontane e invalicabili). (Fulmineo nerdy fact: le traduzioni italiane del libro di Baker e quello di Bellow sono entrambe firmate da Vincenzo Mantovani).

Il Falco Pellegrino nel corso degli anni, si è lasciato una scia sempre più densa di lettori appassionati, che se ne stanno in awe di fronte a quello che, più di un libro sulla vita del falco pellegrino nelle campagne sfiancate dell’Essex, tra DDT e un’atmosfera da catastrofe nucleare, è soprattutto un libro di poesia. Tra gli ammiratori, in prima fila, c’è Werner Herzog che come prerequisito per l’ammissione al suo corso di regia ne esige la lettura (assieme alle Georgiche e a un altro libro che adesso non ricordo) e del quale, tra le altre cose, dice che chiunque pensi di tirarci fuori un film dovrebbe essere giustiziato all’istante, senza processo. Chissà perché?

La prosa è straordinaria, pervasa da un ardore sensuale e rarefatto, terribilmente inglese. Le descrizioni − e anche qui spunta di nuovo il metodo stanislavskij − che accompagnano l’indagine sullo stato dei falchi (all’epoca, in Inghilterra, quasi estinti in seguito alla seconda guerra mondiale, quando vigeva l’ordine di sterminarli, perché predavano i piccioni addestrati a consegnare i messaggi che i piloti della RAF inviavano alla fanteria), si trasforma nella storia di un uomo che affoga nella sua ossessione: voler essere falco, volere anzi morire e seppellirsi in cielo. A un tratto l’autore si accorge che mentre osserva un pellegrino uccidere, si accovaccia, come fanno loro, i falchi, quando predano gli animali. Le descrizioni delle traiettorie, scatenate ed elegantissime, il calare in diagonale su una bella ghiandaia, incosciente e frenetica, a rompere nell’azzurro la linea retta del volo, come il quadro di un Mirò sanguinario. Il falco dopo il colpo impenna, la ghiandaia sembra inciampare su una linea tesa e invisibile, per un tratto continua a volare e poi cade, e allora il falco scende, come i guerrieri magici ne La tigre e il dragone, le zampe aperte, artigli prensili, ali di grigio celeste e ardesia, spalancate come il sipario di un teatro gotico.

Il falchetto del Canada, Caligula − l’eccentrica aquila di Bellow; Baker autore e personaggio del Falco Pellegrino; Augie March e perché no, Trevis Bickle, assieme all’immagine interiore dello scrittore, quel che io penso debba essere un autentico scrittore. C’è questo manipolo di animali, uomini e fantasmi dietro il mio cuore, persone molto sole, feroci e immensamente tristi, eppure ingorde, attaccate alla vita, alle sue forme e respiri, con tutta la forza che hanno in corpo.

In fondo il falchetto, questa storia di adozione spericolata, credo mi abbia toccato perché gli abbandonati mi hanno sempre commosso per la loro aria disperata, mesta e selvaggia, come se già appena nati intuissero che la vita è una faccenda dura, piena di spigoli e macabre tortuosità e che per andare avanti occorre buttarsi nel mezzo, farsi magari adottare da chi ti ucciderà, crescere tra gli orchi, là nel paese delle creature selvagge, dove le cose sono un incubo con le fattezze struggenti di un sogno.

Un’altra storia, che fa il paio con questa del falchetto, e che ho trovato tremendamente dolce e giusta, esteticamente ed emotivamente giusta, l’ha raccontata Maurice Sendak. Un giorno ricevette una cartolina diversa dalle tante che i suoi giovani ammiratori erano soliti inviargli, questa era illustrata da un disegno bellissimo e a spedirgliela era stato un bambino. A differenza di altre volte, invece della solita nota di ringraziamento, si attardò e rimase a pensare sul da farsi; decise infine di scrivergli un biglietto accompagnato da un disegno di una creatura selvaggia. Qualche tempo dopo, Sendak ricevette una lettera dalla madre del bambino, la quale lo informava che a suo figlio la cartolina era talmente piaciuta che se l’era mangiata. E Sendak affermò che quello era il complimento più bello che avesse ricevuto.

Ingordo, feroce e tenerissimo bambino; fratello mio, dove sei?

Grazie a Barbara Setti e Alessandro Marzocchi

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La montagna russa: seconda parte https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-montagna-russa-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-montagna-russa-seconda-parte/#respond Tue, 18 Jul 2017 06:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34849 Pubblichiamo la seconda parte di un saggio scritto Filippo Belacchi su Il Dono di Vladimir Nabokov, apparso per la prima volta qualche tempo fa su Nuovi Argomenti. Qui la prima parte.

Il dono si chiude con Fëdor che espone a Zina l’idea del romanzo che scriverà. Il primo luccichio di questo progetto verrà notato dal protagonista in seguito a una giornata e una nottata densissime di pensieri e visioni. Siamo in estate e Vita di Černyševskij ha suscitato un vespaio di polemiche tra la comunità degli emigré. Fëdor, la mattina del 28 giugno del 1929, si sveglia di buon'ora e se ne va al Grunewald (un parco di Berlino, lo stesso in cui il figlio di Aleksandr Černyševskij si è tolto la vita) per fare il bagno e riposarsi dopo le fatiche del libro. Ci viene raccontata una giornata ricca di sole e una nottata carica di sogni. E in una sola giornata (una sola giornata, proprio come quella passata da Leopold Bloom), Fëdor sentirà e capirà tante cose.

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vlad nabojov

Pubblichiamo la seconda parte di un saggio scritto Filippo Belacchi su Il Dono di Vladimir Nabokov, apparso per la prima volta qualche tempo fa su Nuovi Argomenti. Qui la prima parte.

Il dono si chiude con Fëdor che espone a Zina l’idea del romanzo che scriverà. Il primo luccichio di questo progetto verrà notato dal protagonista in seguito a una giornata e una nottata densissime di pensieri e visioni. Siamo in estate e Vita di Černyševskij ha suscitato un vespaio di polemiche tra la comunità degli emigré. Fëdor, la mattina del 28 giugno del 1929, si sveglia di buon’ora e se ne va al Grunewald (un parco di Berlino, lo stesso in cui il figlio di Aleksandr Černyševskij si è tolto la vita) per fare il bagno e riposarsi dopo le fatiche del libro. Ci viene raccontata una giornata ricca di sole e una nottata carica di sogni. E in una sola giornata (una sola giornata, proprio come quella passata da Leopold Bloom), Fëdor sentirà e capirà tante cose.

In questa parte del libro (quaranta pagine circa) si avanza per gradi, seppur impercettibili, di consapevolezza. Fëdor scende in strada e le prime epifanie cominciano a manifestarsi senza soluzione di continuità: un signore che ‘picchia’ un tiglio con un tappeto, una bicicletta distesa, al posto della bara, dentro a un carro funebre, il sole che, come una gazza, gioca con gli oggetti più piccoli e lucidi:

Dove mettere tutti i doni che la mattina estiva mi offre – e offre solo a me? Tenerli in serbo per futuri libri? Utilizzarli subito per un manuale pratico: «Come essere felici»? O, più scrupolosamente, andando più a fondo: capire cosa si cela dietro tutto ciò, dietro i giochi, lo scintillìo, il verde e oleoso maquillage del fogliame? Giacché c’è qualcosa in tutto questo, c’è qualcosa! E vorresti dire grazie, ma non c’è nessuno a cui dirlo. Totale delle offerte: 10.000 giorni – da un Donatore ignoto (p. 407)

Fëdor procede verso l’ingresso del Grunewald e osserva attentamente, con occhi nuovi, ciò che lo circonda. Quel che vede si tramuta in curiosità e riflessioni che ancora semicieche avanzano a tastoni verso la verità. Fëdor, una volta di fronte all’ingresso del parco, nota un grillo di bosco. La vista di questo minuscolo insetto innesca un pensiero che funge da emblema di ciò che lo aspetterà dentro la foresta:

Giacché nella natura non c’è nulla di più incantevolmente divino degli ingegnosi trucchi che saltano fuori nei luoghi più impensati: così un grillo di bosco [… ] ricadendo in terra dopo un salto, cambia immediatamente la posizione del corpo e si gira in modo che la direzione delle sue righine scure coincide con quella degli aghi di pino sparsi per terra (e addirittura con quella delle sue ombre!) ( p. 409-410)

Poi Fëdor entra nel parco e noi con lui (“Dammi la mano, caro lettore, ed entra con me nella foresta.” p. 410). Da questo punto in avanti, tutti i temi dei capitoli precedenti si ricombinano suscitando erotici riverberi azzurri.

Ora è necessario muoversi con estrema calma e attenzione, bisogna vedere se i dettagli che stanno alla periferia della gioia fisica e totale di Fëdor possano suggerire una interpretazione che torni, che funzioni. Per esempio: riflettere sul senso di alcune descrizioni che puntuali rintoccano (p. 412, 414, 427) e che hanno per oggetto il cielo e la parata di nubi che, di volta in volta, accecano momentaneamente il sole e divorano l’azzurro. Queste parti si mimetizzano molto bene tra la folla di parole che forma tutto il resto: la natura, il corpo di Fëdor e i suoi pensieri. Ma se le si legge con attenzione si scopre che i riferimenti alle nuvole passeggere hanno uno scopo, quello cioè di preannunciare il temporale che scoppierà qualche ora più tardi. Fëdor non sa e non immagina che nel corso della serata pioverà. Vive questa ricca giornata dentro e non al di sopra della natura. Fëdor è imbevuto dalla natura, estatico: “Così come si traduce un libro in un idioma esotico, io mi traducevo in sole.” (p.413). E noi lettori siamo toccati da questo turbine emotivo quanto lui. Ma la parata di nubi è inserita per preparare il mondo di Il dono a un temporale. E quindi non si tratta di semplice riempitivo. Le descrizioni delle nuvole dirigono il romanzo verso una situazione precisa.

Allo stesso modo, le descrizioni della natura e di Fëdor hanno certamente un risvolto stilistico, sono cioè un pezzo di bravura, ma tornano soprattutto utili, e in maniera per nulla manifesta, a condurre il lettore nel territorio della verità dell’autore. Il crescendo confusivo tra natura e sensazioni, giochi d’ombra e percezione semidivina, che questi giochi suscitano in Fëdor, sono sì un brano che ci mostra la natura attraverso occhi nuovi in cui il realismo si espande fino a sfiorare il fantastico, ma funzionano soprattutto come processo di avvicinamento del protagonista (che tiene per mano il lettore, importante tenere a mente questo punto) in una zona in cui la morte si dissolve.

Nabokov, in queste pagine, sembra apparentemente impegnato a denudare narcisisticamente il proprio genio letterario per mostrarlo al lettore, mentre il suo scopo principale è quello di manifestare in maniera ambigua, mai palese, la sua verità. E la sua verità (la morte non è ineluttabile), come febbre con delirio, contagia il lettore.

Abbiamo lasciato il romanzo nel punto in cui viene chiesta la mano al lettore. Le righe precedenti a questo invito contengono una citazione tratta da uno scritto di suo padre, Konstantin Godunov-Čerdyncev:

«Osservando da vicino quanto avviene nella natura bisogna evitare che durante il processo di osservazione, foss’anche il più attento, la nostra ragione, questo ciarliero dragomanno che ci vuole sempre precedere, suggerisca spiegazioni che impercettibilmente cominciano a influenzare il corso stesso dell’osservazione e a deformarlo: è così che sulla verità cade l’ombra dello strumento.» (p. 410)

Questo consiglio, che a me è sempre suonato più come un monito, posto idealmente di fronte all’ingresso del Grunewald, viene inserito esattamente prima del tenero invito al lettore di poche righe sopra. Che senso ha questa citazione? Secondo me è un consiglio  a lasciare fuori la ragione che delibera e arriva a conclusioni. Non è un chiaro avvertimento come potrebbe suonare per esempio qualcosa del tipo: ‘ciò che state per leggere non è serio, è un racconto in cui incontrerete draghi e fate’. Anzi, la citazione veste gli abiti della scienza ed è quindi, per sua stessa natura, razionale. E il narratore ed il suo eroe, una volta dentro il parco, registreranno tutto con tono scientifico.

Fëdor ora compie tre passi addentrandosi ogni volta più all’interno nella foresta. Da qui – ma basta spingersi un po’ all’interno e la foresta si afferma (p. 410) – in avanti, le epifanie sono inanellate tra loro, sempre più dense e ampie, ogni descrizione è di fatto un’epifania, un segno, una scia. La realtà tangibile viene perforata da continue manifestazioni numinose.

Il fragile perimetro della realtà è rappresentato dai nomi delle piante, delle foglie e degli insetti, ma dentro a questo spazio si anima e dibatte una visione fantastica. Meglio ancora: questi nomi così precisamente assegnati a ciò che circonda Fëdor giustificano tutto il resto, e cioè la palpabile sensazione che tutto sia pervaso da una netta ma invisibile presenza. E mentre il lettore partecipa al crescendo di questa festa descrittiva, sempre più coinvolto, Nabokov in tre mosse lo incanta. Durante la prima ondata di erotiche ed entusiastiche descrizioni leggiamo:

E quando rovesciavo la testa ancora più indietro, così che l’erba alle mie spalle (che da questa prospettiva rovesciata era di un verde indicibile, da primo giorno della creazione) diventava il tetto del mondo e sembrava crescere in giù, verso una luce vuota e trasparente, provavo qualcosa di simile alle impressioni di un uomo giunto in volo su un altro pianeta (con una gravità e una densità diversa dal nostro, con diverse forme sensoriali), – soprattutto quando accanto a me passava a testa in giù qualche famigliola a passeggio nella foresta e ogni loro passo diventava un curioso ed elastico balzo, e un pallone lanciato sembrava cadere – sempre più lento, più lento – in un abisso di vertiginosa profondità. (p.411-412)

E poi Fëdor, dopo essere caduto su un altro pianeta ricolmo di potenzialità, dopo, in definitiva, essere stato creato, comincia a esplorare. Le descrizioni si fanno sempre più fantastiche, mentre compie il secondo passo:

Ero felice come se tre verste dalla mia Agamennonstrasse [ … ] si trovasse un vergine e primigenio paradiso. Arrivato a un angolino prediletto che combinava magicamente il libero flusso del sole con il riparo offerto dagli arbusti, mi toglievo fino all’ultimo indumento e mi stendevo supino sul plaid appoggiando la nuca sull’inutile costume da bagno. Grazie a quell’abbronzatura integrale (solo i calcagni, i palmi delle mani e i piccoli raggi attorno agli occhi conservavano la loro tinta naturale) mi sentivo un atleta, un Tarzan, un Adamo, qualsiasi cosa tranne un nudo cittadino. (p.412 – 413)

Immediatamente prima di queste sensazioni che ho appena citato Fëdor fa una precisazione che è il caso di riportare:

Quando al mattino entravo in questo mondo boschivo di cui coi miei propri mezzi avevo per così dire sollevato l’immagine sopra il livello delle ingenue impressioni domenicali (folla, cartacce, pic-nic) dalle quali il berlinese crea la sua nozione di «Grunewald » (p. 412)

A questo punto il Grunewald è la rappresentazione del mondo intero, della realtà, del luogo, insomma, in cui noi viviamo. E il protagonista parlando di un parco ci dice che attraverso i suoi sforzi riesce a sciacquare via la tetra patina (tra l’altro è in arrivo un temporale estivo che tirerà a lucido le idee e il mondo di Fëdor) che ci fa vedere e definire la realtà e, spingendosi oltre, trova il paradiso. Un momento, però, ricapitoliamo: in mezzo a queste descrizioni vediamo che l’autore muove Fëdor in una casella: un pianeta sconosciuto, e poi in un’altra: Adamo nel paradiso. Il riferimento ad Adamo è addirittura camuffato, come smorzato: un atleta, un Tarzan; quest’ultimo, come paragone, suona quasi comico. Fëdor comincia a sentire che il ‘Fëdor invernale’ è come dissolto, scomparso, remoto: “come se l’avessi esiliato nella Jacuzia” (p. 413). La Jacuzia, il luogo in cui Černyševskij fu esiliato. Poi segue un’altra ondata di descrizioni, la più impetuosa, e quando per un istante Fëdor si placa, prende la parola il narratore:

E lì nel Grunewald era più difficile che mai credere [ it was most difficult of all to believe ] che nonostante la libertà, il verde, la lieta tenebra iniettata di sole, il padre era tuttavia morto (p. 415)

A questo punto diventa difficile anche per il lettore credere che il padre di Fëdor sia morto. Quest’ultima citazione è secondo me la mossa finale. Nabokov ci ha portato, a bordo della sua scrittura, nel territorio della sua verità da cui è difficile uscire. Dopo letture e riletture si è sempre ipnotizzati dal miracolo letterario che si assiste in queste pagine. E rimane sempre il dubbio che tutto questo discorso interpretativo sia troppo fragile, visto che Nabokov, maestro più di ogni altro nel depistaggio, non dichiara mai la sua verità che, come un insetto fiabesco, si mimetizza in tutto il resto.

Immersi tra piante e fiori di specie diverse e tutte conosciute (epilobi, sorbi, lappole, pini, querce, ecc.) leggiamo frasi come:

Si alzò, fece un passo, e subito la zampa leggera dell’ombra si posò sulla sua spalla sinistra – per scivolare via al passo successivo. (p. 414) o anche: Il sole mi leccava tutto, con la sua grossa, liscia lingua. (p. 413), oppure: Intanto le ombre facevano esercizi respiratori. (p. 428)

Un mondo in cui le ombre degli alberi fanno esercizi respiratori, in cui la liscia lingua del sole lecca il corpo di Fëdor e la zampa dell’ombra gli si appoggia sulla spalla è un mondo che annette, in forma di epifania, la visione di un’alterità viva e presente. Questo stile potrebbe essere immediatamente definito e liquidato come prosa imbevuta di poesia. Ma secondo me, in questo sottile crinale estetico, si mostra un modo di percepire il reale in maniera modernissima e assieme primitiva, quasi animistica. Ed è curioso che a questo punto del nostro discorso, in cui tutto ha vita, tutto è animato, in un momento in cui ci troviamo così distanti dalla morte, io senta venire dal buio corridoio, oltre la soglia della mia stanza, la voce di Freud:

Il «doppio» era, all’origine, un’assicurazione contro la distruzione dell’Io, «un’energica negazione del potere della morte», come dice Rank, e, probabilmente, l’anima «immortale» fu il primo «doppio» del corpo. Questa invenzione del raddoppiamento, quale preservazione contro l’estinzione, trova corrispondenza nel linguaggio dei sogni, che ama rappresentare la castrazione attraverso la duplicazione o moltiplicazione di un simbolo genitale. Il medesimo desiderio indusse gli antichi Egizi a sviluppare l’arte di fabbricare immagini dei morti con materiali durevoli. Però tali idee sono nate dal terreno di un illimitato egoismo, dal narcisismo primario che domina la mente del fanciullo e del primitivo. Ma quando questo stadio sia superato, il «doppio» inverte il suo aspetto. Da assicurazione contro la morte diventa il perturbante annunciatore di morte. (Il perturbante p. 1058, corsivo mio)

Occorre a questo punto tornare all’inizio del libro, che comincia con la pubblicazione di un volumetto di poesie scritte da Fëdor che hanno come tema centrale l’infanzia. La prima poesia s’intitola Il pallone perduto e l’ultima Il pallone ritrovato. Che questa palla sia il mondo che il protagonista ha perduto e che alla fine ritroverà nel paradiso del Grunewald? A me pare proprio di sì; quel che sta più a cuore a Fëdor è ritrovare un mondo in cui si festeggiano i compleanni e, soprattutto, un mondo in cui nessuno muore, come scrive lo stesso Nabokov nel suo libro di memorie Speak, Memory (traduco io):

Un senso di sicurezza, di benessere, di tepore estivo pervade la mia memoria; quella robusta realtà fa di questa un fantasma. Lo specchio è ricolmo di splendore; un calabrone entra nella stanza e sbatte nel soffitto. Tutto è come dovrebbe essere, niente cambierà mai, nessuno morirà mai.

Ma questo che dal Grunewald si espande e tracima fuori, nella Berlino degli anni trenta, e forse si allarga fino ad abbracciare il mondo intero, non è un mondo impolverato e carico di ricordi nostalgici, ma è un mondo vivo, nuovo di zecca.

Fëdor, dopo aver attraversato il lago a nuoto e aver immaginato un ultimo, mostruosamente appassionante dialogo con Končeev, torna a prendere i vestiti e le scarpe e la sua coperta (quest’ultima portata con sé dalla Russia) ma si accorge che gli hanno rubato tutto, anche i soldi che gli servivano per pagare parte dell’affitto. Con indosso il solo costume da bagno esce dal parco ed entra in città. Comincia a camminare per strada. Fëdor ora è uomo carico, riempito fino all’orlo del suo dono. L’abbagliante capolavoro dello scultore prende vita e viene subito ‘notato’ da un cieco che gli chiede l’obolo e Fëdor pensa: “eppure è strano – avrebbe dovuto sentire che sono scalzo” (p. 428). Questa notazione si lega alla descrizione delle prime gocce di pioggia che cominciano a cadere: “Caddero gocce di pioggia, ed era come se qualcuno gli applicasse sul corpo monete d’argento” (p. 429). Fëdor è stato appena derubato di tutto eppure il cieco gli chiede soldi, come se sentisse l’immensa ricchezza di nababbo che il giovane sta portando a spasso. E cinque righe più avanti, infatti, la similitudine scelta dall’autore ha per oggetto monete d’argento, un fiume di liquida ricchezza che piove dal cielo. Immediatamente dopo viene fermato da due guardie (un dialogo esilarante) le quali gli dicono che è vietato girare nudi per la città. Altro fatto indicativo, ormai tra le pagine del romanzo sta girando una creatura definibile con questa brutta parola: eversiva, pericolosa; l’impressione che si riscuote è di inarrestabile e sfrenato avvento. Fëdor riesce a tornare al suo appartamento.

L’idea del romanzo è ancora violenta e priva d’ordine come la pioggia che investe Berlino. Fëdor scrive una lettera a sua madre nella quale le illustra in maniera vaga il progetto di un romanzo e, in maniera fugace, scherzosa, le scrive: “Ho sete d’immortalità – anche solo della sua ombra terrena!” (p. 435). Fëdor poi si distende nel letto, sta per addormentarsi, una telefonata lo sveglia e Zina entra in camera dicendo che Klara Stoboy (la padrona della stanza in cui Fëdor alloggiava all’inizio del romanzo) ha chiamato dicendo che Fëdor deve recarsi immediatamente nel suo vecchio alloggio. Poco prima Fëdor aveva scritto nella lettera a sua madre: “Sono fuori di me dalla gioia: fuori di me” (p. 433).

Questo essere fuori di sé, di fianco a sé come un fantasma, adesso prende corpo nel sogno strettamente saldato alla realtà (anche se però non ci viene detto che è un sogno: non ci sono cesure tra realtà e sogno). Arrivato nell’alloggio Fëdor viene fatto aspettare nella sua stanza, sente che sta per entrare qualcuno, e finalmente entra il padre che dice qualcosa d’incomprensibile, sottovoce. In queste poche righe, in cui Fëdor incontra il padre e parla di resurrezione, la parola realtà (p. 439 e: […] “era tornato [ il padre ], era sano e salvo, umano e reale” (p. 440) torna per due volte in poche righe. Lo sforzo di rovesciare il piano della vita e mostrare cosa si nasconde sotto e sentire l’impossibile come reale; l’aver posato un morbido e screziato mantello, colmo di pieghe sode, sul corpo della realtà è stata l’impresa di Nabokov. Fëdor, il mattino seguente, dopo essersi svegliato, avrà tutto chiaro, noi capiremo che l’incontro col padre era un sogno (come erano dei sogni i dialoghi con Končeev, come dei sogni erano la zampa dell’ombra che si posava sulla spalla di Fëdor e tutte le migliaia di mirabili parole tese a descrivere il fantomatico alone della realtà). La sera, poi, racconterà tutto a Zina. Ma poco prima sente che quella immensa felicità che prova per le conclusioni a cui è arrivato, la felicità che prova con Zina saranno il tema del romanzo, e alcune note di questo tema subito si manifestano sotto forma di epifanie:

Trovò finalmente il filo rosso, l’anima segreta, la brillante idea scacchistica del «romanzo» progettato ancora in modo vaghissimo, quello a cui il giorno prima aveva accennato di sfuggita nella lettera alla madre. E di quel romanzo cominciò a parlare, come se fosse l’unica, la più bella e naturale espressione della sua felicità che proprio lì accanto aveva la sua vulgata in cose come la consistenza di velluto dell’aria, tre foglie di tiglio color smeraldo finite nel raggio di luce del lampione, la birra ghiacciata, i vulcani lunari della purea di patate, l’eco indistinta di conversazioni, il suono dei passi, una stella tra rovine di nubi. (p. 450, corsivo mio)

Il romanzo finisce con Fëdor e Zina che sono rimasti fuori casa, hanno perduto le chiavi. Dove andranno Adamo ed Eva? Con tutta probabilità all’inizio del romanzo, eternati nel magico presente dell’epifania: «La teoria a mio giudizio più seducente – che il tempo non esiste, e tutto è una sorta di presente, una luce radiosa che sfugge ai nostri occhi ciechi » (p. 424. Parole, queste, pronunciate da Fëdor durante una conversazione con Končeev). Anche se non conosciamo la sorte di Fëdor e Zina, sappiamo però che Nabokov, dopo aver scritto Il dono, è arrivato in America. Una volta là ha dato vita a un paradiso linguistico; e la sua presenza, la presenza dei suoi romanzi (da La vera vita di Sebastian Knight fino ad Ada o ardore, passando per Fuoco Pallido) ha irrimediabilmente cambiato la letteratura di quel paese.

Qualche anno dopo, postilla.

A questo articolo ho deciso di aggiungere una nota, non brevissima.
Quando La montagna russa fu pubblicato dalla rivista ≪Nuovi argomenti≫ decisi di non inserire una informazione riguardante la biografia di Vladimir Nabokov che avrebbe messo al riparo la mia interpretazione da qualsiasi ambiguità o incertezza. Pensai, e lo penso tuttora, che la mia lettura de Il dono sia solida e quindi inserire quel fatto mi pareva, all’epoca, superfluo e inelegante.

Oggi, passati ormai molti anni, ho cambiato idea. O meglio: una volta pubblicato mi è capitato di riflettere più di una volta se avessi fatto bene o male a tacere una vicenda biografica di Nabokov delicata ma centrale che avrebbe lasciato via libera al perturbante di emergere, incontrastato, dalle pagine del romanzo.

Il primo aprile è il giorno in cui comincia il romanzo. Il compleanno di Gogol’ – un omaggio di Nabokov a Le Anime morte – e visto che questo è il Last Waltz del mondo delle lettere russe, avevo deciso di inserirlo come easter egg per chi vede Nabokov come il mago di scacchi, indovinelli e sottili rimandi. Per me però Nabokov è e sempre sarà un selvaggio aristocratico che cammina, nudo, di fianco alla follia.

Il fatto importante, da me taciuto, che accadde il primo aprile del 1922 è questo: in quel giorno fu seppellito il padre di Vladimir Nabokov, lo statista Dmitri Nabokov, ucciso il 28 marzo a Berlino. Un attivista di estrema destra gli spara due volte e Dmitri Nabokov muore, come muore John Shade. (Parentesi lunga ma interessante: le versioni sull’assassinio del padre sono diverse, senza però si sia arrivati a conoscere quale sia quella giusta, tanto che la morte di Dmitri Nabokov sembra un mini omicidio Kennedy; ho letto che la vittima designata dell’attentatore non fosse lui, ma il suo mentore e maestro Pavel Milijukov, che in quel momento gli si trovava di fianco e Dmitri lo per salvarlo si è sacrificato facendo scudo col proprio corpo; ho letto che  il bersaglio fosse proprio Dmitri: un fascista che uccide un liberale, un attentato andato a “buon fine”; ho però anche letto, e qualcosa mi dice che le cose siano andate così, che l’attentatore abbia sparato al padre di Nabokov convinto però di uccidere un’altra persona, che insomma l’attentatore abbia combinato un pasticcio: ha ucciso X convinto di uccidere Y; ecco, se le cose fossero andate così, sarebbe il pesce d’aprile più tremendo di cui abbia avuto notizia).

