Intervento tenuto presso la Biblioteca Emeroteca Comunale di Spinea per il ciclo “Le ceneri di Pasolini” (per alcune citazioni da interviste ringrazio e rimando allo splendido lavoro di “Città Pasolini” a cura di S. M. Gutiérrez)
Premessa
Il grano ha qualche importanza nella mia vita? Le nostre morte, o meglio, letarghi non hanno cessato di essere in comune?
Questo si domandava Pasolini in una delle poesie scritte nel periodo in cui stava lavorando a Medea. Sovrapponendo i suoi interrogativi, il proprio io, a quello che pensano o dicono alcuni dei personaggi del film, da Medea stessa al centauro Chirone che progressivamente si razionalizza in uomo e bipede:
Dio, e adesso?
A chi getto i semi oltre la mia spalla sinistra?
Posso smembrare un morto e seppellirne i pezzi nei campi?
In sogno i morti mi appaiono come maschere o topi?
E poi, ho forse il terrore che il sole, un giorno o l’altro,
non risorga, oppure che l’erba non cresca più?
Vivo in questa continua ansia? L’anno è un tempo concluso,
col suo principio e la sua fine,
e dunque con una morte e una resurrezione?
Il grano ha qualche importanza nella mia vita?
Penso che un’orgia su una tomba aiuti il raccolto?
E quanto alla luna, la trovo solidale col serpente? Mi sbaglio, Dio,
o il tempo si riapre non ha più la sua forma d’uovo? […]
«Quel che io ho visto nei cereali,
quel che ho imparato da questo rapporto,
quel che ho inteso dall’esempio dei semi
(che perdono la loro forma sottoterra, per poi risorgere)
tutto questo rappresenta la lezione definitiva».
Ma ora questa lezione definitiva non serve più.
Ciò che tu vedi nei cereali,
ciò che intendi dal rinascere dei semi è per te senza significato,
come un lontano ricordo che non ti riguarda più…
Infatti non c’è nessun Dio.
Il profeta, notava il pastore protestante e traduttore biblico Eugene Peterson, non vive una vita di successo e applausi, la sua eventuale visibilità è sempre quella del contrasto, della frustrazione, del grido che pare echeggiare a vuoto, ricorda alla società del suo tempo, alla sua stessa religione, le menzogne scambiate per verità, le sconfitte dipinte come vittorie. Sono le generazioni successive che erigono monumenti agli stessi profeti che quelle precedenti avevano lapidato, irriso, ucciso, constatava amaramente Gesù Cristo. Che Pasolini sia stato un profeta lo si sente ripetere fino alla nausea, fino ad annacquare il vino così tanto che il vino stesso non è più tale. Il cancro della retorica, specialmente in anniversari come questo cinquantenario dal suo assassino, diffonde la sua metastasi con velocità incontrastata. Non era così morbido, da vivo, ironizzavano gli Achei sul cadavere di Ettore. Proprio questo ventriloquismo ideologico ciò che è stato fatto con Pasolini, «perché citare è un conto. Fare propaganda un altro. Prestare attenzione a cosa si sta maneggiando, un altro ancora». E’ una colpa singolarmente trasversale: dei fascisti 2.0 («perché l’unico Pasolini buono – per la destra – è il Pasolini morto» scriveva Nicola Mirenzi), dei chierici di partito («una volta le chiese bruciavano gli eretici. Dopo, per disfarsene meglio, hanno imparato a celebrarli», sempre Mirenzi), delle istituzioni che lo citano malamente a ogni carica della polizia come “manganello preventivo” – come fu analizzato con precisione da Wu Ming 1 del Collettivo bolognese di scrittori – dei cattolici che fondono Pasolini con la ben diversa poetica di Giovanni Testori e ne spiegano il dramma come quello non di un omosessuale triste, ma d’un uomo-artista triste perché -riduzionisticamente-omosessuale (ancora Mirenzi, Pasolini contro Pasolini).
Il poeta come il profeta, invece, non analizza o predice il proprio tempo, presente o futuro, ma anzitutto lo patisce e in questo modo esprime anche quelle due dinamiche, l’analisi e la predizione, ma come conseguenza eventuale. Più che l’accuratezza è la densità quella in cui ci immette. Giudica, potremmo dire, si espone e ci espone al giudizio-patimento, e tale giudizio è tanto un timore che un conforto per noi, fondendo la paura dell’accusato al banco degli imputati quanto l’ansia della vittima che spera si fatta finalmente giustizia. L’incontro di oggi su Medea per me è, in un certo senso, difficile: Pasolini ti sfugge e arriva da tutte le parti. Affrontare questo quel suo periodo, questa quella sua opera, chiama in causa citazioni da altri punti della sua traiettoria umana e culturale. Un verso evoca una frase dei saggi, una immagine di un film tira in ballo la risposta in un’intervista a un altro film ancora. Si è tentati, analizzando Medea, di rifugiarsi in facili considerazioni critico-storicistiche, nel già detto e ripetuto mille volte sui moniti di Pasolini sulla perdita del sacro nella società industriale e post-industriale e che diventa persino una zona comoda, banale, che non smuove niente dentro di noi. ciò facilmente ci sottrae al moto profondo del travaglio espressivo di Pasolini stesso in quelle sue opere, in quelle sue risposte ed analisi e auto-analisi, giacché egli non si è limitato a sbatterci in faccia le sue ossessioni ma, lo ha detto con chiarezza per me definitiva Walter Siti, Pasolini è stato quel genere di artista che non ha mai lasciato in pace il suo inconscio, non è stato semplicemente processato dalla società in cui ha vissuto e agito e provocato ma, in un certo senso, con autoflagellazione persino compiaciuta, ha fatto lui primo il processo alle sue ossessioni, le ha prese a morsi e a ha persino fatto il processo a tale processo e al suo segreto, sottile, possibile compiacimento narcisistico.
