Simone Bachechi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-bachechi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 21 Apr 2026 08:36:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Simone Bachechi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/simone-bachechi/ 32 32 “Il mio primo libro”, i sorprendenti racconti di Honor Levy https://minimaetmoralia.it/libri/il-mio-primo-libro-i-sorprendenti-racconti-di-honor-levy/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-mio-primo-libro-i-sorprendenti-racconti-di-honor-levy/#respond Tue, 21 Apr 2026 08:36:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57222 di Simone Bachechi Che sia o meno la voce della nuova letteratura, come ci dice Bret Easton Ellis nella quarta di copertina del primo libro di Honor Levy, scrittrice ventinovenne di LA, California, dal titolo (appunto) Il mio primo libro (Mercurio 2025, pagine 213, euro 18,00, traduzione di Chiara Manfrinato), stesso giudizio che su Easton […]

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di Simone Bachechi

Che sia o meno la voce della nuova letteratura, come ci dice Bret Easton Ellis nella quarta di copertina del primo libro di Honor Levy, scrittrice ventinovenne di LA, California, dal titolo (appunto) Il mio primo libro (Mercurio 2025, pagine 213, euro 18,00, traduzione di Chiara Manfrinato), stesso giudizio che su Easton Ellis formulò Norman Mailer (ma si sa tra scrittori spesso ci si vezzeggia e gli strombazzamenti a fini commerciali sono una caratteristica del mercato editoriale a qualunque latitudine) sarà da vedere, e magari  potremo trovarne conferma con il suo ipotetico “secondo libro”. Già, perché magari proprio in questo modo la giovane scrittrice californiana deciderà altrettanto provocatoriamente come fatto con la sua opera di esordio di titolare la sua seconda possibile prova letteraria.

Honor Levy è stata da poco in tour nel nostro paese per promuovere il suo “primo libro” uscito da noi lo scorso settembre, libro che l’ha fatta definire anche “la voce online della sua generazione” (la sua è la Generazione Z), per effetto di quell’ansia classificatoria che cerca di catturare un certo spirito dei tempi (sempre che ne esista uno), lo stesso che in letteratura ha issato qualche decennio fa il già citato Bret Easton Ellis a pittore della realtà distorta e violenta dell’America degli anni Novanta del secolo scorso con il suo American Psycho. Da dire che Dostoevskij due secoli fa non avrebbe mai pensato di intitolare i suoi romanzi numerandoli, ma appunto si parla di due secoli fa (e di Dostoevskij).

Un’ansia da serialità che verrebbe da dire potrebbe rispecchiare quella che si respira in gran parte dei prodotti letterari che si leggono oggi, sennonché quando un libro come quello dell’esordiente e nemmeno trentenne Honor Levy fa la comparsa ne saremo (leggendolo) in qualche modo scossi, interrogati, messi di fronte a un mondo che al netto dei salti generazionali abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni in una pericolosissima deriva che incombe soprattutto sulle nuove generazioni della quale forse ancora non ci siamo ancora resi pienamente conto, e che solo la parola letteraria più di qualsiasi altra scienza o narrazione, anche grazie allo stile percussivo di una mente che vi è cresciuta in seno a quel mondo, ha il pregio di svelarci, un po’ la stessa cosa che il compianto David Foster Wallace ci ha detto nel suo mirabile saggio-prolusione di Questa è l’acqua: “Quella cosa che è così nascosta e così in bella vista”, o se vogliamo lo stesso concetto della celebre  lettera rubata di Edgar Allan Poe.

Il primo libro di Honor Levy è uno strano oggetto che possiamo (semplificando) collocare nel genere racconti, ma è un ibrido tra saggio socio-linguistico, istantanea e romanzo di formazione o distruzione e autodistruzione di una generazione, la Z dicevamo, anche se come l’autrice ci dice in un breve passaggio:

“Il concetto stesso di generazione fa il gioco del capitalismo: incoraggia l’emergere di nuove identità al solo scopo di sfruttarci, dividerci e venderci cose”.

Ogni corrente letteraria o ogni libro è in fondo figlio del suo tempo, poi ci sono quelli che traversano ogni tempo e ogni epoca, e sono i grandi capolavori e i classici, che appunto sono fuori dal tempo. Questo primo libro di Honor Levy è invece lo specchio distorto mirabilmente dall’abile e ironica voce letteraria dell’autrice di una generazione nata dopo l’avvento di internet e cresciuta coi videogames, i social network, la generazione del copia incolla e di Wikipedia, fino all’intelligenza artificiale.

La tradizione letteraria nordamericana è stata del resto sempre fedele a quel realismo che è riuscito a raccontarci il mondo e la società nella quale viviamo in un dato periodo, attingendo a quelle pur discutibili classificazioni per generazioni. Viene in mente in proposito a decenni di distanza e sempre in territorio americano, in parallelo al libro di Honor Levy, un testo che è diventato un classico quale Generazione X di David Coupland, volume uscito in nuova edizione da poco presso di noi da Accento edizioni e che racconta la vita di tre superstiti che analizzano i detriti della cultura occidentale mentre si sfalda davanti ai loro occhi, libro che è anche la fotografia della realtà americana degli anni Novanta, o tornando alle nostre latitudini come non ricordare la comparsa sulla scena dei cosiddetti “cannibali”, gruppo di scrittori che riuniti intorno al progetto di Einaudi Stile Libero diede vita alla celebre raccolta Gioventù cannibale della quale ricorre quest’anno il trentennale, e che è riuscita a cogliere la temperie di un’epoca. Questo per dire quanto un libro di fiction o ibrido che sia come sembra vada oggi molto per la maggiore, riesca a dirci qualcosa di quello che stiamo attraversando e dell’aria che stiamo respirando.

Tra il saggio e la fiction Il mio primo libro ci dice dello stato dell’arte della società e del mondo che ci circonda. Per alcuni tratti sembra proprio di leggere il già citato David Foster Wallace, tante schegge di verità che si frammentano in mille direzioni e significati e significanti diversi, con la caratteristica e il pregio di riuscire a dire cose che potrebbero essere dette in una forma specialistica, sociologia o programmazione linguistica da manuale ecc… invece che in una forma narrativa che rende le stesse tematiche più appetibili e comprensibili, abbia essa la forma di un romanzo o di una raccolta di racconti, e il libro di Honor Levy è un po’ ambedue. Le storie infatti si intersecano l’una con l’altra e rimandano ai vissuti individuali degli strani, alienati ma per molti versi tenerissimi personaggi, formando pure nell’autonomia dei singoli racconti delle tessere di un mosaico che assomiglia a un romanzo.

Uno dei topos che emerge dalle varie narrazioni è l’ansia, lo smarrimento, la ricerca di identità e di autentici contatti umani e di una possibile felicità di una generazione cresciuta con lo smartphone in mano, affranta dalla disperazione e dalla solitudine correlata di chi ha tutto a portata di schermo ed è abituata a vivere in un eterno presente come è la realtà che viene veicolata dopo l’avvento della rete, prima che questa cambiasse il modo stesso di percepire il mondo, rischio al quale sono soprattutto soggette le nuove generazioni con l’inflazione gigantesca di informazioni e di stimoli che rischiano di mettere a repentaglio la libertà individuale con un non secondario e latente intento moralistico e l’effetto di micidiali cortocircuiti:

“Nelle note che ho sul telefono c’è un vero e proprio libro di auto aiuto scritto da tutti quelli che ho letto e conosciuto ed è pieno di contraddizioni, troppi consigli da seguire, troppe vite da vivere, troppe massime e metafore, regole da seguire e regole da infrangere, vere contrazioni, strani loop”(pag. 55)

Honor Levy tratteggia senza auto indulgenze, in modo ironico, un mondo iperconnesso e iperperformativo nel quale il reale è sempre più virtuale, nel quale sempre più spesso purtroppo la realtà stessa sembra obbedire alla regola del 2+2=5 e nel quale la stessa memoria sembra essere soggiogata a una riprogrammazione neurolinguistica. Un breve inciso ce lo spiega bene:

“I suoi ricordi sono per lo più meme”

Storie di giovani donne e giovani uomini e delle loro relazioni sociali ai tempi di internet nel mondo occidentale e ormai sempre più globale del quale facciamo parte. Storie che non mancano di affrontare tematiche drammaticamente importanti come quelle di un aborto, del rapporto con le nuove droghe in Il mondo nella scatola da scarpe, un amore nato online nel primo e contundente racconto dal titolo Una storia d’amore, l’educazione sentimentale di una adolescente dei giorni online come in Una ragazza su internet, ma anche degli illuminanti riferimenti storici che servono a parlare dei giorni nostri come in La galleria degli specchi nel quale si parla appunto delle celebre galleria degli specchi della reggia di Versailles fatta costruire da Luigi XIV per soddisfare il suo narcisismo, e tornando più propriamente ai giorni nostri con Halloween per sempre, quasi un sunto di questi nostri tempi deviati, un po’ come la festa di Halloween appunto, qualcosa di divertente e spaventoso allo stesso tempo, ma anche l’incontro con un soldato mormone alla fine della civiltà e l’evocazione di una divinità atzeca. Il senso di catastrofe imminente è sempre presente nel primo libro di Honor Levy e si esprime in un gergo giovanile appreso e interiorizzato dal web e che si è transustanziato nelle stesse relazioni sociali e affettive che si creano, improvvise, occasionali e, che pure rivendicano un inesausto bisogno di ascolto e condivisione che si esprime in parole incomprensibili, neologismi, che fatalmente va perduto alla velocità della luce creando cortocircuiti linguistici e esistenziali a costante rischio nevrosi o paralisi e che fa dire alla voce smarrita di uno dei personaggi:

“Clicchiamo ipervelocemente, clic, clic, video di sei secondi, impariamo, dimentichiamo, corriamo, ci abbuffiamo, ci depuriamo, facciamo, facciamo, facciamo, facciamo. Se andiamo così veloce e se facciamo così tante cose è perché sappiamo che la fine è vicina”

Questo determina dei veri e propri cortocircuiti e prigioni:

“Le nostre bolle sono prigioni che ci isolano, a crearle sono gli algoritmi, mani invisibili, poteri che esistono e sempre esisteranno”, temi che mettono in gioco la nostra identità sempre più congelata in una specie di Sindrome di Stoccolma: L’identità è una prigione svedese, è confortevole ma non possiamo uscirne”

Il tema stilistico nel primo libro di Honor Levy si fonde a quello sui contenuti, perché è lo stile che costituisce la cifra di un’opera letteraria e ne trasmette il segno, in questo caso frammentato, frattale, martellante, contundente, volatile e allucinatorio, come quello dell’era digitale e dei nuovi linguaggi, tanto da farci cercare il significato di “basato” o “cringe” o domandarsi cosa sia un “twigger warning”, un vero e proprio nuovo dizionario che obbedisce alle regole non regole del parlato dei college dei giovani americani di oggi, ma potremmo dire del linguaggio giovanile di ogni dove, un’evoluzione (o involuzione) del linguaggio che dice molto di come il linguaggio stesso e la nostra percezione della realtà si trasformi in un mondo che di pari passo è in continua trasformazione lasciandoci smarriti:

 “Stiamo creando il mondo in cui viviamo attraverso il nome che diamo alle cose, e il nostro mondo cambia più velocemente che in passato”… “una società deterministica controllata dagli algoritmi”

In tale scenario uno dei temi dirimenti risulta essere quello della democrazia linguistica, che rischia di coincidere con quello della democrazia tout-court, con l’annoso problema della proprietà dei mezzi di produzione, in tal caso linguistici, mettendo in gioco il fatto di chi li possieda, quindi detenendo il potere, oggi l’algoritmo che ne detiene i segreti a scopo di mercato/potere/controllo, fino a prospettare paradossalmente e in modo tragicamente ironico dagli echi cyberpunk una possibile via d’uscita:

“La piena automazione potrebbe essere divertente. Magari assisteremo alla fine. Magari assisteremo all’inizio. Magari anche a noi toccherà una guerra. Una guerra coi droni! Una guerra come quella dei videogame a cui giocavano i nostri fratelli maggiori dopo la scuola”. Quanto di più (ahinoi) tragicamente attuale?

A fronte di questo strapotere l’argine può essere come un’autrice come Honor Levy dimostra con questo suo primo libro, quello della libertà della parola letteraria contro ogni forma manipolatoria, fiction ma anche saggio sociologico dicevamo, critica alla società dei consumi nell’era dell’intelligenza artificiale, mini trattato di linguistica e resoconto esistenziale di una generazione. Honor Levy dicendoci della rivoluzione linguistica e esistenziale operata dalla rete ne rappresenta in modo plastico la manifestazione stilando in un modo scintillante e ironico persino una sorta di miniglossario che compare nel capitolo (definiamolo in questo modo) Z come zoomer, un vero e proprio dizionario a uso dei più giovani dei nostri giorni che testimonia l’evoluzione-involuzione e comunque trasformazione se non vero e proprio stravolgimento dei canoni linguistici; il martellamento di frasi brevi e brevissime per un’utenza soggiogata alla velocità e alla mancanza di reali orizzonti, canoni linguistici ben oltre una riconosciuta e riconoscibile paratassi, una nuova grammatica che ricorda un po’ quanto già prospettato in modo rivoluzionario per i suoi tempi dal Finnegan’s Wake di James Joyce, il quale forse aveva già colto da grande visionario e con tutto il suo genio letterario, pur non arrivando a immaginare una comunicazione fatta di meme, emoticon e troll, “uno spirito dei tempi”, e aveva avuto la lungimiranza di capire il destino del linguaggio e delle storie che tramite di esso vengono veicolate, forse il destino stesso della letteratura?

Una domanda che varrà la pena porsi leggendo il libro di Honor Levy sarà dunque: che fine ha fatto il linguaggio? Ma anche: se questo è lo stato delle cose, che gusto c’è a vedere come siamo fatti e vedere noi stessi in uno specchio (pur distorto)? e l’altrove? la trascendenza? Del resto il realismo americano, spesso ipertrofico, ha un suo peso specifico e il primo libro di Honor Levy è una presa  diretta sul nostro mondo, seppure in  modo trasfigurato, da parte di una mente acutissima e una penna ironica e esplosiva che racconta di un mondo allo sfacelo, come sempre del resto, ma forse oggi ancor di più nell’era di internet e delle verità contraffatte, dell’alienazione linguistica, sociale e culturale di una generazione perduta, disillusa, alle prese con la politica, la natura, il lavoro e l’amore e senza apparenti prospettive tranne quelle della solitudine tecnologica, un incubo che un libro come quello di Honor Levy cerca a suo modo di esorcizzare come testimoniano le cinque pagine di ringraziamenti finali per un libro che è molto di più di prodotto individuale, sembra volerci dire, e deve essere riconosciuto come frutto di un lavoro collettivo, e in ogni caso la testimonianza di un innato un bisogno di comunità e contatti autentici che anche una giovane scrittrice con il “suo primo libro” ha voluto trasmetterci. Sarà da capire cosa Honor Levy con il suo possibile “secondo libro” saprà dirci ancora, al di là delle appartenenze generazionali, qualcosa di più su dove siamo e dove stiamo andando (se stiamo andando da qualche parte), e se l’ironia e l’autoironia felice delle pagine del suo primo libro, tanto da portarla a dire “Da adulta controllerò i media o le banche, ma prima studierò Letterature comparate o Comunicazione digitale o Nietzsche come ha fatto mio fratello alla New York University”, sarà appunto un‘arma di difesa che ci farà ancora sorridere e riflettere, o se malauguratamente anche una giovane e promettente scrittrice americana non sarà scomparsa dalla circolazione della bolla letteraria e sarà stata ingoiata dalla rete, o magari cooptata e assunta da qualche big tech della Silicon Valley nei pressi della quale è nata e cresciuta.

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No Other Choice, se per la famiglia non c’è altra scelta https://minimaetmoralia.it/cinema/no-other-choice-se-per-la-famiglia-non-ce-altra-scelta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/no-other-choice-se-per-la-famiglia-non-ce-altra-scelta/#respond Sun, 25 Jan 2026 09:52:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56786 di Simone Bachechi La famiglia, alfa e omega di ogni società, suo nucleo fondamentale; centro d’irradiazione di interessi e affetti per una specie, quella umana, tipicamente sociale, e che secondo tale visione non può quindi che rispecchiare nelle proprie virtù, storture e aberrazioni. Questo sembra essere il tema fondante di No Other Choice, l’ultimo film […]

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di Simone Bachechi

La famiglia, alfa e omega di ogni società, suo nucleo fondamentale; centro d’irradiazione di interessi e affetti per una specie, quella umana, tipicamente sociale, e che secondo tale visione non può quindi che rispecchiare nelle proprie virtù, storture e aberrazioni. Questo sembra essere il tema fondante di No Other Choice, l’ultimo film del regista sudcoreano Park Chan-Wook già presentato in concorso all’ultima del Festival del Cinema di Venezia e da poco uscito nelle nostre sale.

Titolo antifrastico se si volesse attribuire al film un qualsivoglia messaggio morale. Quel “non c’è altra scelta” che ricorre come un mantra in diversi momenti del film da parte di diversi interpreti e con occorrenze diverse potrebbe volerci dire in senso opposto che invece c’è sempre la possibilità di un’altra scelta rispetto alla deriva morale, al darwinismo sociale e alla violenza (tutte tematiche del film), questo se cercassimo appunto una funzione o messaggio di tipo morale nell’opera del regista, cosa che del resto non è lecito aspettarsi, quantomeno in modo diretto da alcuna opera d’arte, non solo cinematografica, né tantomeno da quelle di Park Chan-Wook il quale  invece come nelle sue precedenti prove non ci mostra “il dover essere”, non è interessato a un messaggio politico ma alla rappresentazione di una realtà e sua messa in scena filmica che con la sua particolare linea poetica è resa sullo schermo in una modalità costruita per eccesso, crudamente grottesca e distorta, con impressionanti cortocircuiti, del resto il medium artistico questo fa: per catturare l’attenzione sulla realtà, e magari riuscire a cambiarla, deve servirsi dello straniamento, sia esso catartico, perturbante o ipertrofico come nel caso del cinema dell’autore coreano nel quale se vi è un messaggio “politico” questo vi è inserito surrettiziamente.

Lo ha fatto  nelle sue opere precedenti, da ricordare la sua “Trilogia sulla vendetta” composta da Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) con il quale ha vinto Il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, e Lady Vendetta (2005), e ha continuato a farlo (rappresentarlo) con No Other Choice, film del quale ha confessato una lunga gestazione, ben diciassette anni. Il film è dedicato a Costa-Gravas, il regista greco autore di Il Cacciatore di teste, del quale è ricorso nel 2025 il ventennale dell’adattamento del romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake dal quale è tratto anche No Other Choice.

La famiglia, dunque, nucleo fondante della società e del film di Park Chan-Wook. Sul suo quadretto idilliaco si apre la narrazione. Nel giardino di una villa immersa nel verde dell’ondulato paesaggio coreano il capofamiglia Man-Soo incarnato dal divo Lee Byung-Hun, già celebre per la serie tv cult Squid Game, chiama a raccolta i suoi cari per il classico barbecue domenicale confessando loro la sua assoluta devozione e indissolubilità del legame, in un’immagine che li ritrae dall’alto nel quale i suoi sei componenti (moglie, marito, due figli e due cani) sono raccolti in un caldo abbraccio che rispecchia la perfezione e che fa allo stesso protagonista dire:  “Ho tutto quello che desidero”. È chiaro che qualcosa si dovrà rompere, come avviene in un’analoga ambientazione nel celebre incipit di uno dei più bei film dell’indimenticato David Lynch, Velluto blu, nel quale in una simile scena da giardino e in una giornata splendente di sole e colori il padrone di casa intento a innaffiare le piante è improvvisamente colpito da un malore e la cinepresa contemporaneamente si sposta sull’erba di quel giardino sotto la quale fa la comparsa un orecchio che pullula di creature vermicolari.

In No Other Choice l’improvviso e il perturbante si manifesta sottoforma dell’avvenuto licenziamento di Man-Soo, ingegnere e capo reparto dell’azienda cartaria nella quale è stato impiegato per 25 anni. La multinazionale americana che ha da poco acquisito l’azienda ha deciso un taglio del 20% della forza lavoro. Nella percentuale è incluso anche lui, il quale vagamente sindacalizzato e in un estremo tentativo di resistenza cerca di solidarizzare con alcuni suoi compagni di lavoro e opporsi rivendicando le sue ragioni ai manager della multinazionale in visita allo stabilimento, i quali sgommando via sui loro mastodontici Suv dai vetri oscurati ribattono che “non c’è altra scelta”. L’evento  traumatico porta con sé come nella precedente filmografia del regista la corruzione e lacerazione psichica del protagonista che anche in questo caso, coerentemente alla linea stilistica di Park Chan-Wook, ha esiti parossistici, stordenti e le stesse vette iperboliche delle opere della Trilogia della vendetta  o di un film quale I’m a Cyborg, But That’s Okay. Se in opere come le citate l’origine del trauma sembra essere di tipo endogeno e proprio per questo misteriosamente inestirpabile e necessario, in No Other Choice la stessa sembra avere cause esogene, insite nella società, nei fatti quella turbocapitalista e iper-competitiva coreana (ma non solo) dei giorni nostri verso la quale il cineasta ha da sempre rivolto la sua analisi spietata.

Il problema è ordinare il caos che si è creato. Il licenziamento comporta l’annichilimento dell’identità del paterfamilias e la sua stessa esistenza in seno alla famiglia stessa (e probabilmente anche fuori), come quella stessa del nucleo al quale tramite il riconoscimento virtuoso ma per molti verso virtuale della sua figura istituzionale morale e economica è stato delegato tutto il sé. La bella casa costruita con tanti anni di sacrifici è messa in vendita, l’abbonamento a Netflix dei bambini disdetto, i due cani dati in affido ai genitori della moglie di Man-Soo su stessa decisione della donna (Son Ye-Jin), perché “ci sono troppe bocche da sfamare” come osserva Mi-Ri.

È curioso, ma non troppo, che in una fattispecie simile, quella del licenziamento dell’uomo e capofamiglia, a prendere in mano le redini della situazione e della razionalizzazione delle prerogative dell’azienda-famiglia sia la donna, da inquadrare in tal caso nel microcosmo familiare nel tipico ruolo di gestrice dell’economia domestica, questo mentre l’uomo inizia a programmare (vedremo in che modo) il suo rientro nel mondo del lavoro e intanto cura i suoi bonsai, attività questa altamente simbolica per il legame ma anche il contrasto che vi è tra la carta e gli alberi. Man-Soo per lavoro distrugge gli alberi e nel tempo libero li ricrea pur modellandoli, tagliandoli, piegandoli, impedendogli di crescere, quello che simbolicamente è il modo di Man-Soo di vedere la famiglia: un gesto amorevole ma anche violento, affetto e controllo insieme e soprattutto difesa della propria identità. Per questo il protagonista è disposto a tutto e lo confessa: “Per provvedere ai bisogni della mia famiglia farei qualsiasi cosa”. Non sembra però disposto, visti i rifiuti ricevuti ai colloqui di reimpiego nell’industria cartaria, a valutare altre alternative come gli suggerisce la moglie Mir-Ri quali trovarsi lavoro in un bar, infatti individua un nuovo impiego presso una nuova azienda cartaria che gli potrebbe permettere di acquisire di nuovo il suo status sociale, familiare e la propria identità. Il problema è la concorrenza, un solo posto per più candidati. Gli stratagemmi per arrivare al risultato sono i più macbettiani possibili: l’eliminazione vera e propria, quindi fisica, dei propri avversari e omologhi.

