In

di Simone Bachechi

Oggi il menù prevede “quotidianità”. Sembra essere questo il mantra che ha accompagnato, almeno per quell’uomo calvo di mezz’età che mi precede alla biglietteria del cinema multisala, l’uscita di Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders uscito nelle nostre sale lo scorso 4 gennaio. Peccato che quello stesso uomo accompagnato da una donna (amica? compagna? moglie? non importa) rivolgendosi al ragazzo ipergriffato multisala addetto a biglietti e non solo non ricordi il film al quale hanno deciso di assistere, tant’è che i due hanno dovuto fare marcia indietro dalla fila in attesa per controllare sul tabellone il titolo, scusandosi con l’addetto ai biglietti e non solo per il cattivo inglese. La coppia mi precede anche all’ingresso delle sale della multisala dove siamo tutti in attesa del semaforo verde per l’ingresso nella nostra sala di visione, come se quel corridoio in penombra e quei tornelli fossero i gabbiotti di una gara ippica o lo start di un gran premio di Formula 1. È lì che l’uomo inizia con la donna la sua loquela dalla quale cerco di non farmi coinvolgere ma che intuisco variare dai suoi di lui problemi con il commercialista, a vaghe ansie esistenziali e problemi di relazione fino a non meglio identificati problemi in giardino ed io faccio gli scongiuri perché il loro posto in sala  sia il più lontano possibile dal mio, visto che ormai non potevo suggerirgli di andarsi a vedere Aquaman E Il Regno Perduto o Puffin Rock o l’ultimo di Ficarra e Picone del quale rifiuto di ricordarmi il titolo.

All’ingresso in sala ci sistemiamo sulle comode poltrone della multisala. Il mio posto assegnato prevede che mi sieda accanto all’uomo calvo e loquace. Mi domando che cavolo di cervellone sia quello che assegna i posti in automatico in una sala da 350 posti e si permetta di mettere una accanto all’altra persone che non si conoscono per una proiezione, la seconda del giorno di uscita del film in un giorno feriale, alla quale assisteranno non più persone di quelle delle dita di una mano. Ho l’ardire di sistemarmi quantomeno nella fila superiore rispetto alla coppia ma nell’attesa dell’inizio del film, tra pubblicità locali e trailer delle prossime uscite, non posso fare a meno di dovermi sorbire ancora le espressioni dell’uomo sul film prossimo all’inizio che l’uomo è convinto vertere sulla “quotidianità”, sul fatto che lui tema sarà una faticaccia e su comparazioni preventive con il film delle 20:10, evidentemente per lui i film si differenziano sulla base dell’orario di proiezione della multisala del quale i due sembrano assidui frequentatori, come fosse recarsi al solito bar per la colazione mattutina, se è vero che si sentono a loro agio nell’interloquire con l’inserviente con battute e risatine domandando se il riscaldamento fosse acceso. Oltre a questo lo sento inalberarsi in motti di spirito su un altro anticinepanettone da poco uscito al quale (chissà perché) i due hanno assistito. Su Foglie al Vento di Kaurismaki lo sento dire tali testuali parole: “Loro sono foglie al vento, noi siamo foglie secche”.

Avrei voluto dargli tutte le ragioni del mondo ma il prosieguo dei suoi strologamenti sul fatto che se anche loro fossero nati e vissuti in un paese freddo, buio e piovoso (la Finlandia ndr) sarebbero stati come i protagonisti del film, mi ha fatto salire l’ansia e l’impazienza dell’inizio del film sul quale di nuovo l’uomo chiosò sul tema “quotidianità”. Sono sicuro che se il film non fosse iniziato da lì a pochi secondi sarei stato costretto a dire a quell’uomo: “È un film di Wenders, del resto basterebbe che si leggesse una sua biografia, che approfondisse un po’ la sua poetica, che si informasse su quelli che sono i suoi maestri a partire da Alfred Hitchcock (i cui echi però immagino non si sentano nel film che stiamo per vedere), lo sanno tutti che i suoi film sono lenti, riflessivi, puntano molto sull’introspezione, indagano l’esistenza umana, invitano a pensare, sono farciti di manierismo romantico, cosa vuoi aspettarti da Wenders? È come se tu andassi a mangiare da McDonald e ti aspetti un pasto da tre stelle Michelin, o viceversa.” Avrei potuto aggiungere che il cinema di Wim Wenders fin dagli inizi, e si parla di oltre cinquant’anni fa, è caratterizzato dalla lotta interiore dei personaggi, che si sta parlando di un cineasta il quale con i suoi lungometraggi, cortometraggi nonché con i documentari di cui in Perfect Days si sente l’impronta, ha fatto e continua a fare la storia del cinema, un autore multipremiato (e ora nella multisala) che può piacere o meno ma che non si discute e del quale se si pensa che un suo film sia una faticaccia semplicemente basterebbe evitare e recarsi nella sala accanto, visto che a quanto pare della multisala non si riesce di fare a meno.

