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Pubblichiamo un pezzo apparso originariamente su The Towner, che ringraziamo (fonte immagine).

Roma – questa ingarbugliata città, in terra e in cielo. Da principio ci furono gli avvoltoi di Romolo e Remo, nel mezzo gli angeli di Santa Romana Chiesa, ora sono gabbiani, cornacchie e pappagalli a contendersi il dominio dei cieli da Prati a San Giovanni. Dalla finestra vedo passare di sfuggita variopinti gruppi di parrocchetti dal collare (Psittacula krameri, la specie di pappagalli che qui si è più diffusa), sento sghignazzare i gabbiani nelle notti insonni – non hanno orari, si direbbe – e poi a fine autunno gli spettacolari stormi che si spostano in cerca di un clima più caldo, disegnando figure sempre nuove sull’Eur, o replicando con un certo gusto per la simmetria e maggiore eleganza, lo sciame di persone che s’affrettano sul piazzale della stazione Termini.

Come accade in una città tradizionalmente disinvolta nel mescolare storia e mito, il racconto sull’arrivo dei nuovi pennuti è apocrifo. Prendiamo i gabbiani. La prima coppia risalirebbe al 1971, quando Fulco Pratesi, tra i fondatori del WWF in Italia, si vide affidare da un amico un esemplare di femmina, malridotta e ferita. La gabbiana, racconta Pratesi sul suo blog, trova ospitalità e cibo allo Zoo, nella vasca delle otarie: guarisce, attrae un provvidenziale maschio di gabbiano reale (Laurus michahellis) e mette su famiglia. Da allora il numero è cresciuto a dismisura. Un esercito di quarantamila unità che ogni giorno s’alza in volo, a trenta chilometri dalla costa, fatto raro per la specie, per piombare a terra banchettando nei rifiuti – quello che più li porta lontano dal loro habitat – o pescando nel Tevere o maciullando di tanto in tanto qualche sventurato piccione (columba livia).

Non essendo tecnicamente rapaci, i gabbiani attaccano in un modo rudimentale e diciamo poco raffinato, di una violenza brutale. Dal cortile interno può capitare di sentire un rumore come di tappeti battuti, un frullio isterico. È un gabbiano che sta trascinando al suolo una delle sue vittime. Immerge il becco nell’altrui petto, alla fine resta un carnevale di piume. Un tempo, per risolvere certe controversie i romani ricorrevano agli àuguri, i sacerdoti che interpretavano la volontà degli dei osservando gli uccelli, oggi anche i profeti del volo avrebbero i loro bei grattacapi per capirci qualcosa. Per una città che ama i simboli, difficile trovarne uno più suggestivo di quello a cui abbiamo assistito in una domenica di gennaio, un paio d’anni fa. Due bambini liberano insieme al Papa una coppia di colombe bianche, simbolo di pace. Pochi metri in volo e un gabbiano e una cornacchia grigio-nera (Corvus cornix) s’avventano sulle due, ghermendole con ferocia, fino a finirle. Su Youtube, ovviamente, circolano fantasiose esegesi dell’attacco.

Stormi nel mattino con la luce del sole. Non è il cielo vuoto e quieto di Austerlitz, piuttosto una sinfonia Jupiter. Qualche anno fa un aereo è stato costretto a un atterraggio d’emergenza sulla pista di Ciampino. «Quando siamo scesi dallo scivolo abbiamo visto il sangue sulle ali», dissero i passeggeri, «il sangue sulle ali». Ritraendo un falco all’inseguimento di uno stormo sull’Eur, il fotografo Manuel Presti vinse anni fa il BBC Wildlife Photographer of the Year. La poesia e il sangue, ma anche la merda: il guano che ricopre specialmente il Lungotevere, perché gli stormi (gli stormi di storni, sturnus vulgaris), stazionano sui platani che fiancheggiano il fiume, e l’asfalto e le macchine vengono bombardate. A fine autunno/inizio inverno l’impasto di foglie cadute e guano e acqua piovana crea una superficie maleodorante e scivolosa, lo scorso gennaio hanno dovuto chiudere l’intera strada per una giornata. Da piazzale della Radio al Lungotevere Raffaello Sanzio provano a scacciare gli storni con i dissuasori, e così incontri queste persone in tuta che trascinano altoparlanti che strillano a tutta forza un suono. Quello che gli storni emettono per segnalarsi a vicenda un pericolo.

