di Simone Bachechi
Era il 30 gennaio del 1972, a Derry soldati inglesi del Reggimento Paracadutisti del gruppo speciale Red Devil, in una follia durata dieci minuti nei quali furono sparate oltre cento pallottole fecero fuoco su una pacifica marcia civile indetta dalla NICRA (Movimenti per i diritti civili dell’Irlanda del Nord) per rivendicare il diritto all’uguaglianza e pari dignità sul lavoro, il diritto alla casa e la fine del voto per censo. L’esito della manifestazione sarà invece la morte di 14 persone. Otto di loro avevano un’età compresa tra i 7 e i 20 anni. Tra le quattordici vittime Patrick “Paddy” Doherty, un uomo della classe operaia, fiero e testardo come solo gli irlandesi sanno essere, padre di sei figli fra i quali il piccolo Tony che allora aveva nove anni e che è l’autore di Il piccolo di papà. Storia di un’infanzia nell’Irlanda del Bloody Sunday (Nutrimenti 2022, traduzione di Maria Antonietta Binetti, pagg. 160, 17 euro). Ormai adulto, Tony sentì il bisogno di conoscere finalmente suo padre e comprese che per farlo avrebbe dovuto rivivere la sua infanzia accanto a lui.
Il frutto è questo toccante memoir uscito nel 2016, il primo libro della sua trilogia dedicata a Derry e al padre scomparso. Nutrimenti lo propone nell’anno del cinquantenario della più tristemente famosa delle domeniche di sangue in Irlanda, ce ne sono state altre (purtroppo), e non solo domeniche. Da non dimenticare pochi mesi prima, nell’agosto del 1971, il massacro di Ballymurphy (Belfast) nel quale morirono 11 persone sempre per mano del Reggimento Paracadutisti dell’Esercito Britannico inviato in seno all’operazione Demetrius, con la quale il governo unionista di Belfast con l’avallo di Londra introdusse l’internamento senza processo verso coloro che fossero anche solo sospettati di far parte dell’IRA. Sarà anche la lotta contro questo provvedimento persecutorio a dar vita pochi anni dopo alla protesta non violenta dei blanketmen che culminerà nel 1981 con la tragica morte del suo leader Bobby Sands e di altri suoi nove compagni.
E come non ricordare una domenica di molti anni prima, quella del 30 aprile 1916 a Dublino, giorno nel quale verrà definitivamente sedata quella che è denominata La Rivolta di Pasqua, un tentativo dei militanti repubblicani di ottenere l’indipendenza dal Regno Unito con la forza delle armi, tentativo fallito ma che getterà le basi per l’indipendenza e la nascita della Repubblica d’Irlanda sei anni dopo, giusto un secolo fa, benché con i frutti avvelenati della “partition”, la divisione fra la Repubblica e le 6 contee del nord, oggi trasformate in 11 distretti. Tutti eventi che testimoniano la secolare oppressione della corona britannica nei confronti del popolo irlandese.
La prefazione del volume è curata da Riccardo Michelucci, uno dei più profondi conoscitori italiani dell’Irlanda e del conflitto secolare con il governo di Sua Maestà. È da poco uscito per Odoya il suo volume dal titolo Guerra pace e Brexit, il lungo viaggio dell’Irlanda, un caleidoscopio di piccole e grandi storie utili a comprendere le ferite di un paese che resta ancora diviso e a rivelare il cuore di tenebra di una terra segnata dal sangue e dalla resistenza ma ricca di ideali e di utopie possibili fra le quali quella di una riunificazione che appare sempre più vicina. Nonostante ciò, come spesso accade a ridosso dell’anniversario, anche lo scorso gennaio nelle periferie di Derry sono state erette bandiere con lo stemma dei parà, per tenere alto l’odio settario e la sfida nei confronti di una realtà incontrovertibile ma che testimonia allo stesso tempo che 50 anni dopo i quattordici morti di Derry non sono stati dimenticati, in un clima che rimane tuttora velenoso e teso anche per gli esiti della Brexit e relativamente al protocollo nordirlandese che dovrebbe evitare il ritorno a un confine duro tra le due Irlande.
