Ricordo di essere uscita molto presto sabato, respirando l’aria mattutina che odora di pesci e caffè caldo. Il groviglio di calli si era dissolto in un umido deserto che pacifica la mente e la allena a non smettere mai di osservare, mirare, fermarsi, guardare, e poi gettare lontanissimo i ricordi appena collaudati. Durante la notte era scesa tantissima acqua che faceva brillare ancor di più quel maestoso grigiore di campi e minuscoli vicoli, rendendola ancora più sublime, quasi paralizzante per la sua magnificenza. Ripenso e rielaboro, – ah, quell’equilibrio perfetto che camminare per Venezia regala al corpo, rinvigorendolo, attivando ogni nervo, ogni muscolo, ogni capillare.

C’è un luogo, vicino, anzi praticamente attaccato alla stazione Santa Lucia, che con il suo continuo flusso di passeggeri in transito e il suo permanente, inevitabile caos, sembra risucchiare tutto quello che si sviluppa nel perimetro contiguo, ecco dicevo si trova un luogo a pochi passi dal binario 1 che molti attraversano senza notarlo, è il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi. Sorpassata in velocità una comitiva di tedeschi, mi avvicino all’entrata in Calle Favretti, una porticina verde bordata di bianco incastonata in alte mura, senza civico, sembra quasi non volersi far notare, – non ci si finisce per caso, lì dentro, penso, non appena mi ritrovo sulla soglia. Oltre quelle mura, il respiro della città rallenta, l’idea si spegne, il suono scintilla. La luce rotonda del mattino accarezza le erbe aromatiche cresciute da secoli di preghiera, – le appunto sul telefono mentre le incontro, una dopo l’altra, a formare un elenco di salvezza: maggiorana, verbena, camomilla, lavanda, nepeta, origano, rosmarino, assenzio, melissa moldavica, achillea, erba cipollina cinese, tarassaco, salvia, erba cedrina, finocchietto selvatico, una pianta bellissima di capperi; e poi arbusti perfetti, peri, meli tralci di vite dai contorni caravaggeschi, il melograno centrale che ripara due giovanissime pellegrine.

È in questo antico brolo, curato dalla comunità dei Carmelitani Scalzi fin dal XVII secolo, che prende vita il Padiglione della Santa Sede, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers in collaborazione con Soundwalk Collective, per la Biennale Arte 2026: una vera e propria preghiera sonora, L’orecchio è l’occhio dell’anima, un invito all’atto contemplativo dell’ascolto, ispirato alla vita e all’eredità di Santa Ildegarda di Bingen. Ideato in risposta alla proposta curatoriale di Koyo Kouoh per questa edizione dell’esposizione, il padiglione accoglie il suo invito a rallentare e a sintonizzarsi su registri più quieti, intesi sia come pratica che come offerta: in minor keys, letteralmente, tonalità minori, frequenze più basse.

Dislocato in due suggestive location, trasformate in spazi di ascolto, riflessione e risonanza spirituale – una nel Giardino Mistico appunto, l’altra all’interno del restauro in corso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello – il padiglione della Santa Sede è diventato una delle esperienze più intense e contemplative di questa Biennale. Piuttosto che competere in termini di spettacolarità, shock o dimensioni, il padiglione invita i visitatori a qualcosa di ben più raro: la ricerca di quiete, e di un ascolto attento, sempre seguendo il pensiero di Santa Ildegarda. La sua visione si muove dal respiro – lo spiritus – al canto, alla comprensione, e la musica diventa un legame tra corpo e mondo, microcosmo e macrocosmo. Ildegarda – figura luminosa dell’immaginario mistico, badessa, poetessa, guaritrice e compositrice – possedeva una mente in cui teologia, musica, cosmologia e medicina non erano discipline separate, bensì un unico, continuo modo di percepire il creato. Nel nostro tempo, saturo di quella che Kouoh definisce la «cacofonia ansiosa del caos presente», la sua opera giunge con rinnovato vigore: come un richiamo all’attenzione, all’interiorità e alla possibilità che l’arte, in connessione con la natura sensoriale dell’essere, possa contribuire alla guarigione del nostro mondo malato, iper connesso, iper veloce, iper saturo di risposte e così povero di domande.

Nel Giardino Mistico, l’ascolto si trasforma in atto primario, un’immersione gentile, possibile grazie all’utilizzo di un paio di cuffie e di una mappa: ogni visitatore-pellegrino è solo e in compagnia allo stesso tempo, accompagnato da uno strumento speciale e poco invasivo che permette un’esplorazione musicale personalizzata, all’interno di un’infrastruttura di tracciamento spaziale che sta alla base dell’esperienza proposta dal Padiglione.