Finalmente l’inizio del film riesce a farmi dimenticare quell’uomo che, devo riconoscere, molto educatamente durante tutta la durata del film non ha proferito verbo, e a lasciarmi trasportare dalle immagini sullo schermo. Non molto apparentemente: un uomo si alza all’alba ripiegando il futon sul quale ha dormito, spazza il cortile e i bordi della strada davanti la sua piccola e minimalista casa, “quotidianità”. È Hirayama, al secolo Koji Yakusho, un nome che a noi dice poco ma che è considerato uno dei più grandi attori giapponesi nel suo paese e che Wenders già conosceva per le sue interpretazioni in Shall We Dance del 1996 del regista giapponese Masayuki Suo,  Babel di González Inárritu, Memorie di una geisha di Rob Marshall.

Hirayama è una sorta di monaco zen urbano, parla pochissimo, si esprime per lo più con i suoi sguardi ed il suo luminosissimo sorriso che mostra una sensibilità rara. Il suo lavoro, verso il quale si dirige con il piccolo furgone ascoltando le sue canzoni preferite degli anni Settanta, rigorosamente in musicassetta, su tutte  House Of The Rising Sun degli Animals, ma anche Otis Reding, Van Morrison, The Kinks, Patti Smith, Velvet Underground, per non tacere della Perfect Day di Lou Reed il cui titolo rivisitato diventa quello del film, consiste nel pulire e occuparsi della manutenzione dei bagni pubblici a Shibuya, uno dei quartieri centrali della capitale giapponese. La sua tuta da metalmeccanico lo riporta impresso ma forse lo fa in tutta Tokyo che per tutti noi rimarrà sempre una giungla, una vera giungla tropicale come tutte le grandi metropoli, ancor più quelle orientali ove all’ostacolo linguistico e segnaletico (come decifrare indicazioni di strade e quartieri tra palazzi e grattacieli a perdita d’occhio tutti apparentemente uguali con le loro sagome antisismiche che pare vederle oscillare a ogni soffio di vento?) si aggiunge quello antropologico e culturale.

A Tokyo è necessario andare lasciandosi accompagnare, magari anche da un film come quello di Wenders, anche se nella fattispecie il dinamismo e la frenesia della città lascia il posto ai pochi e ripetitivi atti del protagonista. In fondo è un “Falso movimento” quello di Hirayama. Le sue organizzatissime giornate sono scandite dalla routine, cosa non necessariamente negativa: dopo il sonno notturno scandito dai sogni che vengono illustrati in un rigoroso bianco e nero da Donata Wenders, moglie di Wim oltreché la fotografa di scena del marito, la sveglia all’alba lo prepara al lavoro, non prima di aver innaffiato le sue piante, in un percorso quasi surreale nel paesaggio alla Blade Runner della capitale nipponica sulla quale svetta la sagoma della Tokyo Sky Tree, sulle sue labirintiche sopraelevate ancora semideserte per recarsi nei vari luoghi di lavoro, i futuristici bagni pubblici della città, ognuno diverso dall’altro, “piccoli santuari di pace e dignità” come li definisce Wenders, modernissime architetture in un design ricercato dalle forme più strane delle quali Hirayama si prende cura con un senso di rispetto profondo per il bene comune e il bello che sembra lontano anni luce dalle nostre latitudini dove purtroppo spesso accade che l’idea di ognuno per sé stesso sia più grande di quella di ognuno per gli altri.