Ed è qui che la voce filmica autoriale mette il suo timbro prendendosi il film. Allo stato di totale sfasamento psichico e identitario del protagonista l’unica soluzione è il grottesco, l’assurdo delle azioni messe in atto, tre omicidi, due diretti e uno indiretto dei concorrenti, il tutto condito dalla salsa ironica, a tratti schizofrenica del gesto sanguinario che hanno fatto apprezzare l’eccentrica poetica di Park Chan-Wook anche a Quentin Tarantino, la macrosequenza granguignolesca del primo omicidio potrebbe stare benissimo in un film come Le Iene. I vari stratagemmi messi in atto da Man-Soo per arrivare al risultato grazie a una messinscena virtuosistica e vertiginosa dal ritmo stordente ma sempre ben controllato disegnano lo scenario di un vero e proprio gioco al massacro per una commedia nera (anzi nerissima) nella quale è proprio la macchina filmica con il suo stile a creare quel distacco che lascia stupiti, in modo intelligente e dirompente, con le domande inevase che inevitabilmente un film di questo tipo lascia in sospeso e che rimandano al suo titolo, se cioè vi possa essere un’altra scelta.

La domanda è se alla logica implacabile della competizione, della sfrenata difesa della propria identità, sia individuale che sociale, della distruzione sociale e ambientale (emblematica è prima dei titoli di coda la sequenza nella quale enormi alberi vengono tagliati per l’industria cartaria) vi sia un’altra possibilità. Gli sforzi dagli esiti cruenti, per molti versi patetici e ridicoli (perché si ride anche in questo film di Park Chan-Wook) del protagonista, un essere umano che in fondo cerca solo di sopravvivere (ma a che prezzo) e per il quale come in ogni opera d’arte che si rispetti non è necessario attribuire un valore morale e lo si può guardare semmai con un mix di compassione e simpatia, direbbero che ci deve necessariamente essere un’altra possibilità, ma trattandosi solo di un film basterà lasciarsi trascinare dalla bellezza delle immagini, divertire dai dialoghi e riflettere sui temi di questa commedia e tragedia, due generi mirabilmente composti dal regista nel film, un po’come accade nella vita, e magari interrogarsi e riflettere, non senza un filo di angoscia, sullo stato dell’arte della nostra società, nel suo microcosmo e nel suo macrocosmo.

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La Palestina nei campus universitari: The Encampments https://minimaetmoralia.it/cinema/la-palestina-nei-campus-universitari-the-encampments/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-palestina-nei-campus-universitari-the-encampments/#respond Wed, 10 Dec 2025 10:51:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56535 di Simone Bachechi Nel corso di quest’anno molte sono state le testimonianze cinematografiche (per lo più di tipo documentaristico) che si sono occupate della cosiddetta “questione palestinese”, che se si perpetua da decenni con i drammi correlati all’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e dei territori della Cisgiordania, ha avuto in questi ultimi due anni […]

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di Simone Bachechi

Nel corso di quest’anno molte sono state le testimonianze cinematografiche (per lo più di tipo documentaristico) che si sono occupate della cosiddetta “questione palestinese”, che se si perpetua da decenni con i drammi correlati all’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e dei territori della Cisgiordania, ha avuto in questi ultimi due anni a seguito degli attentati di Hamas del 7 ottobre 2023 la tragica accelerazione e conseguenze che tutti conosciamo e che non può che essere definito un vero genocidio. Sul palcoscenico internazionale hanno visto la luce film e documentari quali La voce di Hind Rajab di Kraother Ben Hania premiato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia (il titolo prende spunto dalla registrazione della telefonata con richiesta di soccorso intercorsa tra la Mezzaluna Rossa e la bambina di sei anni successivamente uccisa nel gennaio 2024, dopo che la sua famiglia era stata sterminata mentre stavano cercando di fuggire da Gaza), Palestine 36 di Annemarie Jacir, oppure Tutto quel resta di te di Cherien Dabis, una storia che attraversa tre generazioni di palestinesi svelando il volto nascosto dell’oppressione.

Senza dimenticare No Other Land, documentario del 2024 e premiato quest’anno con l’Oscar quale migliore film documentario. Questi solo alcuni, ai quali si aggiunge dal 28 novembre 2025 nelle nostre sale, in concomitanza con la sua proiezione al 43° Torino Film Festival nel quale è in competizione nella sezione documentari, The Encampments – Gli Accampamenti, un documentario di produzione USA e palestinese  della durata di 80 minuti per la regia di Kei Pritsker e Michael T. Workman che è il racconto delle manifestazioni di protesta del 2024 degli studenti della Columbia University di New York contro l’occupazione israeliana e il genocidio in atto verso il popolo palestinese.

In questo caso la questione palestinese è affrontata dal punto di vista degli studenti dell’università americana, movimenti studenteschi del resto già attivi prima degli attentati del 7 ottobre che hanno dato  il via alla sanguinosa offensiva israeliana. La mobilitazione studentesca farà da guida ai movimenti di protesta che presto si diffonderanno in tutte le università americane e poi europee come progressivamente in tutto il mondo a sostegno della causa palestinese. È bello realizzare che gli Stati Uniti non sono solo quelli della destra reazionaria, confessionale, razzista, omofoba e guerrafondaia trumpiana che viene continuamente divulgata dal tam-tam mediatico ufficiale.

L’università newyorkese è diventata dal 2024 capofila delle università e dei movimenti come avvenuto nel 1968 con le proteste contro la guerra in Vietnam e si tratta in questo in caso in effetti della più grande mobilitazione studentesca da quei tempi. I giorni delle proteste sono scanditi cronologicamente e arrivano fino all’occupazione delle sale dell’amministrazione universitaria verso la quale i manifestanti hanno rivolto le loro richieste inascoltate, fra di queste la  Hind’s Hall, così battezzata in memoria della bambina palestinese uccisa. Il successivo sgombero del campus viola la norma rispettata da 50 anni che vietava l’ingresso della polizia nel campus. C’è un collegamento ideale tra gli accampamenti di tende allestite dagli studenti e quelle dei profughi palestinesi nella Striscia di Gaza rasa al suolo e dove tuttora si muore e si soffre la fame e gli effetti devastanti di una brutale aggressione a sfondo etnico e neo-coloniale.

Lo sdegno e la volontà di fermare l’orrore in corso in Palestina tramite la sensibilizzazione globale della protesta ha il suo fulcro nella denuncia degli studenti della collaborazione e vera e propria connivenza delle università coinvolte nella vendita di armi a Israele, oltre che sugli investimenti che legano le università americane all’economia israeliana . Lo slogan scelto dal movimento non a caso è «Disclose, divest, we will not stop, we will not rest» («Denuncia, disinvesti, non ci fermeremo, non ci calmeremo»).

Il documentario ha il merito di fare luce sul perché degli sforzi esagerati per sopprimere l’attivismo studentesco: sono esibiti i nomi dei sostenitori e i dati relativi agli evidenti conflitti d’interesse. Le immagini scorrono sulla violenta repressione,sia istituzionale da parte delle forze di polizia e dalle autorità universitarie che dei movimenti dell’estrema destra sionista, da riprese sul campo inedite e dalle parole dei leader della protesta: giovani americani ebrei, di origini palestinesi, borsisti arrivati dal medioriente. Tra di loro Mahmoud Khalil, palestinese cresciuto nei campi profughi (oggi espulso dagli Usa); Sueda Polat, la portavoce del movimento, americana di origini palestinesi; Grant Miner, statunitense ebreo, e Naye Idriss, nata in Libano e trasferita negli Usa.

Documentando il loro ruolo, il film rende lampante il paradosso: sono le menti più brillanti formate dall’università a ribellarsi contro l’università stessa. Le istituzioni, universitarie e mediatiche accusano proditoriamente gli studenti di antisemitismo e vaghi e ingiustificati sentimenti anti israeliani, quando  invece lo sdegno e la denuncia è rivolta non a un popolo ma a un governo che ha messo in atto un genocidio con la complicità di stati e istituzioni democratiche, come dovrebbero essere quelle universitarie, che lo hanno fomentato. In un crescendo drammatico, la voce studentesca inchioda la complicità di chi non ha saputo prendere posizione per difendere Gaza, Cisgiordania, Libano e l’umanità stessa: dai governi ai media mainstream, dalle istituzioni universitarie a tutte le “intorpidite” classi dirigenti. Spiegano i registi Kei Pritsker e Michael T. Workman: «The Encampments è una testimonianza del coraggio dei giovani studenti, non solo nell’immaginare un mondo migliore ma anche nel lottare per ottenerlo. Questo film sfida la narrativa dominante rivelando il vero spirito degli accampamenti: le emozioni che alimentavano gli studenti e cosa motivava la loro azione drastica e necessaria. The Encampments è un’esplorazione di ciò che spinge una generazione a ribellarsi e lottare per il cambiamento».

600 accampamenti sono nati a partire dalla primavera del 2024 nelle università americane e di tutto il mondo. La commossa testimonianza della giornalista palestinese Bisan Owda da Gaza, la quale confessa sullo sfondo di altre tende, quelle dei campi profughi palestinesi, di non essersi persa un solo video dei coraggiosi manifestanti della Columbia University, mostra cosa la consapevolezza, la protesta e la lotta può fare, anche se 3100 studenti sono stati arresati e le tende sgomberate.

The Encampments- Gli Accampamenti è dal 28 novembre nelle sale italiane distribuito da Revolver Film e  Valtellina Distribuzione, un documento sempre e ora più che mai necessario vista la prospettata e solo apparente soluzione dell’annosa “questione palestinese” divulgata dai media, uno strumento fondamentale per non dimenticare quello che continua a accadere in Palestina e sollecitare una riflessione sulla cronica questione: ora che sono sempre più chiare le conseguenze del neo-colonialismo nel mondo, siamo ancora certi che quello occidentale sia l’unico o il migliore sistema sociale e produttivo possibile?

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Il giorno in cui morì la musica. La strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos https://minimaetmoralia.it/libri/il-giorno-in-cui-mori-la-musica-la-strage-della-miami-showband-e-lirlanda-nel-caos/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-giorno-in-cui-mori-la-musica-la-strage-della-miami-showband-e-lirlanda-nel-caos/#respond Thu, 11 Sep 2025 07:32:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56058 di Simone Bachechi Esiste tra i numerosi e sanguinosi eventi che hanno contrassegnato il trentennio dei cosiddetti Troubles nordirlandesi, che debbono essere estesi visto l’entità della barbarie da essi generata  anche ai territori  della Repubblica d’Irlanda che non ne è stata  infatti immune, uno fra i meno noti, quasi rimosso persino in Irlanda, una vicenda […]

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di Simone Bachechi

Esiste tra i numerosi e sanguinosi eventi che hanno contrassegnato il trentennio dei cosiddetti Troubles nordirlandesi, che debbono essere estesi visto l’entità della barbarie da essi generata  anche ai territori  della Repubblica d’Irlanda che non ne è stata  infatti immune, uno fra i meno noti, quasi rimosso persino in Irlanda, una vicenda addirittura ancora quasi del tutto ignota in Inghilterra, non come accaduto per altri che nel corso del conflitto  hanno tramandato la loro eco fino al giorno d’oggi su scala globale. Fra questi ultimi la Bloody Sunday del gennaio 1972, quando un reggimento di paracadutisti dell’esercito britannico fece fuoco sui partecipanti a una manifestazione pacifica per i diritti civili in svolgimento a Derry uccidendo 14 persone, o gli  attentati dei gruppi lealisti dell’UVF del 17 maggio 1974 ribattezzata come strage di Dublino e Monaghan (la più grande per numero di vittime dell’intero periodo del conflitto (34), un conflitto che genererà un totale di 3500 vittime da ambo le parti delle barricate, di cui gran parte civili, fino a arrivare alla protesta degli Hunger strike del 1981 culminata con la morte in carcere di dieci militanti repubblicani sulla quale svetta la figura di Bobby Sands, assunto da allora nella mitografia dei repubblicani di Irlanda e non solo con il suo gesto, la sua militanza e le sue parole a simbolo di lotta per l’autodeterminazione e liberazione del suo popolo, quello dei cattolici e repubblicani dell’Irlanda del nord, la maggioranza della sua popolazione, nonché simbolo universale di lotta e resistenza all’oppressione di tipo imperialista e coloniale, qualcosa che l’Irlanda tutta con la sua storia di sudditanza alla corona inglese lunga otto secoli conosce molto bene, per non dimenticare da parte repubblicana l’attentato dinamitardo in terra inglese da parte dell’IRA del 1984 all’albergo di Brighton dove si trovava l’allora premier britannico Margaret Thatcher.

Questi fra i più noti e giunti all’opinione pubblica ma ce ne sono molti altri purtroppo che parlano di una comunità dilaniata dall’odio settario, dagli  attentati, dalle bombe, da persone che vengono uccise sulla porta di casa davanti ai figli o al pub dalle squadracce dei lealisti, solo perché cattolici, in un clima di perenne terrore che ha attraversato trent’anni di storia recente d’Irlanda, in città come Derry e Belfast che ne sono state l’epicentro, quest’ultima tra gli anni Settanta e Ottanta la città più militarizzata del mondo, e in tutte le sei contee del Nord create artificialmente e forzosamente a seguito dell’accordo anglo irlandese del 1922, che se da una parte ha finalmente creato lo stato libero e la Repubblica d’Irlanda, dall’altra parte, al Nord, ha lasciato due comunità divise il cui odio è stato alimentato da chi ha avuto convenienza e interesse a soffiare sul fuoco del risentimento, delle vendette e delle ritorsioni trasversali. Di questi molti sono arrivati alla coscienza dell’opinione pubblica grazie alle attività delle associazioni dei familiari delle vittime che in molti casi ancora chiedono giustizia e un’auspicata riconciliazione nonostante gli Accordi di Pace del 1998 che se ufficialmente hanno segnato la fine di un conflitto per molti versi sembra covare ancora sotto la cenere, un rancore strisciante in gran parte dovuto, come avviene in qualsiasi contesto sociale, alle diseguaglianze economiche, nei territori del Nord, nei giorni nostri quasi paradossalmente a parti invertite, con l’attuale maggioranza cattolica che vive in condizioni migliori di quella protestante nella quale il risentimento trova, alimentato dai venti di destra che anche in Irlanda soffiano come ovunque, nuove forme rispetto a quelle tradizionali dell’odio settario per motivi confessionali ma quelle della xenofobia e della lotta all’immigrazione.        

Uno di questi eventi “minori” degli anni più tragici del conflitto ma altamente emblematico e paradigmatico è la strage della Miami Showband, della quale si è occupato dettagliatamente Riccardo Michelucci con il suo volume da poco uscito dal titolo “Il giorno in cui morì la musica, la strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos” (Milieu edizioni, pagine 233, euro 18,00). Il 31 luglio di quest’ anno cade il cinquantennale della strage perpetrata ai danni della più nota band musicale d’Irlanda del tempo, denominata allora come “I Beatles irlandesi”. In quella notte di fine luglio del 1975 il gruppo stava rientrando sul suo furgone a Dublino dopo un concerto svoltosi in una cittadina del Nord, Banbridge, a circa mezz’ora di auto da Belfast e non lontana dal confine con la Repubblica. Su una strada di campagna il furgone sul quale viaggiavano cinque dei sei membri della band fu fermato a un improvvisato e si scoprirà a posteriori falso posto di blocco. Non era strano a quei tempi imbattersi in dei posti di blocco armati in prossimità della frontiera, ma i controlli erano di solito molto rapidi e la stessa band in precedenza si era trovata in tali situazioni quando tutto era terminato magari con una parola di apprezzamento verso la band da parte dei militari che li avevano riconosciuti. Era infatti consuetudine della Miami Showband spostarsi al di la e al di qua del confine tra le due irlande per le loro serate musicali nelle sale da ballo dell’isola, all’insegna della spensieratezza, dello svago e del divertimento, come solo la musica può fare, e che apparteneva indistintamente alla popolazione cattolica e protestante che assisteva alle loro esibizioni, lontana anni luce da odi e settarismi. Quella notte le cose andarono diversamente. I cinque componenti del gruppo furono fatti scendere dal furgone e allineati poco più avanti sul bordo di un fossato da uomini appartenenti al gruppo paramilitare lealista Ulster Volunteer Force (UVF), formazione che si renderà tristemente nota per molti altri fatti di sangue e per la sua collusione con l’esercito britannico.

Due di loro, armati e con il viso coperto aprirono il bagagliaio del furgone e iniziarono a rovistarvi dentro. Poco dopo un terribile boato e due paramilitari rimasero uccisi dall’esplosione che scaraventò i cinque musicisti oltre il fossato ma ancora vivi. Gli altri membri del commando iniziarono a sparare all’impazzata contro di loro. A terra privi di vita rimasero Tony Gerharty, Brian Mc Coy e Fran O’Toole, il cantante e leader carismatico del gruppo. Niente da allora sarebbe stato più come prima, per i familiari delle vittime, per le vite dei sopravvissuti al massacro, Stephen Travers e Des McAlea, per la Miami Showband come per tutto il movimento delle showband e per i sogni di pace e riconciliazione i cui spiragli si erano iniziati a intravedere con l’accordo di Sunningdale di due anni prima. Il messaggio che infatti un gruppo come la Miami Showband mandava al paese era quello di una possibile riconciliazione, anche tramite la loro musica che varcava i confini e con la stessa appartenenza all’interno della band di elementi di diverse confessioni religiose, una riconciliazione che evidentemente qualcuno non voleva come tragicamente fu espresso in quella notte di cinquanta anni fa. Riccardo Michelucci con il suo libro ha portato alla luce le dinamiche, le implicazioni e le torbide e diaboliche motivazioni di un atto di violenza efferata tra i più tragici del conflitto nordirlandese. Michelucci è giornalista, traduttore, storico, autore di innumerevoli studi, reportage e cronache apparsi su quotidiani quali Avvenire e Repubblica, focalizzati sia sulle varie zone di conflitto sparse nel mondo e soprattutto sulla storia di Irlanda più recente, ma non solo, sulla quale deve essere considerato uno dei maggiori studiosi italiani e il cui risultato sono tra gli altri due volumi editi da Odoya che vale la pena ricordare: Storia del conflitto Anglo-irlandese, otto secoli di persecuzione inglese (Odoya 2009 e 2017)  e Guerra, pace e Brexit (Odoya 2022).

Il lavoro di Michelucci, frutto della sua decennale frequentazione da cronista d’inchiesta e di storico soprattutto riguardo gli anni di Troubles è una dettagliata ricostruzione del massacro, delle sue conseguenze e dei retroscena a esso collegati, tramite documenti di archivio, estratti delle inchieste giudiziarie, testimonianze e interviste raccolte durante gli anni da familiari e persone coinvolte a vari livelli nei fatti sanguinosi degli anni del conflitto, ma soprattutto dalla viva voce di testimoni quali quella di Stephen Travers, il bassista della band miracolosamente scampato alla strage.

Il racconto dei fatti che hanno portato al tragico evento e le successive risultanze e testimonianze nel volume vengono trattate dal punto di vista dell’ex bassista della Miami Showband, percorrendo gli anni della sua infanzia trascorsa in un piccolo centro del sud dell’Irlanda, lontano dal settarismo e dalle questioni politiche, della sua passione per la musica, della sua emozione agli esordi sul palco con quello che era allora il più famoso gruppo musicale del paese, un fenomeno quello delle showband  nato nei primi anni Sessanta quando in  un paese ancora arretrato e povero nel quale i grandi gruppi internazionali del tempo non andavano in tour, nel quale tantomeno esistevano le discoteche e nel quale i giovani potevano ascoltare i più celebri pezzi del tempo passati in radio, oltre a quelli del proprio repertorio, solo grazie a questi gruppi che contavano fino a dieci elementi, che spaziavano dal beat al blues e allo skiffle e si esibivano in grandi sale da ballo che cominciarono a spuntare come funghi in tutta l’isola. Il nome che si diede la band fu ricavato proprio da quella nella quale si esibivano agli esordi, nei primi anni Sessanta, la Palm Beach Ballroom.

Il dato privato  e quasi intimo degli eventi che ci vengono raccontati tramite lo sguardo di Stephen è una delle cose più affascinanti e emotivamente dirompenti del libro, un reportage, un saggio narrativo su un tragico evento ben caratterizzato nel contesto storico di riferimento e che nonostante ciò a tratti sembra di leggere come un’opera di fiction, tanto che l’autore nella nota finale sulle fonti si sente quasi in dovere di rimarcare come non si tratti di un romanzo “né un libro di storia ma un’opera di saggistica narrativa basata su documenti ufficiali, verbali d’inchiesta, fonti bibliografiche secondarie e interviste con i protagonisti delle vicende raccontate”. Un coinvolgimento emotivo dal quale non si può prescindere sia per la tragicità degli eventi narrati tramite la voce diretta dei protagonisti di quella stagione sia per la necessaria sopravvivenza della memoria portata avanti da Travers e dalle associazioni nate durante gli anni successivi da parte di familiari e superstiti, con un’inesausta volontà di fare conti con il passato e la richiesta di una giustizia che per molti versi ancora oggi risulta negata.

Già, perché se dopo quella notte del luglio 1975, benché pochi mesi dopo la Miami Showband rinascerà dalle sue ceneri con i membri sopravvissuti e tre nuovi elementi, quasi a voler esorcizzare l’accaduto, per poi proseguire con le proprie esibizioni fino al 1982  e poi con lunghe e intermittenti pause mantenersi in attività  fino al 2015, Travers si farà da parte per molti anni, quasi volendo rimuovere il dolore causato dalla morte dei suoi amici, questo fino al concerto commemorativo tenutosi a Dublino in occasione del trentennale della strage, quel 2005 che è anche storicamente l’anno nel quale il conflitto nordirlandese può dirsi ufficialmente concluso, con l’IRA che depone definitivamente le armi mettendo a disposizione i propri arsenali. È da questo evento, raccontato nel volume di Michelucci in modo toccante, che quantomeno simbolicamente Stephen Travers inizia a viso aperto la sua lotta e il suo attivismo per la verità e la giustizia sul massacro della Miami Showband.