Una crisi continua, che si riflette anche negli strumenti abbrancati e poi abbandonati, basti pensare alla metrica. Un sacrificio cercato e autoimposto, con lo struggimento per l’esperienza dell’immolato, croce a sé stesso-“Era l’emozione della vittima alla vista dei suoi carnefici” dirà di un suo sogno avvertito come positivo. Come avrebbe notato Fellini, Era insieme creatore e critico acutissimo, implacabile, di quel che aveva inventato. Se lo chiedeva esplicitamente Pasolini stesso con interrogativi e abiure che- se glielo permettiamo davvero- ci coinvolgono nel moto del suo sguardo e del suo pensiero doloroso: Una tradizione recuperata nella sua estenuazione estrema può essere stupenda, ma la sua sostanza reale è irrecuperabile se non attraverso una lucida coscienza critica, dirà del cinema di Visconti-nome su cui torneremo- con parole che si intuisce benissimo, egli applicava per primo a sé, a tanto del suo operare critico e artistico. Non ci si può comprendere a parole. L’unica dimostrazione di buona volontà reale è l’azione comune: anche, e tanto più, se scandalosa. Bene dice alla fine Polis venendo a patti con l’Inconciliabile, allora che cosa vuoi fare? afferma Pasolini quasi in apertura di Petrolio. È una dichiarazione di poetica che forse possiamo applicare anche a lui, almeno io l’ho avvertita ed avverto tale. Venire a patti con lui, fare qualcosa con lui, da lui ripartire, forse.
A volte, e anche questo lo riprenderò più estesamente dopo, amo le sue sopravvivenze in artisti laddove il mito esplicito di Pasolini è meno brandito e più semplicemente agito, e anzitutto per me alcune delle sue intuizioni più potenti, ad esempio cinematografiche come nel caso specifico di Medea, sono proprio in certi accenni, alcuni dei quali persino non portati sullo schermo, quello che non compare nel film medesimo, o poco, per ripensamenti o tagli o esigenze di realizzazione. Il grano ha qualche importanza nella mia vita? Le nostre morte, o meglio, letarghi/ Non hanno cessato di essere in comune? Dunque si chiedeva Pasolini proprio realizzando Medea. La coscienza non è l’anima ma il suo rattrappimento borghese, un monologo sostituito al coro e al dialogo. Sempre nelle parole di Eugene Peterson: Viviamo in una cultura che ha sostituito l’anima con l’io. Questa riduzione trasforma le persone in problemi o consumatori. Nella misura in cui accettiamo questa sostituzione, regrediamo gradualmente ma inesorabilmente nella nostra identità, perché finiamo per pensare a noi stessi e rapportarci con gli altri in termini di mercato: ogni persona che incontriamo è o un potenziale candidato per entrare a far parte della nostra impresa o un potenziale consumatore di ciò che vendiamo; oppure siamo noi stessi i potenziali candidati e consumatori. Né noi né i nostri amici abbiamo alcuna dignità così come siamo, ma solo in termini di come noi o loro possiamo essere utilizzati. Gli fa eco, in prospettiva mitica e non biblica, portandoci più dappresso all’operazione di Pasolini stesso sugli Argonauti, la Colchide, il Vello d’oro, Kae Tempest: Nei tempi antichi i miti erano storie che usavamo per spiegare noi stessi. Ma come facciamo a spiegare come odiamo noi stessi, le cose in cui ci siamo trasformati, il modo in cui ci spacchiamo in due, il modo in cui ci complichiamo troppo? Siamo ancora mitici, però. Ancora perennemente intrappolati tra l’eroico e il patetico. Siamo ancora divini; è questo che ci rende così mostruosi. Ma l’impressione è che ci siamo dimenticati di essere ben più che la somma di tutte le cose che possediamo. Questa dimenticanza, e l’interrogativo su quanto sia ancora reversibile, è uno dei perni espliciti dell’intera Medea. E il fatto che ad additarla a oltre sessant’anni di distanza sia un artista britannico di spoken poetry come Tempest, premiato in Laguna qui vicino qualche anno fa, palesa la validità e- a mio giudizio- la necessità per tutti noi di contemplare lo stesso quesito. La sensazione diffusa di malessere nella società consumistica è secolare è -tale la tragicommedia della nostra situazione-proprio uno dei prodotti su cui si appuntano più vendite smascherate da denunce, prodotti su prodotti per contrastare l’ansia di un intero orizzonte esistenziale e relazionale ridotto a prodotti, profitto, accumulo, riempimento.
Come notava Calasso nel corso del Novecento si è cristallizzato un processo di enorme portata, che ha investito tutto ciò che passa sotto il nome di «religioso». La società secolare, senza bisogno di proclami, è diventata ultimo quadro di riferimento per ogni significato, quasi che la sua forma corrispondesse alla fisiologia di qualsiasi comunità e il significato si dovesse cercare solo all’interno della società stessa. La quale può assumere le forme politiche ed economiche più divergenti, capitalistiche o socialistiche, democratiche o dittatoriali, protezioniste o liberiste, militari o settarie. Tutte da considerare, in ogni caso, quali mere varianti di un’unica entità: la società in sé. È come se l’immaginazione si fosse amputata, dopo millenni, della sua capacità di guardare oltre la società alla ricerca di qualcosa che dia significato a ciò che accade all’interno della società. Passo audacissimo, che implica un formidabile alleggerimento psichico. Che però è sempre di breve durata.
L’angoscia riemerge dallo specchio di acqua immobile e quieta. Accettiamo il capitalismo consumistico, la sua riduzione della realtà a quanto è visibile, scomponibile, vendile, oggetto di perenne transazione commerciale e reagiamo acquistando magari una qualche app che ci insegni a meditare un’ora al giorno per sfebbrare lo stress ed essere pronti a essere di nuovo stressati il giorno dopo per ventitré ore? Quella stessa ora di stacco relax presenza mentale non la pubblichiamo direttamente sui social mentre la stiamo vivendo? Nelle parole di Stefania Consigliere, Per vivere come viviamo, siamo tenuti a separare continuamente ciò che sappiamo da ciò che ci muove, ciò che sentiamo da ciò che facciamo, in un regime psicopatologico di dissociazione e impotenza. Non sorprende, allora, la diffusione epidemica del disagio mentale: più di metà dei nostri concittadini fa o ha fatto uso di psicofarmaci regolarmente prescritti; quasi tutti, per arrivare in fondo alle giornate, impieghiamo una varietà di sostanze legali e illegali; mentre i più giovani, l’asettica «fascia pediatrica» delle statistiche, danno di matto come non mai. Tanto basta per intuire tempi difficili. Eppure manca ancora qualcosa, l’enzima capace di precipitare i problemi in incubi: è la paralisi dell’immaginazione, l’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. Il problema sta a monte, e chiede una inversione di rotta, sfidandoci a ribaltare e a rinunciare molto più di quanto forse saremmo disposti ad ammettere e a compiere di conseguenza. Lungi da me proporre soluzioni generali, però forse nell’opera stessa di Pasolini, in un film così disperato per certi versi, è possibile intravedere uno spiraglio che può offrirci una ipotesi di lavoro con, appunto. Nei versi di Les Murray Newton poteva per prima cosa chiedersi come c’era arrivata/ La mela lassù in cima. E così forse avrebbe scorto/ Una fisica più opima.
