di Luigi Vergallo
Ci sono libri che non chiedono di essere giudicati, ma di essere attraversati. Di essere percorsi, e io questo ho cercato di fare. Nessun’altra casa è uno di questi. Non è un reportage, non è un saggio storico, non è un memoir. È un dispositivo di ascolto, un mosaico che si ricompone pagina dopo pagina attraverso voci, luoghi, ossa, oggetti, e soprattutto attraverso la responsabilità dello sguardo. Santoro entra nel territorio complesso della memoria bosniaca a trent’anni dal genocidio di Srebrenica e dall’Accordo di pace di Dayton con un gesto preciso e discreto: stare di lato. Posso dire che mi abbia sorpreso? No, perché conosco il lavoro dell’autore.
Il prologo – lungo, necessario, meditato – mette subito a fuoco la postura del libro: non una narrazione a tesi, ma un montaggio che accosta testimonianze, riflessioni e paesaggi, e chiede al lettore di accettare che la memoria non si lasci ordinare. È un’operazione che richiama immediatamente due tradizioni: la storia orale come pratica di restituzione e la letteratura balcanica contemporanea, che da anni insiste sulla frammentazione come unica forma etica del racconto.
La prima storia – quella di Bekir Halilović, nato nella Srebrenica assediata e cresciuto nell’assenza del padre ucciso nel genocidio – è esemplare. Non perché sia la voce di una vittima, ma perché è la voce di un figlio che tenta ogni giorno di ricomporre un volto mai visto.
In quelle pagine, Santoro lavora con una cura rara: evita ogni estetizzazione, lascia respirare le pause, fa emergere il trauma come condizione generazionale più che individuale. È un approccio che dialoga con ciò che Alexander Langer definiva una pedagogia della convivenza, ma anche con la vena più civile e attenta alla dimensione umana e alle ferite della letteratura bosniaca contemporanea.
La sezione dedicata al Podrinje Identification Center di Tuzla è, forse, il cuore etico del libro. Santoro entra nel luogo dove i corpi frammentati vengono ricomposti grazie al DNA: un archivio dell’assenza, della violenza e, paradossalmente, della cura. Santoro lavora su un registro intimo, attento sia al gesto del restituire che a quello del documentare. Eppure, la dimensione archivistica – sacchi, etichette, ossa, mutande, giocattoli – è resa con una precisione che richiama la migliore tradizione della public history: quella che non parla della violenza, ma attraverso i suoi resti, attraverso quello che lascia sul campo.
La scelta di alternare storie, paesaggi e riflessi è uno degli elementi più riusciti del libro. La biblioteca di Sarajevo, I ponti di Mostar, La fabbrica del legno non sono semplici intermezzi: sono luoghi che mostrano come la memoria si depositi negli spazi quanto nei corpi. La letteratura e la musica bosniache degli ultimi vent’anni ci hanno insegnato che i ponti sono personaggi; Santoro usa i luoghi come trame narrative: superfici che trattengono ciò che non si lascia dire con le parole.
Nel confronto con altri testi che hanno definito la memoria di Srebrenica – Postcards from the Grave di Suljagić, Srebrenica. I giorni della vergogna di Luca Leone, o il lavoro filmico di Alen Drljević – Nessun’altra casa si distingue per due elementi, senza nulla togliere agli altri lavori:
- la pazienza dell’ascolto, che rifiuta il pathos e sceglie l’attenzione;
- la forma aperta, che rifiuta il racconto lineare e abbraccia la frammentazione come modalità di restituzione.
C’è, in questo, una vicinanza con alcuni lavori italiani recenti che ragionano sulla memoria attraverso storie di vita: penso soprattutto alla riflessione di Marco Belpoliti su identità e frammenti. Ma Santoro mantiene sempre un registro sobrio, quasi documentario, che impedisce alla letteratura di trasformare il dolore in metafora.
Il libro si chiude con due testi di Miljenko Jergović e di Estera Miočić, che non commentano e non spiegano: rifrangono. E chiudono un cerchio che non vuole essere chiusura: memoria come movimento, non come monumento.
Nessun’altra casa è, in questo senso, un libro importante. Non cerca la grande sintesi, non chiede al lettore di condividere un punto di vista, non costruisce una tesi. Offre qualcosa di più raro: una grammatica minima della responsabilità, fatta di soggetto, relazione, ascolto.