Ciò che emergerà è un quadro inquietante e sul quale a tutt’oggi le istituzioni britanniche, come in molti altri casi relativi al conflitto nordirlandese, basti pensare alla stessa Bloody Sunday del 1972  o al massacro di Ballymurphy dell’anno precedente, solo per citarne due, non hanno saputo o meglio voluto fare chiarezza e arrivare a una piena assunzione di responsabilità, proprio perché troppo implicate nelle stesse a vario titolo, con la lunga scia di sangue durata trent’anni e dalle stesse istituzioni fomentata e in parte finanziata, come emerge da molti dei documenti di archivio. Il caso della Miami Showband è paradigmatico in tal senso. Dagli atti di inchieste e dai documenti declassificati è emerso che lo scopo ultimo di quella notte, il posto di blocco improvvisato con i paramilitari dell’UVF nel cui commando si trovava anche un mai identificato ufficiale dell’esercito britannico, era quello di mettere a tacere per sempre una qualsiasi voce che parlasse di pace e riconciliazione, e il gruppo musicale ne era l’espressione più fulgida. Lo scopo di quell’imboscata travestita da un normale controllo di frontiera era annientare la band al completo. Un piano diabolico che aveva come scopo finale lo sterminio dell’intera band. Non doveva sopravvivere nessuno dei suoi componenti, non ci dovevano essere testimoni a quella barbarie. Il fallito tentativo dei due paramilitari lealisti di introdurre un ordigno nel bagagliaio del furgone era quello di far sì che lo stesso esplodesse poco tempo dopo uccidendo il gruppo al completo, in modo da dare in pasto all’opinione pubblica l’idea che quello che era considerato in tutta l’isola un semplice gruppo musicale che con le sue esibizioni e la sua musica offriva delle occasioni di svago, divertimento e condivisione, a dispetto di ogni diversa appartenenza religiosa e sociale, fosse in realtà un commando di terroristi dell’IRA che sotto la copertura dei loro concerti al di la e al di qua del confine trasportasse armi e ordigni per l’esercito repubblicano. Ogni guerra del resto lo sappiamo ha fra le sue armi più letali quelle della propaganda, e quella che ha interessato l’Irlanda negli ultimi trent’anni del secolo scorso è stata una guerra, una guerra di bassa intensità, senza veri eserciti regolari contrapposti ma non meno cruenta e sanguinosa.

Le successive indagini mostreranno uno sconvolgente disegno nel quale gli architetti vanno ricercati nei gradi più alti delle istituzioni britanniche, a partire dai servizi segreti del MI5, collusioni, complicità, insabbiamenti da parte degli stessi, ma che non riusciranno a nascondere l’amara e terribile realtà di quel periodo, l’esistenza di gruppi paramilitari coperti e armati dall’esercito, contigui allo stesso, collusi con i servizi segreti,  una strategia della tensione che ha utilizzato squadracce criminali come la famigerata banda di Glenanne, dal nome di una località all’interno del tristemente noto triangolo della morte, amene e bucoliche cittadine al confine tra le due irlande, enclave lealiste nelle cui fattorie e cottage erano allestiti veri e propri depositi di armi e esplosivi  messi su da parte di ex ufficiali britannici, con la complicità della RUC, la famigerata polizia nordirlandese con la paranoia del cattolico e repubblicano irlandese, personaggi che per la modalità e efferatezza delle loro azioni possono essere assimilati a degli psicopatici serial killer come nel caso dell’intoccabile Robin Jackson, detto “Lo sciacallo”, il quale negli anni ha goduto della più completa immunità per qualsiasi azione criminale commessa grazie alla protezione di quelle istituzioni che avrebbero dovuto garantire la pace e la sicurezza da ambo le parti.

Nonostante anche nel caso della Miami Showband si possa parlare di giustizia negata, il processo di pace c’è stato, le armi sono state messe a tacere anche se in alcuni casi si nota come nella bellissima terra d’Irlanda il fuoco covi ancora oggi sotto la cenere, soprattutto per le diseguaglianze sociali e le difficoltà economiche di parte della popolazione, una cenere che molti credono possa essere definitivamente spenta con l’unificazione dell’Irlanda e la fine di quella che è ancora sentita da parte della popolazione cattolica del paese come un’occupazione coloniale delle proprie terre. Un ulteriore passo in tal senso potrà essere costituito dall’apertura del governo britannico di altri fascicoli secretati, come potrebbe accadere con un rapporto investigativo che da qui a pochi mesi dovrebbe essere reso pubblico, uno dei tanti dossier sul conflitto, il quale parlerà proprio del massacro della Miami Showband.

La bellezza forse non salverà il mondo, tantomeno la musica,  almeno così non è stato nel caso della Miami Showband e del resto i sei ragazzi irlandesi certamente non si ponevano questo problema cinquant’anni fa, volevano solo stare assieme, fare quello che amavano, divertirsi e divertire, ma la verità della testimonianza e la giustizia giudiziaria e sociale sono gli unici passi possibili in prospettiva di una definitiva riconciliazione da una guerra fratricida e crudele, come lo è qualsiasi guerra, e una toccante e analitica testimonianza come quella che scaturisce dal libro di Riccardo Michelucci può ricordarci anche a altre latitudini, a qualsiasi latitudine, che la lotta alle diseguaglianze, l’anelito alla libertà, all’autodeterminazione, alla giustizia e alla verità, nonché al perdono, siano i fondamenti del vivere civile e della pace in ogni parte del mondo.

  • Per ulteriori approfondimenti sulla storia del massacro della Miami Showband e sul conflitto nordirlandese oltre alla bibliografia del volume si rimanda tra gli altri ai seguenti siti internet: themiamishowband.com – stephentravers.org – irish-showband.com – declassifieduk.org – patfinucanecentre.org
  • Per approfondimenti, aggiornamenti, informazioni e cronache sull’attualità politica, sociale e culturale di Irlanda si ricorda la rubrica a cura di Sara Agostinelli e Paolo Giannuzzi Diario d’Irlanda, in onda ogni ultimo sabato del mese su Radio onda d’urto all’interno di La polvere della battaglia, disponibile anche in streaming a lapolvere.radiondadurto.org. Disponibile anche in podcast con contenuti extra.

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Piccola Antigone: “Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud” di Lucrezia Lombardo https://minimaetmoralia.it/libri/piccola-antigone-berggasse-19-una-donna-di-nome-anna-freud-di-lucrezia-lombardo/ https://minimaetmoralia.it/libri/piccola-antigone-berggasse-19-una-donna-di-nome-anna-freud-di-lucrezia-lombardo/#respond Tue, 13 May 2025 08:43:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55125 di Simone Bachechi Berggasse 19, uno degli indirizzi iconici del turismo culturale mondiale moderno come può esserlo quello che può portare lettori, studiosi o semplici curiosi a visitare le dimore in gran parte riadattate a musei dove hanno vissuto i grandi delle lettere, delle arti o delle scienze. Se ne potrebbero citare a decine e […]

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di Simone Bachechi

Berggasse 19, uno degli indirizzi iconici del turismo culturale mondiale moderno come può esserlo quello che può portare lettori, studiosi o semplici curiosi a visitare le dimore in gran parte riadattate a musei dove hanno vissuto i grandi delle lettere, delle arti o delle scienze. Se ne potrebbero citare a decine e in epoca internet, termine che in tempi di intelligenza artificiale sembra essere già superato e evocare lontane ere geologiche, si possono trovare innumerevoli siti che fanno da mappa per le diverse inclinazioni dei visitatori. Ognuno potrebbe scegliere a seconda dei propri amori letterari, artistici o scientifici che siano. Si potrebbe così spaziare da casa Leopardi a Recanati fino alla casa museo e giardino di Monet a Giverny, o magari trovarsi proprio a Vienna, di fronte a casa Freud dove il padre della psicoanalisi ha vissuto dal 1891 al 1938 con la famiglia, edificio adibito oggi appunto a museo con tanto di caffetteria adiacente all’ingresso al cui esterno si può trovare un singolare e molto pop invito acchiappa-clienti: “Entra a farti un caffè, il tuo io sa che lo desideri”. La mèta turistico-culturale si trova nel semicentrale quartiere di Alsergrund della capitale austriaca, in una altrimenti anonima e elegante strada borghese resa celebre al mondo per essere stata la dimora per quasi cinquant’anni del fondatore della psicoanalisi e della sua famiglia.

Lo scorso anno è uscito un piccolo volume che prendendo spunto dall’iconico indirizzo viennese ci parla inevitabilmente di uno dei grandi geni dell’intelletto della modernità, ma anche e soprattutto, con un’originale punto di vista, di una storia familiare e all’interno di essa di un percorso di emancipazione femminile. Di Lucrezia Lombardo, già autrice di diverse sillogi poetiche, saggi e testi narrativi è Berggasse 19. Una donna di nome Anna Freud, Les Flâneurs Edizioni (pagg. 133, euro 15,00), libro che ha da non molto compiuto l’anno di vita, in commercio dal marzo 2024, che vale la lettura, sia per la collocazione storica e la rappresentazione dello stato dell’arte della società, della politica nonché della scienza con focus su quella della psiche ovviamente, sia per l’originale punto di vista utilizzato e per il commovente ritratto di un vissuto familiare e il ruolo di una donna. Il volume di Lucrezia Lombardo si colloca all’interno del catalogo della casa editrice nella collana Le innominate. Innominata Anna Freud, l’ultima dei sei figli di Sigmund Freud e di sua moglie Martha, lo è stata in parte, e ha rischiato di esserlo del tutto con il pesante fardello del cognome portato sulle spalle, riuscendo invece a imporsi a dispetto dello stigma di inizio Novecento verso qualsiasi attività di pensiero scaturisse da una mente femminile. Riconosciuta oggi come una fine intellettuale, avendo dato dei contributi vitali allo sviluppo della psicoanalisi con particolare attenzione alla psicologia infantile i cui studi e le cui opere costituiscono un importante riferimento clinico, oltre a aver fatto della sua costante attenzione e aiuto verso le fasce più disagiate dell’infanzia dei suoi tempi una vera e propria missione di vita.

Il punto di vista dal quale si sviluppa il libro della Lombardo è la lettera immaginaria che Anna scrive a Dorothy Burlingham, la futura collega di studi che diventerà allo stesso tempo sua compagna di vita, un’unione se si pensa al periodo storico nel quale ci troviamo che rompe dei tabù fortissimi, come lo erano quelli che pensavano alle donne unicamente relegate a essere custodi del focolare domestico e poco più.

La Burlingham arriverà a Vienna un giorno di quasi un secolo fa al 19 di Berggasse dopo essersi trasferita dal suo paese di nascita, gli Stati Uniti, nel 1925. Nella capitale austriaca troverà rifugio dopo un infelice matrimonio terminato quattro anni prima con un marito affetto da sindrome depressiva e poi suicida, tentando una cura per un figlio presso lo studio del “Dottor Freud” (così lo appella la figlia Anna nella finzione narrativa), intraprendendo lei stessa un percorso di analisi. Ѐ fra quelle mura che nascerà il suo legame con Anna, un’unione sentimentale e professionale che vedrà le due donne percorrere un lunghissimo percorso assieme, la Burlingham morirà nel 1979, Anna Freud tre anni dopo.

La pregressa esperienza matrimoniale della Burlingham segnerà profondamente la donna e i suoi quattro figli. Dallo sfondo di questo disagio si alimenterà la futura predisposizione alla comune opera con la figlia del “Dottor Freud” nell’aiuto ai bambini disagiati oltre che ai contributi scientifici che le due donne daranno agli studi sulla psicologia infantile ancora oggi universalmente riconosciuti. Sia a Vienna che successivamente a Londra dove la famiglia Freud sarà costretta all’esilio forzato del 1938 a seguito delle persecuzioni razziali si occuperanno di infanzia, sia dal punto di vista materiale che psicologico, allestendo a Vienna Gli Asili dell’Infanzia che daranno assistenza ai bambini provenienti dalle classi sociali più povere e agli orfani di guerra. Esperienza che sarà ripetuta a Londra dove fonderanno le Jackson Nurseries con gli stessi scopi del loro comune progetto: lo studio della psicologia infantile e quello di accogliere e aiutare i bambini senza casa che non avevano trovato cure, o vittime della miseria causata dalla guerra, dalla violenza e dall’abuso, oltreché di quelli sopravvissuti alla deportazione.

Gli echi di queste esperienze si trovano inevitabilmente nel volume della Lombardo nel quale la biografia sotto forma del suggestivo punto di vista narrativo, si ibrida al saggio, ripercorrendo e fondendo mirabilmente assieme contenuti intimi e familiari al trattato scientifico sugli abissi della psiche umana e sulla storia della psicoanalisi, sul suo sviluppo e contenuti, che per quanto si possano pensare superati dalle nuove tendenze e correnti cliniche e terapeutiche, e possiamo dire anche filosofiche, perché il “Dottor Freud” deve essere considerato anche un grande pensatore, hanno segnato la storia del Novecento.

La confessione di Anna è un atto di amore verso il padre, prima avversato nella sua figura severa e austera e ripudiato come un’autorità da abbattere “psicoanaliticamente” ma verso il quale non cesserà di mostrare il suo amore incondizionato.

Nella raffinata e molto borghese dimora di Berggasse dove Anna è nata nel 1895 sfileranno nel corso degli anni le grandi personalità politiche, artistiche e letterarie della società del tempo fra i quali da ricordare uno dei maggiori esponenti del modernismo viennese come Arthur Schnitzler, il quale invitato da Freud a cena presso la sua abitazione ricorderà la piacevolezza della conversazione e la genialità dell’uomo e del pensatore fondatore della psicoanalisi. Fra questi anche la Principessa Bonaparte che aiuterà la famiglia nel loro trasferimento e fuga a Londra nel 1938.

Quelle stanze ricche di cimeli di arte antica, statuette orientali, tappeti persiani, pipe di ogni tipo e provenienza, oltre al celebre lettino, sono state in qualche modo testimoni dei grandi eventi del secolo scorso, la storia dell’Europa nel primo Novecento e negli anni successivi al primo conflitto mondiale l’avvento della potenza sovietica con le sue promesse e i dubbi correlati, il crescente antisemitismo nel periodo tra le due guerre, la fine ingloriosa per l’Austria nel primo conflitto mondiale che porta all’abdicazione di Re Carlo, con Freud che non manca di dare il suo giudizio sugli Asburgo confidandosi con il suo amico e collega Sándor Ferenczi dicendo: “Gli Asburgo hanno lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie”. Lì vedrà la nascita ufficiale la psicoanalisi, con il sogno del 1902 che darà via all’interpretazione dei sogni.

Gli oltre duecento sogni analizzati successivamente confluiranno nel celebre volume che è considerato il documento ufficiale della nascita della scienza della psiche che nei sogni vede il metodo primario di svelamento dell’inconscio. Da quell’anno a casa Freud, ogni mercoledì sera alle ore 20:30 si riunirà la Società Psicoanalitica preseduta dal “Dottor Freud”, con segretario Otto Rank. Anna inizierà progressivamente a interessarsi a quello che accade intorno a lei in quella casa e a tutte quelle presenze. Una bambina curiosa, tormentata e ribelle, quella che volgarmente potrebbe capitare di sentir definire “un maschiaccio”, una “piccola Antigone” la definirà suo padre, coinvolta nelle dinamiche familiari come una qualsiasi bambina, all’interno di una famiglia dal nome importante, dinamiche familiari che come ci dicono gli studi freudiani rivestono un ruolo così importante, è persino vano ricordare quale sia all’interno della psicoanalisi nella sua accezione freudiana l’importanza che rivesta il complesso di Edipo.

Una bambina, Anna, che nel suo percorso evolutivo scoprirà quale è il suo compito: condurre attraverso la psicoanalisi il genere femminile a diventare artefice del proprio destino, il desiderio riflesso in lei stessa da parte del padre che potesse diventare una donna di pensiero a dispetto del contesto storico e sociale del tempo e delle dinamiche familiari interne alla famiglia, con le mancate attenzioni dei genitori verso l’ultimogenita e la loro predilezione verso la sorella Sophie la quale morirà nel 1920 per l’epidemia di Spagnola, sorella verso la quale Anna mostrerà una sorta di costante antagonismo. Il percorso di crescita di Anna la porterà a essere maestra elementare nella Vienna disastrata post primo conflitto mondiale, ed è da lì che si avvicinerà ai bambini poveri e orfani di guerra maturando la sua decisione di occuparsi di loro in quel cammino che la porterà allo sviluppo del suo futuro progetto che prevedeva l’elaborazione di un metodo psicoanalitico per l’infanzia. Contro ogni regola deontologica entrerà in analisi dal suo stesso padre, su sollecitazione della madre dopo averla vista giocare a palla con i figli dei vicini.

Da sottolineare gli studi sull’isteria di Freud, patologia che in quegli anni stava diventando una vera e propria psicopatologia di genere. Esemplare è uno dei celebri casi analizzati da Freud, quello di Dora, tramite il quale riconoscerà all’origine del disturbo, cosa rivoluzionaria per il tempo, esservi un trauma che solo gli sviluppi successivi alla dottrina freudiana mostreranno avere una causalità sociale e culturale legata al cambiamento del ruolo femminile che proprio in quegli anni segnava la società, contrariamente a quello che voleva una tradizione che associava in generale i disturbi psichici come derivanti da cause neurologiche innate e quindi estirpabili con trattamenti radicali quali la lobotomia e l’elettroschock. La scienza avanza per rotture, fratture e rivoluzioni e vi sono pionieri che si fanno con coraggio interpreti della rottura del paradigma.

Freud è stato senz’altro uno di questi e a suo modo anche sua figlia Anna la quale si addentrerà progressivamente nei meandri di quella scienza nuova e rivoluzionaria che costituirà la svolta della sua vita dal punto di vista intellettuale e personale. Come emerge dallo studio e testo del padre “On the Psychogenesis of a Case of Female Homo” che prende spunto dal trattamento, poi interrotto, di una giovane donna affidatagli in cura e verso la quale il “Dottor Freud” non riconoscerà alcun segno di nevrosi, la giovane donna scoprirà invece di nutrire un sentimento amoroso verso una donna adulta, una traslazione di quello che sarà il futuro rapporto di Anna con Dorothy. L’evolversi delle varie teorie portate avanti da Freud va di pari passo con i drammi familiari: la morte della sorella di Anna, Sophie, quella successiva del nipote di Sigmund, Heinz, che costituirà lo spunto della teoria freudiana dell’elaborazione del lutto e quella sulla pulsione di morte sviluppata in Al di là del principio di piacere.

Sigmund Freud si ammalerà di cancro nel 1923, lo stesso anno del fallito putsch di Monaco di Hitler. Con la malattia del padre diventerà Anna la continuatrice e sviluppatrice tramite strade autonome del suo lavoro. Dopo i contrasti precedenti, sarà lei a portare avanti i lavori della Società Psicanalitica di Vienna occupandosi per suo conto delle opere del padre e nel preparare i materiali per convegni e conferenze, pur affrancandosi dalla in qualche modo sua ingombrante figura. Non si tirerà mai indietro davanti alle sfide che la vita e la storia le misero davanti, dalle persecuzioni razziali dalle quali i Freud in quanto ebrei non saranno esentati, agli arresti della Gestapo, alla malattia del padre. La lettera immaginaria della finzione biografica del libro ripercorre tutte queste tappe, fino al racconto venato di nostalgia della partenza forzata da Vienna in una mattina di autunno del 1938 verso l’esilio londinese, quell’anno a partire dal quale le opere del “Dottor Freud” diventeranno proibite dal regime nazista e nel quale archivi e parte di esse presenti in Berggasse verranno distrutte.

Un accorato ritratto umano, intellettuale e familiare  da parte di una figlia verso sé stessa e verso un padre di così grande statura nel quale come Anna scrive nella lettera riconoscerà verso la fine della sua esistenza l’emergere di un barlume di fede: quel Dio, ci dice Anna parlando per voce di Sigmund, che aveva popolato la sua infanzia e nel quale riconoscerà solo una proiezione della figura paterna, dovrà portare a riconoscere con il beneficio del dubbio che ci deve essere una forza nascosta che nell’invisibilità regoli il caos e risistemi gli squilibri dando un ordine al caos. O forse questa è solo la missione della psicoanalisi, il cui metodo non è altro, come affermerà il suo fondatore, che lavoro (psichico) e amore, l’ascolto, la non violenza, un metodo per liberare il mondo dal male e dai sentimenti distruttivi del rancore, della paura e dell’invidia che da sempre tormentano l’uomo e lo portano a odiare i propri simili, lavorando sull’interiorità per ricongiungersi al loro inconscio per liberarsi di traumi e pulsioni di morte, con la parola come suo strumento primario, per portare al livello di consapevolezza l’inammissibile.

Un’attività che è un atto di amore verso l’umanità, che può portare a più ampie riflessioni sul ruolo di una scienza per molti versi oggi bistrattata, dimenticata e stigmatizzata in un mondo tanto frenetico e parcellizzato che sembra non essere più capace di soffermarsi a ascoltare e dare importanza alla parola e alle sofferenze altrui. Lo confesserà Anna, una donna del Novecento, con un nome pesante sulle spalle e la sua posizione sociale privilegiata: borghese e cresciuta in un ambiente colto e con un ampio ventaglio di possibilità per il proprio futuro a dispetto delle tempeste della storia che si è trovata a attraversare. Nel finale dell’immaginaria lettera all’amata Dorothy e facendo un sunto della loro esistenza assieme osserva: “Noi, esuli, figlie del Novecento e dei suoi drammi abbiamo imparato cosa significhi amare grazie a quei bambini, avendo così occasione di restituire tutto il bene che, indegnamente abbiamo ricevuto, proprio come sosteneva mio padre”.

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Irish film festa, a Roma dal 26 al 30 marzo https://minimaetmoralia.it/altro/irish-film-festa-a-roma-dal-26-al-30-marzo/ https://minimaetmoralia.it/altro/irish-film-festa-a-roma-dal-26-al-30-marzo/#respond Mon, 24 Mar 2025 08:49:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54944 di Simone Bachechi Torna anche quest’anno, di nuovo presso la Casa del Cinema di Roma, Irish film festa, il festival dedicato al cinema irlandese in programma dal 26 al 30 marzo prossimi (qui il programma completo), con ingresso gratuito fino a esaurimento posti, possibilità di posti riservati vincolata a piccola donazione a sostegno del Festival. Un’occasione per divulgare […]

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di Simone Bachechi

Torna anche quest’anno, di nuovo presso la Casa del Cinema di Roma, Irish film festa, il festival dedicato al cinema irlandese in programma dal 26 al 30 marzo prossimi (qui il programma completo), con ingresso gratuito fino a esaurimento posti, possibilità di posti riservati vincolata a piccola donazione a sostegno del Festival. Un’occasione per divulgare e conoscere la cinematografia “dissidente” rispetto a quella “ufficiale” e mainstream che passa nei grandi circuiti, e che parla di una terra magnifica quanto lacerata come è stata nel passato e come in parte lo è anche oggi da odi, divisioni e settarismo, orgogliosa, sofferente ma continuamente resistente.

Quando si parla d’Irlanda, senza doverla in questo contesto dividere in Irlanda del Nord e la Repubblica, la cui indipendenza dal Regno Unito risale ormai a più di un secolo fa, non si può fare meno di riferirsi alle vicende politiche e sociali che l’hanno attraversata soprattutto nel secolo scorso a partire dalla fine degli anni Sessanta fino agli Accordi del Venerdì Santo del 1998, con l’inizio di quel percorso di pace che pur consolidato ufficialmente mostra a tempi alterni le proprie crepe, debolezze, incompiutezze e speranze tradite. Gli anni tragici dei Troubles che hanno insanguinato l’Irlanda del Nord facendo 3500 vittime delle quali il 52% civili sono relativamente lontani ma fanno parte a vario titolo del gravoso bagaglio di un popolo e di tutto ciò che riguarda la società, la politica, l’economia e le singole esistenze dei territori dell’Irlanda tutta, senza distinzioni tra nord e sud.

