Non so neppure come si chiamano tecnicamente: obituary, necrologio, ritratto. Quei lunghi articoli, non i coccodrilli, che riescano a dare un’idea di chi sia stata una persona nel suo mondo e facciano capire la densità e il senso della loro perdita.  Ecco, sì, questo credo di poterlo fare. 

Parlerò del mio Martin Amis, di quella figura con la quale per alcuni anni ho parlato, ogni giorno quasi tutto il giorno. La persona “grazie” alla quale a un certo punto ho pensato che volevo vivere solo di e con la letteratura; la persona che mi ha mostrato che i romanzi possono rappresentare e incarnare l’andatura e il respiro del mondo. 

E poi, come sempre accade, anche se sembra non debba mai accadere, la vita e gli anni hanno cambiato le cose e noi, gradualmente, ci siamo persi di vista. 

La scorsa estate l’ho sentito di nuovo (Inside Story, che mi pare Einaudi manderà questa settimana), ma lo smalto brillante della sua voce e del mio orecchio erano ormai opachi e noi quasi due estranei.

Ieri sera, poi, un’amica su Telegram: Oh. Ho letto adesso che è morto Martin Amis! Ho prima letto morto, e pensavo di leggere un altro nome, che per scaramanzia non scrivo. E invece. E invece mi è arrivato uno schiaffo e mi sono detto che non era possibile, poi la mente, alla mia età, ha subito razionalizzato. Ma quella razionalizzazione, come una coperta, sentivo che non copriva tutto, e quindi mi sono seduto al computer, mentre mia moglie andava a dormire e fin verso le due e mezzo ho letto quel che scriveva la stampa estera, il Guardian e il NYT, per lo più, i commenti su Reddit, e gli articoli/coccodrillo sulla stampa italiana, che erano cose più o meno tradotte dall Times. Nel buio della cucina, sentivo intanto la mia tristezza espandersi. Con il passare degli anni diventa sempre più nitida e dura; meno morbida e onirica, ma sorda, ottusa, eppure chiara, ben definita, come una sagoma di buio che avanza indolente e inesorabile.

Parlerò di Amis, del mio Amis, perché quello vero non l’ho mai conosciuto. Abbiamo parlato una volta per un quarto d’ora a Capri, circa quindi anni fa, quando ha firmato le mie copie di alcuni suoi romanzi. In quel periodo devo essergli sembrato una sorta di Annie Wilkes, perché effettivamente lo ero. Ero convinto (e in fondo lo sono ancora) di conoscere meglio di lui il suo unico vero capolavoro (e il suo più sfortunato), L’informazione.

Fu molto educativo incontrarlo, perché nella mia suprema ingenuità pensavo che Amis fosse L’informazione, certamente credevo che il suo cuore, il suo umore fossero quelli che si respiravano in quel romanzo colmo di personaggi feriti a morte, intrisi di una vitalità cupa e senza sbocco; inconsolabili e consapevoli del posto che per puro caso gli è toccato in un mondo, in un universo che guarda altrove, anzi non guarda, perché non ha occhi.  (Una citazione al volo da L’informazione, in cui il protagonista Richard Tull, scrittore fallito e invelenito dal successo planetario riscosso da un romanzo scritto dal suo amico di vecchia data Gwyn Barry, lascia cadere la testa in avanti, disperato per la vita, i fallimenti, le bugie, il posto che si è trovato ad abitare nel mondo, e cosa le sue sofferenza significano se messe nel contesto là fuori:

La testa di Richard cadde all’improvviso come un corpo morto e rimase sospesa ad angolo retto contro la lucentezza del suo panciotto di paisley. Era crollata di circa quarantacinque gradi… Il che è molto, in certe scale, per certi computi. Per esempio, la Stella di Bernard, come viene chiamata, percorre un arco di 10,3 secondi all’anno. Cioè un quarto appena della capocchia di spillo di Giove – circa un sesto di grado all’anno. Eppure nessun altro corpo celeste mostra un moto proprio di tale ampiezza. Per questo è chiamata la Stella Fuggitiva… E con il solo lasciar cadere la testa a quel modo, Richard stava modificando la propria relazione temporale con le quasar di migliaia e migliaia di anni. Sul serio. Perché le quasar sono lontanissime e continuano ad allontanarsi a grandissima velocità. Questo tanto per mettere le difficoltà di Richard nel contesto appropriato. Il contesto dell’universo.)

