C’erano una volta i giornali (e verrebbe da dire anche i giornalisti-giornalisti). Le redazioni fumose, le dita nere d’inchiostro, le notti davanti al telefono in attesa di una conferma che arrivava con voce roca e sonno in gola. Purtroppo, chi scrive, non le ha mai vissute. 

C’era una volta Roma. Che non dormiva mai. Di quel mestiere e di quella città Marco Molendini è stato cronista, critico musicale. Testimone. E il suo ultimo libro Sotto il sole di Roma (minimum fax, 2025) è la fedele ricostruzione di mezzo secolo di vita pubblica e privata, di giornalismo e di musica, di passioni e di illusioni condivise.

Il suo non è un libro di memorie e tantomeno un’autobiografia. È una topografia sentimentale: la mappa di una città che si raccontava da sola e di un giornalismo che sapeva ancora ascoltare. Molendini non ha bisogno di perdersi nella ricerca né di eroismi né di singolari aggettivi, lascia parlare la materia viva, le voci, i luoghi, i bar, i grandi personaggi e la gente comune, i redattori che urlavano da una scrivania all’altra e poi uscivano insieme a bere.

La sua Roma non è solo quella dei ministeri e dei salotti, ma quella dei teatri, delle osterie, dei cortei, dei cinema di quartiere, dei concerti al tramonto, delle notti all’Hemingway e poi al Bar della Pace. È la città che ha visto passare Chet Baker e Gato Barbieri. È la città di Ennio Flaiano, Alberto Sordi, Federico Fellini. È la città che si è reinventata ogni notte sotto lo stesso cielo irrequieto.

Il Messaggero è il centro del libro di Molendini. Il Messaggero non come giornale, ma come organismo che respira. Una città nella città. La sua redazione romana, in via del Tritone 152, diventa lo specchio di un’epoca in cui le notizie si costruivano e non si aggregavano. E il mestiere di giornalista era soprattutto un atto di presenza. Oggi, in confronto, il giornalismo somiglia a una radiografia senza corpo. Allora era artigianato, corpo a corpo con la realtà. La verità si cercava con le mani, con le orecchie, con gli occhi, con la strada sotto le scarpe.

Molendini racconta tutto questo con una prosa precisa, asciutta, da cronista che ha imparato la misura del tempo e la pazienza delle attese. È un libro che sa di educazione sentimentale: la storia di una generazione che ha vissuto Roma come un teatro infinito dove cultura, politica e cronaca parlavano quasi la stessa lingua. Una lingua che oggi si è persa, travolta dalla velocità e dall’indifferenza.

Roma, per Molendini, non è uno sfondo. È un personaggio. Vive di eccessi, di improvvise dolcezze, di notti senza fine. È la città che può partorire un’idea geniale e un disastro nella stessa ora. È la Roma dell’Estate Romana, dei cinema di Massenzio, dei concerti di Dalla e De Gregori al Flaminio, del delirio poetico di Castelporziano, dei caffè di Via Veneto, del carnevale brasiliano in Piazza Navona. È lì che Molendini colloca la sua generazione: tra la polvere, la musica e la cronaca, nel momento in cui la città passava dal terrorismo al “riflusso”, senza mai smettere di inventarsi.

Alla fine questo libro è anche un atto di resistenza. Non alla modernità, ma alla superficialità. Ricorda che raccontare è ancora un modo per capire. E capire è un modo per non sparire.

Molendini appartiene a quella generazione di giornalisti che non avevano un brand da difendere ma una voce. Che si sporcavano le mani, la reputazione e non temevano di sbagliare. Sotto il sole di Roma è la prova che qualcosa ancora esiste e resiste. Che la curiosità è una forma di fedeltà. E che il compito del giornalista, ieri come oggi, è restare lì, nel calore e nella polvere, con lo sguardo sempre acceso.

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1 commento

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s.magi@tin.it

Stefano Magi, classe 1996, vive a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano. Nel 2019 ha fondato a Radicofani, con altri ragazzi, “La Posta Letteraria”, oggi considerato il più grande festival di libri fuori dalle grandi città.

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