Il Festival giunto quest’anno alla sedicesima edizione nasce nel 2007 per opera di Susanna Pellis che ne  è anche la direttrice artistica ed è prodotto dall’Associazione culturale Archimedia in collaborazione con l’Irish Film Institute è centrato per quanto riguarda il concorso ai cortometraggi, 13 quelli in gara che si alterneranno nelle cinque giornate di proiezioni e incontri con in programma 24 film, di cui 21 in anteprima italiana, lungometraggi e documentari fra i quali vale la pena ricordare e si raccomanda la visione di The Flats di Alessandra Celesia, italiana che vive a Belfast dal ’97,  la quale con la sua opera pluripremiata ha ricevuto tra i vari riconoscimenti anche quello come Miglior Documentario 2025  dell’IFTA, il premio irlandese più importante ed è in corsa ai David di Donatello 2025 le cui votazioni si svolgeranno a inizio aprile.

Si tratta del racconto corale e potente della durata di quasi due ore della vita nelle torri del quartiere cattolico e working class New Lodge di Belfast, in cui emerge quanto i Troubles ancora segnino le esistenze delle persone. Joe, il personaggio principale è un tipo incredibile: repubblicano, ex carcerato, innamorato folle di Bobby Sands che cita in continuazione, anche quando sente gli uccellini alla finestra, di un’umanità dirompente, sia la sua che quella degli altri protagonisti che fanno la comparsa nel documentario. Dalla viva voce di Joe si snoda il racconto di un bambino  che perderà suo zio di soli 17 anni, quando lui ne aveva solo 9, un’esecuzione che avviene davanti ai suoi occhi da parte delle squadracce paramilitari lealiste, ucciso perché cattolico come avveniva spesso in quei torbidi anni. L’orrore è visto e rivissuto con gli occhi di un bambino anche se ora Joe è adulto ma è come se fosse ancora inchiodato a quegli anni e ai più orribili ricordi, alle speranze tradite della pace, come traspare dal documentario nel momento in cui i cancelli presenti nelle strade di Belfast vengono chiusi per impedire il passaggio degli abitanti in zone della città e quartieri protestanti dove si stanno appiccando i falò per celebrare la vittoria degli orangisti nella battaglia del Boyne del 1690 che sancirà il dominio britannico sull’Irlanda.

Da ricordare che a Belfast si possono tutt’oggi osservare i cosiddetti muri della pace (un evidente ossimoro) a dividere i quartieri cattolici da quelli protestanti. In quello nel quale abita Joe, il New Lodge, le cosiddette Torri di Belfast si spacciano crack e eroina sotto le sue finestre e lui inizia uno sciopero della fame, proprio come ha fatto Bobby Sands nel 1981 per la causa del repubblicanesimo irlandese e contro l’internamento senza processo dei prigionieri politici che lo porterà alla morte nel maggio di quell’anno. Le immagini di repertorio di quegli eventi e di quanto a essi connesso fanno da contrappunto al racconto e ai ricordi di Joe, un personaggio che non è di fiction ma una persona reale e eccezionale nella sua umanissima rabbia e sofferenza che la regista ha il merito di farci sentire sulla pelle con una potenza emotiva devastante come se fossimo lì davanti a lui, un uomo come lui e come anche le donne che compaiono nella narrazione, spesso maltrattate da quelli che dovevano essere i loro uomini, che tuttavia non manca di lanciare un messaggio di speranza, pur da parte di chi come lui e molti altri in Irlanda del Nord porti sulla pelle, nel cuore e nella psiche le ferite di un conflitto sanguinoso, che riverbera ancora oggi con i molti casi certificati di sindrome da shock post-traumatico, come testimoniato in quelle terre dall’alto tasso di suicidi, alcolismo e  tossicodipendenza, cose che non appaiono in evidenza nelle cronache ma che mostrano come guerre, violenza emarginazione e sopraffazione influiscano nel profondo degli esseri umani.

Tra le altre opere non-fiction da ricordare da ricordare North Circular, documentario musicale del 2022 di Luke McManus, che percorre la North Circular Road di Dublino, strada che unisce alcuni dei luoghi più amati e malfamati del Paese. Il film tocca molti temi della storia della città e dell’isola, dal colonialismo alla salute mentale, fino alla lotta per l’emancipazione femminile, affrontando questioni di stringente attualità, con l’accompagnamento delle performance musicali degli artisti del posto. Sempre nei corti e sui Troubles da citare (e vedere) il documentario di Pauline Vermare e Marc Lesser dal titolo The Memories of Others (Stati Uniti 2024), centrato sullo straordinario lavoro del fotografo giapponese Akihiro Okamura, testimonianza di un’epoca da parte di un fotografo di guerra giapponese che dopo aver pubblicato sulla rivista americana Life le sue foto sulla guerra in Vietnam, in quanto socialista e desideroso di vivere vicino agli oppressi si è trasferito in Irlanda. Da ricordare ancora fra i cortometraggi in concorso Lecanvey Lakers  (Irlanda 2024) di Ben McDonald e Rob de Boer che narra la vita di un compositore d’opera che vive sulla costa occidentale dell’Irlanda rurale e il quale per combattere la rigidità dell’inverno e l’isolamento mette su una squadra di basket che diventa un’occasione di allegria e socializzazione.

All’interno del festival vi saranno anche occasioni di incontri con registi e attori sui quali come spiega la direttrice artistica Susanna Pellis l’edizione di quest’anno è incentrata. Ci sarà la presenza di Pat Shortt, già conosciuto dal pubblico italiano per una sua interpretazione in Gli Spiriti dell’Isola del 2022 di Martin Mc Donagh. L’attore e comico irlandese ora anche alla prova della regia sarà protagonista nella serata di apertura con il  Warts & All, e partecipa al Festival anche come interprete del dramma nordirlandese Dead Man’s Money.

Fra le presenze da segnalare anche quella di Eva Birthistle, la quale propone all’interno delle opere di finzione presenti il suo lungometraggio Kathleen is Here, esordio registico anche per lei che è già stata protagonista della serie Bad Sisters,  in questo caso alla direzione  di un toccante dramma con al centro la condizione di molti giovani irlandesi di oggi, alla ricerca dell’amore di una famiglia.

Nutrita all’interno dei titoli della rassegna la presenza di attrici e protagoniste della serie relativamente più mainstream Derry Girls (prodotta da Netflix), ambientata negli anni anni Novanta dei Troubles nella città nordirlandese tristemente nota per la Bloody Sunday del 1972.

Da segnalare anche la ‘Proiezione speciale’ di Vanya, lo spettacolo teatrale tratto da “Zio Vanya” (radicale reinterpretazione del classico di Anton Cechov) filmato durante le perfomance da tutto esaurito del West End, con la regia di Sam Yates. L’opera segue un gruppo di personaggi che vivono in una tenuta nella campagna russa, immobilizzati in una rete di amore e desiderio non corrisposti. Lo zio Vanya, al centro delle dinamiche familiari, sente di aver sprecato la vita al servizio dell’ex marito della madre defunta. L’attore irlandese Andrew Scott dà vita alla galleria di personaggi esplorando il caleidoscopio delle emozioni umane, sfruttando il potere del legame tra attore e pubblico per addentrarsi nella psiche e nell’immaginario collettivo.

Un insieme di opere e contenuti eterogenei all’insegna dell’“irlandesità” da non perdere, per una cinque giorni  per amanti di un cinema che come per molti festival non troverà le vetrine più in vista e all’insegna dell’amore per una terra e un popolo tanto afflitto da una dolorosa storia, quanto orgoglioso e magnifico.

 

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La Roma (senza papa) di Guido Morselli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-roma-senza-papa-di-guido-morselli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-roma-senza-papa-di-guido-morselli/#respond Fri, 10 Jan 2025 08:41:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54713 di Simone Bachechi Guido Morselli (1912-1973) ci aveva visto lungo, come molti di quei grandi scrittori, nel suo caso  ancora oggi semi sconosciuto per quanto oramai sdoganato e ampiamente pubblicato ma del tutto ignorato in vita (tutti i suoi romanzi usciranno postumi), che  hanno le antenne puntate sul futuro e riescono a cogliere nel presente […]

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di Simone Bachechi

Guido Morselli (1912-1973) ci aveva visto lungo, come molti di quei grandi scrittori, nel suo caso  ancora oggi semi sconosciuto per quanto oramai sdoganato e ampiamente pubblicato ma del tutto ignorato in vita (tutti i suoi romanzi usciranno postumi), che  hanno le antenne puntate sul futuro e riescono a cogliere nel presente le scaglie di quello che sarà da lì a poco, trasfigurandolo e anticipandolo, non nascondendo di fatto una malinconica nostalgia verso il passato tramite la tagliente ironia delle proprie opere le quali magari in forma di puro divertissement, distopia, ucronia o qualsiasi altro tipo di etichetta si voglia dare alle loro avventure narrative, riescono  a gettare un acutissimo sguardo sul presente che nelle loro pagine diventa il futuro che incontriamo ogni giorno. Questo non perché dotati di particolari talenti divinatori o oracolari ma in quanto grazie a una ferrea logica deduttiva e un’attenta e ragionata analisi sul reale riescono e prefigurare un futuro che “è già alle nostre spalle”  come osserva il protagonista del primo romanzo pubblicato di Morselli. Si tratta di Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo (Adelphi, pagg. 184), uscito nel 1974, l’anno successivo al suicidio dello scrittore emiliano ma lombardo di adozione.

Nato a Bologna, si trasferirà con la famiglia all’età di due anni a Milano dove trascorrerà un’infanzia relativamente tranquilla fino alla morte della madre del 1922 che lo segnerà profondamente, anche in considerazione del difficile rapporto con il padre spesso assente per motivi lavorativi. Inizierà a scrivere saggi durante gli studi giuridici del suo periodo universitario nel capoluogo lombardo, e si allontanerà ulteriormente dalla figura paterna che aveva cercato di indirizzarlo verso la carriera di promotore pubblicitario, riuscendo a ottenere dallo stesso, già dirigente della casa farmaceutica Carlo Erba, un vitalizio che gli permetterà di dedicarsi alla prediletta lettura e scrittura. Due sole le opere pubblicate in vita da Morselli, i saggi Proust o del sentimento (1943) e Realismo e fantasia (1947). Per il resto la sua parabola letteraria è segnata dai continui rifiuti degli editori, fra cui da ricordare la stroncatura di Italo Calvino a Il Comunista, rifiuti che forse fin troppo banalmente la vulgata vuole collegare all’estrema decisione di togliersi la vita nel 1973 nella dependance di famiglia a Varese, non troppo distante dalla ormai celebre Casina rosa presso  Gavirate, il rifugio, oggi sorta di casa-museo, che Morselli aveva scelto sulla collina di Santa Trinità nei pressi del Lago di Varese dove si è dedicato per anni con lo zelo dell’eremita alle sue passioni letterarie, oltre che a fare l agricoltore e a cavalcare.

Spesso la fortuna postuma di un autore è direttamente proporzionale allo stigma ricevuto in vita, in parte la cosa che è accaduta a Guido Morselli. Curioso, ma non troppo, che le sue opere siano uscite con pressoché perfetta precisione cronologica dopo la sua morte, sulla cui cosa nessun giornale dell’epoca scrisse un solo rigo, tanto da ritenere lecito domandarcene il motivo e provare a azzardare una risposta. Forse non basta il trito cliché del genio incompreso, forse troppo inattuale, scomodo, in anticipo oltre misura sui tempi non è stato capito dai suoi contemporanei, lo sentiamo dire spesso in campo artistico, e non solo letterario, o forse è stato capito troppo, e in questo caso entra in gioco una motivazione “politica” in merito alla tacitazione (censura?) della sua opera da parte degli stessi. Caratteristico nelle opere di Morselli  è l’ interrogarsi sul rapporto tra tradizione e progresso, con la tendenza a rimodellare la Storia tramite la scrittura. Palese nell’esordio postumo con il romanzo di Roma senza papa è l’utilizzo dell’argomento e dell’ambientazione ecclesiastica per parlare della modernità da parte di uno che non ci si è mai trovato troppo a suo agio e che si è interrogato nelle sue opere sul rapporto tra innovazione e tradizione, lui che si definiva “fobantropo”, che ha fatto dell’isolamento condizione esistenziale e artistica, come accade spesso per le grandi vocazioni, questo in un’epoca di impegno e “contestataria”, pre e post-sessantotto, nella quale la frenesia del progresso e delle trasformazioni non poteva che far guardare con sospetto a qualcuno con l’aria da “conservatore”.

Il fatto è che con Morselli c’è poco da stare a razionalizzare, eppure è bello e necessario farlo, perché come in Roma senza papa, la profonda erudizione su temi teologici, ecclesiastici e di storia della Chiesa è immensa e traspare a ogni pagina del romanzo, testimoniando uno sterminato lavoro a monte. Su questo sfondo si innesta l’affabulazione, il romanzo, formalmente un’ucronia. Ambientato intorno alla fine dello scorso millennio, trent’anni dopo la sua stesura (Morselli ha scritto nel 1966 il romanzo che verrà da lui terminato l’anno successivo), Roma senza papa narra le vicende legate alla discesa a Roma di un prete svizzero dal cognome e età imprecisati che torna nella città eterna dove anni prima ha svolto i suoi studi teologici. Don Walter, questo anagraficamente quello che si sa di lui oltre al fatto che sia coniugato con la moglie Lotte (il celibato degli ecclesiastici è stato abolito) si reca nella capitale della cristianità, l’Urbe inenarrabilis che traspare nel romanzo su uno sfondo alla Blade Runner, per avere udienza dal papa e per sottoporre auspicabilmente alla sua attenzione e a quella delle maggiori autorità ecclesiastiche il suo trattato teologico in difesa del culto mariano dal titolo Difesa dell’Iperdulia sul quale ha speso “30 mesi di lavoro oscuro, massacrante”, con un solo scopo: “riportare sul terremo proprio una discussione che sta diventando sociologica, etnologica, persino politica, mentre è soltanto: dog-ma-ti-ca”. “Non si può continuare con i polls e le interviste a discutere se la Madonna sia un’ebrea convertita come tante altre, o nella migliore delle ipotesi una santa.”

La Chiesa si sta protestantizzando, la società è già liquida, ben prima che questo assioma  fosse teorizzato da Zygmunt Bauman nel suo celebre saggio del 1999, l’ortodossia sembra essere un lontano ricordo, l’ateismo è una religione. Sullo sfondo della Guerra Fredda la Chiesa flirta con l’Urss e si fa mediatrice della spartizione del mondo. Niente di nuovo in fondo in un tempo già ampiamente e da molto secolarizzato, e quindi non sufficiente a giustificare le doti “visionarie” dell’autore. Ma è nella prosa e nel tratteggiare certi scenari fantapolitici che ricordano i più grandi profeti letterari di distopie dalle quali attingono spesso con risultati discutibili autori contemporanei di immensi tomi che affollano le catene editoriali, spesso con il sapore del già visto, che Morselli mostra il meglio di sé. Al pari dei grandi autori fantastici o fantapolitici alla Bradbury o dei grandi satirici alla Swift, con un linguaggio di spericolate ebbrezze altamente letterarie dà conto della complessità del reale narrando con spietatezza e asettica precisione e non concedendo niente al lato emozionale della lettura, la società presente, futura o futuribile, la storia del mondo e la stessa esistenza.

L’impresa di Walter  ricorda un’odissea che si esplicita nel ritorno nella città del suo apprendistato sacerdotale, una Roma luogo di incontro tra religiosi e laici nella quale il prelato svizzero si muove come un Leopold Bloom in abito talare. Dopo la più classica odissea omerica c’è stata quella modernista del protagonista del romanzo di James Joyce e con  il romanzo (o comunque lo si voglia definire) di Morselli si ha una sorta di odissea post-modernista a sfondo ecclesiastico che si svolge tra i grandi saloni delle università pontificie, negli oratori, in convegni teologici che con il cicaleccio spesso grottesco e incomprensibile sono il basso continuo dell’opera. La pur esile tensione narrativa è data dall’attesa dell’udienza papale, in una sorta di astrusa e grottesca attesa di Godot. Se per Beckett il nome dato all’eminenza grigia del suo più celebre dramma ha i connotati di Dio (God), allo stesso modo si può notare che per il cattolicesimo il Papa sia Dio sulla terra. Il problema è che il papa si è trasferito a Zagarolo, a trenta chilometri dall’Urbe. Lì vive in un anonimo complesso residenziale pentagonale di villette a schiera, in un non-luogo, senza farsi vedere né sentire. Dopo il papa “storico” Giovanni XXXIII, ecco il papa “strano” morselliano, Giovanni XXXIV, il quale pur nell’immaginaria creazione distopica ha una sua valenza storica se si pensa che il romanzo è stato scritto nel 1966 e quindi in date congruenti alla successione allo stesso Papa Giovanni XXXIII. Questo l’espediente più impattante del romanzo e la sua maggiore forza profetica se si pensa alla preconizzazione di un papato a tempo e se si torna alle più recenti vicende del papa dimissionario Benedetto XVI, legate a doppio filo a un’idea molto terrena e quasi pop del papato, tema ripreso allo stesso modo molti anni dopo e sempre in anticipo rispetto alle vicende storiche da Nanni Moretti nel suo Habemus Papam (lecito domandarsi se il cineasta romano abbia preso spunto per il suo film dal soggetto morselliano).

Questo dato fattuale e diremmo essoterico non nasconde una tensione metafisica e una parte più esoterica nel romanzo di Morselli, il quale con lo stile misurato, quasi chirurgico della sua scrittura, eppure così debordante di fantastica ironia e satira è ciò che più affascina, interroga e anche diverte nelle descrizioni di una Roma decadente e futurista allo stesso tempo, nella quale ci si sposta con i bus-cotteri, o per una non meglio tratteggiata via pneumatica che per raggiungere dal centro dell’Urbe la nuova residenza papale impiega mezzo minuto, a dispetto del sovraffollamento dei mezzi dovuto ai continui scioperi, una città svenduta dal papato alle orde di pellegrini-turisti che evoca una delle minori piaghe delle grandi città d’arte dei giorni nostri soffocate dal cosiddetto overtourism, un fenomeno che sancisce nella finzione romanzesca la definitiva decadenza del maschio latino cooptato e sostituito nelle sue prerogative dalle “mignottelle”, procacciatrici di stranieri in gita di piacere nel bel paese ai quali ne propongono ulteriori, di piaceri, una città (ancora profeticamente) piena di buche e crateri ma nella quale persistono tratti del suo fascino decadente come suggeriscono alcune suggestioni quali quella della  visione del Palatino che viene suggerita da una delle ectoplasmatiche comparse che accompagnano il girovagare del protagonista: “Va ammirato di giugno, alle otto della mattina, in una giornata di nuvole basse e di scirocco, quelle tali pietre altrimenti non hanno il loro colore”. Sono queste presenze che danno il senso straniante, grottesco e dissacrante del romanzo, tra segreterie apostoliche elettroniche, Gesuiti che producono il GR6, una droga che alimenta il sentimento religioso, progetti di riconoscere un’anima anche agli animali, la psicanalisi applicata al cattolicesimo con tanto di istituto dedicato, prelati che hanno la predilezione per le bibite gassate, varie e bizzarre teorie antropologiche e catecumenali quali quelle prospettate da un monsignore convinto “che gli abitanti del pianeta siano semplici concrezioni gassose e in quanto tali si possa procedere alla loro conversione in tal modo: A) liquefare i catecumeni, mediante apparecchi a conveniente pressione; B) imbottigliarli; C) aggiungere a ogni bottiglia un centilitro di acqua santa; D) agitare con energia. Chiameremo questo procedimento: “battesimo per commistione e soluzione”.

La laicizzazione e progressismo imperante della Chiesa sono gli strumenti che permettono iperbolicamente a Morselli di tessere la tela di ragno della sua narrativa da sempre incentrata sulla dicotomia reale-immaginario, passato-futuro (o futuribile), tradizione-innovazione. La Chiesa  sembra diventata un’associazione caritatevole al pari della Croce rossa, testimone non più di un messaggio teologico universale ma al massimo custode di prerogative assimilabili a quelle dell’ONU, nella quale  la Fede lascia il campo alla Pace, l’aroma dell’incenso all’odore di trementina, ove “San Pietro è solo un mausoleo. Certo, grazie agli amplificatori è anche un formidabile salone da conferenze, o da concerti.”, dove nella piazza contornata dal colonnato del Bernini, ora che il papa ha traslocato in un’anonima periferia, l’udienza domenicale viene trasmessa in 3D su schermi touch, con annessi tutti gli effetti esilaranti della globalizzazione e mercificazione del sentimento religioso, esemplificati nelle statuine del Sacro Cuore prodotte a Schio e vendute in California sotto la sovraintendenza e il controllo dell’opera missionaria dei francescani di Palo Alto, ad oggi (ma non allora) uno dei centri principali della Silicon Valley con i suo colossi del web e della new economy (che antenne aveva Morselli?). Una laicizzazione che nei fatti romanzeschi si concretizza in concetti quali quello della Socialsolidarietà, in sé opposto a quello di carità cristiana.

Da ricordare che lo scritto di Morselli è immediatamente successivo alla fine del Concilio Vaticano II, le cui tendenze riformatrici sono quelle che più idealmente possono dare occasione alla fervida mente di uno scrittore  per le più acrobatiche speculazioni e scenografie che non mancano di virare a delle vere e proprie profezie, profezie raziocinanti, dicevamo: quella geopolitica ad esempio, in parte avveratasi quando sotto la maschera narrativa dell’esplicazione chirurgica eppure visionaria dei destini della Chiesa, in quello che noi definiamo il Medio Oriente, parlando  dei destini socio economici di quelle terre  dirà: “In quel sacro e fatidico Oriente che grazie ai progressi della tecnologia (essa pure provvidenziale, sappiamo),  i sentori e i furori, del petrolio non ammorbano più”. Vengono  in mente  i modernissimi complessi di metropoli degli stati arabi del Golfo, vere e proprie cattedrali nel deserto sorte dal nulla su suoli fatti di combustibili fossili e ora ricettacoli e centri di smistamento finanziari dei capitali della globalità mondiale, oppure nel caso dello stupore e disappunto degli “indigeni” romani, orfani del Pontefice massimo, cosa che sembra mettere in crisi la loro stessa identità: “ero quirite e or sono Congolese – in omaggio all’usanza che ci impose – Chi da Roman passò Zagarolese” dove coi nostri occhi oggi, noi, quasi sessant’anni dopo ci possiamo leggere l’aura delle ansie dei molti su tematiche come quelle per l’immigrazione. Morselli ha scritto queste cose nel 1966…chissà che tipo di connessioni avesse e chissà che quelle rimuginazioni, elucubrazioni e monologhi interiori del protagonista di Roma senza papa, i suoi incontri e dibattiti con le varie figure del mondo ecclesiastico nel tempo che è costretto ad attraversare, riflessioni intrise di uno scetticismo di fondo, non siano le stesse dell’autore del romanzo, il quale con la sua visione disincantata e destinata alla solitudine e alla marginalità si è inflitto in qualche modo e suo malgrado la stessa condanna.

