di Simone Sauza
Per chi è cresciuto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, il suono del modem 56K che tentava di connettersi a Internet aveva qualcosa di inconfondibilmente rituale. Era un lamento meccanico, interrotto da impulsi elettronici e da quel caratteristico squillo digitale che sembrava provenire da una cabina telefonica infestata. Una chiamata. Non solo in senso stretto, ma anche spirituale. Una chiamata verso un Altrove. E quell’Altrove poteva significare tante cose: una promessa di gioco, di svago, di discussione sui forum; oppure una discesa infera in un sottomondo fatto di pornografia estrema, jpeg sgranate dal contenuto al limite della (più spesso: oltre la) legalità, immagini e video provenienti da sedicenti dipartimenti di polizia della Colombia o del Wisconsin. In ogni caso era chiaro che si stava aprendo un portale: uno squarcio nel reale attraverso cui potevano affluire immagini, parole, creature.
La stessa sensazione l’ho ritrovata fin dalle prime pagine di Amygdalatropolis, esordio letterario dello scrittore americano B.R. Yeager, da poco arrivato in Italia nella collana Not di NERO Editions. Il protagonista, identificato solo dal nickname /1404er/, è un ragazzo che vive recluso nella sua stanza, completamente isolato dal mondo esterno. La sua esistenza si consuma davanti allo schermo del computer, immerso nei meandri tossici di internet message board anonime (insieme ad altri utenti chiamati anch’essi /1404er/, che è poi il nome della board al centro di Amygdalatropolis) dove violenza, pornografia, snuff, consigli sul dark web, misoginia e alienazione si fondono in un culto della dissoluzione.
Non avremmo mai dovuto essere qui.
Sono le prime parole del romanzo. A parlare è una voce senza identità, senza corpo, che talvolta interrompe la narrazione; una voce onirica, come quella di un’umanità disincarnata in stato di dissociazione.
Abbiamo preso cose che non ci sarebbero mai appartenute e le abbiamo usate per costruirci un linguaggio. Mondi che appartenessero a noi e a noi soltanto».
Sembra parlare di una genesi deviata, un pianeta diventato il teatro terminale di una specie al capolinea incarnata da /1404er/. La sua stanza è un mondo chiuso, un utero artificiale dove nulla nasce se non un microcosmo fatto di impulso, ripetizione e violenza.
La voce che apre il libro agisce, dunque, come un prologo mitico. Poi /1404er/ accende il computer. Sotto gli occhi del lettore scorrono i primi messaggi anonimi della board:
/1404er/ (Mar) 17:18:22 No.1000689605:
Perché Keanu Reeves sembra non invecchiare?
Nel giro di una pagina il tono precipita:
/1404er/ (Mar) 17:21:22 No.1000689689:
cm si fa ammazzare qlc1 nel sonno
Fino a smarrirsi, nel corso del libro, in un rabbit hole insostenibile.
/1404er/ (Ven) 20:26:47 No.10006901293
quasi tutte le persone con cui sono stato a letto non sanno che sono sieropositivo
/1404er/ (Ven) 20:33:50 No.10006901293
Certe volte picchio mia moglie perché mi annoio, ma faccio finta di essere arrabbiato cosi’per lei ha più senso
Leggere Amygdalatropolis non è un’esperienza narrativa. È una connessione instabile con un altro ordine del reale. Come in quei primi anni Duemila, persi tra shock sites come rotten.com e Ogrish, tra visioni notturne e segrete di sublime spazzatura pseudo-snuff trovata su eMule Adunanza, tra incontri casuali e proibiti con famigerate pellicole come la serie Guinea Pig o i film di Lucifer Valentine, le domande sono sempre le stesse che accompagnavano ogni click, ogni refresh, ogni scroll: cosa potrebbe comparire ora sulla pagina? E soprattutto, cosa sto guardando davvero?
Amygdalatropolis precede Negative Space (il romanzo che ha imposto B.R. Yeager come nome di culto nel circuito indie-horror americano) e la raccolta di racconti Burn You the Fuck Alive. Questi ultimi due, a differenza di Amygdalatropolis, sono usciti per la piccola e benemerita Apocalypse Party, casa editrice che in questi anni ha pubblicato alcuni degli autori emergenti più interessanti nel giro dell’horror indipendente. Mentre Negative Space racconta, con toni corali e ritualistici, una periferia americana segnata da suicidi adolescenziali, pratiche esoteriche e la diffusione di una strana droga psichedelica chiamata WHORL, Amygdalatropolis si muove in direzione opposta: un monologo psichico chiuso, ripetitivo, ossessivo, geograficamente e claustrofobicamente delimitato alla stanza del protagonista. Amygdalatropolis costituisce in un certo senso la matrice oscura di Negative Space: non tanto cioè un’opera prima nel senso tradizionale, quanto un test psichico, un’ecografia dell’inconscio collettivo internettiano.
In Amygdalatropolis, /1404er/ vive interamente attraverso i thread e i flussi anonimi di testi e immagini. Un corpo chiuso e radioattivo che riflette la luce tossica di un mondo definitivamente imploso. La rete è un territorio inesplorato in cui l’orrore in cui ci si imbatte riduce «i nostri connotati a una poltiglia indistinguibile». In Negative Space, la rete è il luogo dove i personaggi si scambiano visioni, video, leggende, e dove la realtà si piega alla paranoia collettiva. In entrambi, la rete è l’ambiente dove la soggettività evapora e si apre a un’esperienza quasi trascendente: l’abisso impersonale dei forum online in Amygdalatropolis; la psichedelia occulta di Negative Space. Insisto con questo parallelo anche perché il concetto di spazio negativo è presente in due brani di Amygdalatropolis. È sempre la voce che apre il romanzo a parlare. La prima occorrenza è in questo passo:
Quando scrutavamo dentro le loro bocche i nostri occhi non visualizzavano né denti né lingua. Solo uno spazio negativo. Un buco nero. Quando sbavavamo sopra la loro pelle, era la carne di un palloncino.
La seconda è qui:
Fuori c’è un buio sfocato e sinistro. Una nebbiolina viola abbarbicata all’ossigeno. Pezzi di terra prelevati da questa dimensione e scambiati con lo spazio negativo.
Nel mondo dell’arte e del design “spazio negativo” è lo spazio “vuoto” o non occupato da oggetti o figure principali, ma che contribuisce in modo essenziale alla composizione e alla percezione dell’immagine; ciò che sta “intorno” o “tra” le cose, ma che non è meno importante delle cose stesse. Pensiamo, ad esempio, alle opere di Escher. Lo spazio negativo, in Yeager, sembra diventare ciò che resta “intorno” agli eventi visibili, nel vuoto lasciato da un’epidemia di suicidi, da famiglie disfunzionali, da relazioni spezzate. Come se in questo spazio, in cui il trauma si sedimenta spesso in forma di pixel, potesse nascere qualcosa di più autentico, per quanto devastante. Eppure, quello stesso spazio può mutarsi in un altrove allucinatorio, abitato da visioni, ricordi distorti, presenze ambigue, come nelle scene in cui i personaggi di Negative Space usano la droga chiamata WHORL.
In Amygdalatropolis Yeager sembra voler costruire una sorta di mitologia; mappare, cioè, quell’esperienza specifica che è l’essere risucchiati nel buco nero di una board come 8chan o 4chan o reddit fino alle tre di notte, con la bocca impastata dal sonno, gli occhi bruciati dalla luce artificiale dello schermo, e il sapore amaro delle amfetamine che scende in gola, immersi nello sguardo invisibile di una miriade di corpi digitali senza volto. C’è qualcosa di persino trascendente o di magico nell’essere incapaci di rendere conto di quell’emorragia infinita di tempo riversata di fronte a un monitor. La sensazione di poter trascendere l’identità del corpo e mescolare il proprio dolore con quello di infiniti user anonimi, la propria violenza interiore con la loro, in un coro stonato di voci rovinate. Ognuno vive dentro le stesse cicatrici che lascia sugli altri. Come se Meridiano di sangue di Cormac McCarthy si svolgesse nel cyberspazio invece che nelle terre desolate e feroci tra Messico e Stati Uniti. Un «Blood Meridian, but on the internet», per usare le parole dello stesso Yeager, dove gli utenti del forum, come il ragazzo senza nome di McCarthy, covano «un gusto per la violenza insensata».
Come ha dichiarato lo stesso Yeager in un’intervista, «per me /1404er/ e i suoi compagni sono figure che tentano goffamente di avvicinarsi a un senso di puro nichilismo, alla dissoluzione del sé; ma falliscono in modo patetico». E allora tale dissoluzione non riguarda tanto una spoliazione mistica verso il nulla (alla Bataille, fin troppo citato nella postfazione di Edna Connole). Mi pare abbia più a che fare con ciò che Julia Kristeva ha definito abiezione: un processo in cui il soggetto sperimenta un rigetto primordiale, un rifiuto viscerale dell’altro che è, al tempo stesso, parte di sé. L’abietto, scrive Kristeva, «non è un oggetto di fronte a me che io possa nominare o immaginare. […] È qualcosa che non riconosco come cosa. Un peso di nonsenso che non ha niente d’insignificante e mi schiaccia. Sul limitare dell’inesistenza e dell’allucinazione, di una realtà che, se la riconosco, mi annulla». L’abietto per Kristeva non è solo “ciò che fa schifo”, ma ciò che provoca una reazione di rigetto perché troppo vicino, troppo intimo, troppo minaccioso per la nostra identità (di cui il cadavere e l’escremento sono l’esempio principale). È ciò che ci costringe a guardarci come materia che può disfarsi. Il protagonista non si limita a disgregarsi nell’anonimato dei forum, ma accoglie in sé tutto ciò che la società tende a espellere – pornografia illegale, violenza, linguaggio contaminato. Ma, come nell’abiezione, il processo si inverte: non è più il soggetto a espellere ciò che è intollerabile, bensì è lui stesso a essere rigettato, espulso dal mondo. E il romanzo segue questo movimento di rigetto.
Nella prima parte c’è ancora una figura umana con cui /1404er è in contatto: la madre, che gli parla dalla porta della stanza chiusa, gli fa trovare i pasti, gli recapita i pacchi che lui ordina online. La sua stanza, seppure chiusa, è ancora abitata da un’eco della famiglia, della cura, della lingua condivisa. Nella parte finale, invece, i genitori non ci sono più. Resta solo il computer e le voci delle board: che non sono più messaggi ma flussi di linguaggio che invadono il sé da un fuori assoluto. Il suo corpo non è più confine, ma membrana perforabile da un linguaggio alieno, superficie infetta. È un momento di ascensione negativa, un residuo di un’umanità scomparsa, simile al personaggio di Dissipatio H.G. di Guido Morselli, ma circondato da spettri digitali invece che da un silenzio cosmico. Nelle ultime pagine /1404er/, tramite «la più grande piattaforma di webcam live da ogni angolo del mondo», guarda sullo schermo una serie di scene urbane casuali: dallo smog che ammanta il porto di Nagasaki a una sagoma in fondo a un viale di Staten Island:
/1404er/ le respirò, una dietro l’altra. Quei respiri erano come la vita che diventa sogno; come Dio che vive fra le nuvole e un’emorragia interna.
Sebbene sia ambientato in un internet del passato Amygdalatropolis può essere letto anche come la preistoria psichica di un certo ambiente digitale post-internet odierno: quello della retorica redpill, dell’estetica del risentimento incarnata da figure come Andrew Tate, della maschiosfera al centro di serie tv come Adolescence. L’internet di Amygdalatropolis è però uno spazio caotico, in cui l’alienazione è ancora ancora tragica e larvale, e non ancora travestita da filosofia del successo, da culto del corpo, da ideale “politico”. Quello raccontato da Yeager è ancora uno spazio di dissoluzione in cui cercare una fuga più che una definizione; un abbandono del sé nel flusso, nella contaminazione, nella perdita di ogni struttura. È un internet terminale e ripugnante dove la soggettività si disfa fino a sparire. Ma quella stessa estetica – fatta di linguaggio tossico, desiderio di abiezione, ironia anestetizzata, immagini estreme – nella cultura digitale violenta di oggi si è trasformata, invece, in una macchina produttrice di identità, tutto sommato lontano dal senso di sparizione che permea la vita di /1404er/.
Amygdalatropolis si inserisce all’interno di una galassia letteraria di testi che operano all’incrocio tra violenza, pornografia, horror, dissoluzione identitaria e disfunzione sistemica (ad esempio Deliver Me di Elle Nash o Bonding di Maggie Siebert, autrice con cui Yeager ha scritto i testi di American Standard, l’ultimo album di Uniform); romanzi in cui risuonano gli echi di quella letteratura trasgressiva americana anni Novanta che va da Dennis Cooper (di cui Troie è il paragone imprescindibile per il rapporto tra adolescenza, violenza e spazio digitale) a Matthew Stokoe (Cows), passando per fanzine come la famigerata Answer Me! di Jim Goad o per la figura sempre controversa e decisiva di Peter Sotos, la cui scrittura analitico-ossessiva ha ridefinito i limiti tra pornografia, testimonianza e tortura semiotica. Una letteratura che lavora sulla carne viva del trauma, ma senza alcuna retorica del riscatto.
Amygdalatropolis, come alcune delle opere degli autori citati, ci ricorda che esiste anche un linguaggio che non descrive nulla; non rappresenta il mondo, non costruisce identità, non trasmette informazione. Esiste, insomma, un linguaggio che agisce. Amygdalatropolis non racconta, inscena; non narra la violenza ma la produce. A leggerlo, si ha spesso l’impressione di essere in trappola: non si è spettatori di una storia, ma clienti di un sito. La struttura a thread, la lingua impastata di slang da forum, timestamp, ID numerici, bot, link rotti, flussi di immagini pornografiche e snuff (espliciti o suggeriti), costruiscono un testo che non può essere letto senza contaminarsi. In questo senso, Amygdalatropolis è una sorta di romanzo-snuff. Non perché contenga materiale snuff, ma perché ne adotta lo sguardo, il punto di vista del predatore – o del voyeur. Chi guarda, o legge, non resta mai spettatore neutrale, ma è coinvolto, inglobato dentro l’immagine. L’“io” del romanzo è una protesi dell’occhio. Come suggerito nel monumentale Killing for Culture di David Kerekes e David Slater, lo snuff è una macchina simbolica che produce realtà attraverso lo sguardo, e che nell’ossessione per il guardare la morte e la violenza coglie un tratto che attraversa la storia culturale umana: dalla nascita del cinema al sadismo voyeuristico dei reality show, fino ai custom video su OnlyFans e ai reel virali sulle malattie che dilagano su Instagram.
/1404er/ guarda, consuma, archivia, compone. E il testo che leggiamo è il risultato di questa attività: una macchina costruita da immagini rubate, desideri avariati e frammenti di codice. Un diario psichico senza soggetto. Nelle ultime righe /1404er/ osserva dalla piattaforma live prima menzionata i cieli sopra il passo di Hirasawa. Corpo e Io non hanno più significato. Ciò che vede è soltanto
uno spazio senza pensiero né respiro; senza cattiveria né premura. Uno spazio perfetto e vacuo, che lo incapsulava nel suo mondo insieme a tutto ciò che avesse mai contenuto.
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