Non ero mai stato alla Milanesiana. E ringrazio Elisabetta Sgarbi per avermi invitato. Mi è stato chiesto di scrivere e leggere un breve testo sull’ossessione. Ho provato a farlo collegando il tema ai processi creativi. Condivido il testo con gli amici di minima&moralia.
di Nicola Lagioia
Nonostante il nostro mestiere sia lavorare con le parole, le vere ossessioni di uno scrittore sono senza nome e tutte le altre sono una conseguenza di questo pugno che nel profondo ci stringe lo stomaco – magari per anni – e in superficie ci porta a essere ridicoli, inadeguati, violenti, distruttivi. Ci riduce a degli idioti, o a dei persecutori per noi stessi e per gli altri. La circolarità del vizio ci seduce. La coazione a ripetere è la nostra stella del mattino. Ad esempio, la persona che non dovremmo neanche vedere da lontano (perché attiva la parte peggiore di noi), si rivela suo malgrado il nostro inseparabile compagno di viaggio. Più ci rifugge, più la inseguiamo, fino a quando si sente giustamente in dovere di ricambiare il favore approfittandosi di noi. O ancora: la situazione in cui non dovremmo mai ficcarci (perché le nostre difese, al suo cospetto, crollano miseramente) si rivela il faro per le deboli falene in cui ci trasformiamo. Ma come spiegare ai nostri amici, ai nostri amanti, alle nostre mogli e ai nostri mariti che sbattere in continuazione contro questi errori significa gettare un ponte sul futuro?
Fiori e radici. Le ossessioni visibili, misurabili, tangibili, per uno scrittore non sono che la parte esposta (e se si vuole meno interessante) della tremenda forza senza nome a cui proviamo a rispondere scrivendo un libro. Oppure – se lavoriamo con le immagini – girando un film. Qui la nostra fisiologia è rovesciata. Qui i sintomi, quando non siamo così gretti da trasformarli in malattia, nascondono una possibile vena d’oro. Mettere su carta o su pellicola, a disposizione di tutti, ciò che ci perseguita e che (fino a quando non troverà un nome e una misura) ci porta a minare la quotidianità del mondo in cui viviamo. È questo il nostro compito. Spezzare la catena degli errori. Trasformare il sintomo in un’occasione.
Ma come fare a catturare il demone? Come cucire un abito su misura per l’uomo invisibile? Da scrittore, l’inizio di un nuovo romanzo è per me la parte più ingrata del lavoro. Un vero incubo. Come i peggiori convertiti alle peggiori religioni da strapazzo, sento che c’è qualcosa, ma per adesso è solo un violento rumore di fondo. Potrebbe non esistere. Potrei avvertirlo solo io, come quei pazzi che sentono le voci. E tuttavia: “la letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui”.
Ho insomma il problema di dare forma al lupo immaginario, sintonizzarmi con la mia urgenza più profonda e scottante e scandalosa, che spesso è anche la più dolorosa da dissotterrare. La disciplina, il lavoro duro, lo starsene alla scrivania dodici ore al giorno, per quattro o cinque anni, sabati e domeniche comprese. Tutto questo è necessario, lo so fare, è la mia risorsa sempre disponibile. Il problema viene prima. Il problema è cominciare a dare forma a ciò che sembrerebbe non poterla avere.
Per spiegare cosa accade in questa fase è forse utile ricorrere al linguaggio figurato. Immaginate un pescatore, su una barca, al centro di un lago o di un oceano. Vuole catturare la sua Moby Dick, il suo privato mostro di Lochness, il mostro senza forma che il complicato gioco del mondo ha destinato a lui e a nessun altro. Non aveva a disposizione il Pequod, quest’uomo. Non poteva contare su un manipolo di marinai. È dovuto partire da solo, armato giusto di un piccolo legno, di un taccuino e di una canna da pesca. Ma questo è stato sufficiente per fargli prendere il largo. Gli ha dato il coraggio necessario per abbandonare temporaneamente le persone care. In realtà ha preso il largo per disperazione, perché erano settimane, mesi, anni che il pensiero confuso di quel mostro non gli dava pace. Così adesso è lontano da casa, al centro di un’enorme distesa d’acqua. E tutto quello che può fare è lanciare la lenza verso la superficie liquida. E lo fa, e aspetta, sconsideratamente. È sconsiderato quest’uomo per due motivi. Il primo è che, se mai il mostro dovesse abboccare, l’asta della canna sarebbe comunque troppo fragile per tirarlo in superficie, così come lo sono le braccia del pescatore. I mostri che ci portiamo dentro, arrivano a misurare mille volte il nostro peso. Il secondo motivo è che, se mai quella creatura spaventosa dovesse venire in superficie, o ci incenerirebbe, perché ci troveremmo faccia a faccia con la nostra immagine primaria, oppure renderebbe inutile il racconto, perché l’ossessione (mostrata nelle sue forme reali) smette di essere tale, cioè smette di essere feconda.
Il trucco (o l’esorcismo) consiste allora nel trovare per il mostro una forma equivalente.
Il pescatore sente tirare la lenza. Ma è un debole strappo, si tratta giusto di un mollusco, o di una busta di plastica. Allora aspetta ancora. Un altro giorno e un’altra notte. Fino a quando, nel mattino tintinnante, o magari nel fuoco del primo pomeriggio, la lenza tira in modo inequivocabile. Uno strappo forte, qualcosa che lascia immaginare lì sotto una presenza enorme. Non potendola tirare su per i motivi che abbiamo detto, l’uomo tiene con una mano la lenza, mentre con l’altra si affretta a prendere il taccuino. Usa gli strappi come i segni di un alfabeto morse. Con la mano che regge la canna sente il mostro tirare. Con l’altra mano, quella che stringe la penna sul taccuino, traduce gli strappi in un disegno equivalente. L’unico indizio a sua disposizione è la forza che stringe l’amo, che tira la lenza, che piega l’asta, che a propria volta gli torce il polso. Ma tanto basta. Questo movimento quadruplo è la manifestazione fisica attraverso cui l’invisibile comunica con noi. Cominciare a tradurla in un disegno equivalente, in una sequenza equivalente, in una storia equivalente, è la porta che dobbiamo attraversare. Da molesto, ecco che il mostro sta allora diventando nostro amico. Tocca a noi tenerlo all’amo, studiarne i movimenti con pazienza, trasformare i suoi paurosi borborigmi nel nostro respiro. È l’atto di fede che ci viene richiesto. Testimoniare per ciò che neanche noi vediamo. L’indimostrabile momento di singolarità sul quale costruire il nostro castello di carte. Soltanto ciò che non si mostra, possiede la dignità di racconto. Fino a quando la lenza non si spezzerà. Il pescatore non cadrà in acqua e annegherà. Oppure morirà di malattia, o di vecchiaia. Ma allora ne arriveranno altri. Perché questa, di dare forma all’invisibile, cioè di raccontare storie, è in fin dei conti la vera ossessione che ci portiamo dentro dalla notte dei tempi, e che si spegnerà con l’estinzione della specie.
Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