Da ricordare che Roma senza papa fu pubblicato anticipando le celebrazioni per il giubileo del 1975. A Roma, con o senza Papa, da poco è stata aperta la Porta Santa, rituale che dà inizio all’anno giubilare. Sarebbe bello infine, che in questo anno da poco iniziato, anno che per Santa Romana Chiesa da secoli significa anche remissione dei peccati, compresi quindi si immagina anche quelli di un suicida, che a Morselli stesso potessero essere rimessi i propri di peccati, e semplicemente potesse essere letto da più persone possibili. In tal senso già qualcosa sembra essersi mosso: il volume Gli ultimi eroi edito da Il Saggiatore lo scorso anno contenente tutti i suo racconti e testi teatrali è già una riabilitazione e Morselli ha lasciato dietro di sé una ulteriore grande massa di inediti. Del resto tutti aspettano qualcosa, una salvezza, una vincita, una promozione, una riabilitazione, un amore, qualcuno che ci ascolti, un’udienza, come nel caso del protagonista di Roma senza papa, un’udienza che nella fattispecie si risolve in un nulla di fatto, un en attedant Godot inevitabilmente fallimentare ma illuminante. Morselli attendeva una pubblicazione, e ne sono arrivate a cascata dopo la sua scomparsa, da Contro-passato prossimo a Il comunista fino a Dissipatio H.G. che è ritenuto il suo capolavoro e nel quale fa la comparsa l’inquietante “ragazza dall’occhio nero” che alla luce di quanto accadrà da lì a pochi anni assumerà significati altrettanto profetici e sinistri. Una semplice pubblicazione, non una rivelazione come NON accade nel finale del suo primo romanzo pubblicato postumo, una non rivelazione di fatto durante la famigerata e attesa udienza e un’epifania per un finale nel quale da non dimenticare figura un’altra profezia, quella sull’allunaggio, una  tranchant, irrisolta e spiazzante conclusione ricca di iperbolici significati tutti da meditare e che fa di questo libro qualcosa da custodire nei giorni di puro svago dedicati a una lettura di mero divertimento o di voglia di riflettere sul mondo che ci circonda, una narrazione graffiante e provocatoria come solo dalla penna di un grande visionario può scaturire, in un romanzo eccessivo e barocco come una chiesa di Roma, fantastico come un romanzo di Guido Morselli.

 

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Locus desperatus, nella tana di Michele Mari https://minimaetmoralia.it/libri/locus-desperatus-nella-tana-di-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/libri/locus-desperatus-nella-tana-di-michele-mari/#respond Mon, 02 Sep 2024 07:31:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54129 di Simone Bachechi Immaginare di trovarsi a casa di Michele Mari, già noto collezionista compulsivo (si vocifera possegga anche una maglia originale di Diego Armando Maradona) è come fare un viaggio nella sua “tana-museo”, così è definita l’abitazione del protagonista di Locus desperatus (Einaudi pagg. 131, euro 18,00) l’ultimo romanzo dello scrittore e professore milanese. […]

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di Simone Bachechi

Immaginare di trovarsi a casa di Michele Mari, già noto collezionista compulsivo (si vocifera possegga anche una maglia originale di Diego Armando Maradona) è come fare un viaggio nella sua “tana-museo”, così è definita l’abitazione del protagonista di Locus desperatus (Einaudi pagg. 131, euro 18,00) l’ultimo romanzo dello scrittore e professore milanese. Del resto protagonisti e voci narranti dei suoi romanzi e racconti  sono spesso il calco più o meno fedele del suo autore nel complesso di un’opera letteraria  che da oltre trent’anni ha al centro il tema della memoria, spesso declinata all’infanzia come momento da conservare  in modo quasi feticistico, e in generale caratterizzata da una costante declinazione autobiografica pur trasfigurata nella modalità mimetica e allucinatoria dei suoi libri e di storie che sembrano reperite da sogni e incubi, o nei loro pressi. L’autobiografia che da anni Michele Mari compone non è che una modalità della sua prosa, una sua appendice, il ri-pensare il vissuto del suo autore, un penetrare e penetrarsi di materia friabile e porosa l’una all’interno di un’altra, fedelmente all’assunto pessoeano secondo il quale “il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”.

Con quest’ultimo romanzo con in quale si è meritatamente inserito nella cinquina del Premio Campiello che decreterà il vincitore il prossimo 21 settembre, Michele Mari ritorna alle care amate cose, già punto focale di molti suoi scritti e la cui importanza nell’immaginifico mondo dello scrittore è testimoniata da opere come Asterusher, autobiografia per feticci, sorta di libro-oggetto del 2015 e guida alle sue dimore, uscito in una nuova edizione del 2019 per Corraini e corredato dalle fotografie di Francesco Pernigo, lo stesso che firmerà la foto di copertina di Locus desperatus. Una pulsione feticistica che fa delle cose delle miniature di eternità, svelandone il carattere perturbante per quanto antropologizzate e tanto intenso è il meccanismo di transfert messo in atto dal suo possessore.

Un’identità letteraria quella di Mari e un culto delle cose quale luogo della memoria che si dissemina in vari modi lungo tutto il suo tragitto autoriale, basta ricordare Leggenda privata, quanto di più esplicitamente autobiografico abbia scritto, o come alcuni racconti, da citare tra questi Scarpe fatidiche, contenuto nella precedente a Locus desperatus raccolta dal titolo Le maestose rovine di Sferopoli, un’ossessione per un oggetto in questo caso che ricorda quella della celebre scena del film Bianca di Nanni Moretti nella quale il protagonista  (Michele-Moretti) osserva e commenta in modo ossessivo l’accessorio nei passanti. Un feticismo quasi “morettiano” (nel senso del cineasta romano), e un ritornare agli oggetti del passato dove abbiamo trasferito i nostri ricordi e la nostra infanzia e con essa il nostro piacere (o incubi e ossessioni) dilazionato. Da notare che oltre al tema autobiografico preponderante nella filmografia di Nanni Moretti così come nelle opere di Michele Mari, ambedue non sorridano quasi mai e inoltre si può riscontrare tra i due una certa somiglianza fisica, che l’uno sia il clone o l’ultracorpo dell’altro? Tema quello degli ultracorpi che vedremo ha una sua centralità nel romanzo.

Allo stesso modo il tema della casa, del labirintico perimetro delle magioni infestate, già topos letterario declinato nei più svariati modi in letteratura come luogo fisico o immaginario, costituisce il perno sul quale ruota la tenebrosa e inquietante vicenda. Innumerevoli sono gli autori che si sono immersi nelle loro narrazioni nel claustrofobico sfondo domestico, spesso con case che costituiscono i luoghi delle manifestazioni del subconscio, del ricordo familiare o del fare i conti con il proprio doppio. Racconti come Il crollo della casa Usher di Edgar Allan Poe o i migliori di Lovecraft, così come le case infestate di Shirley Jackson o l’ancora più classica dimora che ospita il celebre Dottor Jeckyll e Mr Hyde di Stevenson ne sono la più fulgida testimonianza. Il virare e ritornare di Mari a tale ambientazione è anche un omaggio ai padri putativi dello scrittore italiano vivente più manganelliano, più landolfiano e più gaddiano, nel senso di altri suoi punti di riferimento letterari del nostro Novecento, i quali allo stesso modo dell’ex professore di letteratura italiana e in modi diversi, hanno saputo restituire tramite la debordante e barocca ricchezza del loro linguaggio pieno di arcaismi, neologismi innestati su pagine spesso dal sembiante di un percorso onirico, tutta la ricchezza, le risonanze armoniche e la bellezza della lingua italiana, un linguaggio che si fa vicario della vita e spesso ne costituisce il doppio mostruoso, quasi un’entità sensibile.

La casa del protagonista del romanzo non è un locus amoenus, ricorda piuttosto quella “zona disagio” come evocata in uno dei primi romanzi di Jonathan Franzen, luogo delle memorie affettive che nel caso in questione sono trasferite negli oggetti, “quei testimoni fraterni radioattivi” del quale il suo proprietario ne inventaria con ansia classificatoria caratteristiche, provenienze e dettagli. Lungi dal voler costituire questa maniacale predisposizione una speculazione di tipo socioeconomico su concetti quali quello di reificazione o del feticismo delle merci (cose), la riflessione che ne scaturisce è unicamente di tipo esistenziale e deve fare i conti con l’umano destino nel senso etimologico del termine “origine” ma anche di destinazione, non potendo quindi mancare un’implicita meditazione sulla morte che in tale ottica può far apparire il culto delle cose collezionate come un tentativo di esorcizzarla.

E cosa accade quando da queste cose ci dobbiamo separare? Cosa resterà di noi e della nostra anima? Accade infatti che improvvisamente sulla porta della casa faccia la comparsa una misteriosa croce, riverbero veterotestamentario di una sentenza di condanna: la progressiva entrata in scena di strambi soggetti dalle sembianze di macchiette dalla consistenza ectoplasmatica e comicamente immersi nella nostra contemporaneità rivela al solitario e compulsivo accumulatore quello che è in fondo il suo capo di imputazione: “a furia di circondarvi di cose, amandole, collezionandole, vi ci siete a poco a poco trasferito, regalando loro quote sempre più consistenti della vostra personalità”. Rimosse le cose rimosso l’individuo sembra essere la sentenza. La casa è segnata dalla crux desperationis che assomiglia molto a un’ingiunzione di sfratto, anzi di subentro. In filologia la crux desperationis segna un punto del testo corrotto e insanabile di fronte al quale il filologo deve gettare la spugna, appunto un locus desperatus, magari in attesa di farci i conti successivamente.

Questo lo scacco a cui è soggetta la filologia che oltre un certo punto non può che fermarsi, come per esteso fallimentare deve essere considerata ogni teoria onnicomprensiva e alla stessa stregua ogni sfida interpretativa che si può esplicare nel celebre e già abusato assunto wittgensteiniano: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, che riporta un po’ tutti con i piedi per terra e ad altre considerazioni sulla nostra esistenza terrena e sul suo destino.

Questa compenetrazione narrativa  meta letteraria nel romanzo, tra spazio fisico, la casa, e immateriale, la letteratura ma non solo, costituisce l’oscuro ma solido blocco di questo oggetto-libro sulla cui copertina significativamente fanno mostra di sé alcune targhette di minatori reperite dall’autore-protagonista in una miniera in Val D’Aosta durante una lontana vacanza dell’infanzia con il padre, solo alcuni dei tanti oggetti reperiti nel corso degli anni dallo stesso, dai più comuni ai più strambi, dai più fisici ai più immateriali: maschere tribali, l’omino della Michelin, una zanna di capodoglio, una pressa tipografica, coltellini e tagliacarte, ma anche fumetti, una madonna lignea del Cinquecento, una calcografia di Piranesi e su tutto gli amati libri, i racconti di Poe, di Lovecraft, I Canti di Maldoror di Lautreamont, la prima edizione dell’Ortis foscoliano e quella dei Canti Orfici di Dino Campana, e molti altri, libri e oggetti, di provenienza “alta” e “bassa”, fedelmente alla vocazione di tipo post moderno di Michele Mari che da sempre nei suoi scritti riesce mirabilmente ad alternare grazie al suo ventriloquismo sciamanico e al grandioso mix di erudizione e affabulazione narrazioni a sfondo pop come possono essere quelle dal punto di vista di una grande rock band (Rosso Floyd) o che si elevano alle supreme vette della poetica leopardiana con il bellissimo apologo a tinte nerastre Io venià pien d’angoscia a rimirarti.

È con questo armamentario che l’imputato di sfratto, a quanto pare non più legittimo proprietario della casa, cerca di organizzare il suo fortino barricandovisi dentro e tentando una strenua resistenza che sembra una lotta per la sopravvivenza e per la difesa dell’essenziale di fronte al cicaleccio inutile e alla volgarità del mondo… sì, perché la sentenza di sfratto sembra essere in fase attuativa e assume la forma del trasferimento della personalità del protagonista a quelle degli ultracorpi (le strane macchiette hoffmaniane) che sono a loro volta sdoppiati, anche nelle figure evocate sulla scia dei ricordi dal resistente protagonista; i vecchi compagni di scuola fra cui una donna con la quale si genera una storia parallela in bilico tra il comico e il grottesco. Si trova cinto in stato d’assedio, uno stato d’assedio bi-relazionale, delle cose verso i subentranti e verso il loro stesso possessore nelle quali si è trasferita l’anima, anche le cose sono scisse nelle loro relazioni.

Una metempsicosi non di anime ma di oggetti che porta inevitabilmente alla sfaldatura dei contorni, sia delle cose che di quei ricordi di cui sono oggetto, prova ne sono le foto sfuocate di famiglia, il protagonista stesso che non ricorda ciò di cui parlano i libri che ha letto. È  il pauperismo delle cose, della vita e della memoria che genera identità ambigue e un continuo gioco di specchi, sdoppiamenti e artificio, veri e propri marchi di fabbrica della scrittura manieristica a tinte oscure di Mari fin dai tempi del suo esordio con Di bestia in bestia  e che mai come in questo caso con le possibilità offerte dal sempiterno tema del doppio può sbizzarrirsi  nelle sue allucinatorie e fantastiche circonvoluzioni creative.

Qualcuno si vuole impossessare delle sue cose, qualcuno o qualcosa di mostruoso sotto la sembianza di ultracorpi, creature fantastiche che sembrano uscite da una lanterna magica, ombre, proiezioni sul fondo di una caverna  (replicanti?), mettendo in discussione il concetto stesso di identità e il principio di realtà che è quanto di più fragile e immediato a essere messo in discussione quando ci affidiamo a un libro, per quanto questo possa essere ancorato alla realtà tangibile o come in questo caso quando si tratta di una vera e propria fantasmagonia, citando il titolo della nota raccolta di racconti, una fantasmagonia molto letteraria, ricchissima di riferimenti colti e meno colti sull’ arte dello scrivere e non solo. Locus desperatus aggiunge un tassello a quel fantasmagorico percorso a sfondo autobiografico che è un po’ tutta l’opera di Michele Mari, un autore che a dispetto di riconoscimenti passati, futuri o futuribili, sarà tra i pochi a non essere dimenticato dalle future generazioni di lettori che vorranno affidarsi allo sterminato ed enfiato territorio della letteratura pura, un demone senza pasta sfoglia che rischia di mangiare sé stesso, con un citazionismo che in alcuni casi  potrà apparire esasperato tanto da dare la sensazione che anche questo piccolo volume possa risultare il classico libro per scrittori, ma di questo il buon Mari, dal fortino assediato delle sue cose e senza  mai sorridere certo non si curerà.

 

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Irish Film Festa, la rassegna alla Casa del Cinema di Roma https://minimaetmoralia.it/cinema/irish-film-festa-la-rassegna-alla-casa-del-cinema-di-roma/ https://minimaetmoralia.it/cinema/irish-film-festa-la-rassegna-alla-casa-del-cinema-di-roma/#respond Wed, 03 Apr 2024 13:26:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53585 di Simone Bachechi È in programma dal 4 al 7 aprile prossimi a Roma, presso La Casa del Cinema, l’Irish Film Festa, una quattro giorni di proiezioni e incontri con un cartellone che comprende 26 nuovi film tra lungometraggi di finzione, opere prime di giovani autori irlandesi, un’ampia sezione di documentari e cortometraggi, tutti in […]

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di Simone Bachechi

È in programma dal 4 al 7 aprile prossimi a Roma, presso La Casa del Cinema, l’Irish Film Festa, una quattro giorni di proiezioni e incontri con un cartellone che comprende 26 nuovi film tra lungometraggi di finzione, opere prime di giovani autori irlandesi, un’ampia sezione di documentari e cortometraggi, tutti in anteprima nazionale e due classici, di cui uno inedito in Italia, alla presenza di numerosi ospiti tra registi, attori e produttori, in arrivo dall’Irlanda proprio per incontrare il pubblico. Sul sito www.irishfilmfesta.org Il programma completo di eventi e proiezioni, con ingresso rigorosamente gratuito fino a esaurimento posti, tutte in versione originale con sottotitoli in italiano.

Il convitato di pietra è John McGahern (1934-2006), il quale al di là delle sempre opinabili definizioni critiche che lo descriveranno tra l’altro quale “probabilmente il più importante romanziere irlandese dai tempi di Samuel Beckett” è sicuramente da considerare uno dei più grandi scrittori irlandese dell’epoca moderna. Nel catalogo di  Minimum Fax (2016) si può trovare uno dei suoi titoli più noti, The Dark (1965), il suo secondo romanzo che destò scandalo per il modo in cui parlava di sesso e religione, mentre per Einaudi sono usciti negli anni precedenti Il Pornografo (1997) e  Moran Tra le donne (1994).

Colui che è considerato tra i più alti cantori dell’Irlanda rurale è il protagonista assoluto della quindicesima edizione del festival romano patrocinato dalle varie istituzioni e sodalizi culturali irlandesi e che ha visto protagonisti nnel corso degli anni i più e meno noti volti del mondo del cinema e non solo provenienti dalla terra smeraldo.

Ospite d’onore del festival sarà il regista irlandese Pat Collins, che sabato 6 aprile alle 18 presso la Sala Cinecittà, presenterà il suo That They May Face the Rising Sun adattamento cinematografico del 2023 dell’omonimo e ultimo romanzo di John McGahern del 2002 (purtroppo non ancora tradotto in Italia), opera premiata come miglior romanzo irlandese nell’anno 2003.

Il film nel quale svetta la poetica, riflessiva e superba interpretazione di Barry Ward, già noto per essere il protagonista della pellicola di Ken Loach Jimmy’s Hall incentrata sulla sala da ballo di campagna gestita da un comunista, che scatena le ire della chiesa, è un poetico condensato della vita di un piccolo villaggio rurale che McGahern descrive nel libro, come in suoi altri quali The Dark.

Joseph (Barry Ward) è uno scrittore, il quale con la moglie Kate (Anna Bederke) già gallerista d’arte a Londra decide di fare ritorno alla terra natia, in un cottage immerso nel verde di una natura incontaminata nel quale si dedica alla scrittura, scrivendo cose simili proprio a quelle di McGahern, tanto da far pensare possa essere un suo alter ego, occupandosi delle minime faccende domestiche in un tempo scandito dalla ciclicità della raccolta del fieno, della cura degli animali, in un tempo che sembra immobile. La coppia è il punto di riferimento di tutti i vicini, perché sanno leggere e scrivere, perché danno saggi consigli, hanno l’auto e quindi possono aiutare in caso di bisogno. La varia e dolente, disincantata e feroce, ma anche tenace e delicata varia umanità, i cui volti scavati e seriosi sembrano fondersi al brullo ed essenziale paesaggio della campagna irlandese, donne e uomini legati da nodi familiari che più o meno si sono allentati, e che abita nei dintorni della coppia, si reca da loro a chiedere aiuto, consigli o solo compagnia. Mattacchioni che nel più puro spirito del craig irlandese si fermano dai due coniugi snocciolando battute argute o più profonde filosofie farcite dal disincanto e dai rimpianti per una vita che non è andata come si aspettavano, scroccando tè e biscotti, oppure venendo invitati al pranzo di Natale perché non restino soli. La coppia è una specie di assistenza sociale, amichevole e sempre accogliente e benevola verso la semplicità delle persone che hanno intorno.

Il poetico finale che esprime il significato del titolo e che sembra quasi uno scioglilingua mostra il modo tutto irlandese di vivere la religiosità, una religione tipo laicistico sempre a cavallo tra ortodossia e paganesimo: al funerale di uno degli abitanti del villaggio tornato a morire nella sua terra dopo un lungo esilio nell’infida Inghilterra il fratello si preoccupa di seppellirlo con la testa a ovest, in modo che il giorno della resurrezione questo possa avere in faccia il sole che sorge.

In omaggio allo stesso John McGahern venerdì 5 aprile, alle 18,30 presso la Sala Cinecittà sarà proiettato il documentario A Private World, girato nel 2005 dallo stesso Pat Collins, poco prima della morte di McGahern dallo stesso regista del film tratto dal romanzo dello scrittore irlandese, documentario del quale parlerà John McCourt, docente di Letteratura Inglese e Irlandese e massimo esperto di letteratura irlandese e di James Joyce. Il documentario è sorta di autobiografia creativa dello scrittore. Attraverso materiali di archivio ci viene restituita l’immagine più profonda e poetica di uno scrittore con il quale il regista è riuscito a  stabilire una forte e discreta intimità

Da rimarcare nella sezione dei classici, in occasione del suo quarantennale, la proiezione di un film mai visto in Italia, si tratta di Anne Devlin, lungometraggio del 1984 della regista dublinese Pat Murphy, film che tratta della vita di colei che affiancherà Robert Emmet e gli United Irishmen nell’insurrezione irlandese del 1803, poi annegata nel sangue, contro il dominio britannico.

Competano il programma della rassegna nata del 2007, creata e diretta da Susanna Pellis, prodotta dall’Associazione culturale Archimedia in collaborazione con l’Irish Film Institute, una significativa presenza di documentari, molto vari per temi e toni, i quali in alcuni casi affrontano gli anni più recenti di un paese segnato drammaticamente dalla violenza settaria, gli anni dei Troubles non sono così lontani, senza mancare uno sguardo su altre zone del mondo afflitte da storie di dolorosi conflitti verso le quali il popolo irlandese mostra una naturale solidarietà e attenzione visto la sua stessa centenaria storia di oppressione. Due titoli in tal senso sono esemplificativi: Face Down di Gerry Gregg, documentario che narra la vicenda del Thomas Niedemayer, cittadino tedesco e direttore generale dello stabilimento Grundig di Belfast nonché console onorario, il quale verrà rapito nel 1973 dall’IRA e il cui corpo potrà essere restituito alla famiglia solo sette anni dopo grazie a un suo informatore o come con In the Shadow of Beirut  di Andrew Keane e Andrew McConnell e il cui co-autore è Stephen Gerard Kelly, un artista che trasferitosi  nella capitale libanese racconta in presa diretta la vita delle famiglie di rifugiati palestinesi nei quartieri di Sabra e Shatila, già tristemente noti per il massacro compiuto nel 1982 con la complicità dell’esercito israeliano.

Insomma, Irish Film Festa è un’immersione nella storia, nei paesaggi, nella letteratura e nell’anima irlandese, un pezzo d’ Irlanda in Italia per una quattro giorni da non perdere.

 

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Un giorno perfetto: al cinema con Wim Wenders https://minimaetmoralia.it/altro/un-giorno-perfetto-al-cinema-con-wim-wenders/ https://minimaetmoralia.it/altro/un-giorno-perfetto-al-cinema-con-wim-wenders/#respond Tue, 16 Jan 2024 14:44:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53306 di Simone Bachechi Oggi il menù prevede “quotidianità”. Sembra essere questo il mantra che ha accompagnato, almeno per quell’uomo calvo di mezz’età che mi precede alla biglietteria del cinema multisala, l’uscita di Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders uscito nelle nostre sale lo scorso 4 gennaio. Peccato che quello stesso uomo accompagnato da una […]

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di Simone Bachechi

Oggi il menù prevede “quotidianità”. Sembra essere questo il mantra che ha accompagnato, almeno per quell’uomo calvo di mezz’età che mi precede alla biglietteria del cinema multisala, l’uscita di Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders uscito nelle nostre sale lo scorso 4 gennaio. Peccato che quello stesso uomo accompagnato da una donna (amica? compagna? moglie? non importa) rivolgendosi al ragazzo ipergriffato multisala addetto a biglietti e non solo non ricordi il film al quale hanno deciso di assistere, tant’è che i due hanno dovuto fare marcia indietro dalla fila in attesa per controllare sul tabellone il titolo, scusandosi con l’addetto ai biglietti e non solo per il cattivo inglese. La coppia mi precede anche all’ingresso delle sale della multisala dove siamo tutti in attesa del semaforo verde per l’ingresso nella nostra sala di visione, come se quel corridoio in penombra e quei tornelli fossero i gabbiotti di una gara ippica o lo start di un gran premio di Formula 1. È lì che l’uomo inizia con la donna la sua loquela dalla quale cerco di non farmi coinvolgere ma che intuisco variare dai suoi di lui problemi con il commercialista, a vaghe ansie esistenziali e problemi di relazione fino a non meglio identificati problemi in giardino ed io faccio gli scongiuri perché il loro posto in sala  sia il più lontano possibile dal mio, visto che ormai non potevo suggerirgli di andarsi a vedere Aquaman E Il Regno Perduto o Puffin Rock o l’ultimo di Ficarra e Picone del quale rifiuto di ricordarmi il titolo.

