Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
19. LAVORARE FA SCHIFO
Il sentiero si infilava ripido tra le rade casette della frazione disabitata, forse un tempo un vivace villaggio di allevatori, sboccando su una poderale polverosa dove spiccava la segnaletica per raggiungere il colle più in alto. Il bosco inghiottì i quattro all’improvviso, immergendoli in odori di muschio e resina intiepidita durante il giorno. Il percorso si era fatta meno irto, e procedeva nel solco di una canaletta che nei giorni di pioggia si trasformava in un fiumiciattolo, scorrendo giù tra le fronde rigogliose di abeti e larici. Il cane di Laura si infilava nella vegetazione zigzagando tra i tronchi contorti, lanciando guaiti di felicità non appena scovava qualche scoiattolo ignaro, mentre i passi del gruppo superavano radici e sgranavano sotto le suole degli scarponi sassi e pigne, superando intrichi di rovi e alberi caduti.
Laura e Christine avanzavano decise, in testa alla fila, chiacchierando appassionatamente, mentre Luca non riusciva a placare l’affanno. Mirko gli stava poco davanti, appena in grado di mantenere un respiro regolare.
“Ha un bel culetto la tua amica”, scherzò con Luca, che rispose sollevando le sopracciglia in un muto e affannato assenso. “Come stai?” chiese poi, tornando serio.
“Bene” disse d’un fiato Luca. “A parte il fatto di essere stato rapito e malmenato, bene.”
Mirko si accese una sigaretta, tirandosi dietro l’occhiataccia delle due davanti, sorprese dall’innesco dell’accendino.
“E tu invece cosa hai fatto in questi mesi?” chiese Luca all’amico.
“Io poco niente. Sto lavorando come commesso in quella catena di fai da te. E poi sto cercando di rimaneggiare la tesi per farmela pubblicare. Mi serve per partecipare ai bandi di ricerca.”
“Vorresti passare la vita a studiare?” fece Luca stupito da quella vocazione che gli suonava del tutto inedita.
“Sai che c’è? Lavorare fa schifo, questa è la verità. E io non ne posso più di pulire piatti, o di servire i clienti, o di consegnare pizze. Tutto sommato la vita universitaria non era male. Se potessi vivere studiando mi risparmierei un sacco di grane. Voglio fare un tentativo.”
“Io invece credo di aver trovato un lavoro che fa per me”, confessò Luca con uno sbuffo di fatica. “Sai, per la prima volta sento che potrei fare questa cosa per un po’. Potrei… investirci su, ecco.”
“Buon per te, Luca. Te lo sei meritato. Ora che sei anche diventato un martire hai la strada spianata”, ridacchiò Mirko, che in tutta risposta ricevette una pigna secca sulla testa.
“Ehi voi due, volete che chiamiamo un elicottero?” urlarono da più su le due ragazze, ridendosela di gusto.
“Vanno d’accordo eh? Bene. Anzi, male: ci faranno il culo a noi due maschietti”, ridacchiò Mirko.
I due si affrettarono lungo quello strappo, rimanendo a boccheggiare non appena raggiunte le ragazze. Si decise di fare una pausa borraccia. Luca scambiò un’occhiata con Laura, lei ricambiò con un sorriso. Era bella. Le guance rosse le ornavano il viso, la fronte era leggermente sudata, col suo ciuffo biondo che non voleva saperne di stare al suo posto. Il petto si sollevava in respiri profondi. Luca provò l’istinto di stendersi con lei tra i muschi spumosi. Christine invece pareva non essersi stancata nemmeno un po’, era fresca come una rosa. Lanciò uno sguardo complice a Mirko che la invitò a ripartire in sua compagnia. Le sfiorò la guancia e lei gli prese la mano.
Si affezionava subito, Mirko, e molte storie erano finite per quel motivo. “Mi ha lasciato perché dice che la cosa si sta facendo troppo seria, sente troppa pressione.” Quante volte Luca aveva sentito pronunciare quella frase. “Mi faccio prendere, che ci posso fare? Le ho solo proposto di vivere assieme, che sarà mai?” Al contrario di Luca, Mirko non ci metteva niente a recuperare dopo la rottura.