Leggere le ultime pagine, soprattutto la parte del Grunewald, sapendo di quel macabro pesce d’aprile, il perturbante irrompe, come tenebra in piena, e si rovescia sulle pagine. Davvero, leggere Il dono con questa informazione appollaiata in un angolo della mente, cambia le cose. Si sente cioè la morte, ma più che la morte, si sente appunto quanto intriso di buio sia questo romanzo (peccato non poter scrivere in inglese questa frase, il suono è stupendo, due scudi — le due d — che si toccano appena, ma con forza e producono un bagliore sordo: drenched in darkness).

Per quanto spericolato sia, non riesco a non fare un accostamento tra Il dono e I miei luoghi oscuri. Vladimir Nabokov e James Ellroy.

Fëdor e il James Ellroy personaggio dei I miei luoghi oscuri.  Due uomini segnati, specie i loro libri, da due morti violente: uno del padre e l’altro 一 Ellroy 一 della madre. Percorrendo il brano del Grunewald, Fëdor incandescente di felicità, selvaggio, nudo e colmo di luce, esplora la vita. Ma più quella felicità spalanca le fauci, più si vede quanto buio sia in fondo alla gola. E la leggerezza di Fëdor, quella rinascita, somiglia alla follia di un uomo travolto dal dolore, come tra l’altro succede a tanti matti che popolano i suoi romanzi, da Lužin a Charles Kinbote, a Hermann Karlovich. Tutti uomini che in seguito a un dolore impossibile da attraversare hanno deciso di “voltare pagina con la mano sinistra”, come dice John Shade in una pagina di Fuoco pallido. La follia di Nabokov. Così come James Ellroy che di notte, come un Fëdor notturno, vaga per i parchi di Los Angeles, colmo di buio e rancida hornyness, scavalca staccionate, di nascosto guarda ragazze spogliarsi alla finestra e una volta ruba un pallone da football dal giardino di una casa, poi lo squarta come un pugnale per vedere com’è fatto dentro (gulp!, dio mio belle quelle pagine), anche lui sulle tracce del suo dolore. Spiragli di luce accerchiata dall’ombra, sulla strada di perché destinati a rimanere tali, una brezza di vita, di salvezza attraversa le sue passeggiate che grondano solitudine.

James Ellroy, proprio perché è l’esatto contrario di Fëdor, me lo ricorda tanto, è solo che il primo ha scritto un memoir dove c’è solo buio (buio è qui sinonimo di morte) e pochissima luce, mentre l’altro ha scritto un romanzo in cui c’è solo luce, ma il buio, il buio osserva sempre, dai margini della strada e del parco.

Grazie a Barbara Setti

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S-town. I suoi luoghi oscuri https://minimaetmoralia.it/societa/stown-suoi-luoghi-oscuri/ https://minimaetmoralia.it/societa/stown-suoi-luoghi-oscuri/#respond Tue, 30 May 2017 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34473 Qui una lettura del pezzo che segue, a cura dell'autore.

Questa storia comincia nel dicembre del 2012, quando alla redazione di This American Life arriva una mail inviata da un certo John B. McLemore, Woodstock, contea di Bibb, Alabama. Si presenta dicendo di essere un vecchio ascoltatore del programma che ha deciso di contattarli per chiedere se hanno modo di mandare dalle sue parti un giornalista, un reporter, qualcuno insomma che possa investigare su certe gravi vicende che sono successe nella sua città, a Shitown, come l’ha ribattezzata.

Dalle prime mail si capisce che McLemore vive in una specie di terra dei fuochi morale. Nella sua città, antiche costruzioni vengono rase al suolo nel giro di una notte per fare spazio a Wal-Mart pronti a servire una umanità che passa il tempo a coprirsi di tatuaggi e ingrassare. Qui, scrive nelle mail, la gente è convinta che il mondo sia stato creato 5000 anni fa e che il cambiamento climatico sia una fandonia.

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s-town

Qui una lettura del pezzo che segue, a cura dell’autore.

Questa storia comincia nel dicembre del 2012, quando alla redazione di This American Life arriva una mail inviata da un certo John B. McLemore, Woodstock, contea di Bibb, Alabama. Si presenta dicendo di essere un vecchio ascoltatore del programma che ha deciso di contattarli per chiedere se hanno modo di mandare dalle sue parti un giornalista, un reporter, qualcuno insomma che possa investigare su certe gravi vicende che sono successe nella sua città, a Shitown, come l’ha ribattezzata.

Dalle prime mail si capisce che McLemore vive in una specie di terra dei fuochi morale. Nella sua città, antiche costruzioni vengono rase al suolo nel giro di una notte per fare spazio a Wal-Mart pronti a servire una umanità che passa il tempo a coprirsi di tatuaggi e ingrassare. Qui, scrive nelle mail, la gente è convinta che il mondo sia stato creato 5000 anni fa e che il cambiamento climatico sia una fandonia. Nella sua contea il ricco rampollo di una famiglia di suprematisti bianchi ha ucciso un ragazzo a calci e adesso va in giro a vantarsene, mentre la polizia non alza un dito. Anzi! In giro c’è un poliziotto che di notte ferma donne sole al volante, le fa accostare e poi le stupra; deve sentirsi al di sopra di tutto, visto che a volte le porta addirittura al comando per continuare lo scempio.

Mail intrise di rabbia e frustrazione arrivano a mandate, come violenti temporali, per tutto il 2013. Brian Reed, uno dei produttori del programma, s’informa sulla veridicità dei fatti segnalati da McLemore e inizia a vedere se ci sia o meno una storia da raccontare.

È cominciato così il secondo podcast di clamoroso successo (andato in onda lo scorso 28 marzo, ha raggiunto i 40 milioni di download) prodotto dalla squadra di This American Life, programma radiofonico elogiato e acclamato un po’ da tutti e a cui è attribuito il merito di avere cambiato il modo di raccontare storie e di fare radio giornalismo. Per quanto riguarda successo, importanza e impatto culturale, TAL è stato fondamentale per la radio quanto quel “megamovie” (e meganovel) dei Sopranos lo è stato per la tivù. Le puntate sono un incrocio tra reportage, inchiesta e romanzo, e raccontano di gente comune a cui capita che la vita impenni verso l’incredibile. A detta di alcuni impiega espedienti e mezzi del New Journalism, di cui This American Life sarebbe il perfetto erede; a detta di altri, me per esempio, combina con stupefacente efficacia reportage, memoir, romanzo e racconto orale. TAL è insomma un perfetto esempio di “storytelling” (parola che, vista la brutta piega che sta prendendo, ho deciso di scrivere in corsivo e mettere sotto stretta sorveglianza da un paio di virgolette).

Nel 2016 la fama del programma è arrivata anche qui in Europa, in seguito alla creazione di The Serial, spin off di dieci puntate che raccontava, investigando i punti rimasti poco chiari, un omicidio avvenuto a Baltimora nel 1999. Hae Min Lee, diciottenne di origine sudcoreana, una mattina di febbraio viene ritrovata morta e malamente seppellita ai margini di un parco. Per il crimine viene condannato il suo ex fidanzato e coetaneo Adnan Syed, figlio di immigrati pakistani (padre ingegnere informatico: middle class quindi, non gente dell’inner city) per niente inclini a far propria l’idea di meltin’ pot.

Un po’ The Wire e un po’ Romeo e Giulietta, The Serial ha raccontato una bella storia ー bella letterariamente 一 di ragazzi spaesati e con una gran voglia di essere giovani, giovani e americani: amori interrazziali, football, marijuana, musica e giri in auto, e in mezzo genitori dallo sguardo parecchio diffidente verso un mondo pericoloso e ammaliante come un filtro magico.

The Serial, la prima stagione (poi con la seconda hanno combinato un mezzo pasticcio) è stato il più grande successo che un podcast abbia riscosso (da qualche parte ho letto che ha superato ottanta milioni di download). Notevole; notevolissimo se si tiene conto che è possibile ascoltarlo solo in inglese.

Con The Serial, almeno per quel che mi riguarda, ho intravisto le possibilità al momento inespresse di quello che (ancora) oggi chiamiamo romanzo; S-town, invece, quelle possibilità le ha raccolte e messe in pratica. Di cosa parla, quindi, cosa racconta questo podcast? È una fiaba realista, per così dire, e dolorosa, che narra la vicenda di un uomo tormentato, prossimo a precipitare nei cinquant’anni, impotente e disarmato di fronte alla colata di fango emotivo e morale che attimo dopo attimo lo sommerge, là, a Shitown.

Brian Reed, dopo un anno di mail e telefonate, cauto comincia ad attrezzarsi. Registra, edita, intervista, indaga e scrive. Non escludo, vista la tonalità dell’ambiente nel quale si è immerso, che all’inizio Reed sia stato spinto verso questa storia da un calcolo un po’ cinico, che cioè abbia avuto un certo peso l’enorme successo riscosso dalla prima stagione di True Detective (andata in onda a gennaio del 2014) e che a tratti, quando si ascolta S-town,  viene in mente. E comunque: entrambe le storie si svolgono in un territorio culturale e umano che per semplice brevità definisco The Waste Land. Brian Reed, convinto da quel trickster eccentrico e depresso di John B. McLemore, parte da New York e arriva nella terra desolata. Perché qui è il KKK che detta legge; i figli di ricchi razzisti uccidono e poi si vantano mentre mangiano le patatine al fast food; Rush Limbaugh è Zeus e la polizia, la polizia sono i pretoriani, come li chiama McLemore.

Reed s’incammina lungo la pista indicata da questo brillante pasticcione che sa un sacco di cose, vede complotti ovunque e senza sosta parla del cambiamento climatico da sembrare un disco rotto. Ripete notizie asfissianti, ma vere. Verità che Brian Reed, come qualsiasi altro uomo medio, ha sotto gli occhi ma non riesce a sentire e che McLemore gli snocciola come in un cupo notiziario: ogni quattro giorni e mezzo nel nostro pianeta salgono a bordo un milione di nuovi esseri umani, ma se il tasso di degrado del terreno coltivabile restasse invariato ci rimangono appena 60 anni di risorse agricole. Il plancton diminuisce dell’1% l’anno, il che significa che entro 50 anni ce ne sarà la metà e quindi l’acidificazione degli oceani sarà una faccenda inevitabile. Il 99% dei rinoceronti si è estinto e il 50% della grande barriera corallina è andato distrutto. Reed arriva in Alabama per confermare i suoi pregiudizi, il sud violento e razzista, ma trova McLemore che in fondo gli dice qualcosa di più grave: noi, anche il sottoscritto, anche Reed, tutti noi ci comportiamo come un giovane coglione del KKK che si sente libero di massacrare un ragazzo, mentre la gente attorno guarda e sa, ma nessuno fa niente.

Le prime puntate di S-town fanno venire in mente True detective, certo, ma non solo, perché oggi, maggio 2017, con Donald Trump who sits at the head of the chamber of commerce, ad ascoltare l’esasperazione e lo sdegno che John B. McLemore prova per il suo Paese sfiancato e abbruttito, viene facile immaginare cosa prossimamente potrebbe diventare l’America.

Con calma e ordine, se possibile. Brian Reed dopo le mail parte per l’Alabama per conoscere McLemore e seguire la pista dell’omicidio. Scorrono conversazioni in cui John B. McLemore, con l’accento nasale e zuccheroso del sud, parte con il suo rancido talkin’ blues. La sua contea, dice, è tra le prime nel Paese per molestie sessuali verso i bambini; per analfabetismo; per corruzione delle forze dell’ordine. A sentirlo pare parli di Dogville. E John B. è sfinito da quello schifo che cola in ogni direzione: dal resto degli USA verso l’Alabama, Shitown, e viceversa: da Shitown verso il pianeta terra. Tutto, secondo McLemore, è Shitown.

Brian Reed a un certo punto gli chiede come mai abbia deciso di contattare TAL e quello gli spiega di sentirsi assediato da depressione e rimpianti: ho quasi cinquant’anni e sarei dovuto andarmene molto tempo fa, poi però chi si prende cura di mia madre con l’alzheimer? Ho con me anche tredici cani raccolti per strada e questa è la vita; certamente, aggiunge, ci sarà qualcuno a Beirut, a Falluja che si chiede: ma perché non ci lasciamo questo buco alle spalle?, ma poi nessuno lo fa. Dice di avere piantato fiori ovunque attorno a casa, nella sua proprietà, i cinquanta ettari ereditati dal nonno, e in mezzo al suo bosco ha costruito anche un labirinto fatto di siepi con 64 diverse soluzioni per uscirne. In fondo, dice, Shitown è casa mia.

Durante le telefonate ride, esasperato e isterico, è agitatissimo e allo stesso tempo lucido, sempre in movimento, parla al telefono mentre piscia nel lavandino della cucina, descrive le azalee che vede dalla finestra e intanto in sottofondo, come musica contemporanea, il suo branco di cani corre e abbaia; parla delle meridiane, sua passione, e del cambiamento climatico, sua ossessione; è un tipo dotato di eloquenza strampalata e veemente e riesce a raschiare via dal linguaggio parole semi sfigurate e selvatiche che ti saltano addosso, come quando dice che Shitown è “A world of proleptic decay and decrepitude” (un mondo di rovina prolettica e decrepitezza), intendendo cioè che la sua città è una sorta di anteprima, di avamposto di quel che saranno in futuro rovina e decrepitezza.

Il suo mestiere è aggiustare antichi e sofisticati orologi a pendolo, ma è anche quello di informarsi, raccogliere e incrociare dati sul cambiamento climatico. Qui però 一 dice 一 alla gente non frega una cazzo di niente, alzano le spalle e dicono “Fuck it!”. Pare che tutta l’umanità alzi le spalle e dica “Fuck it!”.

Nell’arco dei primi due capitoli la pista del ragazzo ucciso a calci si chiude nel parcheggio della K3, ricca ditta che commercia in legname, dove Brian Reed, un pomeriggio, parla con Kabram Burt, figlio del proprietario, il rampollo che si credeva fosse l’autore di un delitto che invece non è mai avvenuto. Kabram racconta che si è trattato di una rissa durante una festa nel bosco, dove erano girate molte sostanze e tutti erano parecchio tesi. Per un attimo, sì, abbiamo avuto tutti paura che il ragazzo fosse morto, poi si è ripreso ed è stato accompagnato all’ospedale. È la gente ad avere ingigantito e distorto la cosa e io non sono mai andato in giro a vantarmene, come invece avrei fatto se avessi ammazzato un cervo.

Archiviata la faccenda dell’omicidio e della K3 (il nome della ditta secondo McLemore è un chiaro riferimento alle tre K: il Ku Klux Klan, mentre Brian Reed scopre dal sito che si tratta delle iniziali dei tre fratelli Burt: Kyle, Keefe e Kendall, proprietari della K3. Boh, chissà, magari è vera una cosa, magari l’altra, o forse tutt’e due). Brian telefona a John B. per informarlo che grazie a dio non si trattava di un omicidio. McLemore però non è tipo da ringraziare e tirare sospiri di sollievo e infatti, sconsolato e ringhioso, si avventa su altre notizie e gli comunica di aver appena saputo che la città di Vance, nella sua contea, quest’anno ha superato West Blockton, altra città sempre nella sua contea, per numero di molestatori di bambini procapite. E dice che il punto in fondo non era tanto l’omicidio, ma il fatto che in città, nonostante tutti sapessero, nessuno è andato a chiedere alla polizia di fare luce su questa vicenda. È questo il punto! II punto è che il contratto sociale qui è stato stracciato e gettato da un pezzo. E “qui” non è solo la contea di Bibb, non è solo Shitown, ma “qui” è ovunque. E via a parlare di cambiamento climatico o di notizie angoscianti, come una che ha appena letto: il figlio di un senatore dell’Arizona è stato incarcerato per aver soffocato ventuno cani, oppure: l’uomo che sta appena oltre la strada di casa sua ha tentato di uccidere la moglie investendola con un bobcat. Ascoltarlo fa venire in mente una versione (più) lugubre e strampalata di I am the Walrus.

A un certo punto Brian si chiede se John B. non lo stia prendendo in giro. Farlo venire a Shitown per niente, o solo per sentirlo abbaiare del pasticcio in cui si è cacciata l’umanità: il cambiamento climatico, il suo odio per i tatuaggi e la gente rincretinita da Facebook, crack e Gesù. Poi qualcosa di grande, e tragico, accade. E la storia, anche questa storia, impenna verso l’incredibile, e lo struggente.

Da qui in avanti sarei costretto ad avanzare a forza di spoiler, e non mi va. Se volete dunque sapere cosa succede, come questa fiaba finisce, non vi resta che ascoltarlo. E se il vostro inglese dovesse andare in affanno, qui potete trovare la trascrizione di tutti e sette i capitoli.

Adesso però voglio occuparmi degli aspetti che più mi hanno catturato. Decifrare che roba è questo S-town e come mai ha toccato così tante persone; poiché non si tratta di un semplice podcast, o un programma radio, ma non è neppure un romanzo, per quanto l’aggettivo novelistic, durante le interviste, sia stato spesso pronunciato dai creatori.

Fin dal primo ascolto mi tornavano in mente, la mia mente andava là senza che alzassi un dito, le cose scritte da Jung sulla figura del Trickster ー in italiano goffamente tradotto con il termine briccone ー e sull’Ombra: la parte oscura, animale e sgradevole, che tutti noi, più o meno consapevolmente, ci portiamo addosso. Ricca di risorse se riusciamo a trovare il modo per ascoltarla, pericolosa se facciamo finta che non ci sia, perché più ne siamo inconsapevoli, più la proiettiamo sugli altri. Vale a dire: sono loro, non io, a essere sporchi, disonesti, cattivi, schifosi e pervertiti. Se al contrario, sempre a sentire Jung, riusciamo a riconoscere la nostra Ombra, allora diventiamo degli individui scoscesi, tortuosi, chiaroscuri per così dire, e autentici. Jung ha ovviamente studiato mitologia e fiabe per dimostrare che i segni dell’Ombra sono da sempre presenti, generati da un bisogno emotivo inconscio dell’umanità. Nelle fiabe l’archetipo dell’Ombra compare anche nelle vesti del trickster,  figura umbratile e  animalesca; indomabile demonio che fa paura perché imprevedibile, capace di far smarrire la strada maestra al viandante, ma anche inaspettatamente generosa, in grado, con bestiale e obliquo balzo della ragione, di risolvere momenti d’impaccio e far prendere una traiettoria imprevedibile alle storie, e alla vita.

Ecco, John McLemore in questa fiaba pare essere un elemento di Ombra, anzi io toglierei il pare, è per me a tutti gli effetti l’Ombra, l’antagonista del protagonista. E oggi, il protagonista, mentre scrivo, chi è? Beh, su questo non ci sono dubbi: il protagonista è Donald Trump. (Se alcuni pensano che l’antagonista possa essere Obama, o Michelle con i suoi orti biologici, sbagliano). L’antagonista, l’attacco di panico di Donald Trump è un John B. McLemore che, saltando addosso al radio reporter Brian Reed, da Shitown è arrivato al centro dell’America, a milioni di Americani, riuscendo a sparare un messaggio più efficace e potente che nemmeno un quintale di editoriali del New York Times sarebbe stato in grado di fare. Con una mossa bestiale, come fanno i grandi romanzi, avviene uno scarto nel nostro sguardo e d’un tratto quella che sembrava luce ci si accorge che in verità è tenebra. Il vero apprentice, per citare il titolo del reality condotto da Trump, il vero apprendista di consapevolezza è John B. McLemore. Le cose che dice, sempre sopra le righe, scomposte, stridule, ma vere, in quella sua casa piena di cani persa in fondo a un viale, con labirinti e una folla di mille fiori di specie diverse, sono fatti che tutti sappiamo, ma che lui disperato urla, come se fosse la parte di noi che sta in ombra e che non azzardiamo a fare parlare. E qui si arriva al secondo punto, quello più interessante, la forma, le pieghe che potrebbe, anzi, che sta prendendo il romanzo. O forse dovrei piuttosto usare il termine scrittura.

Ammetto di essere molto eccitato dalla possibilità di “scrivere qualcosa”, o, anzi: di produrre qualcosa di scritto che non sia composto solo da scrittura ma da un incrocio, da un intreccio di musica, voce, video, immagini e scrittura. Mi piace molto l’idea di raccontare una storia che sia viva e ingombrante come un individuo. Immagino un specie di incrocio tra un film e un album fatto di collage, scrittura e foto, redatto da un disadattato in un muffoso scantinato. Non ho difficoltà a pensare che la scrittura, grazie ai mezzi che il digitale mette a disposizione, possa prendere questa piega, che le case editrici potrebbero prendere un assetto del tutto diverso. Mi è sempre piaciuta da matti l’idea del romanzo come caccia al tesoro, seguire le tracce di una persona che “è stata”, seguire i suoi passi, vedere, frugare, annusare quasi, quel tratto di anima che un individuo ha lasciato dentro lo spazio che per comodità chiamo opera. Camminare nei suoi luoghi oscuri.

È strano che mentre scrivo queste parole a venirmi in mente con più forza siano non dei romanzieri ma due pittori, Schiwfters e De Kooning. Il primo, con i suoi collage e micro installazioni, che da ragazzino mi avevano travolto perché somigliavano, ma erano ancora più vibranti, a certe copertine di dischi, bellissime; in quello spazio c’era tutto, sembrava di frugare nel cassetto di una persona amata e sfiorare i suoi pensieri, i sogni dolenti, i sentimenti malinconici o strambi. Sentivo la possibilità di toccare, vedere l’anima di una persona. E poi, mentre rifletto sull’importanza di S-town e ciò che qui chiamo scrittura, penso a De Kooning. A venirmi in mente è un discorso che tenne nel 1951 all’inaugurazione di una mostra. Parlò del concetto di arte astratta, il titolo infatti è What Abstract Art Means To Me. Non sono sicuro di avere capito cosa intendesse dire, ma una parte mi è sempre rimasta impressa: “Distendo le braccia lungo il corpo e mi chiedo dove arrivano le mie dita: ecco, questo è tutto lo spazio di cui ho bisogno come pittore”.

Nel corso degli anni a questa frase mi è capitato di pensare spesso; talvolta mi sembrava una stupidaggine senza significato, altre invece era potente quanto il frammento lasciato da un greco abbronzato e folle vissuto prima di Socrate, altre ancora ci empatizzavo, cioè sentivo la frase con le viscere, più che capirla con la testa. E quando io e quella frase eravamo in armonia pensavo che De Kooning facesse riferimento a una condizione miracolosa in cui la pittura (come la scrittura) è veramente un gesto colmo di significato, un gesto del corpo che produce, anzi riproduce quello che dentro di noi si anima, consegnandolo alla realtà con intatta furia, velocità e abissale significato. L’unica volta che ho provato una sensazione del genere, in cui avevo l’impressione di avere sotto gli occhi una lingua che era carne, che era corpo, che si muoveva, è stato con Nabokov, Il dono. (No, a dire il vero mi è capitato anche con L’informazione di Amis). Mi sembrava che le cose, gli oggetti che scriveva, i cieli, i movimenti, i tramonti, i pensieri  e i ricordi fossero arrivati sulla pagina tramite i gesti dell’autore, sembrava danza, sembrava cinema, sembrava musica, sembrava insomma che a quelle parole la pagina andasse stretta. Dentro quel libro c’era un’agilità, una vicinanza con le cose che mi ubriacava; pareva che le frasi straripassero tanto erano sensuali, rapide, piene di corpo e ritmo, vive, vivissime. Reality is friskin’ me, come dice Common in una canzone.

Saul Bellow ha dettato alla sua segretaria alcuni romanzi; Il dono di Humboldt, pare, e Il dicembre del Professor Corde. E lo stesso faceva François-René de Chateaubriand: “parlava” le sue Memorie d’oltretomba (di stupefacente bellezza, tra l’altro), mentre scalzo camminava in lungo in largo per la stanza. Non dare scampo alla verità emotiva, costringerla a venire fuori con ogni mezzo necessario. Chissà che bellissimo sgorbio verrebbe fuori.

In fondo, quando penso alla scrittura come gesto, a venirmi in mente è un miscuglio tra le prime pazienti di Freud che sdraiate andavano freewheelin’, mentre si sottoponevano alla “cura parlata” o, come l’aveva definita una paziente, “la cura dello spazzacamino”, e lui, Bert the Match Man.

Grazie a Barbara Setti

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L’uomo senza Qualità https://minimaetmoralia.it/letteratura/luomo-senza-qualita/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/luomo-senza-qualita/#comments Thu, 27 Apr 2017 05:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34238 Era un po’ di tempo che volevo scrivere un articolo su Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, ma poi, a causa di mille impegni divora vita, non sono riuscito a mettermi comodo e provare a buttare fuori due pagine di Qualità accettabile. E oggi, stamattina, leggo che Robert Pirsig non c’è più.

Lo Zen e l’arte… l’ho letto, riletto, straletto e quando mi si è presentata l’occasione di poterci lavorare assieme a degli studenti americani, l’ho colta al volo.

Appena saputo della sua morte mi sono chiesto quanti potranno essere i libri che una volta letti si piazzano in fondo a te stesso per non uscire più? Tre, quattro? Tanti quante, credo, le persone che si possono amare durante una vita.

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pirsig

Era un po’ di tempo che volevo scrivere un articolo su Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, ma poi, a causa di mille impegni divora vita, non sono riuscito a mettermi comodo e provare a buttare fuori due pagine di Qualità accettabile. E oggi, stamattina, leggo che Robert Pirsig non c’è più.

Lo Zen e l’arte… l’ho letto, riletto, straletto e quando mi si è presentata l’occasione di poterci lavorare assieme a degli studenti americani, l’ho colta al volo.

Appena saputo della sua morte mi sono chiesto quanti potranno essere i libri che una volta letti si piazzano in fondo a te stesso per non uscire più? Tre, quattro? Tanti quante, credo, le persone che si possono amare durante una vita. Per quel che mi riguarda, i libri sono tre, e lo Zen è uno di questi. Una sera, non tra le più felici della mia vita (un ultimo dell’anno, per giunta), prima di uscire di casa, fermo a fissare la mia libreria, non sapendo cosa fare di me, dei miei sogni e progetti, ho preso in mano lo Zen per leggerne alcune parti con la speranza di trovare pace e conforto. Funzionò, quasi funzionò. Quando poi è venuto il momento di uscire e rimetterlo a posto, mi tornò in mente mia madre, che nei periodi in cui l’angoscia le schiacciava il cuore leggeva qualche pagina da un vangelo tascabile: copertina blu notte con scritto “Vangelo” in caratteri di un bellissimo bianco luna. Che lo zen sia diventato per me un testo sacro?, ho pensato. Di certo è stato Il libro che più ho regalato, assieme, mi pare, a Il dono di Nabokov. Come regalo è stato sempre un fiasco, passava qualche mese e mi sentivo dire: “Oh, quel tuo libro sullo zen… Difficile cazzo!” Oppure: “Fino a un certo punto l’ho seguito, poi, quando comincia a parlare di filosofia non ci ho capito più niente e ho messo via… magari, boh, più avanti lo riprendo”.

Non è difficile, tutto tranne che difficile, e non perché io sia intelligente. Anzi, sono di gran lunga più i libri dai quali, una volta letti, la sensazione che ricavo è quella di non averci capito niente. Di Pirsig ho subito sentito la voce, i bisogni di fondo che lo hanno spinto a salvarsi la vita scrivendo lo Zen. La prima volta che lo lessi, come poi è successo per tutti i libri per me fondamentali, non ci avevo capito granché, ma avevo sentito tutto, tutto quel che per me c’era da sentire. Rileggerlo quindi è venuto naturale. E poi, lettura dopo lettura, concetti e filosofia hanno preso forma. Quel che però mi aveva più toccato era lo spirito del libro, il tono, la voce del narratore, il corpo dei suoi pensieri e come questo corpo maneggiasse la realtà.

