Si inaugura oggi la 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Pubblichiamo un articolo di Nicola Lagioia apparso su Robinson – la Repubblica, ringraziando la testata.
Il 2 marzo del 2014, al Dolby Theatre di Los Angeles, Gravity di Alfonso Cuarón vinse 7 premi Oscar. Mentre il regista messicano parlava emozionato in diretta planetaria, in Italia sei individui si scambiavano sms entusiastici nel cuore della notte. Ognuno si domandava se fosse lecito telefonare a una settima persona, il capitano della squadra di cui facevano parte. Magari lui stava dormendo. Ma come poteva dormire chi aveva propiziato la prima uscita pubblica del film più celebrato della stagione?
L’estate precedente, questi individui facili alle emozioni avevano trascorso diversi mesi insieme. Confinati in una lingua di terra tra la laguna veneta e l’Adriatico, avevano condiviso sedici ore su ventiquattro di ogni santo giorno. Ognuno era stato costretto a conoscere tutto delle abitudini altrui, facendo esperienza persino del sonno dei propri sodali. I sei dormivano nello stesso albergo, il caldo imponeva le finestre aperte nel corso della notte, e il rilasciamento dei tessuti dovuto all’età portava alcuni di loro a russare. Soprattutto, questi coraggiosi avevano visto insieme oltre mille film. In laguna ci erano arrivati in qualità di selezionatori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Erano stati tra i primi a vedere Gravity. Con il loro direttore avevano fatto sì che questo quasi-film muto inaugurasse la Mostra. L’edizione avrebbe raccolto apprezzamenti dalla stampa internazionale mentre una parte della critica italiana l’avrebbe stroncata perché troppo elitaria, provocando un travaso di bile nell’ultimo arrivato tra i selezionatori, che all’incapacità del proprio paese di difendere quel poco che funziona non aveva fatto il callo.
Oggi non sono più parte in causa, e manifesterei in modo più libero il mio disappunto. Ma a dire la verità non c’è critica che pareggi il privilegio di essere tra quelli che scendono in campo. Che ti importa di un signore che fischia in tribuna se fai parte della squadra?
Ho lavorato come selezionatore per la 70a, la 71a e la 72a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, trascorrendo al Lido tra le estati più felici della mia vita. All’inizio del 2013 al direttore Alberto Barbera mancava un elemento per completare la squadra. Accarezzò l’idea di aggiungere uno scrittore ai critici cinematografici che già la componevano. Mi telefonò, mi chiese che impegni avessi per l’estate.
A marzo, Barbera e la sua assistente Angela Savoldi mi presentarono i colleghi: Bruno Fornara, Marina Sanna, Mauro Gervasini, Oscar Iarussi, Giulia d’Agnolo Vallan, cui si sarebbe aggiunta Angela Prudenzi. Mi bastò andarci a pranzo per capire che la loro mostruosa competenza (stiamo parlando di gente per cui la tigre della Malesia è il regista Tsai Ming-liang) non andava a discapito di convivialità mediterranea, luterano spirito di sacrificio, cameratismo da setta dei poeti estinti. Non ci fu rito di iniziazione, ma era lampante come il padre nobile del gruppo fosse Alexandre Dumas: uno per tutti, tutti per uno. Iniziarono così i lavori di “selezione”. Ci saremmo sgranchiti le ossa con la visione di circa cento film nella sede romana dell’Anica prima di trasferirci tutti, sul far di maggio, al Lido di Venezia.
Il Lido è un luogo particolare. La morte a Venezia non è ambientata a Venezia ma proprio al Lido, e se ci arrivi in primavera capisci perché. Non dico che il Lido sia un posto macabro, ma ha del trascendente. L’aria è trasparente. Il liberty ovunque. La salicornia e il giunco crescono intoccati sotto il sole. La linea piatta del lungomare ogni tanto si interrompe: un nonuagenario porta a passeggio il cane. In questa atmosfera da Campi Elisi, libera dai turisti, si erge il Palazzo del Cinema. Fare il selezionatore qui significa avere un’intera isola a disposizione. Potresti davvero sentirti in un romanzo di Thomas Mann, se non fosse che c’è da lavorare.
Alla mostra veneziana chiunque può presentare un film. Questo alla gente sfugge. Basta pagare una tassa sui cento euro. Una cifra superabile non solo per la 20th Century Fox, ma anche per due oscuri adolescenti della provincia canadese che hanno finito di girare il loro primo film in smarphone, e ai quali basterà rompere il salvadanaio per costringere dei seri professionisti immersi nell’aria salmastra a visionarlo, discuterlo, votarlo. In questo modo, ogni anno, ho maneggiato coi miei colleghi poco più di mille film provenienti da tutto il mondo. Nessun’opera è ignorata. A ognuna è data una possibilità. Una fatica improba (“solo fino al duecentocinquantesimo film!”, è la risposta del selezionatore al tormentone con cui lo incalzano i conoscenti: “fai il selezionatore a Venezia? Che ficata!”), ma è in questo modo che puoi davvero scoprire talenti nuovi. Chi conosceva Kim Ki-duk prima che approdasse al Lido?
Per molto tempo, nelle mie estati di selezionatore, sono andato a letto presto. Sveglia alle sei del mattino. Mi bastava aprire la finestra per ammirare, incorniciato nella finestra della stanza accanto, il selezionatore Iarussi alle prese con la terza sigaretta meditativa della giornata. A ciascuno il proprio rito. Ore sei e mezzo: andavo a correre ai Murazzi, una passeggiata meravigliosa a due passi dal mare. Alle nove meno cinque eravamo in sala proiezione. Da quel momento fino a notte, avremmo masticato solo cinema. Vedevamo film fino a ora di pranzo. Discutevamo dei film visionati mangiando un’insalata, quindi di nuovo in sala. A cena: ancora discussioni sui film visti, ma sempre in un’atmosfera di festosa accettazione del nostro stato reclusivo.
Fare il selezionatore al Lido significa ritrovarsi a metà tra Shutter Island e il Decamerone. Di notte osservi le luci di Porto Marghera, e sai che il mondo ti è precluso. La felicità può tuttavia risiedere in una costrizione nutrita dalle pellicole di Andrej Končalovskij. Dover vedere tutti quei film, non potersi dedicare ad altro (“mi dispiace, non posso” è la risposta del selezionatore raggiunto per telefono dal proprio coniuge o da un possibile datore di lavoro) possiede effetti taumaturgici. Al Lido guarii da una dermatite nervosa che mi perseguitava da anni, e che si riaffacciò tra le falangi non appena tornai a Roma.
Potrei snocciolare molti aneddoti capaci di rendere l’atmosfera di quei mesi – ad esempio, la felicità di scoprire un nuovo autore (“cazzo, questo Shahram Mokri è un grande regista!”), cui subito si aggiunge il terrore che la stessa cosa la stiano urlando in francese i bravissimi rivali di Cannes; oppure: l’impossibilità, persino tra selezionatori ormai rotti alle confidenze sentimentali, di non ridurre tutto a cinema (“la amavi come in un film di Wong Kar-wai?” “No, come in un film di Romero!”) Potrei dire di come, l’anno che vinsi lo Strega, sentii poco lo stress da competizione perché ero sempre chiuso in sala a vedere film.
Forse è abbastanza rappresentativa una domenica di maggio del 2015. In laguna faceva un caldo asiatico e noi, alle otto di sera, eravamo ancora lì a vedere film. Non avevamo staccato un attimo per l’intera settimana. Gli ultimi giorni di lavoro avevano coperto tutto lo spettro di emozioni consentite al selezionatore: a) frustrazione (guardi cinquanta film di seguito senza prenderne uno); b) senso di irrealtà (i film scartati diventano cento, inizi a chiederti se il problema non sei tu); c) disperazione (finalmente vedi un film bello – Louisiana, di Roberto Minervini – e poi apprendi che la pellicola è già in viaggio verso Cannes); d) esaltazione (i tuoi bravissimi colleghi di Cannes si stanno lasciando incredibilmente sfuggire Francofonia di Sokurov, un capolavoro, così ci metti tu le zampe sopra); e) paura e desiderio (riprende la lunga serie di film scartati, ma forse è in arrivo la nuova opera di Charlie Kaufman). Insomma, dopo tutti questi saliscendi eravamo stremati. Essendoci giocati pure la domenica, volevamo solo andare alla Favorita, noto ristorante il cui proprietario non riesce a rassegnarsi alla chiusura del Des Bain, l’hotel reso celebre da Mann nel suo romanzo. Insomma, stiamo andando a piedi al ristorante quando il selezionatore Bruno Fornara si stacca all’improvviso dal gruppo. “Bruno, non vieni con noi?” “È stata una settimana bestiale. Ho bisogno rilassarmi. Vado all’Astra”. Se sei stressato dopo la visione quasi ininterrotta di centocinquanta film, allora guarda il centocinquantunesimo! L’Astra è il cinema del Lido.
Due ultime istantanee. Il giorno in cui una squadra di uomini della Warner ci portò Gravity chiuso in una valigetta anti-pirateria che, per il modo in cui veniva maneggiata, avrebbe potuto contenere plutonio. E poi, qualche giorno dopo, l’apparizione in sala di uno strano tizio in foularino e occhiali neri. “Buongiorno, sono Gianfranco Rosi, sono venuto a portarvi il mio film”. Aveva preso un treno fino a Venezia, poi un motoscafo fino al Lido. Ci allungò la “pizza” di Sacro G.R.A., che non solo noi prendemmo in concorso, ma la giuria presieduta da Bernardo Bertolucci premiò con il Leone d’Oro. Ancora: chi, tra i non iniziati, conosceva Gianfranco Rosi prima di quel trionfo?
Le scene di giubilo tra noi selezionatori dopo gli Oscar a Gravity si sarebbero ripetute l’anno dopo (Birdman, film d’apertura della 71a Mostra di Venezia, poi vincitore di 4 Oscar), quello dopo ancora (Spotlight, presentato in anteprima a Venezia, vincitore di due Oscar tra cui miglior film), e presumo quest’anno – non facevo più parte della squadra – con La La Land, film d’apertura a Venezia, e vincitore di sei Oscar. A quel punto sono stati i giornali statunitensi a celebrare il fiuto portentoso della manifestazione lagunare, tacitando i professionisti dell’anti-italianità, che ora accuseranno Venezia di essere troppo pop.
La La Land l’ho visto al cinema come tutti. Abbandonare la squadra è stata tra le decisioni più sofferte degli ultimi anni. La vita ci porta sempre altrove. I selezionatori passano, Venezia resta una delle poche istituzioni credibili che ci restano. Vogliate bene alla Mostra del Cinema. Difendetela. Pensate al suo prestigio internazionale, commisuratelo poi al credito di cui gode l’Italia nel mondo. Venezia è un’esplosione di cosmopolitismo in un paese spesso piccolo e provinciale. Laggiù in laguna succede qualcosa di importante – guardate in quella direzione, c’è da imparare.
Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Nicola, sei una gioia!
Bella testimonianza. Le nuove tecnologie multimediali e i nuovi canali di distribuzione portano a una graduale diminuzione del pubblico nelle sale. Il fascino della sala buia, la condivisione di emozioni con perfetti sconosciuti, il pop corn, diventano sempre di più un’esperienza nostalgica per gli appassionati. È stato bello che uno scrittore facesse parte della giuria perché, oltre al budget, è il modo di raccontare le storie quello che ci fa innamorare di certi film. Lunga vita al cinema, alla Mostra, a Venezia, ai sogni, alla letteratura e al pop corn. Ora aspetto nuove storie da Nicola Lagioia 🙂.