A Sanremo non vince mai la canzone migliore, ce lo ripetiamo da decenni. I regolamenti cambiano, il peso delle giurie varia, il presentatore cambia, e con lui le co-conduttrici e i co-conduttori – tema sul quale ci sarebbe molto da dire, ma non sarà questo lo spazio di approfondimento sulla conduzione della kermesse. Ce lo ripetiamo per stemperare il malumore che non di rado si manifesta al momento della resa dei conti: il verdetto finale della gara. A Sanremo non vince quasi mai chi vuoi che vinca: me lo ripeto ogni santa volta e alla fine dell’edizione poi sbuffo, nonostante l’auto-monito mi ingrugno, e, qualche volta, come quest’anno, addirittura mi incazzo.
È innanzitutto una questione di gusto, e perciò inevitabilmente, di tifo. Ché se ti piazzi sul divano e segui la maratona per cinque serate, quando arrivi all’ultima, la pendenza si crea, la simpatia si sviluppa, la gara titilla l’ormone e senza accorgertene la faccenda ti risucchia, tifi inevitabilmente per qualcuno che rispecchia il gusto della tua annata, per la canzone che più riflette il periodo che stai attraversando. Che si tratti di una preferenza spontanea, di un condizionamento da iper-bolla social o della conferma che andavi cercando da tempo, Sanremo diventa una tombola anche se non partecipi al Fantasanremo. La mano si stringe a raccolta dei tuoi fagioli preferiti.
Arrivata alla puntata finale quest’anno, primo anno di Carlo Conti, avvicendatosi ad Amadeus, realizzo di tifare per Giorgia e Achille Lauro, senza essere mai stata una fan né dell’una né dell’altro. Lauro, questa volta sul palco senza tutti gli orpelli di un personaggio costruito, si abbandona a un intimismo evocativo, mente gli arzigogoli ardimentosamente stratosferici della voce Giorgia mi raccontano di una donna ammaliata da un incantesimo, un attaccamento seducente e molto probabilmente malsano, che alla fine viene spezzato. Ma il bello di Sanremo è anche questo, quantomeno per me: cambiare idea, scoprire qualcosa di nuovo, affidare a un abbaglio collettivo il proprio riscatto personale. Perché il tifo in sostanza è sempre questa roba qua: un’ambizione narcisistica per procura.
E quindi mi indigno perché Lauro arriva settimo e Giorgia sesta. Ecco che improvvisamente mi sento tagliata fuori dall’olimpo dei cinque dèi che si contenderanno il trono. E questa è la prima parte della storia, quella della tifosa con una predisposizione per il binge watching e due fagioli in mano. La seconda parte, che inizia adesso, è quella della fanciulla afflitta.
Cerco di non pensare al fatto che la seconda donna in classifica si è posizionata al numero 12, è Elodie. Ciò significa che il femminile stando alle prime undici posizioni sta a meno del 10% sul maschile. Cerco di non pensarlo, ma l’ho appena fatto, il mio pensiero fallibile ha un peso che non posso ignorare. Il fatto che il mio inconscio abbia selezionato questa informazione come passibile di nota è ormai un dato, non posso nascondermi. Ho un déjà-vu, presto confermatomi attraverso l’unico social che consulto: appena due anni fa la stessa situazione: cinque uomini sul podio (che per il terzo anno consecutivo include cinque concorrenti anziché tre). Nel 2024, dei cinque, tre erano stati uomini. Ciò significa che di quindici succulente postazioni soltanto due sono state assegnate a fanciulle, come me, nell’arco di tre anni. Ho una vampata di rabbia che, potessi scegliere, preferirei non avere.
Allora mi colpevolizzo per non aver ascoltato più volte Joan Thiele, posizione numero 20, per non averla segnalata agli amici, perché Eco è uno dei brani più interessanti e Joan se lo è scritto. Ho i sensi di colpa per essermi accostata con pregiudizio a Noemi: avrà scelto ancora una volta una canzone che non la valorizza a sufficienza? Perché il graffio nella voce di Noemi è un tipo di graffio che in Italia ha solo lei. E perché allora Noemi sta quasi a metà classifica, e non sul podio, malgrado il suo pezzo sia stato scritto dal due volte re di Sanremo Mahmood, dal principe Blanco e da Michelangelo?
Tuttavia razionalizzo: Lucio Corsi, Brunori Sas, Fedez e Cristicchi sono bravissimi. Sono bravi ed è giusto che siano lì. Ho apprezzato le loro canzoni, sin dal primo ascolto. Il cantautorato è bello, è fondamentale. Abbiamo bisogno di un ricambio generazionale. Ciascuno di loro, in maniera diversa, ha mostrato il fianco, in maniera autentica. Su Olly si apre un capitolo più pernicioso, direttamente legato al bandolo della matassa, e ci arriveremo nella quarta parte di questa storia. Sanremo è una competizione nella quale confluiscono diverse variabili e una sovrastruttura ramificata, ogni volta imponderabile.