Di cosa parla, poi, lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta? Delle poche cose che contano: legami, relazioni, rapporto tra padre e figlio e quanto sia dura liberarsi dell’idea che i rapporti si fondino sulla logica soggetto e oggetto (cosa o persona che sia). Ed è anche la storia della piega che prende il rapporto tra un padre e suo figlio. Il primo ha perso la voce, non riesce più a trovare il tono giusto per parlare con il figlio e quello non lo riconosce, è smarrito e molto, molto spaventato. Pirsig come esempio di relazione utilizza la motocicletta (ovviamente si può sostituire la moto con qualsiasi altra cosa: scrivere, vivere una storia, cucinare; e comunque: mai avuto una moto in vita in mia): uno la guarda e vede forme, valvole, tubi, bulloni, rondelle, come se un gigante di ghisa avesse partorito un dobermann; se poi col piede spingi una levetta, quella creatura emette un luccicante, teso grrrrrr. E se qualcosa andasse storto? Beh, non venite a dirmi di metterci le mani, perché la moto è libertà, è boooorn to be waaaaild! E non è certo stare lì a svitare, avvitare e rovistare tra le feci d’acciaio, o sa il diavolo di cosa siano fatte quelle budella dalle parti del motore.

Attenzione, però: un atteggiamento di questo tipo uno poi se lo porta sempre appresso, non solo in sella alla moto, ma anche quando sei con tua moglie, con tuo figlio, con la vita. Finché uno dà gas e quel che ti sta attorno si muove, funziona, sembra funzionare: tutto bene, ma se si rompe qualcosa, se le cose non si muovono più o si muovono malissimo, come si fa? La risposta sarà: non ditemi di metterci le mani perché avere un figlio vuol dire fare il padre: regole, affetto, consigli, e così via. E lo stesso vuol dire fare il marito, o la moglie. Ci sono dei ruoli, delle regole, lette in una specie di libretto delle istruzioni che poi è quel miscuglio di esperienze e moniti che ci sono venuti addosso fin da quando siamo nati.

È raro che si  vada a vedere se le istruzioni contenute nel libretto siano buone o meno. Ci atteniamo a quelle, anche perché solitamente siamo poco inclini a mettere in discussione noi stessi e chi ce l’ha tramandate. Io sto qui e l’oggetto sta lì. E quindi, esempio, se devo accudire un neonato il mio compito è pulirgli il sedere, sfamarlo e tenerlo caldo, right? Ma ognuno sa bene che quei gesti sono niente, anzi sono tossici se si limitano a essere semplicemente prassi, protocollo, burocrazia dell’accudimento e non sono invece mossi da qualcosa che Pirsig chiama Qualità. Tutto va a rotoli, il bambino si disintegra, non si crea quello che il Robert Pirsig della psichiatria ha chiamato Attaccamento. Cioè a dire non si crea legame, relazione, nutrimento emotivo. E quel neonato si auto annienta e quindi smette di vivere, letteralmente. O se sopravvive diventerà freddo e duro come una pietra, come Joe Pesci in Goodfellas.

Bisogna mettersi nella condizione di vederla, la moto. E per vederla devo imparare a guardare, a stare là, fermo, vivo, e cercare di sentire che ogni conduttura, ogni curvatura, ogni tubo, ogni cinghia, fascetta, vite e forma sono innanzitutto pensieri che hanno preso corpo e sono diventati oggetti. La moto è un pensiero, anzi un insieme di pensieri assemblati e tenuti assieme, e ogni più piccolo pensiero-vite è frutto di un percorso, di decisioni, responsabilità, di problemi risolti e altri risolti solo parzialmente e quindi migliorabili. La moto è quindi una cosa viva che si modifica a ogni istante. Quando la monto quella parla, comunica, si manifesta. Tutto sta nell’avere il coraggio di entrarci in relazione: averla a cura, che vuol dire averla a cuore, tenerci, con tutte le difficoltà mostruose e momenti di impasse che tenere a qualcosa significa.

Se c’è Qualità in quello che facciamo è inevitabile che le cose funzionino. Questo il pensiero proposto da Pirsig. Il guaio è che è dura da matti spremere Qualità nelle cose che facciamo. A pensarci, da consumatori incalliti, il termine “qualità” ormai fa venire in mente per lo più oggetti costosi: “vini di qualità”, sigari, auto, costruzioni, ecc. (ancora peggio se davanti alla parola “qualità” ci si mette l’aggettivo prima). Meglio pensare allora alla Qualità come l’essenza di qualcosa, come la radice quadrata di un oggetto, il suo centro, il suo spirito. Pensarla come un derivato dalla parola Quale: Qualità.

La Qualità è sostanzialmente il centro, il cuore di ogni cosa, sia questa un gesto, un discorso, la lettura o scrittura di un libro, un’azione. Ogni movimento di un individuo ha una Qualità che può essere alta o bassa. Ogni cosa, per esempio questo articolo che sto scrivendo, può avere una Qualità alta o bassa, e non mi sto riferendo alla sola e un po’ mignottesca bellezza, ma qualcosa che ha che fare con la disponibilità di contattare il centro di una cosa. Tenere gli occhi aperti e non lasciare che lo spirito sia sedotto dal rumore, mai ammutolito dalla paura, sempre diretto verso il centro, a toccare e farsi toccare.

La Qualità può quindi prendere corpo solo da una  formidabile presenza a se stessi e a quel  che ci sta di fronte: siano le parti di una motocicletta o un pomeriggio con nostro figlio. Fa strano scrivere queste frasi “paulocohele”, per così dire, che sembrano sprizzare banalità. Eppure, se un individuo stesse davvero di fronte a qualsiasi avvenimento della realtà capirebbe che gli uomini sono una “maggioranza che conduce una esistenza di quieta disperazione”. Ecco, posarsi, aprire gli occhi, toccare e farsi toccare, qualsiasi cosa si faccia: fosse solo tagliare una fetta di formaggio o dare un bacio. Ed è inevitabile che una esistenza in cui la Qualità si è insediata diventi una vita viva.

Cosa è in sostanza la Qualità? Non abdicare a se stessi e anzi, restare immobili a osservare cosa precisamente avviene dentro di noi, caos compreso, e provare a esprimerlo. Ovviamente è impresa eroica stare in perenne contatto con quel che proviamo. Se ce la si mette tutta si resiste forse una mezza giornata: troppo dolore, troppa vergogna e troppa paura esprimere ciò che si prova a chi ci sta di fronte. Farsi vedere. Infatti chi Pirsig propone come uomo di Qualità è l’eroe omerico che non si tira mai e poi mai indietro. Le volte che ho provato a stare in contatto con me stesso sono stato quasi subito disarcionato da terrore, vergogna, confusione, dubbi che ti gelano arti e pensiero; la mia personale burocratzija psichica impediva ogni movimento spontaneo; il desiderio di impressionare gli altri; ogni azione veniva fuori senza centro o col centro tutto spostato lontano dal centro, poca verità. Eppure, le volte che ci sono riuscito… accidenti! Vero, non puoi misurarla e non puoi spiegarla, ma sentivo che la Qualità era dappertutto. Ci vuole un sacco di coraggio, roba da eroi, o da persone tremendamente disperate.

Dal 1857, cioè da Madame Bovary in avanti, nei romanzi non si fa che incontrare protagonisti che sono in un posto ma vorrebbero essere da tutt’altra parte e con tutt’altre persone. Emma Bovary cena con suo marito:

Ma era soprattutto nelle ore dei pasti, in quella piccola stanza a pianterreno, con la stufa che fumigava, la porta che cigolava, i muri che trasudavano, il pavimento umido, che ella sentiva di non poterne più; le sembrava che tutta l’amarezza della vita le venisse servita sul piatto; col fumo del lesso, salivano fiotti di disgusto dal fondo dell’anima sua. Charles mangiava con lentezza. Lei rosicchiava qualche nocciola o, appoggiata sul gomito, si divertiva a tracciare strisce con la punta del coltello sulla tela cerata.

Il narratore dello Zen prepara un sandwich:

Apro il pacchetto della colazione: formaggio svizzero, peperoni e crackers. Taglio prima il formaggio, poi con estrema cura, a fettine precise, i peperoni. Il silenzio permette di fare tutto nel modo giusto. Taglio prima il formaggio e poi con estrema cura i peperoni.

Già. Azioni fardello, due momenti del quotidiano, la prima in cui lei non è lì, non vuole essere lì e neppure ci pensa a voler essere lì, ma è sempre altrove, il modello di pensiero, che effettivamente è ancora quello corrente, di voler essere sempre da un’altra parte, emotivamente assenti. Quell’altro invece tiene un atteggiamento tutto diverso, è disposto a lasciarsi saturare, riempirsi i polmoni da ogni attimo, anche da cose (apparentemente) noiose come prepararsi un panino. Ogni azione la compie con grande presenza, con una sorta di pignoleria in stato di grazia. Non è tanto l’azione, ma l’atteggiamento che conta e riscatta: anche quando si parla, si guarda, si ascolta, si tocca, si fa l’amore. Sempre lì, provare a stare, per sentire cosa il nostro commentatore interiore registra, sente e dice.

C’è una intervista, davvero bella, a Saul Bellow, in cui racconta come scrive. Il lavoro più importante, dice, è preparare il terreno al commentatore interiore che vede e sente tutto, solo quella è la voce autentica; basta un niente e si nasconde, provi a spingerlo e fugge via.

Bellow dice del pizzicore che sente all’inizio, prima che pensiero e linguaggio inizino a fare casino, qualcosa dentro di lui sente e vede qualcosa, l’unico suo scopo è fare in modo che il commentatore interiore esprima ciò che ha sentito, sempre lì, vigile e acuto, nel presente. E poi a casa, a scrivere quel che si è vissuto. E visto che “L’umanità è spinta a progredire da vaghe impressioni di cose troppo oscure per il linguaggio che essa possiede”, bisogna concentrarsi sulla realtà pre-intellettuale, i momenti di cui parla Bellow, quello che poi Pirsig chiama Qualità.

Gli scrittori autentici, anzi, gli scrittori di Qualità: gente costantemente intenta nello sforzo di portare coi piedi a terra quell’oltre, essere accurati anche, anzi soprattutto, nella tenebra. E riportare quell’adesso che prende corpo (e non uso l’espressione “prendere corpo” così, a caso) nell’oltre; cosa c’è là, sotto la superficie delle cose, ma non solo; cosa c’è nelle cose, cosa vuol dire trovarsi in mezzo alla vita. Ciò che conta è stare nel presente e dire quel che si vede una volta che siamo immersi nella realtà fino al collo.

Schnitzler, Fuga nelle tenebre, lo mostra bene che in mezzo alle cose c’è un dolore che ti fa impazzire, come anche il suo erede Bret Ellis. Basta fare due passi a lato del rumore bianco e le tenebre si rapprendono e ti braccano. Come se lo intuissimo tutti, ma pochi, pochissimi si dirigono nel, per così dire, meridiano di sangue.

Tagliare formaggio e peperoni rimanendo presenti a se stessi non sembra chissà quale impresa, segnala però un atteggiamento, una postura emotiva da tenere, quelle cioè di restare presenti anche quando la vita prenderà sembianze di drago.

Questa in fondo è la lezione che ho imparato dai “miei” scrittori americani (americani poi per modo di dire, visto che in mezzo ci sono anche Amis e Nabokov): il tentativo incessante di occupare la realtà con una scrittura corporale, i sensi agili e addestrati, capaci di ragionare come una mente lucidissima e affamata. Stare di fronte al fascio di realtà, vulnerabili e nudi, andargli incontro e sentire quello che c’è da sentire.

Ragazzi! che ammirazione sconfinata.

Grazie a Barbara Setti

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Desolation Row https://minimaetmoralia.it/racconti/desolation-row/ https://minimaetmoralia.it/racconti/desolation-row/#comments Sun, 11 Dec 2016 07:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33024 Ripubblichiamo, ringraziando l'autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

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Ripubblichiamo, ringraziando l’autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

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Questa signora dai bizzarri vestiti anni 30, nonostante siamo negli anni 50, è la scatola nera dell’omicidio di Elm st. Sa come sono andate le cose. Ora si trova in uno stato d’inquietudine tale che è dovuta uscire di casa. Ha guidato per circa un’ora e poi, intontita dal quel vento caldo e impetuoso, è entrata in un locale fuori città.
Per distendere i nervi ha già bevuto tre whisky allungati con l’acqua e fuma una sigaretta dopo l’altra. In questo istante sta meditando se restare sveglia fino al mattino per vedere cosa i giornali scriveranno sulla donna stregata che ha ucciso suo marito mentre ascoltava Debussy.

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Eccolo, il marito, la vittima, appassionato di giardinaggio, direttore della camera di commercio di Dultuh, Stati Uniti, poco lontano dal confine col Canada. Bob Dylan, anche lui originario di Duluth, è questo signore che ha in mente quando in Tombstone Blues canta: Jack the ripper who sits at the head of the chamber of commerce.
Uomo spietato. Rispettato, ma in realtà temuto dalla comunità per il suo potere politico utilizzato come un fucile a pompa. È capace di fare la fortuna e la sfortuna di molti cittadini.
Questa foto l’ha scattata la moglie, sua futura assassina, durante una pausa dei lavori al giardino.
Come si può vedere dall’inquadratura, non la moglie, ma sicuramente qualcosa dentro lei, ha già deciso che è un uomo morto. Non ha più il viso, oscurato dal calore omicida del sole

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Unica foto disponibile del giardino. È la notte di Halloween del 1946 e si può già intuire come crescerà rigoglioso. Dieci anni dopo sarà un tripudio intricato di forme e colori. Anche i segreti che Jack the ripper sotterra qua e là: ai piedi del melo, dietro i gelsomini, accanto alla siepe verde nera, crescono e si diramano furiosi. Nascosti là sotto ci sono foto e filmini tremendi, un infernale archivio sotterraneo su uomini e donne di Duluth.

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Una delle pochissime foto pubblicabili tratte dagli archivi di Jack the ripper. Per il resto, foto e filmini, formano un incendio indomabile di violenze e sevizie che mette a dura prova la capacità di perdono degli dèi.
Ma come riesce a reclutare modelle e modelli? Manda sul lastrico, legalmente, attività commerciali, specie quelle gestite da donne sole, negando loro permessi, inviando ispezioni e così via. Poi promette, mentendo, di fare riaprire i negozi in cambio di sessioni fotografiche.
È a lui che dobbiamo l’invenzione della parola snuff, che significa: “spegnere lentamente”; Jack the ripper spegne lentamente la vita delle persone. Abbassa le luci nelle loro esistenze, finché il buio è talmente fitto che è impossibile uscirne.
L’archivio di immagini e filmini di Jack the ripper è stato dissotterrato, esaminato e poi distrutto, anche se non del tutto; qualche esemplare dei suoi assalti impressi in super-8 è stato trafugato ed è poi scivolato di mano in mano: qualche collezionista disposto a sborsare molti soldi per certe bobine lo si trova molto più facilmente di quanto si possa pensare. Per trent’anni una minima parte dell’archivio di Jack è rotolato, rimbalzato dal Nord degli Stati Uniti fino a scendere verso la East Coast, New York City, e poi giù, verso l’altra costa, la California, Los Angeles, San Francisco e Napa Valley.

Proiezioni organizzate in case di ricchi collezionisti per un pubblico sbigottito di amici. Qualcuno, chissà se in California o nello stato di New York, deve essere rimasto colpito dall’occhio di quell’uomo dietro la cinepresa. Più che colpito ispirato. Nel 1996 infatti uscirà una campagna pubblicitaria che sarà poi bandita, vista la smisurata violenza sessuale in potenza che ogni spot trasuda.
Ogni filmato ricorda il prologo delle interviste che Jack faceva alle sue vittime. Ho detto ricorda, ma di fatto è un puro e semplice calco delle sue interviste: una copia abbellita e levigata quanto basta per la tele. E quindi il capo della camera di commercio, in una cittadina al confine col Canada, e il suo materiale nascosto sotto la terra umida e viola, hanno contribuito a modellare parte di quella che chiamiamo cultura popolare.

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La notte dell’omicidio l’avevamo vista dentro un locale fumare e bere inquieta: eccola di nuovo, nel periodo più felice della sua vita: la fine degli anni 30. Lei e suo marito possiedono una gioielleria che sta facendo ottimi affari. L’anno prossimo metteranno al mondo una figlia che chiameranno Paula. Questa è una delle ultime foto che ce la mostrano radiosa.
Negli anni quaranta perderà suo marito in guerra (duello aereo) e verrà azzannata da Jack the ripper. Prima lei e poi sua figlia Paula, ormai quindicenne.
Paula, dopo le sevizie, comincia a sprofondare dentro di sé, lontano dalla realtà, dove non ci sono più parole ma solo silenzio. Viene ricoverata nella casa di cura, l’unica, semi deserta, che si trova alla periferia di Duluth.
Ridotta sul lastrico, legami affettivi tranciati con rara violenza, non si dà pace. E chi non si dà pace prima o poi entra in guerra. Eppure, la cosa più interessante che riguarda questa donna è un’altra. Il denaro che le ha consentito di aprire la sua attività lo ha guadagnato da ragazza, facendo la rabdomante: questo il suo dono, che poi pare abbia perso. Sapeva, voglio dire: sentiva, non si sa come, la presenza di sorgenti d’acqua sotterranee. Una persona con queste facoltà è preziosa, molto contesa dagli agricoltori della zona.

08

La futura assassina, moglie del Jack the ripper, ha l’hobby della fotografia. Gira per casa, nel giardino, dove si nascondono i segreti del marito, e scatta.
Non sa, ma sa. E e lo s’intuisce dai colori e l’inquadratura: l’ombra che domina la sua mente s’insinua in ogni fotografia. È come se delegasse le verità all’ombra del suo occhio. Scorrendo i suoi album si vede che ha capito, che sa, ma non riesce a pensarlo. A pensare cosa? Che suo marito andrebbe eliminato.

09

La mamma di Paula, rimasta sola, comincia a girare, a vagare per le strade di Duluth. Siamo nel mese di marzo, tra un anno avverrà l’omicidio. Non sa cosa fare ma soprattutto non sa dove andare. Sembra una tronco scavato da dentro che non può fare altro che rotolare. È a meno di un passo dal diventare una vagabonda senza più niente. Se ne sta chiusa in casa a meditare, cerca di riflettere. Ma altre cose, come la sua condizione, la condizione di sua figlia, sono impensabili. Spesso va in campagna, per nascondersi e per vedere se quel suo dono, qualche rimasuglio di quella curiosa sensibilità per l’acqua, per le sorgenti sotterranee, le è rimasta.

Niente, prova ma non sente nulla. Quella forza che la trascinava verso un punto dove sotto i suoi piedi un flusso sgorgava è scomparsa. Passa l’estate. Ma a Duluth, su al nord, già a metà settembre comincia a fare freddo e la signora teme l’inverno come una bestia ferita. Non ha soldi per scaldare la casa e il dolore che prova le impedisce di pensare e rimettersi in piedi. Per non stare a casa, imbottita di vestiti, col freddo che le gela i ricordi e la trascina verso la morte, esce, vaga, cerca di muoversi, finché un giorno si trova di fronte alla biblioteca della città. Entrare non costa nulla, dentro è riscaldato e ci si può nascondere. Comincia ad andarci ogni giorno: dalla mattina, fino all’ora di chiusura.

10

E come si può passare il tempo in una biblioteca? All’inizio si gira, si leggono i giornali, le riviste, ma prima o poi un libro lo si apre, lo si sfoglia, lo si scorre e magari, beh, magari lo si finisce anche per leggere. Comincia con Walden di Henry David Thoreau.
Dopo Thoreau continua con Melville e Hawthorne; legge Dreiser e Fitzgerald. Ma il suo cervello intanto registra, scopre, esplora, sa già dove vuole arrivare ma deve scoprire il modo per arrivarci.
Legge anche Frankenstein. E poi, poi arriva ad Edgar Allan Poe.
Il mattino che chiede in prestito le opere di Poe, non saprebbe nemmeno lei spiegarne il motivo – ’impiegato al banco è un nuovo arrivato, mai visto prima – decide di registrare i volumi sotto falso nome. Quando le viene chiesto nome e cognome, come se parlasse qualcun altra al suo posto, si sente dire: Helèna Thulls. Ma perché lo ha fatto?
Helèna Thulls decide di leggere le opere di Poe senza mai togliersi i guanti. Non saprebbe spiegare il perché ma sa che non deve sfilarseli.
Entra tra le pagine, come trascinata via, verso l’abisso che porta al centro della terra; il primo racconto a impressionarla, tanto che più volte è costretta a interrompere la lettura, è I delitti della Rue Morgue: madre e figlia uccise senza pietà da quello che si rivela essere un orangutan. “È quello che è successo… Quello che… Io… la mia bambina… una forza… quel mostro… quel mostro ci ha spazzate via!” La si sente bisbigliare nella sala lettura. Comincia a singhiozzare. Le sue lacrime producono una eco curiosa, è come se fosse una presenza invisibile a piangere, un fantasma fermo a mezz’aria. Ora la testa le si svuota, purificata dal pianto. Dentro non le rimane che una cosa, un pensiero, un desiderio anzi, che a poco a poco comincia a prendere corpo, ad avanzare dall’oscurità e salire su, con grande lentezza, verso la luce.

11

Si asciuga gli occhi e comincia a leggere il resoconto di Gordon Pym da Nantucket.
Le avventure di Gordon Pym, quella strana novella di morte e deriva le consente di penetrare e sentire fino in fondo la propria solitudine. Un ragazzo s’imbarca su una nave e giorno dopo giorno perde tutto, finché non rimane solo, ed entra nella parte bianca dell’inferno, Antartide: dove finisce il mondo e inizia qualcosa di potente e misterioso capace di annientare lo sguardo. Fino alla fine del mondo – si ripete mentre legge – io là devo andare, anzi già ci sono, devo spingermi ancora oltre.
E quando spazi e significati sono svaniti, capisce che non le resta nulla da perdere. I suoi pensieri, sente, hanno la consistenza di sogni fitti e opachi, dove puoi sentire solo il cuore, la musica del suo cuore disperato, ma ancora vivo.
Adesso le rimane così facile vedere dentro, così facile pensare l’impensabile. Le manca solo l’ultimo passo, sente. Solo un altro passo e posso cadere dentro, fino in fondo al mondo.

12

Le parole di Edgar Allan Poe hanno inghiottito Hèlena Thulls, quando un lampo, che con sé porta una visione, la colpisce: Le vicende relative al caso del Signor Valdemar. Il racconto narra un esperimento di mesmerizzazione che lascia il signor Valdemar in uno stato crepuscolare. Per sette mesi, grazie alla mesmerizzazione, il signor Valdemar rimane tra la vita e la morte.
E tra la vita e la morte, o tra il giorno e la notte, in questa zona di penombra, Valdemar compie azioni, parla: dice parole corrose dal buio e dalla morte, che però raggiungono il mondo dei vivi. Viene indotto, se non addirittura comandato, a restare in vita.
Hèlena Thulls esce dalla biblioteca ma il luogo dal quale vorrebbe uscire è il mondo di Edgar Allan Poe che le suggerisce ipotesi, possibilità, piani e progetti che le provocano una eccitazione emotiva insostenibile.
Il mattino dopo, in biblioteca, cerca sul dizionario la parola “mesmerizzare” e scopre che deriva dal nome di un medico tedesco: Anton Mesmer, morto nel 1815. Figura controversa, da molti ritenuto un ciarlatano. Tuttavia è a lui che si deve se non l’invenzione, almeno la popolarizzazione dell’ipnosi. L’ipnosi.
Consulta l’enciclopedia Britannica: tedesco, nato, come anche lei, nei pressi di un lago; scorre alcune righe e legge che Mesmer, da giovane, oltre ad avere una dote naturale per la musica era un rabdomante. Sente un tonfo al centro dello stomaco, chiude il libro ed esce dalla biblioteca.
Poi, come afferrata per le spalle da un fantasma, si ferma sull’ingresso, torna indietro e chiede all’impiegato se hanno le opere di Franz Anton Mesmer. Le viene risposto che “Sì,  di questo autore abbiamo solo libro: Il magnetismo animale”. Confusa e spaventata fugge dalla biblioteca per rimetterci piede solo tre giorni dopo.
Particolare: quando si allontana di fretta le viene istintivo controllare se ha indosso i guanti. Sì, li ha indosso, mai sfilati un istante.

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La signora ha ormai avviato il suo processo di metamorfosi, è diventata Hèlena Thulls, la donna dai guanti bianchi. Legge Il magnetismo animale. Non ci ricava niente di pratico circa l’ipnosi, ma la sensazione che prova è quella di leggere un libro… come se quel tedesco fosse uno dei profeti della Bibbia. Entra in una dimensione. Si tratta del primo vero ponte fatto di parole, di piccoli cristalli oscuri che conducono alla terra promessa.

14

Legge e rilegge Il magnetismo animale. Poi prende un grosso romanzo uscito tre anni prima, Le avventure di Augie March. Ma non si sogna neppure di leggerlo, lo tiene semplicemente come paravento, mentre osserva con tutta se stessa la gente seduta in biblioteca. Scruta con ingordigia e lucidità impressionanti. Cerca nei movimenti abitudinari delle crepe dentro le quali potrebbe inserirsi e raggiungere il retro della mente di alcune persone.
Ha capito una cosa, e l’ha capita con tutta se stessa, la sua anima ne è intrisa: ipnotizzare una persona vuol dire diventarne lo specchio, esserne una replica di sogno che può condurre il sognatore lontano, dentro sé.
Mettersi di fronte a un uomo, o a una donna, e ricalcarne le movenze senza che se ne accorga. È così che ci si trasforma in specchio! Poi lo guidi. Ti allinei alle sue movenze e cominci a modificarle giusto un istante prima, in modo che l’ipnotizzato venga guidato da una figura che sembra essere solo un suo riflesso.
Ricalco e guida, ricalco e guida.

15

Un mattino gelido mattino d’inverno. La signora se ne sta sulla gradinata di fronte alla biblioteca. Hèlena si sfila i guanti, li mette dentro la borsetta e si avvicina a un giovane che sta fumando con lo sguardo distratto. Per ripararsi dal vento tiene il collo incassato allo stesso modo del ragazzo. Entrambi, nel medesimo istante, sembrano venire percorsi da un brivido di freddo. Lei poi gli chiede d’accendere e mentre lo fissa negli occhi aspira avida, quasi toccando l’interno delle guance, com’è solito fare lui.

Il ragazzo tra la boccata e il “grazie” avverte, lontano, un rallentamento, uno slittare onirico della realtà che però non saprebbe dire. Qualcosa di remoto che tuttavia avviene da qualche parte dentro lui. Un sobbalzo impercettibile e morbido che non sa spiegare. Sarà forse il volto sconosciuto ma famigliare della donna, le sue movenze misteriose e materne.
Lei mette le braccia conserte e aspira di nuovo, un istante prima che lo faccia lui. È come uno specchio, eppure la replica non sta nelle movenze ma nel ritmo, nell’aria fatata che quei movimenti lasciano calare tra i due.
Quando il ragazzo incassa di nuovo la testa lo fa anche lei e bisbiglia un commento sul freddo e poi allunga il collo, senza togliere mai lo sguardo, delicato ma fisso, dagli occhi di lui: “Oggi ˗ dice ˗ questo vento è bello e caldo, bello e caldo come in un sogno.” Lui fa un cenno spiritato di assenso. Lei con aria lenta e distratta si sfila l’anello dall’anulare e, immediatamente dopo, lui si slaccia il bottone della camicia.

“Arrivederci.” dice la signora, e si allontana. Dopo un centinaio di metri, discreta, si volta in direzione del ragazzo: si è tolto la giacca, la tiene sull’avambraccio, mentre continua fumare.

16

Siamo a fine febbraio, la signora dai guanti bianchi se ne sta seduta dentro la sua auto scassata di fronte a un locale notturno. Guarda gli avventori entrare, uscire. Alcuni tra loro barcollano, altri trascinano i piedi a capo chino, come condannati a morte. Ne deve trovare uno che abbia un protuberanza visibile sulla schiena o all’altezza del petto; prima o poi arriverà. E infatti eccolo, quel signore là, con un abito grigio e gualcito. È alto e assieme tarchiato, ha il collo largo come un tronco d’albero. Primitivo nei tratti, nelle movenze, l’andatura è distratta e rabbiosa. Un depresso. Lo guarda entrare, aspetta cinque minuti e anche lei fa il suo ingresso nel locale.

