«Pochi, ai miei tempi e dalle mie parti, hanno viaggiato meno spesso e sono andati meno lontano di me».

La prima cosa a cui ho pensato quando ho chiuso Distretto di confine di Gerald Murnane (Safarà 2025, traduzione di Roberto Serrai) è stata: ecco Murnane potrebbe anche non scrivere più niente, con questo piccolo libro ha chiuso il cerchio. La sua esplorazione – delle pianure australiane che si allungano, abbassano e si alzano a perdita d’occhio, e quella delle pianure interiori che si comprimono, dilatano, pulsano a perdita di cuore – è conclusa. Oggi seduto al tavolo può volgere lo sguardo oltre le finestre, del salotto, della cucina, e dirsi di aver capito, di aver sciolto in fondo il mistero del territorio sterminato e della malinconia infinita. Ha risolto l’enigma della solitudine, semplicemente lasciando perdere, perché non esistono codici, chiavi o soluzioni.

La solitudine esiste perché esistono le donne e gli uomini. Abita ogni stato d’animo, ogni momento di ciascuna vita, è regolata dall’orizzonte che tende a sfuggire lungo le pianure, da qualche piano inclinato, da uno sguardo che prova a contenere ogni sfumatura di colore e spalanca gli occhi e poi li richiude. Sguardo che alla fine cattura qualcosa come un’inquadratura riuscita di un film, come una poesia fulminea a bellissima. Murnane ha sempre scritto di questo. Ha scritto della complessità dei rapporti umani, misurandoli con poche frasi, silenzi o gesti. Ha scritto di passioni, come quella di farsi una birra in casa, di essere un alcolizzato controllato. Ha scritto di cavalli e di corse, di scommesse portate avanti con rigore scientifico misto a costanza, mescolato alla follia. Ha scritto di bambini e di biglie. Ha scritto di libri dentro ad altri libri, di scuola, dell’influenza della religione cattolica nella sua vita, specie nell’infanzia, nella adolescenza. Ha scritto romanzi, racconti, memoir, ma forse ha scritto sempre una sola storia, nella quale accadeva poco o nulla – stando a ciò che andiamo chiamando trama – ma accadeva ogni cosa che avesse a che fare con l’incanto. Ecco, di Murnane potremmo dire che si tratta di un autore incantevole, con una rara capacità di misurare il tutto stando seduto al tavolo di una cucina, al volante di un’auto (ma senza spingersi troppo lontano, senza farlo mai), in un ippodromo sperduto, sulla panca di una chiesa.

Due mesi fa, quando arrivai per la prima volta in questo distretto poco distante dal confine, decisi che avrei badato ai miei occhi […].

Ho scritto di Murnane molte volte, anche qui su minima&moralia, per esempio sulle Pianure e su Tamarisk Row, e – anche se ormai in Italia è più noto di qualche anno fa – è bene ricordare che questo scrittore, nato nel 1939, non si è mai mosso da casa sua, da laggiù, dalle pianure. Murnane da qualche anno è candidato alla vittoria del Nobel per la letteratura, e, ovviamente, non lo vince, dubito che gli interessi. Sarebbe divertente stare a vedere se, in caso di vittoria, si concederebbe l’unico viaggio fuori dell’Australia della vita per andare a Stoccolma. Mi pare difficile, secondo me si tifa contro, pur di non andare farebbe qualsiasi cosa. Già pare molto strano leggere in quest’ultimo libro che abbia cambiato casa, spostandosi da Melbourne a una piccola cittadina di pianura, vicino al confine con l’Australia meridionale. È tornato alle pianure, infine, è tornato a sé.

Io non mi sono mai spinto a più di una giornata di treno o di auto dal posto dove sono nato.  I paesi stranieri esistono per me come immagini mentali, alcune vivide e dettagliate, e molte sono nate mentre leggevo opere di narrativa.

Murnane dichiara, di pagina in pagina, nel mondo in cui scrive, racconta, rimugina, fa le pause – e le appunta, con cose del tipo: ricordo mentre scrivo questo paragrafo – che questa è la sua ultima opera di narrativa, così è concepita. Non perché non ci sia più nulla da raccontare, ma perché è vero il contrario, è tutto ancora da raccontare, perché tutto cambia di continuo, e sul confine, ai bordi delle pianure, tutto ciò si vede con chiarezza. Murnane è limpido, si muove fino al suo passato più remoto, e ondeggia poi nei giorni di questo suo tempo nuovo, nel nuovo luogo. Qui, in queste pagine, la letteratura si eleva di nuovo, come se uscisse da un miraggio e ci presenta un nuovo modo di mettere al centro i ricordi, la memoria, ogni passato, ogni traccia di ciò che è avvenuto. La pianura è la mente, il confine è la memoria, il tempo è la linea dell’orizzonte. E si scrive nella nebbia, nel chiarore, nel buio profondo, si scrive nel sole. Questo ha sempre fatto Murnane, questo continuerà a fare, anche quando né noi né lui non ci saremo più. Ha già scritto delle memorie future, dei passati a venire.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

Articoli correlati