Di questo Wenders parla in un’intervista rilasciata sul suo ultimo film: 

Dopo la pandemia avevo l’idea che il bene comune abbia sofferto. Quando siamo usciti dal lockdown era evidente, nelle strade e nelle nostre vite quotidiane. Quando, a maggio scorso, sono venuto a Tokyo ho realizzato che le persone lì, anche se hanno avuto il lockdown più lungo di tutti, ne sono uscite con molto più rispetto del loro bene comune 

Forse è questo uno dei motivi che ha riportato il cineasta tedesco nel paese che ha vissuto il lockdown più lungo della storia, quel Giappone che Wenders, da sempre artista “on the road” ed affascinato dal tema del viaggio come metafora dei movimenti interiori dell’essere umano, non aveva visitato cinematograficamente dal 1985 di Tokyo-Ga, omaggio al cinema dell’amato Ozu, un Giappone e una Tokyo in particolare che evidentemente non è solo quel mondo frenetico di una modernità smodata fatta di immense insegne al neon, cibi plastificati e adolescenti abbigliati in indumenti coloratissimi e look spaziali.

Ce lo dice Hirayama, un emerito signor nessuno, il quale con la sua vita umile e modesta ha cura per i beni che gli sono dati in affido e  per ogni persona che entra in bagno, capendo e rispettando tutte le persone che sembrano non vederlo, un uomo apparentemente senza passato (parafrasando una delle pellicole più riuscite di quel Kaurismaki sul quale l’uomo calvo ironizzava poco prima), o quasi,  passato che affiora in parte sul finale senza lasciar strascichi melodrammatici al film, un uomo fedele alla filosofia del vivere qui e ora, convinto che la felicità stia nell’essenziale, che non fa piani per il futuro, non ha messaggi da lasciare se non quello dello scambio di mosse in un tris giocato con uno sconosciuto all’interno di uno di bagni ove alternativamente i due sconosciuti uno all’altro fanno le proprie mosse nascondendo di volta in volta il foglietto in un anfratto solo a loro noto, con un finale di partita che risulta un nulla di fatto e un semplice “grazie” dello sconosciuto frequentatore della toilette, un uomo che impiega il tempo libero recandosi per un bicchiere dopo il lavoro al ristorante di Mama, con la quale si intuisce potrebbe esserci stato o potrebbe nascere qualcosa, leggendo, ascoltando musica solo su nastro, facendo fotografie agli alberi nel parco dalla sua vecchia Olympus analogica, una sorta di eremita urbano, tanto da farci domandare come faccia a vivere senza internet, televisione e il telefono che non utilizza quasi mai.

Semplice, fa l’eremita urbano, non è così difficile in fondo e sforzandoci un po’ forse staremmo molto meglio, sempre che questa non sia una posa nostalgica e retrò. Poi, certo, dai suoi riti quotidiani si stagliano varie occorrenze, presenze e incontri che almeno in parte sparigliano le carte: la libraia che all’acquisto da parte di Hirayama di un libro di Patricia Highsmith commenta entusiasta che lei le ha fatto capire la differenza tra “terrore e ansia”, così come a proposito di un altro libro da lui acquistato di una semisconosciuta e incompresa scrittrice giapponese contemporanea ne tesse le lodi affermando che lei (la sconosciuta scrittrice) in fondo non fa che parlare della “quotidianità”, ma è in grado di farlo in un modo unico che ne accresce il valore, un po’ la sintesi del film di Wenders. E ancora, c’è il rapporto con il giovane collega pasticcione e sempre in ritardo, innamorato di una coetanea, il quale non avendo i soldi per uscire con lei si lamenta sulla crudeltà del mondo se anche per amare servono i soldi, tanto da proporre a Hirayama la vendita delle sue musicassette in un negozio di dischi dove fa la comparsa un cameo di Wenders. C’è la nipote di Hirayama che fuggita da casa si reca da lui, il quale nelle poche deroghe al suo mutismo trafigge il silenzio con frasi che hanno la potenza di un haiku: “Un’altra volta è un’altra volta mentre adesso è adesso”. C’è l’incontro dopo anni con la sorella con la quale i rapporti sono interrotti e dal cui breve racconto affiora un passato di fughe e rinunce.

Un sottile sentimento del “religioso”, nel senso più ampio ed etimologico del termine è quello che traspare da Perfect Days, del resto il suo regista lo ha ripetuto più volte: “Le risposte alle domande che mi sono posto spesso me le ha fornite la religione” (nel senso più ampio del termine). Non c’è molto altro nell’ultimo film di Wim Wenders oltre all’immutabile fascino del cineasta per le grandi città ultramoderne, per le sue luci al neon, per l’uomo della folla che vi si smarrisce, per le solitudini metropolitane, e chiunque lo vedrà saprà dire se è molto o se è poco e se questo sia o meno il suo capolavoro del quale invece possiamo azzardare dire cosa non c’è: non c’è il tipico citazionismo cinematografico wendersiano, non c’è la meta-cinematografia a cui ci aveva abituato in film come Lo Stato delle cose e in qualche modo in Non Bussare alla mia porta, oppure in documentari sulla settima arte come Chambre 666.