Lo vede subito, di spalle, con i gomiti appoggiati sul bancone, la giacca si solleva e lascia intravedere quel fallo cromato infilato tra schiena e pantaloni. Gli siede al suo fianco, a meno di un metro, e aspetta che lui le rivolga la parola. Non le parla ma le ordina invece un whisky. La signora dai guanti bianchi le rivolge un sorriso turbato e lo fissa negli occhi con uno sguardo cedevole, da preda. È così che aggancia il predatore, che subito si ritrova perso in quello sguardo, come il cacciatore che, richiamato da un suono, imbocca un sentiero che lo porta in una zona del bosco fino ad allora sconosciuta.

Si sente in pericolo, vale a dire che si sente come si è sempre nascostamente sentito: debole e indifeso. Questa è la sola ragione per cui porta una pistola: perché è un bambino impaurito di 50 anni. Sente che lei può scacciare i fantasmi che lo tormentano fin dall’infanzia.
In meno di un istante il cacciatore si accorge di essersi smarrito. L’attempata cerbiatta gli fa strada nel mondo delle sue paure, dove la sua forza, l’arma che tiene infilata nella schiena, non serve a niente. Il desiderio di protezione che cova da un vita e che ha sempre scambiato per rabbia, implode: si affida a lei. Sarebbe disposto a pagarla per liberarsi delle sue paure nei confronti dell’altro, degli altri. Ma lei non vuole essere pagata, vuole solo la sua arma.
Quella verrà usata per proteggerlo, basta solo che lui gliela dia e potrà dormire tranquillo. È come un sogno. Escono dal locale, lui entra nell’auto di lei. È quasi commosso, dal volto primitivo emerge la faccia di un bambino di 10 anni che consegna quella cosa a sua madre.

17

Tornata a casa, resta al buio tutta la notte, seduta sulla poltrona di fianco alla finestra che dà sulla strada. La luce della luna piena le dà da pensare, come anche quell’oggetto luminoso appoggiato sul grembo. Più volte è tentata di alzarsi e buttarlo in fondo al fiume e dimenticare tutto.
A tratti si distrae, dimentica la feroce bestiola d’acciaio che sembra assopita. Si tratta di una Smith & Wesson mod.36; conosciuta anche come “Lady Smith”. A guardarla però non le verrebbe mai in mente di chiamarla Lady Smith; ai suoi occhi somiglia ad un sinistro incrocio tra un piranha e un minuscolo cane che ringhia nel sonno. La lascia dormire, nonostante senta quella strana gravità pesarle sulle cosce che sembra mormorarle: “Quando sei pronta, allora scatenami”.
Guarda la luce della luna che inonda la stanza; dimentica l’adesso e ricorda il passato.
Ieri mattina nella mia buca delle lettere c’era una busta arrivata dagli Stati Uniti, Minneapolis. La busta conteneva: una lettera scritta a macchina firmata a mano e questa foto.

18

(Sono stato io a coprire le sagome, per pudore. Intendo però precisare che a me la foto è arrivata, per così dire, “in chiaro”).
Non so proprio come la persona abbia potuto rintracciare me e il mio indirizzo di casa, ma questo è un fatto d’interesse secondario. Ciò che invece mi piacerebbe capire è un’ altra cosa: lo scorso 12 novembre ho cominciato a scrivere questa storia di fantasia dopo aver visto la foto di una donna dallo sguardo fatato che seduta in salotto ascolta un disco. Giorno dopo giorno ho continuato la storia: ho parlato delle vicende della signora dai guanti bianchi e dell’omicidio del capo della camera di commercio.
Giorno dopo giorno ho ricostruito la storia utilizzando la mia fantasia e alcuni vecchi fatti di cronaca. Per una qualche strana piroetta del caso, un anziano signore che vive dall’altra parte dell’oceano, dopo aver letto questa storia sul mio blog ha pensato d’integrarla con una generosa manciata di verità. Pare che quello che Dylan chiamò Jack the ripper sia veramente esistito e questa foto ne svelerebbe il volto.

L’uomo che mi ha spedito la lettera ha un cognome italiano. E la lettera è scritta in un inglese bizzarro, pieno di errori e inframmezzato da vecchie parole della nostra lingua. Cito dalla lettera: “Dal momento che non hai un ritratto del volto di Jack ho pensato di aiutarti. La persona di cui parli è il ragazzo più giovane che compare nella foto.”

La persona potrebbe quindi essere il ragazzo a destra con il volto che si vede solo per metà. La lettera non dà indicazioni, dice solo che è la persona più giovane che appare nella foto. Osservandola con attenzione si può notare che ci sono altri volti nascosti e quindi qualcuno più giovane dell’unico ragazzo ben visibile potrebbe nascondersi nelle figure che s’intravedono nell’oscurità.

La lettera poi racconta la storia di questa foto, cito ancora: “Sette agosto 1930, contea di Marion, stato dell’Indiana, 640 miglia a sud-est di Duluth. I nomi dei due cadaveri sono: Thomas Shipp e Abraham Smith colpevoli di avere rapinato e ucciso un operaio di razza bianca: Claude Deeter. In realtà le persone erano tre, c’era anche un ragazzo di 16 anni, James Cameron. Il solo riuscito a sfuggire al linciaggio. Ha però portato sul collo la cicatrice del cappio finché è vissuto.
Il pomeriggio del 7 agosto, quando si è sparsa la notizia che i tre presunti assassini erano rinchiusi nella prigione della contea, una folla di cittadini, 2500 persone, ma altre fonti sostengono addirittura 5000, hanno fatto irruzione negli uffici dello sceriffo per poter disporre dei corpi. Una volta prelevati sono stati portati nella campagna alla periferia di Marion e impiccati. Smith, durante l’impiccagione, ha tentato di liberarsi dal cappio con le mani; uno del gruppo, molto probabilmente la persona di cui stai raccontando la storia, gli ha spezzato le braccia con un bastone per evitare che tentasse ancora di sottrarsi a ciò che la folla aveva deciso.

Jack the ripper, dieci anni dopo questo fatto, si trasferisce a Duluth per aprire un allevamento di visoni. Da quelle parti, all’epoca, il commercio di pellicce è molto fiorente. Altri dicono che abbia lasciato Marion per sfuggire a una storia di sevizie a danni di ragazze nere e bianche. Una di queste ragazze pare non abbia retto l’urto delle violenze di Jack e sia morta per un’emorragia. Il padre di Jack, politico locale e potente membro del KKK, sembra sia riuscito a insabbiare tutto. Jack è costretto a fuggire a nord. Si ferma a Duluth, apre l’allevamento di visoni che però fallisce molto presto. Riesce allora a farsi assumere dalla camera di commercio e in capo a cinque anni si insedia al vertice e dà inizio allo scempio.

“Ho visto che hai detto di Tombstone Blues: Jack the ripper who sits at the head of the chambre of commerce. Queste parole scritte da Dylan non sono scritte a caso. Suo padre, Abraham Zimmerman, proprietario di un negozio di elettrodomestici, dovette trasferirsi nella vicina Hibbings per sfuggire dalla grinfie del capo della camera di commercio ed evitare la bancarotta. Il motivo ufficiale del trasferimento però fu la poliomielite che lo colpì all’improvviso e in tarda età.” 

Ieri pomeriggio seguendo le tracce della foto sono venuto a sapere che il poeta americano Meeropol, in seguito al linciaggio dei tre di Marion, ha composto una poesia, Strange Fruit. Billie Holiday ha poi fatto il resto.
Hèlena Thulles cammina per molte notti nei pressi della casa di Jack the ripper. La osserva, ricorda, a volte la rabbia è tale che è costretta a fuggire via per non entrare in casa e ucciderli tutti e due.
Ma sua moglie non ha colpa, se non quella di resistere alla verità; sa che ogni giorno prepara da mangiare per un orco, lo sfama, gli mantiene il cervello lucido, che lui usa come un’arma per ferire, ricattare e uccidere. Gli lava camicie e pantaloni e fa finta di niente, non nota le macchie di sperma e di sangue; la sua lavatrice toglie ogni macchia che lei vede. Che lei vede ma non vede. Come tutto del resto, nella sua vita: vede ma non vede.

Passa molto tempo nei pressi della casa, a guardare le luci alle finestre, i movimenti di lui e lei. In silenzio osserva, immagina, studia e spesso si accorge eccitata mentre fantastica di ucciderlo con le proprie mani: bucargli il collo con le dita e cercargli il cuore, strapparglielo dal torace e schiacciarlo sotto i piedi come si farebbe con un insetto enorme e schifoso.

21

Un mattino di sole, la moglie di Jack esce a fare compere ed Hèlena Thulles s’intrufola dentro casa dalla porta del retro. Gira per le stanze e rimane esterrefatta dalla pulizia. Chi pulisce là dentro pare sia un’anima condannata all’inferno, costretta per l’eternità in ginocchio a lavare le colpe e i crimini di cui si è resa complice. La casa è strigliata, il manto della casa è talmente teso e tirato che le si possono vedere le ossa. Tutto è in ordine. È pieno di fiori, cornici che tuttavia sono appoggiate su quella che somiglia a una lapide tombale. La moquette bianca sembra marmo di cimitero, anche gli sportelli della cucina, i mobili, sembrano marmo di cimitero. Da nessuna parte ci sono tracce di intimità, di colloqui, di vita, di amore. Una tomba adornata. E la verità è il cadavere. Viene colpita da questo pensiero con una forza tale che le fa cedere le gambe. Occorre che la verità resusciti, che memorie dall’oltretomba accorrano alla mente di quella signora dal vitino di vespa.

Prima di uscire guarda le foto appese al muro. Non c’è dubbio: sono opera della moglie. Mormorano di cose lugubri e nere. Vorrebbe scrutarle sotto una lente d’ingrandimento, come se fossero una miniatura medievale. L’occhio che le ha scattate appartiene a una persona pronta a prendere in mano la verità e tirare il grilletto, resuscitare il passato e spararlo sul corpo del marito.

22

Hèlena Thulles, durante le lunghe giornate passate in biblioteca a ripararsi dal freddo si è addentrata dentro una foresta di storie, di azioni, di favole, di fatti verosimili e impressionanti; di resoconti e gesti disperati o geniali, finché ha deciso di percorrere un sentiero fino in fondo, quello battuto tempo prima da Mesmer.
Prima d’incamminarsi verso l’ipnosi però, i sentieri percorsi per metà o appena adocchiati, sono stati innumerevoli: ha potuto vedere cosa sia in grado d’immaginare l’uomo e cosa sia capace di escogitare.
C’è, tra le altre, una mossa del pensiero letta in un libro che non riesce a togliersi dalla mente. Si tratta di un frammento del poema di Omero, il più eccitante: Odisseo e il cavallo di Troia. I greci avevano le armi ma non bastavano a espugnare Troia. Anche lei ha le armi: una pistola e l’ipnosi, ma le manca un dono, un dono avvelenato. Il tremendo cavallo di Troia lasciato alle mura della città. Giorno dopo giorno la signora dai guanti bianchi gira per casa e riflette, mentre venditori a porta a porta suonano il suo e gli altri campanelli per vendere bibbie, polizze, spazzole e prodotti per la casa; lei non risponde neppure. Gira di stanza in stanza, pensa al poema di Omero, oppure li guarda dalla finestra, dietro la tenda avvicinarsi alla porta.
Un giorno però arriva un giovanotto che pare porti con sé un fucile. Lo osserva camminare verso l’ingresso, esageratamente sicuro di sé. Si ferma un istante davanti la porta, si schiarisce al voce e poi suona.

Lei apre la porta e lo fissa diritto negli occhi, gli chiede di accomodarsi e al solito, l’aria, la realtà, rallentano. Il giovane comincia ad elencare le novità dell’Hoover 1124 di un riposante azzurro bianco. Ma mentre illustra e spiega, incespica e si confonde.
Jason, il venditore, ha cominciato a fare questo lavoro per addomesticare la balbuzie. Ma quella casa, e quella donna dal volto gentile, lo fanno vergognare, non riesce a capire cosa gli sia preso. Racconta della schiuma appositamente pensata per le moquette; vorrebbe darne una dimostrazione ma a casa della signora dai guanti bianchi non c’è moquette. Gli tremano le mani, suda, ha le orecchie rosse e sente dopo molto tempo le parole nella gola trasformarsi in bolle, urtarsi tra loro ed esplodere in tanti pezzi mentre sono sul punto di uscire.

La signora gli porta un bicchier d’acqua e gli dice: “Deve essere molto stanco, si accomodi pure sul divano, si riposi un po’ – e poi aggiunge – : Ma prima, per farti perdonare quella tua cosa vergognosa, prendi un aspirapolvere nel baule della tua auto e lascialo a fianco dell’ingresso, qui fuori. Io dimenticherò che non sei guarito e tu dimenticherai di avermi lasciato il tuo attrezzo… Si accomodi, la prego!”
Cinguetta ancora una volta.
“Certo, certamente signora, risponde Jason”. Esce di casa, apre il baule, prende l’aspirapolvere e poi si siede sul divano. Restano a parlare, non si ricorda di cosa, la sua balbuzie è scomparsa e quella signora è la soluzione, sente che è la messaggera di un mondo in cui quella pietosa goffaggine non esiste. Darebbe qualsiasi cosa a quella presenza celestiale.

Quando Jason, passo inquieto, sale in auto per andarsene, la signora dai guanti bianchi guarda il suo cavallo di Troia.
Trascorre una settimana senza mettere il naso fuori casa, a pensare. Pensa così intensamente che il pensiero comincia a prendere i connotati di meditazione. Cammina tra aspirapolvere e Lady Smith, la bestiola cromata. In mente ha l’incontro  che presto avverrà tra lei e la moglie di Jack the ripper.

23

Spesso si ferma in mezzo al soggiorno e chiude gli occhi: con la mente rivede le foto appese al muro e la casa di Jack e sua moglie, ci sono informazioni, tracce che sente debbano essere capite e sentite con una parte di sé che va oltre l’ipnosi, che abita lontana ma esiste, proprio da qualche parte della sua mente. Rivede le foto appese al muro, proiezioni di una mente raminga, o più probabilmente amuleti per tenere lontani gli spiriti cattivi. Per il resto, la casa è igiene pura. C’è però un crepaccio tra la pulizia della casa e lo sporco delle foto. E non capisce se quelle cose appese al muro siano un tentativo grottesco di complicità con la parte oscura di suo marito, o se invece si tratta di semplice raccapriccio, pagine di un taccuino dove la donna annota l’incubo che è la sua vita.
Quale delle due?
Si sveglia che non sono ancora le quattro. Ha da rammendare, spazzolare e cucire. Apre la finestra del soggiorno e guarda il buio color mirtillo, come sciroppo. I profumi degli alberi. Gli aceri e la cassia le fanno dilatare le narici e inspirare a fondo. Le foglie scintillano nel buio producendo rumore di vetro e sabbia. Pensa a un verso di una poesia letta in biblioteca: Aprile è il più crudele dei mesi. È vero, quel tale ha ragione, anche se non saprebbe dire perché. Forse per la bellezza struggente della primavera che sboccia e già sfugge.

Accende la radio che a quell’ora trasmette canzoni italiane: perché muratori e operai della contea che si preparano per andare al lavoro sono per lo più immigrati italiani. Prende il vestito che dovrà indossare, accende la lampada e ricuce l’orlo. Una canzone, si dice, che l’italiano che canta deve aver dedicato a una certa Mary Lou. La voce alla radio ha detto che a cantare è un certo Teeno Roussi. Ascolta la musica di quel paese lontano che non vedrà mai. Il suono s’intreccia al rumore delle foglie, bisbigli di timidi fantasmi.

Guarda la pistola sul tavolo, carica. Posa ago e filo e la prende in mano, toglie i proiettili cromati, come lunghi occhi chiusi, palpebre pitturate d’argento. Occhi che una volta scagliati nel corpo si spalancheranno per stanare l’anima di quell’uomo.
Ripensa al cavallo di Troia. Come un sogno, di notte, un enorme cavallo di legno entra nella città e partorisce l’incubo peggiore dei troiani che vengono assaliti dai loro doppi. È quel che farà lei. Passerà quell’arma alla donna, sua gemella; sarà un fantasma a lasciare un oggetto nella mano di una donna vera e viva.

Ha quasi terminato il suo lavoro. L’attende una doccia, i capelli e la cipria e una sfumatura di rossetto rosa. Si alza e guarda alla finestra. È quasi giorno. Una linea dorata che si allarga, come una favolosa tempesta di sabbia lucente che avanza e si apre un varco tra il blu cobalto del cielo. Il sole che arriva. Il giorno che viene.
Questo è il giorno.
Fuma l’ultima sigaretta e poi indossa i guanti bianchi. L’aspirapolvere è già in auto. Prima d’indossare il suo cappellino rotondo, da donna innocua e sognante, guarda i suoi riccioli stanchi. Una tristezza indicibile le attraversa il corpo. Il silenzio della casa viene travolto da un’esplosione di malinconia.

Pensieri inestricabili la spingono a guardare a quello che è stato, come la sua famiglia quasi per magia si sia disintegrata; per difendersi si è lasciata mangiare il cuore e divorare una figlia. E guarda anche a quel che sarà, quel che presto sarà. Prima di uscire prende un disco ancora sigillato; il marito per amore e distrazione ne aveva comperate due copie, si tratta di Debussy suonato da Svjatoslav Richter, pianista russo dal suono timidissimo; le note sono atomi di luce lunare che nuotano attraverso il buio.

Son circa le dieci, tra meno di venti minuti suonerà alla porta. Pensa e ripensa all’ipnosi, la tecnica, il dono, la sensibilità che ha per individuare un punto della realtà, trasferirlo su uno specchio immaginario e rovesciarlo. Si ripete che una persona ipnotizzata non farà mai qualcosa contro i propri desideri e principi. Quella donna deve desiderare la morte del proprio marito. Ma soprattutto, deve desiderare di eliminarlo. Mentre guida ricorda il suo di marito e al modo in cui pronunciava Debussy: debiùssi. E a lei quel suono aveva sempre fatto venire in mente la parole abysses: abìsses. Gli abissi, già, presto lei si calerà negli abissi. Sta per suonare alla porta e una volta dentro, ecco gli abissi le staranno di fronte.

Tiene il disco sotto il braccio sinistro mentre il cavallo bianco e azzurro sta di fronte a lei. Lady Smith da dentro la borsetta le preme sul fianco. Sospira e poi suona il campanello. Sente dei passi veloci venire verso la porta. Respira, chiude gli occhi, e respira ancora una volta.
E la porta si apre: un folata di avorio, il vestito, la moquette e il sorriso; capelli biondi a tratti incendiati da sfumature ramate. Gli occhi della donna calano sull’aspirapolvere e poi, disorientati, sul disco.
Hèlena Thulles intravede gli interni e sì, sono una cripta, una tomba in attesa di un cadavere.
“È stata estratta a sorte tra le casalinghe di questa contea! Esordisce. La nostra azienda ha deciso di regalarle questo magnifico aspirapolvere, dice mentre carezza coi guanti il manico cromato.”

Questa volta fatica a lasciare scivolare le parole nell’aria ma aggancia lo sguardo azzurro della donna e lo imbeve con la molle tenebra dei suoi occhi.
La prego entri. Gli occhi della donna, guizzano meccanici e perplessi sul disco. Sì, l’aspirapolvere lo ha capito, probabilmente lo ha vinto e sarà suo, ma il disco? La donna dai guanti bianchi si presenta – Hèlena Thulls – fa scivolare il suo cavallo di Troia dentro casa e comincia a parlare del disco.
“Molto probabilmente si chiederà il perché di questo? Serve semplicemente a dimostrarle quanto silenzioso è il nostro 1124. Vedrà che potrà passarlo sulla sua moquette e assieme ascoltare la musica, sarà come danzare. E la sua casa… La sua reggia anzi sarà sempre linda a e sontuosa come il castello di una principessa malinconica in attesa del suo principe azzurro”.
Al suono della parola “malinconica” la donna s’irrigidisce; Hèlena sente il sorriso tramontare e i tendini tirarsi.

“Certo non è questo il suo caso – continua –, un donna incantevole come lei non potrà mai essere una principessa malinconica”.
E invece lo è, molto, molto malinconica. E infatti sente istintiva la voglia di accendere l’aspirapolvere, come a cancellare quella macchia del linguaggio.

“Le andrebbe una limonata?” Sente il bisogno di allontanarsi da quella figura che pare sbucata da un sogno antico.
Certo, perché no? Le dispiace se suono il disco? Anche questo è un omaggio della nostra casa.
La sente armeggiare in cucina: cubetti di ghiaccio tintinnano contro il vetro e infine il tonfo sordo dello sportello del frigo che si chiude.
Hèlena adagia il disco sul piatto, il vinile nero e lucido comincia a girare come la pozione magica dentro il pentolone di una strega.
La donna entra in salotto con i due bicchieri, ancora sorridente, mentre le note inondano la casa come un mare di velluto e luna. Hèlena si accorge che le mani della donna tremano. Quel tremolio è una parte di sé che si stacca dal resto del corpo, un’inondazione dolce la porta via dalla realtà alla quale è rimasta disperatamente attaccata come a una zattera di legno fradicio.
E la signora dai guanti bianchi è là, in mezzo al mare, che l’aspetta.
Lascia accomodare sul divano la signora dai guanti bianchi. Le note di Debussy portano la notte, mentre l’1124 scorre sulla moquette creando un suono dolce di bufera. Il salotto diventa un sentiero, il rumore un vento caldo, e la musica gli alberi che guardano.
La realtà ora si fissa allo specchio, la signora dai guanti bianchi con quella sinfonia sdoppia la realtà. La donna è ferma sul divano ma qualcosa dentro di lei si è alzato e sta di fronte ad Hèlena Thulls che ora vede dolore, risentimento, odio, fragilità e furia. La impalpabile materia di cui è fatta la donna prende corpo.

La signora dai guanti bianchi sente che è arrivato il momento di parlare. Lascia l’aspirapolvere acceso e siede di fronte alla donna. Ora si trovano in un bosco.
“È una cosa orrenda sentirsi sole”. I due sguardi si baciano. “È una cosa orrenda nutrire una belva. È sempre notte qui dentro. Mi dia la mano. Questa è una torcia, è il fuoco, sono sguardi che porteranno luce qui, dentro questa foresta fatata. Deve solo accenderla”. Le offre la mano, la donna la prende. Ma quella mano non è vuota, c’è un corpo fatto di calore e luce.

“Ci sono sei occhi qui dentro, argentei come la luna, ma con sé portano il sole, la luce e la vita. Abbandonale, esci da queste tenebre.”
La donna prende l’arma e lascia cadere il braccio, la mano ora indossa quell’anello. Un dito, l’indice, indossa l’anello. Si sta celebrando il matrimonio tra la donna e uno dei suoi desideri, anzi il suo desiderio più profondo. Riportare la luce della verità dentro quel bosco. La donna ha lo sguardo fermo e colmo di passione.

La signora dai guanti bianchi lascia la casa. Le note di Debussy scorrono, mentre l’aspirapolvere continua a soffiare quel vento caldo che le scompiglia di follia occhi e pensieri.

Le mani coperte dai guanti bianchi sono ferme sul volante dell’auto. Si accorge di tenere il collo incassato tra le spalle, come se da un momento all’altro dovesse sentire uno scoppio. E in quello stato di velenosa allerta passa tutta la giornata.
I rumori della città: uno scatto d’ira che si riversa sul clacson, improvvise frenate di auto; scoppi di voci di bambini che giocano, la fanno girare di scatto come se fosse un pistola a parlare. Un cane che abbaia a scatti, bau e si ferma, bau e si ferma, bau e si ferma. Come proiettili esplosi interrotti da un frammento di tempo. Ogni manifestazione della realtà, ogni suono le sembra una pistola che spara. Impossibile che alla distanza dalla quale si trova possa sentire la voce di Lady Smith.
Ha rivolto la poltrona verso la finestra e fissa le tende semitrasparenti tirate. Ciò che vede dunque sono ombre, sagome, proiezioni su uno schermo, come se fosse un film, un film che si concluderà con un omicidio.

La donna invece non fa nulla. La casa è pulita, immobile, come anche lei. Continua ad ascoltare Debussy e sogna di essere ancora dentro se stessa, dentro quel bosco creato da una serie di parole, musica e rumore.
Deve cadere, deve cadere, deve cadere, sembra dicano i battiti dentro la sua mente. Perché non si tratta di pensieri ma sensazioni compatte che colpo dopo colpo e passo dopo passo si addentrano in fondo, dove la sua mente finisce e comincia qualche cosa di vasto e oscuro. L’impasto del cervello viene invaso da scosse e colpi. Se potesse trasformare in parole questi rumori che stanno impossessandosi della sua mente; se dovesse pronunciare parole intellegibili per articolare quei rumori, allora direbbe: “Deve cadere”.

26

La donna resta seduta con il braccio destro disteso e la pistola in pugno, e lo sguardo rivolto verso la porta d’ingresso.
Quando la chiave viene infilata con violenta rapidità nella serratura, non alza gli occhi. Sente il corpo del marito occupare uno spazio vuoto, fermo dinnanzi all’ingresso. Sente lo sguardo di lui calare nella penombra, tra musica e abat-jour. Si dice che forse la moglie è leggermente sedata dall’alcol; si accorge, o forse no, che alla fine di quella mano comincia una pistola compatta e argentea. Saluta pigro, toglie l’impermeabile, lo appende all’attaccapanni e si volta di nuovo verso la moglie e dice: “C’è un odore strano qui”.

Sente la voce della moglie dire: “Sì, c’è un odore strano. Ora però dormi”.
La donna con lentezza alza la mano e poi tende il braccio; tira il grilletto tre volte. Poi il silenzio si riempie di fumo, dalla canna esce luce bianca e blu cobalto.
L’uomo rimane fermo per alcuni istanti, gli occhi increduli tra poco diventeranno vetro.
Gli spari sono tre fotogrammi che catturano un tramonto maestoso. Tre momenti diversi in cui Jack the ripper viene spinto con delicata fermezza lontano, fuori dalla vita. Jack the ripper tramonta.

27

Poi il silenzio, tranne la musica del mese di aprile, gli oggetti che sempre là fuori mormorano, le auto, le foglie, il ticchettare delle unghie di un cane, il cavo ad alta tensione che sibila e ronza e poi la sirena delle auto della polizia.
Arriva il medico legale, il fotografo e il giornalista del quotidiano locale. La donna sta sul marciapiede davanti a casa, nella notte che sembra le labbra, la bocca, l’interno della bocca di una donna e il suo fiato caldo e profumato.
Lei se ne sta con un soprabito sulle spalle come una Cenerentola che fissa il vuoto. L’incantesimo si è spezzato. Dove c’era un bosco, presenze, è rimasta solo la realtà; Almeno così deve pensarla un ragazzino che cammina sull’altro lato della strada, riccio, leggermente sovrappeso, estremamente inquieto. Rallenta il passo e guarda quel gruppo di persone. Lui sa chi abita quella casa. Guarda la scena e capisce tutto, e non solo. Non si limita a capire i fatti ma li trasferisce in un’altra dimensione che vive tra il suo sguardo e la realtà. Parole, immagini, un territorio ancora brullo e deserto che lentamente, mese dopo mese, si sta popolando.
Viene colpito dalla ferocia dei flash del fotografo che sparano sul corpo della donna, sulla casa, sulla sagoma coperta dal lenzuolo. La faccia del fotografo è eccitata e malvagia. Le venderà come cartoline, pensa, e vorrebbe annotarsi quel pensiero mentre guarda la via desolata, immobile, ognuno dentro la propria casa che sembra una roccaforte ostinata a non lasciare penetrare la disperazione che scorre per la strada; tutti sordi al dolore del mondo.
Vede i poliziotti, anche loro eccitati: avevano bisogno di quell’omicidio, avevano bisogno di una morte per sentirsi più vivi.
E poi, poi vede gli occhi della donna guardare verso lui, la moglie di Jack the ripper lo guarda. La donna batte le palpebre e il ragazzino è talmente sensibile che pare sentire il suono di quel battito. L’ha già soprannominata Cenerentola: l’aria consumata e triste e smarrita delle donne che spazzano la strada, le ultime. E continua a camminare dicendosi che l’unico suono che rimane in questa via deserta e desolata è il rumore del tumulto pigro e intermittente delle foglie, come se qualcuno spazzasse il marciapiede, dopo che se ne sono andati tutti. Cenerentola che spazza il marciapiede. Vorrebbe annotarsi tutto e con quelle immagine scrivere una canzone, una poesia. Ma poi si dimentica le parole, ne mastica altre. “Il commissario che sembra in trance”. Sì, sì, ripete mentre cammina. E sente un’euforia calda. Mentre i suoni di quel gruppo di persone si allontanano, perché lui continua a camminare. A dire il vero è lui che si allontana ma quei suoni lo seguono invisibili come fantasmi. Lo seguono e seguiranno, nello spazio e soprattutto nel tempo.

