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Per quello che è in corso dall’8 ottobre 2023 nella Striscia di Gaza, dopo ventitré mesi di sterminio, di devastazione, di atti bellici criminali e distruttivi, a vario titolo moltissime organizzazioni e istituzioni indipendenti hanno rilevato come l’uso del termine ‘genocidio’ sia pertinente. Molte altre voci si sono sollevate, da tempo, in contrasto a questa definizione. Dalle nostre parti, in una nota intervista di inizio agosto al Corriere della Sera Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah e testimone pubblica autorevole, ha detto: “mi sono sempre opposta e continuo a oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo. È uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell’Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo”. È una valutazione che è condivisa in molte sedi e tocca diversi punti sensibili.

Chiunque ha incontrato in questi mesi qualche commento atroce, social o meno, che associa ebrei a israeliani, cittadini israeliani qualsiasi a sostenitori di Netanyahu e di qui a sionisti suprematisti come Smotrich, a coloni razzisti ed esaltati, tutto confondendo in un unico mischione, per finire poi con rievocare “baffetto” come colui che aveva capito per tempo – o simili amenità. Chiunque abbia parlato con esponenti dell’ebraismo della diaspora sa quali ‘attenzioni’ vengano loro dedicate (a volte basta portare un cognome), con automatismi che vanno dal discutibile all’aberrante – in un gioco di identificazioni che rivela tanto grandi ignoranze quanto il clima bellico in cui siamo tutti.

Qui tuttavia interessa la logica interna di questa tesi dell’impertinenza analitica della parola genocidio. Per sottolineare un problema. In particolare il tema del “contrappasso”, su cui si regge la tesi. L’uso della parola ‘genocidio’ avrebbe un che di vendicativo. Mirerebbe cioè a) a ‘esonerare’ l’Europa (“scrollarsi di dosso”) dalle sue responsabilità nel genocidio degli ebrei (in grande maggioranza ashkenaziti, di vari paesi dell’Est-Europa); b) a rovesciare sulle vittime della Shoah l’accusa di essere diventati nuovi carnefici.

Tutto, in questo passaggio argomentativo, si gioca sul peso che grava sulla coscienza dei carnefici di un tempo (gli europei). Un peso che prima questi ultimi si toglierebbero di dosso. Poi rovescerebbero lì dove meno ci si aspetterebbe: ovvero sui discendenti – almeno per appartenenza etnico-religioso-culturale – delle vittime di un tempo. In questo duplice movimento – scrollare, ribaltare –, in questa meccanica dell’esonero che diventa vendetta, starebbe il rischio dell’uso del termine genocidio.

Ma questo giudizio – l’uso vendicativo ed esonerante del termine ‘genocidio’ – è solo formale. Nella sua nettezza, non chiarisce perché le azioni perpetrate nel territorio della striscia di Gaza non siano – a uno sguardo ‘analitico’ – apparentabili al genocidio come categoria non solo strettamente giuridica, ma anche politica. Non ci dicono quando possiamo usare la parola genocidio. O ancora e più profondamente: non precisano né quando un popolo che sopravvive a uno sterminio può dirsi sopravvissuto a un genocidio, né soprattutto quando un popolo che sta subendo operazioni di deportazione di massa e sterminio e affamamento dei civili può denunciarlo come tale. Non ci dicono cioè dove poggia la legittimità del giudizio storico o della denuncia politica. Se sulla quantità, come si è risposto molto spesso brandendo cifre. O sui modi, come si è replicato. O sui tempi, come si è aggiunto. La risposta sta probabilmente in un intreccio di questi elementi, e di molti altri. Ma il punto – nella notazione formale da cui prendiamo spunto – è probabilmente un altro: è la questione della legittimità del nominare politicamente, e quindi giudicare, un fenomeno mentre accade, e di renderlo analogo – proprio perché il concetto nominato è lo stesso – a un fenomeno del passato.

In questa tesi entra cioè in gioco il tema della memoria del genocidio, di come lo si ricorda, di chi ha diritto a passare il testimone, o meglio a farne “immagine” narrativa, storia condivisibile (la diatriba tra Claude Lanzmann e Georges Didi-Huberman verteva su questo e non perde attualità), perché, come si diceva, “non accada più”. Entra nell’arena il problema – davvero europeo-occidentale – della “pedagogia della Shoah”.

Ci sono voluti decenni di memoria conflittuale per comprendere e spiegare che l’Europa – la Germania con l’Italia e gli altri collaborazionismi – ha realizzato la Shoah con l’efficienza banale dell’amministrazione e dell’industria. Ma se questa posizione fosse corretta, la coscienza europea si libererebbe da questo peso storico proprio accusando le vittime di avere, in sostanza, imparato dai carnefici. Ora, al netto di ogni difficoltà di concettualizzare un pensiero come questo – che ha una sua abissalità inconscia, ma anche una scomoda superficialità –, il contenuto politico del monito (ripetiamo: l’uso esonerante e vendicativo della categoria applicabile con pertinenza invece alla Shoah) sembra girare, nel suo rilievo formale (la descrizione di un meccanismo: il ‘contrappasso’), attorno al tema di quanto e cosa si sia davvero appreso dalla memoria della Shoah – il genocidio a noi temporalmente, spazialmente e culturalmente più vicino.

Insomma, chi ripete che un ‘genocidio’ è in corso non solo applicherebbe scorrettamente – anche se non viene detto perché – una categoria storica riferibile soltanto alla Shoah, ma addirittura la rovescerebbe addosso a chi la Shoah l’ha subita, dimostrando di avere appreso malissimo la lezione, e anzi di volersi vendicare delle accuse subite e delle responsabilità imputate. Eppure sono milioni gli occidentali nelle piazze, centinaia le istituzioni e associazioni che da decenni agiscono nei territori vessati dall’Idf, decine gli esponenti alti o altissimi della diplomazia e della politica mondiale che usano e ripetono questo termine. Ma se così fosse – se lo facessero non per denunciare che qualcosa di apparentabile, simile, analogo a quel genocidio sta accadendo, ma invece per esonerarsi e vendicarsi, riproponendo attitudini e stilemi dell’antisemitismo –, cosa si è trasmesso davvero in questi decenni, dal momento in cui il genocidio ebraico non è più in corso? Quello che si è cercato di fare a livello di insegnamento scolastico e universitario, di toponomastica civile e iniziative culturali, di pedagogia istituzionale, editoriale, cinematografica della memoria, a cosa è servito?

Se un timore del genere avesse fondamento – il timore di un antisemitismo ‘radicale’, più forte di ogni azione contrapposta, che riprende vigore e gioca di spostamento in spostamento per andare a colpire l’ebreo in generale proprio attraverso la categoria di genocidio, “per contrappasso” –, questo significherebbe che ottant’anni di pedagogia della Shoah come genocidio europeo non sono stati efficaci. Che la strategia della testimonianza si è persa in un esercizio della parola inutile. Che studi storiografici, libri testimoniali, documentari, film di finzione, hanno mancato il bersaglio. Che anzi in alcuni casi hanno contribuito a ridestare un antisemitismo strutturale e quasi astorico.

Ora, questo timore diffuso segnala una questione aperta interna all’Europa, parla di noi, di come abbiamo insegnato la Shoah per ottant’anni. L’intera pedagogia della Shoah avrebbe fallito (e quindi andrebbe fermata, ripensata, riplasmata, perché non è servita a niente). Sarebbe una conclusione abissale. E forse di un nichilismo insopportabile, per chiunque creda nella ‘trasmissibilità’ delle storie, nel passarsi il testimone, appunto, tra le generazioni.

Ma prima di contemplare l’abisso di questa conseguenza, molto prima di chiederci cosa abbiamo o avremmo sbagliato nel trasmettere la memoria di quel passato atroce, dobbiamo constatare che questo timore non serve certo per stabilire ciò che sta succedendo a Gaza, anzi sposta l’attenzione, deviando gli occhi dell’opinione pubblica dal cuore della questione: l’annientamento in corso di Gaza e dei suoi legittimi abitanti. Perché nel frattempo abbiamo l’urgenza di fermare, subito, con ogni mezzo politico, un genocidio in corso con dei responsabili politici e una lunghissima storia di violenze alle spalle.

Quindi, posto che nessuno crede a Netanyahu e Ben Gvir, quella questione, adesso, in questo momento, è secondaria. A meno di non negare – come tanti governi e media fanno, addirittura arrestando (Uk) o picchiando con violenza poliziesca (Germania) chi denuncia – che tutto ciò che sommato compone un genocidio – sterminio, devastazione, carestia indotta, crudeltà diffuse e reiterate per centinaia di migliaia di persone appartenenti alla stessa etnia e cultura, traumi indicibili imposti a una popolazione che è per metà minorenne, etc. – stia avvenendo.

È l’“in corso” che segna l’urgenza, la priorità assoluta, perché è una serie interminabile di crimini bellici e umani che prima ancora che definita va fermata – proprio da parte europea, proprio da parte di quei figli e nipoti dei carnefici che dalla storia qualcosa hanno imparato.

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1 commento

  1. Grazie di questa riflessione. Inventiamo una parola nuova per le terribili azioni contro i civili.
    Ritorniamo alla storia della rimozione della colpa che coinvolse non solo Italia e Germania, ma molti altri paesi buoni nella economia nazista. Ora come allora l’opportunità economica della guerra si ripete e nessuno si tira indietro. La storia delle macchine Hollerith e degli affari del sig. Watson ha una similitudine nella storia progetto Nimbus. Non si tratta solo di accorgersi di cosa accade per fermare il disastro, ma anche di rendere giustizia ad singola vittima non consentendo il lavaggio della coscienza collettiva.

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Autore

malpassimo@minima.it

Massimo Palma insegna filosofia politica a Napoli. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil, Alexandre Kojève, lo studio Foto di gruppo con servo e signore, e il saggio I tuoi occhi come pietre (Castelvecchi, 2017 e 2020) e la biografia intellettuale Max Weber. Una vita politica (Carocci, 2025). In francese, per La Variation, sono usciti Velvet Underground. Le son de l’excès (2023) e Walter Benjamin, Substance (2024). Ha curato opere di Max Weber, Georges Bataille, Georg Heym, Fredric Jameson, Walter Benjamin (da ultimo Il mio Kafka, Castelvecchi, 2024). In ambito extra-accademico, ha pubblicato Berlino Zoo Station (2012), Nico e le maree (2019), Happy Diaz (2021), Olanda, 1945. Anne Frank e i Neutral Milk Hotel (Nottetempo, 2023). Nel 2022 ha vinto il premio Franco Fortini per la poesia con Movimento e stasi (Industria e Letteratura, 2021). Nel 2024 è uscito “La conta” (Edizioni Volatili).

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