di Stefano Crescenzi

Se L’estranea fosse un film comico probabilmente la tagline per la promozione sarebbe una frase che ogni madre italiana riserva al figlio quando le fa perdere la pazienza: «Come ti ho messo al mondo, ti distruggo».

Nel suo nuovo film, scelto come rappresentante dell’Italia per gli Oscar, Paolo Strippoli racconta e ricostruisce la storia di una famiglia borghese attraverso lo sguardo di due donne, Anna e Alice, una madre e sua figlia, riservando agli altri due membri solo il piano temporale del passato. Si tratta di una scelta opposta rispetto ai precedenti Piove (2022) e La valle dei sorrisi (2025) in cui protagonisti sono gli uomini, padri e figli che agiscono o subiscono violenza, mentre le donne, e in particolare le madri, sono ombre o vittime già prima che la storia sia iniziata.

Per capire le cose mi piace andare indietro, per questo ho deciso di recuperare gli altri film diretti da Strippoli (per fortuna è giovane e sono ancora pochi) e ho iniziato a individuare qualche punto fermo. Il primo, enunciato in Piove dall’anziano signore di cui si prende cura il protagonista, è che «nella vita è sempre meglio prima». Frase che contiene in sé l’idealizzazione del passato e l’impossibilità di arginare il male che peggiora lo status quo. In L’estranea la stessa idea la ritroviamo nella frase che la madre pronuncia presentando la sua famiglia: «Noi eravamo quelli che gli altri volevano diventare», solo nel passato le è possibile individuare il punto più alto della propria esistenza che si incrina nel momento in cui la bambina rischia di perdere la gamba per poi precipitare attraverso i vari snodi che Anna racconta e che Alice attraversa in sequenza quando esce dalla stanza, rivivendo in pochi istanti la catabasi della famiglia.

Il secondo, in parte corollario del primo, è la necessità di farsi carico del dolore senza cercare scorciatoie. È il tema de La valle dei sorrisi, icasticamente condensato nella frase: «La bestia che sale dalla terra annienta il dolore ma toglie dio, perché dio si trova soprattutto nel dolore». Ciò che Anna fa nel film, accettando una dopo l’altra le proposte dell’estranea, è rimandare il dolore, risolvere il dramma contingente con la più fumosa prospettiva del male potenziale. È l’esatto opposto della filastrocca che ha insegnato ai figli che dovrebbe allontanare le minacce del dolore: «Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano. Uno, due, tre, dieci, cento è già finito questo momento. Non ho paura, non posso star male, tutto passa perché deve passare». Credere di potersi sottrarre al male perché questo andrà via come è arrivato è la convinzione contro la quale la famiglia Colonna, e in particolare Anna, è costretta a scontrarsi.

L’estranea è un film che pone al centro il femminile attraverso i legami tra la madre e sua figlia e tra la madre e l’estranea. Quest’ultimo è un rapporto di interdipendenza e di compenetrazione che si mescola con l’erotico: «adesso io ho bisogno di te» dice l’estranea ad Anna, mentre cerca di baciarla nel momento in cui ormai il patto tra loro è inscindibile. La loro vicinanza, che arriva alla sovrapposizione al termine del film quando il volto di Valeria Bruni Tedeschi appare al posto di quello di Jasmine Trinca nella foto di famiglia, come in un ritratto di Dorian Gray all’italiana, è totalmente basata sulle apparenze, sul timore di «cosa penseranno gli altri» della vita che sembrava perfetta. Si tratta però, ed è fisicamente tradotto nel gesto con le mani compiuto più volte dall’estranea, di porre in atto degli scambi bilanciati, di stabilire un patto tra donne che mantiene un equilibrio. Gli uomini, al contrario, possono solo aumentare il bilancio di ciò che si rischia di perdere in un’escalation innescata già con Tobia con cui si alza la posta: da una problematica fisica al rischio di morire. Come afferma cinicamente l’estranea dopo che l’incidente provocato da Walter – e in cui lui stesso perde la vita – ha incrementato la quota di sacrifici umani necessari per mantenere l’equilibrio: «questi maschi da soli non sanno far nulla, neanche suicidarsi».

Fulcro del film è però il rapporto tra Anna e la figlia Alice. La ragazza si è costruita una vita a Roma proprio per sfuggire al controllo e al protagonismo della madre che ha sempre cercato di guidarla per realizzare i propri sogni infranti; motivo per cui quando Anna cerca di consolarla dicendole «la mamma non ti lascerà mai sola» la promessa suona più come una minaccia che come una rassicurazione.

Le due si confrontano al riparo dalla pioggia in una Roma sconvolta da un nubifragio – che per chi ha visto Piove è un pessimo presagio – mentre la madre ricostruisce la storia della famiglia come la serie delle conseguenze del suo patto con l’estranea, motivandolo con la volontà di proteggere i figli («tutto quello che ho fatto l’ho fatto per voi»). Alice non crede che esista alcuna forza soprannaturale e cerca di tranquillizzarla: «a volte non c’è nessun senso, nessuna colpa», allo stesso tempo non può fare a meno di rinfacciarle le sue manie di protagonismo che lei e il fratello Tobia hanno dovuto subire: «Tu sei convinta che tutto giri intorno a te».

La pioggia offre ad Anna lo spunto per spiegare la sua idea della maternità: la fragilità del bambino, che diventa nella sua ottica di possesso “il rischio che si rompa”, spaventa la madre che deve proteggerlo dal male come da una pioggia. Essere madre consiste nell’essere l’ombrello che si prende la pioggia al posto del figlio. Torna nuovamente il disperato tentativo di preservare sé stessi e le persone amate dal dolore, tentativo che è irrimediabilmente destinato a fallire. In La valle dei sorrisi i cittadini di Remis cercano un anestetico alle loro sofferenze attraverso l’abbraccio di Matteo “angelo infelice” ma, terminato l’effetto della dose, non sono più in grado di gestire umanamente il dolore e finiscono per prosciugare l’unica fonte di sollievo. Anna cerca di rimandare il dolore, di spostarlo con la speranza di non doverlo affrontare; il risultato è una spirale di sofferenze (The spiral è il titolo scelto per il film all’estero ed è il simbolo che martella lo spettatore) che riconduce inevitabilmente al punto di partenza.

La madre si trova dunque davanti all’unica scelta capace di rimettere le cose al loro posto, ma che comunque non potrà cancellare la scia di conseguenze negative causate dalla decisione iniziale: deve tagliare la gamba alla figlia. Alice però, nel tentativo di salvarsi, la uccide, compiendo ciò che sua madre aveva chiesto più volte all’estranea: ad essere sacrificata è proprio Anna. La pioggia finalmente smette, a sottolineare quello che la madre, riconoscendo il dolore inflitto ai figli, aveva detto concludendo la metafora dell’ombrello: «Solo che a volte quella pioggia sei tu».

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati