di Simone Bachechi

La famiglia, alfa e omega di ogni società, suo nucleo fondamentale; centro d’irradiazione di interessi e affetti per una specie, quella umana, tipicamente sociale, e che secondo tale visione non può quindi che rispecchiare nelle proprie virtù, storture e aberrazioni. Questo sembra essere il tema fondante di No Other Choice, l’ultimo film del regista sudcoreano Park Chan-Wook già presentato in concorso all’ultima del Festival del Cinema di Venezia e da poco uscito nelle nostre sale.

Titolo antifrastico se si volesse attribuire al film un qualsivoglia messaggio morale. Quel “non c’è altra scelta” che ricorre come un mantra in diversi momenti del film da parte di diversi interpreti e con occorrenze diverse potrebbe volerci dire in senso opposto che invece c’è sempre la possibilità di un’altra scelta rispetto alla deriva morale, al darwinismo sociale e alla violenza (tutte tematiche del film), questo se cercassimo appunto una funzione o messaggio di tipo morale nell’opera del regista, cosa che del resto non è lecito aspettarsi, quantomeno in modo diretto da alcuna opera d’arte, non solo cinematografica, né tantomeno da quelle di Park Chan-Wook il quale  invece come nelle sue precedenti prove non ci mostra “il dover essere”, non è interessato a un messaggio politico ma alla rappresentazione di una realtà e sua messa in scena filmica che con la sua particolare linea poetica è resa sullo schermo in una modalità costruita per eccesso, crudamente grottesca e distorta, con impressionanti cortocircuiti, del resto il medium artistico questo fa: per catturare l’attenzione sulla realtà, e magari riuscire a cambiarla, deve servirsi dello straniamento, sia esso catartico, perturbante o ipertrofico come nel caso del cinema dell’autore coreano nel quale se vi è un messaggio “politico” questo vi è inserito surrettiziamente.

Lo ha fatto  nelle sue opere precedenti, da ricordare la sua “Trilogia sulla vendetta” composta da Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) con il quale ha vinto Il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, e Lady Vendetta (2005), e ha continuato a farlo (rappresentarlo) con No Other Choice, film del quale ha confessato una lunga gestazione, ben diciassette anni. Il film è dedicato a Costa-Gravas, il regista greco autore di Il Cacciatore di teste, del quale è ricorso nel 2025 il ventennale dell’adattamento del romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake dal quale è tratto anche No Other Choice.

La famiglia, dunque, nucleo fondante della società e del film di Park Chan-Wook. Sul suo quadretto idilliaco si apre la narrazione. Nel giardino di una villa immersa nel verde dell’ondulato paesaggio coreano il capofamiglia Man-Soo incarnato dal divo Lee Byung-Hun, già celebre per la serie tv cult Squid Game, chiama a raccolta i suoi cari per il classico barbecue domenicale confessando loro la sua assoluta devozione e indissolubilità del legame, in un’immagine che li ritrae dall’alto nel quale i suoi sei componenti (moglie, marito, due figli e due cani) sono raccolti in un caldo abbraccio che rispecchia la perfezione e che fa allo stesso protagonista dire:  “Ho tutto quello che desidero”. È chiaro che qualcosa si dovrà rompere, come avviene in un’analoga ambientazione nel celebre incipit di uno dei più bei film dell’indimenticato David Lynch, Velluto blu, nel quale in una simile scena da giardino e in una giornata splendente di sole e colori il padrone di casa intento a innaffiare le piante è improvvisamente colpito da un malore e la cinepresa contemporaneamente si sposta sull’erba di quel giardino sotto la quale fa la comparsa un orecchio che pullula di creature vermicolari.

In No Other Choice l’improvviso e il perturbante si manifesta sottoforma dell’avvenuto licenziamento di Man-Soo, ingegnere e capo reparto dell’azienda cartaria nella quale è stato impiegato per 25 anni. La multinazionale americana che ha da poco acquisito l’azienda ha deciso un taglio del 20% della forza lavoro. Nella percentuale è incluso anche lui, il quale vagamente sindacalizzato e in un estremo tentativo di resistenza cerca di solidarizzare con alcuni suoi compagni di lavoro e opporsi rivendicando le sue ragioni ai manager della multinazionale in visita allo stabilimento, i quali sgommando via sui loro mastodontici Suv dai vetri oscurati ribattono che “non c’è altra scelta”. L’evento  traumatico porta con sé come nella precedente filmografia del regista la corruzione e lacerazione psichica del protagonista che anche in questo caso, coerentemente alla linea stilistica di Park Chan-Wook, ha esiti parossistici, stordenti e le stesse vette iperboliche delle opere della Trilogia della vendetta  o di un film quale I’m a Cyborg, But That’s Okay. Se in opere come le citate l’origine del trauma sembra essere di tipo endogeno e proprio per questo misteriosamente inestirpabile e necessario, in No Other Choice la stessa sembra avere cause esogene, insite nella società, nei fatti quella turbocapitalista e iper-competitiva coreana (ma non solo) dei giorni nostri verso la quale il cineasta ha da sempre rivolto la sua analisi spietata.