Se non bastano i dissuasori, arriva la contraerea. Ancora l’inverno scorso il municipio della city ha arruolato quattro poiane di Harris (Parabuteo unicinctus) addestrate, con i falconieri che le hanno liberate in piazza Sidney Sonnino per spaventare l’esercito di storni. Ma Oltretevere è terra di uccelli aggressivi. Spulciando le cronache locali, vien fuori che le cornacchie più permalose sostano a Monteverde, dove qualche passante è stato ferito alla tempia e sulla nuca da esemplari ingrugniti. «Non risparmiano neanche il gatto del quartiere», una donna beccata è finita in ospedale. Alcune gare casalinghe della Lazio sono precedute dal volo di Olimpia, un’aquila reale americana (aquila chryseatos). Ebbene, l’anno scorso, prima di un Lazio-Chievo, una cornacchia ha osato l’inosabile e puntato la maestosità del rapace attaccandola sull’ala sinistra. Le istantanee immortalano l’aquila – resa involontariamente comica dai nastrini biancocelesti che trascina sul posteriore – che tira dritto come se nulla fosse, ma colpisce l’audacia persino volgare e scomposta dell’uccello più piccolo.

Gli angeli di Wim Wenders sono avvertiti – che tengano gli occhi ben aperti in caso di escursioni nella città eterna. La novità degli ultimi tempi ha un’impronta esotica e tinte tropicaliste. Le prime segnalazioni di pappagalli a Roma risalgono agli anni ’90, quando i proprietari iniziarono a disfarsene liberandoli tra gli alberi delle grandi ville Borghese e Doria Pamphilj. Ora i parrocchetti dal collare e il pappagallo monaco (Myiopsitta monachus, l’altra specie che qui s’è ambientata) svolazzano a loro agio non solo tra le cime frondose dei parchi ma anche nei viali del centro. Foto e video documentano la loro resistenza anche alla nevicata del 2012, nel bianco il verde brillante, il giallastro e le sfumature blu. Mangiano semi e frutti, sono originari del Sudamerica – i monaci – e dell’Africa e dell’Asia mediorientale – quelli dal collare.

Piazza dei re di Roma avrà da qualche parte un record nella produzione di smog e caos quotidiano, i pappagalli se ne stanno tra gli alberi nella villetta; il loro verso è così forte da sovrastare clacson e sirene d’ambulanza, autobus sbuffanti, i motorini che ripartono al semaforo. Dicono che la sofferenza maggiore è tutta a carico del picchio rosso maggiore (dendrocopos major), che nidifica pure lui nelle cavità degli alberi e deve vedersela con un nuovo e agguerrito concorrente. I pappagalli mangiano anche le arance, lasciando il frutto scolpito in forme strane, e li descrivono come molto socievoli, e quando li vedo fuori dalla finestra devo confessare che mettono abbastanza di buonumore.

Nel fiume infine la battaglia fa sì che acqua e cielo s’incontrino. I pescatori sul Tevere –  ci sono uomini che scendono in riva al fiume per la pesca sportiva, i muraglioni proteggono dal caos dei viali alberati, ci sono anche uomini che mangiano quello che pescano – raccontano le contese quotidiane tra pesci, germani reali (Anas platyrhynchos), gabbiani e cormorani (Phalacrocorax carbo), i cormorani che sono “i più violenti, perché lacerano il corpo dei pesci anche quando non intendono cibarsene”.

Sulle terrazze il sole si riflette su pezzi di stagnola ritagliati con funzione di spaventapasseri, o sui vecchi compact disc appesi al filo del bucato anche loro per tenere lontani gli invasori che vanno in volo radente sull’isola Tiberina, disegnano cerchi nell’aria, scendono a precipizio, si fermano sui parapetti e poi ripartono, confondendosi quasi con gli aerei ad altissima quota.

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2 commenti

  1. sto a cartigliano sul brenta a un’ottantina di km dalla foce
    quando arrivarono i primi gabbiani sorridevano tutti in paese
    tutti tranne uno: toni rana scultore pazzo del legno con
    motosega. era sconvolto il suo credo iperrealistico gli vietava
    di ritrarre la nuova specie perché inverosimile: avevano le ali
    più larghe della lunghezza. tra le migliaia di uccelli che scolpì
    (meglio sarebbe dire: segò) nella sua ossessione
    un’ossessione più grande l’aveva preso
    macché – inibito.

    di lui morto 10 anni fa mi resta 1 vescovo
    a grandezza seminaturale.

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Autore

gavroche1983@yahoo.it

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell'agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.

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