Section of Midtown And Upper West Side Of Manhattan Loses Power

Prima parte

Siamo atterrati il giorno dell’eclisse. 

Volevamo correre su un tetto per vedere la città stralunata, sotto un tramonto nero, e invece abbiamo passato il pomeriggio in uno stanzone immenso, in attesa che la dogana ci desse il permesso di entrare in America. Noi due in mezzo a un mare di persone da tutto il mondo per vedere una città che non esisteva più.

Un poliziotto palestrato, mentre ci scrutava la pupilla con un attrezzo, ci ha chiesto se dentro la borsa avevamo tabacco, armi o droga. No, just tobacco for personal use gli ho risposto sbirciandogli il viso, gli occhi soprattutto, azzurri. Irradiavano una sottile aria da psicopatico; li ho fissati per un istante e ci ho visto un poligono da tiro, giri notturni in periferia con il fucile a pompa appoggiato sul sedile, il baracchino sintonizzato sul canale della stazione di polizia e una voglia matta di essere il giustiziere della notte.

Non ha detto Welcome in the United States, come avevo sentito dire nei film, e nemmeno Enjoy your stay! Ci ha riconsegnato i passaporti senza fiatare. Stava noi a fare il passo e finalmente entrare là dentro. Addosso un’euforia intrecciata al timore che suonasse un bip da antitaccheggio colossale, o che quello mi prendesse per il bavero (Where you think you’re going motherfucker?! I did not finish with you guys!)

Can we go? Ha chiesto Silvia. Lui ha assentito, silenzioso, facendo con la mano un gesto fasullo da magnanimo. 

Siamo entrati in un altro stanzone, vuoto questa volta, in attesa di un treno dalle forme giapponesi, privo di conducente.

Ci siamo guardati attorno. Ancora non era America, potevamo anche essere nei pressi di un centro commerciale dalle parti di Gallarate; sì, ok, i primi obesi creati dagli dèi del Junk Food che camminavano come se indossassero i doposci, quelli da noi ancora non c’erano; i fuoristrada massicci che scorrevano lenti e levigati, i vetri oscurati da mitomane, anche quelli a loro modo obesi, ma ancora non era America.

Siamo scesi ancora e ci siamo trovati in una stazione primonovecentesca, di fronte a vecchi vagoni massicci e compatti; distributori automatici di bibite e merendine, sotto tettoie e travi traforate di ferro arrugginito. 

Stavamo là, sulla banchina, tra immondizia e gente che stazionava ciondolando in modo vagamente bellicoso. Ci siamo guardati un attimo, e poi eccolo, il senso di vertigine. Il continente, me lo aspettavo salisse, la sensazione di poter camminare e arrivare dall’altra parte, all’oceano pacifico, o laggiù nelle terre di Faulkner, o là sopra, dove comincia l’Appalachia, o più in basso, nella cormacmccarthery. Tutto quello che avevo amato veniva da là. Mi trovavo pur sempre in quel mondo, quell’altro mondo, che per anni aveva abitato la mia testa, nutrito da film, dalla tele e dai romanzi. Quella roba sognata adesso si apriva di fronte a me, a noi. Ecco, quello è stato il primo passo in mezzo a quella roba.

A New York sono tutti amichevoli e sorridenti; non è America, ma una cosa a parte; puoi andare in giro nudo e nessuno ci fa caso; queste le cose che ci dicevano tutti prima di partire.

La gente però, da quelle parti, sembrava averne avuto abbastanza di New York, e dei turisti; bastava un niente per spazientirli. Lo sguardo, spesso sprezzante, non faceva mistero che gli rompevi il cazzo se poco poco intralciavi la strada. 

Terrorizzato dall’idea di fare la figura del turista, tentavo di non commettere gli errori che mandano su tutte le furie i newyorchesi; mi ero pure guardato dei tutorial su YouTube: cose da non fare assolutamente per non urtare i nervi dei locals  – Do and don’ts in New York, o qualcosa del genere. Ma il meccanismo che li faceva infuriare era lubrificatissimo, bastava un niente e tatlàc!, ti guardavano furenti. 

Nel corridoio del vagone della metro una giovane donna dall’aria cool, con giubbotto di jeans, gonna di pizzo e stivali da cowgirl, ci ha fatto segno di passare e darci una mossa con una sventolata che l’ha trasformata di colpo in una di quelle vecchie dalla bocca squinternata e l’aria demente.

Già alla fine del primo giorno mi veniva naturale raccogliere i tipi di persone per insiemi. Silvia invece era più rilassata, si guardava attorno godendosi il bello della vita, della vacanza, e quasi ogni cosa la incuriosiva. Io ero parte di un’altra umanità, di un altro insieme. 