Diverse le celebrazioni commemorative svoltesi lo scorso gennaio, molte all’insegna dell’ internazionalismo con interventi di associazioni di vario tipo impegnate in diversi modi nella lotta per i diritti umani, quali quelli di associazioni di solidarietà con la Palestina a testimonianza che la lotta all’oppressione, alla violenza e al razzismo non conosce confini e che la storia sanguinosa dei territori del Nord Irlanda con i suoi ideali universali valica da sempre i suoi confini.
Anche un libro come quello di Tony Doherty ha un valore commemorativo e di trasmissione della memoria e della conoscenza di quello che è stato uno dei più sanguinosi conflitti sul territorio europeo del secolo scorso, troppo spesso oscurato, soprattutto grazie alla propaganda di stampo britannico, per non dover ammettere che è esistito all’interno di quel continente culla del diritto un vero colonialismo dello stampo più aggressivo e sanguinario che tante vittime ha generato e tanto dolore e risentimento ha lasciato nelle generazioni successive.
Lo stesso Tony Doherty dopo la morte del padre seguirà le orme di molti giovani della sua generazione entrando a far parte dell’IRA. Finirà in prigione quasi subito e lì imparerà a dominare la rabbia che aveva dentro di sé canalizzandola verso la lotta politica e rendendo onore alla memoria del padre facendosi promotore di una straordinaria campagna popolare per la verità che porterà quasi quarant’anni dopo il governo di Londra a dover ammettere la realtà dei fatti. Alle 14,45 del 30 gennaio 1972 un corteo di oltre 10.000 persone iniziò a marciare dal Creggan, un quartiere popolare quasi interamente nazionalista/cattolico, in direzione del centro di Derry. Poco più di un’ora dopo, all’ingresso nel Bogside, quattordici civili furono uccisi a sangue freddo da militari di Sua Maestà. Non vi fu alcuna provocazione da parte dei manifestanti, nessuna sassaiola, nessuna battaglia per le strade, solo una vile aggressione contro cittadini innocenti, tanto che nel 2010 il primo ministro britannico David Cameron in un discorso alla Camera dei Comuni passato ormai alla storia dovrà definire l’attacco “ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato”. Un parziale risarcimento ai familiari e a un intero popolo e un atto di giustizia che anche grazie al “piccolo di papà” Tony Doherty è stato possibile, anche se nessuno è mai stato processato per la strage di Derry. Gli esiti dell’inchiesta Saville, l’indagine governativa nella quale furono interrogati oltre 900 testimoni in sette anni, la più lunga della storia giudiziaria del Regno Unito e la pubblicazione del rapporto finale nello stesso anno mostra inequivocabilmente la realtà dei fatti. Qui si legge tra l’altro: “A causa dei colpi di arma da fuoco da parte dei soldati del primo battaglione Reggimento Paracadutisti durante la “domenica di sangue”, 13 persone sono morte e più o meno altrettante persone sono state ferite. Nessuna di queste costituiva una minaccia tale da causare morte o lesioni gravi”.
La storia che Tony Doherty ci racconta ha la forma di un commovente album di famiglia, con tanto di alcune foto, ma il suo lato più intimista e privato inevitabilmente non riesce a mettere in secondo piano lo sfondo storico e collettivo nel quale si inserisce. Il racconto di Tony ha inizio sei anni prima della fatidica e tragica data nella quale la vita del bambino cambierà per sempre.
La scansione temporale del racconto prende vita dalla metà degli anni 60, si dipana nei primi anni dell’infanzia di Tony, prosegue nel clima teso di guerra a bassa intensità che contraddistingue l’inizio dei Troubles nel 1968 fino al quel tragico 30 gennaio. Cresciuto nel sobborgo di Brandywell, un quartiere operaio di Derry, al tempo un vero e proprio ghetto segnato dalla povertà, dall’assenza di servizi e luoghi di aggregazione, Tony con l’innocenza dei bambini si trova con i fratelli e i piccoli amici a trovare emozionante la comparsa nelle strade del quartiere dei sangar, le fortificazioni erette dai soldati inglesi, giocando e scherzando con coloro che, come molti allora pensavano, avrebbero dovuto proteggerli dalle organizzazioni paramilitari lealiste e dalla RUC (Royal Ulster Constabulary), la polizia federale dell’Irlanda del Nord.
