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Una domenica pomeriggio dell’autunno del 1975 andai a vedere il film I tre giorni del Condor con mio padre. O forse era sotto Natale, non ricordo bene. Non ricordo neppure in quale cinema: forse il Metropol di Monza, o il Tiffany di corso Buenos Aires a Milano, nei tempi in cui si entrava in una sala e non si sapeva già dove ci si sarebbe seduti. Quello che la memoria ha conservato intatto, con la precisione ingrata che riserva alle cose scomode, è il disagio che provai a essere lì con lui.

Stavo per compiere quattordici anni. A quell’età la presenza dei genitori nei luoghi del tempo libero è una forma di esposizione pubblica, come uscire di casa con qualcosa di imbarazzante appiccicato alla schiena senza poterselo togliere. Si risponde a monosillabi, si prende distanza camminando mezzo passo indietro o avanti, si esibisce l’insofferenza come fosse un grado di maturità appena conquistato. Mio padre non amava andare al cinema da solo e mi aveva promesso dei soldi se l’avessi accompagnato. Accettai per i soldi e passai l’intera proiezione a recitare la parte di chi voleva essere altrove. Quando uscimmo e lui mi chiese, con timido entusiasmo, se mi fosse piaciuto, dissi: “mah, sì, abbastanza”, quella formula vaga e crudele con cui i figli adolescenti restituiscono ai padri il regalo che hanno appena ricevuto. E invece, nel buio della sala ero stato completamente rapito.

Per lungo tempo pensai che Robert Redford incarnasse un ideale maschile quasi insuperabile. Non solo per la bellezza, quella bellezza luminosa, apparentemente involontaria, come di chi non si è mai guardato allo specchio con intenzione, ma per il modo in cui i suoi personaggi sembravano attraversare il mondo con un misto di ironia, malinconia e intelligenza morale. C’era in loro qualcosa che allora non sapevo nominare e che oggi chiamerei understatement esistenziale: la capacità di essere nel pericolo senza esibirlo, di soffrire senza commentarsi.

Nei Tre giorni del Condor Redford interpreta Joe Turner, nome in codice Condor: un analista della CIA che lavora in una sezione clandestina incaricata di leggere tutto il pubblicabile — libri, riviste, fumetti, gialli, opuscoli, manuali tecnici — per individuarvi possibili allusioni a complotti od operazioni segrete. Un’idea oggi quasi commovente nella sua ingenuità: che leggere possa ancora salvare il mondo. Che da qualche parte, in una stanza piena di libri, qualcuno vegli su di noi decifrando i segni nascosti nella narrativa popolare.

Condor non è un killer, non è un uomo d’azione. È un semplice lettore. Un uomo che collega dettagli, riconosce pattern nascosti, comprende il reale perché ha passato la vita immerso nelle storie, e che proprio per questo, quando la realtà irrompe nella sua stanza piena di carte, la riconosce: l’ha già letta. Quando un dirigente dell’intelligence si chiede incredulo dove abbia imparato a sopravvivere, la risposta di un suo collega è una delle più belle mai affidate a un film americano degli anni Settanta: “Condor legge.” Tre parole che contengono un’intera filosofia della conoscenza, e forse anche una forma di rivalsa, per tutti quelli che hanno sempre creduto che stare seduti con un libro in mano fosse la cosa meno utile del mondo.

Joe Turner è un topo d’archivio che si trova improvvisamente costretto a entrare nella realtà fisica e violenta che fino a quel momento aveva soltanto studiato nei testi. Ha imparato il mondo attraverso le pagine e improvvisamente scopre che le pagine non bastano — oppure che bastano, ma in un modo che non aveva previsto. Non come scudo, ma come bussola. Come il modo in cui si riconosce una trappola prima ancora di vederla, perché si è già letto come funziona.

Allora non sarei stato capace di formulare niente di tutto questo. Avevo quasi quattordici anni e quello che sentii fu qualcosa di molto più semplice, e di molto più potente, come spesso accade alle cose che capiremo soltanto dopo: mi identificai con Redford e mi innamorai di Faye Dunaway.