Grazie a Barbara Setti

 

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Anna e suo fratello https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/anna-e-suo-fratello/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/anna-e-suo-fratello/#comments Wed, 21 Sep 2016 06:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32044 Dopo esserci occupati della nuova traduzione di Anna Karenina, torniamo sul capolavoro di Lev Tolstoj con un pezzo di Filippo Belacchi. È possibile ascoltare la lettura dell’articolo cliccando su questo link.
“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo”. Questo, il primo lapidario paragrafo di Anna Karenina. Si entra passando sotto questa frase come fosse scolpita sopra la porta del romanzo.

Poi, con una prosa che sembra cinema si comincia: “Casa Oblonskij era sottosopra”. La moglie ha scoperto la tresca tra suo marito e l’istitutrice francese e non esce dai suoi appartamenti, il marito è rincasato dopo tre giorni, la servitù è allo sbando e i figli, frastornati, scorrazzano per le stanze. La penna scivola ancora per avvicinarsi all’artefice di questo pasticcio, Stiva Oblonskij, il fedifrago. Sdraiato sul divano dello studio si sta risvegliando da un sogno; non dorme soltanto, importante questo dettaglio, ma sogna.

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Dopo esserci occupati della nuova traduzione di Anna Karenina, torniamo sul capolavoro di Lev Tolstoj con un pezzo di Filippo Belacchi. È possibile ascoltare la lettura dell’articolo cliccando su questo link.

“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo”. Questo, il primo lapidario paragrafo di Anna Karenina. Si entra passando sotto questa frase come fosse scolpita sopra la porta del romanzo.

Poi, con una prosa che sembra cinema si comincia: “Casa Oblonskij era sottosopra”. La moglie ha scoperto la tresca tra suo marito e l’istitutrice francese e non esce dai suoi appartamenti, il marito è rincasato dopo tre giorni, la servitù è allo sbando e i figli, frastornati, scorrazzano per le stanze. La penna scivola ancora per avvicinarsi all’artefice di questo pasticcio, Stiva Oblonskij, il fedifrago. Sdraiato sul divano dello studio si sta risvegliando da un sogno; non dorme soltanto, importante questo dettaglio, ma sogna.

Con una cinepresa avvicinarsi, “stringere” ancora su Oblonskij sarebbe stato un problema, con foglio e penna, invece, si va dove si vuole; Tolstoj quindi scavalca la fronte dell’adùltero e dà un’occhiata a cosa succede là dietro. Stiva, vediamo, non è scosso da incubi alimentati dal senso di colpa, nient’affatto, il suo è un sogno festoso; caraffe dalle forme sinuose si trasformano in donne ammiccanti che cantano “Il mio tesoro!”. Nel dormiveglia Oblonskij pensa: “Gran bel sogno, bello davvero! Con certe cosette che neanche da svegli si devono pensare, altro che dirle ad alta voce…”. L’adùltero non è per niente turbato dall’aria luttuosa che si respira in casa. Quando è sveglio, sì, ha l’aria afflitta e fa ragionamenti da uomo contrito e colpevole, ma non appena tutti dormono, comprese le proprie difese, la sua natura se ne infischia se casa Oblonskij è sottosopra e si fionda nel proprio regno: festini, banchetti e donne giovani e commestibili, addentabili, viene da dire.

Poi Stiva rotola nello stato di veglia, la situazione nella sua mente si rapprende, dura come pietra (quelle che ieri erano nubi oggi sono alte montagne), rientra nel ruolo di marito addolorato e cerca di non farsi cacciare dalla moglie. Non è ancora finita però, c’è un altro dettaglio da tenere d’occhio. Stiva non riesce a darsi pace per una cosa che ha fatto, anzi che si è trovato a fare contro la sua volontà. Quando la moglie, a pezzi, gli ha chiesto chiarimenti, lui, per colpa di quello che chiama “riflesso cerebrale”, le ha risposto con un sorriso. E lei, manco a dirlo, è diventata una iena.

(Qui stiamo percorrendo un’altra strada, ma almeno tra parentesi sottolineo quanto questo primo capitolo sia artisticamente riuscitissimo: se ci si voltasse a guardarlo, i movimenti di Stiva, quel suo uscire dal sogno ed entrare nella realtà; la sberla che l’attrito con il quotidiano gli sferra appena si sveglia e ricorda; il sogno che sfuma, il sorriso involontario che ha mandato tutto a rotoli; la semplicità fluida del sogno che svanisce e la pesante, faticosa difficile natura della realtà che s’impone; questi nove pragrafi, il primo capitolo appunto, è un piacere scorrerlo con gli occhi e respirare, so to speak, ogni frase, ogni movimento,  un balletto adornato di aggraziata goffaggine).

Cominciare un romanzo con un sogno, per chi legge, non è cosa che possa essere ignorata. A dire il vero la storia comincia con il resoconto di un adulterio, poi lo sguardo dell’autore nuota fin dentro i sogni di Oblonskij. Le intenzioni di Tolstoj, quelle nei confronti dei suoi personaggi, sono subito chiare: andare fin là, fin dove si può, il più in là possibile, per cercare di agguantare con una rete di parole la natura delle sue creature, la loro essenza. (Come hanno scritto molti, tutti anzi: è per questo motivo che Tolstoj è stato il primo a escogitare il flusso di coscienza, anche se il suo non ha nulla a che vedere con la fantasmagoria be-bop messa in campo da Joyce).

Intenzione di Tolstoj è quindi mostrare ciò che siamo. E ciò che siamo noi con le nostre vite è spesso, direi sempre, un garbuglio di cose poco chiare, di pensieri presi a prestito, di contraddizioni, di piccoli misteri a cui è difficile dare una risposta. Quel sorriso involontario è molto interessante: tua moglie è a pezzi, ti chiede perché, perché lo hai fatto e tu le rispondi con un sorriso. Come nei sogni, “riflesso cerebrale” o no, c’è qualcosa con il quale è ambiguo, oltre che arduo, fare i conti. Siamo fatti in un modo, sentiamo, anche, in un modo, ma spesso ci viene di comportarci in un altro. Oppure: vorremmo dire una cosa, ma dalla nostra bocca esce l’esatto contrario, perché è una impresa eroica capire e poi dire quello che siamo, visto che molto spesso ci sentiamo assediati da vergogna, rabbia e paura.

Ora, per quel che riguarda Stiva Oblonskij, non è tipo da fare tragedie per un adulterio. Altri personaggi invece sono sempre lambiti da una tensione tale da invocare uno schianto, e quel che sentono è intenso e doloroso sempre: di giorno e di notte, e quando sognano, anche.

Si è spesso detto che Anna Karenina è un romanzo sull’adulterio. Se le cose stanno così è impossibile non fare caso che Stiva, di fronte alla stessa situazione che sua sorella Anna affronterà, reagisce in maniera diversa. Ma questo, però, è un romanzo sull’adulterio? O è un romanzo su fedeltà e tradimento?

Anna tradisce Karenin con Vronskij (più precisamente: tradisce Karenin per Vronskij, che è tutta un’altra faccenda), come hanno fatto e faranno milioni di mogli e mariti prima e dopo di lei. Il suo tradimento però si mette male non (solo) per questioni di morale e pubblica decenza. E poi a pensarci un istante, Anna tradisce chi, tradisce cosa? Un matrimonio messo in piedi da una zia (Parte V, capitolo 21) che l’ha data in sposa a un uomo dall’animo impacciato, emotivamente remoto; sposato solo perché prossimo a intraprendere una brillante carriera come alto funzionario. Anna, in fondo, tenta di essere fedele a se stessa, al suo desiderio: “Di dare e ricevere felicità.” (pag. 906). Quindi, più che un romanzo sull’adulterio, questo è un romanzo sulla fedeltà.

Lasciato il marito, quel desiderio di dare e riceve felicità però non si avvera: tra Anna e Vronskij le cose si mettono male, irreparabilmente male, e lei  si trasformerà in una specie di star di Hollywood al tramonto che vive tra spettri, rimpianti, morfina, sensi di colpa e abiti elegantissimi. A essere cinici poteva adottare il sistema Betsy Tverskaja, o quello di suo fratello Oblonskij, magari avrebbe potuto se non essere felice, almeno essere pseudo felice.

In questo romanzo ci sono personaggi che sembrano stare a diverse altezze di una ipotetica scala d’intensità tragica. Più si sale, o, se si vuole, più si scende, più il senso del tragico si fa ingombrante e inevitabile. E Anna (assieme a suo fratello, non suo fratello Stiva, ma suo fratello l’altro, quello emotivo, Levin) sembra sostare nel punto in cui il sentimento tragico si fa più intenso. Perché?

Anna fugge con il giovane Vronskij, uomo che sembrerebbe l’esatto contrario di suo marito, ma a guardare bene si trova di fronte una sorta di Karenin (tra parentesi: sono diversi i segnali lasciati dall’autore ㄧconsciamente o inconsciamente, non so ㄧ per indicare che Vronskij è un Karenin giovane e mascherato da bello: la calvizie incipiente è uno, oltre ovviamente il fatto che tutti e due si chiamano Aleksej), sotto forma di persona arida, che non la può capire, nel senso di sentire, e quindi, pur senza lasciarla, l’abbandona. Lui e Karenin sono quindi uomini freddi, non cattivi, questo no, ma freddi loro malgrado; tutti e due assolutamente protesi verso l’esterno; hanno sposato gli altri, quello cioè che gli altri possano pensare di loro. Il primo, impegnato ad ammansirli, il secondo a stupirli (noto qui, in quanto, anche, sapida ghiottoneria letteraria: Dolly, di ritorno dalla visita ad Anna nella casa in campagna di Vronskij ー parte VI capitolo 22 ー, dopo avere visitato l’ospedale in costruzione che Vronskij ha deciso di regalare alla comunità e dopo avere passato in rassegna tutte le cose buone che fa per gli altri, parla con il cocchiere, il quale le fa notare due cose: la prima è che in quella casa non c’è allegria, la seconda è che Vronskij è uno spilorcio che non dà abbastanza avena ai cavalli degli ospiti.

Il problema, aggiungo, non è che Vronskij è tirchio con l’avena, il problema è che è tirchio coi sentimenti). Mai, si diceva, Karenin e Vronskij riescono a stare davvero con lei, anche loro imbrigliati nel proprio destino che combattono con meno decisione. Anna, al contrario, magari credendo di allontanarsi, marcia verso quel baratro dove l’essenza della sua vita ribolle, là dove o si cambia o si muore. Pare che sia mossa da una inconscia determinazione a frequentare quei luoghi dove i suoi demoni brulicano, pronti ad assalirle lo sguardo, e la vita. Qual è dunque l’essenza della sua vita? Quella di essere importante per qualcuno, suscitare sentimenti profondi in qualcuno, è a questo che Anna dà la caccia, nei luoghi sbagliati, per tutto il romanzo. E a forza di cercarlo, ci lascia la pelle: fugge via da un matrimonio per abbracciare una vita all’apparenza calda, fatta di amore vivo e vibrante, ma si ritrova sinistramente daccapo.

Mi tornano in mente le pagine, letterariamente belle, bellissime anzi, del saggio di Freud, Il perturbante. Racconta che un giorno, a Roma da turista, mentre passeggiava nei pressi di una piazza principale si ritrova, come in una fiaba, quasi per incanto, in una via dove alle porte sostavano “Signorine imbellettate”. “Non c’erano dubbi ー dice ー sulla loro occupazione”. In imbarazzo accelera il passo per allontanarsi da quel luogo e dal sentimento di vergogna che “l’esserci capitato” gli suscita. Si appresta a tornare nella piazza, ma si perde di continuo e ogni volta che pensa di essere sulla strada giusta, si ritrova invece in quella viuzza “equivoca”. Nemmeno Freud, l’uomo che è riuscito a domare “i riflessi cerebrali”, sembra capace di sfuggire al suo destino. Ma capisce però che il suo destino è quello di tornare e ritornare in quella via proprio perché lì c’è per lui qualcosa di importante da vedere, nel senso di capire, nel senso di sentire. Imprigionato in quel percorso, come in quegli incubi placidi in cui le membra sbraitano, il corpo è stregato e accelerare il passo e provare a fuggire è del tutto inutile.

Quelle esperienze così sinistre e ripetitive: trovarsi sempre in un punto, in viuzze dell’anima equivoche o dolorose (o tutt’e due), è perturbante. Vale a dire che si entra in un momento emotivo in cui si prova un sentimento famigliare e allo stesso tempo estraneo, perché ti obbliga a guardare a certe cose, certe raccapriccianti posizioni assunte dal tuo cuore, e si sente che quelle cose, quelle posizioni raccapriccianti, sono parte di te, parte fondamentale di te, per giunta. Sei talmente tanto tu, che preferiresti impazzire o morire piuttosto che riconoscerti. Una epifania nera.

Ecco, in questi momenti si presenta la possibilità di prendere in mano il proprio destino, o, detto con linguaggio popolare delle fiabe, si può provare a rompere l’incantesimo.

2tolstoj

Il destino, quindi, che cosa è? Nient’altro (nient’altro per modo di dire) che i travestimenti attraverso i quali il nostro passato ci assale senza sosta. Se con questa idea ben chiara in testa si comincia a guardare Vronskij e Karenin, si vede che sono lo stesso tipo di uomo. E Vronskij, visto sotto questa luce, assume caratteri piuttosto tetri.

Esempio: Anna dice a Vronskij di aspettare un bambino da lui. A questa notizia Vronskij prova un sentimento di disgusto, non sa neppure lui perché, ma è quel che sente, poi si alza e comincia a camminare avanti e indietro e a parlare con i modi lucidi e distaccati dello statista (Parte II, capitolo 22); appena cioè la vita scoordinata imprevedibile e vera si fa sotto, lui si intirizzisce, fatica a essere vero, a dire, a sapere quello che sente. Anche a Karenin però succede qualcosa di molto simile: vede le persone piangere e la sua anima comincia ad avere nausea e giramenti di testa, perde la calma, va in confusione. E quindi Anna fugge e fugge, ma sentimentalmente parlando non si muove di un passo.

Ecco il guaio, la tragedia di Anna: non riuscire a sfuggire al proprio destino, vorrebbe farsi amare, essere amata, ma non sembra riuscire a trovare, per così dire, le persone giuste, qualcosa di più forte in lei prevale, anzi sembra ostinata a volere farsi amare da persone che non potranno amarla con quel calore che salva la vita. Persone, gli Aleksej, che dovrebbero, come degli eroi, modificare, trasformare la propria vita e conoscere se stessi. E Vronskij, c’è poco da fare: non è quel tipo d’uomo (manco a dirlo che lo stesso vale per Karenin). Anna quindi combatte il suo destino, sì, ma sul campo cade. Stallo.

Anna, amando il tipo di uomo incarnato dagli Aleksej ー rigido, infelice senza saperlo, meno fedele a se stesso di quanto lo sia lei, o Levin ー  si dirige  alla sorgente della sua vita emotiva. Vronskij e Karenin sembrano due propaggini della società, uomini senza qualità, si direbbe, o mediocri, senza offesa, ci mancherebbe, mediocri nel senso di medi, comuni. Lo sforzo di Anna, ciò che la rende un’eroina, è tentare di farsi amare da loro, o detto con linguaggio eroico: cerca di cambiare il mondo, il suo mondo.  

Quando si decide di combattere i mostri bisogna mettere in conto che loro vincano e tu perda. E infatti Anna comincia a perdere fascino, verità, in sostanza comincia a tradire se stessa: entra in guerra e smette di essere vera, prova delle cose e ne dice delle altre, sempre di più, sempre più spesso, finché non sa nemmeno più chi è, cosa vuole, dove sta andando. Molti sono gli esempi in cui, discutendo con Vronskij, sente una cosa ma ne dice un’altra. Il cielo stellato non sopra, ma dentro di lei, si oscura. E finisce col combattere una guerra ottusa e crudele, fatta di piccole sadiche vendette, e vivere la vita di quasi ogni coppia che sta assieme da un po’ di tempo, incastrata tra mutuo, bollette e terrore del buio là fuori. Prendete un litigio tra Anna e Vronskij, ripetetelo per trecento pagine, fatelo raccontare da un narratore bravissimo che però non ha il coraggio di voler bene ai suoi personaggi e in mano avrete Revolutionary Road.

Nel brano del teatro (Parte V, capitolo 23) quando cioè viene svergognata, linciata in pubblico, è già morta. E quindi gettandosi sotto il treno si limita a eseguire il volere altrui (molto acuto Kundera sugli ultimi attimi di vita di Anna, nel suo libro Il sipario), ha cessato di essere vera, autentica e quindi bella, e quindi viva.

Nel frattempo, nell’altro lato della città…

Levin. L’altro eroe del romanzo. È con lui che Anna condivide lo scalino più alto o più basso  del tragico. Quando mi capita di parlare con amici e persone che hanno letto Anna Karenina sento che Levin non riscuote grandi simpatie, e neppure fascino: dicono che è tonto, che è rigido, che è noioso e intransigente. A me invece, con quei suoi modi funky, piace da matti. Forse è lui l’unico, tra i personaggi, che riesce a trasformarsi, un altro che come Anna si cala nel cratere della propria vita.

È molto commovente seguire lungo tutto il romanzo il suo percorso emotivo. Si sforza costantemente di essere vero, autentico, fedele a se stesso, quando la maggior parte delle volte non sa bene nemmeno cosa o chi sia. Non sempre ci riesce, anzi ci riesce meno di quanto fallisca, e spesso viene fregato dalle sue paure, le sue difese, dal terrore di non essere amabile, cioè non degno di amore.

Molto tormentato, molto goffo, pieno di vergogna e molto molto bello, Levin. Si trova tra due fratelli che a loro modo sono usciti di strada, uno seppellendosi sotto un sapere frigido e che vive un vita “in teoria”, e l’altro che invece si è immerso in una cupa dissoluzione, che non vuole più vedere, non vuole più sentire. Levin, proprio come fanno gli eroi, si incammina, pieno di paura, incerto: fin dall’inizio del romanzo guarda alla vita come a un grattacapo che non ha idea di come risolvere, mentre attorno a lui le persone, non importa se ricche o povere, colte o ignoranti, sembrano caversela, e Levin, vergine di felicità, li guarda desideroso (a tratti ricorda il malato di cuore: “E ti viene la voglia di uscire e provare, che cosa ti manca per correre al prato, e ti tieni la voglia e rimani a pensare, come diavolo fanno a riprendere fiato”). Già, come diavolo fanno a riprendere fiato? Spesso, come succede alle persone molto intelligenti, fa la figura del fesso, gli altri hanno la lingua più sciolta, si adattano meglio. Levin invece niente, dove si gira combina pasticci, non sa cosa dire, cosa pensare, cosa sentire.

Pare che Sonja Tolstoja abbia detto al marito: “Levin sei tu senza talento”. Se Levin è Tolstoj senza talento, allora Levin è noi, tutti noi (perché Everybody’s got a hungry heart, giusto?), maschi e femmine, quando tentiamo di essere quello che siamo nella nostra umanità piena di sogni, desideri, paure, fragilità, tenerezze e improvvise folate di amore e coraggio. Né più né meno quello che siamo.

Noto qui alcuni punti del romanzo secondo me salienti, salientissimi, che raccontano chi è Levin. Nella Prima parte, capitolo 5, lo vediamo goffo entrare nel palazzo nel quale lavora Stiva Oblonskij, suo amico e cognato di Kitty, sorella di Dolly, la giovane donna a cui Levin è deciso a chiedere la mano. Quando si muove è un disastro, goffo, sbaglia tutto, risulta antipatico, si lamenta, è costantemente agitato, tanto che la prima volta che da lettore lo si incontra viene da chiedersi: “Ma questo tipo, dove va? Chi se lo prende in casa?”. Poi, dopo il pranzo con Oblonskij, decide di andare a pattinare (brano letterariamente splendido), con la speranza di incontrare Kitty. Lei è là e Levin si spaventa, si agita, non ha il coraggio di guardarla, non riesce a essere come vorrebbe, sente di non avere chance. Eppure nel leggere questa parte si nota che la sua goffaggine, quando comincia a pattinare, sparisce.

Levin non sta semplicemente pattinando, ma si lascia, come dire… si lascia scorrere, e la sua anima sbuca fuori.

E il lettore capisce che questo tipo ha qualcosa, da qualche parte dentro, qualcosa da dire, e da dare. Poi lo si ritrova più avanti, con la falce in mano, durante la fienagione. Suo fratello, l’intellettuale, è ospite a casa sua, dibattono, argomentano e Levin si accorge delle proprie incongruenze e di nuovo si mostra goffo e scontroso e si accorge di non sapere neppure lui cosa pensa. Di cattivo umore decide di raggiungere i contadini al campo che fanno il fieno.

Il brano della fienagione non si spiegherebbe se fosse semplicemente un riempitivo; c’è qualcosa di più. E in quel  gesto (che a me ricorda così tanto lo scrivere), qualcosa di sé, di nuovo, si affaccia. In quei momenti è vigile, eppure estatico, presente eppure completamente sciolto (“Più Levin falciava più gli istanti di oblio si moltiplicavano, più sentiva che non erano le sue braccia a manovrare la falce, ma la falce a muovere dietro di sè l’intero suo corpo senziente e pieno di vita”). Riesce ad essere quello che è: semplice, nudo e vero, fedele a quel che è dentro. Quindi, attraverso quei gesti, Levin si accorge che lui è qualcosa, non è in grado di dire cosa sia, tanto che deve muoversi col corpo per sentirsi, siano pattini o falce, ma è cosciente di essere, di poter essere, di potere incontrare se stesso.

Ogni volta che è vero, che si lascia andare e si espone, le cose, come per incanto, vanno a posto (“Mangiò con il vecchio; si fece raccontare le faccende di casa sua, mostrò grande curiosità nel sentirle, e ricambiò riferendogli certe storie della sua vita che, credeva, potevano risultargli di un qualche interesse per quel vecchio che sentiva più simile a sé del suo stesso fratello.” Levin in questi momenti è Like a virgin, touched for the very first time). Altro brano significativo e celebre: Levin e Kitty s’innamorano.

Accade una sera a cena assieme ad altre persone, tra cui il fratello intelligente di Levin e i suoi colleghi intellettuali, i più brillanti, si intuisce, della Russia di allora. E poi c’è lui, e c’è lei, Kitty. Dopo cena si appartano e cominciano a comunicare e soprattutto a capirsi scrivendo con un gessetto sul tavolo le sole iniziali delle frasi che vorrebbero dirsi. Bellissimo. Ma non è tutto, perché di fianco, il crocchio di intellettuali parla, parla e parla, ma nessuno riesce a capire l’altro. Kitty e Levin inventano una lingua primitiva, il loro codice, basta un gesto e si capiscono, anche questa è a suo modo danza. Questo perché sono due anime gemelle, certamente, ma sono due anime gemelle perché trovano il coraggio di esporsi senza tradire se stessi.

Levin, animale romantico, non ha l’intelligenza degli uomini, ma grazie a quella sua “capacità negativa”, giusto per citare Keats, riesce a mettere le mani sull’essenziale e a cominciare il suo cammino. Anche lui terrorizzato di non essere abbastanza per gli altri, di non avere nulla che possa suscitare interesse, o amore, prova a dire, prova a fare, prova a esporsi. E per lui è più difficile che per Kitty, visto che lei viene da una infanzia felice, Levin invece no. E non è l’unico, ovviamente.

A vederli là, sparsi, i personaggi di Anna Karenina, lungo la distesa di pagine, ognuno nella posizione che forse più lo contraddistingue, Karenin con le mani dietro la schiena, sguardo a terra impaurito e pensieroso, da bambino dimenticato in collegio; Vronskij, “fresco e gagliardo”, in uniforme, plastico, poco lontano dalla scuderia che sorride con i suoi splendidi denti; Anna che gioca con le nappe del mantello mentre cammina col suo passo rapido e sodo; Levin con la falce in mano e lo sguardo concentrato e dolente; Stiva seduto a tavola che mangia e radioso, felliniano, guarda verso noi; Serëža, solo, seduto su una scalinata del palazzo, a coprirsi con le mani gli occhi umidi di pianto. Sono tutti molto toccanti, difficile non volergli bene e commuoversi per le pose dolorose, imbarazzanti o catastrofiche che le loro vite assumono. Ognuno che tenta di sfuggire da ciò che più lo spaventa: essere niente per gli altri. Ognuno a suo modo e ognuno con i propri mezzi cerca di cambiare il proprio destino, cioè a dire, il proprio passato. Perché le “Famiglie infelici lo sono oguna a suo modo”. E loro, i personaggi, vengono tutti (tranne Kitty e Dolly, e si sente) da famiglie infelici.

La prima frase del romanzo, là bisogna tornare, alla frase scolpita sull’ingresso.

Da me sempre associata, molto molto ingenuamente devo dire, a casa Oblonskij che tra debiti e tresche ha trovato il suo modo per essere infelice. Quella constatazione, invece, temo riguardi tutti i personaggi del romanzo, e non solo. Riguarda cioè anche voi, noi, me, loro, tutti (“ognuno a suo modo”, ovviamente).

Si diceva: a dare un’occhiata ai personaggi è facile vedere che tutti escono da famiglie infelici. O meglio: hanno un passato in famiglie inesistenti, con figure che ci sono ma non ci sono, famiglie spettrali, madri distratte (Vronskij) o genitori assenti (Levin), ragazzi allevati dagli zii (Karenin e sua moglie Anna), figli di famiglie sderenate (Serëža). Per esempio qui (Parte I, capitolo 6) l’autore ci mostra di sapere molto bene perché Levin frequenta casa Ščerbackij, come è pure consapevole delle ragioni che portano Vronskij (parte I, capitolo 16) nella stessa casa. Oppure Aleksej Karenin, che non ha niente di niente in mano, emotivamente parlando; non sa proprio dove guardare, cosa sentire, non perché irrecuperabilmente ottuso, ma perché ha avuto la vita che ha avuto (Parte V, capitolo 21) e come si diceva gli manca quella forza eroica e tragica che hanno Levin e Anna.

Date queste premesse, l’unica via, quella che indica Levin guardando il cielo stellato, stretta e buia molto, è prendere in mano il proprio destino, cioè a dire il proprio passato. O per dirla con una frase di Saul Bellow, talmente bella da sembrare una formula di magia: “L’anima che trova una via d’uscita”.

Levin, tra mille contraddizione ed errori, nelle ultime due pagine pensa a qualcosa di simile a questo: so che posso fare del bene; certo, farò mille errori, dirò cose a sproposito, ma tenterò di essere consapevole, di essere cioè un corpo di verità in mezzo agli altri, per capire ed esprimere quel che sento.

Tutto questo mio discorso può essere riassunto con una sola bellissima frase di Simone Weil “Bene è tutto ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose e male è tutto ciò che gliela toglie”. E quindi, detto in quattro, anzi in cinque parole: Levin ha cambiato se stesso.