Il problema è ordinare il caos che si è creato. Il licenziamento comporta l’annichilimento dell’identità del paterfamilias e la sua stessa esistenza in seno alla famiglia stessa (e probabilmente anche fuori), come quella stessa del nucleo al quale tramite il riconoscimento virtuoso ma per molti verso virtuale della sua figura istituzionale morale e economica è stato delegato tutto il sé. La bella casa costruita con tanti anni di sacrifici è messa in vendita, l’abbonamento a Netflix dei bambini disdetto, i due cani dati in affido ai genitori della moglie di Man-Soo su stessa decisione della donna (Son Ye-Jin), perché “ci sono troppe bocche da sfamare” come osserva Mi-Ri.

È curioso, ma non troppo, che in una fattispecie simile, quella del licenziamento dell’uomo e capofamiglia, a prendere in mano le redini della situazione e della razionalizzazione delle prerogative dell’azienda-famiglia sia la donna, da inquadrare in tal caso nel microcosmo familiare nel tipico ruolo di gestrice dell’economia domestica, questo mentre l’uomo inizia a programmare (vedremo in che modo) il suo rientro nel mondo del lavoro e intanto cura i suoi bonsai, attività questa altamente simbolica per il legame ma anche il contrasto che vi è tra la carta e gli alberi. Man-Soo per lavoro distrugge gli alberi e nel tempo libero li ricrea pur modellandoli, tagliandoli, piegandoli, impedendogli di crescere, quello che simbolicamente è il modo di Man-Soo di vedere la famiglia: un gesto amorevole ma anche violento, affetto e controllo insieme e soprattutto difesa della propria identità. Per questo il protagonista è disposto a tutto e lo confessa: “Per provvedere ai bisogni della mia famiglia farei qualsiasi cosa”. Non sembra però disposto, visti i rifiuti ricevuti ai colloqui di reimpiego nell’industria cartaria, a valutare altre alternative come gli suggerisce la moglie Mir-Ri quali trovarsi lavoro in un bar, infatti individua un nuovo impiego presso una nuova azienda cartaria che gli potrebbe permettere di acquisire di nuovo il suo status sociale, familiare e la propria identità. Il problema è la concorrenza, un solo posto per più candidati. Gli stratagemmi per arrivare al risultato sono i più macbettiani possibili: l’eliminazione vera e propria, quindi fisica, dei propri avversari e omologhi.

Ed è qui che la voce filmica autoriale mette il suo timbro prendendosi il film. Allo stato di totale sfasamento psichico e identitario del protagonista l’unica soluzione è il grottesco, l’assurdo delle azioni messe in atto, tre omicidi, due diretti e uno indiretto dei concorrenti, il tutto condito dalla salsa ironica, a tratti schizofrenica del gesto sanguinario che hanno fatto apprezzare l’eccentrica poetica di Park Chan-Wook anche a Quentin Tarantino, la macrosequenza granguignolesca del primo omicidio potrebbe stare benissimo in un film come Le Iene. I vari stratagemmi messi in atto da Man-Soo per arrivare al risultato grazie a una messinscena virtuosistica e vertiginosa dal ritmo stordente ma sempre ben controllato disegnano lo scenario di un vero e proprio gioco al massacro per una commedia nera (anzi nerissima) nella quale è proprio la macchina filmica con il suo stile a creare quel distacco che lascia stupiti, in modo intelligente e dirompente, con le domande inevase che inevitabilmente un film di questo tipo lascia in sospeso e che rimandano al suo titolo, se cioè vi possa essere un’altra scelta.

La domanda è se alla logica implacabile della competizione, della sfrenata difesa della propria identità, sia individuale che sociale, della distruzione sociale e ambientale (emblematica è prima dei titoli di coda la sequenza nella quale enormi alberi vengono tagliati per l’industria cartaria) vi sia un’altra possibilità. Gli sforzi dagli esiti cruenti, per molti versi patetici e ridicoli (perché si ride anche in questo film di Park Chan-Wook) del protagonista, un essere umano che in fondo cerca solo di sopravvivere (ma a che prezzo) e per il quale come in ogni opera d’arte che si rispetti non è necessario attribuire un valore morale e lo si può guardare semmai con un mix di compassione e simpatia, direbbero che ci deve necessariamente essere un’altra possibilità, ma trattandosi solo di un film basterà lasciarsi trascinare dalla bellezza delle immagini, divertire dai dialoghi e riflettere sui temi di questa commedia e tragedia, due generi mirabilmente composti dal regista nel film, un po’come accade nella vita, e magari interrogarsi e riflettere, non senza un filo di angoscia, sullo stato dell’arte della nostra società, nel suo microcosmo e nel suo macrocosmo.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati