vincentnelsotterraneo

Oggi risonanza presso una clinica privata. Ormai sono abituato a vedere posti del genere. Assomigliano agli ospedali, anche se questo, molto attrezzato, si trova in un grande appartamento (primo piano e seminterrato) di un palazzo a ridosso del centro.

Le foto lungo i corridoi, per esempio, ci sono sempre. Fatte da impiegati o medici durante le vacanze. Per lo più sono foto di safari, jeep nel deserto contro un cielo azzurro. Oppure speroni di roccia che emergono da un mare turchese. Caraibi e l’azzurro che domina.

Credo che l’intento sia distogliere la mente dei pazienti dalle preoccupazioni e aprire una finestra da cui possano evadere. Ho alzato la testa al soffitto, gelide luci al neon dalla obsoleta forma quadrata. O forse quelle foto vorrebbero suscitare invidia in chi le guarda, far dire: che bello poter essere là, distesi sulla sabbia bianca, lontano da tutto.

La donna all’accettazione, alta e grassa, le unghie smaltate ognuna di un colore diverso (verde, giallo, rosso, fango e nero) e la s come Jovanotti. Quando sono arrivato, con la mia espressione non troppo simpatica, educato perché devo, mi ha detto buongiorno senza guardarmi in faccia. Tra il buongiorno e il mi dica ha continuato a parlare con la collega seduta alla sua destra. Ho sentito salire fino alla testa, le tempie, un sentimento rancido e liquoroso. Poi mi sono detto che il problema resta mio, anche se fosse suo, resta sempre il mio. Allora mi sono mostrato collaborativo, educato e asciutto. Lei è stata molto cortese.

Ho pensato se quel maneggio iniziale non sia un trucco per tenere a distanza gli altri. Forse avere a che fare con le persone le provoca un tuffo al cuore, teme che possano scoprire la sua inadeguatezza, quel suo sentirsi in costante difetto, e allora, forse, le viene di fare quella manovra: saluta la persona non guardandola in faccia, la mette in standby parlando con la collega o rispondendo al telefono. E chi le sta di fronte si sente sminuito. Quando si accorge che il gioco le è riuscito si rilassa e può finalmente permettersi di essere cordiale e anche qualcosa di più.

Mi ha chiesto tessera sanitaria e se era la prima volta che andavo da loro. Sì, è la prima volta. Ho tirato fuori tessera, impegnativa e ho chiesto di poter ricevere la risposta a brevissimo, perché il 23 sarò a Milano per il follow up e il referto di questo esame è fondamentale. Lei ha incurvato gli occhi, dicendo: capisco. Intanto dall’impegnativa ha visto che in quanto malato oncologico sono esente da pagamento, quindi l’incurvatura degli occhi si è accentuata e con un misto di compassione e gentilezza mi ha detto che sarà pronta già domani.

Uscito da qui giri a destra, ultima stanza a sinistra. Aspetti lì che tra breve verranno a chiamarla. Io e Sandra abbiamo attraversato lo spazio e le foto hanno fatto la loro comparsa. Ho cominciato a guardarle e mi sono accorto di essere ormai un habitué di questi posti. Poi mi è venuto in mente il sotterraneo di Milano.

Non ho idea, non ho mai chiesto, chi abbia deciso di appenderli, ma nel corridoio del sotterraneo ci sono poster che riproducono dipinti di alcuni giganti del novecento e dell’ottocento, Munch, Balthus, Van Gogh. In quelle stanze ho trascorso due mesi. Andavo là tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, per fare radioterapia. Attraversavo le stampe appese alle pareti e mi sedevo nella sala d’aspetto assieme agli altri. C’erano donne, uomini, giovani e vecchi. Persone operate e persone che non avevano subito interventi. Uomini con la bocca collassata da una parte, l’orecchio ricucito, la guancia cadente, l’occhio slabbrato e le labbra tirate da una forza invisibile e violenta.

Eravamo tutti molto composti e misurati, anche gli sfigurati che salutavano con voce blesa e si comportavano come se fosse tutto normale. In particolare ho in mente un uomo, un signore distinto, dai pantaloni di velluto e i maglioncini di cachemire color crema o cammello. Il loden. E quella faccia espressionista. Si chiamava Dario e aveva superato i settanta. Faticavo a capire cosa diceva quando si rivolgeva a me, perché la bocca era spostata tutta a sinistra.

È molto avvilito, mi diceva la moglie ogni volta che lasciava la sala d’aspetto per la radioterapia. È triste, piange sempre. Non mangia, non mi mangia!

E si mordeva le mani, faceva il gesto di mordersele. A vederlo non sembrava né depresso, né smagrito, ma credevo alla signora e lo incoraggiavo. E lui incoraggiava me.

Quando lo guardavo ero terrorizzato. Mi chiedevo: e se succedesse anche a me una cosa del genere? Gli sguardi delle persone lungo la strada, il bambino che indica e la madre che gli abbassa il braccio e si accoscia per sgridarlo.

Dario non si vestiva di stracci, in tuta o in quel modo raccapricciante, come certi vecchi, che si vestono da adolescenti. Voleva ancora piacere agli altri. Forse voleva piacere anche alle altre, mentre le uniche emozioni che avrebbe suscitato sarebbero state paura o dolore: Dio mio, ma cosa ti hanno fatto alla faccia?

Chissà come avrei reagito io agli sguardi per strada, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. La sola idea era capace di atterrirmi. E quindi, su quella condizione violenta come un abisso, avevo tirato una specie di tendina mentale leggerissima e trasparente. Facevo finta che fosse un muro alto e solido, ma non era così.