All’ingresso in sala ci sistemiamo sulle comode poltrone della multisala. Il mio posto assegnato prevede che mi sieda accanto all’uomo calvo e loquace. Mi domando che cavolo di cervellone sia quello che assegna i posti in automatico in una sala da 350 posti e si permetta di mettere una accanto all’altra persone che non si conoscono per una proiezione, la seconda del giorno di uscita del film in un giorno feriale, alla quale assisteranno non più persone di quelle delle dita di una mano. Ho l’ardire di sistemarmi quantomeno nella fila superiore rispetto alla coppia ma nell’attesa dell’inizio del film, tra pubblicità locali e trailer delle prossime uscite, non posso fare a meno di dovermi sorbire ancora le espressioni dell’uomo sul film prossimo all’inizio che l’uomo è convinto vertere sulla “quotidianità”, sul fatto che lui tema sarà una faticaccia e su comparazioni preventive con il film delle 20:10, evidentemente per lui i film si differenziano sulla base dell’orario di proiezione della multisala del quale i due sembrano assidui frequentatori, come fosse recarsi al solito bar per la colazione mattutina, se è vero che si sentono a loro agio nell’interloquire con l’inserviente con battute e risatine domandando se il riscaldamento fosse acceso. Oltre a questo lo sento inalberarsi in motti di spirito su un altro anticinepanettone da poco uscito al quale (chissà perché) i due hanno assistito. Su Foglie al Vento di Kaurismaki lo sento dire tali testuali parole: “Loro sono foglie al vento, noi siamo foglie secche”.

Avrei voluto dargli tutte le ragioni del mondo ma il prosieguo dei suoi strologamenti sul fatto che se anche loro fossero nati e vissuti in un paese freddo, buio e piovoso (la Finlandia ndr) sarebbero stati come i protagonisti del film, mi ha fatto salire l’ansia e l’impazienza dell’inizio del film sul quale di nuovo l’uomo chiosò sul tema “quotidianità”. Sono sicuro che se il film non fosse iniziato da lì a pochi secondi sarei stato costretto a dire a quell’uomo: “È un film di Wenders, del resto basterebbe che si leggesse una sua biografia, che approfondisse un po’ la sua poetica, che si informasse su quelli che sono i suoi maestri a partire da Alfred Hitchcock (i cui echi però immagino non si sentano nel film che stiamo per vedere), lo sanno tutti che i suoi film sono lenti, riflessivi, puntano molto sull’introspezione, indagano l’esistenza umana, invitano a pensare, sono farciti di manierismo romantico, cosa vuoi aspettarti da Wenders? È come se tu andassi a mangiare da McDonald e ti aspetti un pasto da tre stelle Michelin, o viceversa.” Avrei potuto aggiungere che il cinema di Wim Wenders fin dagli inizi, e si parla di oltre cinquant’anni fa, è caratterizzato dalla lotta interiore dei personaggi, che si sta parlando di un cineasta il quale con i suoi lungometraggi, cortometraggi nonché con i documentari di cui in Perfect Days si sente l’impronta, ha fatto e continua a fare la storia del cinema, un autore multipremiato (e ora nella multisala) che può piacere o meno ma che non si discute e del quale se si pensa che un suo film sia una faticaccia semplicemente basterebbe evitare e recarsi nella sala accanto, visto che a quanto pare della multisala non si riesce di fare a meno.

Finalmente l’inizio del film riesce a farmi dimenticare quell’uomo che, devo riconoscere, molto educatamente durante tutta la durata del film non ha proferito verbo, e a lasciarmi trasportare dalle immagini sullo schermo. Non molto apparentemente: un uomo si alza all’alba ripiegando il futon sul quale ha dormito, spazza il cortile e i bordi della strada davanti la sua piccola e minimalista casa, “quotidianità”. È Hirayama, al secolo Koji Yakusho, un nome che a noi dice poco ma che è considerato uno dei più grandi attori giapponesi nel suo paese e che Wenders già conosceva per le sue interpretazioni in Shall We Dance del 1996 del regista giapponese Masayuki Suo,  Babel di González Inárritu, Memorie di una geisha di Rob Marshall.

Hirayama è una sorta di monaco zen urbano, parla pochissimo, si esprime per lo più con i suoi sguardi ed il suo luminosissimo sorriso che mostra una sensibilità rara. Il suo lavoro, verso il quale si dirige con il piccolo furgone ascoltando le sue canzoni preferite degli anni Settanta, rigorosamente in musicassetta, su tutte  House Of The Rising Sun degli Animals, ma anche Otis Reding, Van Morrison, The Kinks, Patti Smith, Velvet Underground, per non tacere della Perfect Day di Lou Reed il cui titolo rivisitato diventa quello del film, consiste nel pulire e occuparsi della manutenzione dei bagni pubblici a Shibuya, uno dei quartieri centrali della capitale giapponese. La sua tuta da metalmeccanico lo riporta impresso ma forse lo fa in tutta Tokyo che per tutti noi rimarrà sempre una giungla, una vera giungla tropicale come tutte le grandi metropoli, ancor più quelle orientali ove all’ostacolo linguistico e segnaletico (come decifrare indicazioni di strade e quartieri tra palazzi e grattacieli a perdita d’occhio tutti apparentemente uguali con le loro sagome antisismiche che pare vederle oscillare a ogni soffio di vento?) si aggiunge quello antropologico e culturale.

A Tokyo è necessario andare lasciandosi accompagnare, magari anche da un film come quello di Wenders, anche se nella fattispecie il dinamismo e la frenesia della città lascia il posto ai pochi e ripetitivi atti del protagonista. In fondo è un “Falso movimento” quello di Hirayama. Le sue organizzatissime giornate sono scandite dalla routine, cosa non necessariamente negativa: dopo il sonno notturno scandito dai sogni che vengono illustrati in un rigoroso bianco e nero da Donata Wenders, moglie di Wim oltreché la fotografa di scena del marito, la sveglia all’alba lo prepara al lavoro, non prima di aver innaffiato le sue piante, in un percorso quasi surreale nel paesaggio alla Blade Runner della capitale nipponica sulla quale svetta la sagoma della Tokyo Sky Tree, sulle sue labirintiche sopraelevate ancora semideserte per recarsi nei vari luoghi di lavoro, i futuristici bagni pubblici della città, ognuno diverso dall’altro, “piccoli santuari di pace e dignità” come li definisce Wenders, modernissime architetture in un design ricercato dalle forme più strane delle quali Hirayama si prende cura con un senso di rispetto profondo per il bene comune e il bello che sembra lontano anni luce dalle nostre latitudini dove purtroppo spesso accade che l’idea di ognuno per sé stesso sia più grande di quella di ognuno per gli altri.

Di questo Wenders parla in un’intervista rilasciata sul suo ultimo film: 

Dopo la pandemia avevo l’idea che il bene comune abbia sofferto. Quando siamo usciti dal lockdown era evidente, nelle strade e nelle nostre vite quotidiane. Quando, a maggio scorso, sono venuto a Tokyo ho realizzato che le persone lì, anche se hanno avuto il lockdown più lungo di tutti, ne sono uscite con molto più rispetto del loro bene comune 

Forse è questo uno dei motivi che ha riportato il cineasta tedesco nel paese che ha vissuto il lockdown più lungo della storia, quel Giappone che Wenders, da sempre artista “on the road” ed affascinato dal tema del viaggio come metafora dei movimenti interiori dell’essere umano, non aveva visitato cinematograficamente dal 1985 di Tokyo-Ga, omaggio al cinema dell’amato Ozu, un Giappone e una Tokyo in particolare che evidentemente non è solo quel mondo frenetico di una modernità smodata fatta di immense insegne al neon, cibi plastificati e adolescenti abbigliati in indumenti coloratissimi e look spaziali.

Ce lo dice Hirayama, un emerito signor nessuno, il quale con la sua vita umile e modesta ha cura per i beni che gli sono dati in affido e  per ogni persona che entra in bagno, capendo e rispettando tutte le persone che sembrano non vederlo, un uomo apparentemente senza passato (parafrasando una delle pellicole più riuscite di quel Kaurismaki sul quale l’uomo calvo ironizzava poco prima), o quasi,  passato che affiora in parte sul finale senza lasciar strascichi melodrammatici al film, un uomo fedele alla filosofia del vivere qui e ora, convinto che la felicità stia nell’essenziale, che non fa piani per il futuro, non ha messaggi da lasciare se non quello dello scambio di mosse in un tris giocato con uno sconosciuto all’interno di uno di bagni ove alternativamente i due sconosciuti uno all’altro fanno le proprie mosse nascondendo di volta in volta il foglietto in un anfratto solo a loro noto, con un finale di partita che risulta un nulla di fatto e un semplice “grazie” dello sconosciuto frequentatore della toilette, un uomo che impiega il tempo libero recandosi per un bicchiere dopo il lavoro al ristorante di Mama, con la quale si intuisce potrebbe esserci stato o potrebbe nascere qualcosa, leggendo, ascoltando musica solo su nastro, facendo fotografie agli alberi nel parco dalla sua vecchia Olympus analogica, una sorta di eremita urbano, tanto da farci domandare come faccia a vivere senza internet, televisione e il telefono che non utilizza quasi mai.

Semplice, fa l’eremita urbano, non è così difficile in fondo e sforzandoci un po’ forse staremmo molto meglio, sempre che questa non sia una posa nostalgica e retrò. Poi, certo, dai suoi riti quotidiani si stagliano varie occorrenze, presenze e incontri che almeno in parte sparigliano le carte: la libraia che all’acquisto da parte di Hirayama di un libro di Patricia Highsmith commenta entusiasta che lei le ha fatto capire la differenza tra “terrore e ansia”, così come a proposito di un altro libro da lui acquistato di una semisconosciuta e incompresa scrittrice giapponese contemporanea ne tesse le lodi affermando che lei (la sconosciuta scrittrice) in fondo non fa che parlare della “quotidianità”, ma è in grado di farlo in un modo unico che ne accresce il valore, un po’ la sintesi del film di Wenders. E ancora, c’è il rapporto con il giovane collega pasticcione e sempre in ritardo, innamorato di una coetanea, il quale non avendo i soldi per uscire con lei si lamenta sulla crudeltà del mondo se anche per amare servono i soldi, tanto da proporre a Hirayama la vendita delle sue musicassette in un negozio di dischi dove fa la comparsa un cameo di Wenders. C’è la nipote di Hirayama che fuggita da casa si reca da lui, il quale nelle poche deroghe al suo mutismo trafigge il silenzio con frasi che hanno la potenza di un haiku: “Un’altra volta è un’altra volta mentre adesso è adesso”. C’è l’incontro dopo anni con la sorella con la quale i rapporti sono interrotti e dal cui breve racconto affiora un passato di fughe e rinunce.

Un sottile sentimento del “religioso”, nel senso più ampio ed etimologico del termine è quello che traspare da Perfect Days, del resto il suo regista lo ha ripetuto più volte: “Le risposte alle domande che mi sono posto spesso me le ha fornite la religione” (nel senso più ampio del termine). Non c’è molto altro nell’ultimo film di Wim Wenders oltre all’immutabile fascino del cineasta per le grandi città ultramoderne, per le sue luci al neon, per l’uomo della folla che vi si smarrisce, per le solitudini metropolitane, e chiunque lo vedrà saprà dire se è molto o se è poco e se questo sia o meno il suo capolavoro del quale invece possiamo azzardare dire cosa non c’è: non c’è il tipico citazionismo cinematografico wendersiano, non c’è la meta-cinematografia a cui ci aveva abituato in film come Lo Stato delle cose e in qualche modo in Non Bussare alla mia porta, oppure in documentari sulla settima arte come Chambre 666.

L’unica concessione meta-filmica al fantasmagorico mondo della celluloide che è potenza dell’immagine sembrano essere appunto le foto degli alberi scattate nel parco da Hirayama. Non c’è la profonda riflessione sui sentimenti presente in film come Paris-Texas, non ci sono le ossessioni apocalittiche di un kolossal dell’anima quali quelle di Fino alla fine del mondo, non ci sono grandi riflessioni sociologiche o allegorie come in Il Cielo sopra Berlino. “Quotidianità”, questa è davvero molto sinteticamente la parola chiave per Perfect Days. Il segreto forse sta proprio nel vivere giorno per giorno (più o meno perfetto) con la consapevolezza che quello che ci è richiesto non è una vita da eroi ma da donne e da uomini, con tutto il fardello e la gioia del vivere giorno per giorno (appunto), perché la natura da noi non esige altro che l’essere felici e di trovare la pace della radura attraverso sentieri il meno dolorosi possibile. Un po’ la stessa cosa che ci dice David Foster Wallace in una delle cose più belle scritte dall’autore di Infinite Jest e più belle in assoluto (secondo il personale parere). Si tratta di Questa è l’acqua, la prolusione che Wallace fece in occasione del conferimento delle lauree presso un college americano. Il volume che contiene anche dei racconti è edito da Einaudi. A proposito di cosa significhi la consapevolezza del vivere giorno per giorno si legge nel finale della relazione di Wallace che ha la potenza di un brano sapienziale:

Questa è l’acqua, questa è l’acqua. Farlo vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno è di una difficoltà inimmaginabile e questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia adesso

Forse quindi aveva proprio ragione l’uomo calvo che sono sicuro a fine proiezione sarà ripartito con la sua loquela e commenti, quando io me ne sono già uscito dalla sala perdendomi come ho letto da qualche parte una specie di piccola-grande illuminazione (komorebi) che si ha sui titoli di coda, per cui dovrò tornare a vedermelo “un’altra volta”. Per “adesso”,  finito il film, come cosa più naturale sono andato al bagno della multisala multimoderna, e anche il bagno lo è, con quei tagli netti e inesorabili del minimal design da toilette del terzo millennio, e non ho potuto che pensare ancora al film, senza offesa a Wenders ovviamente e alla sua opera ma proprio perché questa al di là della solita sofisticata e profonda ricerca interiore wendersiana è incentrato su una specie di poetica dei bagni pubblici di Tokyo, che come tutte le cose della metropoli giapponese ai nostri occhi assume forme bizzarre e lanciate da un futuro per noi inimmaginabile e siderale, bagni lucenti e ipertecnologici dalle forme più strane e rarefatte e con gli accessori più fantasiosi che si possano prevedere.

La stessa aria tokyota mi ha accompagnato all’uscita della multisala con luci al neon impazzite in diagonali iridescenti, falsi ponteggi e terrazzamenti dalla sala multipiano illuminate a giorno e riflessi sulle grandi vetrate e sui pilastri tiranti in acciaio splendenti alla luna della sera, con il sottofondo di musichette underground in una lingua incomprensibile mentre adolescenti in tute fluorescenti facevano una specie di parkour nel piazzale antistante sul cui selciato venivano rilanciate immagini di manga. Questo poco prima di essere passato di fronte alla biglietteria dove l’addetto ai biglietti e non solo supergriffato della multisala stava staccando ancora tagliandi per film di cassetta, lo stesso che circa due ore prima alla mia richiesta: “Un biglietto per la sala 3 per favore” mi aveva risposto “Gradisce anche una confezione di popcorn, piccola media o grande? o il menù famiglia 1, 2 o 3?”

Avrei voluto rispondere: “Non lo vedi che sono da solo?” ma mi uscì fuori solo un: “No, grazie, va bene così, voglio solo vedere l’ultimo film di Wenders”. Anche questa è quotidianità. Un giorno perfetto.

 

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“La Moglie” di Anne-Sophie Subilia, tra quiete e coraggio nella storia https://minimaetmoralia.it/libri/la-moglie-di-anne-sophie-subilia-tra-quiete-e-coraggio-nella-storia/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-moglie-di-anne-sophie-subilia-tra-quiete-e-coraggio-nella-storia/#respond Thu, 09 Nov 2023 09:09:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52928 di Simone Bachechi La letteratura è un grande contenitore di storie, intime e private, pubbliche e collettive, vere (o verosimili) o completamente immaginate e stranianti rispetto al cosiddetto mondo reale. Spesso nei romanzi si trovano contemporaneamente queste caratteristiche, più o meno mirabilmente calibrate e in modi diversi messe in rilievo, le une rispetto alle altre, […]

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di Simone Bachechi

La letteratura è un grande contenitore di storie, intime e private, pubbliche e collettive, vere (o verosimili) o completamente immaginate e stranianti rispetto al cosiddetto mondo reale. Spesso nei romanzi si trovano contemporaneamente queste caratteristiche, più o meno mirabilmente calibrate e in modi diversi messe in rilievo, le une rispetto alle altre, tanto da dare al romanzo una sua precisa collocazione all’interno di un’ipotetica griglia classificatoria, fra le quali possiamo trovare il cosiddetto romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo sentimentale.

La Moglie di Anne-Sophie Subilia, poetessa e narratrice svizzera-belga residente a Losanna, vincitrice con questo libro del Premio svizzero di letteratura 2023 (in Italia è uscito il 23 ottobre scorso per Gabriele Capelli editore, con la traduzione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta), non può essere definito un romanzo storico, non ne ha la statura e le caratteristiche, né un romanzo di formazione in senso stretto, né allo stesso modo un romanzo sentimentale; eppure racchiude in sé e in parte alcune delle caratteristiche delle tre categorie sopra citate. Al romanzo storico a La moglie può essere attribuita l’appartenenza per il contesto ben delineato che ne costituisce la cornice: siamo a Gaza nel 1974, sette anni dopo l’occupazione israeliana successiva alla Guerra dei sei giorni del 1967, uno dei periodi più cruenti della storia recente nei territori mediorientali, se nella decennale occupazione dei territori palestinesi possa essere stilata una drammatica scala cronologica sulla base della durezza nell’annoso e sanguinoso conflitto israelo-palestinese tornato prepotentemente e tragicamente alla ribalta in questi giorni.

Del romanzo di formazione in senso stretto allo stesso modo ne La moglie si possono riscontrare solo alcuni tratti: Piper soffre di sonnambulismo, è la consorte di Vivian, un delegato della Croce Rossa internazionale inviato in missione nei territori occupati ove visita e presta assistenza, tra l’altro, ai detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Piper (la moglie) è catapultata in una realtà che non le appartiene da quella Londra dove si occupava di traduzioni per case farmaceutiche. Fa parte di quegli “expat”, come vengono definiti gli europei che per varie ragioni si trovano in una terra già colonia britannica fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Le sue giornate sono scandite dalla solitudine in attesa del ritorno del marito spesso in missione al di fuori della città di Gaza alla cui periferia la coppia vive in una casa minacciata dagli scorpioni, invasa dalla sabbia e circondata da terreni incolti.

Non c’è molto di più nelle sue giornate oltre alle passeggiate lungo la spiaggia, ai racconti del marito, alle loro serate al Beach Club e le occasionali visite al mercato del bestiame. Oltre a ciò, alcune brevi vacanze, un’escursione nel Sinai con il fratello venuto da Londra scandiscono il tempo di Piper, la quale dalla noia e dallo spaesamento quotidiano inizia progressivamente a provare a crearsi uno spazio di autonomia e indipendenza rispetto al suo ruolo prestabilito di moglie di un delegato della Croce Rossa internazionale. Inizia a guardarsi intono, cercando di allargare la cerchia delle sue conoscenze, a partire dalle baracche di pescatori sulla spiaggia poco distante dove vive la piccola Naima con la quale s’incontra sporadicamente, frequenta Mona, la psichiatra dell’ospedale di Gaza dalla quale rimane affascinata in quanto incarnazione di quella emancipazione femminile a cui lei stessa aspira.

Nello stesso ospedale, inoltrandosi nella nursery, entrerà in contatto con una neonata abbandonata della quale intenderà prendersi in qualche modo cura. Si interesserà alle sorti dei prigionieri palestinesi nelle carceri e stringerà un’affettuosa amicizia con Hadji, il giardiniere arabo che insieme ai due figli avrà in carico l’arduo compito di allestire un giardino intorno alla sua casa immersa in terre aride e sabbiose. Queste attività segnano il processo di trasformazione ed emancipazione della moglie. Piper è quasi sempre appellata in questo modo all’interno del romanzo, così come Vivian (il marito) viene definito il delegato, con un distacco cronachistico che dà alla narrazione, asciutta, ricca di immagini vivide in sequenze fotografiche e con una sintassi essenzialmente paratattica, l’aspetto di un tableau vivant, la rappresentazione di un quadro storico e sociale dal quale non è possibile prescindere vista la sua significativa collocazione geografica e temporale.

Il contrasto che si palesa nelle descrizioni di due realtà così vicine l’una all’altra e così conflittuali, quali quelle di una striscia di terra addossata al mare e schiacciata ai margini di territori occupati dal riconosciuto internazionalmente Stato di Israele è quello che prende il palcoscenico del romanzo e in ogni caso ne costituisce uno dei punti più rilevanti: Gaza con le sue strade polverose e quei calcinacci dai quali sembra uscir fuori vita e Tel Aviv dove Piper si reca insieme al marito per un incontro di lavoro del delegato.  Pochi chilometri dividono le due città lungo la costa del Mediterraneo; Tel Aviv con i suoi moderni centri commerciali e palazzi residenziali, con le donne in abiti eleganti e le scarpe di vernice, con le piazze con fontane e una rigogliosa vegetazione, con le strade solcate dalle numerose auto, poco più a sud i check-point israeliani e una città con costruzioni mai terminate in strade immerse nella polvere e nella sabbia percorse da asini e carretti.

La cornice ma anche la sostanza del romanzo in fondo è questa: gli espropri, i controlli, le demolizioni e i rastrellamenti dell’esercito israeliano sulle spiagge al calar del sole per impedire fughe o ingressi via mare, gli stessi israeliani che controllano l’erogazione dell’elettricità nella Striscia decidendo se e quando lasciare al buio i suoi territori così come con l’embargo stringono nella morsa della fame e della povertà la sua popolazione da decenni. La dura realtà quotidiana della gente di Gaza si prende il libro oltre ogni sentimentalismo che pure è presente, non fosse altro per via negativa con la storia dei due coniugi che sembra naufragare nel disamore e nella noia.