L’unica concessione meta-filmica al fantasmagorico mondo della celluloide che è potenza dell’immagine sembrano essere appunto le foto degli alberi scattate nel parco da Hirayama. Non c’è la profonda riflessione sui sentimenti presente in film come Paris-Texas, non ci sono le ossessioni apocalittiche di un kolossal dell’anima quali quelle di Fino alla fine del mondo, non ci sono grandi riflessioni sociologiche o allegorie come in Il Cielo sopra Berlino. “Quotidianità”, questa è davvero molto sinteticamente la parola chiave per Perfect Days. Il segreto forse sta proprio nel vivere giorno per giorno (più o meno perfetto) con la consapevolezza che quello che ci è richiesto non è una vita da eroi ma da donne e da uomini, con tutto il fardello e la gioia del vivere giorno per giorno (appunto), perché la natura da noi non esige altro che l’essere felici e di trovare la pace della radura attraverso sentieri il meno dolorosi possibile. Un po’ la stessa cosa che ci dice David Foster Wallace in una delle cose più belle scritte dall’autore di Infinite Jest e più belle in assoluto (secondo il personale parere). Si tratta di Questa è l’acqua, la prolusione che Wallace fece in occasione del conferimento delle lauree presso un college americano. Il volume che contiene anche dei racconti è edito da Einaudi. A proposito di cosa significhi la consapevolezza del vivere giorno per giorno si legge nel finale della relazione di Wallace che ha la potenza di un brano sapienziale:

Questa è l’acqua, questa è l’acqua. Farlo vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno è di una difficoltà inimmaginabile e questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia adesso

Forse quindi aveva proprio ragione l’uomo calvo che sono sicuro a fine proiezione sarà ripartito con la sua loquela e commenti, quando io me ne sono già uscito dalla sala perdendomi come ho letto da qualche parte una specie di piccola-grande illuminazione (komorebi) che si ha sui titoli di coda, per cui dovrò tornare a vedermelo “un’altra volta”. Per “adesso”,  finito il film, come cosa più naturale sono andato al bagno della multisala multimoderna, e anche il bagno lo è, con quei tagli netti e inesorabili del minimal design da toilette del terzo millennio, e non ho potuto che pensare ancora al film, senza offesa a Wenders ovviamente e alla sua opera ma proprio perché questa al di là della solita sofisticata e profonda ricerca interiore wendersiana è incentrato su una specie di poetica dei bagni pubblici di Tokyo, che come tutte le cose della metropoli giapponese ai nostri occhi assume forme bizzarre e lanciate da un futuro per noi inimmaginabile e siderale, bagni lucenti e ipertecnologici dalle forme più strane e rarefatte e con gli accessori più fantasiosi che si possano prevedere.

La stessa aria tokyota mi ha accompagnato all’uscita della multisala con luci al neon impazzite in diagonali iridescenti, falsi ponteggi e terrazzamenti dalla sala multipiano illuminate a giorno e riflessi sulle grandi vetrate e sui pilastri tiranti in acciaio splendenti alla luna della sera, con il sottofondo di musichette underground in una lingua incomprensibile mentre adolescenti in tute fluorescenti facevano una specie di parkour nel piazzale antistante sul cui selciato venivano rilanciate immagini di manga. Questo poco prima di essere passato di fronte alla biglietteria dove l’addetto ai biglietti e non solo supergriffato della multisala stava staccando ancora tagliandi per film di cassetta, lo stesso che circa due ore prima alla mia richiesta: “Un biglietto per la sala 3 per favore” mi aveva risposto “Gradisce anche una confezione di popcorn, piccola media o grande? o il menù famiglia 1, 2 o 3?”

Avrei voluto rispondere: “Non lo vedi che sono da solo?” ma mi uscì fuori solo un: “No, grazie, va bene così, voglio solo vedere l’ultimo film di Wenders”. Anche questa è quotidianità. Un giorno perfetto.

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati