Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


11. SKILLS

La sede della redazione de La Voce del Quartiere era compressa in uno stanzino dotato dello spazio appena sufficiente per due scrivanie, l’una pigiata accanto all’altra e ciascuna ricolma di foglietti fitti di appunti, post-it appiccicati ai monitor, agendine malconce che perdevano i connotati di oggetti personali e tantomeno riservati. Chi avesse voluto accedere all’ufficio del direttore doveva prima superare un’anticamera dove la segretaria sembrava un’appendice del massiccio bancone di legno antico che pareva inglobarla, per poi oltrepassare la saletta dove lavoravano, stipati come pesci nella rete, i giornalisti. Le pareti dell’ufficio di Alex Roubaud erano ricoperte da una gigantografia panoramica di New York. C’era una sola finestra che dava su un parcheggio semi-deserto, e infine armadi stracolmi di vecchie copie del suo giornale. Sulla scrivania una foto con il Papa.

Luca era entrato in quell’ufficio dopo mesi passati in stato vegetativo. Le giornate si erano susseguite come accidenti, piegandosi l’una sull’altra alla stregua di strati di materiale organico in una palude. Era riuscito a racimolare qualche soldo grazie a un sussidio di disoccupazione che lo aveva però obbligato a intraprendere un percorso di inserimento nel mercato del lavoro. Era stato convocato da un funzionario abbronzatissimo che gli aveva consigliato di leggere molti libri e di frequentare la biblioteca, perché una mente coltivata e aperta era l’unica salvezza nell’epoca dell’economia della conoscenza. Poi l’uomo aveva snocciolato, leggendoli da uno schermo, i servizi offerti dai canali web e dai portali dedicati all’incontro di domanda e offerta. Luca si impegnava a consultare ogni giorno il portale dopodiché, al termine di un periodo imprecisato, avrebbe avuto notizia di qualche corso di formazione, tra cui uno chiamato “laboratorio di ricerca attiva”. Il fine era quello di insegnare ai malcapitati in cerca di un lavoro come trovare, per l’appunto, un lavoro.

“Temo che il problema sia un po’ più complicato di così.” aveva balbettato Luca. “Sa, non si fanno investimenti, manca una politica industriale.” Il funzionario l’aveva guardato storto. “Tu non devi pensare a cosa fanno o non fanno gli altri. Tu devi pensare a quali skills puoi rafforzare, al tuo profilo di occupabilità, alle tue risorse spendibili. Sei tu che vai dalle aziende a promuovere il tuo profilo, sei tu che ci metti la faccia. Non puoi aspettare che siano gli altri a risolvere i tuoi problemi.” “Quindi perché sono qui?” aveva ribattuto polemicamente Luca, trattenendosi dall’andarsene sbattendo forte la porta. “Tu sei qui perché se no perdi il sussidio. Chiaro? Ora puoi andare, e ricordati di leggere tanti libri.” Da dietro la porta Luca aveva alzato il dito medio con grande sorpresa dell’usciere.

Nel frattempo, Giorgio era riuscito a passare un concorso pubblico e aveva cominciato a prestare servizio presso l’Unione dei comuni, dove si occupava di sistemare scartoffie e coordinare i turni del personale delle strutture per gli anziani. Luca non si ricordava di aver mai visto il suo coinquilino studiare. Preferì però non indagare oltre, anche perché i benefici legati al nuovo impiego di Giorgio superavano di gran lunga i costi. L’insofferenza reciproca, accentuata dalla quarantena che Luca si era imposto, aveva cominciato a inquinare la pacifica convivenza tra i due. Da quando Giorgio aveva ridotto la propria presenza in casa, Luca aveva cominciato a sentirsi di nuovo padrone di quelle quattro mura, consolidando un rapporto di esclusiva intimità con il suo rifugio, la sua tana.

Una volta Giorgio aveva organizzato un incontro a sorpresa tra Luca e suo padre, il signor Canizza, fingendosi falsamente sorpreso quando questo era apparso alla porta di casa un giovedì sera prima di cena. “Salve ragazzi, sono passato per un saluto veloce.” Il padre di Giorgio si era fatto aprire una lattina di birra e si era seduto con loro al tavolo della cucina, facendo di tutto per mostrarsi a proprio agio in quell’ambiente trasandato e dimesso. Il signor Canizza pareva un manager di qualche grossa società finanziaria: irraggiava una grande sicurezza di sé, misurata ma incapace di nascondere una nota di aggressività.

Quella sera, per rendere la sua presenza più conforme all’ambiente, Canizza si era allentato la cravatta e aveva sbottonato il colletto della camicia. Dava l’impressione di un playboy a Ibiza, più che d’un uomo d’affari di provincia impaziente di levare il disturbo dallo squallido appartamentino che aveva rifilato al figlio. Chiese un bicchiere per la birra proprio mentre i due avevano iniziato a tracannare le loro direttamente dalla lattina. Non passò molto tempo prima che arrivasse al dunque. Voleva che Luca iniziasse un tirocinio come segretario nella sua agenzia immobiliare, la più prestigiosa sul territorio. Sei mesi di formazione per seicento euro al mese, “poi ci si aggiusta per qualcosa di più, ok?”