Il sole stava calando e inondava lo spazio circostante di una luce vaporizzata. Iniziò a spirare una brezza vivace che si portò appresso una parvenza tardo autunnale. Il bosco si diradò di colpo, lasciando spazio a un orizzonte fatto di massicci grevi, lontani, di qualche alpeggio seminato qua e là, di arbusti e alberi solitari sui pendii, di chiazze colorate di ciuffi di giacinti, cespugli di mirtilli e ginepri. Il sentiero oramai non era che una tenue traccia di terra smossa.
“Ne abbiamo ancora per una mezzora”, annunciò Mirko.
Sarebbero arrivati sul far della sera, giusto in tempo per accendere il fuoco e mettere qualcosa sotto i denti.
“C’è acqua su?” chiese Christine.
“Certo,” rispose Mirko, “però è fredda, gelida. Domani possiamo anche riscaldarla, ma oggi ci tocca stringere i denti.”
“Wow, sembra proprio un viaggio nel passato”, rispose quella, entusiasta.
Luca si era ormai creato un ritmo tutto suo: il fiatone non lo tormentava più e le gambe, per quanto appesantite, si erano abituate al passo, nonostante faticasse a tenere l’andatura degli altri tre. Mirko si era rivelato un abile arrampicatore, facendo avanti e indietro tra Christine e Luca.
La baita stava nel mezzo di una conca scavata da un antico ghiacciaio. Apparì all’improvviso, come spesso accade in montagna, dove la conquista di ogni altura regala un altro dislivello da superare, e un altro ancora. La casetta di Mirko era una graziosa e spartana costruzione in pietra e legno, messa a nuovo da un recente intervento per renderla abitabile. Un ultimo bosco tenace cingeva il prato che abbracciava un lato della baita, mentre dalla parte opposta si accumulavano massi erratici che finivano col confondersi con la pietraia su cui incombeva, quattrocento metri più in alto, un imponente massiccio. “La dietro c’è un lago, domani ci andiamo”, spiegò Mirko facendo da anfitrione, come se quella distesa naturale fosse tutta roba sua.
Non appena giunti in casa i quattro furono morsi dal freddo.
“Mi aiutate con la legna? È nel retro, scaldiamo un po’ questo posto”, esortò Mirko da ottimo padrone di casa, cominciando ad appallottolare vecchi giornali e a gettare pigne secche nel camino. Presto le fiamme colmarono la baita di un profumo balsamico di legna arsa, proiettando crepitii danzanti sulle travi spesse e sui mobili alla buona che adornavano l’unica stanza di cui era costituita la casa. Un tavolo con accanto una stufa in ghisa, una cassapanca, un fornello che doveva avere più di cinquant’anni, armadietti e sgabelli, due divani molli e polverosi sistemati l’uno di fronte all’altro. Il letto invece si trovava sul soppalco che si inoltrava nel sottotetto.
“Il bagno?” chiese Luca.
“Il bagno è fuori, non è il massimo. Se volete darvi una sciacquata fate pure, ma stanotte se scappa è meglio farla nel prato. Domani vi prometto che tutto sarà più agevole.”
Si respirava un’aria di intensa eccitazione, complici le luci soffuse della sera e il fuoco che iniziava a diffondere un torpore generoso. Laura uscì per dare uno sguardo al panorama, Luca la seguì. Si trovarono di fronte a un anfiteatro di erba bassa che ondeggiava al vento, mentre le ombre della montagna crescevano e si tendevano come creature vive, e il cielo scuriva in un blu acceso, magnetico. Laura respirò con forza.
“Sono contenta di essere qui. Sono contenta di essere qui con te.” Luca si sentì divampare. Le prese la mano.
“È ora di cena!” urlò Mirko dall’interno.
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