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Vedendo all’improvviso, lungo la strada, un centinaio di manifestanti in posizione composta nei loro cappotti caldi e un po’ démodé, mentre cantavano a piena voce un bellissimo inno che in quel frangente non riconobbi, e che dopo pochi istanti associai all’Ucraina solo perché il cantante solista si trovava sotto un’alta bandiera sventolante di colore giallo e blu, strapazzata in modo solenne e insieme irriguardoso dal vento di fine novembre; e, ancora, osservando due donne accovacciate in terra, intente a comporre una croce con delle candele rosse che sembravano incendiare la sera e conferirle un’inattesa magnificenza; e, infine, leggendo i cartelli esibiti dai manifestanti, sui quali spiccava più volte in colore rosso la parola «Holodomor», una parola che non conoscevo, che non avevo mai visto né sentito, ma che trasudava sofferenza e ribellione, e che sembrava unire quelle persone che pure novanta anni fa (quando, appunto, l’Holodomor ebbe luogo) non erano ancora nate, e che ora vivevano in un’altra nazione, a duemila chilometri di distanza; ebbene, dopo aver registrato in pochi minuti tutte queste sensazioni, tutti questi pensieri, dopo aver sentito vibrare forte dentro al mio petto un segnale di allarme e di gioia al tempo stesso, dunque, proprio allora, avvertii nel profondo di me la certezza che tu, Khrystyna, ti trovassi tra quella folla sparuta, che stessi cantando insieme agli altri, ma, soprattutto, che avrei potuto – dopo esattamente un anno e mezzo – vederti ancora, dirti qualche parola, capire quale effetto mi avrebbe fatto stare di nuovo di fronte a te, sostenere l’ostilità che, nelle ultime volte in cui avevamo comunicato, mi avevi rovesciato addosso con quella crudeltà che – misteriosamente – conviveva nel tuo animo indecifrabile insieme alla dolcezza.
Mi ricordai di quella volta in cui, seduti in un pub irlandese, spinto da una tenerezza che trattenevo oramai da molti mesi, avevo sollevato la mano sopra al tavolo e – con un gesto rapido che ti sorprese – l’avevo appoggiata sopra la tua. E che poi tu, sorprendendomi a tua volta, anziché spostare educatamente la mia mano, l’avevi stretta con delicatezza. e io – facendomi ancora più audace – avevo sollevato anche l’altra mano e avevo preso la tua (a me ancora sconosciuta) in mezzo alle mie. E che infine tu, rilanciando ancora, avevi unito anche l’ultima mano alle altre, ed eravamo rimasti così per un’ora intera, parlando e guardandoci negli occhi, ponendo sulle nostre mani avvinte tutta la nostra attenzione per ricavare da quel contatto ogni godimento possibile, lasciando che il ghiaccio si sciogliesse nei bicchieri, senza osare più bere, per paura di rompere, anche per pochi istanti, quel viluppo così tenero, e avendo l’impressione (certamente profetica) che fosse quanto di più intimo a cui potessimo aspirare.
Ricordai anche che, quel pomeriggio, quando ti accompagnai alla fermata dell’autobus, mi era venuto in mente che avrei dovuto provare a baciarti, che non ci sarebbe stata mai più un’occasione migliore, ma tu eri rimasta talmente rigida e a disagio dentro il mio abbraccio che subito mi ero scoraggiato, e mi limitai a stringerti contro il mio petto più forte che potevo, come avevo sempre fatto in tutti quei mesi le altre tre o quattro volte in cui ci eravamo incontrati. Chissà, se avessi saputo che era una delle ultime volte che ti avrei visto forse avrei agito diversamente. Ma del resto, con te ogni volta era la prima ed era anche l’ultima, essendo ogni nostro incontro totalmente sganciato dalla storia, come se si svolgesse in una dimensione iperurania, e come se, più che con i tavolini di un bar e con le nostre povere vite, avessimo a che fare coi raggi del sole e coi cherubini. Di quelle cose, in fondo, noi discutevamo, o questa era la mia impressione costante.
