Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).
In astratto sembra un’ipotesi improbabile: prendere quella che nelle narrazioni è materia horror, vale a dire l’antropofagia, spogliarla dei suoi elementi raccapriccianti e farne l’occasione per riflettere sull’abisso umano. Eppure si tratta di un’ipotesi fondata, o meglio ancora concretizzata, in un libro sorprendente come L’arcano di Juan José Saer.
Ispirandosi alla vicenda reale di Francisco del Puerto, il giovane orfano che all’inizio del ‘500 trascorse dieci anni tra gli indios del Rio de la Plata, attraverso una lingua corposa e vitale Saer racconta la storia di un mozzo quindicenne che all’epoca dei Conquistadores è catturato da una tribù di indios colastiné.
Mentre il resto dell’equipaggio viene divorato, al giovane è risparmiata la vita; a quel punto, assistito al pasto rituale e al successivo deragliamento emotivo e comportamentale che invade gli indigeni, comincia per lui un tempo sospeso e inesplicabile. Ed è proprio il non poter mai davvero sapere cosa siano stati quegli anni di cattività, a fare del romanzo di Saer un inesauribile paradosso.
Perché nel momento in cui non è divorato, non è espulso dalla comunità né in essa integrato, non è maltrattato ma neppure percepito come un idolo, il mozzo è costretto a permanere, da eterno straniero, in un limbo di ambiguità. Tanto che quando un giorno verrà fatto salire su una canoa colma di regali e lasciato andare, non essendoci stata fin lì reclusione non sarà possibile pensare a una liberazione.
Proseguendo nella lettura del memoriale che il mozzo redige da vecchio, scopriamo che imparati latino e greco, messa in scena la sua storia con una compagnia di attori, diventa stampatore e padre putativo.
Come un’ossessione calma e necessaria, il pensiero tornerà all’enigma di quel popolo cannibale, tanto promiscuo quanto casto, malinconico e incerto, persino buffo, terrorizzato dall’indistinzione e incantato da un’eclisse: per arrivare a comprendere che di quella catabasi nell’inconoscibile che è ogni vita umana si può essere soprattutto, forse soltanto, il testimone.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