Grazie a Barbara Setti

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Seminario portatile di traduzione: “Anna Karenina” https://minimaetmoralia.it/interviste/seminario-portatile-di-traduzione-anna-karenina/ https://minimaetmoralia.it/interviste/seminario-portatile-di-traduzione-anna-karenina/#comments Mon, 12 Sep 2016 06:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31953 In vista degli incontri con Claudia Zonghetti, traduttrice di Anna Karenina per la nuova edizione Einaudi, mi sono preparato leggendo qua e là commenti e interventi fatti a riguardo su blog e giornali, ho annotato un po’ di domande – alcune piuttosto sciocche, come per esempio: “Qual è la parola russa per dire “sottosopra?” – e, naturalmente, ho riletto Anna Karenina, rendendomi conto con un misto di malinconia e felicità, con struggimento quindi, che un romanzo così bello, temo, non mi capiterà più di leggerlo.

Non è il libro che ho amato di più, no, questo no, ma è il romanzo più romanzo che abbia mai letto. Anna Karenina è, per così dire, il principe azzurro dei romanzi; quello che sotto sotto ogni lettore spererebbe di incontrare ogni volta che comincia un libro.

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In vista degli incontri con Claudia Zonghetti, traduttrice di Anna Karenina per la nuova edizione Einaudi, mi sono preparato leggendo qua e là commenti e interventi fatti a riguardo su blog e giornali, ho annotato un po’ di domande – alcune piuttosto sciocche, come per esempio: “Qual è la parola russa per dire “sottosopra?” – e, naturalmente, ho riletto Anna Karenina, rendendomi conto con un misto di malinconia e felicità, con struggimento quindi, che un romanzo così bello, temo, non mi capiterà più di leggerlo.

Non è il libro che ho amato di più, no, questo no, ma è il romanzo più romanzo che abbia mai letto. Anna Karenina è, per così dire, il principe azzurro dei romanzi; quello che sotto sotto ogni lettore spererebbe di incontrare ogni volta che comincia un libro.

E il sentimento qui si biforca: vorrei, sì,  leggere qualcosa di più perfetto di Anna Karenina, ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe toglierlo da lassù. Nella mia testa, come credo in quella di ognuno, c’è una specie di stiva irrequieta in cui spettri di scrittori vivono intrecciati a un sentimento; un romanziere, un sentimento; Amis – empatia e ammirazione  –;  Nabokov – rapturousness, incredulità ed erotica libertà –; McCarthy  – abisso blu scuro, timore e cautela che si avrebbe nei confronti di un animale sconosciuto e feroce – ; Bret Easton Ellis – strazio, gelo e vicinanza; e via di seguito. Quando invece penso a Tolstoj sono toccato da un sentimento che lambisce il religioso, enorme, difficile da dire. La sensazione è che una persona con quell’anima, se fosse nata un paio di mille anni fa, in (quella che oggi è) Palestina, avrebbe potuto rubare la scena a Gesù. 

Uno scrittore con tale ampiezza di sguardo e capacità di ascolto dei personaggi non credo abbia eguali. (A leggerlo e immaginarlo seduto a scrivere torna in mente Frank Pierce in Bringing Out The Dead: “Le mie mani si muovevano con una velocità e una destrezza più grandi di me e la mia mente lavorava con una calma autorità che non mai avevo conosciuto prima”).

La mia sensazione è che Tolstoj stia di fianco (non sopra) alle sue creature, sembra tenga loro, un po’ come uno sciamano timido e discreto, la mano sul cuore e senta tutto, ma proprio tutto, quel che provano mentre tentano, con difficoltà mostruosa, di essere umani.

Più avanti, nel ventesimo secolo, i romanzieri saranno spesso spietati nei confronti dei propri personaggi; armati d’ironia, se non sarcasmo, scagliano le loro creature in contesti disperati per poi riderne, magari con le lacrime agli occhi, ma riderne.

Understatement e intelligenza hanno ingoiato l’umanità, morso dopo morso, lasciando il torsolo del kitsch, del sentimentalismo. Tolstoj, invece, in brani come per esempio quello in cui racconta il dolore dell’abbandono che dilaga nel cuore di una persona analfabeta di sentimenti, e cioè Karenin, che nella vita ha sempre avuto un tono irridente verso le emozioni e chi le prova (non sopporta di vedere le persone piangere, fate voi), si trova a maneggiare, dopo che sua moglie se n’è andata, sentimenti come questi (Parte V, capitolo 21). Andare a cercare l’uomo dentro l’uomo, quello che c’è là in fondo, dopo che la vita è scesa valle e ha sbranato tutte le difese chiudendoti in un angolo, eccolo, Tolstoj.

E comunque, durante gli incontri con Claudia Zonghetti, ho imparato un paio di cose sui nomi dei personaggi; ho scoperto per esempio che la pronuncia corretta di Levin non è così com’è scritto, ma “Ljovin”. E quindi, ogni volta che lo si pronuncia, s’intravede sgattaiolare l’ombra di Lev, nome del suo creatore. Ed è proprio da lui, da Lev, da Leone, che bisogna partire.

Tra l’altro, particolare  per nulla trascurabile, il nome di Tolstoj: Leone. A guardare una sua foto, specie se lo si fissa negli occhi, è forte l’impressione di trovarsi di fronte la versione umana di un leone. Tanto che mi sono chiesto più volte come diavolo facessero i genitori a immaginare che loro figlio, una volta cresciuto, avrebbe preso le sembianze di un leone. Ecco, sì, gli occhi di Lev Tolstoj, sensuali e malinconici, che non ci pensano neppure un attimo a indietreggiare, decisi a tenere lo sguardo, sembra che passi tutto per quelle aperture. O, per lasciare la parola a Nabokov:

Quasi tutti gli scrittori russi hanno mostrato uno straordinario interesse per l’esatta ubicazione e le proprietà essenziali della Verità. Per Puškin era marmo sotto un nobile sole; Dostoevskij, scrittore assai inferiore, la vedeva come una cosa di sangue e lacrime e isterismi e attualità politica e sudore; Čechov la guardava incuriosito, anche se apparentemente assorto nel nebbioso paesaggio che la circondava. Tolstoj avanzava deciso verso di lei, a testa bassa e coi pugni stretti, e trovò il luogo dove una volta s’ergeva la croce, o trovò l’immagine del proprio io.

E quindi la pronuncia corretta sarebbe Ljovin e non Levin?

CZ: Gli studiosi si interrogano da più di un secolo, divisi in due fazioni agguerrite e ringhianti. Di fatto Tolstoj non voleva che s’indicasse la dieresi sulla “e”, ma così pretendeva che fosse pronunciato. Da Lëva, diminutivo di Lev, cioè il suo nome. Chiese espressamente, però, che il rimando non fosse indicato fisicamente sulla pagina.

Una domanda prima di cominciare a parlare della traduzione, una curiosità più che una domanda.  Io non ho visto l’adattamento di Anna Karenina diretto da Wright, quello con la Knightley nei panni di Anna,  e non credo lo guarderò mai. Una mia convinzione è che bisognerebbe evitare il film di Joe Wright e puntare invece su Hannah e le sue sorelle,  la lettura che di Anna Karenina ha fatto Woody Allen. Tu, cosa ne pensi?

CZ: Schietta? Non ho fresco il ricordo del film e no, non ci ho proprio pensato. Ora mi hai incuriosito, però, e lo riguarderò con la tua domanda in testa. Wright, dici? l’ho visto solo un paio di settimane fa, prima non volevo che mi condizionasse o mi lasciasse colori e suoni nella testa, e non mi è dispiaciuto. Anzi. Come ho già scritto altrove, Keira Knightley, il “mucchietto d’ossa”, è troppo magra per le bellezze dell’epoca – l’Anna di Tolstoj è una donna morbida – ma è una forma di traduzione anche questa, in fondo.

(E infatti eccola qui Anna, mentre Kitty rapita la guarda: “Chiacchierava, circondata da dame e cavalieri. Non era in lilla, come avrebbe voluto lei, ma in nero. L’abito era di velluto, con una scollatura profonda che le scopriva il seno, le spalle piene e tornite come l’avorio antico e le braccia morbide che si chiudevano in un polso minuscolo e sottile”. Certamente non opulenta, ma alabastresca, soda, questo sì. N.d.a).

Un’altra curiosità: la parola in russo per “sottosopra”, qual è?

Vsë smešalos’ v dome Oblonskich, intendi?

Sì, credo di sì. Mi riferisco, alla prima pagina: “Casa Oblonskij era sottosopra”.

Sì, quello. Il verbo russo contiene la parola mesto, posto: dunque tutto era in un posto diverso dal consueto, là dove non deve essere. Ho usato “sottosopra” al posto di subbuglio o altre forme proprio per indicare un luogo fisico e non solo emotivo.

E Ginzburg, come lo ha tradotto “sottosopra”?

Sossopra. Siamo lì. Mentre traducevo, però, la versione che tenevo a “distanza ma non troppo” era quella di Ossip Felyne (del 1939, per Mondadori), ingegnere odessita, scrittore e pubblicista che si stabilì in Italia, scrisse e tradusse. E la tenevo a portata di curiosità perché quando il russo mi accendeva qualche pensiero andavo a vedere cosa ne aveva cavato un madrelingua. Ci sono anche ritornata post-factum, dopo la polemica sulle ripetizioni nell’incipit e non solo. E ho trovato, per esempio, una cosa curiosa. Il russo Felyne traduce: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Non ripete l’aggettivo, ma sceglie un sinonimo; da russo, insomma, non sente la valenza semantica della ripetizione all’interno della frase. Confortandomi, di fatto, nella mia scelta. Perché, in soldoni, il russo ha un solo modo per dire quello che vuole dire, e cioè ripetendo l’aggettivo. L’italiano può scegliere di ricorrere al pronome.

Attenzione, però. Non intendo affatto sostenere che ripetere l’aggettivo è sbagliato. Sostengo, piuttosto, che l’italiano offre la possibilità di scegliere. E io ho scelto la resa col pronome perché la ritenevo più assertiva rispetto alla ripetizione, e anche più sonora. E ho usato “a suo modo” – e non “a modo suo”, come altrove hanno sbagliato a citare – proprio in cerca di (palesi) echi letterari nostrani. Torniamo alle ripetizioni, però, che divago troppo. La frase successiva: la parola “casa” [in russo dom, un monosillabo] capita tre volte, ma sempre in combinazione con preposizioni e aggettivi dai quali viene come “riassorbita”, stemperando fino a cancellare – a mio avviso – un eventuale ruolo di refrain. Secondo me l’unica vera scansione “sonora” in questo primo paragrafo è data dalle parole “i familiari e la servitù degli Oblonskij” (členy sem’i i domočadcy Oblonskich), che infatti ho ripetuto e ravvicinato proprio per esaltare l’insistenza dell’originale.

Il mio supereroe Nabokov dice però che la ripetizione della parola “dom” sono intenzionali, secondo lui evocano i rintocchi di una campana che suona a morto e quindi, anche se si parte come un’operetta, nascosta da qualche parte c’è la morte, la tragedia. Cosa ne pensi, troppo stiracchiata?

Non ho un millesimo dell’autorità di Nabokov per azzardarmi a dire che si sbaglia. Mi azzardo, però, a insinuare a occhi bassi che un tornitore di parole e frasi come Nabokov trova un tornio anche dove – forse, forsissimamente forse – il tornio non c’è. Resto dell’idea che, declinato fra prepositivi e dativi, accostato ad aggettivi e preposizioni e da essi assorbito, il rintocco di dom (mi) risulta poco prepotente (Altro discorso sarebbe, poi, la traducibilità del suono cupo di  “dom” con le due belle “a” aperte di cAsA…). Direi, insomma, che, volendo stanare le tracce del dramma nella prima pagina, quella dei rintocchi è una lettura geniale, certo. Ma non mi sento di ritenerla intenzionale. L’opera d’arte, però, non è proprietà esclusiva di chi la genera, e dunque…

Divago ancora, dai. Molto curiosa, per esempio, è anche la recente interpretazione del menù del pranzo fra Oblonskij e Levin come di un riassunto dell’intero romanzo che ha dato Dmitrij Bykov: ostriche (l’amore, sì, ma nella sua ipostasi più lussuriosa – su cui è Oblonskij a insistere, ovviamente), soupe printanière (la zuppa di primizie, la zuppa della primavera, stagione degli amori che sbocciano), le minestre russe veraci che a Oblonskij non interessano affatto e a Levin sì (tradizione contro europeismo), il rombo (pesce solido, compatto, e dal sapore semplice, ma deciso – Levin, insomma – che però non viene proposto con olio e limone, ma in una salsa densa che mal gli si addice: Levin che finisce nei salotti dell’alta società), la poularde, la pollastrella, cucinata con il dragoncello, quell’estragone che anche nella nostra tradizione popolare è “l’erba delle vergini”. Fino alla macedoine de fruits finale, con il balzo dalla Macedonia (maiuscola) alla Serbia per cui parte Vronskij… (chi volesse e potesse sentirselo in russo lo trova qui).

Quanto alla ripetizione di “moglie e marito” – muž i žena – nella seconda occorrenza ho scelto di tradurli con “il signore e la signora” sia perché all’epoca di Tolstoj i due lemmi significavano anche questo, sia (e soprattutto) perché in quel momento al centro della scena c’è la servitù, e dunque i due termini mi aiutavano a evocare – se vuoi –  il buco della serratura da cui stavano spiando la situazione.

Le vere ripetizioni, credo, le scansioni autentiche sono nella simmetria delle scene. Se dopo il primo incontro fra Anna e Vronskij, in stazione, un uomo rimane schiacciato dal treno, alla fine sarà Anna a scegliere di fare la stessa fine. Nel mezzo, poi, c’è il treno del viaggio di ritorno da Karenin, c’è l’incontro nella tormenta con Vronskij – la prima occasione per capire che qualcosa è accaduto. Altro leitmotiv sono i denti: i denti fanno male, il dolore si estirpa come un dente, Vronskij parte per la Serbia con il mal di denti, lui che per tutto il romanzo ha denti bellissimi…

L’ho notato, sì, i suoi denti che sono sempre bianchi e compatti.

E gli occhi di Kitty invece sono sempre pravdivye, “schietti”.

Il romanzo inizia come un’operetta? Almeno questa è sempre stata la mia impressione.

Certo! È infatti per questo che ho scelto di caratterizzare come “tresca” il legame tra Oblonskij e l’istitutrice francese. Il termine russo svjaz’ è più neutro, è legame, relazione. Ma nella sua neutralità e freddezza punta il dito da una sola parte. Legame e relazione, invece, oltre a essere termini che sento troppo moderni in quel contesto, in italiano hanno una componente di coinvolgimento emotivo reciproco che è totalmente assente nel russo. “Tresca” mi ha aiutato a mettere istantaneamente sul piatto quanto era davvero accaduto fra i due.

Effettivamente, guardando il testo originale, il sogno di Oblonskij che ci viene raccontato, quello in cui le caraffe sinuose si trasformano in donne e cantano “il mio tesoro”… ecco, quel “mio tesoro”, in italiano nel testo russo, è Mozart, è il Don Giovanni, ma è un Don Giovanni che si declina in Oblonskij e diventa operetta.

Giusto. Ma senza dimenticare che poi dai toni giocosi e ridicoli dell’operetta si arriverà alla tragedia. L’attacco, però, dev’essere “andante”.

Con brio?

Non solo con brio. Con sarcasmo quasi. Tolstoj era esasperato dal bel mondo, aborriva artifici e manierismi. Il romanzo nasce contro quel tipo di società e mira a portare subito il lettore in medias res: la tresca, il sogno lascivo di Stiva Oblonskij, la servitù allo sbando che medita di abbandonare la barca prima che affondi…

E invece, il brano che ti è piaciuto di più tradurre?

Uno soltanto? Fatico a scegliere. Sono tanti (e odio le classifiche, ma questa è una cosa mia…). Uno è sicuramente il pranzo tra Levin e Stiva Oblonskij, per esempio, serviti da camerieri tatari con le giacche a coda di rondine che si aprono sul deretano mentre fanno la spola tra la cucina e il tavolo (piuttosto – divagazione all’ennesima – sai perché i gestori prediligevano i tatari? perché erano musulmani e perciò “non beventi”, senza rischio per l’integrità delle cantine, insomma…). Oppure la corsa dei cavalli, quando Vronskij spacca la schiena a Frou Frou e sugli spalti il gioco di sguardi diventa feroce. O ancora quando Karenin rincasa dal salon di Betsy Tverskaja, capisce che gli altri hanno notato l’eccessiva confidenza fra sua moglie e Vronskij e decide di farglielo presente. Il suo andirivieni fra le stanze segue l’andirivieni di pensieri sempre uguali e inconcludenti, e il parallelo fra movimento di gambe e riflessioni è davvero strabiliante.

A me, sempre con Karenin come protagonista, è sembrato bellissimo, molto toccante, il brano del commesso del negozio che si presenta a riscuotere il piccolo debito lasciato da Anna per un nastro e un cappello. Lei se n’è andata in Italia con Vronskij, e Karenin non sa cosa fare, va in confusione, sente un gran dolore, commesso e maggiordomo lo guardano accasciarsi psicologicamente e lui sente il loro godimento nel vederlo in quello stato. E allora dà disposizioni, poi fa una pausa, si siede alla scrivania e si prende la testa tra le mani perché non sa cosa fare, cosa dire.

Hai ragione, è una scena disarmante. La corazza di Karenin si incrina per la prima volta, lì. Ecco, sì, questi squarci, queste scene, questi dettagli portentosi sono la vera carne della prosa di Tolstoj. Che è una prosa densa ma nitida, sapida ma – azzardo – “dorica”, architettonicamente . Ed è quello che, secondo me, le traduzioni precedenti hanno valorizzato meno, appesantendo spesso la sintassi. Del resto era diversa la concezione stessa del tradurre. Per molti decenni ai classici si è fatto indossare “l’italiano della domenica”, “l’italiano buono”, composto e un po’ imbastito, col grembiulino. La lingua di Tolstoj non è particolarmente forbita, è un russo nitido, senza metafore involute, ma colorato, gustoso: il dolore è un dente strappato, la paura è un ponte che si stacca sul baratro. La sua prosa ha un peso specifico notevole, ma alla fine risulta fluida, pittorica, ecfrastica quasi. Le famose dodici stesure del romanzo molto hanno modificato, ma soprattutto nella trama.

Quali sono gli strumenti che hai trovato più utili, mentre traducevi?

Per la prima volta da che traduco ho usato un audiolibro (e credo che ormai non potrò più farne a meno). Mi era venuta questa idea per evitare che nella revisione gli occhi si incrociassero nell’andirivieni fra pagine russe e italiane. Alla fine l’ho usato da subito, dal primo capitolo, ed è stata una rivelazione: letti, pronunciati, narrati, anche i periodi più lunghi, i più infarciti di gerundi, participi e subordinate si scioglievano, impeccabili. Perfetti. Come perfetti li ritenevano Bulgakov e Grossman, per esempio.

Non s’ingrovigliano mai?

Non direi proprio. E quando lo fanno, tali sono rimasti, ovviamente. È proprio per  conservare tanto nitore che ho scelto di usare incisi e punti e virgola là dove l’ennesima relativa (per tradurre, appunto, participi e gerundi) avrebbe appesantito una frase che pesante non nasceva. Nasceva compatta, non pesante.

Per quanto si rischi di essere un po’ troppo tecnici, ti andrebbe di spiegare meglio l’architettura della frase di Tolstoj.

Ripeto per l’ennesima volta la stessa parola: nitore. Anna Karenina ha una prosa corposa, di grande peso, ma nitida, fluida. Mi viene in mente adesso: è un po’ come Anna Arkad’evna. Ricordi la scena del capitolo 18 della Prima parte? “Lesto, il passo [ di Anna K. ] reggeva con inusitata facilità le sue forme assai floride”. Ecco, credo che sia una descrizione che calza a pennello anche allo stile di Tolstoj in questo romanzo: florido, composito, tutto meno che smunto, ma allo stesso tempo senza intoppi, deciso e spedito nel suo incedere e procedere. Poi, certo, in seguito, altre urgenze avrebbero guadagnato la scena appesantendo la lingua, ma non in questo caso.

E mi racconti, se c’è stato, qualcosa di avventuroso circa la traduzione di una o più parole particolarmente difficili da rendere in italiano?

Mi sono molto divertita nella “caccia all’uovo”. L’ho già raccontato, ma è un esempio che credo efficace. Parte settima, capitolo 8, pag. 805. Faccio usare al principe Šcerbackij l’aggettivo “barlaccio”. Sono partita dal russo шлюпик (šljupik). Dietro quella parola c’è una piccola caccia al tesoro con aneddoto finale.

Ti accompagno alla scena. Il principe Šcerbackij è con Levin al circolo e gli sta illustrando la fauna locale: “Tu guardi i vecchietti qui riuniti (…) e ti chiedi: Come sarà che sono tutti barlacci?”

“Che sono cosa?”

“Barlacci. Non la conosci questa parola? È il gergo del nostro circolo. Hai presente le gare dove si fanno rotolare le uova? A furia di giocarci, alla fine si guastano e si dice che sono barlacce. Lo stesso vale per i cristiani: a furia di venire al circolo si imbarlacciscono. Ridi, tu, ma ce n’è diversi, qui, che si chiedono quanto gli manca a imbarlaccire”.

Ero e sono piuttosto fiera di avere pescato quest’aggettivo nell’insostituibile Vocabolario Nomenclatore illustrato di Palmiro Premoli (prima edizione Treves, 1909). È un dizionario in cui per ogni lemma trovi la famiglia, il nido delle parole. È un analogico amplificato, se vuoi. E soprattutto è un analogico di un secolo fa, che dunque ti porge parole dimenticate, desuete, ma saporite. Saporitissime. È alla voce uovo che ho stanato “barlaccio”, prestato poi al principe.

E l’aneddoto. In quel periodo un’amica e collega, Patrizia Deotto, mi aveva invitato a Trieste a parlare ai suoi allievi di come stavo procedendo, di come affrontavo questa sfida. Fu lì che per la prima volta tirai fuori la storia della “caccia all’uovo”. Giustamente, una studentessa chiese come avevano risolto gli altri traduttori. Fui presa in contropiede, perché non avevo confrontato e potevo benissimo avere scoperto l’acqua calda. Invece no. Verificammo: qualcuno aveva traslitterato il termine, altri avevano usato “babbeo” o simili, perdendo per strada le uova (che anche il tuo supereroe Nabokov aveva adocchiato…).

Un’ultima domanda: momenti di compassione nei confronti di personaggi un po’ filistei, a cui viene meno facile voler bene, come Karenin, io li ho provati, tu?

Sì, certo. Karenin perde rigidità nel corso delle pagine, fino a diventare vittima della contessa Lidija, fino a farsi sedurre dai suoi sproloqui pseudo-religiosi, dalle sue premure untuose e beghine. È disarmato, Karenin, nei rapporti umani, e facile preda di chi decide prepotentemente di prendersi cura di lui.

Temo non abbia avuto una madre sufficientemente buona, come direbbe Winnicott. E Levin, che ne pensi di Levin? Troppo nevrotico?

Nevrotico no, non direi. Inflessibile. Noiosamente inflessibile, a volte. Sarcasticamente inflessibile, altre (i suoi scambi con la contessa Nordston sono degni dell’acidità inarrivabile e lapidaria della principessa Mjagkaja). E siccome a volte mi scopro per prima in difficoltà con le gradazioni di grigio, è uno specchio in cui è scomodo osservarsi.

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Flesh for Fantasy. Il romanzo ai tempi di Reddit https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flesh-for-fantasy-il-romanzo-ai-tempi-di-reddit/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flesh-for-fantasy-il-romanzo-ai-tempi-di-reddit/#comments Tue, 07 Jun 2016 12:23:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31212 (fonte immagine)

di Filippo Belacchi

Reddit, sì, bisogna prima provare a spiegare di cosa si tratta, come funziona e poi raccontare di questa storia macabra e strampalata che sta diventando il romanzo più interessante del 2016.

Reddit: The Front Page of Internet – questo il nome completo –  è ormai in rete da undici anni; tra i fondatori c’è stato anche Aaron Swartz. Per provare a darne un’idea si potrebbe dire: immaginate Facebook senza rumore bianco e svuotato di egomania. Pochi esibizionismi a sproposito, niente amici che postano la foto del cocktail che stanno bevendo o il selfie con il calciatore o attore incontrato per strada o nella hall di un albergo a Miami. Su Reddit gli utenti, detti redditors, girano con addosso solo un nickname. Niente foto minuscola a fianco, niente maschio, femmina o età, pochissime informazioni personali, nulle direi. Tra i redditors la tendenza è di parlare nel merito delle cose e basta, stima e rispetto se li guadagnano sul campo in base alla qualità dei loro post, degli interventi fatti e dei contenuti condivisi.

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Reddit, sì, bisogna prima provare a spiegare di cosa si tratta, come funziona e poi raccontare di questa storia macabra e strampalata che sta diventando il romanzo più interessante del 2016.

Reddit: The Front Page of Internet – questo il nome completo –  è ormai in rete da undici anni; tra i fondatori c’è stato anche Aaron Swartz. Per provare a darne un’idea si potrebbe dire: immaginate Facebook senza rumore bianco e svuotato di egomania. Pochi esibizionismi a sproposito, niente amici che postano la foto del cocktail che stanno bevendo o il selfie con il calciatore o attore incontrato per strada o nella hall di un albergo a Miami. Su Reddit gli utenti, detti redditors, girano con addosso solo un nickname. Niente foto minuscola a fianco, niente maschio, femmina o età, pochissime informazioni personali, nulle direi. Tra i redditors la tendenza è di parlare nel merito delle cose e basta, stima e rispetto se li guadagnano sul campo in base alla qualità dei loro post, degli interventi fatti e dei contenuti condivisi.

Personalmente, quando sono su Reddit a leggere post e relativi commenti ho l’impressione che il mio cervello si mescoli agli altri, i miei pensieri si amplificano, ronzano, si diramano, si nutrono a vicenda. È come se mi trovassi in testa un megacervello ribollente, denso e complicato – non necessariamente più intelligente di quello che ho –, capace di cogliere e collegare un sacco di linee di interesse, campi d’indagine, opinioni, riflessioni, intuizioni e, inevitabilmente, anche un po’ di pattume mentale.

Si diceva post, commenti e contributi, sì, ma su che cosa? Sostanzialmente su tutto. Reddit è una piattaforma, un canale che contiene altri canali che si chiamano subreddit, creati da uno o più utenti con un interesse comune. Quanti sono questi subreddit? Circa settecentomila, stando a una stima di un anno fa, quelli davvero attivi però mi pare siano seimila. Ne esiste uno per ogni cosa. Sì, anche su quella che vi è venuta in mente in questo istante. Si passa dal porno alla medicina, alla letteratura, all’ingegneria, alla matematica, alla psicologia, alle serie TV, quasi ogni serie TV, fino a toccare interessi marginalissimi, come per esempio Five heads, subreddit dedicato alla bellezza e all’orgoglio di persone dotate di fronte alta e prominente; un altro, True Reddit (stupendo), raccoglie articoli e inchieste di altissima qualità apparsi sui giornali, dagli anni 60 ad oggi. Tutto!

Quando scrivo che esistono subreddit dedicati a ingegneria, o matematica, o porno, non faccio riferimento a un subreddit che si chiama Porn o un altro che si chiama Math, ma al contrario intendo dire che un macro argomento si nebulizza e propaga sotto forma di una intimidente quantità di subreddit dedicati ad aspetti specifici inerenti quell’argomento. E quindi, per restare in tema, ci sono subreddit dedicati alla letteratura, ai romanzi, ai romanzi sci-fi, allo scrivere. Per esempio, c’è un subreddit che si chiama Prose Porn in cui vengono postati con una abbondanza indecente, pornografica appunto, brani di romanzi o racconti ritenuti dagli utenti di bellezza esemplare.