Altro contrasto che emerge dalla lettura è quello inerente alla diegetica del romanzo di Anne-Sophie Subilia in relazione alla realtà rappresentata. Il punto di vista narrativo è inevitabilmente quello occidentale di una coppia di privilegiati che si trova in un paese martoriato del Medio Oriente afflitto dalla povertà e dall’insicurezza. Da rimarcare che la protagonista Piper (la moglie) è di nazionalità britannica e il Regno Unito dalla fine del primo conflitto mondiale al 1948, quando a seguito della guerra arabo-israeliana del 1947-1948 che segnerà il passaggio dei territori palestinesi sotto il controllo egiziano, è stata la forza di occupazione di quelle terre, il cui abbandono a sé stessa lasciando un cumulo di macerie è a detta di molti ancora oggi la prima causa del decennale conflitto arabo-israeliano che si perpetua fino ai giorni nostri.

Questa cattiva coscienza si palesa dal punto di vista narrativo in episodi come quello nel quale Piper si trova a osservare con sguardo compassionevole la famiglia dei vicini che vive sulla spiaggia in una baracca di pescatori, due mondi che si sfiorano e si guardano con diffidenza. Dal romanzo non è scevro il peccato originale di ogni narrazione coloniale o neo-coloniale che porta i nostri occhi occidentalizzati a vedere il lontano da noi con gli schemi della nostra cultura, spesso in modo esotico e in tal senso ottuso, echi che si trovano anche nelle visite alla coppia da parte del  fratello di Piper e di altri parenti del marito, uno sguardo che in ogni caso negli occhi di Piper provoca una trasformazione e una  progressiva presa di coscienza  della donna determinandone la sua emancipazione e il completamento della sua identità. La conclusione del giardino (allestito dal giardiniere arabo Hadji) e la sua fioritura segna metaforicamente la rinascita della donna dal punto di vista personale e costituisce un qualche messaggio di speranza del quale mai come in questo tempo c’è bisogno.

 

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“Lezioni”, il romanzo-mondo di Ian McEwan https://minimaetmoralia.it/libri/52259/ https://minimaetmoralia.it/libri/52259/#comments Wed, 03 May 2023 08:31:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52259 di Simone Bachechi Il nuovo romanzo di un grande scrittore, uno amato dal pubblico dei lettori che nel corso degli anni non lo hanno mai abbandonato e le cui opere hanno resistito e resistono alla prova del tempo segna dei nuovi territori, delle nuove mappe e dei nuovi itinerari mentali che grazie a un bravo […]

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di Simone Bachechi

Il nuovo romanzo di un grande scrittore, uno amato dal pubblico dei lettori che nel corso degli anni non lo hanno mai abbandonato e le cui opere hanno resistito e resistono alla prova del tempo segna dei nuovi territori, delle nuove mappe e dei nuovi itinerari mentali che grazie a un bravo architetto di storie, e un grande scrittore  è anche un grande architetto e topografo, ci guida alla scoperta di qualche nuovo quartiere di una città, o proprio di qualche nuova città, ispirando nuove indagini sulla mente umana e sul desiderio, scoprendo che il desiderio non è solo giovane, delle nuove mappe con le quali capire dove stiamo andando e dove l’autore voglia portarci o semplicemente dove si stia egli stesso dirigendo. È una cosa comune quando ci interroghiamo sul percorso di qualsiasi artista, e che porta a posteriori critici e agiografi di vario genere a suddividerne l’opera in fase 1, fase 2 ed eventuali ulteriori, quando queste non vengano contraddistinte da colori o da fantasiosi e diversificati appellativi. La stessa cosa accade per esempio anche ai gruppi rock. Where do we go from here? cantavano i Radiohead in The Bends, brano dell’album eponimo del 1995 della band capitanata da Thom Yorke. La domanda che il frontman del gruppo di Oxford si poneva nel brano nasceva nella fattispecie dal senso di spaesamento e angoscia circa il nuovo percorso umano e artistico della band che aveva raggiunto un inaspettato successo. Analogamente potremmo domandarci dove stia andando Ian McEwan, il celebrato scrittore inglese di Aldershot che oggi vive a Oxford (anche lui). Alla veneranda età di 75 anni Ian McEwan non è certamente agli albori del successo come i Radiohead del 1995, ma la domanda potrebbe in ogni caso essergli posta: Where do YOU go from here?

La sua ultima fatica letteraria è una sorta di romanzo-mondo nel quale la storia di tre quarti di un secolo si interseca ai destini individuali dei protagonisti sui quali svetta la figura di Roland Baines, nato nel 1948 (come Ian McEwan), il quale si prende il palcoscenico di Lezioni (Einaudi 2023, pag 563 euro 23,00), traduzione per noi di Susanna Basso, come per gran parte delle opere dello scrittore inglese. Quindi, dove andrà Ian McEwan da qui in avanti? Dopo un’opera cioè che ha la forma e la sostanza di un testamento letterario, con la sua scrittura di «una sontuosa razionalità a sangue caldo» (dal romanzo), che ha il sapore di una sua (di McEwan) confessione; le cronache letterarie dicono che Lezioni sia ricco di riferimenti autobiografici anche se in tal senso dovremmo affidarci a ciò che l’autore all’interno dello stesso teorizza tramite la voce di Alissa, la moglie di Roland, la quale ha abbandonato marito e figlio in tenera età per inseguire il successo letterario che infatti le arriderà consacrandola come «la più grande scrittrice europea»: «Devo proprio darti una lezione su come si legge un libro? Tutto quello che so, tutti quelli che ho conosciuto – tutto quello che è mio, mescolato con quello che invento».

Sta forse McEwan dirigendosi verso il Nobel sul quale del resto si vocifera da anni? Nobel che naturalmente non vincerà, come il suo amico Philip Roth, con buona pace dei loro lettori che continueranno nonostante ciò a leggere e rileggere le loro opere, in questo modo diffondendole, tramandandole e dando loro in questo modo il giusto tributo. Qualunque sia la direzione intrapresa dall’autore, questo suo ultimo romanzo si colloca di diritto fra i più importanti, significativi, onnicomprensivi degli ultimi anni, e si può azzardare di questo primo squarcio di secolo. Anche affibbiare aggettivi a dei libri o stilare delle classifiche può essere considerata una mappa per dei giudizi che come sempre non prescinderanno dalla molteplicità delle sensibilità personali. La magniloquenza retorica che può essere utilizzata per classificare un romanzo come Lezioni seguirà quindi inevitabilmente queste stesse coordinate e trova in questo caso, cioè nel caso di chi scrive giustificazione nella forma e nei contenuti del libro, nel valore estrinseco e stilistico del romanzo di McEwan, una lezione quasi “nabokoviana” assimilata evidentemente al meglio dallo scrittore inglese, e  non è forse un caso che Lezioni per alcune tematiche possa essere accostato a Lolita, il capolavoro del grande scrittore ed esule russo, tema da approfondire.

Nell’ultimo romanzo di McEwan, la storia, la grande storia del secolo scorso è l’indiscussa protagonista, il grande mare o liquido amniotico che tutto contiene, fra cui i maggiori e minori protagonisti del libro, con su tutti Roland Baines, alter ego di McEwan? Il tempo del romanzo inizia con sullo sfondo il secondo conflitto mondiale, l’immediato dopoguerra che segna la nascita del protagonista e i suoi primi undici anni di vita in Libia a fianco della madre Rosalind e del padre, un autoritario capitano veterano di guerra allora di stanza in Nord Africa. Il suo percorso è punteggiato dai grandi eventi collettivi del secondo Novecento, dalla guerra fredda con l’incombente minaccia nucleare alla crisi dei missili a Cuba, dal disastro di Chernobyl alla caduta del muro di Berlino, dalla guerra nei Balcani all’11 settembre 2001 fino ad arrivare a ridosso del presente e alla più prossima attualità con la Brexit e la recente pandemia e post-pandemia. Come già avvenuto in molti altri romanzi di Ian McAbre, nomignolo affibbiatogli in ambiente critico agli inizi della sua parabola letteraria per il suo scandagliare l’anima oscura, le ossessioni e le meschinità dell’essere umano, anche in questo caso macrocosmo e microcosmo si intersecano e si contaminano. In romanzi come Miele (2012) sono i servizi britannici e i programmi di spionaggio in chiave antisovietica, in Solar (2010) la storia che ci riguarda e ci contiene è esplicitata dall’incarico del protagonista circa un rivoluzionario metodo per combattere il riscaldamento globale e risolvere i problemi energetici del pianeta, in Sabato (2005) lo sfondo sono i tragici eventi del 11 settembre 2001 e la successiva invasione dell’Iraq, in Cani neri (1992) l’ambientazione è la Londra degli anni Quaranta e la fede e successiva disillusione nell’ideale comunista ad andare di pari passo con la fine della storia d’ amore dei due protagonisti, in Lettera a Berlino (1990) è il 1955 e il tempo della guerra fredda e delle spie a fare da sfondo a una struggente storia d’amore e a un viaggio metaforico negli abissi dell’esistenza.

In questo breve e sintetico viaggio a ritroso nella bibliografia di McEwan non possono mancare riferimenti a opere più recenti quali Lo Scarafaggio (2019), una dissacrante e caustica satira in tempi di Brexit che trae ispirazione dal celebre personaggio de La Metamorfosi di Franz Kafka e a Macchine come me (2019), una distopia che immagina il 1982 della guerra delle Falklands in un modo alternativo e che costituisce una drammatica e profonda riflessione sull’intelligenza artificiale.

Con Lezioni sembra che il bisogno di McEwan di incastonare i protagonisti nella grande storia recente obbedisca al progetto di un disegno definitivo, ampio, onnicomprensivo riguardo alla ricapitolazione della Storia collettiva e all’essenza stessa dell’essere umano, con le sue aspirazioni, fallimenti, gioie, cadute e risalite. Macrocosmo e microcosmo, dimensione collettiva e individuale si sovrappongono grazie alla calibrata perfezione stilistica che integra i due piani come in una corposa ed elegante sinfonia o in un brano dei Beatles, nei quali l’armonia si lega in modo perfettamente coeso e quasi magico alla melodia.

La capacità di McEwan di giocare sullo scarto tra dimensione individuale e collettiva si esplica in Lezioni semplicemente (si fa per dire) e “magicamente” nel percorso di vita di Roland Baines, perché in ultima analisi questo bellissimo romanzo potrebbe avere come sottotitolo Biografia di Roland Baines.

Chi è Roland Baines veramente?  Quale è il giudizio che i lettori potranno dare di lui? Quali e quante sono queste lezioni di cui al titolo? Un romanzo degno di questo nome, come ogni opera d’arte pone delle domande, spesso inevase, è un’arte ancella di un “pensiero debole”, “socratico” non come la scienza sulla quale in un inciso del romanzo la voce narrante si sofferma stigmatizzandola, eppure questa debolezza è ciò che più ci contraddistingue, ci qualifica e ci interroga, ed è in questo modo interrogativo e apertura che un romanzo (degno di questo nome) mostra la sua grandezza e potenza ineguagliabile nel rappresentare le umane vicende.

Roland Baines è un uomo di una ordinarietà e mediocrità sorprendente, eppure riesce a risplendere ed affascinare perché anche la mediocrità, la radice della cui parola sta in “medio” ha il suo splendore, forse molto più delle vite straordinarie, perché è quella cosa che in fondo ci accomuna tutti e nella quale riconosciamo noi stessi e i nostri simili, come in Fantozzi, anche se nel caso di Roland Baines non con gli stessi effetti tragicomici dell’antieroe del celebre personaggio al quale ha dato vita Paolo Villaggio. Per restare in ambito letterario Roland Baines può essere accostato al William Stoner del romanzo di John Williams, una vita minima, in fondo un po’ noiosa e triste, tratteggiata anche in questo caso in modo radioso grazie alla lucente suggestione dello stile del suo autore. Roland può anche essere paragonato all’uomo senza qualità musiliano, non a caso il capolavoro dello scrittore austriaco è citato nel romanzo di McEwan nel quale i riferimenti e le citazioni letterarie abbondano, quanta letteratura c’è in queste lezioni! Il romanzo è infatti anche un discorso del suo autore sull’amata letteratura. La moglie di Roland, Alissa, alter ego femminile di McEwan è una scrittrice di successo e diventerà tale per effetto della sua presa di coraggio e conseguente rinuncia a una scialba vita matrimoniale che la porterà ad abbandonare marito e figlio di tre anni. Un rovesciamento dello stereotipo femminile, non l’unico, che può fare accostare la Alissa del romanzo a una vera scrittrice, la Doris Lessing che analogamente troncherà il matrimonio abbandonando marito e figli e dedicandosi a tempo pieno alla letteratura, mettendo in pratica «quel genere di stato tremendo che molte donne si limitano a sognare» (dal romanzo di McEwan).

Un’altra donna, Jane, la madre di Alissa è anch’essa un’aspirante scrittrice, come Roland del resto il quale fa i conti con le sue frustrate velleità poetiche che naufragano e si concretizzano nel suo diventare per parte della sua esistenza scrittore di biglietti per ricorrenze, come allo stesso modo le sue aspirazioni di diventare un famoso pianista concertista sfociano in una più prosaica attività di esecutore da pianobar in un lussuoso albergo di Londra, senza tacere il suo non essere diventato un campione di tennis. È una caratteristica del romanzo che i suoi protagonisti facciano i conti con le frustrate aspettative di diventare immortali con la scrittura o altro, innescando un’implicita riflessione sul fallimento e le speranze tradite.  L’altro aspetto del sovvertimento dello stereotipo femminile è l’abuso che Roland subisce in età prepuberale da parte della sua insegnante di pianoforte al collegio, eventi e conseguente relazione che gli impediranno di continuare gli studi e alimentare quel talento che da promessa della musica classica avrebbe potuto portarlo al successo e che innescano in Roland la classica Sindrome di Stoccolma che scandirà il tempo del romanzo e lo svolgersi esteriore e interiore nella vita del protagonista. Drammaticamente comune è diventato parlare di abusi di un uomo su una donna, meno è farlo di una donna su un uomo, un poco più che bambino in questo caso, senza pruderie e ipocrisie. Il giovane ragazzo diventa vittima inconsapevole e succube della sua insegnante, Miriam Cornell.

L’amore che sconfina nel possesso, nel predominio, nella follia, nel perturbante rimanda a precedenti opere di McEwan quali Cortesie per gli ospiti e L’amore fatale. Il sovvertitore, il Ian McAbre che abbiamo conosciuto in tanti altri romanzi, in Lezioni si esplicita in questo modo: rovesciando lo stereotipo, mostrando la faccia oscura della realtà, l’ipocrisia e il buonismo di facciata. Nel romanzo l’agente di polizia al quale Roland si era rivolto per la scomparsa della moglie, lo contatta molti anni dopo per sanare e rendere da par suo giustizia a un’infanzia di abusi; si affretta ad affermare che i tempi sono cambiati e c’è attenzione e sensibilità alle tematiche di abuso, quando poi in fondo per Roland quella storia è stata una grande storia di amore, o anche questo. La scabrosità del tema ricorda la Lolita di Nabokov a ruoli sessuali invertiti, un riferimento al capolavoro dello scrittore russo che il romanzo di McEwan ha assimilato al meglio come testimonia la magniloquenza dello stile: non un periodo che non sia illuminante e stilisticamente perfetto, non una frase fuori posto, ché forse il segreto di un grande romanziere è solo quello di mettere sulla pagina una frase bella facendola seguire da una ancora più bella, con alcune vette di magnifica potenza in scene destinate a rimanere difficili da dimenticare come in tutti i romanzi che si rispettino, nel caso di Lezioni cose come come il rogo di libri che mette in atto Roland a seguito della sua interruzione del rapporto con l’insegnante di pianoforte e all’abbandono della scuola, con lo stesso che molti  anni dopo a Berlino cerca e intravede la moglie fuggita nella calca che festeggia la caduta del muro.

La lezione stilistica che dà Lezioni è quella che avvalora la convinzione che il romanzo sia la forma artistica che a tutt’oggi rimane quella maggiormente in grado di rappresentare la società e ciò che si agita nelle coscienze umane, con la forza della memoria, in un racconto quasi proustiano, il continuo salto avanti e indietro nel tempo della narrazione è un marchio di fabbrica di McEwan come testimonia al meglio uno dei suoi capolavori come Bambini nel tempo. Lo stesso accade in Lezioni che la posterità, il tempo (sempre lui) e l’esercizio di memoria della sua lettura dirà se esserlo altrettanto, nel quale la riflessione esistenziale e le domande con o senza risposta si dipanano tramite la voce e nei dialoghi del e dei protagonisti lungo tre generazioni. È un dato di fatto che arrivati a una certa età si faccia un bilancio della propria vita, ed è allora forse che si comincia davvero a morire, e Roland si domanda cosa sia stata la sua di vita: «Dunque, la sua vita era un succedersi di decisioni corrette? Chiaramente no». Arriverà persino a redigere un diario, un’esigenza che si fonda proprio sul bisogno di dare dei punti fermi al fluire della vita e a ciò che è stato, con l’evidenza di non essere diventato il grande scrittore che avrebbe voluto essere (altra lezione) come invece accaduto alla moglie fuggitiva Alissa e in parte alla di lei madre Jane: «Succedeva lo stesso nella prosa di Alissa. Là dove lui si limitava a registrare esperienza, madre e figlia le facevano rivivere». Una sentenza che in ogni caso non gli impedisce di realizzare che: «Nessuno, uomo o donna che fosse, si prendeva la briga nei suoi scritti, o così la pensava Roland allora, di farsi qualche domanda sul mistero dell’esistenza o sulla paura di quel che l’avrebbe seguito».

Quante e a cosa sono servite le lezioni a Roland Baines? Difficile rispondere. Forse lo si può fare, come nel caso di ognuno di noi, solo con l’esteriorità. Nel caso di Roland a suonare il piano negli alberghi di lusso a Londra, a confrontarsi con un figlio di fatto orfano di madre, a fare i conti per una vita con le conseguenze del trauma degli abusi subiti nella preadolescenza, con il non ultimo effetto di non essere riuscito a diventare un celebre pianista, a trovare in età avanzata un nuovo amore che crudelmente gli verrà tolto, ad arrivare all’incontro con un fratello sconosciuto, a scoprire la bellezza e tenerezza di essere nonno e farsi guidare dalla nipote, a provare in ogni caso a prendere in mano la propria esistenza: «Ecco come ci si può mettere con successo alla guida della propria vita, pensò Roland, facendo una scelta, imparando ad agire! Era questa la lezione», a perdonarsi e perdonare, forse con la consapevolezza che certe cose non si risolvono, e più ci ostiniamo contro il fato avverso più saremo destinati a soffrire, certe cose ce le porteremo fino alla tomba, fanno parte nostro bagaglio e quindi della nostra ricchezza, senza che a queste dobbiamo permettere di schiacciarci. Le lezioni del romanzo di McEwan e quelle che il suo protagonista ha interiorizzato sono quelle di una vita, per Roland come per ognuno di noi, piccole sentenze, profonde e drammatiche, come quella che Ronald propina ad Alissa spiegandole il motivo di aver abbandonato lui e il bambino: «Tu volevi innamorarti, volevi sposarti, volevi avere un bambino, e hai avuto tutto quanto. Poi hai voluto un’altra cosa», chiosando in un passaggio successivo circa il suo voler «vedere il mondo come per la prima volta» che è quanto di più letterario vi possa essere.

Se Roland Baines riuscirà a rimanere nella mente di chi leggerà la sua storia e le sue lezioni sarà perché da queste ne è nato un romanzo bellissimo su cosa significa essere umani, scoprendo che Roland Baines nel bene e nel male è un po’ ognuno di noi, uomini e donne indistintamente.

 

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Su “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh https://minimaetmoralia.it/cinema/su-gli-spiriti-dellisola-di-martin-mcdonagh/ https://minimaetmoralia.it/cinema/su-gli-spiriti-dellisola-di-martin-mcdonagh/#respond Thu, 23 Feb 2023 11:03:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51886 di Simone Bachechi La pregnanza del titolo italiano del film Gli spiriti dell’isola (titolo originale The Banshees of Inisherin), da poco uscito nelle sale italiane e il quale si avvale di nove nomination ai prossimi Oscar, la si può concepire solo alla fine della visione dell’opera di Martin McDonagh che ritorna sul grande schermo dopo […]

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di Simone Bachechi

La pregnanza del titolo italiano del film Gli spiriti dell’isola (titolo originale The Banshees of Inisherin), da poco uscito nelle sale italiane e il quale si avvale di nove nomination ai prossimi Oscar, la si può concepire solo alla fine della visione dell’opera di Martin McDonagh che ritorna sul grande schermo dopo la consacrazione di cinque anni fa con Tre Manifesti a Ebbing, Missouri nel quale svetta la superba interpretazione di Frances McDormand.

Inisherin è un’isola immaginaria, rupestre e selvaggia, al largo delle coste irlandesi. Nella realtà il film è stato girato ad Achill Island e ad Inishmore, la maggiore delle Isole Aran, due isole con le medesime suddette caratteristiche che si affacciano come dei bubboni sinistri e solitari al largo della costa occidentale d’Irlanda. Questa evoca, come suggerisce il titolo originale del film, rituali magici, esoterismi e leggende, in una terra variamente popolata di leprecauni, folletti, divinità e creature fiabesche quali appunto le banshees, figure del folklore irlandese che non si mostrano mai agli esseri umani ad eccezione dei familiari di coloro che sono prossimi alla morte, recandone il tragico presagio. Nel film di McDonagh ve ne è una, un vero e proprio angelo della morte; infatti l’anziana donna che in mantello e cappa nera fa le sue sporadiche apparizioni è l’annunciatrice di luttuosi eventi.

Tuttavia, dopo le quasi due ore di visione ci si accorge che gli spiriti dell’isola sono in realtà i personaggi tramite i quali la storia si dipana. Anime e creature umane e non solo, in quanto anche gli animali in modo grottesco umanizzati nell’ambientazione hanno una parte rilevante, che dal loro isolamento, si parla di isole di una terra (l’Irlanda) che di per sè è isola, ci parlano della propria condizione, una solitudine più esistenziale che geografica e alla ricerca di un contatto con i propri simili, di “gentilezza” il cui bisogno è rivendicato da Pádraic (Colin Farrell), di riconoscimento, come sognato da Colm (Brendan Gleeson), l’ex amico di Pádraic, il quale intende dedicarsi completamente alla composizione di brani musicali grazie al suo violino che strimpella nel pub del villaggio, al fine di essere ricordato nei tempi come il citato Mozart, come Dominic (Barry Keoghan), il figlio del poliziotto del villaggio, additato come lo scemo del villaggio, in realtà un ragazzo sensibile, il quale subisce abusi da parte del padre (Gary Lydon), e semplicemente alla ricerca di amore; la sua dichiarazione alla sorella di Pádraic, Siobahn (Kerry Condon), la quale inevitabilmente lo rifiuterà vista la differenza di età segna idealmente lo smacco esistenziale e comunicativo che pervade tutto il film e del quale lo stesso Dominic sarà la prima vittima.