La dignità, come fai con la dignità che spesso si perde anche senza aver subito interventi e macellazioni? Si perde anche quando si è giovani, forti e in teoria coraggiosi. Come si fa a portare addosso il dolore? Guardare fisso le persone quando ti parlano e quando ci parli, pur sapendo che loro, una parte di loro, è distratta dalle condizioni della tua faccia. Come si fa a fare finta di niente pur sentendo ogni momento che il dolore ti è addosso?

Un giorno, lungo il corridoio, mi sono fermato a guardare la riproduzione di un Van Gogh, un autoritratto, uno degli ultimi fatti prima della morte.

Indossava un cappello, viso pelle ossa e la barba arancione e ispida. Lo sguardo fisso davanti a sé. Il viso in leggero soqquadro. Per quanto nascosto era evidente che qualcosa là dietro, dalle parti dell’orecchio, era successo. Più le sedute di radioterapia procedevano, più si combinavano con la chemioterapia, più m’inoltravo in una esperienza che non posso che definire terminale, in corsivo.

Per la prima volta avevo capito cosa era la sofferenza e la dignità. Sapere di stare solo al mondo, sfigurato eppure bellissimo, nel senso di intenso. Van Gogh, quello almeno dell’autoritratto nei sotterranei dello I.N.T. era un fratello, un faro, una guida. Lo sguardo diceva in modo così semplice e doloroso: mi è successo questo, e fa malissimo. Sono qui, davanti a te, così triste che nemmeno piango più, ma ancora tengo lo sguardo diritto e mi lascio guardare.

Ho iniziato a pensare che Dario, Rosi, Elena, Angelo, Damiano, tutti quelli della sala d’aspetto erano come Van Gogh. Smascherati, aperti, con il volto squarciato sul mondo e assieme una dignità nel dire: la mia storia è scritta in faccia. Non ho più niente da nascondere. Sono qui e i miei occhi sono come due stelle da cui non riesci a distogliere lo sguardo.

Da quel giorno tutte le volte, prima di entrare, mi fermavo a guardarlo, a guardare in faccia Vincent. Anche quando arrivavo con la mascherina, sulla sedia a rotelle, in preda ai conati per la chemio, almeno un’occhiata gliela davo e ogni volta sentivo spingere verso l’alto, dallo stomaco alla testa, con la pressione di una falda acquifera, il desiderio di aiutare quel signore nel dipinto, di abbracciarlo e dirgli: ti capisco, capisco ogni atomo di quello sguardo. E se ti capisco sei salvo, non sarai mai solo. Non c’è bisogno di parlare, non c’è bisogno nemmeno di muoversi. Tutto quel dolore che ti fa splendere gli occhi lo conosco.

Lungo i corridoi di radioterapia ho incrociato il primario diverse volte e spesso sono stato tentato di chiedergli se c’era una ragione precisa, perché quei quadri, in quella sequenza soprattutto, erano stati appesi, o se la scelta era stata casuale. Ma il primario camminava con espressione sempre timida e distaccata e io non sapevo come cominciare il discorso. Ho lasciato perdere. E a ripensarci non credo m’interessasse gran che.

Era come il casuale organizzarsi della natura, una montagna, una foresta, il mare; ci troviamo lì di fronte e sentiamo che quelle forme calzano un nostro sentimento alla perfezione (bello che la parola perfetto voglia dire compiuto – immune da lacune e mancanze –, completamente coperto, riempito: come se l’anima trovasse un corpo della sua misura e lo riempisse fino all’orlo, non una goccia di più, non una di meno).

Il quadro di Van Gogh era l’ultimo sulla destra prima di entrare nella sala d’aspetto.

Al ritorno, dopo la terapia, dalla parte opposta, prima di prendere l’ascensore e lasciare il sotterraneo, c’era un poster di Munch. Abeti al crepuscolo su un terreno coperto di neve. Il punto di vista del pittore non era immerso tra gli abeti, ma non era neppure quello di uno che guarda la scena da lontano. Si trovava all’inizio della foresta, al suo ingresso. Era così facile capire, sentire voglio dire, quel quadro. Abeti, crepuscolo e neve, ma soprattutto essere sul punto di entrare là dentro, mentre il buio è prossimo a scendere. Ogni passo che fai è sempre più notte, è sempre più foresta e non puoi tornare indietro. Non so perché non puoi, forse c’è qualcosa di magnetico in quella visione spaventosa e in qualche modo rassicurante. Senza trucchi e infingimenti il quadro ti dice che quello è dolore e non si può fuggire, bisogna entrare. Mi dicevo: forse morire vuol dire questo, avere una immagine del genere dietro gli occhi e nel cuore. Un passo, e ci sei dentro: il crepuscolo, gli abeti alti, silenziosi e la neve a terra che attutisce, assorbe i rumori, invita al bisbiglio, poi al silenzio e infine al distacco.

Ridotto a pezzi con la bocca piena di ferite, senza saliva, debilitato e intontito dal dolore e dalla morfina, guardavo quella stampa e nella sua malinconia, nella sua verità, era capace di rincuorarmi. Quello che stavo vivendo dentro era così, a pochi passi da una bosco di abeti, verso le quattro di un pomeriggio di dicembre.

Grazie a Barbara Setti e Alessandro Marzocchi

Condividi

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

FB@minima.it

Filippo Belacchi lavora tra Fano e Firenze. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Cinque racconti e una resa dei conti (Pequod Italic 2011) e nel 2015 il racconto Desolation Row. Insegna Letteratura Comparata alla Gonzaga University a Firenze. Ha scritto saggi su Vladimir Nabokov, Don DeLillo e Martin Amis.

Articoli correlati