Mi ero già preso una cotta mesi prima per Cybill Shepherd in Taxi Driver, ma era un innamoramento diverso, quello per una donna irraggiungibile, che appartiene a un altro mondo (la voce di Travis Bickle la descrive “like an angel”, quando appare nella scena col cameo di Martin Scorsese). La Dunaway invece era qualcosa di più terreno. C’era in lei una specie di malinconia trattenuta: una bellezza che non chiedeva nulla e che sembrava custodire dentro di sé qualcosa di incondivisibile. Nei Tre giorni del Condor questo carattere si incarnava perfettamente nel personaggio di Kathy Hale, che non era propriamente una fotografa nel senso professionale del termine, ma qualcuno per cui la fotografia era una pratica privata, un modo di dare voce ai suoi pensieri. Viveva sola in un appartamento seminterrato di Brooklyn Heights, con le pareti coperte di stampe in bianco e nero che non sembravano pensate per essere mostrate, ma piuttosto per restare lì, come tracce di uno sguardo senza pubblico.

Joe Turner entra nella sua vita letteralmente per sopravvivere: la ferma per strada, sale sulla sua macchina, la costringe a ospitarlo a casa sua. Lei sta per partire per il Vermont, dove dovrebbe raggiungere il fidanzato per una vacanza sulla neve. È un rapimento improvvisato, goffo, lui è sempre sul punto di scusarsi. Ed è da questo inizio impossibile – dalla paura, dalla costrizione, dal caso – che nasce una delle relazioni più anomale e insieme più intime del cinema americano. Non nasce dall’amore, né dalla seduzione o dall’attrazione tipica dei film romantici. Nasce dalla sospensione: due estranei che si trovano a condividere un tempo che non appartiene né all’uno né all’altra, un interstizio dell’esistenza in cui le regole ordinarie non valgono più.

In quel microcosmo sotterraneo, separato dal resto del mondo come una sala d’attesa dell’esistenza, Joe finisce per osservare con attenzione le fotografie di Kathy appese al muro. Sono tutte in bianco e nero: ritraggono panchine vuote, alberi spogli, strade deserte. Le chiede cosa rappresentino e lei risponde vagamente che sono immagini invernali. E allora lui precisa: “Not quite winter. They look like November. Not autumn, not winter, in-between… I like them.”

È una delle più grandi scene d’amore mai girate senza dichiarare amore. Joe non sta valutando le fotografie esteticamente. Sta leggendo Kathy come ha imparato a leggere tutto, cercando sotto la superficie un tempo interno, qualcosa che le dia una collocazione, una stagione possibile. Come se dovesse farla entrare in un ordine del mondo per riuscire a vederla davvero. E in quel gesto non c’è interpretazione ma riconoscimento. Non viene desiderata in generale: viene colta in una tonalità precisa, in una luce che non somiglia a nessun’altra, nel colore esatto della sua malinconia.

Novembre è uno stato d’animo, forse il più difficile da abitare, perché non possiede i diritti acquisiti delle altre stagioni. L’autunno ha i suoi colori accesi, il suo folklore, la malinconia consacrata dai poeti. L’inverno ha il gelo, la sua austera evidenza. Novembre invece resta in una terra di mezzo: ha tutto questo soltanto in forma di promessa e di congedo insieme. È il mese in cui le foglie sono già cadute ma la neve non è ancora arrivata; in cui le giornate si accorciano così in fretta che ogni sera sembra una piccola capitolazione. È il tempo dello spleen, bello e silenzioso come un libro di Francesco Biamonti, che non hai voglia di iniziare, poi però ti abitui alla sua luce obliqua e finisci per accomodartici dentro più del dovuto. Novembre somiglia a noi: alle cose che passano, a noi che decliniamo lentamente e intanto facciamo bilanci, cercando nelle giornate spoglie una forma di quiete che non sia ancora resa.

Quelle di Kathy non sono immagini disperate, ma tristi. Dentro quelle strade deserte e quelle panchine vuote c’è ancora la possibilità che qualcuno arrivi e le noti, come ha fatto lei. Novembre è questo: il momento in cui qualcosa non è ancora finito ma sta chiaramente finendo. Non è la morte; è la sua prova generale.

Joe e Kathy non costruiranno nulla. Non hanno futuro – lui lo sa, lei lo intuisce. La loro vicinanza nasce dentro una tregua precaria, dura il tempo di una pausa tra due pericoli, e assomiglia esattamente a quelle fotografie: scattate nel momento di passaggio tra due stagioni, quando il mondo si è appena svuotato ma non si è ancora rassegnato a restare tale.