Premessa. Mai la nave. Un imbarazzo
Mai la nave Argo avrebbe dovuto volare attraverso le fosche Simplegadi verso la terra dei Colchi, né il pino, tagliato nelle gole boscose del Pelio, cadere per armare di remi le mani degli eroi che per Pelia andarono in cerca del vello d’oro. Con queste parole della Nutrice si apre la Medea di Euripide, maledicendo a posteriori la grande impresa degli eroi che avrebbe condotto la sua padrona a tradire patria e famiglia, legandosi al destino dello straniero greco di cui si era innamorata. La terra e la casa che ha tradito, commenterà il Coro delle Donne di Argo, Ha ora compreso che cosa significhi perdere la terra dei padri. Molti versi dopo, con alle spalle l’omicidio di Glauce e del re suo padre e soprattutto quello dei propri stessi figli, davanti a un Giasone spezzato che la maledice e implora almeno di seppellire i bambini, No, sono parole inutili, risponde per l’ultima volta Medea, prima di allontanarsi sul carro magico del sole, trainato da draghi. Più vasto ancora, più assoluto ancora è quanto Pasolini farà dire nella sua traduzione ampliamento, che a sua volta conclude la versione cinematografica: No, non insistere, ancora, è inutile! Niente è più possibile, ormai.
Niente è possibile. Una delle mie ultime re-visioni di Medea l’ho fatta aa Marrakech, che ovviamente sarebbe stato più adatta per l’Edipo che fu girato sull’Atlante. Il Marocco è un paese a cui sono legato profondamente, che mi commuove fin dalla uscita dall’aeroporto, e nel quale ho amici cari tra cui un ragazzo che è come un fratello minore e che chiamerò S per rispetto. S è stato una delle mie prime guide in una Marrakech e in un Marocco reali, al di là della loro più immediata e così fruizione da mero turista. Essere stato ospite a casa sua, venire accolto dalla sua famiglia facendomi lavare le mani in una bacinella d’argento e pranzare assieme e poi passeggiare tra gli ulivi, conversare con the e pane, in un borgo così lontano dai grandi nomi noti ai più, dopo due ore di viaggio in macchina tra distese rosse e gialle dove i sacchetti della spazzatura correvano come cespugli di rovi, al vento, tra piccole stazioni benzina, sotto il cielo così azzurro, è stato come varcare una soglia nella soglia. S è un amico caro, e al tempo stesso una causa di preoccupazione ed imbarazzo, perché al suo desiderio di emigrare in Italia -al netto dei singoli tentativi e delle iniziative e dei contatti messi in moto- io provo un’ultima inquietudine, forse paternalistica, forse no: quella di sapere che così tanto, se non tutto, di questo nostro pese e di questa nostra Europa complotterebbe per prendere questo ragazzo volenteroso e relegarlo ai margini della società, deprivandolo di quasi tutto ciò che costituisce la sua identità, religione, tradizione senza offrirgli che briciole dei luccicanti giocattoli che sfoggiamo nelle vetrine dei social. Rispetto, protezione parità di opportunità, niente di tutto ciò; l’esito più facile e saperlo impantanato nelle sabbie mobili di un lavoretto da rider per rientrare alla sera in qualche casermone di periferia con altri immigrati o il venerdì in qualche garage riadattato a moschea. Questo concediamo a chi si è fidato di quanto vantiamo del nostro mondo progressista, accogliente, laico. Una sottrazione del proprio cosmo di riferimento e scampoli di una felicità tanto più prossima quanto comunque irraggiungibile. Niente di possibile, ancora.
Medea all’Idroscalo di Milano. Dreyer, Fellini, Trier e soprattutto Visconti
Medea precede e supera Pasolini: Dreyer, che egli tanto ammirava e citava come modello, già aveva concepito una sceneggiatura proprio per Maria Callas (ed ecco già una sovrapposizione) che poi sarà attuata da Lars von Trier, che a sua volta deve tanto a Porcile o Salò. Questi sono rimandi espliciti e netti. Altri, più sottili e parziali, ma non meno fecondi almeno per me, sono affiorati altrove. Penso a certe sequenze finali di Midsommar di Ari Aster, che si conclude con dei campi irrorati di sangue e membra umane, come invece si apriva la sequenza della Colchide di Medea, non ancora razziata dall’impresa razionale, progressista di Giasone: tornare al sacro e alla comunità vuol dire gettare via anche le nostre “conquiste” non solo scientifiche e sociali ma persino morali.

