Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito su «l’Unità», sull’archeologo Zemaryalai Tarzi e l’università del Bamiyan.
“Ustod (maestro), ma quando lei andrà via chi ci insegnerà queste cose?”. Gli studenti della Facoltà di Archeologia dell’università di Bamiyan, nell’Afghanistan centrale, circa 260 km a nordovest di Kabul, sono preoccupati. Sanno che molto presto il docente di fronte a loro – giacca beige sportiva, camicia e pantaloni morbidi su scarpe da ginnastica, modi informali e gentili – dovrà interrompere le sue lezioni. E sanno ancora meglio che sarà difficile trovarne un altro come Zemaryalai Tarzi, l’archeologo afghano, ora con cittadinanza francese, celebrato come il più autorevole studioso di Bamiyan.
La notorietà della valle di Bamiyan va attribuita paradossalmente ai Talebani, che nel marzo 2001 hanno fatto crollare le due grandi statue del Buddha scavate nella roccia tra il terzo e il quinto secolo: due magnifici colossi di 55 e 38 metri di altezza, ammirati per diversi secoli da viaggiatori, esploratori, commercianti e religiosi. L’ottusa ortodossia iconoclasta degli “studenti coranici” rappresenta infatti l’antitesi della storia di questa parte di Afghanistan, dal primo al tredicesimo secolo una cerniera naturale tra India, Cina e Asia centrale, uno straordinario luogo di sincretismo culturale e artistico. È qui infatti che si sono combinate e ibridate influenze indiane, ellenistiche, romane e sasanidi, dando vita alla scuola artistica buddhista di Gandhara.
Ed è proprio a questa tradizione che Tarzi ha deciso di dedicare le sue energie e la sua inesauribile curiosità intellettuale. Lo fa da molto tempo, come spiega all’Unità nel giardino della casa in cui alloggia ogni estate da molti anni: “il mio interesse per Bamiyan risale a parecchi anni fa. Nel 1960 sono emigrato in Francia per studiare le miniature persiane con il professor Lazard. Lui ha fatto in modo che potessi tornare in Afghanistan sotto la direzione dello studioso Paul Bernard, grande appassionato di Afghanistan. Nel 1962, ho raggiunto Bamiyan con mio padre, ed ho potuto esplorare con tutta calma le grotte della valle, che un tempo ospitavano i santuari e le celle dei monaci buddhisti. È stata un’esperienza fondamentale”.
Da allora, Tarzi non ha mai smesso di preoccuparsi per Bamiyan, spostandosi tra la Francia e l’Afghanistan, incarnando un rapporto che non è soltanto personale: risale al 1922, infatti, grazie all’iniziativa dello studioso Alfred Foucher, la convenzione franco-afghana da cui è scaturita la nascita di Dafa, la Delegazione archeologica francese in Afghanistan. Dafa ha giocato un ruolo fondamentale nella tutela e nella conservazione del patrimonio locale. Ma non è stata la sola: anche l’Italia, oggi in “ritirata”, ha coltivato per diversi anni fruttuosi rapporti di collaborazione in questo settore (da Tucci ad Alessio Bombaci a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta per arrivare, ai nostri giorni, al lavoro di Anna Filigenzi tra gli altri).
Il professor Tarzi ha conosciuto quasi tutti coloro che si sono interessati all’arte e alla storia di quest’area: “Nel 1967 – racconta – all’Università di Strasburgo ho incontrato l’allora direttore di Dafa, Daniel Schlumberger, e ho finito il dottorato sotto la sua supervisione, con una tesi dedicata all’architettura e alle decorazioni rupestri di Bamiyan. Poi sono stato nominato direttore del Dipartimento afghano per l’Archeologia e per la preservazione dei monumenti storici”. Nel 1979, con l’avvento al potere a Kabul del presidente Nur Mohammad Taraki, Tarzi ha deciso di andare di nuovo in Francia, diventando professore di Archeologia orientale presso l’università Marc Bloch di Strasburgo. “Per molto tempo non ho avuto nessuna voglia di tornare in Afghanistan, troppo grande sarebbe stata la delusione”, spiega. Poi, però, è avvenuto qualcosa di insolito: “dopo la caduta del regime talebano il filosofo francese Bernard-Henry Lévy ha compiuto una missione in Afghanistan per conto del governo francese, e al ritorno ha alluso al ritrovamento di un’imponente statua di un Buddha dormiente a Bamiyan, attribuendosene in qualche modo il merito”. Ne sono seguite polemiche e discussioni. Per Tarzi, è stato lo stimolo a tornare, e il ministro degli Affari Esteri d’oltralpe gli ha affidato volentieri il ruolo di direttore della missione per gli scavi a Bamiyan. “In questi undici anni – spiega – ho scavato in 8 diversi siti, tra le altre cose ho identificato la Città reale del periodo ghoride (1155-1212, ndr), dove ho trovato reperti di epoca musulmana, e ho lavorato anche a Gholgolah”, la cittadella risalente ai secoli VI-X dopo Cristo. L’ossessione, però, è stata a lungo un’altra: trovare il Buddha di cui racconta nelle sue memorie il pellegrino cinese Xuangang, arrivato a Bamiyan nel 632, ben prima di Bernard-Henry Lévy. “Xuangang parla di un monastero, a est della città, con una statua del Buddha steso di 1000 piedi, circa 300 metri. Ho cercato a lungo, ma non ho trovato quel che cercavo”, ammette Tarzi.
Quanto al futuro, gli studenti della Facoltà di archeologia di Bamiyan sono stati già avvertiti che molto probabilmente non avranno più un simile insegnante: “ho una certa età, non so se nei prossimi anni verrò ancora” – spiega Tarzi, nato nel 1939. Che torni o meno a Bamiyan, Tarzi continuerà a seguire le vicende del luogo dove ha speso buona parte della sua vita di studioso. Per evitare il peggio. “Sono molto preoccupato – dice -. Temo che Bamiyan possa essere esclusa dalla lista dei siti considerati a rischio dall’Unesco, o addirittura da quelli ritenuti patrimonio mondiale dell’umanità. Tra dieci anni c’è il rischio che tutto, natura e cultura di questa splendida valle, vada perduto, per incuria, ignoranza, politiche sbagliate o disattenzione”. Le critiche di Tarzi non risparmiano nessuno: la comunità internazionale, che opera con meccanismi troppo farraginosi, e lo stesso governo locale: “la governatrice di Bamiyan è una brava donna, ma tende a concedere con troppo facilità per scopi abitativi anche le terre di rilevanza archeologica”, sostiene Tarzi con il volto rabbuiato. Il sorriso gli torna soltanto quando rivede i suoi studenti. L’hanno raggiunto nel giardino di casa. Per salutarlo, e per sapere come si fa a diventare un archeologo bravo e appassionato come lui.
Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste tra cui l’Espresso, il manifesto, Gli asini, il Venerdì di Repubblica, oltre che con Radio3 e l’Ispi. Docente di “Tecniche di reportage” alla Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso, è coordinatore scientifico di Collettiva.org e dal 2010 al 2018 ha curato il programma del Salone dell’editoria sociale.
Con Giulio Marcon ha curato “La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare” (minimum fax 2018). Per le edizioni dell’asino ha pubblicato “Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda” (2017) e due libri-intervista: “Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione” (2009) e “Per un’altra globalizzazione” (2010). Dal 2008 si dedica all’Afghanistan con viaggi, ricerche, saggi.

