In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corso. A questo indirizzo le puntate precedenti.

a cura di Giulia Battiston e Letizia Rigotto

La parola “sbilico” evoca l’immagine di un filo sottile sospeso nel vuoto sul quale un equilibrista cerca ogni giorno di camminare senza precipitare, barcamenandosi tra lucidità e smarrimento, tenuta e crollo, allucinazione e realtà, soglie separate da confini fragili, spesso indistinti. È da queste zone di attrito che nasce l’ultimo romanzo di Alcide Pierantozzi, pubblicato nel 2025 da Giulio Einaudi editore e selezionato nella dozzina del Premio Strega 2026. Attraverso il racconto in presa diretta delle psicosi, del rapporto con i famigliari e con i medici, l’autore narra la convivenza quotidiana con la malattia e dà voce non solo alla sua condizione, ma a quella di altre migliaia di pazienti, in un mondo in cui parlare di malattia mentale è ancora visto come un tabù.

L.R.: Ne Lo sbilico racconta per la prima volta senza filtri la sua malattia, come è degenerata e come ha condizionato la sua vita, ma anche quella delle persone intorno a lei. Da cosa è nata la necessità di raccontarsi in modo così diretto?

A. P.:È nata quasi per caso. Qualche anno fa mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sulla palestra e, mentre ci lavoravo, ho cominciato a sentire il bisogno di parlare della mia malattia. Ho fatto una sorta di coming out: in quell’articolo ho rivelato che convivo con le psicosi e che per farlo seguo una terapia che prevede più di sette pasticche al giorno, tra medicinali e psicofarmaci, continuamente messe in discussione, anche dai medici stessi. Una terapia che non dà certezze.

Scrivere questo libro è stata una richiesta d’aiuto, non solo per me, ma anche per tutte quelle persone che seguono la stessa cura e non hanno la possibilità di rivelarsi come ho fatto io. Credo che i libri servano soprattutto a questo: ad aiutare gli altri. Vale in particolare per quelli politici, e credo che il mio lo sia.

Da questa idea iniziale deriva anche la forma: non è un saggio, non è propriamente un romanzo, ma neppure un’autobiografia, almeno non nel senso più canonico del termine, perché manca di tutti quei particolari della vita di una persona. Ciò che mi interessava non era raccontare episodi specifici della mia vita, ma parlare di vissuti che potessero assumere un valore più universale.

L.R.: Quindi il lettore a cui si rivolge è in prima istanza quello che vive la sua stessa condizione?

A. P.: Quando ho scritto il libro non volevo certo rivolgermi ai normali e ai sani. C’è un punto in cui emerge con chiarezza il mio modo di vedere la vita: quando dico che scrivo per le persone che, come me, non stanno bene, nella speranza di poter offrire loro la carta migliore e le matite più preziose. Perché se lo meritano. E perché meritano la letteratura, forse persino più degli altri.

L.R.: Infatti tu dici «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi».

A. P.: Sì, è esattamente questo: inceppare un sistema che pretende di far vedere il malato psichiatrico in un unico modo. Credo sia molto più importante che io vada in giro a presentare il libro che il libro stesso: sulla pagina rischiavo di diventare il “pazzo di talento”, io invece voglio dimostrare che l’etichetta di malato psichiatrico non toglie nulla al mio mestiere di scrittore, non lo modifica, così come il bipolarismo o la schizofrenia non sottraggono nulla alla competenza di un chirurgo o di un avvocato. L’unico modo per abbattere lo stigma è far capire che non sono né un infermo mentale né uno che, tra un ricovero e l’altro, ha improvvisi lampi di talento. Sono una persona che ogni giorno vive e collabora con la propria malattia, cercando, con grande fatica, di fare il proprio lavoro. Ed è una condizione condivisa con moltissime altre persone. Mi ha colpito la quantità di gente, anche molto famosa, che mi ha scritto dicendomi: «Nessuno potrebbe mai immaginarlo, ma seguo la tua stessa terapia».

L.R.: Quindi Lo sbilico vuole anche dare voce a delle persone che per vari motivi non potrebbero esporsi tanto come ha fatto lei?

A. P.: C’è anche un discorso stettamente letterario: esistono tante forme di neurodivergenza e di autismo, ed è fondamentale che escano libri scritti in modi diversi, capaci di mostrare come esistano molteplici possibilità di comunicare e di esprimersi, tutte ugualmente valide.

In fondo, è esattamente questo il punto centrale dello spettro autistico: a scuola si sente spesso dire «sei andato fuori tema», «sei troppo ossessionato da un argomento», «dovresti fare le cose in modo diverso», invece bisognerebbe fare l’opposto, cioè rivendicare: «io funziono così», «il mio contributo è molto forte, non voglio essere messo all’angolo e le regole non le stabilisci solo tu». In letteratura conta tantissimo, perché la forma che lo scrittore sceglie rispecchia inevitabilmente il modo in cui funziona la sua mente: un libro non è solo il risultato delle letture fatte o delle esperienze vissute, c’è dentro qualcosa di molto più misterioso.

L.R.: Nel suo libro c’è una continua alternanza tra termini della medicina e della psichiatria e termini espressivi e poetici. Da una parte ci sono parole specialistiche, da usare per forza, altrimenti si incolperebbe i dottori di essere stati poco chiari; dall’altra lamenta che «I medici sono convinti che l’accezione scientifica di certe parole prevalga sull’accezione poetica delle medesime». Ci può spiegare meglio questa convivenza tra esattezza scientifica ed espressività poetica?

A. P.: Mi ritrovo spesso a dover spiegare perché questo libro è scritto in questo modo e perché utilizzo una lingua così complessa. Quando dico al medico che ho avuto una psicosi, lui mi corregge precisando che non si è trattato esattamente di una psicosi. E questa cosa, a volte, mi fa sorridere: l’accezione medica di un termine vale nel contesto medico, ma l’idea che sia la scienza ad avere il monopolio dell’appropriatezza delle parole mi sembra folle.

Per me viene prima l’accezione poetica di un termine. Una parola come “carcinomatoso”, per esempio, può interessarmi molto di più per descrivere uno scoglio che non un tumore.

La difficoltà è stata cercare un punto di connessione tra il linguaggio medico e quello poetico. Il linguaggio medico è impreciso, ruba etimologie ad altri ambiti e le complica. È un linguaggio cistoscopico, che restringe il termine alla specificità della malattia. La poesia, invece, fa il contrario: allarga, moltiplica i significati. Ho cercato quindi parole scientifiche che non avessero una risonanza troppo respingente. In biblioteca ho trovato il Dizionario Medico Larousse del 1959, un’epoca in cui la specializzazione medica era meno estrema e i termini più vaghi: le vene diventano “fibrille”, la pelle “lo strato corneo”. Ho continuato la ricerca nei bugiardini dei farmaci, scegliendo tutte quelle espressioni che potevano avere una valenza poetica: il “tappo scanalato”, i “confetti bicompressi”. Contemporaneamente leggevo Caproni e ne ricercavo le parole più scientifiche, come “anabeggiante”. Da tutte queste relazioni tra le parole ha preso forma, poco alla volta, una lingua costruita non tanto sull’esattezza scientifica quanto su un’esattezza emotiva.

L’obiettivo era che il lettore, leggendo, capisse sempre. Almeno il quaranta per cento delle parole che uso in questo libro io stesso non le conoscevo, ma le ho cercate a lungo, raccolte negli anni, ritrovate. All’inizio del libro, per esempio, c’è una frase: «un sapore cattivo sulla lingua». Per arrivare a quel “cattivo” ho escluso altre migliaia di parole. Ed è anche questo il mistero della scrittura: alcune definizioni funzionano sin da subito, altre invece non riescono a restituire nulla. L’esattezza però restava fondamentale perché, raccontando esperienze vissute da tante altre persone, non potevo permettermi di fingere. Era necessario trovare termini che aprissero una comunicazione con il lettore fino a portarlo a pensare: «È esattamente quello che provo anche io».

L.R.: Nel suo libro lei dunque usa delle parole con l’intento di descrivere esattamente la realtà della sua malattia. C’è però un’unica parola che sembra sfuggire a questo criterio, ed è la «cosina» attaccata alla mano di suo fratello, di cui lei parla negli ultimi capitoli. In un libro che ricerca così tanto la precisione, che significato assume la vaghezza di quella «cosina»? E perché è proprio questo elemento a rimanere indefinito?

A. P.: È anche l’unica parola nel libro in corsivo. “Cosina” è una parola vaga, ma è quella che in casa mia veniva usata da mia madre per spiegarmi la malformazione congenita alla mano di mio fratello.

C’è però un’altra parola, cercata e meditata molto più a lungo di “cosina”, ed è “mostrino”. La devo a Rosa Matteucci, una scrittrice che conosco e amo da molti anni. Tempo fa le raccontai la storia di mio fratello, usando espressioni come “mostriciattolo” o “mostro”, e lei mi fermò subito: «Ma no, un bel mostrino», mi disse. Da quel momento è cambiato tutto. Quella parola ha reso magico ciò che era repulsivo, ed è l’operazione che ho cercato di compiere per tutto il libro: rovesciare i canoni. Tutto ciò che è considerato bello o esteticamente desiderabile lo accantono, mentre tutto ciò che appartiene alla mostruosità del corpo, alla fragilità della vita e alla difettosità di ogni giorno, lo esalto.

L.R.: Lo sbilico si apre con il racconto di sua mamma e della sua malattia e si chiude con l’immagine molto toccante del suo libro che si decompone per restituire suo fratello, come se lei, parlando di sé stesso, si facesse a pezzi per restituire gli altri.

A. P.: Il finale è la chiave di tutto, perché lì volevo affermare una cosa precisa: non esistono i matti, non esistono gli scrittori: esisto io. Ed è fondamentale dire “io” in quanto Alcide, non in quanto scrittore o autore di un libro. La mia storia è un punto di partenza per tirare fuori me stesso, il mio modo di funzionare, le mie regole. Sono io che urlo il mio dolore e pretendo che il mondo e la società ne prendano atto e si comportino di conseguenza. Nel finale distruggo il libro proprio per questo: per mostrare cosa significhi davvero entrare dentro una mente devastata.

La mia vita in sé non conta nulla, conta molto di più il gesto di aver scritto questo libro: se io sono riuscito a farlo e sono riuscito a farmi pubblicare da Einaudi, allora significa che possono riuscirci anche tante altre persone: magari ragazzi che a scuola hanno l’insegnante di sostegno o persone che vivono in una clinica psichiatrica. Bisogna capire che la disfunzionalità psichica ed emotiva è una cosa, l’intelligenza cognitiva un’altra.

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1 commento

  1. Molto corretto e sconvolgente,non solo un punto di vista giusto che dall’esterno giudica e cerca di comprendere l’altro,ma l’altro che ribadisce e richiede con precisione il suo momento di giudicare e catalogare l’esterno.
    Da dentro a fuori e viceversa…

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