O ci sono subreddit che si chiamano Suggest Me a Book in cui utenti chiedono consigli su libri capaci di continuare una linea di interesse che stanno sviluppando, un percorso culturale ed emotivo; utenti che vogliono approfondire la conoscenza di un autore, di un genere o verso un certo modo di costruire e raccontare storie; su un altro subreddit utenti che vorrebbero fare gli scrittori si scambiano consigli, su un altro ancora, Writing Prompts, un redditor lancia l’idea per una storia e invita gli altri a proseguirla. Questo discorso sulle sotto-categorie inerenti un tema vale per ogni altra cosa. Il cinema, per esempio, il cinema inteso come film visti, ma anche come cinema da fare: luci, set, lenti, telecamere, make-up, montaggio; ce n’è una miriade, anche su biologia, informatica, coding, psicologia, studi letterari, grammatica. Una volta registrato su Reddit, passati trenta giorni, hai diritto di creare il tuo subreddit. Poi sarai tu a dovertene occupare: lo animi, lo curi, lo moderi, lo nutri e magari chiedi ad altri di darti una mano. Molti subreddit diventano niente, restano lì fermi, deserti, piccoli parchi gioco abbandonati in cui echeggiano tracce dell’euforia iniziale. Altri invece diventano punto d’incontro per appassionati di un certo argomento. E quindi, se lo si desidera, si può trovare tutto. E inoltre, non di rado, questo “tutto” è discusso da persone parecchio appassionate e competenti.

Allora, se Facebook è (anche) un modo per mettere in mostra il corpo della nostra esistenza, Reddit è invece l’intelligenza al lavoro, l’onnivora intelligenza di una comunità. Ognuno ovviamente segue i subreddit che più lo interessano costruendosi il proprio palinsesto fatto di informazioni, link e notizie e relativi commenti da parte dei redditors.

Ora, tra questi centinaia di migliaia di subreddit, ce n’è anche uno il cui nome è Mildly Interesting (circa 7 milioni di iscritti), la media di utenti presenti è di tremila. Cosa si può trovate su M.I.? Immagini, notizie e informazioni ritenute, appunto, “moderatamente interessanti” che poi, se ne hanno voglia, gli utenti commentano.

Su Mildly Interesting vengono postate immagini che secondo me hanno un che di lievemente paranoico, paranoia di pura marca americana, espressa con una leggera sfumatura perturbante. È come se tra queste notizie moderatamente interessanti si nascondesse un pattern, un plot, un senso nascosto. A scorrere le foto, a tratti si ha l’impressione di poter intravedere un disegno oscuro, la direzione misteriosa verso cui procede il mondo. Per esempio: su M.I. un utente posta la foto di una serie di cognomi sul citofono di un palazzo che forma una frase compiuta, se letta però in danese; un altro posta la foto del proprio cane e fa notare come l’ombra proiettata dal suo corpo formi la sagoma perfetta di una freccia.

E poi, il 21 aprile, un redditor posta la foto di una vecchia edizione Penguin censurata di 1984, all’epoca pubblicata con due fasce nere in copertina a coprire titolo e autore che, però, tempo e usura hanno consumato lasciando affiorare quel che coprivano: George Orwell, 1984. Ecco, sotto questo post, tra i vari commenti, un utente il cui nick è _9MOTHER9HORSE9EYES9, con i modi spampanati del troll comincia a raccontare del Progetto MKULTRA. Negli anni 50 e 60, scrive, la CIA avrebbe condotto esperimenti per mettere a punto tecniche di controllo mentale da impiegare durante gli interrogatori. Pare somministrasse LSD per lunghi periodi a persone ignare per studiarne gli effetti. Mezz’ora più tardi, alle otto di sera (UTC), su un altro subreddit, sempre lui, _9MOTHER9HORSE9EYES9, commenta ancora, poche righe dedicate all’Hamlet Strategic Plan.

Durante la guerra in Vietnam i governi americano e sud vietnamita costruiscono villaggi per i contadini con lo scopo di sottrarli dalla possibile influenza dei Vietcong. Alcuni di questi villaggi vengono isolati e agli abitanti somministrate massicce dosi di LSD, la loro realtà comincia a slittare, a liquefarsi, mescolarsi,  fino a che spunta una Flesh Interface.

Passa poco più di un’ora e _9MOTHER9HORSE9EYES9 si fa vivo con un un altro commento, questa volta in un subreddit in cui si fa riferimento alla morte di Prince (il giorno in cui questa storia comincia, tanto per aggiungere un tocco di mistero un po’ cheap, è lo stesso della scomparsa di Prince). Il narratore si chiede se le persone uccise da Erzsébet Báthory, scatenatissima serial killer ungherese, non le servissero per creare una interfaccia di carne, già quattrocento anni fa; nel 600 però l’LSD non esisteva; forse, pensa l’autore, alle sue vittime somministrava ergotina,

Per le undici di sera _9MOTHER9HORSE9EYES9 si è lasciato dietro otto commenti a post tra loro completamente scollegati. Poi compare ancora alle tre del mattino del 22 e continua con la sua storia delle interfacce di carne. Cosa racconta? Un incubo sgangherato, raccapricciante e a tratti bellissimo che avviluppa il mondo dalla seconda guerra mondiale a oggi. Dice che l’LSD somministrato per lungo tempo creerebbe mutazioni nella mente e nei corpi dando luogo a Flesh Interface, delle interfacce di carne, aperture fatte da pezzi di corpo umano sotto il mare, sotto terra o verso il cielo, verso un’altra dimensione, verso il divino.

Già dopo i primi interventi la comunità di Reddit rizza le orecchie. La storia, non facile da seguire, è molto avvincente. _9MOTHER9HORSE9EYES9 tra le altre adotta la tecnica del MacGuffin, cioè a dire: racconta in maniera febbrile ma volutamente imprecisa delle Flesh Interfaces suscitando la curiosità dei lettori di sapere, capire esattamente cosa effettivamente siano queste interfacce di carne, ma intanto altre vicende, altri narratori (sedici per il momento) si affacciano, altri luoghi e momenti storici si fanno avanti. (Il MacGuffin è un espediente narrativo che funge da motore fittizio della storia: il pubblico resta in suspense per seguire la vicenda principale – per intenderci: la valigetta di Pulp Fiction – ma di fatto segue la storia secondaria che in realtà è però quella principale).

A questo punto, se avete intuito come funziona Reddit, passa qualche settimana e un gruppetto di redditors crea The Flesh Interface Series, un subreddit che comincia a intercettare e raccogliere i commenti che _9MOTHER9HORSE9EYES9 si lascia dietro; li organizza, cerca di capire quanti sono i narratori, linka i riferimenti storici e discute quelli inventati, fa paragoni con altri autori (ovviamente Lovecraft, e poi Philip K. Dick, Burroughs, Neil Gaiman e King e Cronenberg e David Mitchell), crea un audiobook e un ebook che vengono aggiornati a ogni nuovo intervento dell’autore. E poi, utenti francesi, polacchi, italiani, brasiliani cominciano a tradurre e, in capo a un mese, The Flesh Interface Series si ritrova con seimila iscritti, ne parla il Guardian, Motherboard e qualche giorno fa anche la BBC.

Cosa sono, a cosa servono le interfacce di carne?

Tutto comincia a Treblinka tra 1943 e 44. L’esperimento per la prima volta viene condotto dal medico del campo di concentramento, un certo Dr. Engel (quasi sicuramente l’autore fa riferimento a Josef Mengele). Il Dr. Engel e i suoi aiutanti, tra cui un ebreo, somministrano ai prigionieri quella che chiamano “l’invenzione svizzera”, una sostanza chimica di recente invenzione capace di modificare profondamente il pensiero degli uomini. Dopo un po’ di tempo sotto la baracca in cui vengono condotti gli esperimenti qualcosa di vivo e ripugnante comincia a crescere. Le interfacce di carne, appunto; cavità, come l’interno di una gola o di una vagina, composte da frammenti di corpi umani, una torre di babele fatta di arti e organi, pezzi di corpo ancora vivi e pulsanti nonostante siano staccati dai corpi.

(Alcune delle parti che si svolgono a Treblinka sono bellissime, la lucidità di Grossman senza empatia e strazio, e un senso di orrendo che si dirige a velocità bestiale sulla pelle del lettore). Giusto un dialogo, un brano brevissimo, da me tradotto tra uno dei narratori, Franz Stangl, ufficiale delle SS, e l’aiutante ebreo:

«Gli chiesi della natura di questi esperimenti. Alla mia richiesta si fece più reticente. Gli era stato ordinato di non farne parola con me. Allora, in tutta tranquillità, lo informai che se non me ne avesse parlato gli avrei sparato in faccia. Alle mie parole non mostrò alcun segno di paura, mi guardò invece con un’espressione sfrontata e mi restituì un sorriso, quasi a commiserarmi. Mi disse che i dottori stavano sperimentando una sostanza chimica inventata di recente da uno scienziato svizzero, capace di produrre profondi mutamenti nel pensiero umano .

Volli sapere quali fossero questi cambiamenti. Mi rispose che quella sostanza gli aveva permesso di vedere la mente di Dio. Ovviamente gli chiesi di essere più chiaro. Mi rispose con un sorriso affettato e fece un discorso che aveva a che fare con uno specchio infranto, e poi passò a dire della tela di un ragno. Nessuno dei due esempi aveva per me alcun senso. Gli dissi che ero un uomo concreto e che i discorsi astratti non mi erano gran che utili. Rispose che dopo aver assunto quella sostanza molte volte era entrato in possesso di due menti: la sua e quella di Dio. In tutto ciò che faceva era consapevole delle intenzioni di Dio, dei piani che aveva riguardo la vita umana. Gli chiesi se era in grado di seguire il piano di Dio. Mi rispose che no, non era in grado di farlo interamente.

“Sto lottando con Dio,” mi disse criptico.

“E come si lotta con Dio? Non è forse l’Onnipotente?”

“Quando Dio spinge in avanti devi cedere, altrimenti ti distruggerebbe. Quando cede allora devi spingere avanti.”

“A me questo fa venire più in mente la danza, o il sesso.”  dissi sbuffando.

Sorrise. “Sì, solo che danzare non è così doloroso.”

“Perché lottare? Se Dio è Dio e tu conosci il suo piano perché non limitarsi a seguirlo? Questa sarebbe di certo la scelta più giusta.”

“Sì, ma non ci riesco” rispose.

Per la prima volta quell’espressione tranquilla gli scomparve dal volto e venne rimpiazzata da un’altra, piena di paura e turbamento, che gli fece tremare lo sguardo.

“Il piano di Dio è semplicemente troppo orribile”».

Finita la guerra questi azzardi con l’LSD vengono replicati da vari eserciti, quello americano, quello nord coreano, quello sovietico. Le interfacce di carne creano un passaggio che porta alle Sister-city, luogo di approdo che si trova dall’altra parte, alla fine del viaggio. Chi torna indietro da questo viaggio muore dopo pochi giorni. Più i viaggiatori selezionati sono giovani, più a lungo sopravvivono al ritorno dal viaggio. La CIA quindi comincia a selezionare viaggiatori tra i bambini.

Finché Jingles (“Cominciammo a chiamare i bambini con nomi di cani per spersonalizzali e alleviare così il nostro senso di colpa. Lo facemmo seguendo le raccomandazioni degli psichiatri della CIA, ma non andò molto bene.”), una bambina di otto anni, torna dal viaggio imbozzolata, avviluppata da una placenta intrisa di una sostanza equivalente all’acido lisergico. Le chiedono cosa abbia visto dall’altra parte, lei risponde raccontando cose confuse. Il corpo, nonostante abbia otto anni, si è trasformato in quello di una neonata, una neonata di otto anni. La incalzano e lei risponde: “Venite su queste sabbie d’oro.” E poi muore. Come unto these yellow sands è una citazione dalla Tempesta di Shakespeare.

La tipica caduta di stile dei romanzi di serie B (ma anche C), far citare Shakespeare come ultime parole prima di morire a una bambina appena tornata da un viaggio ultraterreno è una mossa letterariamente goffa, esteticamente imbarazzante, ma tutto questo riscatta, anzi è il segno dell’autenticità del vero romanziere, quello cioè di sparare delle bullshit out of proportion per impressionare gli altri e magari buttarci dentro anche Shakespeare. L’idea è quella del romanziere goffo, parvenu che sbaglia nelle maniere, sbaglia a scegliere la cravatta, ma azzecca tutto il resto.

La storia procede in mille direzioni (Michael Jackson e la sua dipendenza dal Propofol, i Nefilim, l’ingresso di Pompeo nel Sancta Sanctorum dopo la presa di Gerusalemme), l’impressione è quella di leggere un racconto enciclopedico, come se Wikipedia si fosse fatta un acido. La sensazione è anche quella di una libertà indescrivibile.

A me, tornando poi alla cosa che più mi interessa, e cioè la scrittura come espressione di sé, cioè a dire mettere la mano dentro se stessi e, con quello che si riesce a tirare fuori, ardere un fuoco per incantare gli altri; a me, dicevo, leggere queste storie che pasticciano con la Storia mi dà un’idea di cosa poteva essere scrivere una romanzo secoli fa, uno di quelli scritti alla svelta, da invasato, raccontando le bugie più sfacciate e grandi che ti vengono in mente, intrecciarle assieme e accorgersi, verso la fine, di avere combinato una magia ed essere riuscito a mettere piede, a camminare, dentro te stesso, i tuoi sogni, quello che sei, in fondo in fondo. A questo punto è inevitabile fare il nome di Moresco i cui lavori, va detto, conosco molto poco, ma un libro come il bellissimo Gli Incendiati viene in mente mentre si legge l’adorabile sgorbio di _9MOTHER9HORSE9EYES9.

L’ho sentito di persona, Moresco, a uno di quegli incontri col pubblico, dire con occhi ardenti quanto certi romanzieri dell’ottocento (in quella circostanza parlava dell’Uomo che ride di Hugo, io però pensavo a Poe e il suo Gordon Pym) dovessero sentirsi liberi di potere buttare nella loro storia quello che saltava loro in mente e andava a genio. Tutto questo potrebbe essere detto con le parole di David Lynch: “Il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio”.

Per il momento mi fermo qui, se le cose si faranno ancora più interessanti tornerò a farmi vivo. Intanto vi invito a tenere d’occhio questa storia e fare un giro su The Flesh Interface Series e, se non conosceste l’inglese, leggere le parti che un gruppo di utenti italiani ha tradotto, almeno vi fate un’idea.

Grazie a Barbara Setti

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Paranoid Android – I trent’anni di Rumore Bianco https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/paranoid-android-i-trentanni-di-rumore-bianco/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/paranoid-android-i-trentanni-di-rumore-bianco/#comments Mon, 07 Dec 2015 06:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29301 Fu un celibe del villaggio a scrivere: Non sappiamo dove siamo. E inoltre dormiamo profondamente per quasi metà del tempo. Eppure ci consideriamo saggi e abbiamo stabilito un ordine, in superficie. Tale ordine consente le combinazioni umane e momenti di tenero riguardo. È una cosa folle essere vivi. I villaggi esistono per moderare questa follia -- per nasconderla dai bambini, imbottigliarla per uso privato, per ammorbidire le sue spinte, e per proteggerci dal buio fuori e dal buio dentro.
John Updike, Villaggi

Nel 1982 esce I nomi, romanzo che chiarisce definitivamente le idee che ha sulle parole, il loro corpo, e le lettere loro membra; non si tratta di segni, cose usa e getta, foschia sonora, ma incisioni sul corpo della realtà, sculture di suono e luce. Lasciato alle spalle il sole del medio oriente, torvo e severo come lo sguardo di un dio, entra in un’altra fase di “calore e luce”, il rumore bianco; trent’anni fa, il 1985 (nello stesso anno altri draghi l’America ha visto venire alla luce, giusto per citarne due: Blood meridian e Less than zero).

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whitenoise

Fu un celibe del villaggio a scrivere: Non sappiamo dove siamo. E inoltre dormiamo profondamente per quasi metà del tempo. Eppure ci consideriamo saggi e abbiamo stabilito un ordine, in superficie. Tale ordine consente le combinazioni umane e momenti di tenero riguardo. È una cosa folle essere vivi. I villaggi esistono per moderare questa follia — per nasconderla dai bambini, imbottigliarla per uso privato, per ammorbidire le sue spinte, e per proteggerci dal buio fuori e dal buio dentro.
John Updike, Villaggi

Nel 1982 esce I nomi, romanzo che chiarisce definitivamente le idee che ha sulle parole, il loro corpo, e le lettere loro membra; non si tratta di segni, cose usa e getta, foschia sonora, ma incisioni sul corpo della realtà, sculture di suono e luce. Lasciato alle spalle il sole del medio oriente, torvo e severo come lo sguardo di un dio, entra in un’altra fase di “calore e luce”, il rumore bianco; trent’anni fa, il 1985 (nello stesso anno altri draghi l’America ha visto venire alla luce, giusto per citarne due: Blood meridian e Less than zero).

The station wagons arrived at noon. Il romanzo comincia così, con questa frase asciutta, dal suono un po’ western. Le station wagon arrivarono a mezzogiorno. Una lunga fila lucente che attraversò il settore occidentale del campus. O anche: The station wagons arrived at noon, a long shining line that coursed through the west campus.

Nel primo breve capitolo — due paginette, cinque paragrafi — sfilano più o meno discreti tutti i temi del romanzo, i quali potrebbero essere riassunti con la dicotomia — un po’ banale e sgraziata — luce-tenebra.

In un’assolata mattina di settembre il protagonista e narratore Jack Gladney guarda da lontano l’arrivo degli studenti al college (A brilliant event, invariably, lo definisce). Una processione di auto che rallenta e si ferma di fronte ai dormitori del campus; un gesto nello spazio e nel tempo che ha tutta l’aria di ricordare e perpetuare l’avanzata dei coloni verso ovest — luccicavano al sole come carovane nel deserto dirà due pagine dopo Jack a sua moglie Babette. Dalle auto schizzano fuori i ragazzi che cominciano a scaricare oggetti e prodotti, attrezzatura sportiva e personal computer. Le madri li guardano partecipi e, giustappunto, materne, mentre i padri, leggermente più dietro, distaccati ma soddisfatti, osservano il frutto del loro seme procedere verso il futuro: “I genitori se ne stanno lì, abbagliati dal sole, accanto alle auto, vedendo immagini riflesse di se stessi in tutte le direzioni.”

Questo assolo di oggetti e prodotti, di scatole che si ammassano su altre scatole, che escono dalle altre scatole, è a tutti gli effetti un rito che perpetua il passato e benedice il futuro. E infatti, alla fine del secondo paragrafo, quando l’onda della prosa, che dalla prima frase non ha fatto che crescere, s’infrange e ritira, Jack Gladney osserva: È tale congrega di station wagon, come tutto ciò che a tali genitori capita di fare nel corso dell’anno, a confermare loro, più dei riti formali e delle leggi, come essi costituiscano un’accolita di persone dai pensieri uguali, dai valori simili, un popolo, una nazione.

Ora, se si ascoltassero, per esempio cliccando qui, i primi due paragrafi del capitolo, fino a nation, sarebbe impossibile non notare come tra alliterazioni, S complicate, desinenze e sillabe identiche, le parole siano disposte in modo da produrre il fitto bagliore sonoro che quelle persone e i loro movimenti irradiano.

Frasi come queste — in cui il with (messo da me in grassetto) fa da metronomo — The roofs of the station wagons were loaded down with carefully secured suitcases full of light and heavy clothing; with boxes of blankets, boots and shoes, stationery and books, sheets, pillows, quilts; with rolled-up rugs and sleeping bags; with bicycles, skis, rucksacks, English and Western saddles, inflated rafts; possiedono un ritmo che incanta. Non è la narrazione, in fondo si tratta di elenchi di oggetti e prodotti, quelli che altri chiamerebbero beni. È come vengono sistemati sulla pagina a essere formidabile. Si è investiti da un’onda metallizzata e lucente che abbaglia, e quindi acceca.

Non è un caso che DeLillo faccia arrivare le station wagon a mezzogiorno di una giornata di sole. Niente nuvole e niente tramonti. Nei primi due paragrafi, mossi da quel ritmo che si gonfia e dirama, tra aggettivi e sostantivi, le parole disseminate che evocano la luce sono sette: noon, shining, orange, light, brilliant, sun-daze, suntan. Ed effettivamente Jack Gladney, per quanto non si trovi là, in mezzo a station wagon e famiglie, è un fedele che assiste, come si diceva, a un rito. Sacerdoti (“Emanano un certo bagliore”, dirà Jack di loro poche pagine dopo) di una religione che promette una vita dalle luci sempre accese; le madri abbagliate dal sole che guardano i figli, le immagini riflesse di quelle persone, la luce potente, il bagliore stucchevole, un po’ televisivo, un po’ spettacolare.

Questo rito, come ogni altro rito, serve a dare spina dorsale alla realtà, tiene fermo il mondo  così che gli abitanti dei villaggi possano piantarci le loro vite. E se si chiedesse a qualsiasi persona, anche a un lettore molto distratto e molto inesperto, che cosa DeLillo intenda fare con questo inizio, sicuro risponderebbe qualcosa circa il consumismo: come quella nazione si identifichi principalmente con gli oggetti che possiede; entità luccicanti in un mondo buio. Facile. E in fondo buona parte del romanzo è tutta concentrata a mettere in risalto la finzione e la insussitenza di quel tipo di vita spesa tra supermercato, tivù e mall centre (a proposito di lucore e rumore: Tutto sembrava di stagione, irrorato, lustrato, luccicante. La gente prendeva sottilissimi sacchetti di plastica dagli espositori e cercava di capire da quale estremità si aprissero. Sistemi elettronici inespressivi, scorrere e stridere di carrelli, apparecchi di amplificazione e per fare il caffè, grida di bambini. E sopra a tutto, o sotteso a tutto, un rombo sordo di vita sciamante, esterna alla sfera della comprensione umana). I personaggi sembrano versioni beta di androidi. Uomini e donne che con passo sonnambulo si stanno lentamente allontanando dalla loro condizone di esseri umani. Nessuno, quasi nessuno, possiede la propria voce, tutti lo sanno ma tutti fanno finta di non saperlo — conosciuto non pensato.

Abbiamo lasciato Jack al College-on-the-Hill, abbagliato dal sole a guardare le station wagon. Comincia il terzo paragrafo; lascia l’ufficio, scende la collina e mentre torna a casa si racconta. È un docente universitario, ormai da diversi anni capo del dipartimento di studi hitleriani, insegna nazismo avanzato e a suo modo è stato un innovatore, il primo negli Stati Uniti ad aver inaugurato quel tipo di studi. Insomma, si tratta di un professore che conduce, anzi che vorrebbe condurre, una vita tranquilla “in fondo a una strada tranquilla”, in un villaggio come tanti, in Occidente. Mentre cammina ci dice dove vive, la sua cittadina, le case, sua moglie Babette e i quattro figli avuti dai loro precedenti matrimoni: Heinrich, il più grande, figlio di Jack, fino all’ultimo, Wilder, il più piccolo, tre anni, figlio di Babette.

Le frasi si fanno più lunghe, il ritmo cala e, appena diciotto righe dopo le persone abbagliate dal sole che vedono le immagini di se stesse riflesse in ogni direzione, Jack dice che dietro casa sua “Oltre il cortile sul retro adesso passa un’autostrada, molto infossata rispetto a noi, così che di notte, quando ci sistemiamo nel nostro letto di ottone, lo scarso traffico scorre via, un bisbigliare remoto e regolare che avvolge il nostro sonno, come un mormorio di anime morte ai margini di un sogno”. S’è fatta notte di colpo. Dall’istante in cui ha cominciato a scendere dalla collina, la luce della prosa è scesa assieme a lui. E per la prima volta nel romanzo Jack ha bisogno di usare una similitudine: As of dead souls babbling at the edge of a dream (come un mormorare di anime morte ai bordi di un sogno). Di là, nell’altra pagina, una similitudine o, peggio ancora, una metafora sarebbe stata una presenza impura in mezzo al solido splendore di quella lega di parole. Là il nitore delle waves of gadgets, qua un mormorio che però non è un semplice mormorio, ha qualcosa di aereo, c’è uno spettro attorno a quel suono notturno che non si può definire, non è compatto, contiene una eccedenza meno chiara, un buio sovrappiù.

Non siamo neppure alla fine del primo capitolo che si sono già schierati tutti i temi: la luce che rassicura, a dire il vero più che rassicurare intontisce; l’isteria della luce e quel che accade quando le luci si spengono, perché Jack, oltre a essere un professore, di notte diventa un’altra persona, una poltiglia fragile e sudata: è ossessionato dalla morte, come, purtroppo, tutti coloro che la propria vita non riescono a vivere. Gli capita di svegliarsi col cuore che gli scalcia nel torace perché teme di morire; fa di tutto, e tutto ovviamente andrà storto, per trascorrere una vita senza vita. Spera che standosene buono, in una città di provincia, nascosto dalla routine, al riparo di una moglie dal corpo ampio e dai grandi seni materni, la morte non si accorgerà di lui. O, detto altrimenti: spera che la vita, e tutto quel che implica viverla, non vada a stanarlo. Ma quando è lontano dal college, quando la maschera di professore gli cade, vive un sentimento di confusione e smarrimento, è avvolto da un’atmosfera di costante eclisse.

Luce e tenebra, si diceva, forse più appropriata è l’immagine dell’eclisse, detta anche “occultazione”. Tra Jack e la realtà si frappone sempre un corpo buio a complicare le cose. Tipico DeLillo: per ogni diritto c’è un rovescio: per il fuori campo durante un’epica partita di baseball c’è il test nucleare dei russi, per l’arrivo delle station wagon c’è l’evacuazione durante l’Evento tossico aereo, per Jack Kennedy c’è Lee Oswald; per una moglie materna c’è un altro lato di lei disperato e per niente materno; per uno shopping frenetico al mall centre c’è un Jack costretto a svuotare un sacco dell’immondizia in cerca di tracce che gli dicano qualcosa sulla propria vita che si spande a sua insaputa e contro il suo volere, come una malattia. Per un mondo inondato dal rumore bianco c’è una “enorme massa scura [che] si muoveva come la nave dei morti di una leggenda norrena, scortata nella notte da creature con armatura e ali a spirale. Non sapevamo bene come reagire. Era una cosa tremenda da vedere [ … ]”. Per ogni world c’è  un underworld.

(Brevissima digressione e nerdy fact: durante l’evento tossico aereo è notte e soprattutto nevica. Non è un caso. La neve fresca assorbe il suono dell’ambiente circostante in quanto attenua le vibrazioni. DeLillo mette in mute la realtà e smantella il rumore bianco e così mostra, per citare Nick Shay durante il black-out di New York: “Come funziona tutta la baracca”).

Nel primo capitolo s’intravede Jack con la luce accesa e Jack con la luce spenta. Continua verso la strada di casa, ricorda un suo collega ora defunto, e poi dal nulla, o forse da tutto quel che viene prima, l’ultimo paragrafo, quello che chiude il capitolo: “All’incrocio tra la Quarta ed Elm Street le auto svoltano a sinistra verso il supermercato. Una poliziotta, accucciata in un veicolo in forma di scatolone, perlustra la zona in cerca di auto in divieto di parcheggio, di parchimetri violati, di bolli scaduti. Sui pali del telefono, per tutta la città, ci sono appiccicati  cartelli fatti a mano, riguardanti cani e gatti perduti, a volte scritti dalla mano di  bambini”. Adesso siamo in un altro mondo, lontano, rispetto alla lunga fila lucente di station wagon.

Sono sempre stato convinto, e lo sono tuttora, che questo è il primo conato di Jack, nel quale prende corpo il suo spaesamento, un momento in cui lo sguardo si libera e riesce a intravedere. A volere essere tecnici, scrittori come Bret Easton Ellis o DeLillo hanno usato la prima persona in modo distaccato riuscendo a ottenere la vicinanza della prima (senza però il suo sudore e la tachicardia) e il distacco della terza; usano cioè la prima persona come se fosse la terza, e questo è un tratto distintivo del loro tempo. E per mezzo di questa prima persona vitrea, l’effetto è quello di una voce che non riesce a penetrare la realtà, persone che non riescono a vedere “il pasto nudo” anche se ne avvertono costantemente la presenza. Onde e radiazioni.  (Paradossalmente, questa distanza ravvicinata, ha prodotto una prosa di una precisione vertiginosa, talmente precisa da fare apparire il concetto di precisione di Calvino approssimativo).

È anche una immagine da romanziere puro, questa. Un esempio concentrato di cosa e come vedono gli scrittori autentici (coloro cioè che hanno costruito un ponte molto trafficato e a doppio senso tra la realtà interna ed esterna) quando si guardano attorno. Si tratta di un dettaglio di per sè insignificante che ha il potere di dare il senso della consistenza del tipo di realtà che vede. Un momento in cui la parte più intima e delicata di un uomo e la realtà che lo circonda si guardano dritto negli occhi.