È un libro che non salva, ma orienta. E che ci ricorda che la memoria non è mai solo ciò che si conserva: è ciò che, restituendo, ci restituisce.
Forse ciò che più colpisce, arrivati in fondo a Nessun’altra casa, è la misura esatta di ciò che resta, quando tutto è stato distrutto. Non le grandi narrazioni, non i discorsi pubblici, non le versioni ufficiali dei fatti, che pure rimangono, certo. Per noi, però, restano gli archivi fragili, quelli che non dovrebbero sopravvivere: una fotografia sfocata, vestiti “rimasti” per caso, un giocattolo trovato accanto a un corpo. Restano le tracce, minime e irriducibili, della vita degli altri.
Nell’ultima storia, quella di Dževada Halilović, è come se questo diventasse improvvisamente chiaro. Le poche fotografie del padre scampate al fuoco – e portate nel libro come una promessa di continuità – non servono solo a ricordare: servono a rendere possibile il futuro. Il nostro futuro. Ogni immagine sottratta alla distruzione contraddice il progetto stesso del genocidio, che non voleva soltanto uccidere, ma annientare la possibilità che qualcuno potesse ancora dire “io ero qui”.
In questo senso, il libro di Santoro è anche una riflessione sulla natura stessa dell’archivio. Non l’archivio onnivoro delle istituzioni, né quello neutro delle carte: ma un archivio fatto di resti, di relazioni, di voci che si cercano attraverso gli anni. Un archivio costruito dal basso, dalle famiglie, dalle madri, da chi ha attraversato l’indicibile e ha continuato – nonostante tutto – a proteggere un frammento di memoria.
Forse è questo che Nessun’altra casa ci consegna: l’idea che la memoria non sia ciò che resiste al tempo, ma ciò che ciascuno di noi sceglie di salvare dal tempo. E che il nostro compito, oggi, sia ascoltare quelle immagini, quei resti, quelle parole che arrivano fino a noi non per chiedere consolazione, ma per ricordarci che la storia vive esattamente lì, nei luoghi in cui nessuno pensava che potesse restare qualcosa.
C’è infine una riflessione che attraversa in filigrana tutto il libro e che Santoro dichiara solo nel finale, quasi in sordina: il rapporto, tutt’altro che pacificato, e che continua a produrre rumore e a rappresentare un problema, tra storia e memoria. Non come categorie opposte, ma come due forme diverse di cura del passato.
La storia, nelle sue pagine, è il lavoro sulle prove, sui documenti, sulle responsabilità: è ciò che rimane nei laboratori forensi di Tuzla, nelle sentenze incomplete dei tribunali, nei numeri che misurano l’estensione del crimine. La memoria, invece, è ciò che resta nelle pieghe della vita: nelle fotografie ingiallite di Dževada, nelle parole trattenute di Bekir, in quella postura di ascolto che l’autore adotta e che non vuole mai diventare spiegazione.
Santoro suggerisce che non c’è storia senza memoria, perché senza le voci dei sopravvissuti i fatti rimangono muti. Ma non c’è nemmeno memoria senza storia, perché senza l’ordine delle prove la memoria rischia di diventare vulnerabile, manipolabile, preda delle identità ferite. Il libro si muove esattamente in questo spazio di mezzo: un territorio in cui la storia non corregge la memoria, e la memoria non pretende di sostituirsi alla storia, ma entrambe si sostengono.
È forse questo il suo contributo più profondo: mostrare che raccontare Srebrenica significa tenere insieme l’inesorabilità dei dati e la fragilità dei ricordi; mettere ordine senza togliere voce; e riconoscere che la memoria non è mai un deposito, ma una domanda. Una domanda che ci riguarda ancora. E che Nessun’altra casa, con discrezione e fermezza, rimette nelle nostre mani.
Luigi Vergallo è nato a Lecce il 12 aprile 1978. Dottore di ricerca in Società europea e vita internazionale nell’età moderna e contemporanea, nel 2017 ha ottenuto – con parere unanime della Commissione valutatrice – l’abilitazione scientifica nazionale (ASN) al ruolo di professore universitario di II fascia di Storia Contemporanea. Coordina l’area di ricerca “Storia e Memoria” della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, dove lavora dal 2018. Ricercatore e scrittore di romanzi noir, si occupa principalmente di storia della criminalità e di aspetti storico-economici dell’età contemporanea. Ha pubblicato libri e saggi di carattere storico, romanzi, racconti.