Davvero, per liberarci dell’isolamento cui ci ha condannato la società secolare, saremmo disposti a sguazzare nel sangue, macellare un toro vivo, sgozzare un prigioniero di guerra mentre siamo coronati di fiori? E pure uno dei registi più interessanti delle nuove generazioni, il Robert Eggers di Nosferatu e Northman, di recente ha citato con ammirazione Medea soffermandosi in particolare sull’operato straordinario del costumista Piero Tosi, cui vale la pena prestare un po’ di voce per rievocare la sua collaborazione sul set, con Pasolini: Per la verità, da quel poco che riuscivo a strappargli, si trattava solo di pare riferimenti, a tra i più disparati: dagli Ittiti ai Sumeri, fino al Rinascimento di Piero della Francesca e Mantegna. E soprattutto il retaggio delle tradizioni popolari: Messico, Marocco, Perù e, perché no, la Turchia, o la Sardegna. Per esempio, il costume indossato da Maria Callas per i riti è un abito da festa folclorica sarda. Pier Paolo invece non voleva neppure che andassi al trucco. Voleva che gli attori restassero quello che erano. Io non potevo intervenire sul volto, sulla parrucca, su un bel niente. Infilar loro il costume e stop. Un volto era stato scelto per essere quello e non altro, e tuttora ne sono sconvolto perché di primo acchito i volti sembravano piuttosto insignificanti. Chi avrebbe detto in seguito, sistemati al loro posto, l’esattezza della rassomiglianza con tale scultura, in tale quadro o affresco, ci avrebbe lasciato a bocca aperta! Sempre lo stesso film, ma quale e per quale pubblico. Per chi è stato girato Medea? In una celebre e sorprendente risposta sul perché avesse girato quel film e scelto quella storia dopo i suoi precedenti, Pasolini in televisione dichiarò Non soltanto non vedo differenza tra l’Edipo e Medea, ma non vedo nemmeno differenza tra Accattone e Medea, e nemmeno molta differenza tra il Vangelo e Medea. Praticamente un autore fa sempre lo stesso film per un lungo periodo della sua vita, come uno scrittore scrive sempre la stessa poesia. Si tratta di varianti, anche profonde, di uno stesso tema. Il tema, come sempre nei miei film, è una specie di rapporto ideale, e sempre irrisolto, tra mondo povero e plebeo, diciamo sottoproletario, e mondo colto, borghese storico. Questa volta ho affrontato direttamente, esplicitamente questo tema. Quanto poi alla sua complessità di recezione, , e quale fosse il pubblico cui ambiva rivolgersi, Pasolini ribatteva all’accusa di possibile elitismo sostenendo proprio di non nutrire più speranza di riuscire a dialogare con la massa e quindi mi rivolgo all’elite. Ma quando io ho parlato di élite, mi pare di aver detto ben chiaramente che è un’operazione apparentemente aristocratica, mentre in realtà è un atto di democrazia… ma l’elite la cerco là dove la trovo. Posso benissimo trovarla appunto in queste minoranze operaie avanzate… Il mio interlocutore può essere il metalmeccanico di Torino. Medea può essere percepita da questa élite? Certo. Con difficoltà, perché naturalmente io chiedo allo spettatore tanta attenzione quanta è la fatica che io ho fatto a fare il film.
Una fatica di ricezione visiva, e tematica. Le violenze aggressive di Salò e Porcile sono di là da venire, ma già Medea rispetto ai momenti più crudi di Mamma Roma o Accattone -risse e stupri- mostra un duplice, sebbene stilizzato, infanticidio. Non il primo dell’opera di Pasolini, a ben pensarci, se mettiamo in conto anche le collaborazioni di tanti anni addietro: basti pensare al contributo di Pasolini nel tratteggiare lo scrittore Steiner ne La Dolce Vita di Fellini, che a sua volta uccideva sé e i figli, strappandoli-strappandosi all’orrore della civiltà vuota e scintillante, falsamente appagata del Boom post-bellico, un personaggio che si presentava per la prima volta suonando Bach in una chiesa vuota di persone e significato. E sullo stesso Steiner torneremo.
C’è però un’altra opera di un maestro di Pasolini che sento di dover citare con persino più enfasi, e che-almeno io, ma probabilmente non sono il solo- sento gravida di nessi, ed è Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, che prende le mosse da quella “Cenerentola del Meridione popolare […], la Lucania” il cui folklore e tradizioni rurali studiati da de Martino vanno a impattarsi con la società consumistica del Nord industriale, una Milano fatta di angoli, grate, vetrine, ring di pugilato illuminati dai riflettori, tutta battuta dal ritmo spietato di chi è dentro e chi è fuori nella costante pressione della competitività che fa esplodere la violenza pubblica ritualizzata dello sport e quella privata dello stupro, del furto, dell’omicidio all’Idroscalo dove i tronchi di ulivi si alternano ai pali della luce. Proprio recensendo con ammirazione il film Pasolini rimarcava alcune distanze critiche sul suo ultimo impianto ideologico: non bisogna sul piano politico essere ottimisti nel senso facile e sentimentale della parola: bisogna purtroppo affrontare spesso contraddizioni e complicazioni dolorose, spesso insolubili, spesso atroci. Porre il problema, renderlo oggetto d’indignazione, non basta: è un modo un po’ tautologico per salvare la propria coscienza. Bisogna, o lottare senza sosta, senza respiro, con la massima dedizione, come fanno molti sindacalisti – che sono dei veri e propri santi – o analizzare il problema con la più coraggiosa e spietata intenzione di approfondirlo ed esprimerlo. Ma la stima restava tale, e tra le varie notazioni spicca la fuggevole ma significativa lettura del protagonista Rocco come un mistico trapiantato tragicamente nella società dei consumi e del successo.
Vaso di sapere non mio
Medea è del 1969. Sono gli stessi anni, a staffetta, della ricca produzione cinematografica di Pasolini, che passa appunto da Edipo a Teorema a Porcile, all’incompiuta Orestiade africana. Un percorso intrecciato, scandito dai nomi di Eschilo Sofocle Euripide. Dorian Gray è chi vorrei essere, Basil Hallward chi sono, Lord Henry Wotton chi la società crede che io sia– aveva detto Wilde di sé rispetto al Dorian Gray. È un po’ tirata per i capelli, ma credo si possa in qualche misura che sostenere che, pure rispetto ai tre tragici greci, Eschilo rappresentava quello che Pasolini avrebbe voluto essere, Sofocle quello che sentiva di essere, Euripide quello che la storia e la società gli avevano imposto e lui stesso avrebbe dolorosamente brandito. Eschilo dunque, la grande voce di una comunità che risolve le proprie contraddizioni in una più alta sintesi iniziatica; Sofocle o meglio il suo Edipo, questo primo detective che è pure l’assassino, nella lettura smaccatamente freudiana che Pasolini fornirà di sé stesso attraverso il film, esteta decadente poi intellettuale comunista illuminista impegnato e infine negli atti finali della tragedia più nulla; Euripide, il provocatore che si diceva fosse stato sbranato dai cani o la cui tomba fosse stata complita da un fulmine. Sono anni di profonda dialettica della cultura europea post-bellica col mito: basti pensare ai nomi di Pavese, Mann, Tolkien, il Lewis di Till we have faces, alle riscritture dell’epica in Ritsos e Kazantzakis.