A Capri sono lui e McEwan. Parlano per un’ora, mentre io giro nella piazzetta, come Travis Bickle, con i libri sottobraccio. Mia moglie è appoggiata alla ringhiera con la macchina fotografica, alle sue spalle faraglione, mare Dolce & Gabbana, Bela Tarr. 

Ogni tanto gli occhi miei e suoi s’incrociano, capisco che qualcuno gli ha detto che c’è un suo lettore che è venuto da Firenze per ascoltarlo. Ha capito che sono io, momenti d’imbarazzo, è di una timidezza feroce, ogni tanto guardo la moglie, che ha gli occhi di paurosa intensità, capelli neri stupendi, occhi da Medusa buona, minuta, sembra una donna tremendamente in gamba. 

Lui intanto quando non fuma si rolla una sigaretta di Golden Virginia. Io sono alto un metro e novanta, lui è basso, ha la pelle abbronzata e compatta, il culo all’insù, da galletto, e gli stivaletti, i Blundstone, e una camicia, le camicie di lino che indossano gli inglesi quando vengono in vacanza in Italia. 

Alla fine  della chiacchierata sono il primo ad andare verso di lui, che ha capito e mi dice aspetta un attimo, sbriga firme e chiacchiere con un gruppetto di ammiratori e poi, finalmente soli, cominciano i miei minuti di follia. Gli dico quel che penso del romanzo, con riferimenti, quasi uno scienziato che presenta foglietti spiegazzati con calcoli che dimostrano che le sue teorie sono esatte. Forse ho preso troppo alla lettera le indicazioni di Nabokov, che un lettore è come un poliziotto sulla scena del crimine, deve sempre cercare di capire come ha ragionato l’assassino. 

Ho sempre pensato che Lei è Marco Tull, gli dico. E lui resta sorpreso: con uno sguardo divertito mi guarda con gli occhi che dicono: Cazzo, non ci avevo mai pensato, ma allo stesso tempo leggo anche un impercettibile, who the fuck are you, man? E allora gli cito dei brani del suo romanzo e lui sorride compiaciuto, lui ne cita un altro, di brano, e io — giuro, è vero, —  lo correggo, perché sbaglia una parte della citazione. La mia arroganza, Dio, la mia arroganza. E di questo è divertito e infastidito assieme. 

E poi guarda la mia copia dell’informazione e sorride perché è tutta scassata e consumata, esclama God! you must have read that book, o qualcosa del genere.

Ci stringiamo la mano e ci salutiamo. E capisco un sacco di cose su di lui e quindi su di me. Capisco che io sono ancora dentro L’informazione e lui ne è uscito. L’errore di sovrapporre (non ci avevo mai seriamente pensato fino a quel momento) l’opera alla persona, che stupidaggine!  ma non lo avevo mai veramente  capito. 

Poi ho rivisto, il giorno dopo, le immagini di quel tardo pomeriggio a Capri, la moglie innamorata e splendida, l’amico McEwan, i nuovi progetti, lo scrittore di successo in tournée, i figli, le figlie, davvero si può essere così sciocchi dal voler far entrare una persona, una vita dentro due tre romanzi? Quelli erano una parte, magari per un periodo, una parte consistente della vita di un uomo, ma non erano quell’uomo. I libri sono cose che capitano ai lettori e agli scrittori. E poi si tira avanti. Lui aveva già scritto altri libri, io ero ancora là dentro. Poi anche per me la tensione si è allentata e come le storie d’amore che sembra impossibile finiscano, davvero impossibile, come sembra impossibile che le persone muoiano, la storia d’amore si è sciolta. E sabato sera mi hanno detto che Martin Amis non c’è più. Sì, resta lo scaffale, gli scaffali pieni di suoi libri, come dice Rushdie. Però mi dispiace sapere che d’ora in avanti, quando sono in auto, cammino, o taglio l’erba del prato non potrò più pensare: chissà cosa starà facendo Martin Amis?

 

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Autore

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Filippo Belacchi lavora tra Fano e Firenze. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Cinque racconti e una resa dei conti (Pequod Italic 2011) e nel 2015 il racconto Desolation Row. Insegna Letteratura Comparata alla Gonzaga University a Firenze. Ha scritto saggi su Vladimir Nabokov, Don DeLillo e Martin Amis.

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