Ma, tornando a quella sera di fine novembre, quando vidi quella folla minuscola riunita per commemorare Holodomor, fu con questo ricordo nel cuore che iniziai a passare lentamente in rassegna le persone che componevano il piccolo assembramento, fissando ciascuno attentamente, sempre pronto a trasalire nel momento in cui avessi pensato «È lei!». Tanto ero sicuro di individuarti tra la folla che, quando ebbi finito per due volte il giro dei presenti senza trovarti, dubitai di averci messo poca attenzione, e feci un terzo e poi un quarto giro prima di rassegnarmi.
Non c’eri davvero. Il tuo senso di appartenenza alla comunità ucraina evidentemente non era sufficientemente forte da portarti a celebrare Holodomor. O, probabilmente, avevi di meglio da fare. Sicuramente ormai avevi un lavoro importante, che premiava la tua intelligenza e la tua pervicacia. Sicuramente avevi un fidanzato che ti rendeva felice, e con cui aveva più senso trascorrere il sabato pomeriggio. Guardai le candele rosse che componevano una croce collocata subito davanti ai manifestanti, e mi chiesi, a prescindere da te, Khrystyna, che senso avesse per loro quell’occasione e quella parola: Holodomor.
Con il termine «Holodomor» ci si riferisce a un periodo di carestia che l’Ucraina attraversò tra il 1932 e il 1933, provocato dalla politica di Stalin, il quale, attraverso azioni e provvedimenti miopi ed efferati, sconvolse dalle fondamenta il florido sistema agricolo ucraino e affamò la popolazione, causando tra i tre milioni e i tre milioni e mezzo di vittime in due anni. Secondo alcuni storici, che definiscono l’Holodomor un genocidio, le azioni di Stalin vollero intenzionalmente portare morte e terrore nello stato che, dal 1922, era divenuto membro fondatore dell’Unione Sovietica. Secondo altri non ci fu intenzionalità, ma solamente enorme miopia ed incompetenza politica.
Ma cosa avevi a che fare, tu, Khrystyna, con Holodomor? Tu che a otto anni ti eri trasferita in Italia, e che ti consideravi oramai più italiana che ucraina, ma che, a quanto mi dicevi, compravi tutti i libri che trovavi in libreria che parlavano della tua terra da un punto di vista storico o legato all’attualità. Perché mi ostinavo a cercarti tra quegli immigrati che con te avevano molto poco a che fare e nei cui occhi si leggeva ancora la nostalgia della patria? Potevo dire ancora di conoscerti bene? O, per lo meno, di averti mai conosciuto bene?
In fondo, noi eravamo stati intimi come pochissimi. Ma era un’intimità senza neanche un bacio, fatta di pochi incontri, e che correva piuttosto sulle app di messaggistica telefonica. Ricordo ancora con tenerezza le nostre conversazioni notturne, che iniziavano verso le undici e finivano subito dopo mezzanotte, quando ci affrettavamo a scambiarci la buonanotte come in una fiaba, come se il tempo che ci concedeva il destino non potesse sconfinare di molto nel giorno successivo. Andavamo veloci, ma tutte e due ci tenevamo a che la nostra buonanotte fosse speciale. Doveva essere dolce, ma mai melensa. Si andava per tentativi. Se veniva male mi rimproveravi, e allora ricominciavamo da capo. Tra gli emoticon, a te piacevano i girasoli. E le volpi, anche; anzi, dicevi di essere tu stessa una volpe. E, difatti, a ripensarci oggi, come una volpe sapevi essere affascinante e crudele.
Io non ci sapevo tanto fare con quella tipologia di scrittura, avevo difficoltà a comprendere il senso di quelle faccine, per non dire delle GIF o degli sticker, e poi, naturalmente, ero parecchio meno intelligente di te. A volte, però, la buonanotte veniva bene anche a me, e allora, per riconoscenza, mi regalavi girasoli e fiori in abbondanza. Mai baci né cuori, però. Era una tua regola non scritta, che io compresi immediatamente, e che feci subito mia. La tua era una dolcezza cerebrale, fatta per lo più di simboli, e che col cuore aveva sempre avuto poco a che fare.
Ma, certo, avevi anche tu i tuoi languori, sempre fuggevoli, che raramente sono riuscito a sbirciare in una risata sbilenca, in uno sguardo che apriva un piccolissimo spiraglio su universi sconfinati che riuscivi a segregare nelle tue profondità. (No, non eri certamente insensibile al richiamo dei sensi, ma questo imparai a capirlo solamente molto tempo dopo, quando oramai era troppo tardi e tra noi era tutto finito).
Ho pochi ricordi in tal senso, ma tutti toccanti. Una sera di febbraio, eravamo in piazza San Pietro, di fronte alla basilica. Roma era dolcissima, già con un sentore di primavera che la profumava tutta. Per quella sera, di fronte a tanta bellezza, avevamo esaurito le parole e oramai ci guardavamo spietatamente negli occhi. Tu mi fissavi quasi commossa, e mi dicesti qualcosa sul mio sorriso, di quanto lo trovassi dolce, di come ti piacesse quella piccola piega che mi formava sul viso. Credo di aver ricevuto raramente un complimento così semplice e allo stesso tempo così prezioso, che rivelava una intensa e tenerissima attenzione verso di me. Probabilmente arrossii, e – come sempre mi succedeva con te – non approfittai della situazione. Non ti presi per mano, non risposi con un altro complimento. Solo, mi avvicinai ulteriormente a te. Non ti toccai, ma sarebbe bastato metterti una mano dietro la nuca perché, probabilmente, la nostra vita cambiasse per sempre.
Ti avevo regalato un libro che per me era molto importante. Sulla prima pagina avevo scritto una dedica, e sotto la dedica c’era il mio nome. Guardandolo mi sorridesti, dicendo che la «a» finale sembrava una «e», e che dunque il mio nome poteva essere letto non come «Luca» ma come «Luce». Dicesti questa frase con trepidazione, come se ti vergognassi di farmi sapere che, in un certo senso, pensavi che per te io potessi essere luce. Anche quella volta, la bellezza e la delicatezza del complimento mi tolse il fiato e la capacità di reagire. Ero lusingato, talmente lusingato da ritenere che quella lusinga potesse bastare alla mia esistenza per sempre.
Dopo tanti mesi dal nostro addio (un addio così arbitrario, ingiusto, violento, persino volgare), ancora io non ti ho capito, Khrystyna. Sei rimasta un enigma, come quando mi mandasti su Whatsapp un filmato di pochi secondi, in cui ti si vedeva camminare di spalle, per un sentiero alberato, insieme a un cagnolino. Il filmato sembrava leggermente accelerato, come in un film muto di cento anni fa, e questo gli conferiva una grazia particolare. Mi avevi commosso per la tua innocenza e la tua tenerezza e, forse, commisi l’errore di rivelartelo. Questa cosa ti diede fastidio, forse ti spaventò, al punto che quando, pochi minuti dopo aver chiuso la nostra chat, ci ero rientrato per rivedere il filmato, mi accorsi che lo avevi cancellato. Ecco, io non ho mai capito il perché di quel gesto. Ancora oggi, quando distrattamente mi capita di pensarti, rievoco quello strano episodio, quella tua inutile malvagità, e mi rendo conto di non averti mai capito, Khrystyna, di non avere mai capito davvero quali fossero i tuoi sentimenti per me, se davvero ne hai mai avuti.
Forse, cercandoti tra la folla riunita per Holodomor, non cercavo tanto te (che probabilmente mi avresti rivolto delle parole dure, o comunque di ghiaccio, e mi avresti fatto pentire di averti cercato), quanto una verità storica che mi era venuta a mancare. Volevo sapere se il modo così sgraziato e insensibile in cui avevi chiuso la nostra amicizia fu veramente un atto intenzionale con cui hai deliberatamente sterminato tutti i nostri ricordi. O se la tua fu solamente un’imperdonabile miopia sentimentale, un’incapacità congenita di voler bene, un atto di leggerezza che mi aveva affamato, mi aveva prostrato, lasciandomi in balia di me stesso e dei miei demoni nell’ora della mia più grande fragilità.
Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.