Mario Luzi si è interrogato sul rapporto complesso, talvolta faticoso, della cultura italiana col mito classico dopo la sbronza classicista e l’estetismo dannunziano. Walter Siti per Pasolini parlerà addirittura di mero-per così dire- travestimento, una “sordina”, un velo per l’indicibilità dell’eros, l’ineffabile “teta veleta”. Pasolini stesso, nel tratteggiare le fonti di ispirazione, ridimensionerà quasi il peso di Euripide rispetto invece alle opere di saggistica e più generale antropologia: Quanto alla pièce di Euripide, mi sono semplicemente limitato a trarne qualche citazione. Curiosamente, quest’opera poggia su un fondamento “teorico”, di storia delle religioni: M. Eliade, Frazer, Lévy-Bruhl, opere di etnologia e di antropologia moderne. E il Centauro che si antropoformizza e fa-in questo-antropologo, citerà proprio Eliade affermando che Non c’è nulla di naturale nella Natura. Non compare nell’elenco il nome più prossimo di De Martino, che nel suo epistolario è citato solo tre volte e solo in lettere cronologicamente comprese tra il 31 agosto e il 30 novembre 1953. Ma le riflessioni proprio di De Martino sono già state giustamente lette in dialettica e sovrapposizione con le intuizioni e preoccupazioni del Pasolini di Medea, basti pensare a passaggi come “Quando nella coscienza mitica appare la coscienza della storia è gettato il seme di una contraddizione insanabile che segna, col suo progresso, l’agonia della coscienza mitica e in genere del simbolismo religioso in quanto simbolismo mitico-rituale. Noi siamo immersi oggi nel pieno di questa agonia, e siamo davanti alla scelta tra metastoria e storia, fra occultamento e riconoscimento della umanità del divenire.”
Un tale orizzonte concettuale abbraccia poi altre citazioni e trasformazioni. La scelta di Maria Callas per Medea è, al di là della staffetta con Dreyer, soprattutto, almeno per me, l’ennesimo “furto viscontiano” di Pasolini, come già fu con Anna Magnani, Massimo Girotti, presente pure in Medea, Alida Valli. Si direbbe che nella scelta degli attori, rispetto al mondo dei “suoi” non-professionisti come Citti o Davoli, spesso Pasolini attinga al cosmo di padri come Rossellini o appunto Visconti che al tempo stesso tributa e contesta-stravolge nell’innesto. In questo caso una grande diva internazionale, protagonista del rito culturale più borghese, ossia l’opera, che per un film intero non canta significativamente, mai. Visioni di Medea, è il titolo della sceneggiatura.
Come nel coevo e splendido Il colore del melograno di Sergey Parjanov il filo consequenziale degli eventi è assai meno importante delle visioni che scandiscono in Parjanov la vita di un poeta, essere bambino, innamorarsi, invecchiare, morire, in Pasolini lo sguardo di una mistica-come il Rocco di Visconti- che si fa violenza abbracciando il mondo della civiltà secolare, ancora nel suo albore. Una scrittura quella della sceneggiatura che è diversa dai serrati dettagli di camera del Vangelo e dagli stessi dialoghi dell’Edipo
Quadri essenziali, dialoghi succinti. Visioni. “Non c’è niente di naturale nella natura” predica il centauro citando Eliade. “Dà vita al seme e rinasci con il seme” dichiara Medea durante il sacrificio umano, anticipando il Cristo del Vangelo di Giovanni, appunto. Dopo aver depredato una città fortificata dei suoi più preziosi averi, Giasone irriderà uno dei soldati gettandogli una moneta e dicendo: “Tieni, prega per noi” e ciò basta a esprimere una rivoluzione intera del cosmo, in cui persino la preghiera diventa transizione commerciale, scambio, affare, investimento e compensazione.
Molte azioni del mito in Apollonio Rodio e in Euripide sono sintetizzate o trasformate. Medea vede Giasone molto prima che arrivi a Iolco e cade svenuta, travolta, già innamorata e persa. È lei stessa che va da Giasone col Vello senza bisogno che lui affronti draghi o giganti col suo aiuto. Ecco il centro. Giasone non è più religioso. L’educazione di Giasone da parte del Centauro è prima mitologica, poi tradizionale, infine razionalista, moderna, laica, liberale. Il mondo di Giasone è ora a-religioso. Assistiamo quindi all’incontro del mondo agrario e religioso di Medea con il mondo moderno laico e religioso di Giasone. La perdita di una vocazione nell’assumerne un’altra, da maga e sacerdotessa di un mondo armonico nei suoi ritmi e cicli a innamorata, amante, sposa, madre nell’alba ancora mitica dell’alienazione borghese. Nelle parole di Pasolini, Medea è l’eroina di un mondo sottoproletario, arcaico, religioso, Giasone invece è l’eroe di un mondo razionale, laico, moderno. E il loro amore rappresenta il conflitto tra questi due mondi. Nei due si riflette il collasso di realtà ben più vaste, che per Pasolini continuano a essere ravvisabili nel tempo che lui e gli spettatori condividono. Essi sono i problemi del mondo moderno, che, per esempio, sta sostituendo il mondo precedente distruggendolo. Vedere distruggere i vecchi villaggi cavernicoli della Cappadocia e veder distruggere i Sassi di Matera mi dà lo stesso dolore. Il film ce lo presenta con la scelta stessa delle ambientazioni, degli attori, delle musiche. Dai paesaggi della Cappadocia e della Turchia si passa a una Corinto che è la Pisa medievale del Duomo con le sue scansioni geometriche che non può, per suggerimento implicito ma forte, non rievocare anche la nascita della scienza moderna e Galileo Galilei.
Le musiche testimoniano una ricerca altrettanto potente, da mondi e latitudini diverse. Pasolini frequentava i convegni di etnomusicologia a Roma e il film comprende scelte francamente indimenticabili il bulgaro “Draga est tombée malade”, eseguito da Philippe Koutev, contenuto in “Chants et danses de Bulgaria, l’intégrale”, registrato nel 1955 per Bnf Collection. (Nicola Murace e altri documentaristi eredi di De Martino stanno raccogliendo un patrimonio affine, quello del Meridione italiano, in un sito davvero meritorio di consultazione). La Callas almeno nelle dichiarazioni esplicite del regista, non era stata scelta perché era stata la celebre voce nella Medea di Cherubini, ma semplicemente per il suo volto, per il paesaggio emotivo e storico che esprimeva: greco, agrario, e poi si è educata per una civiltà borghese. Dunque, in un certo senso, ho cercato di concentrare nel suo personaggio la complessa totalità di Medea. Giasone è l’Occidente medesimo, nel suo tratto di competitività sportiva e passato ideologico-borghese, fascista o post-fascista per emanazione, sostegno o mera “connivenza genetica”, ossia Giuseppe Gentile, l’atleta di salto triplo che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, per due volte, aveva infranto il record mondiale, figlio del prefetto di Roma, e nipote del filosofo Giovanni Gentile.
Non pregate Dio perché benedica le vostre tende. Non ripetete il primo atto di Dio. Voi non cercate il centro. Non segnate il centro. No! Cercate un albero, un palo, una pietra. Questo geme accusa Medea sconvolta dall’indifferenza degli Argonauti che si spostano per un mondo mappabile, misurabile, espropriabile, senza più nessun tributo a una trascendenza che non sia a sua volta uno scambio commerciale o lo schermo per perpetuare altri abusi ancora. Il rapporto col mondo è un suo costante superamento e accantonamento. Medea nella passione erotica che la travolge (e qui Pasolini processa in un certo senso la sua stessa omosessualità come costrutto a sua volta occidentale, parentesi totalmente assorbita dalle fasi della vita borghese, nella sua traduzione sociale nella compagnia maschile delle Argonauti, che comprendono pure un artista-musico, non si dimentichi, e più universalmente nel desiderio di Medea per Giasone, così sbilanciato quantomeno nell’enfasi accordata dal film) si sorprende così anni dopo, delusa, abbandonata, tradita dall’uomo per cui ha rinunciato al suo intero cosmo di senso, vaso di un sapere non mio. Vas doveva essere uno dei titoli di Petrolio, e Vas d’elezione nella Commedia di Dante (pensiamo poi alla Divina Mimesi) era il San Paolo su cui Pasolini avrebbe continuato a meditare un possibile film a sua volta sulla scissione schizofrenica del messaggio religioso nel mondo moderno. Parlami Terra, fammi sentire la tua voce. Non ricordo più la tua voce. Parlami Sole. Dov’è che posso ascoltare la vostra voce.
Questo supplica una smarrita Medea prima di acquietarsi, per qualche anno, nell’abbraccio di Giasone, nella nascita dei figli, prima di sorprendersi nuovamente sola e vuota. Ed ecco nella sceneggiatura, tratteggiato con assai maggiore ricchezza dei dettagli che nella resa finale nel montaggio, uno dei vertici per quanto mi riguarda di geniale poetica concretezza dell’intero film, e mi rammarico che così tanto di quanto in esse scritto sia stato scartato per necessità successive. Cosa “salva” Medea? Ora è di nuovo dentro la stanza della casa di Corinto. La vanga batte impotente contro il duro pavimento. Medea si agita, soffre, parla con sé (con quel linguaggio informe e miagolante del sogno). Compaiono i suoi due bambini, e la guardano incuriositi e un po’ ironici (come Giasone) e le chiedono: «Mamma cosa fai?». E lei gli dice, affannosa: «Andate via, andate via!». «No», le rispondono i bambini, «perché ci ha portati qui Lui.» Medea alza il capo e vede: il Dio del Sole, con la sua tiara di rame sfolgorante in testa, che sorride, bonario e arguto, da vecchio contadino col cervello fino. «Mi conosci?» le fa. «Sì», risponde Medea, «tu sei il Padre di mio Padre.» «E allora coraggio», lui conclude, rasserenante, potente. Medea si trasfigura. Proprio dopo questo passaggio segue una delle sequenze più direttamente ispirate a Euripide, il monologo regale della Medea sanata col suo passato magico, contemplata però- ed ecco la scissione cui mira Pasolini- da un’altra Medea, che osserva la scena: una Medea tremante, trepidante, tapina, mendica, che senza pudore di mostrare la sua ansia atroce e la sua insicurezza, guarda come vanno le cose.
Dopo altre “visioni” esaltanti (resurrezione dei morti, semi che sbocciano, il sacro pagano dei cicli naturali che si sovrappone agli inni di Paolo nelle Lettere ai Corinzi) e il secondo coito mostrato con Giasone, l’ultimo, a tanti anni distanza dal primo ancora in fuga dalla Colchide saccheggiata e profanata, Alla finestra c’è il sole: dalla figura del sole si distingue la figura androgena del Nonno instancabile. Entra dunque con la luce sfolgorante del sole della finestra, dentro la stanza. E subito fa cenno a Medea, «Ssst», di stare zitta per non svegliare Giasone. Ci sono di nuovo due Medee: una angosciata, mendìca, sul letto, accanto all’amante addormentato, un’altra che segue il vecchio Nonno sfolgorante. In punta di piedi il Nonno va verso una massiccia cassapanca, e sempre ammiccando verso Medea, l’apre: ne tira fuori un grande vestito da cerimonia, col suo manto nero, la sua pazienza, i suoi ori, la sua sottoveste bianca. Si volta verso Medea reggendo il grande vestito sulle braccia; poi lo guarda, e come formandosi dai suoi occhi sfavillanti, una pietra sfavillante cade sulla stoffa del vestito, e, lampeggiando, vi si scioglie. Quindi il Nonno, trionfante, tende il vestito a Medea: e si allontana verso la finestra. L’invito al coraggio si concretizza nel gesto del nonno androgino di tenderle le sue vecchie vesti da indossare ancora una volta. Proprio così, nel riappropriarsi fisicamente delle sue credenze, nell’essere messaggera di un altro mondo, nell’abbandonare gli abiti bianchi per tornare al barbarico nero (Nelle tue vecchie spoglie Medea, nelle tue vecchie spoglie, la esorterà il Sole), la straniera troverà risposta alla sua catastrofe spirituale. Segue la vendetta del testo di Euripide, per mezzo della magia arcaica, la veste nuziale di Glauce che prende fuoco e consuma la nuova sposa di Giasone e il suocero. Ma questa è solo una “prima” versione, sognata-vagheggiata nella sua mitica assolutezza, nel suo ritorno all’origine, rispetto a quanto poi si verificherà una seconda volta e davvero nel film: il suicidio di Glauce, il fuoco appiccato manualmente alla casa, i figli uccisi mentre si ode una estenuante musica giapponese, il confronto finale tra sposa e sposo in mezzo alle fiamme naturali e non sul cocchio prodigioso. Le scene stesse del Nonno-Sole si ridurranno a una voce che parla dal sole al tramonto. Il perno assolutamente esplicito dell’operazione di Pasolini è presentare la tragedia di non poter più essere quella prima tragedia, ma solo dramma, divorzio, gelosia, infanticidio, rogo di una casa.
