lunga notte

Questo pezzo è uscito sul n. 22 di “Artribune”. 

L’inverno del ’43, a Ferrara, in Italia: una città livida, nebbiosa, in cui tutti i personaggi dall’inizio alla fine sentono freddo anche in casa – perché il freddo è dentro di loro. È dentro le persone. Il freddo è quello di un’atmosfera di totale insicurezza e precarietà, di minaccia indefinita che costantemente è presente e insieme lontana, tenuta a distanza di sicurezza (“bombardano Bologna…”). Il gelo è quello del trauma che sta avvenendo, lacerando il tessuto già fragile di una comunità cittadina e nazionale: le sicurezze piccolo-borghesi, il posto, l’attività professionale.

In questo quadro estremamente deteriorato di relazioni e di civiltà, in cui gli esseri umani appaiono tutti concentrati a conservare i gusci delle loro esistenze precedenti, e pochissimo a immaginare il tempo che verrà; in questo momento di attesa indefinita, di sospensione nel tempo della Storia e della propria esistenza (Ferrara era stata, non a caso, la culla della Metafisica), la coppia protagonista – Franco Villani (Gabriele Ferzetti) e Anna Barilari (Belinda Lee) – appare sin dall’inizio impossibilmente tesa a perpetuare e far rivivere l’amore passato, le emozioni di una vita precedente. Questa operazione nostalgica di un film che parla di nostalgia e che è intessuto di nostalgia (realizzato da un coraggiosissimo esordiente come Florestano Vancini e co-sceneggiato da Pier Paolo Pasolini, sulla base di un racconto tratto dalle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani), segna la rimozione del contesto tragico che si sviluppa attorno ai due, e che si concentrerà nel nucleo narrativo e visivo della fucilazione che è l’oggetto – l’evento della “lunga notte”, dopo la quale nulla sarà come prima.

Ferrara, Italia, 1943: tutti i personaggi che ci scorrono davanti agli occhi e che impariamo man mano a conoscere sono bloccati, come congelati in una singola versione di sé. Il paradigma di questo blocco è la paralisi fisica, dovuta a una malattia venerea contratta durante la marcia su Roma, del marito di Anna, Pino (Enrico Maria Salerno): è il carattere più complesso, sfuggente, ambiguo del racconto. La sua impotenza fisica si riflette in quella morale e politica: nonostante sia l’unico testimone oculare della strage, il suo ‘stare alla finestra’ coincide con quello di un intero Paese, che tranne nel caso delle rare eccezioni decide di non decidere e si fa travolgere dagli eventi, da altre volontà più brutali e immediate. Come quella del cattivissimo gerarca Carlo Aretusi (Gino Cervi), soprannominato “Sciagura”: si può dire anzi che la sua psicologia, proprio per l’assenza totale di introspezione, sia l’unica veramente dinamica all’interno della narrazione. In grado di adattarsi mostruosamente all’ambiente circostante, e di determinare gli eventi e il loro corso. Anche, in definitiva, la loro percezione futura, la dimensione della memoria e quella dell’oblìo collettivi: nel comizio della penultima scena, lo sentiamo affermare con voce stentorea che “il passato sarà cancellato, le colpe saranno redente!”.

Laddove si istituisce un parallelo significativo tra rimozione del passato e redenzione delle colpe che non solo costituisce l’argomento stesso di riflessione del film, ma che dovrebbe essere uno dei temi centrali di discussione pubblica anche oggi: il tipo di relazione che l’Italia costruisce e intrattiene con il proprio passato, lontano e recente, era ed è un terreno importante e scivolosissimo. Ritroveremo poi “Sciagura” nella preziosa scena finale, nel presente del film, completamente cambiato ma identico a se stesso, nella prepotenza e nella caparbia irresponsabilità. Franco, Pino e Aretusi sono in definitiva tre volti dell’Italia – l’acquiescenza, la fragilità morale e la violenza – che, dopo il Ventennio, si appresta a mutare pelle e a soccombere per trasformarsi nella nazione post-bellica, una nazione sconfitta che rifiuta di sentirsi tale e dunque di elaborare questa sconfitta.

È lui che costruisce lo “spettacolo” dei cadaveri davanti al muretto del Castello Estense, spettacolo a cui assistono i cittadini come davanti a un prisma vetrificato e malefico che sta orientando la loro stessa vita al di là della paralisi e dell’attesa, oltrepassate con un colpo di coda drammatico. Ad assistere c’è anche Anna, che con il suo paragonare i morti a un “mucchio di stracci vuoti” rispecchia Berta, la fidanzata di Enne 2 e co-protagonista di Uomini e no (1945) di Elio Vittorini, capostipite della letteratura resistenziale. Come Berta, anche per Anna questa scoperta dolorosa coincide con la consapevolezza e la scelta morale.

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Autore

christiancaliandro@minimaetmoralia.it

Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021). 

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