di Simone Bachechi

Che sia o meno la voce della nuova letteratura, come ci dice Bret Easton Ellis nella quarta di copertina del primo libro di Honor Levy, scrittrice ventinovenne di LA, California, dal titolo (appunto) Il mio primo libro (Mercurio 2025, pagine 213, euro 18,00, traduzione di Chiara Manfrinato), stesso giudizio che su Easton Ellis formulò Norman Mailer (ma si sa tra scrittori spesso ci si vezzeggia e gli strombazzamenti a fini commerciali sono una caratteristica del mercato editoriale a qualunque latitudine) sarà da vedere, e magari  potremo trovarne conferma con il suo ipotetico “secondo libro”. Già, perché magari proprio in questo modo la giovane scrittrice californiana deciderà altrettanto provocatoriamente come fatto con la sua opera di esordio di titolare la sua seconda possibile prova letteraria.

Honor Levy è stata da poco in tour nel nostro paese per promuovere il suo “primo libro” uscito da noi lo scorso settembre, libro che l’ha fatta definire anche “la voce online della sua generazione” (la sua è la Generazione Z), per effetto di quell’ansia classificatoria che cerca di catturare un certo spirito dei tempi (sempre che ne esista uno), lo stesso che in letteratura ha issato qualche decennio fa il già citato Bret Easton Ellis a pittore della realtà distorta e violenta dell’America degli anni Novanta del secolo scorso con il suo American Psycho. Da dire che Dostoevskij due secoli fa non avrebbe mai pensato di intitolare i suoi romanzi numerandoli, ma appunto si parla di due secoli fa (e di Dostoevskij).

Un’ansia da serialità che verrebbe da dire potrebbe rispecchiare quella che si respira in gran parte dei prodotti letterari che si leggono oggi, sennonché quando un libro come quello dell’esordiente e nemmeno trentenne Honor Levy fa la comparsa ne saremo (leggendolo) in qualche modo scossi, interrogati, messi di fronte a un mondo che al netto dei salti generazionali abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni in una pericolosissima deriva che incombe soprattutto sulle nuove generazioni della quale forse ancora non ci siamo ancora resi pienamente conto, e che solo la parola letteraria più di qualsiasi altra scienza o narrazione, anche grazie allo stile percussivo di una mente che vi è cresciuta in seno a quel mondo, ha il pregio di svelarci, un po’ la stessa cosa che il compianto David Foster Wallace ci ha detto nel suo mirabile saggio-prolusione di Questa è l’acqua: “Quella cosa che è così nascosta e così in bella vista”, o se vogliamo lo stesso concetto della celebre  lettera rubata di Edgar Allan Poe.

Il primo libro di Honor Levy è uno strano oggetto che possiamo (semplificando) collocare nel genere racconti, ma è un ibrido tra saggio socio-linguistico, istantanea e romanzo di formazione o distruzione e autodistruzione di una generazione, la Z dicevamo, anche se come l’autrice ci dice in un breve passaggio:

“Il concetto stesso di generazione fa il gioco del capitalismo: incoraggia l’emergere di nuove identità al solo scopo di sfruttarci, dividerci e venderci cose”.

Ogni corrente letteraria o ogni libro è in fondo figlio del suo tempo, poi ci sono quelli che traversano ogni tempo e ogni epoca, e sono i grandi capolavori e i classici, che appunto sono fuori dal tempo. Questo primo libro di Honor Levy è invece lo specchio distorto mirabilmente dall’abile e ironica voce letteraria dell’autrice di una generazione nata dopo l’avvento di internet e cresciuta coi videogames, i social network, la generazione del copia incolla e di Wikipedia, fino all’intelligenza artificiale.

La tradizione letteraria nordamericana è stata del resto sempre fedele a quel realismo che è riuscito a raccontarci il mondo e la società nella quale viviamo in un dato periodo, attingendo a quelle pur discutibili classificazioni per generazioni. Viene in mente in proposito a decenni di distanza e sempre in territorio americano, in parallelo al libro di Honor Levy, un testo che è diventato un classico quale Generazione X di David Coupland, volume uscito in nuova edizione da poco presso di noi da Accento edizioni e che racconta la vita di tre superstiti che analizzano i detriti della cultura occidentale mentre si sfalda davanti ai loro occhi, libro che è anche la fotografia della realtà americana degli anni Novanta, o tornando alle nostre latitudini come non ricordare la comparsa sulla scena dei cosiddetti “cannibali”, gruppo di scrittori che riuniti intorno al progetto di Einaudi Stile Libero diede vita alla celebre raccolta Gioventù cannibale della quale ricorre quest’anno il trentennale, e che è riuscita a cogliere la temperie di un’epoca. Questo per dire quanto un libro di fiction o ibrido che sia come sembra vada oggi molto per la maggiore, riesca a dirci qualcosa di quello che stiamo attraversando e dell’aria che stiamo respirando.