Molti anni dopo, durante una vacanza natalizia a New York, decisi di andare a cercare quella casa. Esistono libri per questo genere di pellegrinaggi, come New York: The Movie Lover’s Guide di Richard Alleman, uno dei più completi, oltre a parecchi siti web, che segnalano gli indirizzi esatti in cui furono girate le scene dei grandi film del passato. C’è qualcosa di commovente e di lievemente ossessivo in questa letteratura: la catalogazione dei luoghi come se il cinema avesse lasciato una traccia fisica nel mondo, e quella traccia fosse ancora lì ad aspettare chi volesse cercarla.

Il 9 di Cranberry Street si trova a Brooklyn Heights, non lontano dal ponte. Ci arrivai a piedi dalla metropolitana, attraverso strade residenziali quiete, alberi alti, villette di mattoni rossi che sembrano ignare di essere a due fermate da Manhattan. L’edificio era anonimo come spesso accade ai luoghi del cinema quando li si incontra nella realtà, senza targa, senza riconoscimento, senza niente che segnalasse la sua appartenenza a qualcosa di più grande di sé stesso. Solo un basement qualunque, con una porta e qualche gradino che scendeva verso il basso.

Rimasi fermo lì davanti più a lungo del necessario. Non stavo cercando di vedere qualcosa – anche perché non c’era niente da vedere. Stavo cercando di sentire qualcosa, che è diverso, ed è sempre più difficile da spiegare. Ebbi la sensazione stranissima di stare visitando non tanto un set cinematografico, quanto una stanza della mia vita interiore. Come se quella porta chiusa desse accesso a qualcosa che non era mai stato fuori di me, e che pure aveva bisogno di un indirizzo preciso per esistere nel mondo.

Pensai a mio padre. Era morto da trent’anni e solo in quel momento, fermo davanti a un seminterrato anonimo di Brooklyn Heights, con il freddo che cominciava a farsi sentire, capii che quel pellegrinaggio aveva qualcosa di riparatorio. Non stavo cercando la casa di Kathy Hale. Stavo cercando di tornare in quella sala cinematografica del 1975 e di comportarmi in modo diverso. Di uscire in strada e dire a mio padre: “Avevi ragione, è un film bellissimo, grazie di avermi portato”.

Ma non glielo avevo mai detto. E lui non me lo aveva mai chiesto di nuovo, con quella delicatezza silenziosa con cui i padri imparano, a un certo punto, a non aspettarsi troppo dai figli.

Da adolescenti crediamo sempre che i nostri entusiasmi nascano spontaneamente, per qualche miracolo interno che non dobbiamo a nessuno – come se la passione fosse una cosa selvatica che cresce da sola, senza che nessuno l’abbia seminata. Solo molto più tardi capiamo che quasi tutto ciò che ameremo ci è stato consegnato da qualcuno – un padre, una madre, un amico, una fidanzata, un insegnante, a volte perfino chi detestiamo – e spesso nel momento esatto in cui stavamo volgendo la testa dall’altra parte. Che la trasmissione avviene proprio là dove sembra impossibile, nel pieno della resistenza, nel bel mezzo del “mah, sì, abbastanza”.

I toreri spagnoli chiamano querencia il punto dell’arena in cui il toro torna istintivamente durante la corrida, il suo angolo, il suo territorio, il luogo da cui difendersi e da cui attaccare, il solo posto in cui, in mezzo al caos e al sangue, si sente per un momento al sicuro. Ogni persona ha i propri luoghi di querencia, non necessariamente i più belli, non i più felici, ma quelli in cui qualcosa di fondamentale si è depositato, e in cui tornare significa ritrovare una versione di sé che altrove non esiste più.

Per me il 9 di Cranberry Street è diventato uno di quei luoghi. Il posto in cui convivono mio padre e Robert Redford, Faye Dunaway e il ragazzo che voleva sembrare già adulto, il cinema americano degli anni Settanta e quelle fotografie novembrine appese a un muro. Non stavo cercando nessuno di loro in particolare. Li ho trovati tutti insieme, davanti alla stessa porta chiusa.

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sergiogarufi@minimaetmoralia.it

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