Lo snodo, e l’inizio del film, è la rottura dell’amicizia tra Pádraic e Colm, il cui legame fatto di conversazioni futili e senza senso che si svolgono tutti i giorni quando si danno appuntamento alle due del pomeriggio al pub, viene troncato da parte del secondo senza alcun apparente motivo e spiegazione tranne quella da parte di Colm di averne fin sopra i capelli di Pádraic e di non voler più trascorrere nemmeno un minuto in sua compagnia. Pádraic cerca di capire e chiede aiuto alla sorella e al parroco. I reiterati dinieghi da parte di Colm arrivano alla minaccia che concretizzerà in modo assurdo, grottesco e truculento con atti di automutilazione fino all’uccisione da parte dello stesso dell’asina di Pádraic, sua fonte di sostentamento oltre che di carico affettivo. Il grottesco, l’orrorifico e in molti casi la stralunata e surreale ironia dei dialoghi resa dalle superbe interpretazioni di Farrell e Gleeson, con le loro ruvide e smozzicate interazioni richiamano per alcuni versi il teatro dell’assurdo di un altro irlandese, Samuel Beckett, mentre in alcuni passaggi per il loro impatto visivo  sembra di assistere a un film di Buñuel; una frequentazione di questo tipo di estetica con la quale Colin Farrell si era già cimentato nel 2015 con la straniante distopia di The Lobster di Yorgos Lanthimos.

Su tutto il grande, brullo, glabro e quasi lunare paesaggio irlandese e l’immenso mare costantemente sullo sfondo, con le grandi onde che si infrangono sulle selvagge scogliere e delle quali il montaggio sonoro attutisce scientemente il rumore quasi a voler focalizzare l’attenzione sulla commedia e il dramma degli uomini. Il paesaggio li contiene, li osserva e chissà se li commiseri. Gli spiriti dell’isola è un dramma dell’isolamento, dell’assurdo e della ricerca di sprazzi di umanità e calore in un’umanità che assurdamente sembra averla perduta. In lontananza, dalla terraferma di Irlanda si odono gli spari dell’ultima fase della guerra civile tra i sostenitori e gli oppositori al trattato anglo-irlandese del 1921 che sancisce la nascita dello Stato Libero d’Irlanda, al netto della divisione delle sei contee dell’Ulster (siamo nel 1923), una guerra fratricida della quale si sentono solo gli echi e della quale non si conoscono i motivi, proprio come nel caso della rottura dell’amicizia tra Pádraic e Colm; emblematica è in tal senso la frase del poliziotto il quale si deve recare sulla terraferma per prendere parte dietro compenso a un’esecuzione a seguito delle lotte tra i sostenitori dello Stato Libero e membri dell’IRA: confessa di non sapere chi debba uccidere aggiungendo che non si capisce chi lotti contro chi e che era meglio quando si sapeva che si doveva sparare agli inglesi. Il film diventa così anche una grande metafora della divisione fratricida che segna l’Irlanda dall’epoca della guerra civile.

Un film integralmente irlandese quello di McDonagh, come lui stesso, il quale sebbene abbia  vissuto per lunghi anni a Londra dove è nato da genitori irlandesi, non ha mai reciso i legami artistici e culturali con la sua terra, tanto da trarne ispirazione per i suoi lavori teatrali, da citare la sua trilogia sulle Isole Aran, con i quali si è formato prima di arrivare al successo cinematografico con In Bruges – La coscienza dell’assassino del 2008 che vede come protagonisti gli stessi Colin Farrell e Brendan Gleeson, con 7 psicopatici del 2012 (con lo stesso Farrell), mentre è da ricordare la prova di Gleeson in Michael Collins, il film di Neil Jordan del 1996 sul rivoluzionario irlandese, anche se più noto è per il suo ruolo nelle vesti di Alastor “Malocchio” Moddy nella saga di Harry Potter, fino al più recente Tre manifesti a Ebbing, Missouri.  Irlandese è in gran parte la produzione del film, irlandese è l’ambientazione e tutto il cast, oltre ai due interpreti principali lo sono anche tutti i co-protagonisti che sebbene meno noti alla platea internazionale con questa prova danno un saggio di grande maestria.

Un film dai profondi e universali contenuti che ondeggia tra il beffardo e assurdo sarcasmo e il dramma che parla della fragilità umana e della disperazione di spiriti in cerca di tenerezza e amore. Una surreale commedia drammatica che ricorda in un’altra forma, quella letteraria, e a ben altre latitudini, uno dei capolavori del modernismo, Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, un’opera che pur con le debite cautele visto la differenza del medium artistico può esser accostata in parte anche stilisticamente al film di McDonagh, nel quale così come nel romanzo di Lowry si respira una profonda, sebbene sottotraccia, tensione metafisica e le ramificate incongruenze della piccolezza e della fragilità umana, la stessa disperazione e bisogno di tenerezza, perché come racconta il Console Firmin nel romanzo di Lowry:  “È la rivoluzione che infuria anche nella terra caliente di ciascuna anima d’uomo” e “Non è nel Messico naturalmente l’inferno ma nel cuore”, chiosando: “No se puede vivir sin amar”. Questo l’arbitrario (quindi più che sindacabile) accostamento di chi scrive tra un grande romanzo e un grande film, per il quale, dall’inizio al poetico e straniante finale, sempre secondo il modesto parere di chi scrive, un solo Oscar non sarà sufficiente.

 

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Le vele scarlatte, il nuovo film di Pietro Marcello https://minimaetmoralia.it/cinema/le-vele-scarlatte-il-nuovo-film-di-pietro-marcello/ https://minimaetmoralia.it/cinema/le-vele-scarlatte-il-nuovo-film-di-pietro-marcello/#respond Wed, 25 Jan 2023 09:28:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51800 di Simone Bachechi È da poco nelle sale il nuovo film di Pietro Marcello, il cineasta casertano che dopo il successo di quattro anni fa con Martin Eden torna sul grande schermo con Le vele scarlatte, il lungometraggio già presentato e accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Cannes nella Quinzaine des Realisateurs, la sezione parallela […]

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di Simone Bachechi

È da poco nelle sale il nuovo film di Pietro Marcello, il cineasta casertano che dopo il successo di quattro anni fa con Martin Eden torna sul grande schermo con Le vele scarlatte, il lungometraggio già presentato e accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Cannes nella Quinzaine des Realisateurs, la sezione parallela del festival francese.

Produzione franco-italo-tedesca, il film è un libero adattamento dell’omonimo romanzo del 1923 dello scrittore neoromantico russo Aleksandr Grin. Sulla scia del romanzo di Grin da notare che si svolge tuttora a San Pietroburgo, alla fine di giugno, alla conclusione dell’anno scolastico dei maturandi, una manifestazione con l’ingresso nel bacino della Neva di un vascello che dispiega delle grandi vele rosse.

Il film di Pietro Marcello è una commovente fiaba, semplice e antica, nella quale l’azione dalla Russia viene trasposta nella Francia martoriata dalla Prima guerra mondiale e lungo i venti anni successivi, quel periodo nel quale assistiamo alla crescita di Juliette, la debuttante Juliette Jouan, la vera eroina del film, la quale insieme al padre Raphaël, che ha il volto da bestia buona di Raphaël Thjéry, già uomo di teatro oltreché musicista, si prende la scena, e con un ritmo lento e cadenzato e una poeticità intrisa di realismo magico accompagnano lo spettatore nell’ora e quaranta di visione.

Raphaël è un soldato sopravvissuto alla Prima guerra mondiale; torna nel villaggio della Normandia dove non ritrova la moglie Marie, morta anni prima a seguito di una violenza a sfondo sessuale su di lei perpetrata dall’oste del villaggio con la complicità omertosa dei compaesani. La figlia Juliette, la quale a sua volta subirà un tentativo di violenza, è allevata da Adeline, una vedova e maestosa matriarca che accoglie ambedue nella propria fattoria a dispetto degli sguardi torvi e della diffidenza degli abitanti del villaggio. La figlia diventa la ragione di vita di Raphaël, il quale cercherà di inserirsi in qualche modo nel contesto sociale lavorando come falegname.

La storia di questa famiglia non ortodossa attraversa tutto il film e parla soprattutto del ruolo delle donne in un contesto storico, la grande guerra e gli anni tra i due conflitti mondiali, che ha costituito una tappa fondamentale nell’emancipazione femminile, quando le donne per effetto dell’assenza degli uomini sono rimaste da sole a gestire la vita da cui erano escluse. Significativa è anche nel finale del film la citazione di una poesia di Louise Michel, anarchica, scrittrice e rivoluzionaria francese della seconda metà dell’Ottocento, ricordata per il suo ruolo di primo piano durante la Comune di Parigi e il suo sostegno all’emancipazione femminile.

Il lungometraggio di Pietro Marcello appartiene a quelle categorie di film di un cinema che non siamo quasi più abituati a vedere, dal ritmo lento e avvolgente, una poesia dei volti e dei paesaggi che sembra arrivare da un’epoca quasi pioneristica della settima arte,  semplice e diretto, magnificamente essenziale, con una trama di colori di una corposità pittorica ottocentesca grazie al mirabile lavoro del direttore della fotografia Marco Graziaplena che è riuscito a collocare “storicamente” il racconto con quelle grane grosse, ricreando immagini e suggestioni di un’epoca lontana. Il ricorso a immagini di archivio di oltre un secolo fa serve allo stesso scopo e conferma la vocazione al documentario di Pietro Marcello, i cui esordi sono infatti nel genere, da ricordare su tutti il suo La bocca del Lupo del 2009 che gli è valso l’affermazione al Torino Film Festival.

Nella fiaba di Pietro Marcello sono le donne ad avere un ruolo predominante, sono infatti le figure femminili a dare un senso al film; oltre alle già citate Juliette e Adelaide indimenticabile è la figura della maga, una quanto mai azzeccata e penetrante Yolande Moreau che profetizzerà il passaggio di una nave dalle vele rosse che porterà Juliette lontana dall’angusto orizzonte del suo villaggio. Le vele rosse sono il simbolo arcano e poetico dell’altrove, della speranza, del sogno e della visione, di un reale che soprattutto l’animo femminile può e deve trascendere.

Il film assume così anche una sua valenza politica universalmente valida per ogni epoca, una sorta di poetico manifesto cinematografico femminista contro ogni forma di prevaricazione e violenza che nello svolgimento della vicenda narrata pare ineluttabilmente destinata a tramandarsi attraverso le generazioni. Le vele scarlatte assumono un significato trascendente, oltre gli uomini, oltre le donne e le presunte guerre dei sessi. È il finale del bel film di Pietro Marcello a suggerirlo e a farlo sperare, con le donne che continueranno a prendersi cura degli uomini e questi che continueranno a fare altrettanto, come si auspica.

 

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La Storia di un’infanzia nell’Irlanda di Tony Doherty https://minimaetmoralia.it/libri/la-storia-di-uninfanzia-nellirlanda-di-tony-doherty/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-storia-di-uninfanzia-nellirlanda-di-tony-doherty/#respond Thu, 10 Mar 2022 09:28:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50124 di Simone Bachechi Era il 30 gennaio del 1972, a Derry soldati inglesi del Reggimento Paracadutisti del gruppo speciale Red Devil, in una follia durata dieci minuti nei quali furono sparate oltre cento pallottole fecero fuoco su una pacifica marcia civile indetta dalla NICRA (Movimenti per i diritti civili dell’Irlanda del Nord) per rivendicare il […]

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di Simone Bachechi

Era il 30 gennaio del 1972, a Derry soldati inglesi del Reggimento Paracadutisti del gruppo speciale Red Devil, in una follia durata dieci minuti nei quali furono sparate oltre cento pallottole fecero fuoco su una pacifica marcia civile indetta dalla NICRA (Movimenti per i diritti civili dell’Irlanda del Nord) per rivendicare il diritto all’uguaglianza e pari dignità sul lavoro, il diritto alla casa e la fine del voto per censo. L’esito della manifestazione sarà invece la morte di 14 persone. Otto di loro avevano un’età compresa tra i 7 e i 20 anni. Tra le quattordici vittime Patrick “Paddy” Doherty, un uomo della classe operaia, fiero e testardo come solo gli irlandesi sanno essere, padre di sei figli fra i quali il piccolo Tony che allora aveva nove anni e che è l’autore di Il piccolo di papà. Storia di un’infanzia nell’Irlanda del Bloody Sunday (Nutrimenti 2022, traduzione di Maria Antonietta Binetti, pagg. 160, 17 euro). Ormai adulto, Tony sentì  il bisogno di conoscere finalmente suo padre e comprese che per farlo avrebbe dovuto rivivere la sua infanzia accanto a lui.

Il frutto è questo toccante memoir uscito nel 2016, il primo libro della sua trilogia dedicata a Derry e al padre scomparso. Nutrimenti lo propone nell’anno del cinquantenario della più tristemente famosa delle domeniche di sangue in Irlanda, ce ne sono state altre (purtroppo), e non solo domeniche. Da non dimenticare pochi mesi prima, nell’agosto del 1971, il massacro di Ballymurphy (Belfast) nel quale morirono 11 persone sempre per mano del Reggimento Paracadutisti dell’Esercito Britannico inviato in seno all’operazione Demetrius, con la quale il governo unionista di Belfast con l’avallo di Londra introdusse l’internamento senza processo verso coloro che fossero anche solo sospettati di far parte dell’IRA. Sarà anche la lotta contro questo provvedimento persecutorio a dar vita pochi anni dopo alla protesta non violenta dei blanketmen che culminerà nel 1981 con la tragica morte del suo leader Bobby Sands e di altri suoi nove compagni.

E come non ricordare una domenica di molti anni prima, quella del 30 aprile 1916 a Dublino, giorno nel quale verrà definitivamente sedata quella che è denominata La Rivolta di Pasqua, un tentativo dei militanti repubblicani di ottenere l’indipendenza dal Regno Unito con la forza delle armi, tentativo fallito ma che getterà le basi per l’indipendenza e la nascita della Repubblica d’Irlanda sei anni dopo, giusto un secolo fa, benché con i frutti avvelenati della “partition”, la divisione fra la Repubblica e le 6 contee del nord, oggi trasformate in 11 distretti. Tutti eventi che testimoniano la secolare oppressione della corona britannica nei confronti del popolo irlandese.

La prefazione del volume è curata da Riccardo Michelucci, uno dei più profondi conoscitori italiani dell’Irlanda e del conflitto secolare con il governo di Sua Maestà. È da poco uscito per Odoya il suo volume dal titolo Guerra pace e Brexit, il lungo viaggio dell’Irlanda, un caleidoscopio di piccole e grandi storie utili a comprendere le ferite di un paese che resta ancora diviso e a rivelare il cuore di tenebra di una terra segnata dal sangue e dalla resistenza ma ricca di ideali e di utopie possibili fra le quali quella di una riunificazione che appare sempre più vicina. Nonostante ciò, come spesso accade a ridosso dell’anniversario, anche lo scorso gennaio nelle periferie di Derry sono state erette bandiere con lo stemma dei parà, per tenere alto l’odio settario e la sfida nei confronti di una realtà incontrovertibile ma che testimonia allo stesso tempo che 50 anni dopo  i quattordici morti di Derry non sono stati dimenticati, in un clima che rimane tuttora velenoso e teso anche per gli esiti della Brexit e relativamente al protocollo nordirlandese che dovrebbe evitare il ritorno a un confine duro tra le due Irlande.

Diverse le celebrazioni commemorative svoltesi lo scorso gennaio, molte all’insegna dell’ internazionalismo con interventi di associazioni di vario tipo impegnate in diversi modi nella lotta per i diritti umani, quali quelli di associazioni di solidarietà con la Palestina a testimonianza che la lotta all’oppressione, alla violenza e al razzismo non conosce confini e che la storia sanguinosa dei territori del Nord Irlanda con i suoi ideali universali valica da sempre i suoi confini.

Anche un libro come quello di Tony Doherty ha un valore commemorativo e di trasmissione della memoria e della conoscenza di quello che è stato uno dei più sanguinosi conflitti sul territorio europeo del secolo scorso, troppo spesso oscurato, soprattutto grazie alla propaganda di stampo britannico, per non dover ammettere che è esistito all’interno di quel continente culla del diritto un vero colonialismo dello stampo più aggressivo e sanguinario che tante vittime ha generato e tanto dolore e risentimento ha lasciato nelle generazioni successive.

Lo stesso Tony Doherty dopo la morte del padre seguirà le orme di molti giovani della sua generazione entrando a far parte dell’IRA. Finirà in prigione quasi subito e lì imparerà a dominare la rabbia che aveva dentro di sé canalizzandola verso la lotta politica e rendendo onore alla memoria del padre facendosi promotore di una straordinaria campagna popolare per la verità che porterà quasi quarant’anni dopo il governo di Londra a dover ammettere la realtà dei fatti. Alle 14,45 del 30 gennaio 1972 un corteo di oltre 10.000 persone iniziò a marciare dal Creggan, un quartiere popolare quasi interamente nazionalista/cattolico, in direzione del centro di Derry. Poco più di un’ora dopo, all’ingresso nel Bogside, quattordici civili furono uccisi a sangue freddo da militari di Sua Maestà. Non vi fu alcuna provocazione da parte dei manifestanti, nessuna sassaiola, nessuna battaglia per le strade, solo una vile aggressione contro cittadini innocenti, tanto che nel 2010 il primo ministro britannico David Cameron in un discorso alla Camera dei Comuni passato ormai alla storia dovrà definire l’attacco “ingiustificato,  ingiustificabile e sbagliato”. Un parziale risarcimento ai familiari e a un intero popolo e un atto di giustizia che anche grazie al “piccolo di papà” Tony Doherty è stato possibile, anche se nessuno è mai stato processato per la strage di Derry. Gli esiti dell’inchiesta Saville, l’indagine governativa nella quale furono interrogati oltre 900 testimoni in sette anni, la più lunga della storia giudiziaria del Regno Unito e la pubblicazione del rapporto finale nello stesso anno mostra inequivocabilmente la realtà dei fatti. Qui si legge tra l’altro: “A causa dei colpi di arma da fuoco da parte dei soldati del primo battaglione Reggimento Paracadutisti durante la “domenica di sangue”, 13 persone sono morte e più o meno altrettante persone sono state ferite. Nessuna di queste costituiva una minaccia tale da causare morte o lesioni gravi”.

La storia che Tony Doherty ci racconta ha la forma di un commovente album di famiglia, con tanto di alcune foto, ma il suo lato più intimista e privato inevitabilmente non riesce a mettere in secondo piano lo sfondo storico e collettivo nel quale si inserisce. Il racconto di Tony ha inizio sei anni prima della fatidica e tragica data nella quale la vita del bambino cambierà per sempre.

La scansione temporale del racconto prende vita dalla metà degli anni 60, si dipana nei primi anni dell’infanzia di Tony, prosegue nel clima teso di guerra a bassa intensità che contraddistingue l’inizio dei Troubles nel 1968 fino al quel tragico 30 gennaio. Cresciuto nel sobborgo di Brandywell, un quartiere operaio di Derry, al tempo un vero e proprio ghetto segnato dalla povertà, dall’assenza di servizi e luoghi di aggregazione, Tony con l’innocenza dei bambini si trova con i fratelli e i piccoli amici a trovare emozionante la comparsa nelle strade del quartiere dei sangar, le fortificazioni erette dai soldati inglesi, giocando e scherzando con coloro che, come molti allora pensavano, avrebbero dovuto proteggerli dalle organizzazioni paramilitari lealiste e dalla RUC (Royal Ulster Constabulary), la polizia federale dell’Irlanda del Nord.

Le piccole sfilate per le strade con i tamburelli, la simulazione di una guerra tra giapponesi e americani fino alla costruzione di un piccolo rifugio su una collina, le finte guerre tra di loro a colpi di sassate e le altre  marachelle dei bambini sembrano quasi un triste presagio di quella vera guerra che sarebbe ci stata da lì a poco con l’inizio dei Troubles. Il padre di Tony fa una cornice di legno ove attacca una rete metallica da fissare alla finestra dicendo al figlio che lo ha fatto “nel caso ci siano dei problemi”. Tony ascolta in casa una canzone di cui non capisce il significato scritta a supporto degli internati senza processo: “questo era il nome con cui chiamavano i prigionieri – ce l’aveva detto papà, erano internati, rinchiusi senza un giusto processo – anche se non ne capivo il motivo.”

L’irrompere nel piccolo vocabolario del bambino di parole nuove di cui non conosce il significato: “Tutte parole nuove per me, B-MEN, Ira, Informatore. Non avevo idea di cosa fossero”, il crollo del soffitto della casa, gli spostamenti nelle case in città di Tony e la sua famiglia tra Moore Street e Hamilton Street, quelli dei nonni che andranno a vivere nel Bogside, il tristemente noto quartiere cattolico di Derry salito alle cronache proprio per il Bloody Sunday e dove ancora oggi svetta il celebre murales con scritto “You Are Now Entering Free Derry”, memoria del periodo più cruento degli scontri, le prime sassaiole contro i soldati inglesi, il ferimento di uno di loro, le barricate in strada, l’arrivo del Natale, il padre che prende a pugni un sodato, le sue liti con la madre perché lei aveva dato da mangiare a uno di loro, fino alla tragica e cruenta  morte di un compagno di scuola di Tony, il piccolo Damien Harkin al quale il libro di Doherty è dedicato, sono questi gli eventi che accompagnano l’infanzia del “piccolo di papà”, un bambino che la attraversa con l’innocenza e l’inconsapevolezza tipica della sua età, arrivando a scherzare con un soldato con il quale parla di calcio, sprazzi di umanità come in ogni conflitto che ci dicono che le guerre come sempre vengono decise dall’alto. Riflessioni che Tony Doherty ha sedimentato dentro di sé fino all’età adulta e che lo porteranno a ricomporre frammenti di vita e emozioni rimosse, facendo rivivere l’immagine dell’amato padre e arrivando a una consapevolezza più generale sulla sua terra martoriata  per anni dal conflitto: “In Irlanda, soprattutto nel nord, tendiamo a considerarci parte di una o l’altra delle due comunità che ci abitano e a pensare che sia sempre stato così, in base a una sorta di pensiero razziale”.

La triste ironia di questa terra divisa si ha nella vicenda dello zio di Tony che si arruolerà nel Reggimento Paracadutisti, quello che sparerà sulla folla pacifica e anche se non sarà lui materialmente a farlo il valore simbolico di questa piccola vicenda familiare non può passare inosservato come non lo deve essere il poter trovare il valore delle cose che uniscono per evitare il procrastinarsi dell’oppressione e della violenza, magari partendo banalmente dalla comune passione di un bambino nato in Nord Irlanda e di un soldato britannico per le squadre di calcio inglesi, come raccontato da Tony in questo toccante libro-documento. Sembra vederlo Tony Doherty mentre gioca a biglie con gli altri bambini e da uno di loro verrà a sapere dell’uccisione del padre, alla cui cosa non vorrà credere, iniziando un monologo interiore sulla base delle notizie e degli scambi di sguardi che cerca di intercettare nei familiari: “Non le ha detto che è vero, non le ha detto che è vero” ripete dentro di sé come un mantra, fino al giorno del funerale con le 13 bare allineate  (l’ultima vittima morirà qualche mese dopo), in una giornata sotto la pioggia che cade a dirotto e i ricordi di Tony: “La messa iniziò. Io non sentii nulla, se non la pioggia battente fuori. Non percepii nulla, se non freddo e umidità dentro di me.” Oggi Tony Doherty, dopo aver conosciuto anche il carcere, lavora per l’Healthy Living Center Alliance e per la riforma del sistema sanitario pubblico nordirlandese, perché le lotte per  i diritti e la giustizia sociale non hanno mai fine.

 

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