Più volte in quei giorni mi tornava in mente una vecchia puntata dei Simpson vista tanto tempo fa. Quella in cui Boe decide di trasformare il suo locale in un ristorante per famiglie, ma gli basta una settimana per scoprire che lui le famiglie le odia e odia anche il ciarpame technicolor che si portano appresso; i figli lamentosi e sadici, i genitori sostanzialmente stronzi, le richieste assurde, la pretesa di tenere a bada l’infelicità ordinando hamburger e frappé. Lui, anzi io, cioè Boe, fratello mio, che aveva sperato, addirittura tentato di essere come gli altri, deve fare i conti con il fatto che è un disadattato. Star tra la gente, tra quella gente almeno, non fa per lui. Meglio tenere aperto e vendere birra a quei freak che nel mondo non sanno che pesci prendere e 

A New York tutti, la gente, mi sembrava molto infelice e incazzata, o incazzata incazzata, o infelice infelice, o incazzata e infelice. Mi mancava Boe. 

Prendevamo sempre la subway e la sopraelevata. Abbiamo visto playground pieni di ragazzi che giocavano a basket. All’inizio sorridevamo, Silvia sorrideva, io sorridevo. Eravamo là, a New York, che era carissima, sì, ma piena di musei, c’era Central Park, c’erano le strade enormi che traboccavano umanità, gente, giovani; giovani sotto stress che correvano da un posto all’altro in cerca dell’opportunità per sfondare.

Guardavo le persone, i cani, gli alberi, le auto, le donne, gli uomini, le ragazze; le donne, ormai emancipate, dicevano che ognuno è quello che è, e allora perché non essere sciatti e brutti tutti assieme? Perché vergognarsi? Anche quando francamente qualcosa di cui vergognarsi c’era. E quindi, assieme all’emancipazione dilagava una spudoratezza strafottente. Donne obese, o a un passo dall’obesità, giravano in hot-pants o minigonne, la faccia istupidita dagli zuccheri, l’espressione di chi, con la bocca semiaperta, aspetta di fare un rutto, anzi aspetta di fare il rutto definitivo. 

Molti gettavano a terra, con impressionante naturalezza devo dire, enormi bicchieroni di una carta malsana e polisterolata, o contenitori da cui sfiutavano filamenti di cibo etnico. Tutti, almeno tutti quelli che prendevano la metro, avevano i nervi a fior di pelle; ognuno guardava l’altro in cagnesco. E questo era l’insieme di giovani tra i 25 e i 30 che voleva diventare Lena Dunham; Donald Glover; Ezra Klein; o la prossima stella di Broadway o il prossimo dio con una montagna di miliardi che avrebbe cambiato il gioco.

Poi s’intravedeva la mandata precedente a quella, i miei coetanei, che non ce l’avevano fatta. E siccome a quelli era toccato vivere in un periodo in cui, anche solo per poter minimamente pensare di essere qualcuno, era obbligatorio tatuarsi, si portavano addosso l’indelebile traccia di essere stati meravigliose bestie glamour. Nella metropolitana, un uomo con i capelli neri, forse non tinti, sui quaranta abbondanti, si è seduto di fronte a me. Aveva stivali a punta, jeans neri molto stretti, gambe lunghe e sottili e una maglietta grigio slavato, senza maniche, con stampe bianche, sbiadite al punto giusto. Joe Spencer blues explosion, tipo; le braccia coperte di tatuaggi non colorati, come quelli che si facevano i galeotti e i marinai negli anni 20: pin-up dalle forme ormai sbirulente a causa della pelle vizza; cuori trafitti da frecce e avvolti da scritte procedevano dal dorso della mano fino alla spalla. Ovviamente si era imbrattato tutt’e due le braccia, che sembravano i muri del cesso di un bar andato in malora. L’espressione ricordava uno che si sta riprendendo con grande fatica da una sbronza cattiva, lo sguardo diffidente e sfuocato. Era molto doloroso vederlo.

Il giorno prima, sul ponte di Brooklyn, avevo incontrato sua sorella emotiva, un’altra donna non più giovane, anche lei coperta di tatuaggi fin sulla faccia, che sperava di farcela e diventare una trend setter, influencer globale – per usare il linguaggio corrente. Lei, a differenza dell’uomo, aveva un’espressione di superiorità e distacco perché voi non sapete, ma io… Purtroppo era patetica, faceva brutto vederla, più brutto che vedere i barboni, i clochard insomma, con la faccia distrutta dall’alcol che agonizzavano agli angoli della strada. E di quelli ce n’erano tanti, una miriade.

Il nostro appartamento si trovava a Williamsburg, che sprofondava fino al polpaccio nel degrado. La sera, lungo la strada– i lampioni erano radi, le strade poco illuminate – si vedevano i cellulari, come gigantesche lucciole, mandare bagliori. Sembrava di stare dentro un film di fantascienza fatto con pochi mezzi ma bene.