Luca si mostrò cordialmente interessato, pur ribadendo la sua volontà di cercare qualcosa che gli permettesse di professionalizzarsi nell’ambito della comunicazione e del marketing. “Perché, quando eri postino ti occupavi di marketing?” sbottò Canizza.

Luca, incalzato da quell’uomo che aveva lasciato mezzo bicchiere pieno di birra, assicurò che ci avrebbe pensato e che lo ringraziava moltissimo.

“Avresti sicuramente modo di occuparti anche di comunicazione, dobbiamo rinnovare i nostri canali social e non sarebbe male una campagna pubblicitaria. Non potresti fare l’addetto stampa a tempo pieno, perché non abbiamo mai investito molto in questo senso, siamo una piccola realtà, in fondo. Ma un giorno, chissà.”

“Sempre per seicento euro?” aveva chiesto Luca. Canizza lo aveva guardato con una smorfia.

Non aveva nessuna intenzione di farsi sistemare dal padre di Giorgio. Anzi, la sensazione di disgusto per quel viscido parvenu lo aveva smosso. Non solo: l’idea dell’addetto stampa lo aveva solleticato, stuzzicando la sua testa impigrita. “La ringrazio, le faccio sapere al più presto, in realtà sto valutando un’altra proposta di lavoro di cui dovrei sapere qualcosa breve.”

Il giorno dopo si era svegliato di buon umore ed era andato a tagliarsi i capelli. La giornata gli si era srotolata di fronte come un campo aperto di possibilità. Mentre si accendeva in lui una nuova predisposizione alla vita, un’attitudine positiva che gli diceva “vai e rimettiti in pista”, il dolore si scioglieva come l’ultima neve a giugno. Aveva quindi varcato la soglia de La Voce.

La Voce del Quartiere era il più letto settimanale regionale, nato grazie ai finanziamenti a fondo perduto per l’editoria. Negli ultimi anni il giornale aveva cercato la svolta grazie ai nuovi sponsor privati che pesavano sempre più in città. Il risultato era un misto di vecchio giornalismo, marchette di convenienza e timido opinionismo.

Il colloquio con il direttore Roubaud – un cinquantenne sbrigativo, grassoccio e impaziente – era stato rapido. “Come tutti i giornali locali,” spiegò il direttore, “l’importante è la connessione con il territorio. Quindi: orecchie tese e una rete di contatti affidabili. Il problema fondamentale che stiamo affrontando è lo stesso di tutti, vale a dire che non legge più nessuno. E quindi? Quindi serve un rapporto diretto con chi finisce sulle nostre pagine, perché così ci comprano, capito? Ma anche nuove idee. Il pubblico va fidelizzato. Soprattutto i più giovani, più attenti all’approfondimento.” Uno dei divieti che il giornale imponeva ai suoi collaboratori (oltre a quello implicito di non sperare in un contratto e di accettare un pagamento differito ogni tre mesi) era di lavorare contemporaneamente per altre testate.

Non appena stretta la mano a Roubaud, Luca già pensava ai cinquecento metri che lo separavano dalla sede di Città in Rete, che stava puntando tutto sull’editoria virtuale. Poteva benissimo scrivere per loro con uno pseudonimo e far finta di niente. Durante il colloquio con la direttrice Carola Vincenti si era scoperto stranamente caparbio. “Non riesco a tirare su uno stipendio decente scrivendo solo per Roubaud, e potrei offrirvi un taglio più sfrontato giocandomi i contatti che mi faccio con La Voce.”

La direttrice si era mostrata cauta. “Che garanzie ci dai? Chi conosci? Sai fare questo lavoro? Guarda che non è una passeggiata.” Luca, smorzato nella sua audacia, aveva quindi pregato Carola di farlo provare. Non avrebbe avanzato pretese, sarebbe stato ad ogni condizione. Poi gli venne un’idea: poteva approfondire i rapporti tra Unione Italiana e il movimento separatisti. “Non c’è nulla da approfondire, si sono sprecate anche troppe pagine su questa cosa” chiosò la direttrice, poco impressionata.

“Invece so che quelli di Unione Italiana sono molto nervosi dopo la scissione di due anni fa. E non digeriscono il tradimento di Giacchin, che evidentemente era una fonte di finanziamenti non da poco.” Ricordava la discussione con lo scimmione fascista, e quella poteva essere un’ipotesi succosa. La direttrice lo squadrò per un momento da dietro gli occhiali dai bordi spessi.

Sospirò. “Vediamo che sai fare. Intanto partiamo con calma. Ci sono alcuni consigli comunali da seguire, ti va bene?”

“Benissimo”, disse Luca sentendosi sì ridimensionato, ma anche tirato a bordo. Ora si trattava di scrivere e racimolare due soldi.

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Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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