Tra il saggio e la fiction Il mio primo libro ci dice dello stato dell’arte della società e del mondo che ci circonda. Per alcuni tratti sembra proprio di leggere il già citato David Foster Wallace, tante schegge di verità che si frammentano in mille direzioni e significati e significanti diversi, con la caratteristica e il pregio di riuscire a dire cose che potrebbero essere dette in una forma specialistica, sociologia o programmazione linguistica da manuale ecc… invece che in una forma narrativa che rende le stesse tematiche più appetibili e comprensibili, abbia essa la forma di un romanzo o di una raccolta di racconti, e il libro di Honor Levy è un po’ ambedue. Le storie infatti si intersecano l’una con l’altra e rimandano ai vissuti individuali degli strani, alienati ma per molti versi tenerissimi personaggi, formando pure nell’autonomia dei singoli racconti delle tessere di un mosaico che assomiglia a un romanzo.

Uno dei topos che emerge dalle varie narrazioni è l’ansia, lo smarrimento, la ricerca di identità e di autentici contatti umani e di una possibile felicità di una generazione cresciuta con lo smartphone in mano, affranta dalla disperazione e dalla solitudine correlata di chi ha tutto a portata di schermo ed è abituata a vivere in un eterno presente come è la realtà che viene veicolata dopo l’avvento della rete, prima che questa cambiasse il modo stesso di percepire il mondo, rischio al quale sono soprattutto soggette le nuove generazioni con l’inflazione gigantesca di informazioni e di stimoli che rischiano di mettere a repentaglio la libertà individuale con un non secondario e latente intento moralistico e l’effetto di micidiali cortocircuiti:

“Nelle note che ho sul telefono c’è un vero e proprio libro di auto aiuto scritto da tutti quelli che ho letto e conosciuto ed è pieno di contraddizioni, troppi consigli da seguire, troppe vite da vivere, troppe massime e metafore, regole da seguire e regole da infrangere, vere contrazioni, strani loop”(pag. 55)

Honor Levy tratteggia senza auto indulgenze, in modo ironico, un mondo iperconnesso e iperperformativo nel quale il reale è sempre più virtuale, nel quale sempre più spesso purtroppo la realtà stessa sembra obbedire alla regola del 2+2=5 e nel quale la stessa memoria sembra essere soggiogata a una riprogrammazione neurolinguistica. Un breve inciso ce lo spiega bene:

“I suoi ricordi sono per lo più meme”

Storie di giovani donne e giovani uomini e delle loro relazioni sociali ai tempi di internet nel mondo occidentale e ormai sempre più globale del quale facciamo parte. Storie che non mancano di affrontare tematiche drammaticamente importanti come quelle di un aborto, del rapporto con le nuove droghe in Il mondo nella scatola da scarpe, un amore nato online nel primo e contundente racconto dal titolo Una storia d’amore, l’educazione sentimentale di una adolescente dei giorni online come in Una ragazza su internet, ma anche degli illuminanti riferimenti storici che servono a parlare dei giorni nostri come in La galleria degli specchi nel quale si parla appunto delle celebre galleria degli specchi della reggia di Versailles fatta costruire da Luigi XIV per soddisfare il suo narcisismo, e tornando più propriamente ai giorni nostri con Halloween per sempre, quasi un sunto di questi nostri tempi deviati, un po’ come la festa di Halloween appunto, qualcosa di divertente e spaventoso allo stesso tempo, ma anche l’incontro con un soldato mormone alla fine della civiltà e l’evocazione di una divinità atzeca. Il senso di catastrofe imminente è sempre presente nel primo libro di Honor Levy e si esprime in un gergo giovanile appreso e interiorizzato dal web e che si è transustanziato nelle stesse relazioni sociali e affettive che si creano, improvvise, occasionali e, che pure rivendicano un inesausto bisogno di ascolto e condivisione che si esprime in parole incomprensibili, neologismi, che fatalmente va perduto alla velocità della luce creando cortocircuiti linguistici e esistenziali a costante rischio nevrosi o paralisi e che fa dire alla voce smarrita di uno dei personaggi:

“Clicchiamo ipervelocemente, clic, clic, video di sei secondi, impariamo, dimentichiamo, corriamo, ci abbuffiamo, ci depuriamo, facciamo, facciamo, facciamo, facciamo. Se andiamo così veloce e se facciamo così tante cose è perché sappiamo che la fine è vicina”

Questo determina dei veri e propri cortocircuiti e prigioni:

“Le nostre bolle sono prigioni che ci isolano, a crearle sono gli algoritmi, mani invisibili, poteri che esistono e sempre esisteranno”, temi che mettono in gioco la nostra identità sempre più congelata in una specie di Sindrome di Stoccolma: L’identità è una prigione svedese, è confortevole ma non possiamo uscirne”

Il tema stilistico nel primo libro di Honor Levy si fonde a quello sui contenuti, perché è lo stile che costituisce la cifra di un’opera letteraria e ne trasmette il segno, in questo caso frammentato, frattale, martellante, contundente, volatile e allucinatorio, come quello dell’era digitale e dei nuovi linguaggi, tanto da farci cercare il significato di “basato” o “cringe” o domandarsi cosa sia un “twigger warning”, un vero e proprio nuovo dizionario che obbedisce alle regole non regole del parlato dei college dei giovani americani di oggi, ma potremmo dire del linguaggio giovanile di ogni dove, un’evoluzione (o involuzione) del linguaggio che dice molto di come il linguaggio stesso e la nostra percezione della realtà si trasformi in un mondo che di pari passo è in continua trasformazione lasciandoci smarriti:

 “Stiamo creando il mondo in cui viviamo attraverso il nome che diamo alle cose, e il nostro mondo cambia più velocemente che in passato”… “una società deterministica controllata dagli algoritmi”

In tale scenario uno dei temi dirimenti risulta essere quello della democrazia linguistica, che rischia di coincidere con quello della democrazia tout-court, con l’annoso problema della proprietà dei mezzi di produzione, in tal caso linguistici, mettendo in gioco il fatto di chi li possieda, quindi detenendo il potere, oggi l’algoritmo che ne detiene i segreti a scopo di mercato/potere/controllo, fino a prospettare paradossalmente e in modo tragicamente ironico dagli echi cyberpunk una possibile via d’uscita:

“La piena automazione potrebbe essere divertente. Magari assisteremo alla fine. Magari assisteremo all’inizio. Magari anche a noi toccherà una guerra. Una guerra coi droni! Una guerra come quella dei videogame a cui giocavano i nostri fratelli maggiori dopo la scuola”. Quanto di più (ahinoi) tragicamente attuale?

A fronte di questo strapotere l’argine può essere come un’autrice come Honor Levy dimostra con questo suo primo libro, quello della libertà della parola letteraria contro ogni forma manipolatoria, fiction ma anche saggio sociologico dicevamo, critica alla società dei consumi nell’era dell’intelligenza artificiale, mini trattato di linguistica e resoconto esistenziale di una generazione. Honor Levy dicendoci della rivoluzione linguistica e esistenziale operata dalla rete ne rappresenta in modo plastico la manifestazione stilando in un modo scintillante e ironico persino una sorta di miniglossario che compare nel capitolo (definiamolo in questo modo) Z come zoomer, un vero e proprio dizionario a uso dei più giovani dei nostri giorni che testimonia l’evoluzione-involuzione e comunque trasformazione se non vero e proprio stravolgimento dei canoni linguistici; il martellamento di frasi brevi e brevissime per un’utenza soggiogata alla velocità e alla mancanza di reali orizzonti, canoni linguistici ben oltre una riconosciuta e riconoscibile paratassi, una nuova grammatica che ricorda un po’ quanto già prospettato in modo rivoluzionario per i suoi tempi dal Finnegan’s Wake di James Joyce, il quale forse aveva già colto da grande visionario e con tutto il suo genio letterario, pur non arrivando a immaginare una comunicazione fatta di meme, emoticon e troll, “uno spirito dei tempi”, e aveva avuto la lungimiranza di capire il destino del linguaggio e delle storie che tramite di esso vengono veicolate, forse il destino stesso della letteratura?

Una domanda che varrà la pena porsi leggendo il libro di Honor Levy sarà dunque: che fine ha fatto il linguaggio? Ma anche: se questo è lo stato delle cose, che gusto c’è a vedere come siamo fatti e vedere noi stessi in uno specchio (pur distorto)? e l’altrove? la trascendenza? Del resto il realismo americano, spesso ipertrofico, ha un suo peso specifico e il primo libro di Honor Levy è una presa  diretta sul nostro mondo, seppure in  modo trasfigurato, da parte di una mente acutissima e una penna ironica e esplosiva che racconta di un mondo allo sfacelo, come sempre del resto, ma forse oggi ancor di più nell’era di internet e delle verità contraffatte, dell’alienazione linguistica, sociale e culturale di una generazione perduta, disillusa, alle prese con la politica, la natura, il lavoro e l’amore e senza apparenti prospettive tranne quelle della solitudine tecnologica, un incubo che un libro come quello di Honor Levy cerca a suo modo di esorcizzare come testimoniano le cinque pagine di ringraziamenti finali per un libro che è molto di più di prodotto individuale, sembra volerci dire, e deve essere riconosciuto come frutto di un lavoro collettivo, e in ogni caso la testimonianza di un innato un bisogno di comunità e contatti autentici che anche una giovane scrittrice con il “suo primo libro” ha voluto trasmetterci. Sarà da capire cosa Honor Levy con il suo possibile “secondo libro” saprà dirci ancora, al di là delle appartenenze generazionali, qualcosa di più su dove siamo e dove stiamo andando (se stiamo andando da qualche parte), e se l’ironia e l’autoironia felice delle pagine del suo primo libro, tanto da portarla a dire “Da adulta controllerò i media o le banche, ma prima studierò Letterature comparate o Comunicazione digitale o Nietzsche come ha fatto mio fratello alla New York University”, sarà appunto un‘arma di difesa che ci farà ancora sorridere e riflettere, o se malauguratamente anche una giovane e promettente scrittrice americana non sarà scomparsa dalla circolazione della bolla letteraria e sarà stata ingoiata dalla rete, o magari cooptata e assunta da qualche big tech della Silicon Valley nei pressi della quale è nata e cresciuta.

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