Tirare le fila di questa intuizione è impossibile e forse inutile, la forza di questa resa, di questa traduzione, sta in quanto spicca di palese e al tempo stesso resta profondo, ulteriore. L’antica tragedia si ripete-marxianamente- in dramma individuale, già farsa. Assistiamo solo all’eco di un miracolo che non avviene, alla sua messa in recita meramente umana. Non c’è più la risposta sacrificale “attiva” della serva santa mistica di Teorema. L’omicidio conclusivo dei figli è proprio la soppressione del frutto di quella unione tra quei due mondi che dicevamo, l’arcaico e il progressivo, i due bambini con la loro gioiosa e allegra innocenza, come con quelli più piccoli e neppure scorti di Fellini ne La Dolce Vita. Quelli di Pasolini, più grandi, ci sorridono e almeno per quanto mi riguarda, proprio in questa dimensione di primo tenue sboccio e autocoscienza, che si può leggere in tanti modi (le speranze dello stesso Pasolini, quelle dimensioni di realtà da lui per primo amate e tentativamente rese come sintesi ed abbraccio nella sua arte, chiesa e comunismo, campagne friulane e borgate romane, tradizione e rivoluzione, passione e ideologia?), lo strazio orrore è ancora maggiore.
Commissioniamo Preghiere? Coraggio
Posso solo parlare in base alla mia esperienza personale. Stiamo uscendo da un periodo in cui la religione sembrava vivere una rinascita e tornare ad essere un fatto centrale dell’esperienza sociale e religiosa in Italia. Era il tempo di Giovanni XXIII quando la religione, la Chiesa attraversò due o tre secoli in due o tre anni. Ma, alla morte di Giovanni XXIII, tutto ciò che era tornato in vita si è sgonfiato e ci troviamo di fronte a un vuoto. Se possiamo metterla in questo modo, lo spirito rivoluzionario che abitava Giovanni XXIII è diventato formale e, come direbbe un comunista, è diventato riformista, senza molto interesse per il paese o per i singoli. È una risposta di Pasolini in un’intervista proprio degli anni di Medea. E la sua riflessione sulla Chiesa si concentra sulla punta particolarmente visibile di un iceberg più ampio che oggi spicca ancor più chiaro nella sua vastità. Come scriveva Roberto Calasso già questo quadro dovrebbe bastare perché venga riconosciuto alla società secolare un carattere di unicità. Ogni etnografo di scuola positivista sapeva che le centinaia di società catalogate dalla sua disciplina almeno un tratto avevano in comune: quello di credere in potenze ed entità esterne alla società stessa, invisibili, autosufficienti e incombenti sulla vita di tutti. Di questo però dichiara di fare a meno la società secolare, che si potrebbe altrimenti chiamare società sperimentale, isolando così il suo carattere specifico. E Wu Ming 1 qualche anno fa notava a sua volta che A partire da Empirismo eretico, Pasolini si sforza di spiegare – inventandosi anche parole, quando non ne trova che rendano l’idea – che le relazioni tra gli umani hanno preso a funzionare secondo nuovi algoritmi sociali, procedimenti sistematici di calcolo. Anche la lingua ne è riplasmata. Nel «neocapitalismo» si è tutti apparentemente più liberi ma in balia di più numerosi e sinergici automatismi. In Petrolio Pasolini arriva vicinissimo a immaginare il «metaverso», senza aver immaginato prima le tecnologie digitali e men che meno i social media. L’Italia neocapitalistica è descritta come sdoppiata tra reale e virtuale, e diversi personaggi del romanzo – a cominciare dal protagonista Carlo – hanno qualcosa di simile a un avatar. Un mondo di mere procedure, dove il consumo si camuffa pure da lussuria spirituale e persino il tradizionalismo è preghiera su commissione, come quella abbozzata da Giasone razziatore.
L’ingordigia e il corteggiamento di questo potere è totalmente trasversale: abbiamo multimilionari proprietari di social media e piattaforme streaming che, come vampiri alla luce del sole, non solo teorizzano la vita eterna per pochi eletti ma ambiscono a diffondere il contagio della nostra follia predatoria ai pianeti lassù in cielo. Mentre già in questo cielo volano droni in Vaticano concessi da quei medesimi miliardari tech perché la Chiesa, che li avversa a parole, metta in scena degli sfavillanti musical catto-pop. Alle autorità spirituali si preferiscono i leader politici, rockstar consacrate che banalizzano e esacerbano a mantra quello in cui già crediamo, rassicurandoci nelle previe opposizioni binarie. La stessa sinistra mainstream partecipa di quel medesimo arreso riformismo che magari si accende e sobbalza laddove fiuta una qualche accensione di protesta spontanea, le si accoda, ma non è minimamente in grado di contestare un orizzonte di senso di cui condivide comunque l’alfabeto di base. Come notava Wendell Berry, Abbiamo vissuto partendo dal presupposto che ciò che era buono per noi sarebbe stato buono per il mondo. E questo si basava sul presupposto ancora più fragile che potessimo sapere con certezza cosa fosse buono anche per noi. Abbiamo realizzato il pericolo di questo presupposto facendo del nostro orgoglio personale e della nostra avidità lo standard del nostro comportamento nei confronti del mondo, con incalcolabili svantaggi per il mondo e per ogni essere vivente in esso. E ora, forse quando è quasi troppo tardi, il nostro grande errore è diventato chiaro. Non è solo la nostra creatività, la nostra capacità di vivere, ad essere soffocata dal nostro presupposto arrogante; è la creazione stessa ad essere soffocata. Abbiamo sbagliato. Dobbiamo cambiare le nostre vite, in modo che sia possibile vivere secondo il presupposto contrario, ovvero che ciò che è buono per il mondo sarà buono anche per noi. E questo richiede che facciamo lo sforzo di conoscere il mondo e di imparare cosa è buono per esso.Essere posseduti e non possedere, proclamava il Pasolini di Petrolio:È fuori discussione che il Possesso è un Male, anzi, per definizione, è IL Male: quindi l’essere posseduti è ciò che è più lontano dal Male, o meglio, è l’unica esperienza possibile del Bene, come Grazia, vita allo stato puro, cosmico. L’essere posseduti è una esperienza cosmicamente opposta a quella del possedere. Da parte di chi è posseduto colui che possiede è dunque sentito come un Bene, anche se esso implica il sacrificio, il dolore, l’umiliazione, la morte.Dove cercarlo questo essere posseduti, questa vastità che ci supera e abbraccia? Le risposte possono affiorare alle nostre labbra fin troppo facili, e proprio per questo scartabili.
Forse il rattrappimento è irreversibile e ci stiamo ponendo problemi che per la natura stessa del quesito che solleviamo, non ammettono soluzioni, perché il problema siamo noi stessi e come rigettare noi stessi e al tempo stesso godere della soluzione? Possiamo davvero sperare che morto il seme il seme rinasce, anche per noi? Il Sole è ancora un Nonno Imperatore della luce o solo un minerale rossore che si riaccende a illuminare di vita ma non contiene più volto né, quel che più conta, voce? Le domande restano importanti, forse già in qualche misura sono una risposta migliore di quelle che sappiamo esprimere. Io non ho risposte, eccetto quelle tenui ma persistenti e care che vengono dalla mia esperienza personale, che non so quanto possano essere uno spunto condiviso e condivisibile, comunitario, e che in qualche modo sono appunto espresse in quella sezione di sceneggiatura con l’irruzione del Nonno-Sole che sorride, si porta un indice alle labbra e porge a Medea le sue vecchie vesti di sacerdotessa e maga. Nelle tue vecchie spoglie. Non voglio suonare troppo ottimista e consolatorio ma come scrisse- e anche solo leggere e ripetere quelle parole mi conforta e in un certo senso sprona a fissare il male e il bene intorno a noi e dentro di noi o quantomeno dentro a me- sempre Wendell Berry,Il futuro non esiste finché non è diventato il passato. Qualcosa fino a noi è arrivato, in quell’intreccio magari inestricabile di evoluzione, eredità sociale, sconfinamento spirituale che possiamo ancora chiamare anima, in cui una vastità tanto prossima quanto remota ci ha fatto sentire a casa. Nelle tue vecchie spoglie. Remota come il sole che illumina tutte le altre cose, conferisce peso e sostanza al pane o all’acqua o alla strada, e prossima come il proprio nonno che strizza l’occhio e chiede di intrufolarsi in cucina per portargli un sigaro, e le due realtà non sono separabili.
Anche le prime volte che lo abbiamo accusato in noi, è stato anche un ricordo che risaliva indietro ancora nel pozzo del passato, e quali pietre lo compongano e quale acqua luccichi in fondo, io non so dirlo bene. C. S. Lewis, seppure in una forma squisitamente individuale, ne ha tratteggiato alcuni contorni: Forse avrete notato che i libri che veramente amate sono legati insieme da un filo segreto; sapete benissimo qual è la caratteristica comune che ve li fa amare anche se non riuscite a tradurla in parole; ma la maggior parte dei vostri amici non la vede affatto e si chiede perché, se vi piace questo, vi piaccia anche quello. Ancora, forse vi siete trovati davanti a un paesaggio che sembrava incorporare quello che avete sempre cercato e poi vi siete girati verso l’amico al vostro fianco, ma alle prime parole tra voi si è aperta una voragine. E non è forse vero che le vostre amicizie più durevoli sono nate nel momento in cui finalmente avete incontrato un altro essere umano che avesse qualche sentore, sebbene vago ed incerto anche nei migliori amici, di quel qualcosa che desiderate sin dalla nascita e che cercate da sempre di trovare, di vedere e di sentire sotto il flusso di altri desideri ed in tutti i temporanei silenzi, tra tutte le passioni più forti, notte e giorno, anno dopo anno dall’infanzia alla vecchiaia? Non l’avete mai posseduto. Tutte le cose che hanno mai posseduto profondamente la vostra anima ne sono state solo degli indizi, barlumi allettanti, promesse mai completamente realizzate, echi che si spegnevano subito, appena vi arrivavano alle orecchie. Ma se questa cosa dovesse veramente manifestarsi, se mai dovesse sentirsi un’eco che non si spegnesse subito ma si espandesse nel suono stesso, voi lo sapreste; al di là di ogni possibilità di dubbio voi direste: ecco quella cosa per cui sono stato creato.

Mi ostino a credere che prestare ascolto a tale centro, più avvertito che dicibile, definibile, non sia del tutto vano. Il meglio della mia vita è tuttora venuta dal riconoscerlo-ricordarlo-invocarlo. Esplicitare come si prega è imbarazzante e riduttivo al pari del raccontare come si faccia l’amore. Quindi sorvolo. Nelle tue vecchie spoglie, Medea. Che dal centro di tali esperienze e del vuoto che necessitano attorno, della pulizia a tante pressioni inautentiche e pose e infingimenti, uno spazio che dobbiamo difendere in noi e nella esistenza e nelle scelte delle persone intorno a noi, nella difesa delle loro tradizioni, dei loro riti, dei linguaggi che consentono loro di comunicare ancora con ciò che supera la somma dei nostri meri possessi e risultati- e forse questo sarebbe sì un primo, zoppicante gesto comunitario– può ancora arrivarci quel gesto, quella vecchia veste offerta e soprattutto quella parola per rimettere in discussione tutto o così tanto, rifiutare ciò che abbiamo preferito indossare, per abbracciare ciò che avevamo voluto dimenticare. Vediamo dunque che succede ad ascoltare. E allora CORAGGIO.
Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.

Voglio dire al mondo che gli Illuminati sono reali perché ho visto i benefici di essere un membro degli Illuminati. Ho provato ad unirmi agli Illuminati molte volte. Sono stato truffato di un sacco di soldi, ma non ho rinunciato perché so che se trovassi i veri Illuminati, la mia vita cambierebbe per sempre. Quindi non mi sono fermato finché non ho trovato l’email e il numero di telefono ufficiali dei veri Illuminati. Se volete unirvi ai veri Illuminati, voglio che sappiate che posso indirizzarvi all’email e al numero di telefono ufficiali dei veri Illuminati. Fratelli/sorelle che siete interessati o che siete stati truffati tante volte quanto me, che siete ancora interessati ad unirvi agli Illuminati perché credevate che se vi uniste, la vostra vita sarebbe cambiata. Non dovete preoccuparvi di nulla perché sono qui per mostrarvi la strada giusta per unirvi ai veri Illuminati. Voglio che sappiate che quando sono stato pienamente iniziato negli Illuminati, ho ricevuto tantissimi benefici come nuovo membro. Posso raccontarti alcuni dei vantaggi che mi sono stati dati: un milione di dollari istantaneo per iniziare una nuova vita, una casa a tua scelta, un’auto a tua scelta, fratelli/sorelle interessati a unirsi agli Illuminati, questo è il vero ufficiale degli Illuminati (email: iilluminati907@gmail.com) e (numero WhatsApp) +14643005177