Ciò che il visitatore ascolta non è una traccia mp3 in cuffia ma un sistema audio interattivo basato sull’utilizzo di cuffie che impiegano la localizzazione UWB ad alta precisione e il rendering 3D/binaurale per adattare il suono in tempo reale alla posizione e all’orientamento della testa di ogni partecipante , trasformando il movimento nello spazio in una forma di controllo dell’audio stesso. I visitatori si muovono attraverso uno strumento sonoro vivente: le opere commissionate reagiscono in tempo reale all’ambiente del giardino, incoraggiando un ascolto lento e attento, invitando a fermarsi ancora un po’ in un punto o a spostarsi verso un nuovo, inedito, ascolto. L’infrastruttura – offerta da NOUS Sonic – consente una stretta integrazione tra suono, spazio e navigazione corporea, rendendo il giardino un luogo sia di contemplazione che di sperimentazione dell’audio spazializzato.

Le cuffie infatti traducono in tempo reale l’attività biologica delle piante in suono: gli impulsi bioelettrici provenienti dagli arbusti, il movimento dell’acqua, gli insetti, il legno e i ritmi elettromagnetici si integrano alla partitura vivente delle composizioni, trattando la natura come una collaboratrice e chiedendo ai visitatori non semplicemente di ascoltare, ma di sentire con ogni brandello del proprio corpo. A differenza delle tradizionali cuffie chiuse, il design semi-aperto di questo strumento (delle Audio-Technica semi-aperte e leggerissime dall’ampia risposta in frequenza, da 15 Hz a 25.000 Hz) non isola completamente gli ascoltatori dall’ambiente circostante. Una scelta curatoriale consapevole poiché i suoni del giardino stesso – il vento che soffia tra gli alberi, il canto degli uccellini, il rumore dei nostri passi sulla ghiaia dei vialetti – dovevano rimanere parte integrante dell’opera. Anziché sostituire la realtà, la tecnologia qui è riuscita a completarla, dimostrando come l’audio geolocalizzato possa trasformare non solo le mostre, ma interi ambienti culturali in esperienze immersive. E di promesse immersioni ne abbiamo viste molte, in questa Biennale, disseminate un po’ ovunque nel campo dell’arte contemporanea: cosa può essere davvero considerato immersivo quando è il potere dell’ascolto e la densità del suono a portarci altrove facendo una semplice passeggiata in un giardino? L’arte dell’ascolto, inteso come lettura attiva e fisica dell’opera d’arte, espande i sensi, e ci riporta al dovere della presenza, come atto concreto, diffondendo le nostre connessioni con ciò che già esiste: proprio lì, davanti ai nostri occhi, a portata di olfatto, a un passo dalla carezza dei nostri polpastrelli. Un’espansione verso l’inter-essere. Uno spazio in cui l’arte diventa ascolto, e l’ascolto diventa un cammino verso il sacro.

E riguardo a questa operazione di architettura sonora a servizio dello spirito, è necessario rimarcare il lavoro certosino svolto da Soundwalk Collective in collaborazione con NOUS Sonic: il perimetro del Giardino Mistico, circa 140 x 41 metri, si presenta come un ambiente particolarmente impegnativo per l’audio geolocalizzato. La fitta vegetazione, le mura storiche, i sentieri aperti e i movimenti in continuo cambiamento dei visitatori hanno sicuramente costituito delle difficoltà nella creazione di un’esperienza fluida; l’intera area è stata costellata da una una rete di 69 ancoraggi UWB per esterni, che oltre a rilevare costantemente la posizione dei visitatori, ha consentito l’attivazione precisa dei contenuti audio in tutto il giardino.

Come ha più volte sottolineato il curatore Hans Ulrich Obrist, l’ascolto qui diventa un modo diverso di abitare lo spazio. Perché anziché essere brani isolati, le opere sono state intrecciate in una preghiera sonora che si dispiega, con il suo ordine vivente ricevuto dal giardino, e mai imposto. Mentre gli ascoltatori si muovono lentamente nello spazio, il paesaggio sonoro, composto dagli artisti (e che artisti!), si trasforma continuamente, con le singole composizioni che emergono e svaniscono a seconda della loro posizione all’interno del perimetro.

Le aree sonore sono fisse all’interno del giardino ma ogni percorso è unico, perché unico è l’itinerario scelto da ciascun visitatore, frutto di sensazioni, bisogni e tempi diversi. In alcune aree, le opere sembrano sovrapporsi brevemente, creando delicate transizioni tra voci, canti, frequenze ambientali e suoni di uccelli, ed è emozionante notare come con un semplice passo in avanti o a lato si possa entrare nell’opera di un artista o di un altro. L’esperienza inizia con un immediato rallentamento della percezione, sarà che qui siamo lontani dalle affollate vie e dal movimento costante di Venezia, ma lo spazio ci incoraggia a focalizzare l’attenzione sul micro, sui suoni del vento che soffia tra le foglie, degli insetti che si muovono nel terreno, delle campane lontane, dei passi che si attutiscono sulla ghiaia. Fino a lasciarsi incantare dalle note che captiamo nelle mirabili opere commissionate a compositori, musicisti, poeti e artisti contemporanei, e adesso sì, li cito tutti: Bhanu Kapil, Brian Eno, Carminho, Caterina Barbieri, Devontè Hynes, FKA Twigs, Holly Herndon & Mat Dryhurst, Jim Jarmusch, Kali Malone, Kazu Makino, Laraaji, Meredith Monk, Moor Mother, Otobong Nkanga, Patti Smith, Precious Okoyomon, Raúl Zurita, Soundwalk Collective, Suzanne Ciani, Terry Riley, e le Suore Benedettine dell’abbazia di Santa Ildegarda – hanno tutti tratto ispirazione dai canti, dagli scritti e dalle immagini visionarie della santa di Bingen, rispondendo attraverso la voce, la strumentazione e, talvolta, il silenzio. Il duo Herndon/Dryhurst offre la prima composizione che si attiva in cuffia: è 543 Claritas, un salmo elettrificato generato utilizzando un modello di AI su misura chiamato Ur-Hildegard, addestrato a sua volta su Ordo Virtutum (1151), un dramma morale scritto da Ildegarda. Le opere emergono come frammenti di preghiera, soste ambient, spoken word, movimenti di synth, cori polifonici, marce rituale in stato di trance, muri di suono cangianti e alienanti che attraversano bordoni free jazz.

Sedersi qui, fermarsi e ascoltare, significa entrare in un luogo già immerso nella preghiera. La concezione del giardino come composizione sonora unitaria, mostra una coerenza spaziale e uditiva in grado di orchestrare al meglio l’integrazione del contributo di ciascun artista invitato. In una Biennale spesso caratterizzata da un sovraccarico visivo, il Padiglione della Santa Sede pone invece l’ascolto al centro come atto artistico e spirituale, ricordandone ai visitatori il potere rivoluzionario, sottolineando l’importanza di una quiete radicale. Eppure, proprio in questa quiete risiede la sua forza emotiva: Hans Ulrich Obrist crea l’occasione ideale per riconnettersi con le dimensioni sensoriali dell’essere che la vita contemporanea tende continuamente a trascurare. E ci aiuta a riscoprire la difficile arte dell’ascolto: di noi stessi, degli altri, ma anche della natura che ci circonda, del rumore che il nostro corpo emette camminando ora sulla ghiaia ora sul prato. Un concerto sinestetico per un Padiglione che si rifiuta di sopraffare, preferendo dare spazio all’attenzione emotiva, alla lentezza, al silenzio. E dimostrando peraltro come l’arte contemporanea possa coinvolgere in modo significativo spiritualità, ecologia, tecnologia, architettura e suono senza risultare didattica. Sia che ci si trovi nella quiete del Giardino Mistico, sia che si visiti il restauro incompiuto di S. Maria Ausiliatrice, il Padiglione della Santa Sede offre una rara sensazione di chiarezza emotiva, una sorta di ricalibrazione dell’attenzione.

Il lavoro di Obrist sembra suggerire che in mezzo alla stanchezza contemporanea e al rumore incalzante, i gesti più urgenti potrebbero non essere i più rumorosi, ma le pratiche silenziose, quelle che ci riconnettono gli uni agli altri, alla terra e alle fragilissime frequenze emotive che rendono ancora possibile la guarigione. Me ne rendo conto durante la mia ora di beata solitudo, sola beatitudo – che l’ascolto amplifica la vista mentre la luce di un sole gentile trafigge una chioma di uva, il profilo del siliquastro disegna sul muro ombre in movimento, e il Rio della Crea si trasforma in una porta sull’acqua. La bellezza è ovunque se hai voglia di ascoltare.

Biennale Arte 2026 – Padiglione Santa Sede

  • Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio 54 – accesso gratuito con prenotazione qui
  • Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Castello 450 – accesso libero senza prenotazione

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Autore

beatricepagni@minimaetmoralia.it

Beatrice Pagni vive e sopravvive nella campagna toscana, figlia della miglior provincia cronica. In redazione a minimaetmoralia dal 2021, ha scritto e continua a scrivere di musica e cultura per diverse testate (Sentireascoltare, Il Mucchio Selvaggio, Il Foglio Letterario), oltre ad aver esplorato il mondo della web tv con l'esperienza targata Decamerette.

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