Una sera, tornando a casa, una donna seduta davanti all’ingresso della sua casetta ci ha rivolto la parola in italiano. Aveva sessant’anni, una bellissima pelle levigata e olivastra, pochi denti in bocca e i capelli neri – tranne che per un ciuffo bianco sulla fronte, come la Sontag.

Si chiamava Paola e veniva da Napoli, un paesino vicino Napoli. A diciott’anni aveva seguito il suo amore in America. Ma il suo amore, nel giro di breve, si era trasformato in un grande, abissale, figlio di puttana. Aveva sperperato i soldi di lui e di lei al gioco. Lei si era ritrovata in una terra ostile, con tre figli, e un marito che combinava solo guai. Faceva la sarta per una ditta di confezioni, il suo boss era un ebreo. Lei gli ebrei li chiamava Giudan; sembrava il nome di una tribù in un romanzo fantasy di 1500 pagine. I Giudan. Parlava un italiano lento e fatato da cui di tanto in tanto fuoriuscivano energiche parole in inglese e in dialetto. Di Manhattan ne parlava come di una terra remota che dondolava tra sogno e realtà, mentre l’Italia le sembrava fosse sull’altro lato della strada. 

Era molto razzista, ma conosceva New York e ci spiegava come stavano le cose. Aveva detto appunto che i Giudan erano i padroni della città, imbattibili palazzinari: they are smart! Uuuuuhhh, esclamava alzando le mani al cielo, My god!, they are smart [che pronunciava smatt] for the money. E ha indicato la casa alle nostre spalle. Bella, l’unica nella via, con enormi vetrate squadrate sul davanti. Ha detto che prima c’era una casa di legno, come tante altre in quella zona, fatta con assi orizzontali colorate di celestino, ‘na baracca cum’achista, ha detto indicando casa sua. I proprietari sono morti e i Giudan hanno comprato la casa dai figli, un milione e mezzo. Ma a New York con un milione e mezzo ci fai niente… puoi cumprà giusto ‘na casa a Sheepshed… i russi, My god! I russi ci stanno, vanno a sta’ coi russi. E qui hanno fatto appartamenti… lo vedi? Va’… costavano un milione e mezzo l’uno, quattro appartamenti. Ciànno guadagnato assai! 

Raccontava quell’operazione semplice e lineare, che veniva voglia di provarci anche a te. Le parole pronunciate con aria stracca, come se addosso le soffiasse continuamente lo scirocco. Anche gli stupori, l’indignazione o la disperazione per una vita tutta sbagliata e rovinata li esprimeva come se fosse in dormiveglia. 

Nella sua vita aspettava un giorno l’anno, il Columbus day, quando arrivavano le star della televisione italiana, Carlo Conti, Bonolis, Baglioni; si era fatta una foto anche con Bocelli (he’s a tall guy! più alt’e te) e qualche celebrità di “Un posto al sole”. Lei partecipava alla parata e poi alla sera di gala, dove faceva le foto con le personalità italiane.

Veniit, veniit quanne ce sta O’Columbus day. Chille sonnovabitch… lo vuó cancellare

Ma chi, De Blasio?

E poi si è avvicinata a me, con uno sguardo sottovoce velato di costernazione e disprezzo. 

S’è sposato ‘na negra! Ha sibilato facendo un gesto curioso: si è passata l’indice due volte sull’avambraccio, come a voler togliere lo sporco.

Ah, sì, la moglie.

Quand’è stat’a Roma s’è purtat’appress o’figlio, co’ chi capell… nun se fa accussì

Beh, è un ragazzo…

Ha ‘na testa! No, chille ciaffatt’affà ‘na figuračč. My god! Doveva andare da o’barbiere!

E si metteva le mani nella testa come se parlasse di una tragedia.

No, guarda che in Italia non si è scandalizzato nessuno per i capelli del figlio di De Blasio, fidati.

Come capita a tutti gli immigrati che stanno troppo tempo lontani da casa, anche lei era entrata in una dimensione dove il tempo non scorreva più. Era come sentire una canzone d’epoca suonata da un grammofono, con tanto di fruscii e sbilencate della voce durante la trasmissione. 

E Denìiir?

L’attore?

Yes, yess… my God!

Ha fatto un gesto col mento, come dire che anche lui l’aveva combinata grossa. Un tradimento a tutti gli effetti.

Ah, sì, anche lui ha sposato una…

‘na negra!

E ancora quel gesto, che preso di per sé era molto bello, sembrava la parola di un linguaggio in codice: indice e medio scorrevano sopra l’avambraccio con fare dolce e poi si fermavano in modo secco.

Ma perché ce l’hai coi negri?

No, chille lavorene. They wuok, they wuok’allot.

Quindi ho pensato che i neri non le andavano a genio solo per un fatto estetico. Anche quelli erano valori che avevano bisogno di un massiccio upgrade. 

Ah, pensavo ce l’avessi con loro perché magari sparano o fanno rapine…

Naaa, i portoricani… chille stanne ‘ca ddietre, s’ammazzano… ma tra di lóro. ‘Na  vota erene i negri, ma adesso dei wuok, dei wuok allot.

Le parole che diceva in inglese guizzavano sode come trote da quello stagno italiano.

Nemmanco i soldi po o’ funerale c’aveva mio marito. Murissa ‘nata vota. He died because he uos smoking and drinikin’ allot, and gambalin’.

Giocava?

Uhhhh, si giocava! Sannovabitch

Mi dispiace. Ma tu, sei qui da sola?

I figli, lavorene. Le figlie lavoran a o’ supermercato, markèt. E il maschio in Police, Survelliance.

La guardia giurata?

Ekk… sssì, la robballà. Tenghe pure due nipotini.

Beh, allora sola sola non sei?

Ma chille venghene pók accà. Tenghene sempre a lavorà. Wuok wuok… accà è caro, car’assai! La vita cost’assai.

Aveva una voglia scandalosa di parlare con noi, con gli italiani, là seduta sugli scalini di quella che all’inizio pensavo fosse casa sua. Un’abitazione dall’aria striminzita e molto povera. Il piano di sopra era affittato per metà da una coppia di giovani sposi, mentre nell’altra viveva una ragazza, che quella sera arrivò con l’aria arrabbiata; furia  anglosassone, roba ariana insomma, tutta razionalità e niente sceneggiata, cose che fanno molto effetto su noi mediterranei. 

È passata senza salutare né me, né lei; con un passo molto infastidito e molto rapido, quasi un assalto al trotto. Ha aperto la porta sbattendola dietro di sé.

Ma come mai? – ho chiesto a Paola – , come mai si comporta così?

Beve, fuma ‘a droga.

Ho capito, le ho detto. 

Ho pensato che in fondo anche lei, una ragazza che non aveva nemmeno trent’anni, faceva una vita che detestava in una città spietata. Voleva certamente essere qualcuno, qualcosa, mentre non riusciva e odiava tutto quello che gli ricordava normalità, fallimento, sconfitta e tristezza. A me sembravano tutti così, là, giovani e i meno giovani. Una moltitudine di illusi che comincia a sentire il tanfo della disillusione.

I neri erano simpatici. Quasi stupiti se gli rivolgevi la parola. Spesso avevano sorrisi neorealisti e sembravano addirittura autentici. 

Una sera avevo chiesto informazione a una bella donna nera, molto espansiva. Addirittura aveva chiamato un’amica al cellulare (Ya know… she works for the transport; She knows best). Volevamo sapere se era meglio autobus o subway per arrivare chi si ricorda più dove. Mentre aspettavamo l’amica, che dall’altra parte del telefono s’informava, abbiamo fatto due chiacchiere e viene fuori che è portoricana. Ah, le ho detto, allora stai a Brooklyn, ricordando quello che ci aveva detto Paola. Il suo sguardo si è oscurato immediatamente, come se avesse visto uno spettro. 

No, no. I live here, in Manhattan

Ha risposto con tono fermo ma giustificatorio, come se avessi insinuato una cosa estremamente degradante sul suo conto.

L’imbarazzo per qualche istante è stato palpabile. Poi Silvia, quando ci siamo allontanati, ha notato: mi sa che a Brooklyn ci stanno i portoricani poveri. E mi sa anche che qui essere poveri dev’essere parecchio brutto.

Paola se la passava male, era sola e mendicava un po’ di parole in italiano. La sera, stravolti, di ritorno da Manhattan, evitavamo di passare davanti a casa per non incontrarla. Era povera e sola e s’inoltrava nella vecchiaia e io mi sentivo un verme, esausto, ma un verme, un verme esausto.

Grazie a Barbara Setti

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2 commenti

  1. Stanno americanizzando ulteriormente la società italiana. Stanno imponendo il neoliberismo su tutto il pianeta, come unico modello possibile.
    Tutto questo condurrà alla rovina.

  2. Mi fanno morire, quelli che vanno in America solo per poter dire che è brutta…
    (Non ha nulla della scoperta individuale, è una vera categoria di turisti sui generis)

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Autore

FB@minima.it

Filippo Belacchi lavora tra Fano e Firenze. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Cinque racconti e una resa dei conti (Pequod Italic 2011) e nel 2015 il racconto Desolation Row. Insegna Letteratura Comparata alla Gonzaga University a Firenze. Ha scritto saggi su Vladimir Nabokov, Don DeLillo e Martin Amis.

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