Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto da “Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa” di Antonio Vesco (Tamu / Tangerin)

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Naturalmente la mafia siciliana è innanzitutto un fenomeno concreto, un insieme di organizzazioni criminali delle quali, per un certo periodo di tempo, Cosa nostra è stata la più importante. Tuttavia essa è anche una questione sociale di carattere nazionale e un elemento importante dell’Italia immaginata. Come le diverse componenti delle nazioni studiate da Anderson, anche le mafie non esistono solo «naturalmente», ma sono al tempo stesso costruzioni culturali e politiche che assumono contorni reali nella misura in cui vengono pensate e riconosciute collettivamente. E la mafia – o meglio, la sua costruzione sociale e la sua rappresentazione pubblica – ha una funzione essenziale nell’edificazione di un sentimento nazionale: contribuisce a definire identità, confini simbolici, appartenenze e differenze, sia pure in negativo. Anderson attribuisce alle nazioni due caratteristiche fondamentali: esse «affiorano sempre da un antichissimo passato [e] scivolano verso un futuro senza limiti». Allo stesso modo, a dispetto della celebre profezia di Giovanni Falcone che ne decretava la finitudine, le mafie appaiono come entità eterne, profondamente radicate come sono nell’immaginario del paese, incessantemente riprodotte attraverso i media e il discorso pubblico. Le diverse mafie italiane sono immaginate almeno quanto sono concretamente operative. E vengono immaginate da un’intera popolazione che, per fare i conti con la propria identità, addossa al Mezzogiorno il Male che esse rappresentano. Alimentando al contempo l’orgoglio e il senso di colpa nazionali, il desiderio di redenzione collettiva e quello di distinzione morale da territori più «colpevoli» di altri. La mafia è quindi più di un fenomeno criminale e di una questione politica: è un dispositivo simbolico. E la stessa antimafia si struttura come un potente meccanismo di identificazione attraverso l’opposizione a quel dispositivo.

Veicolato e reinterpretato dal flusso di immagini e rappresentazioni che attraversano i media, il simbolo mafia opera al tempo stesso come un vero e proprio brand: da questo punto di vista è significativa la diffusione di progetti imprenditoriali di vario genere – dal cinema ai videogame, dalla ristorazione alla moda – che all’ambiguità del marchio mafioso devono la propria credibilità e il successo dei propri prodotti. Vero e proprio stigma che grava sulla reputazione pubblica del paese, la mafia investe – sia pure in forme diversificate tra i diversi territori – l’intera comunità nazionale.

Nel comprendere i processi di elaborazione collettiva del discorso pubblico sulle mafie, dobbiamo poi tenere in considerazione anche un altro tratto distintivo dell’Italia: l’antimafia, nella sua declinazione giuridico-giudiziaria ma anche di lotta sociale e civile. La storia del movimento antimafia e l’elaborazione di strumenti legislativi e giudiziari di contrasto al crimine organizzato costituiscono infatti un modello per diversi paesi del mondo. Come la mafia, anche l’antimafia è uno dei prodotti più noti del Made in Italy. Il richiamo agli elementi simbolici e culturali in grado di costruire comunità nazionali ben delimitate e affiatate è opera anche di altri studiosi, da Eric Hobsbawm e Pierre Nora a Anthony Paul Cohen, per citare i più noti. Ma il lavoro di Anderson individua alcuni elementi a mio avviso decisivi che ritroviamo nella costruzione pubblica di una memoria antimafiosa. Nel passo forse più celebre del suo libro, leggiamo:

In fin dei conti, è stata questa fraternità ad aver consentito, per tutti gli ultimi due secoli, a tanti milioni di persone, non tanto di uccidere, quanto di morire, in nome di immaginazioni così limitate [le nazioni]. Queste morti ci portano drammaticamente di fronte al problema centrale legato al nazionalismo: come possono gli avvizziti ideali della storia recente (poco più di due secoli) generare un tale colossale sacrificio? Credo che l’inizio di una risposta stia nelle radici culturali del nazionalismo.

Inutile dire che non è in nome della nazione che eroi e vittime di mafia si sono e sono stati sacrificati, ma piuttosto in nome di quello che nel dibattito pubblico si fa sempre coincidere, come abbiamo visto, con lo stato; e che costituisce più precisamente un’ideale di democrazia e di giustizia costruito nel corso di tutta la storia repubblicana. Non si può non avvertire, nelle parole di Anderson, l’eco dei sacrifici che fondano la retorica dell’antimafia contemporanea, nata dopo le stragi dei primi anni ’90 e oggi in profonda crisi identitaria perché il suo «nemico» ha subito profonde trasformazioni e avrebbe bisogno di essere re-immaginato per evitare i cortocircuiti delle logore retoriche antimafiose. Per lungo tempo il concetto di mafia è stato associato esclusivamente ai territori del sud Italia. La mafia è infatti uno dei principali elementi che spiegano lo sguardo essenzializzante e orientalizzante con il quale ancora oggi da nord si guarda a sud: un meccanismo di costruzione dell’Altro che ha contribuito a rafforzare i confini simbolici interni allo stesso territorio nazionale. Questo processo appare evidente se si prendono in considerazione le retoriche utilizzate dai mezzi di informazione – e talvolta anche dal discorso scientifico – per descrivere la presenza delle mafie nelle regioni del centro e del nord Italia. Contagio, trapianto, infiltrazione e simili: sono tutte metafore di origine medico-sanitaria che hanno la funzione di evocare l’idea di un elemento malato (proveniente da sud) che attacca un organismo considerato altrimenti sano (la società del nord). «Criminalità immaginate» non va ricondotto dunque alle «comunità immaginate» di Anderson per quel che riguarda lo specifico dispositivo nazionalista, ma in relazione a un più ampio meccanismo culturale che sta dietro all’immaginazione di una comunità nazionale: la mafia è un fenomeno che contribuisce a definire e ridefinire costantemente, da un lato, l’identità italiana tutta, dall’altro, i rapporti interni al paese, e cioè tra le sue varie parti – specie lungo l’immaginario asse nord-sud.

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