Pubblichiamo un testo tratto dalla rivista Pantagruel, che ringraziamo. Il numero è dedicato a Claudio Caligari ed è a cura di Giordano Meacci e Francesca Serafini.

Quello che sto per dire è personale. Una goccia d’ammonimento dentro un mare d’ammirazione. Come tutte le opere che restano più del previsto, che resistono al tempo, Non essere cattivo ha una genesi che si per de nel mistero. Al tempo stesso era chiaro che qualcosa stava succedendo. Claudio Caligari era il regista leggendario di Amore tossico e L’odore della notte. Era anche l’uomo a cui, da quindici anni, non facevano fare un film. O era l’uomo che faceva un film ogni quindici anni? Sarebbe bella quest’ultima versione, ma è vera l’altra: la bizantina farraginosità del cinema italiano (quando non è rapido, pulito, spesso indolore) aveva frapposto un muro di stupidità tra un grande regista e il film, o i film, che avrebbe voluto realizzare.

È un muro, quello della stupidità produttiva, spesso ministeriale, di solito con sede a Prati, che si può abbattere a spallate a patto che le spalle non siano solo quelle del direttore d’orchestra e, finalmente, intorno a Caligari, si stava creando una sorta di dream team. Bande à part? La banda Caligari.

Se non ricordo male era una sera del 2013 nel quartiere San Lorenzo a Roma, finita la presentazione di un romanzo nella libreria Giufà. Su via degli Aurunci si proiettò l’ombra di un cavaliere dalla trista figura. Claudio Caligari. Me lo rivedo lungo più che alto, serio, tagliato in diagonale dalla fredda luce di un lampione. Aveva appuntamento con Francesca Serafini e Giordano Meacci. Arrivò Valerio Mastandrea. E poi, a seconda di chi la racconta, arrivarono diverse altre persone.

Non mi ricordo bene, non voglio che qualcuno mi rinfreschi la memoria. Le grandi storie cominciano a esistere dalla seconda volta che accadono, da quando, vale a dire, qualcun altro, spesso qualcuno che non c’era, comincia a raccontarle male. Mi ha detto un caro amico, la scorsa primavera, a Cana, erano al ricevimento di un matrimonio, a un certo punto si è presentato un tizio strano. Claudio Caligari e i suoi si erano dati appuntamento per andare a cena insieme. Qualcuno, forse lo stesso regista, aveva prenotato un tavolo da Pommidoro.

Scelta più didascalica non si sarebbe potuta concepire, ma è questo il raro caso in cui, persino per la vita, vale ciò che Umberto Eco scrisse a proposito di Casablanca: “Due cliché ci fanno ridere. Cento cliché ci commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando fra loro e celebrano una festa di ritrovamento”. Colui che aveva continuato degnamente, tra mille difficoltà, uno dei filoni del cinema pasoliniano, portava la propria banda in progress a cena nel più pasoliniano dei ristoranti. O quello o il Biondo Tevere. Mi chiesero, molto gentilmente, se volevo andare con loro. Dissi di no. Mi sembravano così affiatati, belli, in combutta (lavoravano già insieme a quello che sarebbe stato Non essere cattivo, ma erano proprio gli inizi) che mi sentii di troppo. Se da una parte ci tenevo a conoscere Claudio Caligari, dall’altra temevo di incrinare, con la mia presenza – pure di poco, non diamoci arie – la magia che generavano insieme. Sono anche una persona scaramantica, credetti che un sacrificio personale avrebbe aggiunto qualcosa di minuscolo alla fortuna che stavano evocando, ma di cui avrebbero avuto bisogno.

È chiaro che il film si sarebbe fatto. Ma in un mondo giusto, in un mondo normale. Bisognava scassinare la vuota cassaforte dell’imbecillità pompata ovunque a ciclo continuo. Alla fine ci riuscirono, e ci riuscirono perché, intorno a Caligari, si era creato un vero gruppo di artisti. Non essere cattivo portò fortuna a tutti tranne che al Caligari in carne e ossa, il quale morì prima che il film fosse finito, ma il film uscì perché la banda Caligari tenne duro, serbò quella magia anche quando il suo centro non fu più di questo mondo, riuscì a creare una sorta di “Caligari spiritico” che era la somma emotiva di ciò che di importante il regista aveva depositato in ciascuno dei suoi componenti. Il film venne amato da tanti, lodato, celebrato, citato di continuo, ce lo ricordiamo tutti, continua a emozionarci, a essere motivo di ammirazione.

La banda Caligari, però, non si è più rimessa insieme. Qui c’è l’ammonimento. Il lavoro di gruppo fu così evidente e bello, e così istruttivo (per chi lo guardava da fuori, ma anche per i suoi protagonisti) che sarebbe valsa la pena farne una scuola. Non più la banda Caligari, la scuola Caligari. Un gruppo di artisti che lavorano insieme, come il cinema potrebbe essere, a maggior ragione in tempi vuoti. Te piacerebbe Bru’? Andassene via da tutta ’sta merda?

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Autore

nicolalagioia@alice.it

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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