Come spesso succede quando troppe anime necessarie si contendono quell’unica sedia, ecco le zampette dell’ape regina delle intuizioni posarsi sulla mia guancia arrossata dal vino bianco: Olly è la soluzione indolore per tutti, approssimativa eppure bilanciata, balorda e nostalgica, energica e qualunquista, giovane, maschile e adulatoria. Perché porsi tanti quesiti autoriali (e pare questo fosse proprio l’anno del risveglio: quello in cui c’era l’urgenza di sottolineare ai vieppiù, cinque posti mica tre – donne, è arrivato l’arrotino – che i cantanti in Italia hanno anche una penna, una bella penna) quando la soluzione democristiana, con la R francese (cuorissimo) e instagrammabile in fondo è a portata di mano?
E qui veniamo alla terza parte della storia, la più scomoda, quella della femmina incazzata. Mentre Achille Lauro restituiva dai camerini stralci memorabili di backstage con esplosioni vendittiane duettando con Antonello stesso – il pezzo sanremese di Lauro a mio avviso rimanda addirittura a Cuore selvaggio di David Lynch, ma siamo tifosi, il sedimento di ogni cosa è coccolosamente nostro – Giorgia è stata richiamata sul palco per la parentesi sanremese più sconcertante, e al contempo esaltante, di cui abbia memoria.
Che Giorgia fosse tra i favoriti lo si sapeva fin dall’inizio, ciò che non si sapeva è che in assenza del primato le sarebbe stato servito il ridicolo. È stata insignita della targa di un’azienda, di cui, quantomeno fino a qualche mese fa, era una testimonial. Si è commossa, non si capiva bene se per sincera emozione o per parziale disperazione o imbarazzo. E qualcuno sui social questa cosa l’ha commentata anche giustamente così: “a giorgia il premio tim come se fosse una scappata di casa al serale di amici”, tutto minuscolo senza punteggiatura. Però è stato anche il momento che le ha consegnato l’ufficialità di una vittoria morale e non sempre succede: tutto il teatro declama, tra gli applausi, “hai vinto tu, hai vinto tu”.
Una cosa è portare in gara una canzone a detta di alcuni non all’altezza, e su questo mi permetto di dissentire, un’altra cosa è tralasciare il fatto che con l’esibizione di Giorgia quest’anno si è avverato ciò che a mio giudizio è il massimo si possa chiedere alla musica, all’arte in genere: la sensazione fisica di vivere un teletrasporto in un’altra dimensione. Poi è arrivato il cubotto in plexiglas e insieme il riconoscimento della platea, ma a quel punto il pastrocchio era già stato incartato.
Pur non essendo una seguace di Giorgia, ma con la mascella ancora molle per ciò che l’artista ha espresso sul palcoscenico con La cura per me, domando in quale posto del mondo una performance di tale rilievo passerebbe direttamente al premio vattelapesca, posizionandosi al sesto posto. Whitney Houston, Aretha, Adele, dove siete?
E interpello giustappunto Adele per ricordare che la serata cover, a differenza del concorso, è stata vinta proprio da Giorgia e Annalisa, che si sono esibite con Skyfall. E qui si apre la parentesi Annalisa, su cui tornerò più avanti, nell’ultima parte di questa storia, quella in cui dopo essere stata la tifosa dei fagioli, la fanciulla afflitta e la donna incazzata, divento la pornografa dei dati.
Un’orda di fan si scatena sui social a sostegno della sesta classificata, la prima voce significativa che intercetto su X è quella di Elodie. Ospite di Domenica In, a scrutini non ancora ufficializzati, Elodie solleva un polverone a oggi non ancora acquietato – quando seguono polemiche ad alta risonanza significa che i tempi della deflagrazione sono ormai maturi. A colpirmi non sono tanto le parole espresse dalla cantante in difesa della collega, ma quelle relative alla sua esperienza personale: “sembra che le donne debbano fare le capriole… devi cantare bene, devi essere una grande interprete, fare le capriole, fai il palo, fai la pole dance, non basta… è sempre un po’ così per noi”.