Le piccole sfilate per le strade con i tamburelli, la simulazione di una guerra tra giapponesi e americani fino alla costruzione di un piccolo rifugio su una collina, le finte guerre tra di loro a colpi di sassate e le altre marachelle dei bambini sembrano quasi un triste presagio di quella vera guerra che sarebbe ci stata da lì a poco con l’inizio dei Troubles. Il padre di Tony fa una cornice di legno ove attacca una rete metallica da fissare alla finestra dicendo al figlio che lo ha fatto “nel caso ci siano dei problemi”. Tony ascolta in casa una canzone di cui non capisce il significato scritta a supporto degli internati senza processo: “questo era il nome con cui chiamavano i prigionieri – ce l’aveva detto papà, erano internati, rinchiusi senza un giusto processo – anche se non ne capivo il motivo.”
L’irrompere nel piccolo vocabolario del bambino di parole nuove di cui non conosce il significato: “Tutte parole nuove per me, B-MEN, Ira, Informatore. Non avevo idea di cosa fossero”, il crollo del soffitto della casa, gli spostamenti nelle case in città di Tony e la sua famiglia tra Moore Street e Hamilton Street, quelli dei nonni che andranno a vivere nel Bogside, il tristemente noto quartiere cattolico di Derry salito alle cronache proprio per il Bloody Sunday e dove ancora oggi svetta il celebre murales con scritto “You Are Now Entering Free Derry”, memoria del periodo più cruento degli scontri, le prime sassaiole contro i soldati inglesi, il ferimento di uno di loro, le barricate in strada, l’arrivo del Natale, il padre che prende a pugni un sodato, le sue liti con la madre perché lei aveva dato da mangiare a uno di loro, fino alla tragica e cruenta morte di un compagno di scuola di Tony, il piccolo Damien Harkin al quale il libro di Doherty è dedicato, sono questi gli eventi che accompagnano l’infanzia del “piccolo di papà”, un bambino che la attraversa con l’innocenza e l’inconsapevolezza tipica della sua età, arrivando a scherzare con un soldato con il quale parla di calcio, sprazzi di umanità come in ogni conflitto che ci dicono che le guerre come sempre vengono decise dall’alto. Riflessioni che Tony Doherty ha sedimentato dentro di sé fino all’età adulta e che lo porteranno a ricomporre frammenti di vita e emozioni rimosse, facendo rivivere l’immagine dell’amato padre e arrivando a una consapevolezza più generale sulla sua terra martoriata per anni dal conflitto: “In Irlanda, soprattutto nel nord, tendiamo a considerarci parte di una o l’altra delle due comunità che ci abitano e a pensare che sia sempre stato così, in base a una sorta di pensiero razziale”.
La triste ironia di questa terra divisa si ha nella vicenda dello zio di Tony che si arruolerà nel Reggimento Paracadutisti, quello che sparerà sulla folla pacifica e anche se non sarà lui materialmente a farlo il valore simbolico di questa piccola vicenda familiare non può passare inosservato come non lo deve essere il poter trovare il valore delle cose che uniscono per evitare il procrastinarsi dell’oppressione e della violenza, magari partendo banalmente dalla comune passione di un bambino nato in Nord Irlanda e di un soldato britannico per le squadre di calcio inglesi, come raccontato da Tony in questo toccante libro-documento. Sembra vederlo Tony Doherty mentre gioca a biglie con gli altri bambini e da uno di loro verrà a sapere dell’uccisione del padre, alla cui cosa non vorrà credere, iniziando un monologo interiore sulla base delle notizie e degli scambi di sguardi che cerca di intercettare nei familiari: “Non le ha detto che è vero, non le ha detto che è vero” ripete dentro di sé come un mantra, fino al giorno del funerale con le 13 bare allineate (l’ultima vittima morirà qualche mese dopo), in una giornata sotto la pioggia che cade a dirotto e i ricordi di Tony: “La messa iniziò. Io non sentii nulla, se non la pioggia battente fuori. Non percepii nulla, se non freddo e umidità dentro di me.” Oggi Tony Doherty, dopo aver conosciuto anche il carcere, lavora per l’Healthy Living Center Alliance e per la riforma del sistema sanitario pubblico nordirlandese, perché le lotte per i diritti e la giustizia sociale non hanno mai fine.
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