Che Jack sia una creatura tremolante e incerta come la grafia di un bambino? Loro in cerca di animali smarriti, lui in cerca della propria anima, della propria voce.

Questa ultima immagine dà il senso dell’ossessione del suo protagonista, quanto la morte sia temibile quando non si può essere nient’altro che un “pover’uomo”, un homeless spirituale senza anima e senza voce. Jack chiama morte il fascio delle proprie paure; io lo chiamerei difficoltà a vivere, esplorare e scoprire, sentire la tragica impossibilità di spostarsi quanto più vicino al proprio ronzio interiore e trovare un modo per esprimerlo attraverso la propria voce, il proprio linguaggio.  E se si capisce questo allora l’unica cosa possibile è trovare la propria voce che possa dare conto di quel che attimo dopo attimo ci accade, in fondo a noi stessi, nel crepaccio del corpo calloso, là, negli abissi del cervello, dove dio ha scagliato la nostra anima. Da quelle parti, dove le parole si squagliano, dove tutto è niente. Provare a dire quelle cose, e quindi più che nel significato, nel contenuto, tutto risiede nel suono. Cito dal suo breve, bellissimo saggio, Contrappunto:

Prima c’è il degradarsi del linguaggio, un senso profondo di minaccia che si manifesta dai termini stessi. Introspezione, solitudine, isolamento, ansia, fobia, depressione, allucinazioni e schizofrenia. Poi ci sono i referenti umani. È libero dalle convenzioni; o c’è qualcosa di inadeguato nella sua umanità; o è intrappolato in un contesto moderno, si porta addosso un senso di straniamento che lo fa sentire a disagio nel mondo; o è il risultato della sua educazione; oppure è un maledetto genio, lascialo perdere; o il problema è strettamente clinico, una questione di chimica del cervello; o anzi si tratta di uno stato naturale, una minaccia che si annida nel cervello primitivo, il cervello rettiliano, fuori i confini obliqui di tutte le cose che ci ha ammassato contro. Ma se conosciamo la risposta, allora la domanda è questa: quanto vicino al sè ci si può spingere senza perdere tutto?

Quegli oggetti, quelle cose che gli abbiamo “ammassato contro”. Contro cosa? Contro la parte più vulnerabile e disposta a vivere, e a morire, ovviamente, di noi. Il sogno – forse è questo il paradiso – potere sentire ininterrottamente le cose, sapere e sapersi: ogni istante una epifania. Ma come si fa? Se guardo Rumore Bianco vedo Babette e Jack che parlano di Wilder:

– Capisco che cosa intendi. Anch’io sto sempre benissimo quando sono con lui. Che sia perché i piaceri non ama tirarli in lungo? È egoista senza essere avido, in un modo totalmente illimitato e naturale. C’è qualcosa di meraviglioso nel modo in cui lascia cadere una cosa per afferrarne un’altra. Non sopporto quando gli altri bambini non godono a fondo di momenti o occasioni particolari. Mi sembra che si lascino sfuggire cose che dovrebbero essere conservate e gustate. Ma quando a farlo, invece, è Wilder, vedo in azione lo spirito del genio.

Che tradotto in termini letterari significa instaurare un rapporto con ogni frammento della realtà, ogni cosa ha significato (“L’immenso potenziale narrativo del reale”, come ha detto una volta Vladimir Nabokov) e quindi ogni cosa è articolabile, be-bop, trasformare il pulviscolo del reale in musica. E per provare a farlo occorre essere disposti a perdere tutto.

È Wilder la spia del romanzo, occorre guardare lui per capire gli intenti di DeLillo. Si tratta di un personaggio che non ha altro scopo se non quello di incarnare tutto ciò che gli altri personaggi non sono più o non sono mai stati o non possono essere. Ho avuto sempre il forte sospetto, tanto da lambire la convinzione, che Wilder sia stato inserito da DeLillo in un secondo momento, utile a mostrare una via di uscita dal rumore bianco. Se guardiamo la famiglia Gladney: Wilder ha tre anni e non è figlio di Babette e Jack, ma di Babette e del precedente marito. Quindi vuol dire che Jack e Baba stanno insieme al massimo da tre anni; un po’ poco. La presenza di Wilder rende tutto meno credibile e la famiglia cigola dal punto di vista (dio se odio dover usare questa parola) strutturale. L’unica risposta che mi viene in mente è che Wilder, come anche Thomas Axton ne I nomi,  possiede il linguaggio, ciò che serve per sentire quello che viene da là, da quelle parti, lontano. Lo dichiara DeLillo stesso con il brano superbo in cui Wilder senza una ragione apparente piange per sette ore di fila:

Lo presi e lo sistemai contro il volante, di fronte a me, in piedi sulle mie cosce. L’immenso lamento continuò, onda dopo onda. Era un suono tanto ampio e puro che potevo persino stare lì ad ascoltarlo, cercare coscientemente di coglierlo, come si stabilisce un registro mentale in una sala di concerti o a teatro. Non moccicava, non piagnucolava. No: piangeva a squarciagola, dicendo cose ignote in un modo che nella sua profondità e ricchezza mi arrivava all’intimo. Un lamento funebre antico, reso tanto più toccante dalla propria risoluta monotonia. Un ululio. Lo tenevo retto con una mano sotto entrambe le braccia. Con il proseguire del pianto, nel mio pensiero avvenne un singolare scarto. Scoprii che non desideravo necessariamente che cessasse. Poteva non essere poi una cosa così tremenda, pensavo, dover stare lì ancora un po’ ad ascoltare. Ci guardavamo a vicenda. Dietro quell’espressione beota operava un’intelligenza complessa. Lo reggevo con una mano sola, usando l’altra per contargli le dita dentro i guanti, ad alta voce, in tedesco. Il pianto inconsolabile continuava. Me lo lasciai scorrere addosso, come pioggia dirotta. Vi penetrai, in un certo senso. Me la lasciai cadere e rotolare su viso e petto. Cominciai a pensare che il bambino fosse scomparso dentro quel rumore lamentoso e che, se mi fosse stato possibile raggiungerlo nel luogo perduto e sospeso dove si trovava, avremmo forse potuto procedere insieme a un imprudente miracolo di intelligibilità. Lo lasciai frangere sul mio corpo. Poteva non essere una cosa così terribile, pensai, dover stare lì ancora quattro ore, con il motore acceso e il riscaldamento in funzione, ad ascoltare quel lamento uniforme. Poteva anzi essere bello, stranamente consolatorio. Vi penetrai, vi caddi, lasciandomene avvolgere e coprire. Il bambino gridava a occhi aperti, a occhi chiusi, con le mani in tasca, con i guanti e senza. Io me ne stavo lì seduto ad annuire saggiamente. Poi d’impulso lo girai, mettendomelo in braccio, e avviai l’auto, lasciandogli usare il volante. L’avevamo già fatto una volta, per un tratto di venti metri, al crepuscolo di una domenica, in agosto, nella nostra via immersa in un’ombra sonnolenta. E lui di nuovo rispose, continuando a piangere mentre sterzava, mentre svoltavamo agli angoli, mentre parcheggiavo l’auto davanti alla chiesa congregazionalista. Me lo sistemai sulla gamba sinistra, circondandolo con un braccio, stringendolo a me, e consentii alla mia mente di vagare verso i limiti del sonno. Il suono si muoveva a una distanza discontinua. Di quando in quando passava un’auto. Mi appoggiai alla portiera, vagamente consapevole del suo fiato sul mio pollice. Qualche tempo dopo ecco lì Babette, che bussava al finestrino, mentre Wilder strisciava sul sedile per toglierle la sicura. Entrò, gli sistemò il berretto e raccolse dal pavimento un fazzoletto appallottolato. Eravamo quasi a casa quando il pianto terminò. Terminò all’improvviso, senza cambi di tono e intensità. [ … ] A casa nessuno disse niente. Si muovevano in silenzio di stanza in stanza, osservando il bambino in maniera distante, con sguardi sfuggenti e pieni di rispetto. Gli altri lo guardavano con una sorta di timore riverenziale. Quasi sette ore ininterrotte di serio piangere. Era come se fosse appena tornato da un periodo di viaggi in un luogo remoto e sacro, tra aride distese di sabbia o creste innevate, un luogo dove si dicono cose, si assiste a visioni, si raggiungono distanze che noi, nella nostra ordinarietà, possiamo soltanto guardare con il misto di riverenza e meraviglia che riserviamo ai fatti della più sublime e complessa dimensione.

Facile, troppo facile: un bambino che piange, dov’è il linguaggio qui? Non ci credo che da qui, da questi lamenti, da questi filamenti sonori possa prendere forma la precisione micidiale delle percezioni di DeLillo. Allora? Ecco, la risposta che mi sono dato è che Wilder (meglio ripetere: “È egoista senza essere avido” cioè a dire: tratta le cose come fossero vive, ci entra in relazione, non è, come gli altri, spinto dal bisogno di toccarle per sentirtsi più vivo, meno mortale; Wilder si tuffa e tocca) incarna la postura emotiva da tenere di fronte a quel ci circonda. Solo con la freschezza immediata, tipica di quel bambino un po’ bizzarro, si può, si deve riuscire a perforare il rumore bianco e raggiungere quello che siamo, pensiamo, viviamo. E poi, be’ poi, magari, una volta sentito si può anche provare a dirlo, quello che siamo; esprimere, poter provare a dire l’inseprimibile. Come dice quell’altro giovane favoloso: “Sono qui per leggere la segnatura di tutte le cose”.

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My mental state is all a-jumble I sit around and sadly mumble. L’informazione di Martin Amis compie vent’anni https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/linformazione-di-martin-amis-compie-ventanni/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/linformazione-di-martin-amis-compie-ventanni/#comments Sun, 31 May 2015 11:37:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27102 di Filippo Belacchi

Pubblichiamo una versione ridotta del saggio di Filippo Belacchi su "L'informazione" di Martin Amis, uscito originariamente su Nuovi Argomenti. (fonte immagine)

È così che comincia L'informazione di Martin Amis: Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno e poi dicono niente, non è niente, solo un sogno triste. Come Wild Wood, la canzone di Paul Weller, è un romanzo di grande malinconia e solitudine tutta londinese, che poi vuol dire dickensiana, che poi vuol dire infanzia molto poco felice.

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amis

Pubblichiamo una versione ridotta del saggio di Filippo Belacchi su “L’informazione” di Martin Amis, uscito originariamente su Nuovi Argomenti(fonte immagine)

È così che comincia L’informazione di Martin Amis: Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno e poi dicono niente, non è niente, solo un sogno triste. Come Wild Wood, la canzone di Paul Weller, è un romanzo di grande malinconia e solitudine tutta londinese, che poi vuol dire dickensiana, che poi vuol dire infanzia molto poco felice.

Non ho mai avuto dubbi nel sostenere che questo è, e purtroppo temo che rimarrà, l’unico vero capolavoro di Amis. Ho intrattenuto un rapporto lunghissimo con questo romanzo e a volte, come dissi allo stesso Amis: “Mi pare di conoscerlo meglio di te” (anche lui, Amis, ha detto qualcosa del genere riguardo a Le avventure di Augie March). Questo non è un romanzo d’intreccio, non è un romanzo con una trama forte che costringe a chiedersi come andrà a finire. Il vero aspetto che vale la pena indagare è il linguaggio: ritmi di pensiero e combinazioni di parole che l’autore ha scovato e tenuto per scrivere questo bestione. È un duello all’ultimo sangue con tutto, e con tutti. Con la scrittura, con suo padre, il romanziere Kingsley, con ciò che fino a quel momento ha significato fare, essere uno scrittore. Torna spesso in mente Martin Sheen che in The Departed chiede a DiCaprio:“Do you wanna be a cop or do you wanna appear to be a cop?” In fondo la domanda che si fa Amis è questa: “Vuoi solo sembrare uno scrittore o vuoi essere davvero uno scrittore?”

La storia è piuttosto semplice: Richard Tull, romanziere di quarant’anni, ha scritto due romanzi e ora si trova senza un editore e, peggio ancora, senza un pubblico. Intanto il suo amico Gwyn Barry ha scritto Amelior, romanzo New Age che ha tutta l’aria di essere una porcheria ma che, dal giorno alla notte, è diventato un mega best seller in tutto il mondo. Richard colmo d’invidia per il successo di Gwyn tenterà di arrestare l’ascesa del suo amico, fallendo sempre di più e sempre più in grande.

Richard Tull, il protagonista, rappresenta l’aristocrazia del romanzo, il romanzo novecentesco che un tempo si contendeva le masse con la pittura, la musica e il cinema; l’uscita di un romanzo, di certi romanzi faceva accorrere gli abitanti del villaggio come il torbido bagliore emesso da un meteorite, strano corpo piombato chissà da dove: Lolita, ovviamente Ulisse, Coppie, American Psycho, fino ad Underworld; la lista è non infinita, ma parecchio lunga. L’altro, il suo amico, è quello che, in un mondo ignoto e incontenibile che straripa informazioni e chiacchiericcio, intuisce che il segreto per scrivere uno sfondaclassifica è far sembrare il mondo in cui viviamo qualcosa di piccolo e famigliare, più a portata d’uomo: sopra di noi quindi ci sono nuvole e bellissime stelle, il sole, e la luna, per gli innamorati; ma sopra sopra c’è un boato infinito di buio, un abisso, un cratere di oscurità, forse la casa abbandonata, diroccata un tempo affollata dagli dèi, poi da dio che ora è morto, di solitudine o Alzheimer. E sotto ci siamo noi, paurosamente insignificanti, specie in un mondo anaffettivo, privo di relazioni, o meglio: dove le relazioni sono pornografiche: oggetto contro oggetto. Gwyn Barry capisce il tempo, la fine del secolo scorso, politicamente corretto, non ci sono differenze, niente frizioni, tutti vicini, nessuno in fondo si vuole bene, ma siccome sta brutto, nemmeno male. Non ci sono individualità ma ognuno a suo modo è protagonista, senza però urtare nessuno.  E comunque quel che segue è ciò che il narratore dice della prosa di Richard e di Gwyn:

Fondamentalmente Richard era un modernista abbandonato su un’isola deserta. Il modernismo non è che una divagazione nel difficile; ma Richard era ancora lì, impantanato nella difficoltà […] cercava di scrivere romanzi geniali, come Joyce. Joyce resta il miglior scrittore di romanzi geniali, e persino lui è una noia mortale per metà del tempo. Richard, si può tranquillamente dire, era una noia mortale dalla prima all’ultima pagina (p.148)

La grazia, la mellifluità, i punti e virgola ingenuamente pomposi, la totale assenza di umorismo e di avvenimenti, le immagini di seconda mano, la trasparenza quasi affettuosa delle piccole combinazione di colore, le simmetrie da gioco di costruzioni per bambini…Qual era l’ argomento di Amelior? Non era autobiografico: raccontava di un gruppo di giovani di animo nobile che, in un paese innominato, lottavano per creare una comunità rurale. Ci riuscivano. Fine. (p.35)

La cosa, la sola cosa importante da sottolineare è che Richard e Gwyn sono due bari, scrivono truffando – il primo se stesso e il secondo gli altri — e quindi vivono male, a loro modo sono creature immorali. Entrambi, in modi diversi, vogliono sembrare due scrittori, ma di fatto non lo sono.

Come si riesce dunque a rapire e portare sulla pagina questa realtà ubriaca fradicia, vivace e incontenibile e immensamente triste, di abissale solitudine?

Amis comincia a pensare a una risposta nel 1984, in un saggio su Saul Bellow nel quale, a un certo, punto parla di High Style. Lo “stile alto” di Bellow, complesso eppure mobile, una scrittura leggera dal corpo atletico e sodo, dalla capacità strabiliante di avventarsi sulla realtà e sentirla tutta, fino in fondo e poi buttarla sulla pagina. E in questo saggio Amis dice che questo “stile alto”, Bellow non lo usa “just for the hell of it, cioè a dire: così, tanto per fare. Parla di responsabilità da assumersi: “Perché lo stile alto – continua Amis – è un tentativo di parlare per conto dell’umanità e dire cose che un tempo sapevamo, che erano importanti e che abbiamo ormai dimenticato da troppo tempo. Detto in maniera più concisa significa dire la verità, la verità riguardo a quello che si sente. Ecco, in questo senso Richard e Gwyn sono profondamente immorali. Sentono, se sentono, delle cose, ma ne scrivono delle altre, fregano insomma.

Si diceva che il romanzo comincia con le città di notte contengono uomini ecc. In inglese a dire il vero l’inizio è leggermente diverso: Cities at night, I feel, contain men who cry in their sleep. C’è un “io” di differenza. E riguardo a quell’io Amis in un’intervista è stato molto chiaro: ”C’è un io nella prima frase, il narratore sono io, volevo che il lettore sapesse da dove venivo. Per me la crisi di mezza età è arrivata sotto forma di una coperta d’ignoranza, sentivo di non sapere niente del mondo”. E questo stato di cose ha impedito ad Amis di barare il meno possibile e conquistarsi la sua voce, la sua vera unica voce. L’informazione è una dichiarazione d’indipendenza; già dalla prima pagina, nel primo paragrafo, va all’assalto. Quell’io che lo denuda è un omaggio o, meglio ancora, è un segnale che indica la direzione verso cui sta guardando mentre scrive e cioè  Le avventure di Augie March, che comincia con un io nella prima frase: “I am an American, Chicago born – Chicago, that somber city – and go at things as I have taught myself, free-style”. Bellow disse che quel romanzo fu la sua dichiarazione d’indipendenza, finalmente aveva trovato la sua voce, non parlava più da schiavo, non tentava più di fare il verso agli europei o di sedurre i letterati wasp, ma scriveva da uomo libero e con la lingua, con la lingua ci faceva quel che voleva, costi quel che costi si sarebbe trovato il suo posto nella letteratura americana. E poi già nella prima pagina c’è un affronto a suo padre, il romanziere Kingsley. In una intervista rilasciata dieci anni prima che L’informazione uscisse, dodici a dire la verità, Martin disse che nel romanzo i divieti non devono esistere, cartelli con su scritto: “Do not enter”. E poi aggiunge: “Mio padre direbbe che c’è un cartello con su scritto ‘Non entrare’ sulla porta della camera da letto dei suoi personaggi. Ecco, io credo che questi siano divieti immaginari e che debbano essere ignorati.” E infatti comincia il suo romanzo nella camera da letto mentre guarda il suo protagonista piangere nel sonno. In questo romanzo la politica di Amis è quella di fare terra bruciata, andare avanti e crearsi e cercarsi una voce che venga da una sola direzione: sentimento, non sentimentalismo, ma sentimento, sensibility. Imbevuto di empatia parla solo della verità, della verità emotiva che lo assale, la verità emotiva di qualsiasi cosa: da uno sguardo a una macchia di piscio sull’asfalto, passanti,  occhi, corpi, tramonti, dialoghi, pensieri. Sempre e solo la verità emotiva delle cose, come se solo la verità emotiva possa dare una struttura attraverso la quale la realtà può esistere. E dire questa verità con le parole, con la prosa che sia adatta, nel senso di fit,  arriva il difficile. Tracce nel testo su chi e cosa Amis abbia guardato per informare la propria lingua ne ha lasciate. Come deve essere uno scrittore per essere un vero scrittore, uno per cui la scrittura è questione di vita o di morte, un eroe insomma (e L’Informazione, come romanzo, effettivamente è una impresa eroica).

In un brano, poco dopo l’inizio del romanzo, Richard Tull si trova in un ristorante con Gwyn e altri e a un certo punto decide di fare un discorso appassionato. E mentre si sta per alzare, il narratore nota: “Lì sul vellutino trapunto di bottoni, Richard si chiese rapidamente se quella del discorso appassionato fosse una risorsa naturale di uomini e donne prima del 1700 – o di quando caspita aveva detto Eliot – cioè prima che pensiero e sentimento si dissociassero.”

Ecco cosa aveva detto Eliot: “I poeti inglesi del diciassettesimo secolo possedevano un tipo di sensibilità capace di divorare qualsiasi tipo di esperienza […] Nel diciassettesimo secolo è avvenuta una dissociazione di sensibilità da cui non ci siamo più ristabiliti[…]mentre il linguaggio si faceva più raffinato il sentimento diventava più grezzo […] I poeti in questione hanno, come altri poeti, vari difetti. Ma sono stati i migliori nel provare a trovare l’equivalente verbale di sentimenti e stati d’animo. […]”

Le parole chiave, qui, sono “raffinato” (refined) e “grezzo” (crude). E raffinato è da intendersi come frigido: un linguaggio cioè impeccabile che però non ha cura, perché ne ha perduto la capacità (guadagnando però in tecnica) di cogliere la complessità dei sentimenti umani, i quali vengono espressi in maniera grezza, che qui vale come approssimativa, inaccurata. Con complessità non penso a qualcosa di intellettuale, ma al contrario ho più in mente quella cosa densa e selvaggia, intendo la cangiante dinamicità tipica dei sentimenti umani. I sentimenti che, dopo la dissociazione di sensibilità di cui parla Eliot, vengono rappresentati mutilati dai loro chiaroscuri saliscendi. E Richard e Gwyn indubbiamente sono entrambi inaccurati e grezzi, si tengono alla larga sia dal sistema nervoso sia dai tratti digestivi.

Un esempio su cosa significhi vivere con selvaggia, animale intensità, Amis ce lo mostra attraverso la figura di Marco Tull, figlio di Richard:

Marco era un ragazzino a posto, con una stranezza. Veniva definita un’incapacità di apprendimento, e si manifestava con ripetuti errori di categoria. Se spiegavi a Marco perché un pollo attraversava la strada, Marco ti chiedeva che cosa avrebbe fatto poi il pollo. Dove sarebbe andato? Come si chiamava? Era un bambino o una bambina? Aveva un marito – e, magari, una nidiata di pulcini? Quanti?” (p.59)

E anche:

Marco Tull sgambettava per Portobello Road, dando la mano a Lizette. Se non veniva intrattenuto personalmente, Marco, per strada, aveva sempre la bocca atteggiata a un inveterato scetticissimo. Si vedevano i suoi denti superiori, un po’ grandi e un po’ piccoli, ansiosamente ma rassegnatamente scoperti. Il bambino sembrava non tanto spaventato quanto sovraccarico: troppe le direzioni di ricerca, troppe le impressioni dei sensi, troppe le fantasticherie da seguire e completare […] Marco non trotterellava: camminava e correva, camminava e correva” (p.423)

Ci sono molte, ma davvero tante indicazioni che fanno coincidere l’autore col personaggio Marco Tull, ma questo non è luogo per segnalarle e discuterle, e poi si tratterebbe di note un po’ da geek e comunque, per chi fosse interessato, ne ho già scritto altrove. Intendo qui chiarire solo un paio di cose. Amis non prende Marco in quanto bambino, perché i bambini sono buoni. I bambini al limite, e poi certi bambini, sono innocenti, non in quanto non colpevoli ma innocenti in quanto puri. E non possono quindi fare a meno di sentire le cose, gli oggetti, perfino ai polli immaginari che attraversano la strada gli viene data una identità, una unicità, cioè a dire: una storia. Certi bambini disadattati e certi romanzieri sono afflitti da un doloroso talento per vedere la verità emotiva che hanno sotto gli occhi, sono un prodigio di empatia feroce e candore selvaggio. Come pantere, fiere sinuose dal costato lucente e gli occhi vigili e accorti pronti a balzare sulla realtà: la scrittura è un gesto, un tutt’uno col corpo e col corpo dell’anima, anche. Come in questo brano, per esempio, in cui Marco viene rimproverato dal padre perché colpevole di aver fatto una battuta in cui insinuava che suo padre puzzava. Richard lo chiama nello studio e Marco, mortificato, a testa bassa dice che era solo uno scherzo:

«“Allora puzzo o non puzzo? Di popò.

Era uno scherzo, papi.”

“Di che cosa puzzo?”

“Di niente. Di te. Era uno scherzo, papi.”

“Scusami. Non raccontarlo alla mamma. Dille solo che non volevi fare i compiti o qualcosa del genere. Su, vieni a darmi un bacio. Perdonami.”

E Marco lo perdonò. »

Marco poco dopo entra nella sua cameretta, e là suo fratello Marius gli chiede come mai papi lo aveva chiamato. E Marco con feroce empatia, smarrimento eppure selvaggia lucidità risponde:

«“È convinto di puzzare di merda.” Impressionato ma essenzialmente soddisfatto, Marius si rigirò sul fianco. Trascorse un po’ di tempo. “Piangeva” disse Marco, e annuì improvvisamente nell’oscurità. Marius si era addormentato. La parola rimase sospesa nell’aria. Marco la ascoltò.”» (p. 198)

Se quindi dietro Marco c’è Martin ebbro di empatia, soffocato dalle informazioni emotive, dalla realtà stessa, che per sopravvivere sembra sia costretto a scrivere, con quella prosa che cammina e corre, cammina e corre, è interessante capire che il romanziere, l’archetipo del romanziere per Amis è un bambino mezzo dislessico che non riesce a sistemare la realtà perché tutto è troppo bruciante e ingrovigliato e incomprensibile. L’unico modo è scrivere con quella prosa viva e aggrovigliata e sensuale, dolente e contorta, come lamiere dopo un incidente. È una voce cioè che riparte da zero, tutta rotta, dopo una caduta, micidiale. Visto che non l’ho fatto fin qui e che il mio spazio è finito, credo, per chi non lo avesse letto, sia venuto il momento di dare un assaggio della prosa di Amis che nell’Informazione si fionda inarrestabile sulla realtà.

Ecco come descrive un rubricista di ventott’anni: «Aveva una barba sperimentale e un’aria da cena di classe» (p. 22); oppure come definisce l’atteggiamento del direttore di una palestra: “L’aggressiva frivolezza di John Punt” (88); o la bocca di Belladonna: «Richard sapeva che in quel momento la sua visione delle bocche femminili non sarebbero mai più stata la stessa, com’erano intime, com’erano rosse e rosa e bianche e bagnate. Sì, proprio così: come un pube di traverso di platonica perfezione» (p. 154); o come arpiona la personalità di Gilda, la prima fidanzata di Gwyn (da questo lasciata non appena ha conosciuto la fama): «La fobica umiltà, la prosaica tristezza, il tozzo infantile cappotto verde smeraldo che veniva da un altro tempo a un altro luogo» (p. 94); o come descrive Steve Cousins, il personaggio assieme a Marco più affascinante del libro:

Portava due anellini di filo di argento su ciascun orecchio. Il suo sguardo anticipatore di violenza era caratterizzato dai soliti occhi sporgenti – ma le labbra si allargavano e si aprivano anche per avidità, spasso e riconoscimento. Non era alto, non era robusto: stupiva la gente quando si toglieva la camicia rivelandosi una lezione di anatomia. Eccelleva nella sorpresa. Nelle zuffe e nelle intimidazioni, la sorpresa era smodata. Perché Steve non si fermava. Quando comincio non mi fermo.” (pp. 18-19)

O questo dialogo tra  Marco e suo padre:

“Papi?”

“Sì?”

“Papi? Non voglio più chiamarmi Maro. Voglio cambiare nome.”

“Per chiamarti come, Marco?”

“Niente”.

“Nel senso che non vuoi un nome, o che vuoi essere chiamato «Niente»?

Il bambino inarcò le sue ottuse ma aggraziate sopracciglia, e annuì una sola volta.

Richard aspettò che Marco andasse verso la porta, poi disse: «Niente»?

Il bambino nichilista si fermò di malavoglia e disse: “Sì?”

“È l’ora del bagno” (p. 358)

E quindi questo romanzo pieno di passione e di dolore, e di strazio che tuttavia ti costringe a ridere, finisce con due romanzieri fasulli e un altro, in erba, Marco Tull che entra nel mondo per guadagnarsi una voce, cioè a dire un’anima. O, per citare Joyce: “Sono venuto per leggere le segnature di tutte le cose” e ancora: “Il pensiero attraverso i miei occhi”.

L'articolo My mental state is all a-jumble I sit around and sadly mumble. L’informazione di Martin Amis compie vent’anni proviene da Minima et Moralia.

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