Il difetto principale di alcune delle artiste in competizione quest’anno a Sanremo è stato quello di proporsi con un brano che aveva più l’aria di un oggetto preconfezionato per l’Eurovision o derivativo di altri successi, che non il risultato di una spontanea espressione di sé. Perché se sei invitata ad alzare continuamente l’asticella, qualcosa dentro di te non gira come dovrebbe girare, penso, e l’espressività inevitabilmente ne soffre. Il risentimento di Elodie acquista un valore ancora più persuasivo allora: se neppure Giorgia, la collega con un pezzo ben realizzato e una voce irripetibile, avvalorata da una professionalità conclamata, è in grado di ottenere un riconoscimento netto, da femmina cos’altro puoi fare per vincere un festival di musica leggera? La pole dance? Un salto doppio carpiato?
Tutti quanti sappiamo che le variabili in gara a Sanremo sono moltissime. Non sarebbe una tombola altrimenti: possiamo ragionare in termini di qualità, di carriera, dei trend di mercato, delle preferenze d’annata, di televoto, giurie, regolamenti, forza manageriale, potere contrattuale, addetti stampa, etichette discografiche. Non ho l’interesse né la preparazione per addentrarmi nell’analisi comparativa di aspetti che tra una settimana avremo tutti dimenticato, ma voglio dare uno sguardo ai dati che fanno la storia di una manifestazione canora e delineano un quadro sociologico. Per fare questo ho copincollato gli elenchi che mi interessavano da Wikipedia e li ho buttati su Excel, ricavandone alcune informazioni.
Su 75 edizioni del festival il primato a una donna solista o a una coppia femminile è stato conferito 17 volte, che equivale al 22,7% del totale vincitori. La percentuale maschile (solista, coppia o tris di uomini) è del 49,3%, i gruppi (senza distinzione di genere) rappresentano il 13,3%, i duetti uomo-donna + le collaborazioni cantante-gruppo (senza distinzione di genere) hanno raggranellato il 14,7%. Esplicito il tutto anche per chiarire i criteri di accorpamento che ho scelto per la mia analisi. Qui sotto riporto un grafico che sintetizza il progressivo dei vincitori (non dei podi, dei soli vincitori) di Sanremo dal 1951 al 2025, divisi per le categorie appena descritte. Potremmo fare diversi commenti, ciò che salta immediatamente all’occhio è l’impennata decisa della curva blu, da un certo momento in poi e soprattutto dal 2005 a oggi.

Negli ultimi ventun anni tre donne hanno vinto Sanremo a fronte di quattordici uomini. Soltanto una volta si è verificato un podio tutto al femminile, nel 2012 con Emma, Arisa e Noemi, quelli al maschile sono stati cinque. Memori del pregresso di due decadi e fermo restando che la rappresentanza femminile in gara è quasi sempre in misura nettamente inferiore rispetto a quella dei colleghi maschi, una contante X ammessa a Sanremo nel 2026, parte per la Liguria sapendo che ha il 14,3% di possibilità di vincere, le chances di arrivare al secondo posto non superano il 23,8%, saliamo al 28,6% per il terzo posto.
Quest’anno a Sanremo ha vinto la sensibilità autobiografica maschile (non Giorgia e non la manager più discussa d’Italia). Hanno vinto quattro generazioni di uomini che hanno espresso la loro vulnerabilità. Joan Thiele non avrebbe sfigurato su quel podio, magari vicino a Lucio Corsi, sia per qualità espressiva, sia per la storia che racconta: la fragilità e la fratellanza in una famiglia difficile. Di Lucio si è cominciato a parlare a festival non iniziato, di Joan Thiele, in proporzione, a oggi quasi non vi è traccia.
E se fosse questo il tempo in cui ci è richiesto di renderci testimoni della vulnerabilità maschile? Ciò significa allora che arriverà un tempo in cui, senza fare grossi sforzi, senza far fare le capriole a nessuno, il talento inequivocabile e imperituro di una Giorgia potrà raggiungere il primato? (d’accordo, ha già vinto con Come saprei nel 1995, ma questo non cambia il discorso di una virgola.) O per dare il riconoscimento assoluto a una voce che in Italia quasi non ha termini di paragone dovremo aspettare che a vincere sia per la terza volta Marco Mengoni? Il rischio, se l’annata proclama l’urgenza dell’autorialità, può essere che Giorgia non sia comunque abbastanza – sebbene, come tutti i posizionati sul podio, abbia partecipato alla stesura del suo brano.
Ecco che dismetto i panni dell’avvocato del diavolo e mi rimetto la maglia sudata della tifosa (o forse tengo entrambe, chi lo sa) per rivolgere uno sguardo al passato e per chiudere l’inciso su Annalisa e pure un testo che si sta allungando troppo.
I miei più grandi affronti da spettatrice di Sanremo restano il mancato primato conferito a Patty Pravo, in particolare quando nel 1997 presentò E dimmi che non vuoi morire, scritta tra gli altri da Vasco Rossi, e a Malika Ayane per Adesso e qui (nostalgico presente) nel 2015. L’edizione del 1997 la vinsero i Jalisse con Fiumi di parole, Patty arrivò ottava. Ayane arrivò terza, al vertice si classificò Il volo con Grande amore. Entrambe le artiste parteciparono con brani di indubbia qualità a edizioni in cui le cantanti erano in buon numero. Non raggiunsero il vertice ma a entrambe fu assegnato il Premio della Critica. A Sanremo non vince mai la canzone migliore, figuriamoci i capolavori anche quando sembra l’annata giusta.
Nato nel 1982, poi dal ‘96 intitolato alla memoria di Mia Martini, il Premio della Critica ha espresso un orientamento non diverso dalla tendenza: il 52,3 % dei riconoscimenti sono andati agli uomini, il 27,3% alle donne, il 13,6% ai gruppi musica, il 6,8% a duetti maschio-femmina e a collaborazioni cantante-gruppo. Il Premio Tim, inaugurato nel 2017, ha raccolto i suoi consensi per la prima volta attorno a una donna quest’anno.
Un’ultima nota e poi chiudo. Madame è una delle cantautrici più interessanti della scena musicale italiana contemporanea. Ha pubblicato tra gli altri un album davvero meritevole, e considerati i suoi ventitré anni di ineguagliabile maturità, dal titolo “L’amore”. Ha partecipato due volte a Sanremo, nel 2021 e nel 2023, senza vincere. Ha vinto per La noia, brano co-scritto con Angelina Mango (e Dardust) nel 2024, anno in cui era plausibile, per non dire auspicabile, arrivasse la consacrazione di Annalisa, posizionatasi alla fine al terzo posto con il riuscitissimo Sinceramente. L’idea che ne ricavo è che anche in presenza di qualità e talento, le femmine finiscano per contendersi quell’unico spazio disponibile nell’anno deputato, per poi doversi rimettere in coda e aspettare quel centinaio di lune che le separa dalla successiva slot propizia.
Annalisa ha raggiunto il vertice della classifica sanremese quest’anno, al suo settimo tentativo, con la suprema cover di Adele cantata con Giorgia, vittoria di fatto collaterale – a fronte di innumerevoli visualizzazioni, certo – ma che non può non suonare un poco consolatoria, dispiace dirlo, alla fine per entrambe. Con il polverone che si è creato, da sesta classificata, Giorgia sta ottenendo un’attenzione potenziata, addirittura sovradimensionata, nulla è andato storto alla fine, no? Ma per fare dei ragionamenti sensati, non è sempre possibile appellarsi alla strategia controintuitiva, al guadagno per sottrazione, al colpo di sponda.
Gli ingranaggi del sistema ci sono sempre stati, ma ho l’impressione che sempre più spesso la classifica sanremese offra un quadro piuttosto eloquente di ciò che uno spettatore non dovrebbe così facilmente intuire: il ventre della macchina – non a caso ai numeri di Sanremo mi sono interessata oggi per la prima volta.
Inoltre, dato che la sincronicità ha il suo peso e siamo tutti contrari al vincolo delle quote rosa, oltre che certi il patriarcato con l’industria musicale oramai nulla più c’entri, mentre andiamo in massa da Elodie e la persuadiamo del fatto che è arrivato il tempo di spendere una serie di sonori “no” alle continue richieste al rialzo, qualcun altro potrebbe favorirle l’idea che può esprimersi creativamente e con risultati meritevoli di eccellenza pur non facendo la contorsionista, l’acrobata, il parapendio e il bungee jumping? Come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte.
Infine – poiché senza memoria non c’è futuro – adesso che Lucio Corsi impacchetta Topo Gigio per la trasferta in Europa, intanto che Mahmood si è distratto un attimo nel triplice ruolo di co-conduttore, performer e golden promoter del suo nuovo singolo, mentre Noemi comincia “serenamenteee” a imbastire i rudimenti per la nona partecipazione “a questa storica sagra”, facciamo che se Giorgia dovesse fare tanto da ripetersi in una esibizione di limpida grandezza, al vertice ce la mandiamo: è una cosa facile, ce la possiamo fare. Quando è naturale che sia, il vertice ci vuole. Perché è probabile le api operaie che osservano la regina, e tutto quanto lo scenario dall’interno, possano ricredersi di qualcosa di cui oramai tutti dubitiamo, ossia che questo piccolo, velleitario, contestabile vezzo di voler vincere al Festival di Sanremo, al momento giusto, e senza fare troppa fatica, può essere un obiettivo realizzabile. (Sospiro e rilascio di spalle) grazie.
(In copertina: foto di Rob Laughter su Unsplash)
Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
